mercoledì 31 dicembre 2025
domenica 21 dicembre 2025
Il Trattato della vergogna
Osimo 10 novembre 1975
Il Trattato della vergogna
Il 10 novembre 1975, a Osimo (AN), veniva siglato l'accordo tra Italia e Jugoslavia che fissava in maniera definitiva i nuovi confini tra i due Paesi, fino ad allora compresi in quello che era stato il Territorio Libero di Trieste in base al Memorandum di Londra del 1954.
L'Italia con il trattato di Parigi del 1947 aveva ceduto alla Jugoslavia la quasi totalità dell'Istria con Fiume, le isole del Quarnaro e gli altipiani Carsici e accettato la creazione del Territorio Libero di Trieste con la zona A, da Duino a Muggia, amministrativamente controllata dall'Italia e la zona B, da San Dorligo fino a Cittanova, amministrativamente controllata dalla Jugoslavia.
Con il Trattato di Osimo, firmato dal democristiano Mariano Rumor Ministro degli Esteri italiano e da Milos Minic Ministro degli Esteri jugoslavo, l'Italia rinunciava vergognosamente ad ogni diritto sulla zona B e acquisiva definitivamente la zona A con Trieste e i comuni limitrofi.
Nel 1990-91con la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita degli Stati di Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo e Macedonia, la ex zona B veniva spartita tra la Slovenia e la Croazia.
Considerato che tutti i Trattati erano stati stipulati con la Jugoslavia che si era dissolta e non con la Slovenia e la Croazia, quando queste ultime chiesero (e anni dopo ottennero) l'ingresso nell'Unione Europea, l'Italia avrebbe potuto mettere il veto al loro ingresso e pretendere la revisione del Trattato e dei confini, anche se oramai quelle italianissime terre, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, erano state abbandonate dalla stragrande maggioranza degli Italiani che fuggivano dai massacri delle foibe e dalla pulizia etnica del comunista Tito.
Ma i pavidi Governi italiani di allora, quelli di centrosinistra di Andreotti e Amato del 1992 e quello di centrodestra di Berlusconi del 1994, dopo generiche dichiarazioni di voler difendere gli interessi italiani, preferirono non affrontare il problema e si limitarono a sollevare la questione dei beni immobili di proprietà degli Italiani nei territori ora sotto la Slovenia e la Croazia, senza peraltro ottenere grandi risultati.
L'Italia perdeva così l'occasione di rivendicare tutte o in parte quelle italianissime terre, probabilmente perché ritenute retaggio della penetrazione fascista, mentre in realtà il Fascismo si era limitato a riprendere terre che erano italiane fin dal 1848, anche se sotto l'Impero Austroungarico venne favorito l'affermarsi dell'etnia slovena e croata rispetto a quella italiana ritenuta meno leale e affidabile per l'Impero Austroungarico.
sabato 13 dicembre 2025
UN FASCISTA Filippo Tommaso Marinetti
UN FASCISTA
Filippo Tommaso Marinetti
Nasce ad Alessandria d'Egitto il 22 dicembre 1876, il padre originario di Voghera era un avvocato civilista che si era trasferito in Egitto con la famiglia per lavorare, prima come impiegato presso la Compagnia del Canale di Suez e poi come legale personale del Pascià Muhammad Tawfiq, cosa che gli consentì di accumulare un discreto patrimonio.
Nel 1888 Filippo Tommaso inizia gli studi superiori presso il Collegio St.Francois-Xavier dei Gesuiti francesi e nel 1893, a soli 17 anni, fonda “Papyrus”, la sua prima rivista scolastica, ma i Gesuiti lo espellono per aver pubblicato sulla rivista alcuni romanzi di Emile Zola ritenuti scandalosi.
La famiglia lo manda allora a Parigi dove si diploma e successivamente si iscrive alla Facoltà di Legge di Pavia e poi a quella di Genova dove, nel 1899, si laurea il Legge.
Decide però di dedicarsi alla sua passione artistico-letteraria tra Parigi e Milano, come promotore e autore, le sue prime poesie sono in lingua francese e vengono pubblicate su riviste parigine e milanesi e suscitano un certo interesse e, nel 1902, esce il suo primo romanzo “La conquéte des étoiles”.
Nel 1905 fonda e dirige a Milano la rivista internazionale “Poesia”, dove esalta la “città moderna”, il mito “della velocità” e “dell'automobile da corsa” immagine dinamica del progresso.
Nel 1909 invia il suo Manifesto del Futurismo ai principali giornali italiani, ma pochi lo pubblicano, però riesce a farlo pubblicare sul prestigioso giornale francese Le Figaro, cosa che dà al nascente movimento una risonanza europea.
Il “Futurismo” è un movimento rivoluzionario, provocatorio che vuole chiudere i ponti con il passato, vuole liberarsi dagli orpelli decadentisti e passatisti.
Nel 1910 lancia le “Serate futuriste” e pubblica il suo primo romanzo “Mafarka le futuriste” che non ottiene un grande successo e per il quale viene condannato con l'accusa di oltraggio al pudore.
Nel 1911, in occasione della guerra Italo-Turca, Marinetti sostiene la causa della guerra e riesce ad aggregarsi come “osservatore” alle truppe italiane in partenza per la Libia ed è testimone del massacro dei Bersaglieri italiani che presidiavano l'oasi di Sciara Sciat, Bersaglieri dei cui corpi i Turchi-Arabi fecero scempio.
Ritorna in Italia dove scrive il racconto “La battaglia di Tripoli”, che ha un discreto successo in parallelo alla celebre canzone “Tripoli bel suol d'amore” scritta da Giovanni Corvetto.
Nel 1912 scrive il romanzo in versi “Le monoplan du Pape” (L'aeroplano del Papa), violentemente anticattolico.
Acceso interventista, quando nel 1915 l'Italia entra in guerra contro l'Austria-Ungheria, si arruola come volontario, prima nel Battaglione ciclisti e poi negli Alpini e, il 14 marzo 1917, nella battaglia del monte Cucco viene ferito all'inguine e alle gambe e viene decorato con la “Medaglia di bronzo”.
Promosso tenente partecipa alla battaglia del Piave e all'offensiva finale di Vittorio Veneto per la quale riceve un'altra “Medaglia di bronzo” e, il 4 novembre 1918, entra a Tolmezzo liberata con la sua autoblinda Lancia 1Z, vicenda poi narrata nel suo romanzo “L'alcova d'acciaio”.
Nel 1919 Marinetti fonda il Partito Politico Futurista che propone lo “svaticanamento dell'Italia”, il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, la distribuzione delle terre ai Combattenti e Reduci, la lotta all'analfabetismo, il suffragio universale esteso alle donne, le otto ore lavorative ed i contratti collettivi.
Viste le affinità con le idee di Mussolini, il 23 marzo 1919 Marinetti partecipa alla fondazione dei Fasci italiani di Combattimento e vi fa confluire il suo Partito Futurista.
Nel 1920 partecipa al secondo Congresso dei Fasci dove ribadisce i punti del suo programma ma, vista la scarsa attenzione alle sue proposte, si allontana dal Fascismo.
Lasciata la politica ritorna alla letteratura e al teatro assieme alla scrittrice Benedetta Cappa che diventa sua moglie e che gli dà tre figlie.
Deluso dalle ultime esperienze culturali si riavvicina al Fascismo nel 1923 e, nel 1924, pubblica il volume di scritti politici titolato “Futurismo e Fascismo” e, nel 1925, è tra i firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti”.
Nel 1929 è membro dell'Accademia d'Italia appena fondata e difende a spada tratta la lingua italiana contro il la moda delle parole straniere.
Nel 1930, con Guglielmo Sansoni detto Tato, organizza il “Primo concorso fotografico nazionale” e nel 1931 teorizza la poetica dell'aeropoesia nel “Manifesto dell'aeropoesia”.
Nel 1932 indice il primo “Premio di pittura Golfo della Spezia” e, nel 1934 pubblica il “Manifesto dell'Architettura Aerea”.
Nel 1935, coerente con le sue idee sulla guerra “sola igiene del mondo” e sul patriottismo, partecipa come volontario alla guerra di Etiopia con il grado di “Seniore” nella divisione “28 Ottobre” e, nel 1936, partecipa alla battaglia del passo Uarieu dove guadagna un'altra “Medaglia di bronzo al Valor Militare”.
Nel 1938 è contrario all'alleanza dell'Italia con la Germania (dove le opere dei “Futuristi” sono considerate “arte degenerata”) e, sulla rivista futurista Artecrazia, compaiono alcuni articoli contro l'antisemitismo e le leggi razziali, articoli ispirati probabilmente dallo stesso Marinetti.
Nel 1942, a 66 anni, partecipa sempre come volontario alla sfortunata spedizione dell'ARMIR in Russia, come “Primo Seniore” del “Gruppo 23 Marzo Camicie Nere” e ottiene la “Croce di guerra al Valor Militare”.
Rientra in Italia sofferente di miocardite e, nel 1943, aderisce alla RSI-Repubblica Sociale Italiana-.
Muore a Bellagio (CO) il 2 dicembre 1944 per una crisi cardiaca e il suo funerale di Stato, voluto da Mussolini, viene celebrato il 5 dicembre 1944 nella chiesa di San Sepolcro a Milano, con grande partecipazione dei milanesi ed è sepolto nel Cimitero Monumentale.
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