sabato 31 luglio 2021

ATTIVITA' DEI GAP NEL MODENSE. ELENCO DI ASSASSINATI

 

CHI VOLLE LA GUERRA CIVILE E PERCHE'?   


ATTIVITA' DEI GAP NEL MODENSE. ELENCO DI ASSASSINATI
Nino Colombari
 

    NELLA PRIMAVERA del 1944, come già in attività nelle province di Reggio Emilia e Bologna, il P.C.I. Modenese decise di creare un apparato militare sotto forma di bande armate e "gappiste'' per la città, la bassa modenese e in diverse località dell'Appennino modenese. Per le zone di montagna venne scelto, quale comandante e responsabile politico, un comunista di Pavullo nel Frignano (MO) che assunse il nome di copertura "Armando'' e diede vita alla Brigata Garibaldi Riveda.
Nei mesi di giugno e luglio 1944 il Comando provinciale della G.N.R. di Modena decise di ritirare la Guardia Nazionale Repubblicana in molte località dell'Appennino modenese lasciando ai Carabinieri il controllo dell'ordine pubblico. Queste località dopo il ritiro del contingente della GNR vennero occupate dai partigiani comunisti comandati da Mario Ricci, detto "Armando''.
    La notizia che importanti centri come Frassinoro, Polignago, Frignano ecc. non erano più presidiati dalle Guardie della GNR, divenne operativa ai primi di giugno 1944. I capi partigiani, sorpresi essi stessi dal precipitare della situazione, diedero ordine ai loro uomini di occupare i presidn che la GNR e i tedeschi avevano evacuato. L'unico comune della zona ancora presidiato dalla GNR era quello di Montefiorino, un grosso borgo di circa settemila abitanti.
    Il 13 giugno "Armando'' fu è in grado di raggruppare le proprie bande nella prima divisione Garibaldi Modena. Allorchi la sera del 15 giugno giunse la notizia che anche il presidio di Montefiore stava ripiegando.
    La notizia, prima della caduta di Roma e dello sbarco alleato in Normandia, crer nel campo partigiano uno stato di autentica ebbrezza. E si misero a giocare al nuovo Stato, con l'idea di contrapporre alla Repubblica di Mussolini una repubblica partigiana. Il 18 giugno 1944 il campanone di Montefiorino si mise a suonare a stormo, dando vita alla cosiddetta "repubblica di Montefiorino''.
    La notizia che nella zona dell'Appennino modenese si era costituita una "zona libera'' partigiana giunse anche al comando alleato. Ben presto, mentre cominciava l'afflusso di materiale bellico aviolanciato dagli angloamericani, gli Ufficiali alleati, di concerto con Armando elaborarono un ambizioso piano operativo che doveva fare della "repubblica di Montefiorino'' un elemento strategico decisivo nel quadro dell'affluenza verso la valle del Po.
    I tedeschi erano giustamente allarmati da questa costituenda "fortezza'' dietro le loro linee che metteva in pericolo tutto il loro schieramento sull'Appennino toscoemiliano. Essi erano al corrente di ufficiali e tecnici alleati che collaboravano con l' "Armando''.
    La cosiddetta "fortezza di Montefiorino'' era composta esclusivamente di ex prigionieri sovietici al comando di A.V. Tarasov, un comunista russo che dopo l'8 settembre era rimasto per alcune settimane nella fattoria dei fratelli Cervi a Campegine di Reggio Emilia. Dopo l'arresto dei fratelli Cervi, Tarasov si era portato nel modenese con il concorso di altri suoi connazionali e aveva costituito il "battaglione sovietico'' dotato di un armamento più scelto e potente rispetto a quello delle bande partigiane italiane.
    Il generale Messerle, che comandava il dispositivo tedesco del Sud Emilia, inviò un suo Ufficiale al comando partigiano di Montefiorino con il compito di trattare una tregua, ponendo delle precise condizioni che non vennero accettate dall'Armando.
    Al Comando italotedesco non restò quindi che ricorrere alla maniera forte, vale a dire al rastrellamento.
Tra il 20 e 26 luglio 1944 furono convogliati nella zona due battaglioni della GNR e circa duemila soldati tedeschi. Di fronte avevano circa duemila guerriglieri. Tra questi il "battaglione sovietico'' costituiva il punto di forza dello schieramento partigiano.
    All'alba del 28 luglio 1944 le truppe italogermaniche iniziarono il loro movimento in direzione di Montefiorino.
    L'attacco venne condotto da tre colonne, due provenienti da nord (Carpiteri e Castellarano) e una da sud (Piandelagotti) in base al classico piano di "rastrellamento ad anello''.
    La più grossa resistenza opposta da singoli gruppi di guerriglieri fu quella del "battaglione sovietico'' che sapeva di lottare per la propria sopravvivenza. La difesa partigiana venne infranta dovunque. Tutti i grossi centri, compreso Montefiorino, caddero nelle mani delle truppe italotedesche.
Armando, gli ufficiali alleati e un migliaio di uomini, raggiunsero in Toscana le Divisioni americane. Così fu che la tanto decantata "repubblica di Montefiorino'' ebbe la durata di un sospiro.
    Il 15 dicembre 1953 l'onorevole democristiano Alessandro Coppi dichiarava: "Troppo spesso nel linguaggio comune si parla di guerra civile. Quale guerra civile? Se altrimenti fosse, io direi che le medaglie che ornano i gonfaloni dei nostri Municipi e delle nostre Province andrebbero strappate e gettate nel crogiuolo per ritornare semplice metallo. Se si tolgono i presunti, i sedicenti e gli assassini, i partigiani veri rimangono veramente pochi!''.
    Nel breve periodo di esistenza della cosiddetta "repubblica di Montefiorino'' (circa sei settimane) le bande partigiane comuniste assassinarono (in quanto loro prigionieri da tempo) 14 Militi della GNR, in località Pianello, che dista circa un chilometro dal comune di Montefiorino, a colpi di mitragliatrice dopo averli denudati e lasciati per tre giorni nel luogo del massacro! E altri 19 Militi in zone limitrofe a Montefiorino.
    Il parroco di Vitriola, frazione di Montefiorino, Don Pietro Cassinelli, che ha provveduto alla sepoltura dei 14 Militi della G.N.R. nel cimitero di Vitriola, mi ha confermato quanto su descritto.
 

Assassinati in località Pianello:
Barbieri Federico, Casati Luigi, Castellani Alfredo, Cassinelli Antonio, Castelli Costante, Colombari Pietro, Corsini Armido, Landi Alfredo, Lania Domenico, Mattei Domenico, Nasi Enzo, Sanna Salvatore, Santini Giuseppe, Cap. GNR Zanotti Andrea.
Altri militi della GNR assassinati e uccisi alle spalle in località limitrofe a Montefiorino:
Gerli Giovan Battista, Allievo ufficiale, ucciso a Montefiorino l'8 marzo 1944
Astolfi Dante, ucciso a Montefiorino, recuperata la salma il 22 aprile 1945
Bonaccini Mario, assassinato dai partigiani sul Monte Spino di Palavano
Bonvicini Venturino, ucciso il 22 marzo 1944 a Montefiorino
Pedrelli Gian Bruno, Brigadiere della GNR assassinato a Montefiorino perchè disse "non mi arrendo''.
Prati Ildo, nato nel 1932, ucciso a Montefiorino il 28 aprile 1944 dai partigiani comunisti
Ricci Vittorio, di Pietro, assassinato a Montefiorino il 30/6/1944. Salma mai ritrovata
Campeggi Emilio, guardia di custodia, ucciso a Montefiorino il 15 giugno 1944.
Cassanelli Alderigo, come sopra
Casari Giuseppe, come sopra
Castellani Alessandro come sopra
Dal Bue Raffaele come sopra
Germiniasi Angiolino come sopra
Giubbolini Angelo come sopra
Gozzi Guerrino come sopra
Malagoli ? come sopra in forza al 30 battaglione Italiano di Polizia
Montorri Nando come sopra
Moscardini Gian Battista come sopra
Piana Luigi come sopra
Civili assassinati:
Parenti Dina, Ausiliaria, 45 anni, impiccata a Santa Giulia insieme ad una ragazza di 16 anni: Donatella Pietra, detta Pierina, il 31 agosto 1944
Binachessi Arrigo, ucciso a Montefiorino nel maggio 1944
Bocchi Maria, assassinata a Montefiorino nel febbraio 1945
Buffignani Siro, di Montefiorino, assassinato il 10 gennaio 1945
Cavazzini Maria, di Montefiorino, assassinata dai partigiani nel 1944, tuttora ignota la sepoltura.
Ferrari Dario, fu Pietro, di anni 28, assassinato dai comunisti il 20 giugno 1944 a Montefiorino.
Gualtieri Valdina, in Martini, residente a Montefiorino. Bruciata viva in casa. Il marito Ercole, riuscito a fuggire in un primo momento, venne raggiunto e assassinato dai partigiani comunisti il 4 giugno 1944 a Gusciola di Montefiorino.
Idri Ilario, assassinato il 31 luglio 1944 a Montefiorino.
Ugolini ?, anni 70. Geometra a Vitriola di Montefiorino. Torturato e assassinato a Romanoro.
Bertacca Lamberto, massacrato dai partigiani a Limidi di Soliera con altri 6 legionari. Catturato ancora vivo, gli venne ingiunto di gridare, se voleva salva la vita, "Viva i partigiani, viva la Russia''. Rispose gridando "Viva l'Italia'' e venne subito ucciso.
 
    Purtroppo l'elenco degli uccisi e assassinati dai partigiani comunisti al comando di Armando è largamente incompleto.
    Quando ho raccolto i nominativi degli uccisi e assassinati militari della RSI e civili, regnava ancora il terrore nelle diverse persone interrogate e quindi l'omertà quasi assoluta.
    Aggiungo altri criminali episodi di cui si sono "gloriati'' i cosiddetti "liberatori'' partigiani prevalentemente comunisti.
    L'inverno 1944/45 fu ricco di episodi di inaudita ferocia: il "massacro della Casa Rossa'' e la "strage della famiglia Pallotti''.
In viale Carducci, a Carpi, in un edificio denominato "Casa Rossa'' abitava una povera famiglia, composta di donne e di un solo uomo. Una famiglia di contadini che si era sempre disinteressata di politica. Ma la più giovane delle sue componenti era fidanzata con un fascista repubblicano. I partigiani comunisti decisero quindi di uccidere tutti gli abitanti della "Casa Rossa''.
    La notte dell'8 gennaio 1945, la casa fu invasa dai guerriglieri armati. Virginia Moranti, Domenica Gatti, Anna Maria Sacchi, Maria Poli e Secondo Martinelli furono raggiunti ognuno nelle loro stanze e falciati a raffiche di mitra. L'ultima superstite della famiglia, Cita Vincenti, ottantenne e paralitica, che non aveva potuto alzarsi dal letto, venne uccisa con un colpo in bocca.
    La notte seguente, a San Damaso, fu la volta dell'intera famiglia Pallotti, composta da Carlo Pallotti, Veterinario, la moglie Maria e i figli Luciano di 14 anni e Maria Luisa di 12 anni. Salendo una scaletta, tre armati raggiunsero il piano superiore. Si udl un ordine secco seguito da raffiche di mitra. Poi più nulla. Carlo Pallotti, sua moglie e i due bambini giacevano riversi sul pavimento di mattoni, unendo i loro rivoli di sangue. Carlo Pallotti fu spogliato della bella giubba di pelle che indossava, alla Signora Maria furono tolti gli orecchini, l'orologio da polso e le fedi. A Maria Luisa venne strappata una medaglietta della Madonna. Così terminr l' "azione di guerra'' dei giustizieri!
    Testimone di questo inaudito cruente massacro fu il contadino Fernando Vaschieri al quale gli assassini dissero: "Non ti muovere fino all'alba. Stattene tranquillo perchè hai visto cosa succede ai nostri nemici''. Terrorizzato il Vaschieri non si mosse sino all'alba del giorno seguente.
    A guerra finita i massacratori della famiglia Pallotti vennero identificati dalla Polizia e il 31/3/1949 il Prefetto di Modena indirizzr al ministero degli Interni il dispaccio seguente: "L'orrendo crimine, per la qualità delle vittime e l'efferatezza con cui fu consumato, destò unanime raccapriccio e nulla fu inventato''.
    Alla strage parteciparono: Reggianini Michele di 28 anni, Maletti Dante di anni 29, Sarnesi Savino di 23 anni, Benassi Ennio di anni 23, Costantini Giuseppe di 41 anni, Menabue Gerardo di anni 35 ed altri due non ancora identificati, facenti parte delle squadre Sap e Gap. I partigiani arrestati confessarono la strage. Furono assolti per avere agito in base a ordini superiori e perchè il fatto costituiva "azione di guerra''. Sinistra giustizia proletaria!
NUOVO FRONTE N. 209 2001

lunedì 26 luglio 2021

LA RESISTENZA PATRIOTTICA AL SU


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LA RESISTENZA PATRIOTTICA AL SUD               


Quattro capitoli tratti dal libro MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO (1998), dedicato a: "Agli Eroi Ignoti dei Servizi Speciali torturati e seviziati dagli "Alleati" prima di fucilarli e poi seppellirli in tombe senza nome. Ai ragazzi e ragazze di Firenze fucilati ferocemente sui gradini di S. Maria Novella. A Colui che volle e seppe opporsi a tanti lutti della spirale dell'odio e strenuamente vietò atti che potessero innescare la scintilla della guerra civile nel Sud. Perchè gli italiani sappiano."

I FRANCHI TIRATORI A NAPOLI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO -Capitolo IV-
Francesco Fatica
 
 
    Otto settembre 1943: si scatena la reazione tedesca in tutta Italia in risposta al tradimento badogliano. A Napoli avvengono alcuni tumulti: bande di popolani affamati saccheggiano depositi di viveri; i tedeschi effettuano rastrellamenti. In tale caos c'era chi pensava a sfruttare la reazione di quanti si sentivano vessati dalle rappresaglie dei tedeschi ormai in ritirata, per creare un movimento "partigiano" nella logica attesa degli "alleati" che il nove settembre erano sbarcati in forze a Salerno. Ma i tedeschi opposero una resistenza così accanita che gli anglo-americani furono sul punto di reimbarcarsi. Tuttavia il 27 settembre, dopo che le retroguardie della divisione Göring avevano rotto il contatto, gli inglesi si affacciarono dal valico di Chiunzi sulla pianura, ormai sgombra di ostacoli verso Napoli.
    A Napoli i "partigiani" aspettavano di giorno in giorno l'arrivo degli "Alleati" per uscire dai loro rifugi. Guidati dalle frange comuniste - come avvenne pure al Nord - si preparavano a provocare rappresaglie quanto più sanguinose possibili, in modo da muovere lo sdegno popolare e scavare un solco profondo di odio, necessaria premessa per spezzare la coesione del corpo sociale della Nazione. Questa tecnica fu sempre cinicamente e tenacemente applicata fino ad ottenere lo scoppio della guerra civile al Nord. Così veniva sperimentata ed introdotta in Italia per la prima volta quella strategia, già applicata con successo dai comunisti in altre parti del mondo, basata sull'assassinio come metodo di lotta per provocare rappresaglie. Meglio ancora se la rappresaglia provoca una strage, come avvenne poi una prima volta alle Fosse Ardeatine. Si inaugurava così proprio a Napoli questa stagione di pseudo-libertà caratterizzata dall'odio e dal terrorismo, prima sconosciuto in terra d'Italia. In quegli ultimi giorni di settembre Domenico Tilena aveva riaperto la sede provinciale del Fascio a Via Medina, ottenendo l'adesione di un centinaio di iscritti mentre lo stesso Colonnello Scholl, comandante militare germanico della Città, ne restò allibito, dichiarando che si trattava di una follia, avendo ormai gli invasori alle porte1. Fu ricostituita anche la Milizia, con sede nella scuola elementare Vincenzo Cuoco, arrivando a raggiungere gli effettivi di tre compagnie, una delle quali riuscirà poi a disimpegnarsi per raggiungere la Repubblica Sociale Italiana. Molti altri, tra cui gli ultimi tre federali del PNF, Domenico Pellegrini-Giampietro, Fabio Milone, Francesco Saverio Siniscalchi2 e, tra i giovanissimi, gli allora quasi imberbi Enzo Erra, Franco d'Alò e Aldo Serpieri, e il più maturo capitano del genio ing. Gaetano del Pezzo, duca di Caianello, si diressero al Nord, cercando di raggiungere Roma con mezzi di fortuna per continuare a combattere contro gli invasori.
    Sparsasi prematuramente il 27 la voce dell'arrivo degli anglo-americani in città, alcuni "partigiani", raccolti gli sbandati sfuggiti alle retate tedesche, iniziarono la caccia al fascista isolato. Al Vomero, Vincenzo Calvi fu aggredito da un folto gruppo e spinto a frustate verso un loro rifugio. Essendo però passata una pattuglia tedesca, i partigiani si eclissarono e Calvi scampò ai suoi aggressori3.
    Scrive Enzo Erra "poichè tedeschi e guerriglieri sparavano, anche i fascisti presero le armi che trovarono, e cominciarono a sparare". Il 28 e 29 tiratori fascisti erano già entrati in azione. Artieri dice che erano "pochi, accaniti, qualche centinaio"4.
    Nessuno di loro ha lasciato scritti o testimonianze. Si conosce solo quanto dichiarato dagli avversari. Questi franchi tiratori fascisti, a differenza dei "partigiani", non potevano sperare nel soccorso di truppe amiche avanzanti, "non lottavano per vincere, dice ancora Enzo Erra, e sapevano di non avere un domani"5, i partigiani, oltretutto, si coagulavano in gruppi che sopravanzavano gli assediati per numero, prudenza e tattica temporeggiatrice. Per i fascisti si trattò di un fenomeno assolutamente spontaneo e perciò disorganico, che può interpretarsi come una estrema, ostinata e disperata manifestazione di fedeltà ad un mondo che vedevano crollare intorno a loro.
    Altri, più organizzati, invece, decisero di continuare la lotta nella clandestinità anche dopo l'occupazione "alleata".
    La gran massa della popolazione civile restò ostinatamente barricata in casa o nei rifugi antiaerei e nei ricoveri di fortuna o presso parenti ed amici; chi potè sfollò in campagna. In effetti si può affermare che la popolazione si mantenne diligentemente estranea alle scaramucce in corso per repulsione verso le turpitudini di cui giungeva voce e per evitare coinvolgimenti delle persone care.
    Franchi tiratori fascisti ci furono sicuramente al Vomero, al Museo, a Porta Capuana, a Piazza Mazzini, nelle vie del centro, ma anche in periferia. Scrive Artieri che un fascista isolato sparò con una mitragliatrice da una terrazza della Rinascente, nella centralissima Via Toledo. Accerchiato, quando stava per essere preso, si precipitò con l'arma da una finestra. Ancora Artieri descrive, come confermano anche altri autori, l'altra tragica vicenda di un capitano della Milizia che a Via Duomo si asserragliò e combattè strenuamente; quando gli insorti lo raggiunsero, si uccise.
    E sempre Artieri testimonia di un altro fascista che in Piazza Marinelli sparò e tirò bombe, ma venne preso e fucilato.
    L'antifascista de Jaco riconosce "pochi si salvarono, pochissimi chiesero pietà: non il Tommasone, che aveva sparato per tre giorni da una casa alla Salute (adesso Via M.R. Imbriani), non il Porro, non altri uccisi in combattimento o fucilati sommariamente"6. Testimoni oculari mi hanno raccontato che al Tommasone fu intimato di rinnegare la sua fede fascista e di insultare il Duce. Essendosi sdegnosamente rifiutato, fu assassinato nel tratto di via Salvator Rosa compreso tra l'angolo di via Gesù e Maria e Piazza Mazzini. Sulla base di questa testimonianza ritengo di poter smentire la versione ufficiale che vorrebbe il Tommasone fucilato sotto i portici della Galleria Principe Umberto. Il Porro, preso nel rione Materdei fu trascinato via tra il ludibrio di una piccola folla di facinorosi e spinto su un cumulo di immondizie, dove persino suo padre fu costretto a sputare sul figlio. Quindi fu ucciso in un crescendo di vilipendi e sevizie orchestrati platealmente dalla istigazione più feroce all'odio contro il fascista, ormai disarmato e inoffensivo. Il de Jaco narra di due franchi tiratori fascisti di via Duomo, uno dei quali venne "buttato giù dal balcone" e l'altro fucilato. Un altro ancora fu massacrato a colpi di pietra7. Ancora ferocia, ancora coinvolgimenti della popolazione su istigazione bestiale di pochi agitatori. Il De Antonellis tratta di un commando che uccise molti partigiani tra via Salvator Rosa e il Museo; un altro gruppo che sparava su Piazza Dante dal liceo Vittorio Emanuele; singoli tiratori a via Toledo, in via dei Mille, alla salita Magnacavallo (attualmente via F. Girardi). Secondo De Antonellis i fascisti asserragliati nella caserma Paisiello, in piazza Montecalvario, avendo tenuto duro per due giorni, quando furono attaccati in forze il giorno 30, dopo un'ora di sparatoria, riuscirono a dileguarsi8, (approfittando, evidentemente, di smagliature di assedianti tremebondi). Alfredo Parente scrive che nuclei fascisti "tenevano duro in alcune zone della città" e segnala "una vera battaglia tra partigiani e fascisti in via nuova Capodimonte"9. Il Tamaro testimonia episodi di fascisti tiratori in via dei Mille, al parco CIS in via Salvator Rosa, (più precisamente di fronte al parco CIS che era invece occupato dai partigiani n.d.a.) a piazza Carità e aggiunge che un  nucleo "barricatosi dentro una casa in Piazza Plebiscito resistette per due giorni". La torre degli Arditi a porta Capuana fu occupata, presa e rioccupata in ripetuti scontri tra fascisti e partigiani; tiratori fascisti furono protagonisti di alcune sparatorie al Vomero, restando spesso uccisi10. Artieri racconta l'episodio di un uomo che si era esposto allo scoperto durante una sparatoria al Vomero, afferrato dal Tarsia per farlo mettere al riparo, si divincolò insolentendolo. Colpito poi con due bastonate al capo, fu atterrato e, "portato in salvo in un portone, gli si trova una tessera". Era il Federale di Enna. "Volevo morire" - dice. "Non morì". Testimoni oculari mi hanno riferito che il tenente de Fleury, che poi me lo ha confermato personalmente, appostato in posizioni strategiche ad Afragola, oppose strenua resistenza con i suoi militi fino all'arrivo degli anglo-americani.
    Il reparto al completo, sempre agli ordini del focoso tenente, riuscì a disimpegnarsi, ad impadronirsi di un autocarro ed a ripiegare a nord, per continuare la lotta sotto la bandiera della R.S.I.
    Spavaldamente votati al sacrificio supremo, apparvero al Berti quattro giovanissimi tiratori fascisti a Piazza Mazzini, imberbi kamikaze in camicia nera, piantati in mezzo alla piazza, armati soltanto di moschetto, mentre i partigiani appostati prudentemente al riparo delle finestre dei palazzi circostanti, sparavano su di loro. Così li vide il Berti, interprete di una colonna tedesca che, in ritirata, transitava per Piazza Mazzini.
    La colonna si fermò, i quattro giovani in camicia nera furono invitati a salire, ma si rifiutarono affermando spavaldamente di voler invece aspettare gli anglo-americani per opporre l'ultima resistenza. Oltre alla testimonianza del Berti in "Wermacht-Napoli 1943" di loro non si è saputo più nulla11. La caccia al fascista da parte dei partigiani si protrasse ferocemente fino all'arrivo degli anglo-americani ed anche oltre, con contorno di devastazioni e saccheggi sistematici dei rispettivi appartamenti. Il primo ottobre a Ponticelli fu linciato in piazza con rinnovata ferocia e sadica voluttà Federico Travaglini, già fiduciario del Fascio di Ponticelli prima del 25 luglio, che pure non aveva, per generale riconoscimento, mai trasceso nella sua carica e non aveva neppure più svolto attività politica. Il cadavere venne vilipeso oscenamente persino da donne e bambini12.
    Non era mai successo nella storia di Napoli.
    Appaiono così i primi frutti di una cinica e spietata regia estranea alla nostra cultura, la stessa regia barbara e feroce che sarà poi imposta al Nord e di cui ancora oggi dobbiamo registrare gli effetti disgreganti.
 
 
NOTE
 
Il testo è stato emendato dalle numerose note (vedi numeri di riferimento da 1 a 12) presenti sull'originale cartaceo.
 
 
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755

VALERIO PIGNATELLI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO -Capitolo VIII-
Francesco Fatica
 
 
    Come abbiamo già visto, il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara venne designato quale capo delle "Guardie ai Labari".
    Eccezionale personaggio di grande coraggio, carattere avventuroso, indipendenza e stile di vita, vita vissuta intensamente, sempre teso nella lotta per i più alti ideali, nacque a Chieti nel 1886; come già detto, fu comandante di Arditi nella grande guerra; di Dubat nella guerra di Etiopia; di Frecce Nere nella guerra di Spagna; carico di medaglie e di ferite, di ordini militari nei più alti gradi (di Savoia, italiano - della Legion d'onore, Francese - della Silver Star, americano - della Cruz Laureada di San Fernando, spagnolo) alla sua non più tenera età aveva voluto ancora ottenere il comando di un reparto di paracadutisti, dopo aver regolarmente frequentato e superato i corsi ed i lanci a Tarquinia.
    Durante la sua movimentatissima vita aveva trovato il modo di impegolarsi nella rivoluzione comunista di Bela Kun in Ungheria: era addetto militare a Budapest e rimase, unico diplomatico straniero a proteggere gli interessi di quasi tutti i paesi europei.
    Ritenne ancor più doveroso partecipare agli eventi della rivoluzione della stessa Russia Sovietica, dove combattè ovviamente con i "Bianchi" di Wrangel.
    Nel 1920 fu implicato in Messico in una delle tante rivoluzioni di quel periodo finendo per essere acclamato imperatore in una provincia del Sud, sia pure per soli dieci giorni; Valerio Pignatelli ne rideva per primo quando lo raccontava.
    Purtroppo, quell'avventura fu funestata dalla tragica perdita della prima moglie. Egli stesso scampò per puro miracolo oltre frontiera, negli Stati Uniti, dove arrivò ferito senza scarpe, sconosciuto.
    Ma dopo sei mesi riuscì a risalire la china e sposò la figlia del miliardario Hearts proprietario di una catena di giornali estesa dal Pacifico all'Atlantico. Da questa seconda moglie dovette divorziare più tardi per incompatibilità con lo stile di vita dei miliardari americani.
    Tornato in Italia, sposò poi Maria De Seta, che aveva già conosciuta molti anni prima, giovanissima; Maria fu per lui la moglie ideale in quanto concordava con lo stile e con gli ideali a cui egli aveva consacrato la vita.
    Valerio Pignatelli aveva aderito tra i primi al movimento fascista, ma si era dimesso più volte; fu in accesa polemica anche con Farinacci.
    Il 25 luglio '43 Pignatelli, più ribelle che prono alla dittatura fascista, avrebbe potuto ritenersi esonerato dall'incarico delle ipotizzate Guardie ai Labari, incarico imprecisato e pressocchè irrealizzabile per i sopravvenuti eventi. Invece, coerentemente con il suo stile di vita e con i suoi ideali, il principe ritenne di aver il dovere di attuare a qualunque costo il difficilissimo mandato.
    Come già detto nel cap. I, Ettore Muti, Barracu e Pignatelli preparavano un colpo di mano per liberare Mussolini, ma poi si divisero i compiti e Pignatelli tornò in Calabria per ricostruire l'organizzazione delle "Guardie ai labari" nell'imminenza dell'invasione.
    A Napoli nel frattempo agiva, su disposizioni avute direttamente da Ettore Muti, un altro protagonista della lotta clandestina, il tenente Antonio De Pascale che nel 1941 durante la sanguinosa battaglia di Monastir, nella campagna di Grecia, era stato ferito molto gravemente mentre, come comandante di compagnia, avanzava allo scoperto alla testa dei suoi soldati all'attacco di una munita posizione dominante greca.
    De Pascale riuscì miracolosamente a sopravvivere per l'intervento personale di Mussolini che seguiva l'attacco dall'osservatorio di Stato Maggiore. Così De Pascale fu imbarcato di urgenza su una nave ospedale e quindi trasferito a Bologna, dove fu ancora una volta operato e trattenuto in convalescenza e per le cure riabilitative. A Bologna fu visitato da Ettore Muti, che cercava elementi affidabili tra gli ufficiali distintisi per condotta valorosa e responsabile, onde utilizzarli in una azione di opposizione alle trame disfattiste che si concretarono poi nella seduta del Gran Consiglio il 25 luglio del 1943, ed ebbe da lui istruzioni per le azioni future. In seguito a ciò de Pascale ebbe un permesso dall'ospedale per venire a Napoli, ove contattò il tenente Sorrentino, il prof. Farnetti e Nando di Nardo, anch'egli reduce dal fronte greco, Enzo Di Lorenzo, Nicola Galdo e Vito Videtta.
    Verso la metà di dicembre 1943 Pignatelli ricevette a mezzo radio, con un cifrario precedentemente concordato con Barracu, l'ordine di spostarsi a Napoli per meglio seguire le operazioni degli eserciti "alleati" e per tenere contatti diretti anche con i fascisti della Campania.
    Il principe appena giunto a Napoli riprese i rapporti con il colonnello Luigi Guarino, vecchio ardito di guerra, Fiamma Nera, di cui era molto amico e poi entrò in contatto con Nando di Nardo e con Antonio de Pascale che aveva attivato il nucleo previsto da Muti.
    A loro si aggiunsero ben presto decine e decine di uomini e donne ferventi e decisi.
    Mi limito a citare l'ing. Ruggero Bonghi, il prof. Giuseppe Calogero, Nicola Galdo, che scriveva e stampava un giornale con un ciclostile trafugato nottetempo dalla sede del GUF, la prof.ssa Elena Rega, che poi sposò De Pascale, il libraio Bolognesi, Pasquale Purificato, Antonio Picenna, il marchese Capitano di vascello Marino de Lieto, anche lui superdecorato eroe della I guerra mondiale, che, facendo base nello studio dell'arch. De Pascale, partiva per certe sue solitarie, segretissime missioni di sabotaggio arrivando a rischiare la vita in strenui corpo a corpo, come un qualunque giovane assaltatore.
    De Pascale diceva di lui e di qualche altro che agiva in "solitario", che facevano una loro guerra privata.
    Pignatelli si servì principalmente della collaborazione dell'avv. Nando di Nardo e dell'arch. Antonio de Pascale a Napoli, dell'avv. Luigi Filosa a Cosenza e per i contatti con la Puglia, e del tenente Pietro Capocasale e di Simone Ansani nella provincia di Catanzaro1. 
    Così Pignatelli non disponendo di alcun finanziamento, fu costretto ad agire sacrificando beni personali ed utilizzando al meglio l'abnegazione di camerati in Calabria, in Puglia ed in Campania2.
    Gruppi organizzati secondo le direttive venute da Roma, vennero collegati con vari gruppuscoli nati spontaneamente fra giovani ed anziani.
    A Napoli riuscirono a prendere contatti con il mondo dell'antifascismo e con le massime autorità del governo badogliano e degli eserciti di occupazione.
    I collegamenti con la Calabria erano tenuti dal colonnello Guarino, superando proibitive difficoltà di viaggio.
    Intanto aveva preso contatti con Pignatelli il tenente di vascello Paolo Poletti, agente speciale della RSI, che era riuscito ad infiltrarsi nell'OSS (servizio segreto americano).
    Giovanni Artieri nella sua "Cronaca della Repubblica Italiana" racconta come il principe e la principessa si sistemarono strategicamente in una villetta sulla collina di Monte di Dio, nella piazzetta del Calascione, villetta che fu frequentata da intellettuali antifascisti e dal più qualificato mondo militare inglese e americano presente a Napoli, dalle massime autorità del governo del "Re", dal generale Wilson, dai capi dei servizi segreti militari (l'Intelligence Service, inglese - l'OSS, americano - il SIM, italiano), dai capi dell'amministrazione di occupazione (AMGOT), dal prefetto, dai generali "alleati" di passaggio per la città. A tutta questa gente i principi Pignatelli offrivano lauti pranzi, in una cornice aristocratica abbagliante e... "con roba calabrese" allora irreperibile a Napoli, ottenendone preziose informazioni militari e politiche, come scrisse lo stesso Pignatelli nel suo rapporto inviato alla Corte Centrale di Disciplina del MSI nel giugno 1948 in occasione di una polemica con il prof. Pace.
    Scrisse Giovanni Artieri del principe e della principessa3: "Lavora-vano, insomma nel rosso dell'uovo. Apparivano insospettabili agli occhi inglesi e americani; Valerio per le innumerevoli relazioni collegate con la sua vita negli Stati Uniti, per la sua amicizia con Alexander Kirk e innumerevoli diplomatici americani e inglesi; lei, per uguali relazioni, specialmente nell'establishment britannico e fin quasi ai gradini del trono; perfetti inoltre nelle lingue che parlavano con l'accento di Oxford, passaporto di efficacia insuperabile presso il mondo anglosassone. Così tra l'ottobre 19434 e l'aprile 1944, nel cuore stesso di Napoli e del mondo antifascista e anglo-americano, visse e operò una cellula binaria singolarissima, che animò gran parte della "resistenza" nell'Italia meridionale".
    Pignatelli e sua moglie raccoglievano larga messe di notizie preziose per l'attività clandestina e per la R.S.I.
    Quando al principe fu trasmesso l'ordine di recarsi nella R.S.I., lasciandosi però la possibilità di tornare al Sud, Pignatelli riuscì ad ottenere un lasciapassare, ma soltanto per sua moglie, attraverso i buoni uffici del tenente di vascello Paolo Poletti (infiltrato, come si è detto, nell'OSS americano).
    Nel frattempo però un certo tenente Nuvolari5 era riuscito ad ottenere la fiducia e le simpatie dei principi Pignatelli e dei loro camerati. Accompagnò la principessa insieme a Poletti fino al punto in cui Ella si avviò a passare le linee inoltrandosi arditamente nei campi minati.
    Maria Pignatelli si incontrò con Barracu e fu portata in aereo da Mussolini, che voleva essere minutamente informato sull'attività clandestina fascista e voleva soprattutto essere sicuro che nessuna provocazione fosse attuata, facendo così evitare sanguinose rappresaglie in grado di accendere la miccia della guerra civile anche al Sud.
    Fu stabilito anche un cifrario sulla base, in chiave nove, della poesiola "La vispa Teresa" ed un codice da adoperare nella trasmissione per i prigionieri di guerra (Pignatelli era "Il cappellano", Barracu era "Ciccio", Mussolini "l'autocarro" e via di seguito)6.
    Ma l'Intelligence Service, che aveva infiltrato il suo agente Nuvolari, essendo al corrente della vera identità della principessa che aveva attraversato le linee sotto falso nome, non appena la Pignatelli ritornò a Sud, pretese dagli americani l'arresto dei principi nonostante le disperate manovre del tenente di vascello Poletti, il quale per salvare i principi, finì per scoprire il suo gioco.
    Fu anch'egli arrestato e torturato fino a farlo impazzire in una villetta isolata alle falde del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco, dove gli alleati tenevano i loro "interrogatori".
    Poletti non parlò; oramai ridotto ad un povero essere urlante fu tradotto al carcere di Santa Maria Capua Vetere ed ivi rinchiuso nella cella n° 8, la cella imbottita riservata ai pazzi furiosi.
    Il 19 maggio del '44, il sergente americano di guardia lasciò a bella posta la porta della cella aperta e non appena Poletti continuando ad urlare nudo ed ammanettato, uscì nel corridoio, gli scaricò addosso la pistola di ordinanza7.
    La salma fu rigettata nella cella e, chiusa a chiave, venne lasciata per due giorni a terra. Alla fine fu messa a forza in una bara molto piccola rispetto alla sua corporatura.
    Il principe e la principessa, probabilmente a causa delle loro amicizie importanti e forse anche per soffocare lo smacco delle compromissioni delle alte personalità che erano state loro ospiti, furono "interrogati" con metodi meno feroci, ma psicologicamente stressanti. La principessa, considerata più debole, fu messa al muro due volte, inscenando finte fucilazioni. Nei primi tempi furono detenuti nella villa de Falco sulle pendici del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco: forse la stessa dove era stato torturato il martire Poletti e, prima di lui, altri Agenti Speciali della R.S.I.
    Intanto anche Di Nardo fu compromesso per una lettera inviata a Roma al barone Marincola di San Floro a mezzo del tenente Sorrentino.
    Avvenne la delazione del barone o di sua moglie, americana, che decise probabilmente di "servire gli interessi del suo Paese in guerra" come scrive ancora l'Artieri. Seguì l'arresto di Di Nardo che era subentrato a capo dell'organizzazione clandestina fascista e, naturalmente, del tenente Sorrentino.
    Risultati vani gli interrogatori fatti dagli "alleati" i Pignatelli furono passati al CS (che aveva sede in Napoli a Via Fiorelli) capeggiato dal maggiore Pecorella, dei CC.RR., che, in stato d'ira, arrivò a colpire l'anziana principessa con il calcio della pistola sulla fronte, provocandole una ferita lacero-contusa che sanguinò abbondantemente8.
    Per inviare i messaggi da Via Fiorelli, Pignatelli finì per servirsi degli stessi militari incaricati di sorvegliarlo, evidentemente ben disposti a lasciarsi convertire. Quattro di essi furono scoperti e imprigionati, ma ebbero sempre un contegno virile e dignitoso, alla pari degli altri detenuti politici.
    Arrestato Di Nardo, al vertice dell'organizzazione restò De Pascale.
    A dargli man forte attraversarono le linee un gruppo di marò della X MAS al comando del tenente Bartolo Gallitto. In mezzo ad essi però c'era un agente doppio che li tradì; così furono arrestati e, con essi, anche De Pascale.
    Un altro Agente Speciale che aveva attraversato le linee e si era presentato a De Pascale fu Antonio Granata, napoletano verace, ottimo soldato che seppe tener testa intelligentemente, senza mollare alcuna informazione, al famigerato maggiore Pecorella giocandolo sui tempi fino a poter usufruire dell'amnistia del '46.
    Granata finì con De Pascale nella stessa cella, la cella n° 97 del padiglione Italia del carcere di Poggioreale, illuminata da un'unica finestrella a bocca di lupo. Il padiglione Italia riservato ai detenuti politici era talmente affollato di fascisti che fu necessario occupare alcune celle dell'adiacente padiglione H, ove anch'io ebbi la ventura di essere ospitato.
    Onoratissimo.
    Del processo contro i fascisti di Napoli e gli "agenti speciali" di Bartolo Gallitto parleremo in seguito.
    Dopo l'occupazione di Roma, il principe fu trasferito a Regina Coeli. Qui, a metà luglio, ricevette in modo del tutto insolito - dati i regolamenti carcerari - la visita di suo cognato, il principe Antonio Pignatelli di Terranova, che fu guidato direttamente nella sua cella, accompagnato dal procuratore generale del Tribunale americano di Roma, presentatogli come un caro amico. Il cognato si offrì di tirarlo fuori dal carcere con l'aiuto dell'amico americano, ma Pignatelli rifiutò recisamente.
    Dopo aver trascorso un paio di mesi a Regina Coeli, Pignatelli, fu trasferito nel campo di concentramento di Padula9, ricavato nella celebre Certosa, dove incontrò altri duemila camerati colà ristretti, polarizzando ogni attività politica e morale degli internati.
    Nel marzo 1945 fu trasferito nel carcere di S. Giovanni a Catanzaro per essere processato da quel Tribunale militare.
    Fu in quell'occasione che potei osservarlo da lontano, durante "l'ora d'aria", essendo anch'io detenuto nello stesso carcere. I secondini avevano ordini severissimi di non farlo avvicinare dagli altri detenuti. Egli prendeva il sole a torso nudo in un recesso del cortile del vecchio carcere per dar sollievo alle sofferenze provocate dai postumi delle sue molte ferite di guerra di cui si intravedevano chiaramente le cicatrici10.
    Processato dal Tribunale Territoriale Militare di Guerra della Calabria, fu condannato a dodici anni di carcere, essendo riuscito a minimizzare l'attività svolta ed avendo incontrato, evidentemente, la disponibilità di giudici che non gradivano compromettersi troppo11.
 
 
Schizzo dal vero eseguito da Vittorio Capocasale, coimputato di Pignatelli, nel carcere di S. Giovanni a Catanzaro.
 
    Dopo la condanna fu spedito al borbonico penitenziario di Procida dove finalmente incontrò quei giovani del processo degli "88 fascisti di Calabria" che, essendo stati condannati a pene più rilevanti, erano stati assegnati allo stesso penitenziario.
    A Procida erano affluiti anche altri fascisti provenienti da varie parti. Per tutti costoro Pignatelli costituì ancora una volta una guida morale e ideale12.
    Il principe venne poi trasferito nel carcere militare di Napoli (Castel S. Elmo) e fu sottoposto a nuova istruttoria per le vicende del gruppo di clandestini napoletani, ma il processo si estinse per l'amnistia del giugno 1946, come sarà riferito nel cap. XIV.
    E' da ricordare che, secondo quanto testimoniò Antonio Bonino, vice-segretario del P.F.R., Mussolini, richiedendo la consegna del principe Valerio Pignatelli e Signora, offrì in cambio qualsiasi persona, non escluso lo stesso Ferruccio Parri13.
    In una parentesi letteraria della sua vita il principe aveva anche scritto qualche romanzo di cappa e spada, quindi aveva dimestichezza con la penna e si era proposto di scrivere, in collaborazione con la moglie, una storia dettagliata dell'attività clandestina fascista.
    Purtroppo nel 1965 Valerio Pignatelli morì a Sellia Marina (CZ) senza aver portato a termine la sua fatica.
    Le sue carte furono consegnate anni dopo dalla principessa al giornalista Marcello Zanfagna deputato del Msi-DN, il quale, preso da mille impegni contingenti, non seppe trovare il tempo per portare a termine il libro che si era proposto di pubblicare.
    Purtroppo i documenti di Pignatelli, insieme a molte altre carte di altro genere, andarono disgraziatamente perduti in una vicenda di alienazione di immobile alla morte di Marcello Zanfagna.
    Ci restano oggi il rapporto che Pignatelli inviò il 7-6-1948 alla Corte Centrale di Disciplina del MSI, la memoria di Nando Di Nardo, le testimonianze dirette dello stesso Di Nardo (prima della morte) e dell'arch. Antonio De Pascale, i quali ressero, dopo Pignatelli, il comando generale della lotta clandestina fascista nell'Italia meridionale.
    E' impossibile parlare dell'attività politico-militare di Valerio Pignatelli senza accennare a colei che fu la sua migliore collaboratrice e forse ispiratrice, che certamente seppe affrontare rischi e difficoltà con ardire e forza d'animo sovrumani.
    Maria Elia era figlia di un ufficiale di Marina; crebbe nella piena adesione alla massima fascista del "Vivere pericolosamente", praticò sport audaci e amò rischiare in lunghe e temerarie navigazioni a vela. Sposò molto giovane il marchese De Seta. Con Valerio si incontrarono una prima volta ma presero vie diverse; più tardi, quando si sposarono, Maria e Valerio unirono due caratteri avventurosi ed impetuosi, entrambi prorompenti nel più appassionato amor di patria spinto fino ad osare l'estremo sacrificio, come d'altronde non era raro trovare allora in uomini, donne, giovani ed anche giovanissimi cresciuti nel clima fascista.
    Due caratteri molto simili, con interessi e forti sentimenti comuni, si incontrarono e talvolta si scontrarono, giungendo però ad ottenere, in un comune afflato, la conquista delle mete agognate.
    Maria Pignatelli ebbe modo di mostrare le sue altissime qualità quando svolse la sua missione in R.S.I., che iniziò affrontando tranquillamente le insidie dei campi minati durante l'attraversamento delle linee nella zona di Cassino e che portò a termine con perizia di diplomatico, facendosi apprezzare e stimare da italiani e da tedeschi14.
    In particolare, durante una colazione con Barracu e Kesserling, questi ebbe a scrivere su di un cartoncino, che era sul tavolo "Se l'Italia ha molte donne intrepide come lei è una nazione che non può morire".
    Ed effettivamente Maria Pignatelli fu una donna intrepida anche quando fu "interrogata" dagli "alleati" che usarono mezzi di tortura morali, psicologici ed intimidazioni scientificamente studiate arrivando a metterla al muro ben due volte per finte fucilazioni.
    Passata poi al C.S. badogliano, fu minacciata con la pistola in pugno dal capitano CC.RR. del C.S. De Fortis, e fu schiaffeggiata15.
    Sempre nei locali del C.S. fu percossa col calcio della pistola dal maggiore Pecorella e fu vista con la fronte sanguinante dall'architetto De Pascale colà detenuto. Anche la principessa fu portata a Roma e rinchiusa alle Mantellate, quindi nel campo di concentramento di Padula.
    Alla chiusura di questo campo fu trasferita in quello di Terni tenuto dagli inglesi e da qui in quello di Riccione, anch'esso inglese, dove riuscì ad evadere audacemente conducendo poi vita clandestina fino al 9 dicembre 1947 e cioè fino all'entrata in vigore del trattato di pace.
    In tutte le carceri ed i campi dove fu rinchiusa, la principessa divenne guida morale e politica delle altre internate; tornata alla vita civile, si interessò sempre di aiutare i camerati perseguitati dalla sorte, e soprattutto dagli antifascisti.
    Maria Pignatelli è quindi degna di essere iscritta nell'albo d'oro delle donne fasciste che tutto diedero alla Patria, quali furono le Ausiliarie, quali le giovanissime franche tiratrici di Firenze, e quali perfino, oso dire, le ingenue ragazze del Sannio che avrebbero voluto lottare assieme ai camerati e che, in mancanza di contatti, isolatamente intrepide, presero l'iniziativa di lanciare dalle finestre mucchi di schegge di vetro sugli invasori anglo-americani16.
 
 
NOTE
 
Il testo è stato emendato dalle numerose note (vedi numeri di riferimento da 1 a 16) presenti sull'originale cartaceo.
 
 
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755

IL PROCESSO DEGLI 88 FASCISTI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO -Capitolo X-
Francesco Fatica
 
 
    L'organizzazione clandestina fascista in Calabria merita una particolare menzione, sia per il numero degli imputati nel processo che si tenne a Catanzaro nell'aprile 1945, che per l'importanza delle strutture finalizzate al sabotaggio ed alla guerriglia che vennero scoperte dagli inquirenti.
    Dalle indagini dei CC.RR. (Carabinieri Reali) vennero portati in luce quattro centri operativi clandestini: a Catanzaro, a Nicastro - Sambiase (oggi Lamezia Terme), a Crotone ed a Cosenza. Ma, come si può ben capire, fu adottata ogni tipo di precauzione per sminuire agli occhi degli inquirenti la vastità e l'efficienza dell'organizzazione che operava clandestinamente anche in molte altre zone.
    I CC.RR. di Nicastro fin dal settembre '43 avevano dovuto notare le manifestazioni di un'attività clandestina fascista nel Nicastrese che andò man mano intensificandosi fino ad arrivare ad attentati dinamitardi intimidatori contro strutture del partito comunista e abitazioni di personalità antifasciste.
    Furono arrestati alcuni giovanissimi, già iscritti alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio), comandati dallo studente liceale Lionello Fiore Melacrinis: un biondino amato da tutti, bello, bravo, studioso, ardito e trascinatore.
    Era una squadra agguerrita di adolescenti delle scuole superiori, avevano raccolto un notevole armamentario bellico e si preparavano a ritirarsi sulle montaghe delle Pre Sila, che sovrastano Nicastro, per passare a vere e proprie operazioni di guerriglia.
    Nel frattempo tentativi andati però a vuoto, di sabotaggi di ponti a Sambiase ed a Soverato, portarono alla scoperta di altri clandestini e di notevole quantità di materiale esplodente.
    Ancora una scoperta dei CC.RR. questa volta nei pressi di Cosenza: il sottotenente Vittorio Bruni aveva consegnato armi del Regio Esercito ai clandestini fascisti.
    Intanto, per una fortuita coincidenza, quasi contemporaneamente veniva segnalato nei pressi di Crotone un trasporto clandestino di bombe a mano che portò, dopo varie vicissitudini, al rinvenimento di un notevole deposito di armi da guerra  in un casolare di proprietà del marchese Gaetano Morelli, maggiore dell'esercito in congedo.
    Morelli aveva sacrificato beni personali per finanziare l'organizzazione di una squadra che era ormai pronta a prendere la via della Sila per operare con sufficiente armamento, vettovaglie ed attrezzature. Tutto questo non fu ovviamente rivelato al processo ma l'entità del materiale bellico ritrovato era un indizio abbastanza eloquente. Le vettovaglie invece furono del tutto trascurate. 
    Le indagini furono spinte in tutte le direzioni e fu relativamente facile trovare indizi che incriminarono a Catanzaro alcuni dei promotori dell'organizzazione e portarono alla scoperta di altri depositi di armi e munizioni.
    Il tenente Pietro Capocasale era stato prima dell'arresto, un attivo coordinatore dell'organizzazione clandestina. Aveva tessuto una fitta rete di collegamenti per conto del principe Valerio Pignatelli con i gruppi citati e con molti altri rimasti clandestini, disseminati in tutta la Calabria.
    Dopo breve latitanza fu arrestato a Bari l'avv. Luigi Filosa che aveva raccolto attorno a sè in Cosenza un gruppo di professionisti, studenti universitari e fascisti di ogni estrazione sociale, giovani ed anziani, di Cosenza e della provincia, ed era in collegamento anche col resto della Calabria, con la Puglia e con Napoli. 
    Essi si preparavano alla guerriglia raccogliendo armi e vettovaglie, ma si preparavano anche ad effettuare sabotaggi in grande stile, prendendo di mira i tralicci dell'alta tensione che portavano l'elettricità prodotta dalle centrali idroelettriche della Sila.
    Le centrali erano sorvegliate da reparti "alleati", ma le linee elettriche restavano vulnerabilissime1.
    Il tenente Capocasale, nei suoi giri di ispezione e coordinamento, aveva raccomandato in particolare ai ragazzi di Nicastro di mantenersi calmi per poter meglio prepararsi ad intervenire non appena le circostanze si fossero mostrate favorevoli, evitando così di compromettere la clandestinità con azioni troppo scoperte in un piccolo centro, dove , le indagini potevano essere mirate più facilmente. Ma le sue raccomandazioni furono spesso trasgredite, sia per la linea dura che il notaio Ugo Notaro, anziano fascista intransigente, capitano di fanteria in congedo, voleva imporre, sia per la naturale irruenza di molti giovanissimi clandestini che, autonomamente e spavaldamente, continuarono ad usare esplosivi anche dopo l'arresto dei loro coetanei più sfortunati.
    Gli "Alleati", secondo un clichet ormai abitudinario, lasciarono il processo agli italiani di Badoglio. Il Tribunale Militare Territoriale della Calabria, con sede a Catanzaro, fu investito della responsabilità di istruirlo. Ma gli ufficiali del Regio Esercito non dimostrarono affatto entusiasmo e tanto meno zelo per l'incarico ricevuto, anzi adoperarono ogni possibile solerzia per limitarne la portata2.
    Può apparire strano che un tribunale militare in tempo di guerra non operi nell'ambito del codice penale militare di guerra.
    Bande armate, fucilazioni, invece, furono argomenti immediatamente scartati. Così essi passarono disinvoltamente all'art. 270 del codice penale: associazione sovversiva. Ma anche questa imputazione venne successivamente derubricata, con l'aiuto degli avvocati della difesa, in associazione a delinquere 
    Francesco Tigani Sava, nel suo documentato studio sul "processo degli 88", afferma che i giudici fecero una sentenza destinata ad essere facilmente annullata per mettersi al sicuro contro eventuali capovolgimenti di fronte, ma non si può escludere che essi sentissero, sia pure sotto la divisa dell'esercito regio, battere ancora un cuore che non riusciva a dimenticare del tutto l'amore per l'Italia e per i suoi figli. 
    Analogamente il magg. Oreste Pecorella capo di stato maggiore del SIM (Servizio informazioni militari), che aveva redatto il rapporto sull'argomento con oggetto: movimento fascista nell'Italia meridionale, sfumò molto le responsabilità degli aderenti alla cospirazione, negò che fra i vari gruppi clandestini scoperti esistessero collegamenti. Addirittura poi, venuto a conoscenza delle notizie sulle armi segrete tedesche (bomba atomica, la nube misteriosa sul nord Europa, l'offensiva di Von Rustedt), andò a trovare Nando Di Nardo, detenuto nella certosa di Padula, trasformata in campo di concentramento per duemila fascisti, e gli dichiarò di aver evitato di citare nel suo rapporto tanti particolari a sua conoscenza, che avrebbero indubbiamente aggravato la posizione degli imputati e che avrebbero consentito il collegamento del processo degli 88 fascisti di Calabria con quello del principe Valerio Pignatelli e altri fascisti napoletani e calabresi3.
    In quell'occasione Pecorella, dopo aver usato parole di stima e di solidarietà, quasi di complicità, si raccomandò apertamente affinchè Di Nardo convincesse Pignatelli a non infierire su di lui nel caso che le parti dovessero invertirsi. Il 6 aprile del '45, dopo circa un anno di istruttoria, i giudici, finito il dibattimento, si riunirono in camera di consiglio4.
    Le strade di Catanzaro brulicavano di folla; fascisti e simpatizzanti si agitavano minacciosamente sotto il naso di carabinieri e poliziotti radunati in tutta fretta.
    L'aula magna del tribunale, affollatissima di pubblico, era vigilata dall'alto attraverso i finestroni, da carabinieri armati di mitra ostentatamente rivolti in basso verso il pubblico.
    La Corte temporeggiava. Finalmente, appena poco prima dell'alba, le strade si sfollarono; dopo ben 19 ore di camera di consiglio, i giudici si decisero a leggere la sentenza: 10 anni di reclusione per Pietro Capocasale, 9 anni per Gaetano Morelli, 8 anni per Luigi Filosa e per Attilio e Giuseppe Scola (di Crotone) ancora 8 anni per Antonio Colosimo, Nino Gimigliano e Aldo Paparo (di Catanzaro) nonchè Ugo Notaro (di Nicastro), 6 anni per chi fu ritenuto partecipante più attivo, mentre 4 anni per i semplici partecipanti. Infine ai minorenni 24 mesi di reclusione. Altri imputati per cui non era stato possibile raggiungere la prova di colpevolezza, vennero assolti.
    Era l'alba del 7 aprile.
    Appena letta la sentenza, una sorta di ruggito di rabbia sgorgò dalla folla e gli imputati in piedi di fronte ai giudici allibiti esplosero nel canto di "Giovinezza"; era un raptus generale, i carabinieri sui finestroni, confusi, non sapevano cosa fare.
    Più tardi, nel chiuso del furgone cellulare che li riportava in carcere, il mastodontico brigadiere Putortì e i carabinieri di scorta, con gli occhi rossi dalle lacrime trattenute, si unirono ai condannati nel canto di "Giovinezza".
 
 
NOTE
 
Il testo è stato emendato dalle numerose note (vedi numeri di riferimento da 1 a 3) presenti sull'originale cartaceo.
 
 
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755

INTERVISTA A DE PASCALE da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO -Capitolo  XVI-
Francesco Fatica
 
 
    Sappiamo già che trascorse le vicende descritte nei precedenti capitoli, avvenne, come s'è visto, l'arresto di Pignatelli e di Guarino e subito dopo anche quello di Di Nardo, compromesso da una lettera inviata al barone Filippo Marincola di S. Floro.
    Restò quindi unicamente a De Pascale la responsabilità della dirigenza del movimento clandestino fascista in Campania.
    Oggi egli è rimasto l'unico vivente dei responsabili del vertice clandestino fascista dal '43 al '45. A lui quindi mi sono rivolto per attingere direttamente alla fonte - dopo oltre 50 anni di riserbo - le notizie ed i chiarimenti che meglio possono concludere questa ricerca storica.
 
— Caro De Pascale, per cominciare, ti prego di descrivermi i sentimenti che animavano, oltre te, anche i gregari della lotta clandestina.
— De Pascale: - Eravamo ispirati dagli stessi ideali che ci avevano animati sui campi di battaglia, con in più la rabbia disperata di vedere calpestato il suolo della Patria da orde straniere, che gozzovigliavano nelle nostre città, umiliandoci ogni giorno con la loro arroganza e poi soprattutto sentivamo il bisogno supremo di riscattare ad ogni costo l'Italia dalla vergogna dell'armistizio e del tradimento. Anche noi, come i camerati del Nord, ci preparavano a batterci per l'onore d'Italia.
 
— Ti prego ancora di ricordare qualche nome di camerati impegnati nella lotta clandestina.
— Oltre Di Nardo e il col. Guarino, che teneva i contatti con le bande armate calabresi, ricordo Nicola Galdo, che stampava un giornale clandestino con il ciclostile che avevamo recuperato dal G.U.F., il prof. Calogero, il libraio Bolognesi, il marchese capitano di vascello Marino de Lieto, super decorato, eroe della prima guerra mondiale, che conduceva una sua guerra personale segretissima e solitaria contro gli anglo-americani, sabotando ponti ed apprestamenti militari, finendo coinvolto talora addirittura in corpo a corpo come un giovane sabotatore di commando. Di lui e di qualche altro, che agiva come lui, dicevo che facevano una loro guerra privata.
    Ma, naturalmente, debbo citare ancora l'attivissima ed entusiasta Elena Rega, che poi divenne mia moglie, Pasquale Purificato, Picenna, il tenente della Decima MAS Bartolo Gallitto, che attraversò le linee con altri marò. Mi spiace tralasciare tanti altri nomi di elementi di secondo piano, però tutti validi, pieni di entusiasmo, disciplinati e pronti ad ogni sacrificio.
    Ma voglio ricordare ancora, con venerazione, il tenente di vascello Paolo Poletti, agente dei Servizi Speciali della RSI, infiltrato nell'OSS americano, che finì torturato atrocemente, fino ad impazzirne e fu poi assassinato cinicamente dal sergente americano di guardia. Non si lasciò sfuggire un nome, un accenno, un indizio.
    Quando poi anch'io fui arrestato e detenuto a disposizione del C.S., capeggiato dal famigerato maggiore Pecorella dei CC.RR., fui ristretto in quei locali a Napoli, in via Fiorelli, da dove altri giovani dei Servizi Speciali furono prelevati per essere fucilati a Nisida.
    Un giorno poi conclusero che gli interrogatori non avrebbero approdato a nulla e allora tentarono di eliminarmi con la messa in scena della tentata fuga;ma io ebbi nervi saldi e non cascai nel tranello.
 
— Inscenare un tentativo di fuga è l'espediente banalmente, ma cinicamente, usato per coprire un assassinio. Così fecero con Ettore Muti, così con Paolo Poletti. Possiamo dire che gli antifascisti non esitavano di fronte agli assassinii.
— E' proprio così. In Repubblica Sociale una serie di feroci, premeditati assassinii innescò la guerra civile.
    Da Radio Bari prima e Radio Napoli poi, si incitavano i partigiani all'assassinio sistematico come metodo di lotta. Noi invece abbiamo sempre evitato attentati sanguinosi e soprattutto spargimento di sangue fraterno. Eravamo ben informati delle abitudini e delle abitazioni degli avversari, qui al Sud, ma abbiamo deliberatamente evitato di innescare rappresaglie che avrebbero lasciato un solco profondo di odio tra gli italiani.
    Se pure fossimo stati tentati di agire in questo senso, avevamo avuto continue, categorie disposizioni da Mussolini, sia per via radio, ma anche, più esplicitamente, attraverso il rapporto della principessa Pignatelli.
    Avremmo potuto facilmente ripetere a Napoli un attentato simile a quello di via Rasella per ottenere una strage di rappresaglia simile, se non peggiore di quella delle Fosse Ardeatine; ma a noi è sempre ripugnata la strategia stragista.
    Avevamo invece previsto tassativamente che, in caso di attentati, uno di noi avrebbe dovuto costituirsi per addossarsene la responsabilità, onde evitare rappresaglie con vittime civili.
    La tecnica del "sangue chiama sangue", come tutti sanno, fu invece largamente attuata dai comunisti e dai loro accoliti, utili e feroci idioti.
    Noi no. Al Sud non c'è stata guerra civile.
 
— Bene; tu sai che anch'io, pur giovane ed impaziente gregario, oltre tutto lontano dal centro organizzativo e direttivo di Napoli, avevo lo stesso orientamento tattico,  per costituzione morale derivata dall'educazione fascista avuta nella GIL e nel clima in cui ero vissuto, ma dobbiamo spiegare adesso: questa organizzazione clandestina che c'era a fare se non poteva, nè doveva lottare liberamente, senza esclusione di colpi?
— Come già ti ho detto altre volte, Mussolini voleva assolutamente che, almeno al Sud, fossero evitate le feroci nefandezze della guerra civile.
    Noi clandestini avremmo dovuto entrare in azione alla grande solo nel caso, non improbabile, di un capovolgimento della situazione militare, cosa che sembrò più volte imminente, sia per le tanto propagandate armi segrete tedesche (vedasi bomba atomica) sia per le controffensive, in particolare quella di Von Rustedt nelle Fiandre che sembrò aver sgominato gli eserciti alleati.
    Lo stesso maggiore Pecorella, a contatto con il Servizio Informazioni Militari, quando subodorò possibile una certa concretezza nelle nostre speranze, si recò alla Certosa di Padula a perorare presso Di Nardo, colà detenuto, la sua causa personale, scoprendo sue benemerenze di doppiogiochista, chè non aveva rivelato tutto quello che aveva scoperto, cercando di non aggravare la nostra posizione processuale.
    Concludendo, Mussolini volle evitare ogni sia pur minimo spargimento di sangue fraterno. Per esempio, i comunisti di vertice a Napoli, a cominciare da Togliatti, alias Ercole Ercoli, avrebbero potuto agevolmente essere eliminati. Non fu così.
    Se oggi nel Meridione non si è scavato un profondo solco di sangue fra italiani, il merito è soltanto di noi fascisti e soprattutto di Mussolini.
 
 
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755

ELENA E IL FASCISMO CLANDESTINO NELL'ITALIA OCCUPATA
Francesco Fatica
 
 
Elena Rega, figlia del colonnello Cosimo, superdecorato della 1° guerra mondiale, comandante del 39° rgt. Fanteria, caduto eroicamente in combattimento nel 1918, proprio negli ultimi giorni di guerra, crebbe nella venerazione, nel vago ricordo del Padre e nella religione della Patria. La Patria, come l’abbiamo sentita noi e la gran parte del popolo italiano, sempre più profondamente legata all’Idea fascista, di cui Elena divenne una fervente, entusiasta e fedele credente.
S’impegnò negli studi e negli sport, com’era nello stile di vita fascista; fu appassionata particolarmente di atletica leggera fino a divenire nel 1939 campionessa nazionale di ginnastica artistica. Il relativo brevetto le fu consegnato a Palazzo Venezia e poi furono introdotti, Lei e gli altri campioni, dal Duce. E di ciò fu sempre orgogliosa.
S’era iscritta alla facoltà di Chimica ed ovviamente aderì al GUF (Gruppo Universitario Fascista) di cui divenne ben presto Fiduciaria Femminile (dal 1938 fino al 1943, data in cui Badoglio fece sciogliere il PNF, Partito Nazionale Fascista, e le sue organizzazioni).
Laureatasi a pieni voti, è stata l’unica analista del Laboratorio dell’Istituto d’Igiene e Profilassi della provincia di Napoli, di cui divenne vice direttrice.
Mobilitata civile, usava la sua potente motocicletta "Bianchi freccia d’oro" per gli spostamenti, in città e in provincia, inerenti ai Suoi compiti d’ufficio. Per poter più agevolmente cavalcare il suo "cavallo d’acciaio", vestiva eleganti abiti sportivi di foggia maschile, da Lei stessa ideati, che precorsero i tempi di cinquant’anni, ma che all’epoca costituivano un abbigliamento rivoluzionario, poco accettabile per il volgo e per i borghesi bigottamente conformisti e conservatori. Ma dei commenti di costoro la nostra irruente Camerata s’infischiava, mostrando così un aspetto esplosivo del suo carattere forte e ribelle ad ogni pecorile conformismo.
La guerra Erano i tempi difficili ed eroici della guerra. Napoli presa di mira quotidianamente, notte e giorno, dai bombardieri "alleati", era stata danneggiata gravemente in tutte le sue strutture; erano i tempi eroici in cui Riccardo Monaco e pochissimi altri piloti, votati alla morte, si alzavano in volo con i loro minuscoli aerei da caccia per attaccare le cosiddette "fortezze volanti"; erano i tempi in cui era difficile sopravvivere a Napoli; si viveva praticamente rintanati, notte e giorno, nei rifugi antiaerei, nelle gallerie della metropolitana, nei mille cunicoli e vani sotterranei dell’antico acquedotto romano.
Ma la nostra Elena Rega, mobilitata civile ligia al dovere fino all’eccesso, più e più volte sfidò la sorte avversa e gli odiati bombardieri, a bordo della sua veloce motocicletta; moderna amazzone, combatteva la sua battaglia: correva a svolgere il suo dovere con ardore di vestale, e con cuore di guerriero, incurante del pericolo.
Ma ciò non la distoglieva tuttavia dal soccorrere la povera gente che aveva bisogno d’aiuto; più di una volta portò a casa sua povere donne e bambini che avevano fame, che avevano bisogno di fare una doccia.
Allora a Napoli mancava tutto e molto spesso anche l’acqua e poi, tanti erano coloro che erano rimasti senza casa. La solidarietà patriottica, cristiana e fascista di Elena Rega ebbe molte occasioni di manifestarsi allora, ma pure in seguito uniformò appassionatamente sempre la sua condotta di vita a questa sua connaturata solidarietà, ed ebbe perciò tanta carità anche nei riguardi degli altri esseri viventi.
Per ragioni del suo ufficio fu inviata a far le analisi delle acque delle Terme di Castellammare di Stabia, inquinate, ma che si raccomandava dai superiori di far apparire potabili.
La dottoressa Rega, rigorosamente ligia al dovere, non si piegò alle disposizioni avute ed ovviamente i "superiori" se la legarono al dito.
I 45 giorni Ma vennero i giorni del tradimento, i giorni in cui le oscure manovre del re e dei massoni del suo entourage esplosero apertamente nella "seduta del Gran Consiglio del 25 luglio".
Elena reagì con tutta la vitale irruenza del suo carattere forte e spontaneo: incitava tutti i camerati del GUF a reagire, a mantenersi uniti, a prepararsi alla riscossa. Insieme a Lucia Vastadore e altri camerati, ebbe violente discussioni con Nicola Foschini, Fiduciario Provinciale del GUF di Napoli, il quale invece era fermo nel suo proposito di "dare le consegne" alla nuova burocrazia, autonominatasi "democratica".
Con Lucia Vastadore e con altri camerati del GUF e della Legione della Milizia Fascista Universitaria "Goffredo Mameli", Elena si prodigava a svolgere propaganda, a rincuorare gli sfiduciati, a raccogliere gli sbandati. Non era facile, oltre tutto i bombardamenti avevano distrutto mezza Napoli, molti erano dovuti sfollare nei paesi, in campagna o farsi ospitare da parenti. I mezzi di comunicazione erano stati colpiti gravemente e venivano ripristinati faticosamente dovendo superare enormi difficoltà, sicché si erano persi i collegamenti.
Dobbiamo considerare però che il re e Badoglio si erano affrettati a dichiarare solennemente: «La guerra continua».
E la guerra continuava sul serio, al fronte anche se con sfortunate vicende, non prive di atti di eroismo da parte di singoli o di piccoli repar ti. E la guerra continuava, sempre più terroristicamente, anche sul fronte interno.
Questa strategia di continuità, quanto mai opportuna per i "badogliardi", questo insistente richiamo alla realtà della guerra che continuava, ebbe la prevista e voluta conseguenza di mantenere fermi e disciplinati i fascisti, che, educati a tenere il culto e l’interesse della Patria al di sopra di ogni altro interesse, non potevano prendere in considerazione l’ipotesi di una ribellione o di sommosse e neanche di chiassate di piazza, che potessero in qualche modo ledere il fronte interno, mentre gli altri camerati si battevano eroicamente al fronte contro forze nemiche preponderanti.
Quindi i fascisti si incontravano, quasi clandestinamente, in case private, in piccoli gruppi spontanei e disorganizzati.
Intanto i gerarchi del fascismo più autorevoli erano stati mobilitati e spediti lontano. Ettore Muti fu ucciso a tradimento; i reparti della Milizia erano stati incorporati nel Regio Esercito, cambiati i comandanti con uomini di fiducia sabauda, così i badogliani avevano fraudolentemente disgregato le forze sane della Nazione, approfittando della forzata inerzia dei fascisti.
Nel frattempo in città, come avveniva anche altrove, bande di giovinastri e di perditempo, guidati e assoldati da agitatori comunisti, si dedicavano a gesti vandalici nei riguardi di targhe, lapidi e simboli fascisti, spesso anche di un certo valore artistico. I giovani del GUF, con alla testa l’architetto Antonio de Pascale, invalido della guerra di Grecia, Vito Videtta, Natale Cinquegrani e Lello Balestrieri, andavano a caccia di queste squadre di teppisti e attaccavano briga per impedire i loro vandalismi; ebbene Elena Rega e Lucia Vastadore pretendevano di prender parte anche a questa specie di "spedizioni punitive", nonostante che i maschi facessero di tutto per dissuaderle. Queste imprese si concludevano spesso in violenti pestaggi e tafferugli.
La resa Ma quando venne reso noto il cosiddetto "armistizio", che invece, come ormai sappiamo, era una vera e propria resa senza condizioni, allora i fascisti si sentirono finalmente liberi di affrontare gli avversari; lo stratagemma che li aveva inchiodati ad una disciplinata attesa, la frase: «La guerra continua» che li aveva mantenuti fermi e subordinati, non valeva più.
Elena, invasa dallo sdegno e dalla rabbia, moltiplicò i suoi sforzi per riannodare le spezzate relazioni con i camerati dispersi in tanti nuovi domicili; finalmente erano finiti i bombardamenti, ma la città purtroppo era caduta in preda ai disordini che si incrementavano sempre peggio: prima i saccheggi dei depositi e dei magazzini militari abbandonati, quindi uomini irresponsabili svuotarono le carceri, poi cominciarono le sparatorie, i posti di blocco; mancava tutto, mentre l’esercito s’era completamente dissolto, pochi partigiani disturbavano la ritirata in atto dei tedeschi e provocavano rappre saglie, delinquenti di ogni risma, armati, a guisa di partigiani, delle armi abbandonate dal Regio Esercito, ne approfittavano per razziare e poi devastare tutto quel che non potevano rubare nelle case dei fascisti; ma chi all’epoca poteva dire di non essere stato fascista? Quindi furono prese di mira molte case di benestanti dovunque vi fosse la possibilità di fare un ricco bottino.
Le cose precipitarono. Qualche fascista perse ogni fiducia in una possibile riscossa. Ci fu chi prese le armi che riuscì a trovare e sparò disperatamente.
Aveva visto crollare, con la sconfitta del fascismo, il mondo intero; i partigiani sparavano e per reazione, anche tanti fascisti spararono: isolatamente, spontaneamente, disorganizzatamente, ma disperatamente cercando la morte, tuttavia trascinando con loro quanti più nemici potessero colpire.
Molti altri partirono per continuare a combattere con l’alleato tedesco, per l’onore d’Italia.
Altri ancora, feriti, invalidi, costretti a restare a Napoli, decisero di continuare la lotta per l’affermazione dell’Idea, per reagire allo sfacelo morale e mostrare al mondo intero e agli stessi occupanti , mascherati da "liberatori", in un grottesco carnevale con lenoni, "segnorine", ladri e borsari neri, che non tutti gli italiani si potevano comprare con le amlire o con le PallMall.
Si ritrovarono in pochi: i migliori.
Solevano riunirsi a casa del camerata Carlo e del figlio Antonio Picenna. Elena era con loro, sempre presente, sempre piena di fede, sempre generosamente pronta a dare la sua opera, sempre sollecita e valida nel portare il suo rigoroso contributo progettuale.
Più tardi su invito di Francesco Barracu, a mezzo radio della RSI arrivarono a Napoli dalla Calabria i principi Pignatelli per prendere contatti con i camerati di Napoli e dare un impulso unitario al movimento clandestino fascista.
I principi si sistemarono in una villetta al Calascione; Elena e la principessa Maria simpatizzarono subito e s’intesero perfettamente di primo acchito. Ma anche il principe seppe apprezzare immediatamente la viva intelligenza e le altre qualità positive di Elena, di cui, spesso, voleva ascoltare il parere assieme a quello della principessa.
Si ritrovarono al Calascione diverse volte, Elena Rega, Antonio de Pascale, Nando di Nardo, il colonnello Guarino, il ten. di vascello Paolo Poletti, ma poi ritennero prudente cambiare spesso il luogo d’incontro.
Nella villetta del Calascione i Pignatelli invitavano frequentemente a cena generali "alleati", il capo del SIM badogliano e altre personalità che potevano, conversando "liberamente", magari un po’ troppo, dopo una lauta libagione, rivelare notizie militari o politiche, che sarebbe stato opportuno tenere riservate, e che riuscivano invece di grande utilità per la RSI e gli alleati tedeschi, una volta ricevute le relative comunicazioni radio.
Ad una di queste cene furono invitati anche Elena Rega, Antonio de Pascale e Nando Di Nardo, in quanto, essendo stato invitato il gen.
Wilson, Pignatelli prevedeva una più larga messe di notizie, che tutti avrebbero dovuto sforzarsi di memorizzare.
Fu necessario fornirsi di adeguati abiti scuri, e l’inesauribile Elena Rega provvide a reperire da uno zio scapolo, che era stato fanatico della cosiddetta "buona società", gli abiti più convenienti, che però dovette correre a prendere in moto nel casi no di campagna dello zio. Furono poi mobilitate le sorelle dell’architetto per adattare e sistemare questi abiti.
La sera si presentarono tutti e tre, elegantissimi, ma pure seccati di dover fare le comparse mondane e per di più, poi, proprio con gli "Alleati", che, oltre tutto, ancora una volta sfoggiarono la loro maleducazione (american life). Wilson e gli altri, semi sdraiati sulle poltrone, con le gambe poggiate in alto, bevevano, anzi tracannavano e parlavano "a ruota libera", i nostri tre, assieme ai principi, ascoltavano attentamente, rispondevano a monosillabi o provocavano chiarimenti e …memorizzavano.
Elena Rega aveva l’abitudine di sfogarsi tracciando in un suo diario, sui generis, pungenti ritratti delle persone conosciute, pur facendo bene attenzione a non scrivere nulla che dovesse rimanere segreto. Così tornò dai Pignatelli col suo "lavoro", che fece molto divertire i principi, ma poi, più concretamente, passarono tutti a mettere insieme e riordinare le informazioni raccolte nella serata precedente in modo da avere un quadro il più possibile completo della situazione politica e militare. Queste preziose notizie venivano poi trasmesse in codice a mezzo radio al Nord.
Fascismo clandestino Quando, più tardi, fu vigliaccamente assassinato a Firenze Giovanni Gentile, Elena ne fu particolarmente colpita, trovando nei camerati del vertice clandestino fascista lo stesso sdegno e la stessa volontà di reagire. Si ritrovarono tutti, in effervescente, solidale agitazione, a casa Pignatelli: i principi, Elena, de Pascale, Di Nardo e Guarino. Si progettava febbrilmente una reazione, ma non come avrebbero certamente pensato i nostri nemici: cioè spargendo sangue fraterno al Sud.
In diverse sedute prese corpo l’audace progetto di far commemorare Giovanni Gentile a Firenze dal filosofo Benedetto Croce, che, nobilmente memore dell’antica amicizia, aveva già acconsentito, tramite l’editore Casella, vicino di casa e frequentatore abituale dei Pignatelli, ma del tutto ignaro ed estraneo al movimento clandestino.
La difficoltà maggiore, ovviamente, era quella di trasferire Croce a Firenze e di riportarlo sano e salvo a Sorrento, dove abitava. Si fecero molte animate discussioni, si presero contatti con la RSI e con gli alle ati tedeschi, che misero a disposizione per la particolare operazione un sommergibile medio che avrebbe atteso l’illustre ospite avversario, ma gentiluomo nelle acque degli isolotti dei Galli, di fronte a Positano; i tedeschi avevano carte nautiche dettagliate di quella zona particolare, con tutte le quote degli scandagli del fondo marino. Era stato contattato anche il comando della X a MAS, che aveva messo a disposizione gli agenti speciali dislocati nei dintorni di Napoli, i quali avrebbero dovuto scortare con un rapido motoscafo il filosofo fino al trasbordo sul sommergibile.
Fu deciso che avrebbero scortato Croce anche Guarino e de Pascale, che avrebbero risposto di persona dell’incolumità del filosofo.
Furono tenute molte riunioni, in cui vennero studiati i più minuti dettagli.
Valerio Pignatelli, però, prese la precauzione di non tenere tutti al corrente di tutto, se non per i dettagli che li avrebbero interessati direttamente, o per cui era richiesta la loro particolare consulenza.
Anche nell’elaborazione di questo complesso piano, Pigna (così si faceva confidenzialmente chiamare il principe) non trascurò di consultare la principessa Maria ed Elena Rega, che, oltre ad essere particolarmente intelligente era ben allenata per la sua professione ad essere anche precisa e attenta a non trascurare ogni benché minimo particolare.
Ma per effettuare l’audace piano bisognava superare le titubanze di Mussolini, che temeva per l’incolumità dell’avversarioospite.
Per quanto fossero stati attentamente studiati i particolari esecutivi, pure non si poteva escludere una qualche imprevedibile circostanza avversa di guerra. Pertanto l’esecuzione doveva essere rimandata fino all’ottenimento dell’assenso del Duce.
Avendo programmato il famoso viaggio della principessa Maria in RSI, per incontrarsi col Duce, fu deciso che Maria Pignatelli avrebbe tentato di convincere Mussolini, durante il colloquio che era stato prestabilito.
Purtroppo, come sappiamo, al suo ritorno dal Nord, Maria Pignatelli fu arrestata, dopo breve latitanza, per cui fu ospitata anche in casa di Elena Rega, e seguì a breve l’arresto dello stesso principe e poi di Guarino e Di Nardo.
La prigionia Restò quindi de Pascale ad impartire le direttive del fascismo clandestino a Napoli ed in tutto il Sud. Il sospettoso e furbastro maggiore Pecorella, del CS, il controspionaggio badogliano, fece arrestare Elena Rega, ritenendola l’anello più debole della catena, ma aveva fatto male i suoi conti.
Per fiaccarne la resistenza la fece rinchiudere nel carcere di Poggioreale, ovviamente nel padiglione femminile, dove pure c’era una sezione politica. Tuttavia il nostro becero maggiore, sprezzando ogni regolamento riguardo ai detenuti politici, di prepotenza la fece espressamente rinchiudere in cella con prostitute, ladre, accattone e borsare nere, che dapprima tentarono, secondo quanto aveva previsto il plebeo maggiore, di offendere violentemente una persona così diversa dalla loro miseria morale. Ma avvenne un fatto straordinario: una di quelle disgraziate creature si erse a difesa della dottoressa, parandosi davanti alle compagne più aggressive, pronta ad artigliarle con le unghie protese in attacco. «Nooo!», urlò. E raccontò a tutte quelle megere ammansite come la "dottoressa" l’aveva accolta in casa sua e tenuta a pranzo con i suoi figlioletti, dopo che tutti loro, mamma e bambini, avevano potuto fare una doccia.
Da allora in poi tutte le portarono rispetto e perfino devozione, come sanno fare talvolta le persone colpite dalla disgrazia.
Ma nell’abietto cuore di Pecorella non potevano albergare ovviamente sentimenti simili.
Lo spietato maggiore si beava nel vedere la sua vittima sudare freddo sotto stringenti ed estenuanti interrogatori, sforzandosi di non rivelare in altro modo il suo tormento. L’accanito inquirente tentò tutte le sue consumate arti per convincere la sua "preda" a fare una sia pur piccola ammissione: tentò con la blandizie, che mal gli riusciva di fare, e tentò con le minacce che riuscivano naturalmente spontanee, più credibili ed efficaci. Aveva scoperto, l’aguzzino, che quella giovane donna, che teneva sotto i suoi metaforici artigli, non solo aveva una enorme stima di Tonino de Pascale, ma ne era proprio innamorata. Così tentò di terrorizzarla minacciando terribili ritorsioni sull’oggetto dei suoi sentimenti. Tuttavia, come sappiamo, Elena Rega, non solo aveva un carattere forte e coraggioso, ma era estremamente intelligente e non si lasciò giocare dal rozzo e vanesio maggiore, neanche quando questi le dichiarò, in tono suadente e quasi paterno, che da lei e soltanto da lei dipendeva la salvezza del suo amato. Naturalmente tali manovre laceravano l’animo di Elena, ma lei si sforzava di non darlo a vedere e probabilmente ci riusciva, perché vedeva benissimo, da quella attenta analizzatrice delle persone che era sempre stata, che il Pecorella si arrabbiava stizzosamente.
Il sadico torturatore aveva fatto arrestare già una volta de Pascale, rilasciandolo, poi, dopo una ramanzina, ma tenendolo d’occhio, sperando che si scoprisse con qualche mossa falsa.
Nel frattempo però il controspionaggio "alleato" ruppe gli indugi e procedette all’arresto di de Pascale con un tragicomico e scenografico copione da operetta, circondando tutto l’isolato dove abitava ed intimando con altoparlanti ai cittadini della zona di restare in casa. Arrivarono, nella cieca foga della loro arrogante irruenza poliziesca, ad arrestare qualche altro incauto, ma innocuo passante.
Gli abitanti del rione e la folla dei curiosi rapidamente radunatasi videro scendere l’architetto fortemente scortato e portato via su una jeep, che dovette aprirsi la strada tra due ali di folla.
La notizia fece il giro della città e per vie misteriose giunse al carcere di Poggioreale; fu riferita ad Elena con mille precauzioni per quell’intuito femminile che aveva fatto presagire qualcosa alle sue disgraziate, ma ormai solidali compagne.
Naturalmente Elena ne soffrì enormemente, pur non potendo conoscere i particolari spaventosi a cui fu sottoposto il suo Tonino, su cui Pecorella sfogava la sua impotenza di sbirro, facendolo addirittura biliosamente imprigionare in manicomio e pretendendo, contro ogni regola, che fosse rinchiuso nella stessa cella dove imperversava un pazzo furioso. Tonino de Pascale per difendersi era costretto a barricarsi addirittura sotto la branda. Ma c’è ancora di peggio; de Pascale aveva ancora una brutta ferita di guerra aperta sulla spalla, che secerneva pus e che aveva bisogno di continue medicazioni.
Una suora caritatevole lo soccorreva di tanto in tanto, approfittando dei momenti di stanca del pazzo furioso, portandogli garze sterili e disinfettanti.
Il badogliano maggiore Pecorella pensava di trovare de Pascale annichilito dopo un tale trattamento, ma dopo molte sedute di interrogatori dové convincersi che era tutto tempo sprecato.
Poi l’architetto de Pascale fu trasferito; doveva essere portato al carcere di Poggioreale, i carabinieri che dovevano scortarlo erano stranamente armati di mitra e portavano addirittura l’elmetto. Durante la traduzione improvvisamente il portellone del furgone si spalancò, producendo un assordante rumore, , il vecchio trabiccolo però, come se l’autista (che non poteva non aver sentito) fosse complice, continuò la corsa rallentando solo un poco. I carabinieri puntarono i mitra aspettando che l’architetto cogliesse l’occasione per sgattaiolare via, ma questi ebbe nervi saldi e non si mosse, guardando fissamente negli occhi i suoi malintenzionati custodi. Così fu bussato all’autista che questa volta sentì; il portellone fu chiuso dall’esterno e de Pascale fu portato ancora vivo a Poggioreale.
Elena Rega non conobbe i particolari della criminale persecuzione di Pecorella, se non molto più tardi; tuttavia la sua sensibilità femminile, il suo perspicace intuito, le facevano temere il peggio: temeva per Tonino, non temeva per sé. Era questo il maggior tormento della sua prigionia.
Intanto i segugi del CIC (Counter Intelligence Corp) e del FSS (Field Security Service), i servizi di controspionaggio americano ed inglese, avevano esaminato i diari di Elena Rega, dove Ella era solita schizzare sfoghi politici e saporose descrizioni denigratorie degli antifascisti più in vista, e vi avevano trovato anche il ritratto, ovviamente molto critico e pungente, del maggiore Pecorella; così, divertendosi un po’ malvagiamente, chiesero ad Elena di leggere il pezzo che riguardava Pecorella in presenza dello stesso. Ella non si fece pregare: coraggiosamente lesse all’allibito ed umiliato maggiore quanto aveva scritto già prima ancora di conoscere personalmente i suoi metodi, ma dovette sforzarsi, lucidamente, di non aggiungere considerazioni più attuali e ben più aggressive.
Francesco Fatica Elena aveva un carattere fortemente impulsivo, ma riusciva, con la sua intelligenza e forza morale, a dominarsi perfettamente quando lo richiedevano le circostanze.
Finalmente Pecorella si stancò di infierire contro una donna che sembrava invulnerabile, o forse, più probabilmente, furono gli "Alleati" che ritennero di porre fine ai vani sforzi di Pecorella.
A questo punto, per capire meglio lo svolgimento di vicende del fascismo clandestino, debbo riportare brevemente un aspetto dei retroscena di quel periodo storico.
Tra gli ufficiali dei servizi di controspionaggio "alleati" , in particolare nel CIC americano, c’erano alcuni anticomunisti, che combattevano, sì, la loro guerra senza esclusioni di colpi, ma si preoccupavano anche, intelligentemente, del dopo.
Le regioni dell’Italia occupata erano minacciate da un partito comuni sta, agli ordini di Mosca, sempre più virulento; al Nord, loro stessi erano costretti a servirsi dei partigiani comunisti, ma si rendevano conto che questi avrebbero minacciato ancora peggio l’indipendenza della nazione italiana, in quanto erano al servizio di Mosca. Degli uomini che si erano schierati con Badoglio e con il re non avevano alcuna stima: avevano tradito una volta, avrebbero "badogliato" ancora.
Dunque era necessario preservare per le prevedibili future lotte anticomuniste, quegli italiani che avevano dimostrato di avere una forza morale integerrima. E che si sperava, come poi avvenne, di poter schierare, a difesa anche (e purtroppo soprattutto) dei loro (americani) interessi, nella lotta anticomunista.
Capitava così che (paradossalmente, ma fino ad un certo punto) alcuni "Alleati" usassero preservare i fascisti più coraggiosi: quelli che si erano esposti nel dissenso e nella lotta clandestina, e perché no, appena fosse fattibile, tentassero preservare anche quegli agenti speciali della RSI che era possibile sottrarre ai plotoni di esecuzione. Un solo esempio: Carla Costa.
Per liberarli dalle feroci rappresaglie dei loro biliosi avversari connazionali: li tenevano in campo di concentramento per la durata della guerra. Ad altri toccò di restare in carcere, ma per quegli americani c’era lo stesso impegno: non dovevano essere abbandonati alla libidine di sterminio degli antifascisti.
Gli "Alleati" si illudevano anche di rieducare alla democrazia i fascisti reclusi in questi campi, ma usavano metodi controproducenti, anche perché i campi di concentramento e le carceri erano gestiti da personale rozzo e prepotente, non proprio scelto al meglio.
Dunque Elena Rega non fu fucilata, non fu neanche condannata a morte; non fu giudicata da un tribunale militare italiano, a cui pure era stata deferita e da cui fu incriminata per reati punibili con la pena di morte, assieme ai Pignatelli, a de Pascale e ad altri uomini di punta del fascismo clandestino e della X a MAS e allo stesso Junio Valerio Borghese.
Il processo fu bloccato; il relativo incartamento è tuttora "coperto dal segreto di Stato".
Per sottrarre Elena dalle grinfie dei vari "Pecorella" al soldo dell’invasore, fu inviata "in campo di concentramento per la durata della guerra".
 
 
Dapprima fu ristretta nel settore femminile del Campo di concentramento di Padula, il famigerato "371 PW Camp di Padula " gestito dagli inglesi nella allora fatiscente Certosa, dove trovò la compagnia della camerata Maria Pignatelli, anch’essa giudicata meritevole di essere "preservata in campo di concentra mento per la durata della guerra".
I sacrifici e le privazioni di ordine materiale oltre che morale che Elena fu costretta a sopportare nel campo di "Padula" furono gravi: basti pensare che gli inglesi, che gestivano il campo, nei primi tempi non si vergognarono di dare da mangiare ai prigionieri ghiande e niente altro. Tanta proterva perfidia era già stata corretta quando arrivò Elena, ma la fame era sempre tanta, perché gli inglesi non erano affatto rispettosi di tabelle dietologiche né della convenzione di Ginevra. Bisognava poi sopportare le angherie delle guardie del campo, indiani, che erano sempre pronti ad infierire sui prigionieri, forse per una malcelata forma di razzismo alla rovescia, ovviamente con il beneplacito degli inglesi.
Ma per sua fortuna Elena aveva la compagnia ed il cameratismo della principessa Pignatelli e di altre camerate italiane e tedesche. E, di tanto in tanto, Le veniva concesso di partecipare, insieme alla principessa a qualche raro colloquio con il principe Pignatelli, con Di Nardo o con Picenna, reclusi nel settore maschile del campo. Tuttavia non si deve pensare che nel campo ci fossero soltanto fascisti; a Padula erano state recluse anche persone che non avevano commesso "crimini fascisti"; erano persone che, per loro sfortuna, si erano trovate a dar fastidio, o non avevano voluto inchinarsi ad un qualche altezzoso, rapace e tracotante ufficiale "alleato".
Il 25 maggio 1945 il campo di "Padula" fu chiuso; molti civili, giudicati innocui e ravveduti dagli ufficiali del campo, furono rimessi in libertà; ormai la guerra era finita.
Tanti altri invece furono trasferiti nel "R civilian internee camp di Collescipoli" (Terni), dove "R" sta per "Recalcitrants". Il campo era tenuto dagli inglesi. .Ritenevano, gli "Alleati", che i recalcitrants dovessero essere ulteriormente rieducati, o che fossero addirittura incorreggibili.
In questo campo fu selezionata quindi l’aristocrazia spirituale del Fascismo.
Elena Rega e Maria Pignatelli furono, giustamente, trasferite a Collescipoli, onoratissime del titolo di "recalcitrants".
Ma la perfidia inglese giunse ad immaginare un sistema per dividere italiane da tedesche: furono scelte alcune tra le più altezzose, rozze e presuntuose prigioniere tedesche perché imponessero alle italiane i lavori più avvilenti. Queste umiliazioni ferirono profondamente tanto Elena Rega che la principessa Pignatelli. Ma il loro morale non ne riuscì fiaccato, anzi dobbiamo pensare che le due gentildonne, più che mai legate dal cameratismo consolidato in anni di comuni sofferenze fisiche e morali, avessero elevato il loro morale e la grinta al massimo, se dobbiamo credere a quanto scrive uno storico comunista: «La principessa Maria Pignatelli organizza cerimonie celebrative del fascismo e perfino sfilate».1 Ma le angherie degli inglesi non per questo erano meno dispotiche: si pensi che un soldato inglese arrivò a freddare cinicamente sul fatto la giovane camerata Nicoletta de Terlizzi, sotto gli occhi delle sue esterrefatte compagne di reclusione, perché si era sdegnosamente rifiutata di andare a ballare con lui.2 *** Elena Rega tornò alla vita civile dopo l’amnistia del giugno 1946.
La vita civile! Era stata licenziata per…. "abbandono di posto" ! No, non era una barzelletta; soltanto i "superiori" non avevano saputo trovare nella sua carriera burocratica una qualsiasi piccola ombra a cui appigliarsi per licenziarla, per liberarsi di una così ingombrante vestale del dovere, della legalità e della dirittura morale; e per giunta fascista.
Gli avvocati Nando Di Nardo e Francesco Saverio Siniscalchi (da poco quest’ultimo tornato dalla RSI, Di Nardo aveva anche lui recuperato la libertà in seguito all’amnistia) la difesero nella causa che fu intentata ed ottennero la riassunzione della camerata.
Ma non era finita; la fedele seguace dell’Idea cadde sotto la scure dell’epurazione.
Anche Tonino de Pascale aveva ripreso la vita civile e, com’era nell’ordine delle cose, si sposarono.
Elena poté dispiegare le sue doti affettive e pratiche nella creazione di una nuova famiglia, una nuova cellula della Società. E nell’allevamento e nell’educazione di due splendide figlie, ma anche di moltissimi affezionatissimi cani e gatti.
Un romanziere fantasioso e attento agli effetti emozionali sui lettori, chiuderebbe qui la storia a lieto fine di Elena.
Ma questa è una storia vera; Elena Rega de Pascale l’ha scritta con la Sua vita intensamente e rigorosamente vissuta. La famiglia, fulcro dei suoi interessi vitali, non l’ha distratta dai suoi doveri sociali, anzi, anche nel nome della famiglia, per l’avvenire della Sua famiglia e per l’avvenire di tutte le altre famiglie, Elena Rega de Pascale ha continuato la sua battaglia rigorosa e attenta per il Fascismo, marciando idealmente a fianco al marito, nel Fronte dell’Italiano, nei primi fervidi anni del MSI e nel MIF di nuovo con la principessa Maria Pignatelli .
E continuò a partecipare alle cerimonie celebrative del fascismo con lo stesso fervente animo e con la stessa incorruttibile fede della giovane Elena Rega, quella irriducibile "recalcitrant", reclusa nell’"R internee civilian camp di Collescipoli".
 
 
NOTE
1 Pier Giuseppe Murgia, Il vento del Nord, SugarCo Edizioni, Milano, 1975, p. 123.
2 Lettera che la principessa scrisse a David Rousset (fine 1949). Archivio di Stato di Cosenza, b. 32, f. 43, Sf. 5.
NUOVO FRONTE N. 228 Maggio 2003 e N. 229 Giugno 2003.
MARIA PIGNATELLI E IL FASCISMO CLANDESTINO AL SUD
Francesco Fatica
 
 
Maria era la figlia prediletta dell’Ammiraglio conte Giovanni Emanuele Elia, nacque a Firenze nel 1894, crebbe nella piena adesione alla massima "Vivere pericolosamente’’, poi adottata anche dai fascisti, praticò sport audaci e amò rischiare in lunghe e temerarie navigazioni a vela.
Sposò, molto giovane, il marchese De Seta, ma dopo due anni si separarono.
Maria e Valerio Pignatelli si incontrarono una prima volta, ma presero vie diverse. Molto più tardi, nel 1942, quando di sposarono, pur essendo già maturi, unirono due caratteri avventurosi ed impetuosi, entrambi prorompenti nel più appassionato amor di patria, spinto fino ad osare l’estremo sacrificio. Va aggiunto, comunque, che non era impossibile trovare tali valori in uomini, donne, giovani ed anche giovanissimi cresciuti nel clima fascista.
Due caratteri molto simili dunque, con interessi e forti sentimenti comuni, si incontrarono e tavolta si scontrarono, giungendo però ad ottenere, in un comune afflato, la conquista delle mete agognate, essendo fervidi esponenti di una certa nobiltà che ancora conservava gelosamente il culto del coraggio, dell’onore e della dedizione quasi fanatica alla Patria.
A Napoli, a partire dal dicembre del ’43, i Pignatelli riuscirono a intraprendere rapporti "amichevoli e cordiali’’ con il mondo dell’antifascismo e con le massime autorità del governo badogliano nonché degli eserciti di occupazione, al solo scopo di ricavarne informazioni preziose di carattere politico e militare.
I Pignatelli, come ho scritto in un precedente articolo, ebbero stretti rapporti con i fascisti clandestini di Napoli e dintorni, di cui diressero l’attività, collegandola a quella delle altre province occupate dall’invasore.
Intanto aveva preso contatto con Pignatelli anche il Tenente di Vascello Paolo Poletti, agente speciale della RSI, nome in codice Paolo Masi, che era riuscito ad infiltrarsi nell’OSS (Office of Strategic Service, il servizio segreto americano, che nel dopoguerra diventò la CIA).
Giovanni Artieri, nella sua Cronaca della Repubblica Italiana racconta come il principe e la principessa si sistemarono strategicamente in una villetta sulla centrale collina di Monte di Dio, nella piazzetta del Calascione, villetta che fu frequentata da intellettuali antifascisti e dal più qualificato mondo militare inglese e americano presente a Napoli, dalle massime autorità del governo del "Re’’, dal generale Wilson - con cui Pignatelli si era stretto d’amicizia in circostanze tragiche in Russia, durante la rivoluzione – dai capi dei servizi segreti militari (l’Intelligence Service, inglese – l’OSS, americano – il SIM, italiano), dai capi dell’amministrazione di occupazione (AMGOT, Allied Military Government of Occupied Territory), dal prefetto badogliano, dai generali "alleati’’ di passaggio per la città.
A tutti questi nemici i principi Pignatelli, soffocando ogni repulsione, offrivano ricevimenti e lauti pranzi, in una cornice aristocratica abbagliante e… "con roba calabrese’’ allora irreperibile a Napoli, ottenendone preziose informazioni militari e politiche1.
Scrisse Giovanni Artieri del principe e della principessa2: "Lavoravano, insomma nel rosso dell’uovo. Apparivano insospettabili agli occhi inglesi e americani; Valerio per le innumerevoli relazioni collegate con la sua vita negli Stati Uniti, per la sua amicizia con Alexander Kirk e innumerevoli diplomatici americani e inglesi; lei, per uguali relazioni, specialmente nell’establishment britannico e fin quasi ai gradini del trono; perfetti inoltre nelle lingue che parlavano con l’accento di Oxford, passaporto di efficacia insuperabile presso il mondo anglossassone. Così tra l’ottobre 19433 e l’aprile 1944, nel cuore stesso di Napoli e del mondo antifascista e anglo-americano, visse e operò una cellula binaria singolarissima, che animò gran parte della ‘resistenza’ nell’Italia meridionale’’.
Pignatelli e sua moglie raccoglievano larga messe di notizie preziose per la RSI, ma anche, ovviamente, per l’attività clandestina.
Intanto al principe fu trasmesso, per radio, l’ordine di recarsi nella RSI, lasciandosi però la possibilità di tornare al Sud. Pignatelli riuscì ad ottenere un lasciapassare, ma soltanto per sua moglie, attraverso i buoni uffici del T.V. Paolo Poletti (infiltrato, come si ricorderà, nell’OSS americano). Infatti la principessa, in quanto donna, avrebbe suscitato minori sospetti.
Maria Pignatelli, accompagnata dal dott. Avallo, genero del questore fascista Stracca, fece un primo tentativo di passaggio delle linee il 2 aprile, nella zona dell’8a Armata, tra Vasto e Lanciano (zona conosciuta abbastanza dettagliatamente da Nando Di Nardo, del direttivo clandestino fascista). Ma furono fermati dal FSS (Field Security Service, il controspionaggio inglese) e per quattro giorni di sospettosi controlli trattenuti in zona. Finalmente furono rilasciati per intervento del T.V. Poletti dell’OSS.
Tornata a Napoli, Maria ritentò il passaggio il 9 seguente, giorno di Pasqua, accompagnata da Paolo Poletti, ma anche, purtroppo, dal Ten. Nuvolari del SIM, (Servizio Informazioni Militari, badogliano) che però prendeva ordini direttamente dagli inglesi. Nuvolari, ovviamente nascondendo i suoi intenti, si era infiltrato nell’organizzazione di Pignatelli, avendone guadagnata la fiducia con fervorose e cordiali dichiarazioni di fede fascista e di strenua volontà di riscattare l’onore nazionale.
Questa volta il passaggio delle linee fu tentato nella zona di Cassino, dove operava la Va armata americana.
Poletti e Nuvolari accompagnarono la principessa fino al punto in cui Ella si avviò a passare le linee inoltrandosi poi, arditamente, nei campi minati della terra di nessuno.
A Roma Maria Pignatelli si recò dagli intimi amici Marincola di S. Floro, che la ospitarono, ma che soltanto più tardi scoprì impegnati nel doppio gioco; si incontrò quindi con Barracu, venuto apposta da Milano e fu portata prima da Kesserling e subito dopo in aereo da Mussolini, che voleva essere minutamente informato sull’attività clandestina fascista e voleva soprattutto essere sicuro che nessuna provocazione fosse attuata, facendo così evitare sanguinose rappresaglie in grado di accendere la miccia della guerra civile anche al Sud.
Fu stabilito un cifrario sulla base, in chiave nove, della poesiola satirica "La vispa Teresa’’, allora molto nota, ed un codice da adoperare nella trasmissione per i prigionieri di guerra (Pignatelli era "Il Cappellano’’, Barracu era "Ciccio’’, Mussolini "l’autocarro’’ e via di seguito). Prima di ripassare le linee per ritornare a Napoli la principessa lanciò per radio, nelle trasmissioni dalla radio nazionale, questo messaggio convenzionale al marito: "Bertuccia Maria, Vittoria Bertucci, Alba Mercoles’’4.
Maria Pignatelli tornava a Napoli accompagnata dall’affascinante attrice cinematografica russa Vittoria Odinzova, che era stata fidanzata del figlio e con la quale era rimasta in amicizia. Sulla misteriosa comparsa di questa avvenente donna sono state fatte mille illazioni; scartando le giustificazioni piuttosto banali portate poi al processo del principe, viene spontaneo collegare una bella e avventurosa attrice a vicende di spionaggio. Si disse che Poletti avrebbe chiesto di avere l’affascinante attrice a Napoli, e fu spiegato perché ne era l’amante, ma noi sappiamo che Poletti era un agente speciale della RSI. La Odinzova avrebbe potuto molto bene giocare il ruolo della "Mata Hari’’, allargando così la rete di informatori già esistente.
Ma l’Intelligence Service, che aveva infiltrato il suo agente Nuvolari, essendo al corrente della vera identità della principessa – che aveva inutilmente usato la precauzione di attraversare le linee sotto il cognome da ragazza (Maria Elia) – non appena questa ritornò al Sud, pretese dagli americani l’arresto dei principi, nonostante le disperate manovre del Tenente di Vascello Poletti, il quale per salvare i principi, finì per scoprire il proprio gioco.
Fu anch’egli arrestato e torturato ferocemente, fino a farlo impazzire in una villetta isolata alle falde del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco, dove gli "alleati’’ tenevano i loro "interrogatori’’.
Poletti non parlò. Ormai ridotto ad un povero essere urlante fu tradotto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (CE) ed ivi rinchiuso nella cella n. 8, la cella imbottita riservata ai pazzi furiosi. E siccome si dibatteva urlando ingiurie e strappandosi i vestiti di dosso, fu denudato del tutto e ammanettato. Ma lui continuò a sgolarsi rabbiosamente, lanciando ingiurie sempre più sanguinose agli angloamericani.
Il 19 maggio del ’44, il sergente americano di guardia, indispettito, con la prepotente arroganza degli invasori – un piccolo sergente, ma tracotante di proterva iattanza, un sergente precursore del grosso sergente Bush di oggi – lasciò aperta a bella posta la porta della cella e, non appena Poletti continuando ad urlare, nudo ed ammanettato, uscì nel corridoio, gli scaricò addosso la pistola di ordinanza.
Il principe e la principessa, probabilmente a causa delle loro amicizie importanti e forse anche per soffocare lo smacco delle compromissioni delle alte personalità che erano state loro ospiti, furono "interrogati’’ con metodi meno feroci, ma psicologicamente spossanti. La principessa, considerata più debole, fu messa al muro due volte, inscenando finte fucilazioni. Nei primi tempi furono detenuti nella villa De Falco sulle pendici del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco: forse la stessa villa dove era stato torturato il martire Poletti e, prima e dopo di lui, altri Agenti Speciali della RSI.
Intanto anche Di Nardo fu compromesso per una lettera inviata a Roma al barone Marincola di San Floro a mezzo del Tenente Sorrentino.
Avvenne la delazione del barone o di sua moglie, americana, che decise probabilmente di "servire gli interessi del suo Paese in guerra’’, come scrive ancora l’Artieri. Ne seguì l’arresto di Di Nardo, che era subentrato a capo dell’organizzazione clandestina fascista e, naturalmente, del Tenente Sorrentino. È da pensare che era stata segnalata in precedenza anche la principessa Pignatelli.
Risultati vani gli interrogatori fatti dagli "alleati’’, i Pignatelli furono passati al CS (che aveva sede a Napoli in Via Fiorelli n. 12) capeggiato dal maggiore Pecorella, dei CC.RR (Carabinieri Reali), che, tra le altre angherie, in stato d’ira – ma era finta e premeditata quest’ira – arrivò a colpire l’anziana principessa con il calcio della pistola sulla fronte, provocandole una ferita lacero-contusa che sanguinò abbondantemente. Era appunto questa una manovra meditatamente intimidatoria a doppio effetto, come vedremo meglio.
Per inviare i messaggi dal CS di Via Fiorelli, Pignatelli finì per servirsi degli stessi militari incaricati di sorvegliarlo, evidentemente ben disposti a lasciarsi convertire, ed ansiosi di riscattarsi dal servaggio agli "alleati’’. Quattro di essi furono scoperti e imprigionati, ma tennero sempre un contegno virile e dignitoso, alla pari degli altri detenuti politici.
Arrestato anche Di Nardo, al vertice dell’organizzazione restò de Pascale.
A dargli man forte nel ricollegare gli elementi dell’organizzazione clandestina scompaginati dai sopravvenuti arresti, attraversò le linee il Guardiamarina Bartolo Gallitto degli NP della Xa. Gallitto, agente speciale, richiese l’invio di un bravo radiotelegrafista, che fu paracadutato prontamente, ma si rivelò purtroppo un agente doppio che tradì; così furono arrestati gli agenti speciali operanti a Napoli e, con essi, anche de Pascale ed Elena Rega di cui ho parlato in un precedente articolo.
Dopo l’occupazione di Roma, il principe fu tradotto a Regina Coeli. Qui, a metà luglio, ricevette in modo del tutto insolito – dati i regolamenti carcerari – la visita di suo cognato, il principe Antonio Pignatelli di Terranova, che fu guidato direttamente nella sua cella, accompagnato dal procuratore generale del Tribunale americano di Roma, presentatogli come un caro amico. Il cognato si offrì di tirarlo fuori dal carcere con l’aiuto dell’amico americano, ma Pignatelli rifiutò recisamente, a meno che non fossero contemporaneamente liberati la principessa e gli altri imputati.
Dopo aver trascorso un paio di mesi a Regina Coeli, Pignatelli fu trasferito nel campo di concentramento di Padula, ricavato nella celebre Certosa, dove incontrò altri duemila camerati colà ristretti, polarizzando ogni attività politica e morale degli internati.
Il 19 marzo 1945 fu trasferito nel carcere di S. Giovanni a Catanzaro per essere processato da quel Tribunale Militare. Condannato a soli 12 anni di carcere per la buona disposizione dei giudici del Tribunale Militare – ma anche e soprattutto per la condiscendenza lungimirante di alcuni di quegli "alleati’’ che già da allora pensavano a preservare i fascisti in funzione anticomunista – fu scarcerato il 1° luglio 1946, usufruendo dell’amnistia Togliatti, che era stata concessa, invece, come tutti sappiamo, per salvare i criminali comunisti.
Maria Pignatelli, al contrario, non fu mai processata: fu tenuta in vari campi di concentramento, sottraendola, così, alla pervicace e persecutoria "giustizia democratica’’ del Regno di Vittorio Emanuele prima, e di Umberto poi. E quegli "alleati’’ anticomunisti che vollero preservarla, ebbero buon fiuto, perché, come vedremo, seppe essere un’efficace e strenua combattente anticomunista, ma fu anche antidemocratica, perché seppe sempre conservare i principî basilari dell’idea fascista, come purtroppo non è avvenuto per tanti presuntuosi "ducetti’’.
Maria Pignatelli aveva avuto modo di mostrare le sue altissime qualità quando svolse la sua missione in RSI, missione che iniziò affrontando tranquillamente le insidie dei campi minati durante l’attraversamento delle linee nella zona di Cassino e che portò a termine con perizia di diplomatico, facendosi apprezzare e stimare da italiani e da tedeschi. Fu ricevuta anche da Kesserling nel suo quartiere generale sul monte Soratte; durante una colazione con Barracu e Kesserling, questi ebbe a scrivere su di un cartoncino, che era sul tavolo: "Se l’Italia ha molte donne intrepide come lei è una nazione che non può morire’’.
Ed effettivamente Maria Pignatelli fu una donna intrepida anche quando fu "interrogata’’ dagli "alleati’’, che usarono mezzi di tortura morali, di estrema violenza psicologica ed intimidazioni scientificamente studiate, arrivando a metterla al muro per ben due volte per finte fucilazioni.
Passata poi al C.S. (controspionaggio badogliano), fu minacciata con la pistola in pugno dal Capitano dei CC.RR. del C.S. De Fortis, che la schiaffeggiò "come una qualsiasi ladruncola’’. Sempre nei locali del C.S., essendo stata percossa, come accennato, col calcio della pistola dal Maggiore Pecorella, fu vista con la fronte sanguinante dall’architetto de Pascale colà detenuto, che la incontrò – restandone desolatamente sgomento per lei – mentre usciva insanguinata dall’ufficio del Maggiore, intanto che l’architetto vi veniva introdotto. Non è da ritenere che l’incontro fosse stato un caso fortuito; appare chiaro invece che la coincidenza fu voluta per ottenere un doppio effetto depressivo, effetto devastante poi per de Pascale, il quale vedeva una camerata che venerava, ridotta a grondare copiosamente sangue dalla fronte restandone tutta imbrattata, sul viso, sul collo, sulla veste. Il feroce aguzzino sapeva bene che la fronte è una zona molto irrorata dal sangue e che quindi una ferita in quella zona produce un effetto clamoroso.
Anche la principessa fu portata a Roma e rinchiusa alle Mantellate (il carcere femminile), a disposizione degli inquirenti "alleati’’ e poi nel campo di concentramento di Padula, dove si ritrovò con la camerata Elena Rega, di cui ho avuto occasione di parlare su questa rivista.
È da ricordare che, secondo quanto testimoniò Antonio Bonino, vice-segretario del P.F.R., Mussolini, richiedendo la consegna del principe Valerio Pignatelli e Signora, offrì in cambio qualsiasi persona, non escluso lo stesso Ferruccio Parri.
Alla chiusura del famigerato campo di Padula, Maria fu trasferita in quello di Collescipoli (Terni) tenuto dagli inglesi e da qui in quello di Miramare (Rimini), anch’esso inglese, da dove riuscì ad evadere audacemente, conducendo poi vita clandestina, sotto i falsi nomi di Teresa Marchi e Teresa Manfredi, fino al 9 dicembre 1947 e cioè fino all’entrata in vigore del trattato di pace.
In tutte le carceri ed i campi dove fu rinchiusa, la principessa divenne guida morale e politica delle altre internate. Anche lo storico comunista Pier Giuseppe Murgia ha ammesso che la principessa svolgeva a Collescipoli intensa attività politica tra le recluse ed "organizzava perfino sfilate’’.
Tornata alla vita civile, si interessò sempre di aiutare i camerati perseguitati dalla sventura, impersonata dagli antifascisti più spietati.
Maria Pignatelli è quindi degna di essere iscritta nell’albo d’oro delle donne fasciste che tutto diedero alla Patria, quali furono le Ausiliarie, quali le giovanissime e meno giovani franche tiratrici di Firenze e di altre città.
Va aggiunto che, dopo la guerra, mentre ancora si nascondeva sotto nomi di copertura, fondò il MIF (Movimento Italiano Femminile, Fede e Famiglia) che si proponeva di mantenere alta la fiamma della fede fascista attraverso le sue pubblicazioni e la sua attività. Svolse anche una valida ed intensa attività assistenziale verso i fascisti perseguitati dall’antifascismo militante e dalle istituzioni "democratiche’’. Mi propongo di scriverne in un prossimo articolo.
Il MIF organizzò le donne in tutta Italia, naturalmente cercò di rintracciare e di ingaggiare tutte le Ausiliarie che riuscì a contattare. Ma non reclutò soltanto donne; molti uomini vi parteciparono attivamente, tra questi, naturalmente spiccava Valerio Pignatelli.
Maria raccontava che il MIF le era stato ispirato dallo stesso Mussolini, quando l’aveva ricevuta a Gargnano il 16 aprile 1944, durante la sua missione in RSI. Il 18 aprile fu fondato il SAF.
Ha scritto Roberto Guarasci: "La coincidenza del periodo, la sostanziale identità di intendimenti e di compiti, la esclusiva composizione femminile, fanno pensare che nelle intenzioni di Benito Mussolini i due movimenti dovevano essere quasi due facce della stessa medaglia, destinato l’uno alle terre occupate e l’altro ai territori della RSI5’’, rilevando ed evidenziando la singolare coincidenza che due soli giorni dopo si concretizzò nella nascita del SAF nella Repubblica Sociale Italiana.
Il MIF ebbe momenti di grande fervore e fu in relazione con molte organizzazioni politiche, anche all’estero, in Europa ed in America, come vedremo in seguito dettagliatamente.
La principessa fu la segreteria generale del MIF, e donna Rachele Mussolini ne fu la presidentessa.
Nel dopoguerra il principe e la principessa scrissero molti appunti per redigere un libro di memorie sull’attività clandestina. Ma il 6.2.1965 Valerio Pignatelli morì a Cerchiara (CZ) senza aver portato a termine la sua fatica.
Le sue carte furono consegnate, anni dopo, dalla principessa al giornalista Marcello Zanfagna, deputato del MSI-Dn, il quale, preso da mille impegni contingenti, non seppe trovare il tempo per portare a termine il libro che si era proposto di pubblicare.
Peggio ancora, i documenti di Pignatelli, insieme a tutte le carte di altro genere, andarono ineluttabilmente perduti in una disgraziata vicenda di alienazione di immobile, alla morte prematura di Marcello Zanfagna.
Ci restano oggi il rapporto che Pignatelli inviò il 7.6.1948 alla Corte Centrale di Disciplina del MSI, la memoria di Nando Di Nardo, le ripetute testimonianze dirette dello stesso Di Nardo e dell’arch. Antonio de Pascale, i quali ressero, dopo Pignatelli, il comando generale della lotta clandestina fascista nell’Italia meridionale, e l’intervento di Bartolo Gallitto al Convegno di Studi Storici organizzato dall’ISSES a Napoli nel novembre 1998.
Prima di morire, in un incidente stradale in Calabria, nei pressi di Nicastro (oggi Lamezia Terme) la sera del 10 marzo 1968, Maria Pignatelli aveva incaricato l’avv. Verrina di depositare l’archivio del MIF presso l’Archivio di Stato di Cosenza dove è possibile consultarlo ancora oggi. Attesta Guarasci che Maria Pignatelli "aveva scritto un lungo memoriale sul passaggio delle linee e sul colloquio avuto con il Duce, intitolato Ok, Storia della resistenza al Sud, memoriale che aveva intenzione di pubblicare e che sembra fosse inizialmente contenuto nel fondo da noi consultato e riordinato’’.
Purtroppo se ne è perduta ogni traccia; si può, a ragion veduta, ipotizzare che fosse contenuto tra le carte consegnate a Zanfagna.
 
 
NUOVO FRONTE N. 230 Settembre 2003.