giovedì 30 giugno 2022

IL TRAMONTO DELLA RAZZA BIANCA

 

IL TRAMONTO DELLA RAZZA BIANCA

 


Ristampa del famoso  "Regresso delle nascite. Morte dei popoli", Una analisi profetica : il tramonto della razza bianca, sotto l' effetto della denatalità e della alluvione di razze non progredite ma in devastante espansione numerica. Dove una razza decresce e decade, un' altra prorompe nel suo spazio vitale e la soffoca definitivamente.

Una tesi politicamente scorrettissima e una visione di quanto sta accadendo oggi. Ristampato  in forma assolutamente integrale e con le prefazioni storiche del 1928 di Benito Mussolini e Oswald Spengler che certificano l' importanza di questa opera e la sua scottante attualità odierna.

Nella nuova edizione del 2022, è presente anche un saggio introduttivo di presentazione al libro ed opera  dello storico controcorrente Filippo Giannini : in questo pregevole studio ( " L' inglorioso tramonto dell' Occidente " ), Giannini dimostra come l’ attuale ideologia buonista ed immigrazionista, fa deflagrare in modo esponenziale il problema della sparizione della razza bianca a causa del mix mortale di denatalità dei popoli bianchi  + immigrazione massiccia di genti dal continente africano ed asiatico.

Un' opera che parla del nostro futuro, anzi: " non futuro". Di raggelante attualità, oggi più di un secolo fa : un libro profetico. Del resto, aveva suscitato l’ interesse dello stesso Oswald Spengler, autore de “ Il tramonto dell’ Occidente”, cui abbiamo reso omaggio attribuendo un titolo nuovo, più azzeccato, all’ opera di Korherr, titolo, del resto, tratto dal capitolo centrale dell’ opera di Korherr. In fondo , la parte centrale e più attuale del libro è data proprio dai due capitoli dedicati al “ tramonto della razza bianca” e alle “ razze straniere" : il declino vertiginoso della prima e il profluvio esponenziale delle seconde, determinano una situazione di ben difficile risoluzione e conduce i popoli bianchi alla condizione di “ razza in estinzione” nel giro di pochi decenni. Non a caso, infatti, gli strateghi occulti di questa operazione parlano ormai apertamente di " sostituzione etnica" dei popoli bianchi.  Di per sé, un generale declino numerico di tutta la popolazione mondiale non sarebbe un fenomeno preoccupante, considerando l’ inquietante aumento della  popolazione mondiale, passata in pochi decenni da 2 miliardi di persone agli 8 miliardi attuali  : quello che ingenera l’ “ allarme rosso” nelle persone più accorte è il mix fra crollo demografico della razza bianca e crescita fuori controllo delle altre popolazioni dell’ ex terzo mondo, ora già primo in termini numerici di popolazione. Il rischio, molto serio , di estinzione della razza bianca porterà con sé anche il collasso generale della civiltà considerato che la storia ci insegna che una civiltà progredisce solo attraverso gli artefici della stessa e non attraverso i suoi fruitori o i suoi imitatori ( cfr. Oswald Spengler) . Dietro l’ angolo del futuro : la barbarie mondiale e la fine della  civiltà creata dall’ Occidente. In un mondo che di multipolare avrà solo la bestialità.




Alle cause di declino demografico descritte nel libro , ora se ne aggiunge un’ altra : la morte endemica dei bianchi a causa della inoculazione di massa del  siero genico mortale spacciato per vaccino. la " mela avvelenata" che Sion ci ha donato. Dello stesso ceppo di quella che il Serpente donò ai nostri progenitori. Ma questa è un ‘altra storia, appena iniziata…E decreta, in fondo, che il cervello dei popoli bianchi era già svaporato da tempo…

Abbiamo voluto conferire  alla copertina del libro la inquietante immagine dell’ Isola dei morti del famosissimo quadro di Arnold Boecklin, che ci   appare simbolica : la razza bianca, giunta secondo le leggende dall’ Estremo Nord e dall’ Isola fatata  di Thule, ora appare avviarsi mesta verso altra isola, questa volta non genitrice, ma terminale….ma forse l’ immagine cela un segreto prospettico  e la fase finale potrebbe essere ancora solo la chiusura di un ciclo dell’ eterno ritorno  cui seguirà un nuovo inizio in cui l’ Isola dei Morti si trasformerà in una Nuova Thule, sfolgorante  del bianco sole dei popoli iperborei.  

Un libro da meditare, di cui però l’ epilogo non è ancora stato scritto, anche se per rovesciare le nostre sorti sarà necessario solo un evento epocale. E una ferrea volontà di salvezza.

 

LINK UFFICIALE DEL LIBRO :

https://www.amazon.it/dp/B0B2TTJXCV   

 

giovedì 23 giugno 2022

LA DIVISIONE SAN MARCO

 

LA DIVISIONE SAN MARCO            


L'EPOPEA DEI FANTI DI MARINA DELLA DIVISIONE "SAN MARCO". "QUANDO EL LEON ALSA LA COA" 
Questo fu il motto della grande Unità della Repubblica Sociale Italiana che si batte contro tutti i nemici fino al 30 aprile del 1945 - Un medagliere di grande rispetto testimonia il suo impegno.
Emilio Cavaterra
 
 
     Da una ribellione sentimentale marinara, dal vincolo a una fedeltà mai mancata nei secoli, e dalla rivolta contro la viltà giunta a schiantare ogni dignità della Patria, dal dolore per la rovina di tutti e tutto, nacque la 'San Marco'. L'anima della Divisione, inizialmente sorta da un gruppo di marinai delle Isole dell'Egeo, da un nucleo di Camicie Nere dei Balcani e da un Gruppo di Granatieri, era marinara e i marinai che combattevano a terra sono tutti 'San Marco'.. ".
    Con queste alate parole il generale Amilcare Farina, detto "papà" dai fanti di Marina repubblicani, ha cominciato a raccontare le origini della seconda Divisione di quel complesso delle Forze Armate della Repubblica Sociale italiana che fu il fiore all'occhiello del ricostituito Esercito della Repubblica mussoliniana: le così dette quattro "Grandi Unità".
 
 
Sui porti della Penisola
 
    E' una storia tutta da disvelare, ma soprattutto da divulgare, quella della "San Marco", e ciò non soltanto per le sue peculiarità militari (è appena il caso di rilevare, purtroppo, che nella grande opinione pubblica nazionale son più noti i "marines" americani, contro cui peraltro si combatté, che non i nostri, e ciò grazie a un martellamento pubblicitario senza confronti), ma anche per il grande valore e l'autentico impegno dei nostri fanti di marina che nulla hanno da invidiare ai loro omologhi statunitensi. Un impegno, quello degli uomini della "San Marco", che si evidenziò negli aspri combattimenti impegnati sui fronti della Penisola contro le armate "alleate" che risalivano dal Sud, all'indomani del loro rientro dal periodo di addestramento in Germania, fino praticamente al 30 aprile del 1945, quando il loro comandante, considerata l'inutilità di ogni ulteriore resistenza, accettò la resa con l'onore delle armi. No, si conoscono poco o punto le gesta dei fanti di Marina italiani, specialmente di quelli della Repubblica Sociale, e dunque non si ha cognizione di quel che di eroico è stato da essi compiuto sui vari fronti nei quali furono impiegati, dalla riviera ligure alla Garfagnana e fino alla "Linea Gotica". Non staremo qui a riportare, nella sua interezza, la storia di questa Divisione che orgogliosamente ostentava nelle mostrine rosse dei suoi militari il leone veneziano che nella iconografia tradizionale è solitamente rappresentato con una zampa poggiata sulla pagina del Vangelo aperta dove campeggia la scritta in latino ben nota: "Pax tibi, Marce, Evangelista meus". E anche questa ha una tradizione di tutto rispetto: sta a ricordare, infatti, quei nostri marinai che nella prima guerra mondiale, all'indomani di Caporetto, ebbero un sacrosanto moto d'orgoglio e chiesero, subito ottenendolo, di combattere a terra lungo la linea del Piave contro gli austriaci. Ma con una differenza piuttosto significativa: quel leone di ottant'anni fa, la sua zampa la poggiava spavaldamente sul Libro chiuso, nella copertina del quale campeggiava la scritta: "Iterum rugit leo", ovvero il leone (quello di guerra e dunque con la coda alzata) ruggisce ancora.
 
Funerale di un fante di marina della San Marco.
 
L'elogio di Kesselring
 
    Di lì il motto sarcasticamente espresso in puro dialetto veneziano, che ha accompagnato con il suo timbro apparentemente dissacratore i nostri fanti di Marina in tutte le loro imprese guerresche fino alla conclusione del secondo conflitto mondiale: "quando el leon alsa la coa, tute le bestie le sbasa la soa". Questo, se si vuole, dà la misura del tipo psicofisico di questi soldati che per lunghi mesi si sono battuti con valore, meritando ampiamente il riconoscimento sia dal loro comandante che dal Maresciallo Kesselring, come fa fede l'ordine del giorno n°27 diramato l'8 marzo del 1945 XXIII dal Comando Divisione Marina "S. Marco" a firma del generale Farina, fino ad oggi sconosciuto, e che qui riproduciamo testualmente: "In relazione all'attività svolta in modo tangibilmente concreto dai dipendenti reparti nella lotta contro bande, il Comandante del Corpo Armata Lombardia ha inviato il seguente telegramma: 'Il Maresciallo Kesselring ha espresso il suo elogio per l'attività contro bande della Divisione 'San arco'. Si rallegra con la Divisione particolarmente per la cattura del Capitano inglese il cui interrogatorio ha fruttato preziose indicazioni per il Comando. Aggiungo il mio elogio a quello del Signor Comandante Supremo". E come postilla, "papà Farina" aveva aggiunto: "L'elogio del Maresciallo Kesselring vada a tutti gli ufficiali, sottufficiali, graduati e marò che, immedesimati del male che compiono i nostri fratelli traviati prodigano tutta la loro attività e la loro energia per stroncare l'attività ribellistica della zona. Ed è anche incitamento perseverare per conseguire sempre maggiori risultati e vendicare così i nostri compagni caduti sotto il piombo dei sicari al soldo del nemico". Avevano dimostrato, dunque, e con i fatti, di quale tempra fossero fatti e quanto positivo fosse stato l'addestramento ricevuto nel campo di Grafenwoehr, presso Norimberga, al termine del quale, il 18 luglio del 1944, Benito Mussolini tornò a visitare la terza Grande Unità per consegnare ad essa la Bandiera, "simbolo della nostra fede, del nostro ardimento".
    E suggellò quella cerimonia con queste parole: "Io sono sicuro che, quando i nemici multicolori della nostra Patria sentiranno il vostro grido 'San Marco', essi si accorgeranno di avere dinanzi a sé intrepidi cuori, decisi a tutto pur di conquistare la vittoria".
 
 
Da Arenzano a Capo Berta
 
    E lo dimostrarono quando, alla fine del mese di luglio, fecero ritorno in Italia per presidiare un nuovo schieramento in funzione antisbarco in Liguria, con i reparti attestati lungo un fronte di decine e decine di chilometri sia per estensione che per profondità, da Arenzano a Capo Berta. Ma i nostri "marines" furono costretti anche a rintuzzare gli attacchi partigiani, attuati con la tattica del "mordi e fuggi", che provocarono centinaia di vittime, favorendo anche il fenomeno delle diserzioni, le quali peraltro furono prontamente tamponate dal nuovo comandante Amilcare Farina, che aveva sostituito il generale Princivalle, con una serie di disposizioni di chiaro stile militare, grazie alle quali vennero ricompattati reparti senza che si facesse ricorso alle rappresaglie. Anzi, proprio per evidenziare, applicando l'antico motto secondo il quale "oltre la tomba non vive ira nemica", la continuità delle identità italiane in un momento che lasciava presagire "la morte della Patria", "papà Farina" volle far costruire un cimitero in quel di Altare, denominato "Croci Bianche", in cui furono tumulati i Caduti delle due parti. In quei giorni di impegno diretto sul campo, i fanti di Marina della "San Marco" presero posizione sul fronte della Garfagnana in appoggio ai reparti alpini della "Monterosa": erano i marò del battaglione "Uccelli" e del maggiore Botto, che per lunghe e aspre settimane contrastarono i reiterati tentativi dei "multicolori invasori”, peraltro superiori per numero e per armamento. Nonostante tutto, insomma, il valore dei nostri fanti di marina riuscì a sfondare il fronte tenuto dalla quinta armata angloamericana costringendola a ritirarsi fino a Lucca e dintorni. Poi arrivarono i giorni dell'ira, con il crollo delle difese germaniche e il conseguente ripiegamento dei reparti della Grande Unità verso il Nord per costituire l'ultima difesa, ma anche per salvare i complessi portuali, le industrie e le infrastrutture che avrebbero poi consentito, come in effetti fu, di avviare nel dopoguerra la ricostruzione dell'Italia.
 
 
 L'ultimo ordine di Farina
 
     E' datato 29 aprile 1945 l'ultimo ordine del giorno lanciato dal generale Amilcare Farina ai suoi marò, per riunirli nella città di Alessandria, "dove sarà proceduto alla smobilitazione personale immediata". E l'avvertimento finale: "Compiendo le operazioni con ordine e disciplina, la Divisione darà l'ultima conferma di essere stata una Unità regolare delle migliori tra quelle dell'Esercito". Ma questo stava a dimostrarlo anche il medagliere della Divisione, davvero esaltante e degno della grande tradizione militare italiana, specie di quella dei Fanti di Marina: 2 medaglie d'oro, 9 d'argento, 42 di bronzo, 98 croci di guerra al V.M., 83 encomi solenni, 20 promozioni M.G.; inoltre, numerose ricompense al V.M. germaniche consistenti in una croce di ferro di prima classe, 13 di seconda classe, 7 al merito di guerra con spade di 2a classe e un distintivo d'onore. Il Leone di San Marco ha così dimostrato di aver ruggito bene.
 
 
STORIA VERITA' N. 12, Maggio-Giugno 1998 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

CHI È CON "SAN MARCO" MUORE CON "SAN MARCO"! Gli ultimi giorni della Divisione e il piano operativo "Nebbia Artificiale"
Pieramedeo Baldrati
 
 
    Pubblichiamo il testo integrale del discorso commemorativo che l’Autore pronunciò a Livorno il 4 ottobre 1987, in occasione del Raduno dei veterani della Divisione della RSI.
    Signori Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e Camerati Militari di Truppa della 3a Divisione Fanteria Marina "San Marco"!
    Davanti a Voi il mio pensiero va, in questo momento, agli 800 Caduti Noti, ai 486 Caduti Ignoti, ai 564 Dispersi ed ai 754 feriti della Divisione. Con Essi auspico che Voi ricordiate il Maresciallo creatore delle FF.AA. della R.S.I.
    Grande è stata la mia perplessità quando nelle andate settimane sono stato invitato dal Sottotenente Brenna a parlarVi, essa derivava dal non aver fatto parte della Vostra Grande Unità e quindi dal ragionato timore che venirVi a narrare la Storia, sia pure sintetica, avrebbe generato in taluno di Voi un senso di malessere morale se non di fastidio in quanto Voi avete "fatta" la "San Marco" non io che ne ho solo ricostruito nei dettagli l’esistenza.
    A quella del Sottotenente Brenna si sono aggiunte anche le insistenze affettuose del Vostro Presidente Capitano Martinozzi ed eccomi quindi tra Voi per rivivere una parte della Storia della Divisione.
    Io so per certo che nella maggioranza dei Veterani di "San Marco" (con esclusione del personale dei due Btg. al Fronte Sud) vi è ancora a distanza di non pochi anni un rammarico, un indistinto fastidio, e per dirla da "troupier" un magone grande... gli ultimi giorni... il ripiegamento... la resa. Ed appunto di ciò Vi voglio parlare per sciogliere finalmente quel velo di tristi ricordi in modo ufficiale e definitivo!
    È noto che la manovra strategica del ripiegamento della Divisione prese il nome di Kunstlicher Nebel (nebbia artificiale). Nome convenzionale definito dal Comando del Gruppo Eserciti poi Comando del Sud-Ovest per tutte le grandi Unità dipendenti. Meno nota la genesi, l’alternanza di intendimenti, l’esecutività che ora esamineremo. In sostanza si trattava di una manovra di ampio respiro che prevedeva l’arretramento di tutto lo schieramento del Gruppo Eserciti e l’assunzione di una nuova linea difensiva che dallo sbocco del lago Maggiore per il Ticino, il Po e le Foci Po fissasse il nemico. Tale manovra fu ipotizzata al Comando Gruppo Eserciti sin dal novembre 1944, ma non ne furono "messe in carta" le linee essenziali, di rimbalzo il Signor Generale Farina ne venne a conoscenza lo stesso mese presso il Comando del Corpo d’Armata "Lombardia", durante un rapporto.
    Tale manovra presupponeva l’abbandono al nemico dell’intero Piemonte, della Liguria, dell’Emilia, quindi del 50% del territorio della Repubblica... evidente quindi che il Generale Comandante non vedesse con eccessivo favore il tutto, specie se i movimenti fossero avvenuti sotto la pressione del nemico (che avrebbe attizzato una insorgenza all’interno) con prevalenza di forze aeree ed oltre a ciò per l’imponenza delle ipotizzate distruzioni. 
    Le offensive di Natale nelle Ardenne ed in Garfagnana, l’arresto imposto all’Est alla Armata Rossa fecero accantonare "nebbia artificiale" e nella mente del Generale Comandante prese forma un progetto (sino ad oggi o ignorato o comunque poco pubblicizzato) di "resistenza in posto in area difesa". Questo progetto che reca la data del 1° febbraio 1945 e che fu diramato a mano ai soli Comandanti di Unità come promemoria, SEGRETISSIMO, promanava da questi fattori: preservazione della unità organica dei Reparti (fattore di somma importanza per l’azione di comando e per la salvezza fisica degli uomini); conservazione di una parte di territorio sino ad una definizione politica onorevole e soddisfacente (testuale); ipotizzava una durata di tempo di 15-20 giorni.
    A differenza di altri Ridotti (rivelatisi poi dei canards) questo progetto fu autonomamente realizzato con ammassamento di scorte, di munizioni, viveri, carbolubrificanti e bestiame in piedi, sfruttando le antiche opere di fortificazione e le gallerie ferroviarie non armate della Liguria occidentale. Esso era ben differente dalle ipotesi di "nebbia artificiale" e vi si poteva antevedere una soluzione italiana all’atto della crisi finale.
    Il Generale Farina ne fece parola al Segretario Militare del Maresciallo, Generale Sorrentino, il quale però, nel corso della visita alla Divisione che il Maresciallo stesso effettuò nel marzo 1945, comunicò che non se ne doveva nemmeno parlare. Sfumava così l’occasione di fare della Divisione l’ultimo baluardo in armi della Repubblica, l’estrema difesa del Governo.
    Di "nebbia artificiale" si tornò a parlare il 31 marzo ad un rapporto presso il Comando del Corpo di Armata "Lombardia" alla presenza del Comandante Generale del Sud Ovest von Vietinghoff detto Scheel, che aveva sostituito il Maresciallo di Campo Kesserling nel gravoso incarico. E nel rapporto, sorvolando sulla presa di posizione alla linea Ticino-Po, si parlò soprattutto di distruzioni. Gli intendimenti emersi presupponevano l’adozione di "nebbia artificiale" solo all’ultimo momento e cioè sotto pressione nemica... l’ipotesi peggiore. Il Generale Farina si espresse chiaramente: il ripiegamento avrebbe portato a perdite ingenti senz’alcun costrutto, le distruzioni avrebbero gravemente compromesso l’economia italiana, l’ipotizzata orgia di distruzioni avrebbe avuto riflessi fortemente negativi sulle Unità italiane con probabilità di ribellione spontanea ed immediata (specie per Genova), in definitiva meglio la resistenza in posto e, comunque, desiderio di ordini chiari e precisi. Non vi fu opposizione da parte germanica, ma dalla riunione emerse che a Milano il Generale Wolff stesse architettando altre soluzioni. Comunque, ancora una volta, di "nebbia artificiale" più non se ne parlò.
    Nei giorni immediatamente precedenti vi era stato un colloquio tra il Generale Farina ed il Comandante Arillo, durante il quale si era parlato viceversa ancora di Area Difesa e la sintesi era stata subito trasmessa dal Comando "San Marco" al Maresciallo Graziani.
    Proprio su invito del Comandante Arillo il Generale si recò a Genova il 2 aprile per una cerimonia della Xa e vi incontrò il Comandante Borghese, che nel suo discorso ai marinai parlò di "difendersi contro tutti" ma poi in colloquio riservato con il Generale trattò quasi esclusivamente della difesa della Venezia Giulia... ed anche di Area Difesa più non si parlò.
    Scorsa tranquilla la prima settimana di aprile, se per tranquillità si deve intendere la staticità dei Fronti in Italia, poi il giorno 9 si scatenò sul Fronte Sud l’offensiva angloamericana. Per la verità (e lo si apprese nel dopoguerra) il Comandante del Sud-Ovest informò il Cancelliere del Reich e Comandante Supremo che una resistenza statica avrebbe avuto poche probabilità di successo, ma le sue proposte di arretramento alla linea Ticino-Po vennero al solito respinte.
    Sotto colore di trattazione di pratiche irrilevanti rispetto al profilo operativo, il Generale Farina inviò presso il Maresciallo il Capo di Stato Maggiore (del quale vedremo più tardi l’operato) ma nulla ne venne dal Comando Armata. E nulla ne venne anche dal Comando di Corpo d’Armata e si giunse così al punto che la situazione generale era cognita solo attraverso la radio nemica. Il Generale Farina avverte il rapido deteriorarsi della situazione, ed il 12 aprile ordina al proprio Stato Maggiore di riprendere alla mano gli studi su "nebbia artificiale", poi appronta un apposito Ordine del Giorno galvanizzante: "Chi è con San Marco muore con San Marco!".
    Il 14 aprile il Generale si reca al Btg. "Uccelli". È dello stesso giorno un ordine Superiore che modifica il trattamento da farsi ai partigiani catturati con le armi in pugno. Al suo rientro in Sede, il Generale viene a conoscenza dell’Ordine OP 27 del Comando Partigiano Piemontese comminante la pena di morte ai militari della RSI. Non sfugge al Generale il rapido deteriorarsi della situazione. Egli si reca a Savona il 18 aprile dove, amaramente, constata che "en cas de malheur" ognuno vuol fare di testa sua (testuale). Tornato ad Altare, rapidamente muta la dislocazione del I/5° nella zona di Stella, poi ha un colloquio confidenziale con il capo del D.V.K. circa "nebbia artificiale". 
    Il 20 aprile, mentre il Fronte Ovest tiene il Fronte Sud inizia, sotto violenta pressione nemica, il ripiegamento, il giorno dopo il Generale dirama l’Ordine del Giorno approntato.
    Il 22 si viene a conoscenza di un ordine di Alexander alle bande, dove le si incita ad usare anche i coltelli (il fair play degli inglesi). Alle ore 20,30 giunge dal Corpo d’Armata il preavviso di "nebbia artificiale", al che il Generale mette in "Allarme 2" la Divisione e riesce, fortunosamente, a far comunicare al II/6° l’ordine di raggiungere Genova al più presto. 
    Nella notte lo Stato Maggiore della Divisione appronta l’Ordine scritto di "nebbia artificiale". Eccovelo nella sua intierezza. Il Capo di Stato Maggiore non ha partecipato alla sua redazione. (Lettura dell’Ordine operativo). Per ordine del Corpo d’Armata, giunto alle ore 12,00 del 23 aprile, questo Ordine diviene esecutivo.
    I movimenti iniziano il 25 aprile su Acqui dove è giunto il III Gruppo Esplorante dopo contrasti con le bande, mentre i Servizi, il Comando Divisione ed il Btg. Trasporti passano indenni, il Btg. Raccolta subisce aspri contrasti dalle bande ed un bombardamento di artiglieria da parte di una colonna germanica effettuato per errore, al 5° Reggimento si ha la defezione del Comandante della C.C.R. (e conseguente eliminazione di gran parte degli uomini), il I/5° effettua senza danno i movimenti, il II/5° persa l’8a Compagnia (defezione del Comandante) procede faticosamente; il 6° Reggimento assicurerà la retroguardia, il suo III Btg. opera valorosamente sulla costa e raggiunge in giornata Savona, dove la 3a Compagnia Ferroviaria ha rintuzzato ogni velleità partigiana alla Stazione.
    L’Artiglieria è in movimento con scarso contrasto. Si può affermare che nella giornata i movimenti hanno avuto luogo abbastanza soddisfacentemente, ma un caso gravissimo si è verificato: il III Gruppo Collegamenti non si è mosso (sembra dopo colloquio del suo Comandante con il Capo di Stato Maggiore), vengono così a mancare alla Divisione in movimento gli indispensabili supporti delle trasmissioni radio non tanto nel suo interno quanto per ciò che attiene il Comando di Corpo d’Armata e le Grandi Unità laterali. Ciò non può che condurre alla catastrofe ed è la riproduzione esatta, pedissequa, di ciò che avvenne in Russia al Corpo d’Armata Alpino.
    Il Battaglione Pionieri, dove si è verificata qualche defezione isolata di ufficiali, ha perduto corpo e beni, un plotone (risulterà poi distrutto) ma giunge, sia pure faticosamente, in Acqui nel pomeriggio. 
    Le perdite della giornata sono ancora contenute e riguardano militari caduti per lo più per cecchinaggio sulle colonne, eccezion fatta al Gruppo Tattico "Valli" per il luttuoso equivoco già citato.
    In Acqui il Generale preliminarmente si reca dal Vescovo e gli fa noto che la Divisione se attaccata agirà duramente contro la città e non consegnerà alle bande il Generale Aichino ed i suoi del CISU. Parlamentari delle bande si presentano al Generale chiedendo la resa di "San Marco" e vengono rinviati con una proposta di tregua che consenta, senza spargimento di sangue, il libero transito di tutta la Divisione. 
    A questo punto si inserisce l’atto volontario del Capitano Martinozzi, che durante le trattative si offre quale ostaggio e viene portato con altro ufficiale presso le bande. In serata giungono i Reparti del 5° Reggimento e dell’Artiglieria e, sempre in serata, viene concordata con le bande una tregua di 5 giorni per il libero transito della Divisione. L’aviazione nemica, frattanto, attacca le colonne.
    26 aprile: un ufficiale della 3a Compagnia Amministrazione consegna alle bande i fondi della Divisione, mentre il Comando permane in Acqui, il III Gruppo Esplorante si è portato a Valenza Po, i Servizi marciano su Alessandria, il III Trasporti è duramente attaccato dall’aviazione tra Acqui ed Alessandria, la Colonna Sanitaria giunge a Valenza, i Pionieri oltrepassano Alessandria, il Gruppo Tattico "Valli" (avanguardia) raggiunge la Lombardia e sosta, così pure il Comando del 5°, mentre il suo I Btg. raggiunge Acqui seguito dal II. Il 6° muove verso Acqui il suo III Battaglione, ritorna verso Savona per liberare la 13a Compagnia accerchiata e poi, proseguendo nel movimento, entra in serata ad Acqui cantando tra lo stupore degli abitanti!
    L’Artiglieria in parte ha proceduto su Alessandria, in parte è ancora in Acqui. L’onore del III Gruppo Collegamenti è tenuto alto da un plotone che si ostina a non arrendersi alle bande in Ferrania. Ultima a lasciare Savona la 3a Compagnia Ferroviaria che ha inflitto notevoli perdite alle bande. Nel pomeriggio si presentano al Generale emissari delle bande "Mauri", facendo ben intendere che arrendendosi a loro l’incolumità degli uomini sarebbe assicurata, vengono respinti.
    In serata il Generale apprende da altri emissari "mauriani" la resa di Genova, quattro ufficiali germanici fortunosamente sfuggiti confermano la notizia.
    27 aprile: mentre il Comando Servizi della Divisione superato il Po raggiunge Mortara con tutti i suoi elementi ed i Trasporti, i Pionieri si portano a Valenza, il Gruppo "Valli" oltrepassa il Po e si ferma alle porte di Mortara. Il Comando 5° oltrepassa Mortara e si avvicina a Vigevano, il I e II/5° muovono verso Alessandria così come il I/6° ed il III/6°, il Comando 6° sosta in Acqui. Artiglieria: il Comando raggiunge Lomello sostandovi, il II/3° si trasferisce da Acqui in Alessandria, il III/3° giunge a Lomello con il IV. Le perdite della giornata sono elevate in tutti i Reparti.
    Nella mattinata un Maggiore inglese chiede di conferire con il Generale Comandante e gli propone la resa della Divisione, minacciando un intervento massiccio dell’aviazione. Il Generale gli oppone gli ordini che nel merito dovrebbe impartire il Maresciallo e chiude il colloquio dandogli appuntamento sulla linea Ticino-Po.
    "La decisione di respingere la resa è mia, soltanto mia... come può la "San Marco" iniziare il disgregamento di tutto il Corpo d’Armata? Abbandonare il 6° Reggimento? Lasciare nelle mani delle bande tanti camerati? Il mio è un atto di cameratismo, è un atto di fede!".
    L’ufficiale nemico, allontanandosi, mormora: "La "San Marco" ha firmato la sua condanna a morte".
    Nel pomeriggio il Comando Divisione raggiunge Valenza dove il Generale Hildebrandt del D.V.K., rientrando da Alessandria, giunge anch’esso più tardi in uno stato di agitazione estrema: ha appreso la notizia della morte del figlio decapitato dai russi ed ha visto in Alessandria il comportamento di quel Comando Piazza incline alla resa. Il III Gruppo Esplorante poco più tardi renderà gli onori alla memoria del Sottotenente Georg Hildebrandt durante una visita che i due Generali fanno. In serata il Generale ordina che tutti gli elementi di truppa liguri, emiliani e toscani siano lasciati in libertà. Nessuna notizia il Generale possiede circa i movimenti delle Grandi Unità della Frontiera Occidentale, della 34a Divisione e dei Cacciatori degli Appennini. 
    28 aprile: il Comando Tattico permane in Valenza, il Comando Servizi, oltrepassata Vigevano, giunge nelle vicinanze di Abbiategrasso, il Btg. Trasporti arriva a Cassinette di Lugagnano, tutti gli elementi dei Servizi sono con il Comando Servizi, il Btg. Pionieri si disloca a Torre Beretti, il Gruppo Tattico "Valli" giunge esso pure presso Abbiategrasso, il Comando 5° oltrepassa Vigevano con la Colonna Leggera ed i Distruttori Carro, il I/5° procede verso Mede con il II in retroguardia, il Comando 6° a Valmadonna, la Sezione pezzi della CCR/6° giunge a Valenza, la Colonna Leggera sosta in Alessandria, il I/6° oltrepassa il Po e marcia verso Vigevano, il III/6° si porta a Valenza e sosta.
    Dell’Artiglieria: il Comando oltrepassa il Ticino con il III/3°, il II/3° sosta a Valmadonna, il IV/3°, fatti saltare alcuni pezzi a Valenza riesce a raggiungere il Comando Reggimento. Il 3° Gruppo Costiero si arresta a Valmadonna.
    Il III Gruppo Esplorante nella serata tenta di passare per le armi il Capo di Stato Maggiore della Divisione, scoperto mentre telefona in Alessandria ai partigiani sulla presenza di Reparti e del Generale in Valenza, solo l’ascendente del Comandante riesce ad impedire l’atto.
    Dopo la partenza del Generale per Alessandria, il Gruppo perde un certo numero di uomini con un ufficiale che si allontanano verso la Lombardia antivedendo rappresaglie delle bande, specie dopo il ritorno da Alessandria del Generale con ufficiali delle bande.
    Nella mattinata il Capo di Stato Maggiore della Divisione, che nella notte si era fermato in Alessandria, arbitrariamente si presenta al Generale senza nulla riferirgli e dichiarando che se ne torna in Alessandria.
    Poi il Generale riceve da una staffetta partigiana una busta da parte del Generale Ollearo (Segretario Generale per l’Esercito Nazionale Repubblicano) nella quale vi è un foglio contenente notizie strabilianti: il Maresciallo Graziani prigioniero... il Governo catturato... Mussolini catturato sul lago di Como... Berlino accerchiata ed infine la preghiera di non arrecare danni alle popolazioni lungo il cammino dei reparti della Divisione!
    Nel pomeriggio il Capo di Stato Maggiore rientra in Valenza avvertendo il Generale che lo si attende in Alessandria per trattare.
    Il Generale si reca in Alessandria dove l’Ammiraglio Girosi gli propone la resa di "San Marco". Il Generale specifica le condizioni: per i reparti al di là del Po nessun provvedimento possibile; per i Reparti al di qua del Po concentramento in Alessandria Cittadella e trattamento da prigionieri di guerra; tregua d’armi; garanzia personale sull’eseguire le condizioni suesposte.
    Il Generale rientra poi in Valenza e rende noto il tutto al Comando di Corpo d’Armata (in transito) che però decide di passare il Po e di inoltrarsi in Lombardia.
    Mentre nella prima parte della notte i parlamentari avversari rientrano in Valenza, il III Gruppo Esplorante passa per ultimo il Po. Secondo le condizioni concordate restano in Piemonte: il Comando Tattico della Divisione e gran parte del 6° con un Gruppo di Artiglieria. Il Generale Comandante detta l’ultimo Ordine del Giorno della Divisione. Le truppe in Lombardia sono agli ordini del Colonnello Sordi.
    29 aprile: il Comando Tattico si trasferisce a Valmadonna e nel pomeriggio passa in prigionia di guerra in Alessandria così come il 6° con i suoi restanti reparti dell’Artiglieria, si consegna in Alessandria il II/3° unitamente al 3° Gruppo da Posizione Costiera.
    30 aprile: gran parte della Divisione, dislocatasi in terra lombarda, è ora agli ordini del Colonnello Comandante del 5° Reggimento, che viene raggiunto da una aliquota del Comando di Corpo d’Armata "Lombardia" con il Capo di Stato Maggiore Colonnello Morgantini. Il III Gruppo Esplorante entra in Vigevano e vi libera tutti i militari R.S.I. già prigionieri delle bande.
    Nel pomeriggio, sentiti tutti i Comandanti di Reparto, il Comandante ff. della Divisione Colonnello Sordi considerato: l’evolversi degli avvenimenti; la totale occupazione di Milano da parte di colonne corazzate nord-americane; la dichiarata volontà germanica di non difendere la linea Ticino-Po ma di ripiegare verso il Brennero; le condizioni proposte dal CLN di Magenta (libertà individuale agli uomini di truppa); dirama gli ordini verbali per il concentramento di tutto il personale della Divisione nel tardo pomeriggio e nella notte.
    Nella giornata, sulle truppe in movimento, aerei nemici a bassa quota hanno lanciato manifestini invitanti alla resa, nel pomeriggio altro lancio di manifestini a firma Graziani.
    Alle ore 24,00 del 30 aprile la 3a Divisione Fanteria di Marina "San Marco" cessa di esistere.
    Signori Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e Camerati Militari di Truppa della 3a Divisione, ho cercato nella contenuta, sintetica disamina dei fatti accertati di sciogliere definitivamente le ombre anche cupe che sinora hanno avvolto gli ultimi giorni della Divisione, ombre che il dolore, talvolta trasformandosi in rancore hanno nel tempo rese ancora più cupe. Mi sono limitato a quanto attente ricerche hanno fatto cognito. Aggiungo ancora rilevandolo dal Diario inedito di Martini-Mauri, fortunosamente pervenutomi, che l’onore del III Guppo Collegamenti, assente agli avvenimenti narrati, fu salvato da quel plotone di genieri di Ferrania che si arrenderà solo il 30 aprile, dimostrando d’essere coriaceo almeno quanto i commilitoni che in armi giunsero alle porte di Milano.
    Non dimentichiamo che uguale "schiena" dimostrarono conduttori e scorta dell’autocolonna Sanitaria che, al comando del Maggiore Rippa, raggiunse l’Ospedale Militare di Milano-Baggio con i feriti. Con questi commilitoni avrei caro ricordaste i due Battaglioni al Fronte Sud ed il Deposito di Brescia ed il Comando Tappa di Milano, tutti hanno dimostrato di che stoffa fosse la "San Marco".
    Non rancore, rammarico ed oblio restino da oggi nel vostro animo, ma vi seguano le parole che il Vostro Generale scrisse in Alessandria, già prigioniero, la notte del 30 aprile: "Ora sono solo, solo con me stesso... di tutto, di tutti, il solo responsabile sono io. Quanto a suo tempo avevo fatto presente al Maresciallo si è avverato... la mia Divisione ha compiuto il suo ultimo dovere, il suo estremo sacrificio seminando di Caduti il suo cammino, dalle rive del Tirreno a quelle del Ticino-Po".
    "Anche se ancora ignoro le sorti del Deposito e dei due Battaglioni al Fronte (ma son certo che tutti si saranno comportati bene) ora so che la mia "San Marco" ha percorso il suo cammino arrivando, in massima parte, là dove le era stato ordinato giungere".
    "Lo stillicidio continuo di sangue dall’agosto ad una settimana fa, il cruento sacrificio di questi ultimi giorni, le vendette che presumibilmente da oggi avverranno, laveranno nel Tempo le inevitabili debolezze dei singoli che si sono smarriti".
    "Tutti, compatti o decimati, in ogni dove hanno marciato, saldi sotto attacco, indifferenti alla minaccia, sordi alla lusinga, volutamente ciechi all’evidenza, pagando pesante tributo di sangue, attenti solo al Dovere, decisi oltre il Dovere, fedeli al Giuramento, Soldati sino all’ultimo... per questo il mio futuro mi è indifferente...".
    Siano queste parole del Vostro Generale il Vostro Ideale Foglio di congedo. Sia onore a voi Uomini di "San Marco"!
 
 
STORIA DEL XX SECOLO
 
                                                                                                                                              

                                                                                                                                                   


mercoledì 15 giugno 2022

CI VUOLE CORAGGIO VERO, ECCELLENZA!

 CI VUOLE CORAGGIO VERO, ECCELLENZA!

Mistica Fascista del combattimento - Biblioteca del Covo

Cari lettori, amici e soprattutto nemici. In questi ultimi, drammatici e apocalittici anni, gli attacchi e i crimini inenarrabili dei “figli delle tenebre” sono aumentati esponenzialmente, perché la fretta di arrivare al loro cosiddetto “new world order” (incubo distopico, declinato non a caso in lingua inglese!), ovvero il governo unico globale super-socialista (qui), in cui il potere sia detenuto da poche oligarchie Messianiste, plutocratiche, massoniche, è cresciuta a dismisura. Come abbiamo puntualmente documentato, le maglie delle oligarchie mondialiste hanno coperto, in modo intelligentemente luciferino, tutte le possibili risposte tendenzialmente sane. Con tecniche, ahinoi!, ben rodate, fondate sul concetto di “strategia della tensione permanente” (qui), le stesse “risposte che non rispondono” sono fondamentali per mantenere la maggioranza della popolazione mondiale nell’oppressione, divenendo essa  allo stesso tempo vittima e carnefice! Non abbiamo mancato di indicarvi alcune delle più importanti “tendenze” potenzialmente positive, tra le quali svetta quella dell’Arcivescovo Cattolico-Romano, Sua Eccellenza Carlo Maria Viganò

Indiscutibilmente, l’insigne prelato ha compiuto un atto di coraggio mai visto sia all’interno dello stesso “cattolicesimo moderno” – religione che ha sostituito il Cattolicesimo Romano con il paganesimo democristianista – sia nella stessa società italiana in genere. La posizione di Viganò è maturata all’interno di una Revisione, dichiarata con onestà da Lui stesso, che vede il suo inizio in prolusioni che abbiamo favorevolmente commentato in due momenti (qui e qui). Chiaramente, di Revisione si trattava, dunque di un processo in atto, che manteneva, a nostro giudizio, delle contraddizioni in essere, ed elementi assolutamente discutibili e criticabili, da noi puntualmente evidenziati. 

Durante questa luminosa e schietta Revisione, dove Sua Eccellenza ha iniziato a sottolineare la fallacia del Sistema politico Liberale in sé, dei suoi “meccanismi”, delle sue ipocrisie e terminologie propagandistiche, dei falsi concetti di “Libertà e partecipazione”, che in realtà sono metodi di assoggettamento collettivo, in modo tanto tempestivo quanto puntuale, sono avvenute le solite “coincidenze”. Ossia, l’assieparsi intorno a Viganò di gruppi e figure facenti capo al Conservatorismo globale. Avvicinandolo, cercando di carpirne un appoggio diretto ed esplicito in più casi, e, così facendo, provando ad inserirlo in un preciso movimento che in qualche modo possa “mediare” con il Sistema costituito, così da garantire una presunta quanto fittizia e inutile “diga” alla deriva attuale, senza mettere con ciò in discussione il fondamento liberal-democratico-individualista e materialista della Società. In questo periodo, a fare maggiormente pressione in tal senso è un “professore” di area Conservatrice, che, dopo aver simbolicamente “abbracciato”, il Prelato, poi lo attacca in concreto. Proprio a partire da questo stesso contesto, a nostro giudizio, Viganò ha cominciato a mettere in secondo piano la sua Revisione; riprendendo politicamente un approccio di tipo tattico, sposando la vecchia e quanto mai inaccettabile, almeno secondo il nostro punto di vista di mistici fascisti, “dottrina del male minore”. I suoi appelli, che solitamente mostrano un respiro decisamente più ampio rispetto alle “risposte che non rispondono” di cui abbiamo già detto, sfociano così concretamente nel sostegno all’ennesimo gruppo politico, federativo, Conservatore, nato intorno agli ennesimi “programmi strumentali” di marca democristiana dorotea che lo stesso Arcivescovo aveva precedentemente denunciato come “idealizzazioni” propagandistiche atte a far solo generare un consenso tanto superficiale quanto irreale. Prima del suo appello per una “Alleanza Anti-Globalista”, a cui noi abbiamo risposto con nostre precise proposte ribadite nei nostri precedenti articoli, l’Arcivescovo pareva stesse maturando l’auspicata e provvidenziale critica al Sistema in quanto tale, nella sua radice religiosa, filosofica e politica. Ma dopo esser stato platealmente avvicinato dal fronte “Conservatore”, da lui stesso stigmatizzato in precedenza, ha evidentemente modificato la propria direzione politica, sospendendo la sua Revisione, intraprendendo la via della “federazione dei dissidenti” pienamente funzionale alle logiche del sistema dominante. Prima, quindi, verrebbe la presunta “diga”. Poi, forse, la discussione sul domani. In questa “sterzata” politica, si notano tutte le incertezze del prelato, il quale non ha preso una posizione diretta, sebbene gli sia stata richiesta, nell’ambito del movimento Conservatore che si sta radunando intorno alla sua persona e che lo sta strumentalizzando!  E Viganò continua, seppur sullo sfondo, a riferirsi a critiche più profonde, rispetto a quelle strettamente “politiche”. Ciò che però ha sacrificato, per esigenze di natura tattica, secondo noi fascisti è qualcosa di importanza  fondamentale, ossia la volontà di proclamare e seguire la Verità “tutta intera”. In un recente appello, rivolto al “Comitato” di Conservatori “democristiani” che lo hanno avvicinato, egli si rivolge in questi termini (qui):

Il male si afferma con orgoglio luciferino, pretende di essere accettato in quanto tale, così come la menzogna esige di esser creduta proprio perché palesemente falsa. Il bene invece pare vergognarsi, la verità prova quasi imbarazzo ad essere affermata, e cerca spesso di rendersi accetta concedendo qualcosa all’avversario. Sono Cattolico, ma… Sono tradizionalista, però… Mentre nessuno, sul versante opposto, cede a compromessi col bene. Un paradosso, questo senso di inferiorità dei buoni dinanzi all’arroganza dei malvagi. Ma chi si vergogna della verità, si vergogna di Dio, che è Egli stesso Verità somma. Ma solo chi è nella Verità è veramente libero – Liberi in veritate – come promette il Signore: Veritas liberabit vos.

Oggi, dinanzi all’evidenza che quel piano infernale sta giungendo alle fasi finali, qualcuno di noi finalmente si è deciso a muoversi, a combattere, a chiamare a raccolta i Cattolici e le persone di buona volontà per far fronte comune contro il nemico. Con un sano realismo, e un doveroso esame coscienza, dobbiamo ammettere di aver perso molto tempo, di non aver colto preziose occasioni, di aver preferito affermare le nostre piccole peculiarità per dividerci tra di noi, come se non fossimo già abbastanza divisi e disorganizzati.
Questa premessa è indispensabile per fare tesoro degli errori commessi e trarne una lezione per il presente, perché questi errori non si abbiano a ripetere, tanto nelle questioni religiose quanto in quelle civili e politiche. Siamo un pusillus grex, e questo è un destino che la Provvidenza ci ha assegnato come segno distintivo della nostra impotenza dinanzi al mondo, dinanzi alla quale dobbiamo avere il coraggio di combattere ugualmente, e la fiducia di avere dalla nostra parte il Signore Iddio degli eserciti schierati in ordine di battaglia, la Vergine Santissima nostra Condottiera, il Principe  delle Milizie celesti San Michele Arcangelo, e tutta la Corte celeste.

Siamo come Davide contro Golia, armati solo di una fionda, certo, ma la nostra mano è guidata da Dio perché colpisca il bersaglio e lo abbatta. Cari amici di Liberi in Veritate, voi oggi state chiamando a raccolta tante buone persone, alle quali la farsa pandemica e gli eventi bellici hanno aperto gli occhi, mostrando la minaccia incombente di un potere ostile e asservito al demonio. Assieme a voi altri – forse meno saldi nella dottrina e meno consapevoli dei piani di guerra del nemico – si stanno svegliando dal loro torpore e cercano di coordinarsi per impedire l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale. Altri ancora, che nella confusione del momento crediamo possibili alleati, forse pensano di poter distrarre una parte dei buoni, facendo loro credere di combattere quel nemico, per poi vanificare i loro sforzi con quelle che gli esperti chiamano operazioni di gatekeeping.
Ma queste, in fondo, sono le incognite che si presentano sempre a chi sceglie di agire, senza limitarsi a guardare da spettatore. Questi sono i rischi che l’azione comporta inevitabilmente, mentre chi critica senza schierarsi ha mille pretesti per giustificare la propria ignavia.

Proprio alla luce di questo appello, ci sia concesso di rivolgerci a nostra volta direttamente a Sua Eccellenza.

aEccellenza, forse non lo sa ma “Davide” è in battaglia dal 2006. Noi fascisti de “IlCovo” non vogliamo “vantarci” di nulla, se non delle sofferenze che abbiamo patito e continuiamo a patire oggettivamente, da quando con risolutezza abbiamo sposato la battaglia madre di tutte le altre: quella per la Verità! Ma noi, abbiamo ritenuto, proprio in relazione ai fondamenti della Dottrina Fascista Mussoliniana, che nella Mistica della Civiltà Romano-Cristiana si fonda e trae la sua essenza Spirituale, che la disputa finale non attiene a quanti ostacoli ed a quanta opposizione si riuscirà a generare nei confronti del “disordine” costituito. Poiché la Vittoria, per essere davvero tale, dovrà essere relativa alla sostanza del Sistema Religioso, Filosofico e Politico che deve stare a fondamento delle Società. E’ questo Sistema che deve essere cambiato – Eccellenza, glielo ripetiamo, deve essere cambiato – dunque non basta soltanto la capacità di reagire. Perché la capacità di reagire in modo determinante e risolutivo, non fittizio, né transeunte, è data soltanto dalla retta dottrina e dalla retta fede cui si aderisce e per cui si combatte, sia dal punto di vista Religioso, che da quello Politico. Di quella Politica ALTA e orientata al Cielo, che manca completamente su piazza e fuori piazza.

Eccellenza, come abbiamo avuto modo di scrivere più volte, le menzogne propalate istituzionalmente da 80 anni, non coinvolgono solo la Santa Fede della Chiesa di Roma, ma anche quel “fuoco dell’Ellissi” (qui) che storicamente le si affianca in modo naturale: la Dottrina Fascista. Al riguardo hanno mentito SU TUTTO, Eccellenza! Mentono spudoratamente, sapendo di mentire. Aiutati in questo dagli utili pupazzi della politica partitocratica, che servono a perpetuare la Strategia della tensione permanente (qui), in Italia e nel mondo. Una indegna messinscena popolata di tragiche marionette, vestite con tutti i colori politici possibili e immaginabili, che non hanno alcuna attinenza con nessuna dottrina, ma che servono solo a pilotare a comando l’odio del pubblico, ed a perpetuare stereotipi falsi ed indecenti, che non hanno avuto mai avuto nessun riferimento con la verità dei fatti storici!simbolo art. stato fasc.

Come il Cattolicesimo Romano è l’unica vera fede, che Crede nell’Unico Dio, la Santissima Trinità, e la Chiesa di Roma è l’unica Chiesa di Cristo, così la Dottrina Fascista, il Sistema Fascista, lo Stato Fascista, rappresentano l’Unico vero presidio per perpetuare la Civiltà Mediterranea millenaria, senza la quale il Mondo non solo è orfano della vera politica, ma sprofonda nel caos più profondo! Ne abbiamo già discusso pubblicamente ed in tempi diversi anche con Uomini di Chiesa, di grande Fede e profonda Dottrina, come il compianto Don Ennio Innocenti (qui) ed il benemerito Don Curzio Nitoglia (qui), i quali dopo un intenso dibattito hanno entrambi convenuto con le nostre argomentazioni. Una fede, una civiltà, una patria, nel segno di Roma Eterna, nel segno ultra-millenario della Croce e del Littorio! 

Con acume, Eccellenza, ha notato – pensiamo li abbia visti assieparsi intorno a lei nitidamente – che esistono “guardiani della porta”, i quali, lupi travestiti da agnelli, si peritano di assicurare al Sistema senza Dio, senza Patria, senza Famiglia e senza Giustizia, la capacità di salvarsi e rigenerarsi, facendo rientrare dalla finestra quello che esce dalle porte, di cui essi sono controllori! Ebbene, proprio tale è la funzione perfettamente svolta da coloro che la circondano, perché se, come già abbiamo fatto notare, non si metterà in discussione il fondamento costituzionale del Sistema vigente, se non si negherà al liberalismo ogni cittadinanza, di qualsiasi tipo, magari si potrà rallentare temporaneamente la marcia dei Plutocrati, Massoni, Messianisti che stanno massacrando l’intero mondo (in realtà sono loro stessi che hanno previsto questo rallentamento!), ma non li si sconfiggerà mai. E non crediamo, Eccellenza, che si potrà invocare lecitamente la protezione della Regina di Tutte le Vittorie, se la battaglia non sarà quella definitiva in nome della Verità – nel segno della Croce – e la scelta quella radicale in nome della Giustizia – nel segno del Littorio!

Una battaglia che, proprio come Davide, stiamo combattendo ormai da moti anni. Ma la nostra “fionda” ha la forma del Fascio Littorio Romano! Simbolo di Civiltà e Giustizia, non di barbarie (il Littorio Eccellenza! Non la svastica, le croci celtiche, le rune, e tutti gli altri simboli creati apposta per ostacolare la Civiltà, quella vera, vedere qui)!

Immagine

La scelta, dunque, se si vorrà davvero riuscire a togliere dalle mani dei “figli delle tenebre” i destini del mondo, dovrà essere per forza di cose una sola e radicale: opposizione totale, completa, assoluta, al Sistema Liberale, senza se e senza ma, senza tatticismi e senza mediazioni. Ci vuole coraggio vero, Eccellenza! Noi lo andiamo ripetendo da sedici anni! (qui) Diversamente, come si sta già facendo, si continuerà a favorire il “gran nemico”! Il tempo del “male minore” è finito, Eccellenza. Proprio tale modo di pensare ci ha portato all’abominevole realtà odierna! 

Ci si allei, dunque! Intorno alla Croce e il Littorio! Per usare la sua stessa citazione, Eccellenza: ” Qui non est mecum, contra me est: et qui non colligit mecum, dispergi”.

RomaInvictaAeterna

                                                                                                                                                

mercoledì 8 giugno 2022

La Storia non censurata: alle origini della seconda guerra mondiale

 

La Storia non censurata: alle origini della seconda guerra mondiale

di: Kenneth McGillian - Trad. Alfio Faro

Con il Trattato di Versailles del 28 giugno 1919 e con il Trattato di St.Germain del 20 settembre dello stesso anno, il popolo tedesco fu umiliato a morte. Il primo ministro britannico Lloyd George scriveva: “I banchieri internazionali hanno spinto tutti da parte uomini di Stato, politici, giornalisti e giuristi ed hanno dettato i loro ordini con l’imperio di monarchi assoluti”.
Il vecchio Impero austriaco fu “balcanizzato” senza riguardi alle sue varie culture e nazionalità. La Prussia Orientale fu separata dalla Germania da una larga parte ceduta alla Polonia. I tedeschi dei Sudeti furono posti sotto il controllo dei cechi. L’area mineraria carbonifera della Saar doveva essere amministrata per 15 anni dalla Lega delle Nazioni e quindi sottoposta a plebiscito. Alla Nazione tedesca fu imposta la depravata Repubblica di Weimar e le classi medie furono spogliate dei loro risparmi da una finanza corrotta. C’erano milioni di disoccupati ed i capi spartachisti rivoluzionari Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg fomentavano la rivoluzione rossa.
Forze straniere
assumono il controllo
Il “Daily Mail” riportò il 10 luglio 1933: “. . . La Nazione tedesca, inoltre, stava cadendo sotto il controllo di elementi stranieri. Negli ultimi giorni dei regime ante-Hitler i funzionari governativi ebrei erano 20 volte più numerosi di quelli che esistevano prima della guerra. Gli Israeliti ed i loro adepti internazionali si intrufolavano nelle posizioni chiave della macchina amministrativa tedesca”.
Il Dr. Manfred Reifer, un noto esponente della comunità ebraica della Bucovina, scrisse sulla rivista “Czernowitzer Allgemeine Zeitung” nel settembre 1933:
“Mentre gran parte della nazione tedesca lottava per preservare la sua etnia, noi Ebrei riempivamo le strade della Germania con le nostre urla. Fornivamo alla stampa articoli sul Natale e Pasqua ed amministravamo le sue credenze religiose nel modo che credevamo più adatto. Mettevamo in ridicolo i più alti ideali della Nazione tedesca e profanavamo le sue cose più sacre”.
Risentimento e resistenza cominciarono a montare contro le orde straniere, e nell’anno prima della ascesa di Hitler al potere, Bernard Lacache, presidente della Lega Mondiale Ebraica, dichiarava: “La Germania è il nostro nemico pubblico numero uno. E’ nostro intento di dichiararle guerra senza clemenza”
Il Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler conseguì 17.300.000 voti nelle elezioni e conquistò 288 seggi nel Reichstag. Il 30 gennaio 1933 il presidente Hindenburg (Paul Ludwig Hans Anton von Beckendorf und von Hindenburg) nominò Hitler Cancelliere del Reich tedesco. Il 24 Marzo 1933 il Reichstag votò 441 voti a favore, 94 contrari, i pieni poteri di emergenza al nuovo Cancelliere e la fallimentare Repubblica di Weimar cessò di esistere. Lo stesso giorno, 24 marzo 1933, comparve sul “London Daily Express” il titolo cubitale “Judea Declares War on Germany”: Jews of All the World unite” (“La Giudea dichiara Guerra alla Germania: ebrei di tutto il mondo uniamoci”). Il titolo fu seguito dal seguente passo: “Il popolo israelita del mondo intero dichiara guerra economica e finanziaria alla Germania.
L’apparizione della svastica come simbolo della nuova Germania fa rinascere il vecchio simbolo di guerra degli Ebrei. Quattordici milioni di Ebrei si uniscono come un sol uomo per dichiarare
guerra alla Germania. Il commerciante grossista ebreo lascia il suo negozio, il banchiere la sua banca, il negoziante la sua bottega, l’accattone la sua capanna miserabile allo scopo di unire le forze nella guerra santa contro il popolo di Hitler”.
Il governo tedesco all’epoca stava rimuovendo gli ebrei dalle loro posizioni di influenza e restituendo il potere al popolo tedesco. Questa “dichiarazione di guerra” ebraica alla Germania fu ripetuta in tutto il mondo. Il primo boicottaggio del commercio ebraico iniziò dopo questa dichiarazione nell’aprile 1933.
Esigere la distruzione totale
Vladimir Jabotinsky, fondatore della organizzazione terroristica Irgun Zvai Leumi, scrisse sul numero di Gennaio 1934 “Mascha Rjetach”: “Da mesi la lotta contro la Germania è sostenuta da ciascuna comunità ebraica in ciascuna conferenza di ciascun cartello finanziario e da ciascun ebreo in tutto il mondo. Vi sono motivi di credere che il nostro ruolo in questa lotta abbia un valore generale. Cominceremo una guerra spirituale e materiale in tutto il mondo contro le ambizioni della Germania di ridiventare una grande Nazione, di recuperare i territori perduti e le colonie. I nostri interessi ebraici domandano la distruzione totale della Germania, nel suo complesso ed individualmente”.
Emil Ludwig Cohen scrisse nel suo libro “The New World Alliance” (“La nuova Alleanza mondiale”, Strasburgo, 1938): “Anche se Hitler volesse evitare all’ultimo momento una guerra che lo distruggerebbe, egli sarà, nonostante le sue speranze, obbligato a farla”.
Bernard Lechache scrisse su “The right to live” (“Diritto alla vita”, Dicembre 1938): “E’ nostro compito organizzare il blocco morale e culturale della Germania e disperdere questa Nazione. Sta a noi iniziare una guerra senza quartiere”.
Il giornale ebraico “Central Blad Voor Israeliten” in Olanda publicò il 13 settembre 1939: “I milioni di Ebrei che vivono in America, Inghilterra, Francia, Nordafrica e Sudafrica, senza dimenticare la Palestina, hanno deciso di portare avanti la guerra con la Germania fino alla fine. Deve essere una guerra di sterminio”
Il “Toronto Star” (26 Febbraio 1940) pubblicò la dichiarazione del Rabbi Perlberg, direttore della sezione britannica del Congresso Ebraico Mondiale: “The Jewish World Congress is in a state of war with Germany for seven years”.
La rivista ebraica “Sentinel” di Chicago pubblicò nella sua edizione del’8 ottobre 1940: “Quando i Nazional Socialisti ed i loro amici gridano o sussurrano che questa guerra è condotta dagli Ebrei, hanno perfettamente ragione”.
Hitler a questo punto mise in attuazione il piano di portare tutti i territori tedeschi sotto una bandiera e tutti i tedeschi etnici delle aree vicine alla Germania sotto il governo tedesco.
I tedeschi della Renania, quelli dell’Austria ed i tedeschi dei Sudeti risposero prontamente. Nel gennaio 1935, la Valle della Saar votò il ritorno alla Germania con un 90% di voti a favore. Vi erano anche tedeschi nella Prussia Orientale e a Danzica che erano stati divisi dalle terre cedute alla Polonia con il Trattato di Versailles. Interessante è notare che fra il 1933 ed il 1937, diecimila ebrei emigrarono nella Germania di Hitler, 97 dei quali dalla Palestina.
Il Patto di Monaco
Un Patto fu firmato fra la Germania di Hitler e la Gran Bretagna (primo ministro Neville Chamberlain), che prevedeva una revisione pacifica degli errori commessi dal Trattato di Versailles. Fu auspicata una conferenza a quattro che avrebbe dovuto conservato la pace. Le quattro Potenze erano la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e l’Italia.
Il giornale “Truth” (Verità) del 5 gennaio 1952, dichiarava che il Signor Oswald Pirow, ministro sudafricano della Difesa, fu inviato in missione in Germania nel 1938 dal Generale Ian Smuts per allentare la tensione sul problema ebraico. Il primo ministro britannico disse a Pirow che la pressione internazionale della Giudea era uno dei principali ostacoli per un accomodamento anglo-tedesco e che sarebbe stato un grande aiuto nell’allentare questa pressione se si fosse potuto indurre Hitler a moderare la sua politica verso gli ebrei tedeschi. Pirow disse che Hitler vedeva con favore questa soluzione ed un accordo anglo-tedesco era in vista; l’effetto sarebbe stato, in caso di guerra, di limitare il conflitto a Germania e Russia, con l’intervento delle altre grandi Potenze per dettare le proprie condizioni quando le duellanti sarebbero state esauste.
Comunque, il Patto a quattro non doveva avere successo. Gli ebrei vi misero fine, quando il 7 novembre 1938, qualche settimana dopo il Patto Quadripartito e poco prima del viaggio a Parigi del ministro degli Esteri tedesco, von Ribbentrop, un ebreo polacco, Herschel Feibel Grynszpan, assassinò il terzo segretario di Stato tedesco, Ernst von Rath, nella ambasciata tedesca a Parigi. I cinque proiettili sparati furono il logico risultato della infiammata dichiarazione di guerra ebraica del marzo 1933 e misero fine agli sforzi esercitati per spiegare ed estendere l’importanza dell’Accordo di Monaco e per la revisione del Trattato di Versailles.
L’assassinio provocò disordini antiebraici in Germania, con l’incendio di sinagoghe ed il saccheggio e l’incendio di negozi ebraici. I tumulti antiebraici infiammarono l’opinione pubblica in Gran Bretagna ed in America contro gli sforzi di Chamberlain di allentare la tensione anglo-tedesca. In America, tedeschi furono assaltati e perseguitati. Gli ebrei cominciarono a lasciare la Germania.
La rivista parigina “L’Ami du Peuple” scrisse a questo proposito: “Queste persone sono fuggite dalla Germania perché hanno tentato di stabilire un regime di sangue e fuoco e scatenare gli orrori di una guerra civile e caos universale”.
Il segretario di Stato statunitense, James Forrestal, che in seguito morì in circostanze misteriose, scrisse nel suo “Diario di Forrestal” (Cassel and Co., Londra, 1952): “Ho giocato a golf con Joe Kennedy (ambasciatore degli Usa in Gran Bretagna, padre di John F. Kennedy). Secondo lui, Chamberlain ha dichiarato che il Sionismo e la Giudea mondiale hanno forzato la Gran Bretagna ad entrare in guerra”
L’ebreo Schlomo Asch, in un discorso concitato alle truppe francesi al fronte scrisse su “Le Nouvelle Litteraires (10 Febbraio 1940): “Questa è la nostra guerra, e voi la state combattendo per noi. Anche se noi ebrei non siamo fisicamente nelle trincee, siamo comunque moralmente con voi”.
L’8 ottobre 1942, la rivista “Sentinel” dichiarò inequivocabilmente: “La seconda Guerra Mondiale è combattuta per la difesa ed i fondamenti del Giudaismo”.
Bombardamenti terroristici
Il primo ministro Chamberlain aveva dato assicurazioni che “Il governo britannico non ricorrerà mai ad attacchi deliberati su donne e bambini ed altri civili a fini puramente terroristici”. Comunque, il suo successore Winston Churchill nominò come suo consigliere personale il professore Frederick Alexander Lindemann. Lindemann, in seguito Lord Cherwell, raccomandò il bombardamento delle città tedesche e suggerì che le aree operaie delle città fossero considerate obbiettivi legittimi. Da quel momento in poi le ultime vestigia di guerra leale civilizzata furono abbandonate.
Questi bombardamenti iniziarono il 10 agosto 1940 colpendo la piccola città aperta di Freiburg al confine svizzero. 53 civili furono uccisi, compresi 20 bambini che giocavano nel parco. Il fatto fu riportato dal signor Taylor della Croce Rossa americana nel “New York Times” del 3 maggio 1940. Ciò accadde prima che i tedeschi cominciassero a bombardare città inglesi. Il signor J.M. Speight, C.B.E., segretario principale del ministero dell’Aria, scrisse nel suo libro “The Splendid Decision”: “Adolf Hitler intraprese i bombardamenti di obbiettivi civili inglesi con riluttanza dopo che la RAF aveva cominciato a bombardare obbiettivi civili tedeschi. Questo diede a Coventry, Birmingham,
Sheffield, e Southampton il diritto di guardare in faccia Kiev, Kharkov, Stalingrado e Sebastopoli.
I nostri alleati sovietici sarebbero meno critici della nostra inattività se avessero capito quello che abbiamo fatto… Hitler avrebbe accettato volentieri in qualsiasi momento di cessare il massacro.
Hitler era autenticamente ansioso dir raggiungere un accordo con l’Inghilterra che limitasse i bombardamenti alle zone di guerra”.
Vendetta
Nel 1941, molto prima che cominciasse il raggruppamento degli ebrei europei per gli asseriti “campi di sterminio”, un ebreo, Theodor N. Kaufman, scrisse “Germany Must Perich” (La Germania deve morire). Kaufman concepì un piano per la distruzione totale della Germania con la sterilizzazione di uomini e donne dalla pubertà ai 60 anni. Descrisse la costruzione della organizzazione per questo scopo. Questo libro fu la base del Piano Morgenthau per la distruzione totale della industria tedesca e la schiavizzazione della popolazione. Naturalmente queste intenzioni caddero in mano tedesca, il ministro della Propaganda Josef Goebbels, ed irrigidirono la resistenza tedesca per evitare la sconfitta.
Il Piano Morgenthau fu la base di discussioni fra il presidente Roosevelt e Stalin attraverso il suo ufficiale di collegamento, un sovietico di nome Zabrousky e fu inoltre la base dell’accordo di Yalta.

mercoledì 1 giugno 2022

BREVE STORIA DELLA SVENDITA D' ITALIA -- 2 giugno del 1992,

 

BREVE STORIA DELLA SVENDITA D' ITALIA

Documentazione raccolta da Anonimo Pontino

L'ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: "Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leaders dei partiti di governo". 

Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c'erano alcuni appartenenti all'élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).
In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.

La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti. 

Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.

L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare  la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.

Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull'Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d'Italia. C'erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell'élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d'Italia. 

La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest'ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l'Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell'Europa e dell'Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.
In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L'accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani. 
La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà:  
Abbiamo avuto anni di privatizzazione, saccheggio dell'economia produttiva e l'esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia di destabilizzazione riparte oggi, quando l'Europa continentale viene nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del Ponte di Sviluppo Eurasiatico.[1][11]
Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo. Nell'ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla magistratura per aprire un'inchiesta sulle attività speculative di Soros & Co, che avevano colpito la lira. L'attacco speculativo di Soros, gli aveva permesso di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire. Per contrastare l'attacco, l'allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di dollari.

Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d'Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.
Spiegano il Presidente e il segretario generale del "Movimento Internazionale per i Diritti Civili - Solidarietà", durante l'esposto contro Soros:
È stata... annotata nel 1992 l 'esistenza... di un contatto molto stretto e particolare del sig. Soros con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New York, che fa parte dell'apparato della Banca centrale americana, luogo di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale, stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria "Goldman Sachs & co." come presidente dei consiglieri internazionali. La Goldman Sachs è uno dei centri della grande speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In Italia inoltre, il sig. Soros conta sulla strettissima collaborazione del sig. Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano e attuale presidente della "Albertini e co. SIM" di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati. Albertini è membro del consiglio di amministrazione del "Quantum Fund" di Soros.
III. L'attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto e preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht "Britannia" della regina Elisabetta II d'Inghilterra, dove i massimi rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S. G. Warburg, la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione dell'industria di stato italiana. A seguito dell'attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell'economia nazionale e dell'occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all'incontro del Britannia avevano già ottenuto l'autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più noti. L'agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l'intero procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione.[2][12]
I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l'allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l'allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all'allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.

Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la "necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo", pur sapendo che l'Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.

Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:
I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo... è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell'unificazione monetaria.[3][13]
Il giorno dopo, il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, riferiva che l'Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché "se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco".
Le nostre autorità denunciavano il potere dell'élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell'élite anglo-americana.
Il Movimento Solidarietà fu l'unico a denunciare quello che stava effettivamente accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell'economia italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato.[4][14]

Il 6 novembre 1993, l 'allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi scrisse una lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele, per avviare "le procedure relative al delitto previsto all'art. 501 del codice penale ("Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio"), considerato nell'ipotesi delle aggravanti in esso contenute". Anche a Ciampi era evidente il reato di aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i titoli quotati in Borsa delle nostre aziende.
Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia.
Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell'elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.
Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva "risanare il bilancio pubblico", ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).
Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell'élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l'acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell'ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.

Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.
Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell'élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers,  si fecero avanti per attuare un'opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l'Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L'Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.
Il titolo, che durante l'opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.  
 
Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).
Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.
La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti.

La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all'interno società con sede alle isole Cayman, che, com'è noto, sono un paradiso fiscale.
Gli speculatori finanziari basano la loro attività sull'esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema.

Mettere un'azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com'è emerso negli ultimi anni.
Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.
 
La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l'onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti.

I Benetton hanno incassato un bel po' di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, Ministro delle Infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle proteste dell'Unione Europea e alla politica del Presidente del Consiglio.
Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati. 
La società Trenitalia è stata portata sull'orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c'è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l 'amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Nell'ottobre del 2006, il Ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un'azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.
Dietro tutto questo c'era l'élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell'economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il  controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E' simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: "Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom".[5][15]

Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie ("Bond") con un alto margine di rischio. La Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.
Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.

I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale S.p.a. (società della famiglia Tanzi), Citigroup, Inc. (società finanziaria americana), Buconero LLC (società che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche SpA (società di revisione contabile), Grant Thornton International (società di consulenza finanziaria) e Grant Thornton S.p.a. (società incaricata della revisione contabile del sottogruppo Parmalat S.p.a.).
La Cirio era gestita dalla Cragnotti & Partners. I "Partners" non erano altro che una serie di banche nazionali e internazionali. La Cirio emise Bond per circa 1.125 milioni di Euro. Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di onestà e di trasparenza. 

Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.

Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.

Bibliografia :

[6][1] http://www.reti-invisibili.net/georgofili/
[7][2] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[8][3] La Repubblica , 28 maggio 1992.
[9][4] La Repubblica , 10 giugno 1992.
[10][5] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[11][6] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[12][7] La Repubblica , 25 giugno 1992.
[13][8] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[14][9] La Repubblica , 11 agosto 1992.
[15][10] L'Unità, 12 agosto 1992.
[16][11] Solidarietà, anno IV n. 1, febbraio 1996.
[17][12] Esposto della Magistratura contro George Soros presentato dal Movimento Solidarietà al Procuratore della Repubblica di Milano il 27 ottobre 1995.
[18][13] Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica , Rivista N. 4 gennaio-aprile 1996.
[19][14] Solidarietà, anno 1, n. 1, ottobre 1993.
[20][15] La Repubblica , 5 settembre 1999.