mercoledì 25 maggio 2022

IN PRIMIS CONSAPEVOLEZZA! …80 anni di pseudo politica

 

IN PRIMIS CONSAPEVOLEZZA! …80 anni di pseudo politica italy-ota all’insegna del degrado totale e dello squallore criminale!

80 anni di degrado assoluto italy-ota : Biblioteca del CovoCari lettori, in qualità di autentici e sinceri fascisti, vi abbiamo esplicitato il nostro “incitamento alla vita dinamica“, che politicamente per essere vissuta come tale, ha bisogno “in primis” di un prerequisito indispensabile, ossia, della necessaria consapevolezza sull’odierna realtà italy-ota, a motivo della quale, almeno dal 2006, rivendichiamo fieramente verso coloro che vanno ancora in cerca di un partito politico, di un programma elettorale, di una prassi politicante, di una ricetta magica e immediata dentro questo sistema marcio e putrescente, che qui sulla “Biblioteca del Covo” non li troveranno, né ora e né mai.

Difatti, la peculiarità della nostra Associazione, almeno a livello di metodologia e di obiettivi politici, è rinvenibile, come abbiamo già scritto, in quella che abbiamo chiamato, per comodità, “Tesi Biggini”, che concretamente rappresenta, nei fatti, la constatazione tangibile dell’odierna realtà politica. Un dato che però, può essere intellegibile solo per coloro i quali partono dall’ineludibile presupposto che il Sistema Filosofico, Politico, Sociale, ma prima di tutto Religioso che attualmente governa il mondo contemporaneo, è completamente da rigettare in tutto e per tutto!

Chi dinnanzi alla realtà che viviamo, si pone sinceramente nel modo su descritto, dal nostro punto di vista è già idealmente a metà dell’opera. Ma purtroppo, abbiamo osservato essere assai raro il caso di chi si pone veracemente in questo modo intransigente e critico. Quindi, ciò che impegna maggiormente la nostra battaglia ideale, è esattamente la necessità di formare politicamente, tramite la pedagogia del Fascismo, alla comprensione di tale realtà e così chiarire definitivamente che occorre partire da tale “punto di partenza” (può sembrare una contraddizione, ma a ben vedere non lo è) per poi procedere nell’ulteriore cammino assolutamente necessario ed irrinunciabile che, a sua volta, riconosce nella Dottrina Fascista e nella Civiltà che essa propugna, l’Unica via per la Rinascita dell’Italia, dell’Europa e del mondo intero.

In tal senso, il prezioso lavoro svolto a suo tempo dal compianto Don Ennio Innocenti, in particolare nell’opera del 2013 su “La Gnosi Spuria” – sebbene differisse in parte dalle nostre valutazioni sulla complementarietà dei ruoli tra Fascismo e Cattolicesimo, differenze che furono poi composte e risolte positivamente proprio in occasione del dibattito che svolgemmo insieme (qui) – aveva perfettamente inquadrato il ruolo dei cosiddetti “poteri occulti antifascisti” nella storia dell’Italia dal 1943 ad oggi, forze operanti nell’ombra ma che egli, anzi, apostrofava apertamente e senza giri di parole, denunziando letteralmente… “La costante ed invasiva presenza massonica, dell’alta finanza mondialista, del laicismo e dell’ebraismo.”(1) Basta leggere poche pagine di quell’opera per rendersi conto non solo del grande valore storico, filosofico e politico della ricerca in esse presenti, ma anche e soprattutto della dote di sintesi, ampiamente documentata, con cui Don Ennio seppe inquadrare e denunciare l’osceno e criminale sistema del quale noi italiani tutt’ora siamo prigionieri, mettendo precisamente il “dito sulla piaga” e mostrando che politicamente nessun personaggio e nessun partito o movimento della storia di questa pseudo-repubblica, costituiscono alcun esempio positivo da additare ai cittadini! NESSUNO! (con buona pace dei sostenitori dei vari Moro, Craxi, Andreotti, Berlinguer, Almirante!) (scaricate e leggete il testo digitando QUI!

Proprio alla luce di tali considerazioni inerenti il fatto che il Sistema di potere dominante è da rigettare in toto “sic et simpliciter”, per la “contraddizione che nol consente”, si deve ugualmente convenire che non è possibile accettarne in nessun caso i presupposti filosofici, etici, politici ed economici su cui esso si fonda. Nemmeno dietro la pretestuosa giustificazione che tale accettazione costituirebbe soltanto un espediente “tattico” e che una volta arrivati alla chimerica gestione della “res publica”, si potrebbe operare decisamente “dall’interno” delle istituzioni per favorirne il cambiamento; dicendo, magari per accreditare tale assurdità, di voler prendere con ciò ad esempio la prassi adottata dal Partito Nazionale Fascista al tempo della sua affermazione, ennesima dimostrazione della patente malafede da parte di chi argomenta in questo modo, unita altresì ad una incredibile tara culturale formativa di fondo. Ed infatti tale argomento avrebbe lo stesso valore di quello esposto da chi per esempio volesse affermare di volere essere accolto benevolmente nella sontuosa dimora di un potente capo malavitoso… per poi impadronirsene! …ma – ci tiene a sottolineare il sedicente “ladro furbo” – con l’intenzione di farlo usando un “doppio profilo”, che simuli le proprie reali intenzioni al padrone di casa ed alla sua numerosa schiera di servi e faccendieri. Un padrone criminale che però è niente affatto stupido, poiché a sua volta, obbliga concretamente tutta la numerosa schiera dei suoi vassalli, ivi incluso il “furbo simulatore”, ad accettare la propria volontà di sottoscrivere ed obbedire a tutti e singolarmente i “regolamenti della casa”, affinché un ipotetico potenziale ladro non possa mai impadronirsene! Ovviamente si tratta di “regole capestro”, la prima delle quali, non a caso, attiene alla necessità di …”non mettere mai in discussione l’Atto di Proprietà della dimora!” Come sarà possibile, allora, pensare razionalmente di poter impadronirsi della Casa e dei suoi beni, senza mai e poi mai metterne in discussione l’Atto di Proprietà? Forse “occupandola di forza” e cacciandone il proprietario? Ma se si vuol cacciare il proprietario senza mai discuterne l’Atto di Proprietà – fermo restando che si dovrebbe prima avere la forza di riuscire a farlo, pur obbedendo sempre e comunque a tutte le regole che egli impone e soltanto a mezzo delle quali ci si è riusciti ad intrufolare nella dimora – è logico pensare che arriverebbero comunque gli eredi legittimi per cacciare in malo modo il ladro temerario! E se comunque, dopo aver cacciato il padrone (non si capisce come!), il “ladro scaltro” volesse all’improvviso stracciare proditoriamente anche l’Atto di Proprietà, come potrebbe mai farlo pensando di restare impunito, se fino a quel momento ha pedissequamente obbedito ed avallato tutto ciò che veniva imposto dal padrone di casa? Certamente il ladro non avrebbe alcuna credibilità agli occhi dei servi e dei domestici dell’ex padrone di casa, che non ne riconoscerebbero mai l’autorità sulla Proprietà e sicuramente si organizzerebbero per cacciarlo immediatamente.

Oltretutto, proprio la parabola Storica del Regime fascista, negli anni della sua affermazione e dell’ascesa al Potere, dimostra che non è razionalmente possibile contestare un sistema politico e contemporaneamente acconsentire a tutti i suoi presupposti politici e filosofici. L’uso della tattica del “doppio profilo” non è mai applicabile sulle basi dell’accettazione di ciò che è incompatibile con la propria “visione del mondo” e che pertanto si è decisi ad abbattere. In tal caso si potrà certamente utilizzare una strategia politica a medio o lungo termine, di “crescita progressiva interna” e “logoramento esterno continuo dell’avversario”, ma si dovrà obbligatoriamente avere un margine di manovra tale da poter realmente permettere di inserire “la polvere” nell’ingranaggio che si vuol bloccare e sostituire (sempre che davvero si abbia come obiettivo la volontà di attuare tale proposito!), per poi arrivare a farlo concretamente al momento opportuno, vicino o lontano che sia. Ciò è quanto avvenne, in virtù delle condizioni particolari del tempo, con la parabola storico-politica del Partito Fascista, ma che oggettivamente NON PUO’ avvenire oggigiorno secondo quelle identiche modalità, a causa delle condizioni storico-politiche radicalmente mutate.

Difatti, come è possibile fare finta che non ci siano stati:

  1. La sconfitta italiana avvenuta nella Seconda Guerra mondiale.
  2. L’occupazione militare permanente da parte anglo-americana e la riduzione a meno che una colonia del territorio italiano (e dell’Europa) e della sua popolazione, in virtù della resa incondizionata avvenuta l’8 settembre 1943.
  3. L’abolizione totale di ogni sovranità statale nazionale.
  4. L’instaurazione di uno “stato di polizia” totalmente asservito all’occupante, sotto la copertura di una pseudo democrazia fantoccio, che proprio a mezzo della recente pseudo-pandemia ha mostrato anche ai cittadini più sprovveduti il suo vero volto tirannico (leggi QUI).

pseudofascisti servi del sistema - Biblioteca del Covo

Tutti questi elementi, che NON erano presenti nel periodo 1919-1925, invece, sono presenti OGGI, motivo per cui è praticamente impossibile utilizzare pedissequamente quella prassi oggigiorno! Dunque, acconsentire ad entrare ufficialmente in politica in questo sistema con le regole che esso impone, di fatto e di diritto equivale semplicemente ad aderire all’antifascismo istituzionale, ad approvare la condizione di sudditanza coloniale e di paese senza nessuna identità politica e culturale, imposta dagli autoproclamatisi “padroni del mondo”; in breve equivale ad accettare di essere i servi di chi ci opprime! Lo stesso Don Ennio Innocenti, nel suo titanico apostolato librario, già nel 2016 aveva pubblicato in proposito la seconda edizione di un lavoro di critica puntuale alla cosiddetta “Costituzione italiana” che risulta fondamentale, proprio sulla scia della “Tesi Biggini” da noi riproposta molto tempo prima e che pur non citandola apertamente ne ripercorreva di fatto le analisi di fondo: qui

Chiarito allora questo punto essenziale, sul quale non si può tornare indietro, tuttavia non bisogna mai e in nessun caso disperare di poter cambiare la nostra situazione di popolo oppresso, poiché, grazie a Dio, una cosa è la tattica politica utilizzata dal movimento fascista in un preciso ed irripetibile frangente storico, un’altra è invece il Fascismo inteso in senso dottrinario, quale filosofia politica senza tempo, nella quale si ravvisano tutto il genio e la lungimiranza di Benito Mussolini. Infatti, proprio perché assolutamente realistica ancorché sommamente morale, la Dottrina del Fascismo prevede che si possa opportunamente agire conformemente ad essa in una miriade di situazioni. Ognuna da trattare “a sé”, dipendentemente dal contesto e senza mai deviare dai propri princìpi ideologici ed obiettivi politici essenziali (leggi QUI). Ciò è esattamente il contrario di quello che, in modo volutamente truffaldino, è stato realizzato fino ad oggi dai troppi cosiddetti “pseudo-eredi” e “falsi amici” di quell’ideale, veri usurpatori nonché quinte colonne del sistema pluto-massonico dominante: ovvero, adattarsi al contesto degradato vigente, abbandonando di fatto i relativi ideali e gli obiettivi ad essi conformi, secondo la precisa volontà del sistema istituzionale antifascista asservito agli occupanti, che non permette altro ai politicanti di turno se non di coltivare l’ego smisurato individuale all’insegna del tornaconto materiale, fregandosene bellamente del benessere morale e materiale del Popolo. Così, secondo quel che abbiamo già rilevato nei nostri scritti (leggi QUI), al fine di avallare la “vulgata antifascista” ed assegnando strumentalmente un valore polemicamente “positivo” (poiché siamo sempre prigionieri di un sistema “relativista”) alle “accuse” dell’antifascismo istituzionale, tali “usurpatori” e “marionette” nelle mani dell’occupante, istituzionalmente proclamati ed a loro volta autoproclamatisi “neo-fascisti” in grazia dei servizi segreti Atlantici, hanno rappresentato (con una ben miserevole sceneggiata tragica!) tutte e singolarmente le caratteristiche mendaci declinate dai loro padroni, cioè quelle che dovrebbero genericamente qualificare agli occhi degli “spettatori” – secondo l’interpretazione messa in scena sul copione “atlantico” – qualsiasi “movimento fascista”, ossia: l’esercizio della violenza vera o presunta, priva di qualsivoglia valenza morale, cavalleresca e chirurgica, ma “esaltata” e riletta positivamente quale sfogo brutale; la rivalutazione del razzismo in chiave suprematista; l’obiettivo della “dittatura militare” di stampo paternalista instaurata dal “capo carismatico”. In tal modo, a mezzo della finta prassi del “doppio profilo” e della riproposizione dei soliti falsi stereotipi triti e ritriti, il risultato politico resta sempre il consolidamento partitocratico sistemico, con una “ala politicante” legalitaria ed un’altra pseudo-estremista, che di fatto coadiuva quella politicante; gli uni “ad intra” dell’aula parlamentare e gli altri “ad extra” della stessa, il cui ruolo istituzionale fittizio viene così legittimato e rafforzato presso la pubblica opinione, anche a mezzo di tali “giochetti”. Una evidente perpetua riproposizione del quadro politico artificioso inveratosi a partire dal 1945, che permette di rimanere saldamente nella cornice realizzata secondo la configurazione prevista e voluta dalle forze straniere atlantiche occupanti il territorio italiano, vera e propria “longa manus” armata dell’ordine plutocratico massonico mondialista, che così detta legge ed opprime di continuo il Popolo italiano. Ovviamente, secondo tali marionette, chi come noi critica radicalmente tale assetto criminale, viene di solito classificato come “pantofolaio”, “inattivo” ed “inutile leone da tastiera”. La politica, col favore di tale squallida pratica partitocratica, di cui gli usurpatori sono una colonna portante, è stata a bella posta degradata esclusivamente a mero esercizio di attività pragmatiche volte a procacciare benefici materiali particolari. Tutto ciò al fine di mettere in ombra, per quasi 80 anni, quel che il Fascismo ideologicamente rappresenta davvero, identificandolo invece con quanto non lo ha mai rappresentato affatto!

La Nostra Civiltà - Biblioteca del CovoChiaramente, giunti a questo punto, per chi dissente davvero ed ha compreso il quadro storico-politico italiano dell’ultimo secolo, è necessario fare una precisa scelta di campo, rispondendo in modo netto ad alcune domande, ossia: si crede o no che il Fascismo possa rappresentare un sistema vitale, anche senza riproporre le irripetibili modalità manifestate a suo tempo nel cosiddetto “regime”? In specifico, si crede o no che il Fascismo ideologicamente sia di più ed oltre del “tipo di governo” espresso in un dato momento storico; di più ed oltre che un semplice “metodo”; di più ed oltre che “paternalismo”; di più ed oltre che mera “retorica nazionalista”; di più ed oltre che un mero “partito politico”? Se lo si crede sinceramente e fermamente, allora risulta impossibile voler ri-partire dal Sistema Fascista senza applicare la già citata “Tesi Biggini”. E per applicare tale “tesi”, che poi è quella dei mistici fascisti di Niccolò Giani (Testi Mistica Fascista), che poi è quella di Benito Mussolini espressa nella “Consegna ai Mistici Fascisti” da noi più volte citata, allora si dovrà considerare necessariamente che una opposizione vera – che non sia dunque addomesticata ed asservita al sistema di potere antifascista vigente – deve tenere fermo che la propria critica totale e generale, dovrà basarsi sulla opposizione integrale allo stesso assetto costituzionale globalista liberal-demo-pluto-massonico messo in piedi dai nemici del popolo italiano e dell’umanità intera. Una critica che, per essere incisiva, credibile e concreta, dovrà confutare interamente gli stessi principi filosofici, politici e prima ancora religiosi su cui tale assetto si poggia, proponendo una alternativa credibile e solida, che noi fascisti de “IlCovo” riteniamo sia proprio quella costituita dal Sistema Fascista. Esso non ha mai avuto quale obiettivo l’instaurazione di una Dittatura perenne basata su uno Stato dispotico, che attua una oppressione generalizzata fondata sulla violenza elevata a regola e lo sterminio dei dissidenti proclamato come legge, ma al contrario vuole instaurare, lo Stato Organico Fascista Corporativo, che eleva tutti i cittadini e membri consapevoli, attivi e volitivi della comunità, poiché basato sulla imperitura Dottrina morale codificata da Benito Mussolini. Il Fascismo, pertanto, non vuole costituire alcuna discriminazione permanente fra razze definite superiori o inferiori – non si sa in base a cosa – bensì ha l’obiettivo dell’integrazione, senza distinzioni fittizie, di tutti coloro che si riconoscono nella Civiltà Fascista, che è spirituale, mediterranea, Romana e Cristiana.

Pertanto, alla luce di tutto quel che abbiamo scritto, risulta ineludibile che il rifiuto netto del sistema di potere vigente debba basarsi sulla critica totale alla filosofia ed alla politica di codesto sistema e che tale assunto, logicamente, prevede l’assoluta contestazione delle cosiddette “carte costituzionali” che di questo sistema satanico sono diretta espressione. Tutto ciò, secondo la nostra opinione, rappresenta il primo e fondamentale passo per ri-costruire quel vero Ordine morale, politico e sociale che nello specifico è rappresentato dal Sistema Fascista, antitetico per fondamenti e finalità a quello criminale attualmente dominante. Ed allora, ulteriore elemento ineludibile ed imprescindibile, è quello di considerare che il Fascismo autentico NON SI ESPRIME AFFATTO secondo gli stereotipi mendaci presentati dall’antifascismo ed attuati dai “falsi fascisti”. La Politica vera si fa principalmente coi contenuti e l’opposizione genuina si esprime in modi diversi da quelli che i nemici si aspettano e che fortissimamente “vogliono” in quanto funzionali ai loro “desiderata”.

Dunque, cari lettori, prima di apprestarci con un prossimo articolo ad affrontare in modo più particolareggiato la spinosa questione sul “Che Fare” nel contesto di cui si è appena detto, la domanda capitale che vi dovete porre, riguarda proprio coloro che si autodefiniscono come “oppositori al sistema”. Costoro lo sono davvero? …oppure, proprio alla luce di quel che abbiamo scritto, rappresentano solo delle pedine che, volenti o nolenti, recitano un copione dettato dagli autoproclamatisi padroni del mondo? A voi la risposta. Noi fascisti del Covo la nostra ve l’abbiamo già fornita.

IlCovo

Nota

1) Ennio Innocenti, “La Gnosi spuria”, Prato, 2013, tomo II, “Dall’Ottocento ai nostri giorni”, p. 419

 

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INCITAMENTO ALLA VITA DINAMICA!

Vita Dinamica Fascista - Biblioteca del CovoCari lettori, nel difficilissimo frangente storico che stiamo vivendo tutti quanti in tutto il mondo, questo scritto, vuole essere un invito rivolto a voi tutti nel seguire fiduciosi e speranzosi la Via della Verità, un “Incitamento alla Vita Dinamica”, « ragione sufficiente » del peculiare e continuo sforzo attuato da noi fascisti de “IlCovo” verso una vita sempre più alta e sempre più piena – sforzo consistente in un’azione energica che ci conduca alla conquista sempre più larga del Mondo – ossia della realtà esterna – e al suo sempre più intimo possesso. Una vita dinamica che non consiste soltanto nell’azione esterna diretta alla « conquista », ma dove la sua parte più vera e sostanziale sta bensì nel fervore e ardore dell’intima vita di « possesso ». In Dio, per esempio, che è Atto Puro ed ha il massimo della vita dinamica, questa è tutto fervore e ardore di intimo possesso e niente azione di conquista, perché Egli tutto già possiede e nulla ha da conquistare. Presupposti di questo nostro discorso – ossia la parte preparatoria della più vera e sostanziale Vita Dinamica, avente però di mira più la « conquista » che il « possesso», più il costruire che il costruito – sono l’Ottimismo circa questa vita terrena; l’Umanesimo diretto a far vivere il meglio e il più abbondantemente possibile ; e, come conseguenza, una Vita Dinamica sia di conquista che di possesso potenziata al massimo. Presupposti troppo importanti, perché sia lecito accontentarci di un semplice accenno; poiché se vi è un argomento in cui bisogna andare fino in fondo è proprio questo, da cui dipende tutta l’ispirazione e la guida della nostra vita vissuta fascisticamente, la quale per essere veramente forte deve essere « consapevole ». Al riguardo, infatti, lo stesso Benito Mussolini scriveva a Michele Bianchi fin dall’agosto 1921… « I soldati che si battono con cognizione di causa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il binomio mazziniano: Pensiero e azione »… e invocava che si creasse al più presto anche la Filosofia del Fascismo, essendo cosa importantissima, per chi vuole fortemente e nobilmente operare, sapere prima bene che cosa vuole, e non potendolo senza essersi formato una «concezione del mondo e della vita » a cui ispirarsi (qui). Sapere le origini, la natura e il fine del mondo e della vita è infatti la condizione prima per farsi un giudizio anche dei loro valori ; valori che, conosciuti, stimolano in noi la volontà di vivere e dirigono nelle giuste vie il suo bisogno di azione; poiché la volontà non si muove mai che per uno scopo di bene, o che crede tale, avendo per norma suprema il principio: fare il bene e fuggire il male. Da ciò consegue la necessità di una speciale scienza, detta “Etica” o “Filosofia Morale”, che, ispirandosi appunto ad una determinata « concezione del mondo e della vita », stabilisca con rigore e in modo esauriente che cosa è bene e che cosa è male, quale è per ognuno il bene da perseguire e il male da evitare, e, tra i tanti beni che si presentano, quali sono da preferire e da fare passare prima, formando così quella che si chiama « scala dei valori » o « gerarchia dei fini ». L’Etica deve prima di tutto stabilire che cosa vale questa nostra vita: essa rappresenta un fertile giardino da coltivare con amore e ardore, oppure una terra sterile e ingrata che è meglio abbandonare disfacendosene al più presto? Qui sta veramente la grande fondamentale questione, dalla cui risposta dipende l’esistenza stessa della “Vita Dinamica”, che dovrà o negarsi oppure abbandonarsi con fervorosa fede al più potenziatore Ottimismo umanistico. Infatti, coloro che pensano la vita essere un beneficio adotteranno una morale positiva e considereranno una condotta da approvarsi quella che la alimenta e la moltiplica; per quelli, invece, cui la vita appare soltanto un continuo desiderare e soffrire ossia come una sventura, la morale più opportuna sarà una morale negativa di annientamento: siccome il termine di una esistenza non desiderabile è la cosa da desiderarsi ciò che produce la fine di essa deve essere vivamente approvato, mentre si devono riprovare e sopprimere tutte le azioni che ne favoriscono la continuità e lo sviluppo in noi e negli altri. Alla base di ogni condotta morale sta, dunque, una questione di ottimismo o di pessimismo: per vivere bisogna aver fede nella vita e amarla; per chi invece è pessimista non vi può essere altra strada se non quella che conduce al nulla: o suicidio violento con un atto disperato, o suicidio lento per mezzo dell’ascetismo buddista; o… ricorrere alla cocaina e all’oppio per sognare e dimenticare.

La Nostra Etica

È chiaro, dunque, che la nostra “Etica di Dinamisti” convinti non può essere se non ottimista, ossia ispirata ad una concezione del mondo e della vita che autorizzi l’ottimismo, e quindi anche umanistica, ossia diretta al nostro più ampio e armonioso sviluppo. Per vivere fortemente la vita come noi intendiamo bisogna amarla con pari ardore, e per amarla occorre aver fede in essa, ossia credere nella sua sostanziale bontà, nella sua intima gioia e nella sua globale sufficienza; poiché se la vita vale veramente la pena di essere vissuta, lo può essere soltanto per l’intima gioia di vivere che essa può dare, cioè quando, e per quel tanto che se ne possiede in atto e per ciò che ancora se ne attende con ferma speranza, ognuno può dire a se stesso che è soddisfatto di essere al mondo, che sente di poter dire di sì alla vita e che è sommamente desiderabile il viverla sempre più e sempre meglio. Tuttavia, per giungere ad un giudizio definitivo sulla bontà della vita non basta fare un bilancio dei beni e dei mali che sono in essa contenuti, e vedere se quel che ne risulta è una somma positiva; ma è necessario chiedersi ancora se esista una speranza (sia pure a lunga scadenza !) che plachi tale bisogno, e che, placandolo, ci faccia godere in pace e bene quel poco o quel molto di buono che la vita ora ci dà, – buono che altrimenti si risolverebbe in tormento e inganno, al pari delle briciole di pane date ogni tanto a chi è roso dentro dalla fame.
 Solo a questa condizione si può essere senza riserva e stabilmente ottimisti, e abbandonarsi alla vita con piena confidenza per spremerne tutto il succo di cui essa è capace. Ma, superato il pessimismo, può presentarsi ancora una seconda alternativa: ed è tra un « misticismo » assolutista che proporrà di disprezzare questa vita non perché essa sia cattiva, ma perché assolutamente infima e trascurabile di fronte ad una futura vita eterna piena di felicità da conquistare, inducendoci a lasciare l’effimero per l’eterno; e un « terrenismo » ugualmente rinunciatario, che ci consiglierà di attenerci alla sola terra che è certa, rinunciando al cielo incerto, dicendo che il desiderio del cielo è anzi una illusione dannosa, buona soltanto a turbare e sminuire il godimento della terra. Tuttavia questo secondo bivio non è più da superare, bensì da girare: ossia, tra i due corni del dilemma… basterà rifiutare ambedue, e scegliere una via di mezzo che ci permetta di godere l’effimero, datoci anch’esso da Dio, senza rinunciare all’eterno; che anzi ci guidi ad illuminare e valorizzare ambedue al massimo con una reciproca compenetrazione e una sublimazione dell’uno nell’altro. Ecco l’Etica che fa per noi! In questo ricostruire una scienza dei valori che non rinunci al Cielo per la terra, ma che anzi si serva del Cielo per vieppiù illuminarcela e rendercela buona, e potenzi maggiormente la vita terrena nel farla sgabello alla vita celeste, non potremo avere altra guida che il pensiero cristiano di marca cattolica e la sua « concezione del mondo e della vita ». Ed infatti, un Italiano Fascista, non potrebbe tollerare contraddizione tra la sua vita dinamica e la sua fede cristiana. Il Fascismo, infatti, per il solo fatto di voler essere genuinamente italiano e di voler potenziare tutto ciò che è italiano, quindi anche l’anima e la tradizione italiana che sono essenzialmente cattoliche, deve avere una sua concezione della vita che, pur essendo dinamica, sia anche decisamente cattolica. Al riguardo risulta estremamente chiaro il pensiero esposto da Arnaldo Mussolini nell’autunno 1931, per l’inaugurazione del terzo anno della Scuola di Mistica Fascista (qui), dove egli, fra l’altro disse: “È necessario accettare tutte le responsabilità, comprendere tutti gli eroismi, sentire come giovani italiani e fascisti la poesia maschia dell’avventura e del pericolo. Non bisogna rinnegare nessuna virtù ideale di carattere religioso e civile. La nostra filosofia non deve essere quella del pessimismo, ma del sano virile ottimismo; e deve superare questa vecchia antitesi nel binomio della nostra volontà e dell’azione.
 La nostra esistenza deve essere inquadrata in una marcia solida che sente la collaborazione della gente generosa e audace, che obbedisce al comando, e tiene fissi gli occhi in alto perché ogni cosa vicina e lontana, piccola e grande, contingente ed eterna, nasce e finisce in Dio. E non parlo di quel Dio generico che si chiama talvolta, per sminuirlo, Infinito, Cosmo, Essenza, ma Dio nostro Signore, creatore del cielo e della terra e del suo Figliuolo che un giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù e perdonerà, speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra esistenza terrena. Se l’Italia avrà questa gioventù salda di volontà, chiara di idee, volitiva nei desideri, la sua storia scriverà pagine immortali e gloriose”. E questo suo Ottimismo Dinamico, sano e virile, di marca decisamente cattolica, lo concludeva cosi: “La fede nella vita non deve essere soltanto il sussidio delle grandi ore, ma deve essere sempre presente nelle opere quotidiane, nelle azioni di ogni tempo. La fede è un incentivo a progredire; la fede è come la poesia. Sono le forze che ci spingono verso la vita, verso le speranze che consolano gli spiriti doloranti e danno alle anime le ali verso le altitudini. Sentirsi sempre giovani, pieno lo spirito di queste verità supreme è come sentirsi in uno stato di grazia. Solo così si può esser pronti a degnamente vivere e degnamente morire”. Ecco perché, ancora una volta invitiamo tutti quanti voi che ci leggete, a qualsiasi Popolo o Nazione apparteniate, a CONOSCERE IL FASCISMO! …vera e sola Rivoluzione politica dello Spirito capace di salvare il Mondo!

IlCovo

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In memoria di Benito Mussolini, nel 77° anniversario!

Testamento Mussolini - Biblioteca del CovoIN MEMORIA DI BENITO MUSSOLINI, DUCE DEL FASCISMO, PROFETA DELLA TERZA ROMA, PADRE DELLA PATRIA ITALIANA, NEL 77°ANNIVERSARIO DELLA SUA UCCISIONE. CHE LE TUE PAROLE PROFETICHE  SIANO DI SPRONE AL NOSTRO POPOLO, DI MONITO AI SUOI NEMICI, DI SPERANZA PER TUTTE LE NAZIONI! …DUCE, IL MONDO TI DARA’ RAGIONE!

IlCovo


CONTRO L’ODIO FRATRICIDA ANTIFASCISTA!

Cari Lettori, purtroppo, come tutti gli anni da quello sciagurato 1945, è trascorso l’ennesimo “25 aprile” all’insegna della divisione nazionale e dell’odio fratricida. Vi sono date nefaste nella storia dei Popoli, ma questa lo è particolarmente, perché non riguarda soltanto la distruzione del tessuto sociale nazionale italiano, ma rappresenta anche la consacrazione ufficiale istituzionale dell’uso di una strategia che miete disastri da 77 anni, di cui i veri autori ormai si avvalgono su scala planetaria: la strategia della tensione globale permanente!

Il fondamento irrinunciabile per il (dis)ordine mondiale odierno, risiede esattamente nell’applicazione di questa strategia del “divide et impera”! Senza il fattivo contributo dato dalla disgregazione e dall’odio da essa generato e perpetuato, questa stessa strategia non potrebbe mietere da decenni le sue vittime tra il popolo italiano. Così, il nostro fine è esattamente quello di rompere la catena di odio artificiosamente instillato dall’esterno, frutto di questa tecnica criminale.

Su questa stessa strada, vogliamo fare un passo innanzi, identificando una data in cui festeggiare davvero l’Unità e la coesione della Civiltà Italiana, capace cioè di perorarne il significato profondo, esorcizzando e debellando quello della “festa dell’odio fratricida”. Questa data riteniamo sia identificabile nel 13 Giugno!

Il 13 Giugno dell’anno 313, l’Imperatore Romano Costantino Magno proclamò l’Editto di Milano, atto fondamentale che determinerà la coesione tra “I Due fuochi dell’Ellisse, ovvero la Civiltà di Roma e il Cristianesimo Cattolico! Pertanto, ogni 13 Giugno pubblicheremo un articolo che riferisca della storia della Civiltà Romana, in tutte le sue espressioni, in tutti i tempi. Questo renderà più facile comprendere chi ne è vero e degno continuatore e quale sia la reale fonte della nostra Unità Nazionale e della nostra Civiltà Imperiale Universale.

Avendo ben compreso la concreta valenza catastrofica del “25 aprile” e cosa esso ha davvero generato in rapporto al tessuto politico ed alla società italiana (qui), questo ulteriore passo va nella direzione della “guarigione” dal cancro che affligge il Popolo italiano. In ogni articolo di questo ciclo, metteremo in nota, come fonti, i riferimenti storici che svergognano tale data, che nella fattispecie restano principalmente due: la testimonianza del giornalista Carlo Silvestri e la nostra Conferenza sulla Strategia della Tensione (*). Certamente osserviamo che vi sono anche nel presente odierno alcuni giornalisti e ricercatori di valore – come, ad esempio, Cesare Sacchetti o Federico Dezzani, per fare solo un paio di nomi noti, o come a suo tempo lo era Giulietto Chiesa, riposi in pace – che stanno diffondendo analisi di rilievo, ma che comunque, rimangono ancorati a chiavi interpretative legate al conservatorismo o all’economicismo, con ciò proseguendo e inserendosi, di fatto, nel solco dell’ermeneutica politica che proprio lo stesso sistema antifascista, quello che essi a parole dicono di voler contestare, ha voluto diffondere al fine di consolidarsi e perpetuarsi indefinitamente.

Con questa iniziativa vogliamo rendere chiaro che esiste uno ed un solo modo per uscire da questa situazione di stallo creata a bella posta, ovverosia, ROMPERE definitivamente con i fondamenti filosofici, etici e politici del sistema demo-plutocratico massonico antifascista.

Nel ricordo di coloro che hanno sacrificato la loro vita e sono stati massacrati per la NOSTRA CIVILTA’, ciò vuol rappresentare il nostro piccolo contributo per ritrovare finalmente la VERA unità del nostro Popolo.

IlCovo

                                                                                                                                                               


domenica 15 maggio 2022

(Dagli archivi) SIAMO NELLA CACCCA!

 

SIAMO NELLA CACCCA! D’ALTRA PARTE DA QUESTA “REPUBBLICA NATA DALLA RESISTENZA COSA TI POTEVI ASPETTARE”?

di Filippo Giannini
Da dove comincio?
Da Cristoforo Colombo?
Perché non se ne è stato a casa?
Da Colombo un saltino alla Dottrina Monroe, sarebbe necessario; ma diverrebbe un discorso troppo lungo.
Allora partiamo da oggi: inizio questo articolo ai primi di giugno 2014, giorno dei Ludi Veneziani, dove, tanto per cambiare, sono stati arrestati alcuni politici, e di nuovo tanto per cambiare, intenti a rubare.
Nulla di nuovo sotto il cielo di questa Repubblica nata dalla Resistenza.
 
Ma da qualche parte debbo pur iniziare, e allora ricordiamo quanto ebbe a dire l’ineffabile Woodrow Wilson (non lo ricordate?) in una lezione alla Columbia University nell’aprile 1907; quando rivolgendosi a giovani studenti americani, dichiarò:
“Dal momento che il commercio ignora i confini nazionali e il produttore preme per avere il mondo come mercato, la bandiera della sua nazione deve seguirlo, e le porte delle nazioni chiuse devono essere abbattute… Le concessioni ottenute dai finanzieri devono essere salvaguardate dai ministri dello stato, anche se in questo venisse violata la sovranità delle nazioni recalcitranti… Vanno conquistate o impiantate colonie, affinché al mondo non resti un solo angolo utile trascurato o inutilizzato”.
 
Immaginate cosa sarebbe accaduto se queste parole fossero state pronunciate da un Mussolini o da un Hitler. Ma adiamo avanti.
 
   Oggi, per completare l’opera di distruzione, è in programma la svendita persino della Banca d’Italia e questa vendita, viene fatta passare dai carognoni, come un’operazione di salvataggio.
Nessuna meraviglia: quest’opera di falsificazione è un tipico dei servizi inglesi e statunitensi che mirano di fare apparire il contrario di ciò che è nella realtà.
Questi metodi tendono a rendere l’Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, come poi è avvenuto, al potere finanziario.
Andiamo avanti e facciamo un saltino sino al 2 giugno 1992 e saliamo sul panfilo Britannia (da http://alfredodecclesia.blogspot.it/): Il Britannia), in navigazione lungo le coste siciliane.
Sul panfilo c’erano alcuni appartenenti all’elite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri ai quali si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).
In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni.
A questa riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del Ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli.
Fra i complici italiani possiamo trovare l’ex ministro del Tesoro Piero Barocci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi.
Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.
Gli intrighi decisi sul Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani (come sta avvenendo, nda) di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani (…).
Nel giugno 1992 si insediò al governo Giuliano Amato. Un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia.
Infatti Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’elite finanziaria le potesse controllare, e in seguito rilevare.
L’inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’elite (…).
 
Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni (un gioiello mussoliniano, ndr), che venne svenduta.
Il gruppo Rothscild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia (…).
“Dietro tutto questo c’era l’elite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg. Rockefeller, Rothschild ecc), che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori (…).
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all’elite economico finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo sui cittadini, sulla politica e sul paese intero (…)”.
   Come siamo arrivati a questo?
Per una risposta più prossima alla verità, ci dobbiamo spostare alla metà degli anni ’30 dello scorso secolo.
Ecco come lo storico Rutilio Sermonti dichiara (L’Italia nel XX Secolo): “La risposta poteva essere una sola: perchè le plutocrazie volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi delle Germania – formidabile concorrente economico – e soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira a evidenziare la verità storica: soprattutto dell’Italia”. 
Infatti il reale avversario delle plutocrazie erano i fascismi con le loro idee e proposte sociali, idee che si stavano espandendo in tutto il mondo; ecco, allora, la necessità di spingere la Germania e l’Italia alla guerra attraverso provocazioni e minacce.

   Proviamo ad approfondire. Nel novembre 2011, sia l’Italia che la Grecia hanno subito un golpe bianco, senza che i rispettivi popoli ne abbiano preso conoscenza.
Chi sono gli autori del golpe bianco? Il governo tecnico di Papademos in Grecia, e il governo tecnico di Monti in Italia.
Chi sono questi personaggi? Da dove provengono? Entrambi erano membri della Commissione Trilaterale di quel soggettino che ha nome David Rockefeller, appartenente ad una delle tredici famiglie che da sempre hanno dominato il mondo attraverso l’economia e la finanza.
Quelle famiglie che il fascismo ha tentato di combattere.
Tutto ciò era stato ben compreso da quello che, chi scrive queste note, considera il più grande politico dello scorso secolo: Benito Mussolini.
Ecco con quanta lungimiranza e lucidità il 7 febbraio 1944 (!) scriveva: (…): Il progetto statunitense, in parole povere, si può dunque riassumere così: tutte le nazioni porteranno i loro risparmi nelle casse del Tesoro americano, che  li amministrerà pro domo sua. Secondo tale piano, infatti, il governo di Washington si assicura, nell’amministrazione del Fondo internazionale di livellamento dei cambi, di cui propone la costituzione; il numero di voti sufficienti per essere in grado di fermare qualsiasi decisione contraria al suo interesse. In tal modo gli Stati Uniti, oltre all’accaparramento in corso di attuazione delle basi navali ed aeree del mondo e alla creazione delle più potenti flotte navali e aeree di guerra e commerciali, indispensabili ai loro piani imperialistici, avrebbero anche finanziariamente tutte le altre nazioni alla loro mercè (…)”.

   Quanto sin qui scritto è solo una parte microscopica della storia mondiale, ma sufficiente per comprendere come ci hanno portato nella cacca.
I passaggi essenziali partono dalla Dottrina Monroe (elaborata in realtà da Quincy Adams), ma ci dobbiamo spostare ai primi del 1800, con la quale Monroe espresse l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, e da qui è facile passare alla supremazia nel globo intero.
Oggi possiamo contare da quelle enunciazioni almeno cento guerre condotte dagli Stati Uniti al di fuori del continente americano. Tutte guerre d’aggressione per affermare il potere finanziario anglo-americano. Come poco sopra scritto, il fascismo provò a fermare tutto ciò, ma fu sopraffatto dal grande capitale.

   La domanda: visto che siamo nella cacca, c’è un modo per uscirne ?
Non so dare una risposta, ma ritengo che questa se c’è si trova nelle teorie mussoliniane, dovremmo, in pratica, ma sia chiaro questo è una mia personale affermazione, dovremmo ripartire dall’aprile del 1945, perché in quella data possiamo vedere come il nostro futuro fu compromesso e ci fu rapinato.
   In ogni caso vedo il futuro nostro e di chi ci seguirà molto, ma molto oscuro.
   Certo la propaganda è stata asfissiante, ma siamo pure un tantinello imbecilli, soprattutto perché c’è tanta gente che ancora accorda fiducia a certi personaggi ben individuabili.
   Concludo: e pensare che c’è ancora qualcuno che ci  propone di festeggiare il giorno della liberazione.
 
                                                                                                                                                            

domenica 8 maggio 2022

CACCIATORI DEGLI APPENNINI R.S.I.

 

CACCIATORI DEGLI APPENNINI 


L’EPICA STORIA DEL RAGGRUPPAMENTO “CACCIATORI DEGLI APPENNINI”
Cristiano Garaguso
 
 

    Nella storia delle forze armate della R.S.I. particolare importanza assume il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini", perché venne costituito, addestrato ed impiegato in Italia, ossia nello spirito e nella tradizione dell'Esercito Italiano. In conseguenza si trattò di un reparto nettamente distinto non solo dalle altre formazioni della repubblica a carattere speciale quali la Xa M.A.S., la Legione "Muti" e le Brigate Nere, su cui influivano la spregiudicatezza propria dei reparti volontari, con tutti gli inconvenienti degli anomali inquadramenti e delle gerarchie improvvisate, ma anche dalle stesse Divisioni addestrate in Germania.
    Queste ultime infatti avevano ricevuto, attraverso l'applicazione del regolamento "teutonico", naturalmente non sentito dalla massa dei militari, un certo immusonito e rigido inquadramento, che aveva fatto perdere loro, almeno in parte, quella che è la caratteristica spigliatezza delle truppe italiane.
 
 
Parma Aprile 1944. L’addestramento
 
 
    Non tutti forse saranno di questo parere; ed è certamente difficile cogliere esattamente quello che caratterizza l'essenza di una formazione militare. Sta di fatto che in nessun reparto della R.S.I. si respirò aria più serena, scevra cioè da odi di parte, da rancori personali, da più o meno larvati personalismi, quanto nei "Cacciatori degli Appennini", che nacquero agli inizi del 1944, a seguito di accordi intercorsi tra lo Stato Maggiore Esercito, il Comando Generale della G.N.R. e il Comando Germanico, quali corpi costituenti il "Centro Addestramento Reparti Speciali (C.A.R.S.) con compiti addestrativi per una successiva riunione in G.U.
    Tali corpi furono inizialmente i seguenti:
    a) - I° Reggimento "Cacciatori degli Appennini" (Comando di Reg.to e tre Btg.), Comandante Ten. Col. Bruno, costituito con Granatieri, Bersaglieri, Alpini.
    b) - 3° Reggimento "Cacciatori degli Appennini", Comandante Col. Zaccherini costituito con gli elementi delle "Compagnie della Morte" mobilitate dal P.F.R.
    e) - 2° Regg.to "Cacciatori degli Appennini", Comandante T. Col. Languasco costituito con reparti della G.N.R. e sue specialità.
    d) - 4° Regg.to di Cavalleria "Cavalieri di Lombardia" (su due o più gruppi di squadroni) Comandante Col. Pagliano.
    e) - (di prevista costituzione) Gruppo di artiglieria.
    Il Comando del C.A.R.S., il suo quartier Generale, il 2° e il 3° Rgt. Cacciatori e quello di Cavalleria vennero dislocati a Panna; il I° Rgt.,  invece, a Reggio Emilia.
    Malgrado tale vasto organico il C.A.R.S. non raggiunse mai la forza prevista. Difficoltà di vario genere, sia d'ordine logistico che contingente, impedirono ai reggimenti di conseguire l'inquadramento che sembrava essere nelle intenzioni degli Stati Maggiori. Al mancato regolare afflusso di uomini e materiali, che resero impossibile la costituzione del reggimento di cavalleria e del gruppo di artiglieria, si aggiunse l'ordine di scioglimento per il 3° reggimento i cui elementi vennero trasferiti quali complementi alla Divisione "Italia". Gli intensi bombardamenti aerei nemici su Parma costrinsero intanto il C.A.R.S. ad assumere una nuova dislocazione. Il Comando si trasferì a Sòrbolo mentre il 2° reggimento si accasermò a Langhirano e località viciniori.
    Primo comandante del Centro fu il generale di Corpo d'Armata Enea Navarrini al quale erano stati affiancati i generali di Divisione Piatti e Montagna. In breve volger di tempo però il generale Navarrini venne sostituito dal generale Piatti e il generale Montagna destinato ad altro incarico. Ma anche il generale Piatti, dopo poche settimane di comando, passò le consegne al Generale di Brigata Farina . Malgrado questa continua rotazione di comandanti, i reparti procedevano al regolare addestramento, per altro ostacolate dalla insufficienza di materiali dovuta alla situazione generale del territorio nazionale.
    Nel giugno il C.A.R.S. ebbe l'ordine di trasferirsi ne1 Veneto. Il Movimento dei reparti dei materiali si svolse sotto continui bombardamenti aerei che costrinsero a trasbordi ed a lunghe soste. Il Comando del Raggruppamento e il 2° Reggimento si insediarono a Bassano del Grappa, il I° Reggimento a Schio; distaccamenti vennero creati ad Asiago, a Vittorio Veneto e ad Asolo.
    Il Battaglione Alpini "Cadore" del I° Reggimento restò invece in Emilia. Dopo solo 15 giorni, durante i quali i Reparti avevano continuato con intensità ad addestrarsi, un nuovo improvviso ordine di spostamento costrinse i Reparti del Centro a ripetere la logorante e perigliosa fatica, per trasferirsi in Piemonte accasermando il Comando e il I° Reggimento a Bra e il 2° Reggimento ad Alba, con distaccamenti a Canale e Santo Stefano Balbo.
 
 
 Camion di Cacciatori degli Appennini pronto per una azione antipartigiana
 
 
    Cessato l'addestramento i Reparti iniziarono il loro compito di sicurezza curando, con continui spostamenti, la tranquillità della zona. Si impose però il riordino organico dei Reparti al fine di dare ad essi un inquadramento consono ai nuovi compiti assunti. Di questa esigenza si rese immediatamente conto il Generale Del Giudice non appena destinato al Comando del C.A.R.S., in sostituzione del generale Farina, nominato Comandante della Divisione "San Marco". Le sue proposte vennero accolte dallo Stato Maggiore Esercito che dispose la trasformazione del C.A.R.S. in Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" dando ad esso le caratteristiche di Grande Unità Leggera proprie delle Brigate Coloniali. Sciolti i Comandi di Reggimento, il Raggruppamento venne riorganizzato come segue: Comando, Quartier Generale, Ufficio Posta Militare, Sezione di Sanità, Sezione Polizia Militare, Reparto Trasmissioni, Autoreparto, una Compagnia Anticarro, Sezione da 20 millimetri, Nucleo Esplorante, tre Battaglioni, un Centro di Addestramento, e una Base Logistica a Crema. Il suo Comando venne assunto dal Col. Languasco. Nuovamente trasferito nella zona delle Basse Langhe, e dislocato il Comando a Ceva, il Raggruppamento assunse nell'ottobre 1944 il suo definitivo schieramento con il compito di resistere sui passi di San Bernardo e di Garessio, Forti di Nava e Molini di Triora, ad eventuali tentativi di penetrazione nell'interno da parte di truppe nemiche sbarcate sulla riviera di Ponente nonché di proteggere da infiltrazioni partigiane le rotabili della zona.
    Il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" nel Cevese non solo raggiunse il suo definitivo schieramento dando luminosa prova delle proprie virtù militari, ma dimostrò anche quale fosse la peculiare funzione dei presidi dell'esercito italiano nella turbinosa vicenda della R.S.I. Il suo arrivo a Ceva e nelle zone contermini, da mesi ormai staccate da ogni autorità costituita, valse a riportare l'ordine nelle amministrazioni comunali, a riorganizzare gli approvvigionamenti annonari per la popolazione civile, ad assicurare la vita agli enti assistenziali e benefici che più avevano sofferto del caos esistente. Interessante notare che i pubblici amministratori vennero fatti designare dalle personalità del luogo, senza alcun pregiudizio verso le loro opinioni politiche e con la sola preoccupazione di identificare gli uomini più onesti e più capaci.
 
 
Zona delle Langhe. Cuneo. Ottobre 1944. “cacciatori degli Appennini” si riposano durante una operazione
 
 
    Quotidianamente automezzi del Raggruppamento vennero impiegati per il trasporto di derrate alimentari destinate ai civili, mentre una vasta azione di persuasione e di forza veniva svolta per il regolare funzionamento degli ammassi e per la lotta contro il mercato nero. Quasi nulle le requisizioni di generi alimentari per le necessità della truppa; larghissime le offerte di generi vari, di casermaggio, di indumenti e di medicinali all'Orfanotrofio, all'Ospedale, alla Pubblica Mensa, ed altre istituzioni del genere. Contemporaneamente il Raggruppamento ottenne dalle superiori autorità che i renitenti della zona, catturati, non venissero più, come era stato fino ad allora praticato, avviati alla deportazione, ma inquadrati in un apposito centro di addestramento, dal quale molti per altro vennero dimessi e restituiti alle loro case muniti di regolare esonero da ogni servizio.
    Il Raggruppamento intanto provvedeva a potenziare i propri organici in uomini e mezzi, onde meglio assolvere i compiti difensivi affidatigli. Nello stesso tempo venne provveduto ad organizzare, con opere in cemento armato, ostacoli anticarro e caverne, la difesa della zona nella previsione di eventuali sbarchi sul litorale ligure. 1 Reparti furono più volte elogiati dai Comandi Superiori per l'ottimo comportamento e per l'elevato cosciente spirito militare, che pur alieno da ogni faziosità di parte, permise loro di mantenere altissimo il morale. Numerevolissimi i singoli episodi di valore di ufficiali e di uomini di truppa; imponente lo sforzo sia tattico sia logistico compiuto dall'intero Raggruppamento nel novembre 1944 in occasione di un fortissimo aviolancio effettuato dagli "Alleati" nelle Langhe.
    Data l'efficienza e il rendimento dimostrato, venne proposta ed ottenuta la trasformazione del Raggruppamento in Divisione Leggera con organico originale, ma indovinatissimo, che ne avrebbe fatto un vero modello del genere. Mentre tale trasformazione era in corso, in una imboscata venne gravemente ferito il col. Languasco.
    Il precipitare degli eventi nell'aprile del 1945 trovò il Raggruppamento sempre sereno e saldo sulle proprie posizioni. L'ordine di ripiegamento, improvviso ed inaspettato, arrivò il 25 aprile. Malgrado la limitatissima disponibilità di mezzi di trasporto (gli autocarri erano proprio in quei giorni in corso di trasformazione a gasogeno per sopperire alla deficienza di carburante), lo sgombero di Ceva venne organizzato con meticolosa cura dal col. Languasco, nel frattempo rientrato, benché non guarito, dall'ospedale, provvedendosi tra l'altro alla liquidazione amministrativa di tutte le pendenze, alla ordinata riconsegna dei locali occupati ed al ripiegamento dell'Ospedaletto da Campo. Tutti i reparti staccati, nel frattempo, avevano raggiunto il loro Comando che alle ore 23,00 del 25 aprile lasciava Ceva per iniziare la marcia costituendo l'ala destra del Corpo d'Armata di cui faceva parte.
    Superato Lesegno, San Michele, Mondovì, Magliano Alpi e Trinità, traversato il Tanaro su passerella nei pressi di Fossano, il Raggruppamento, marciando pressoché ininterrottamente con formazione perfetta, raggiunse Fossano, superò Savigliano e Garignano, rifornì i propri automezzi a Stupinigi e la sera del I° maggio attraversò Torino a Corso Francia. Malgrado il susseguirsi dei tragici eventi che caratterizzarono l'ormai storico aprile 1945, il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" si impose anche agli avversari per la efficienza e potenza dei reparti. Al suo approssimarsi i centri abitati venivano abbandonati dalle formazioni armate avversarie che solo raramente tentarono qualche attacco alle pattuglie avanzate immediatamente però respinto con decisa volontà, esemplare valore e perfetta tecnica dai Cacciatori, forti della convinzione di aver adempiuto sino in fondo in serenità il loro dovere di italiani. La riprova di questa serenità si ebbe nei gentili episodi dei matrimoni celebrati durante il ripiegamento di quattro ufficiali dei Cacciatori con quattro ausiliarie. Semplici cerimonie celebrate in piccole chiese di campagna nelle ore più impensate durante le rapide soste della colonna.
    Il 4 maggio il Raggruppamento che, nel frattempo, dopo essere passato attraverso Ciriè e Castellamonte, aveva raggiunto così la "zona franca" Cirrea - Strambino Romano, vennero comunicate le modalità di resa che erano state perfezionate dal Comando di Corpo d'Armata con la 34a Divisione Statunitense della 5a Armata. Esse erano:
    a) versamento in giornata delle artiglierie, mezzi blindati e stazioni radio. Tutte le altre armi vennero conservate dai reparti, fino all'atto della costituzione in prigionia, con l'ordine scritto di servirsene contro formazioni irregolari che si fossero infiltrati nella "zona franca".
    b) Onore delle armi.
    e) Trattamento da prigionieri di guerra secondo le norme internazionali.
    d) Impegno da parte delle truppe statunitensi a che gli elementi italiani del Corpo d'Armata non venissero consegnati alla faziosità politica italiana del momento.
    Da rilevare che l'impegno relativo a quest'ultimo punto non venne mantenuto dal nemico che pur vi si era solennemente impegnato.
    Il 5 maggio 1945 alle ore 11 antimeridiane in Scarmaglio il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" al completo si riunì in armi con la sua Bandiera. Dopo la consegna di ricompense al valor militare il generale von Lieb (soprannominato il "Leone di Cerkassy"), Comandante la 34a Divisione tedesca cui il Raggruppamento era stato unito durante il ripiegamento, dichiarò "... se il mondo, la vostra e la mia Patria vorranno la pace dovranno combattere il Bolscevismo e potranno combatterlo e vincerlo solo con uomini come voi, gloriosi, indimenticabili Cacciatori degli Appennini".
    Alle 17 del 5 maggio i "Cacciatori degli Appennini" entrarono cantando ad Ivrea.
    Il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" non è stato vinto; solo gli avvenimenti lo hanno costretto alla resa.
    Rimane comunque a suo vanto l'essere stato l'unico reparto della R.S.I. che abbia resistito al completo di uomini e di mezzi sino al maggio 1945.
 
 
CONTINUITÀ' IDEALE



lunedì 2 maggio 2022

ORGANIZZAZIONI ROSSE ANNI ( 60 - 70

 ORGANIZZAZIONI ROSSE ANNI ( 60 - 70

Avanguardia Operaia


Insieme al Movimento Studentesco e a Lotta Continua, Avanguardia Operaia è stata il terzo grande movimento che, nel decennio tra il 1968 e la metà degli anni '70, ha attirato a sè tanti giovani e si è reso responsabile di tanti atti di violenza, in particolar modo a Milano.

Tra questi ricordiamo l'assassionio di Sergio Ramelli giovane militante del Fronte della Gioventù (l'organizzazione giovanile del M.S.I.) e l'assalto al bar di Largo Porto di Classe di Milano.

Sorta nel 1968 ad opera di Silverio Corvisieri, Massimo Gorla, Silvana Barbieri, Luigi Bello, Stefano Semenzato, Luigi Vinci e altri, si presenta sulla scena politica con un opuscolo dal titolo "Per il rilancio di una politica di classe", edito da Samonà e Savelli.

A proposito di questa casa editrice, che fu tra le più attive a pubblicare e diffondere le più infami opere di propaganda marxista-leninista di quegli anni, vi è da sottolineare come uno dei due titolari, Giulio Savelli sia in seguito divenuto uno dei più attivi organizzatori del movimento di Forza Italia a Milano.

È incredibile pensare come talune persone -non manovali della politica, ma uomini di pensiero e cultura, in questo caso addirittura di un editore!- riescano nel breve volgere di una vita a modificare tanto radicalmente le loro posizioni.

Tutto ciò mentre ad altre persone il breve volgere di una vita non è sufficiente ad esprimere neppure in parte l'amore e la passione che li lega ai propri ideali!

Ma torniamo ai nostri "avanguardisti".

Come già abbiamo detto il delitto più grave di cui si macchiarono costoro fu l'omicidio di Sergio Ramelli.

In questo caso, seppure a distanza di anni, mandanti ed esecutori furono individuati, processati e condannati (anche se ora si trovano nuovamente in libertà ed hanno ripreso ad aggirarsi tra noi).

L'Ordinanza di rinvio a giudizio degli assassini è un lungo documento che ben sintetizza la storia e l'ambiente in cui maturò il delitto, senza tralasciare di descrivere altri gravi episodi addebitabili agli appartenenti ad Avanguardia Operaia e delle altre formazioni di estrema sinistra.

È un documento certo, non oppugnabile e sicuramente obiettivo, anche perchè a redigerlo furono due giudici, Maurizio Grigo e Guido Salvini, non sospettabili di simpatie destrorse. Il secondo, addirittura, negli anni Settanta aveva militato nelle formazioni di estrema sinistra.

Lo riportiamo in versione quasi integrale, così come lo abbiamo desunto da un bel libro uscito nel 1997 per le edizioni Effedieffe: "Sergio Ramelli: una storia che fa ancora paura". Ringraziamo gli autori Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, che certamente approveranno questa nostra diffusione su Internet di un documento tratto dalla loro opera.

Ordinanza di rinvio a giudizio per l'omicidio di Sergio Ramelli nei confronti di: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari, Claudio Colosio, Claudio Scazza, Franco Castelli, Antonio Belpiede e Brunella Colombelli.

1. Il 13 marzo 1975, verso le ore 13, Ramelli Sergio residente a Milano in Via Amadeo numero 40, stava appoggiando il motorino poco oltre l'angolo con via Paladini nei pressi della sua abitazione. Veniva aggredito da alcuni giovani armati di chiavi inglesi: il ragazzo, dopo aver tentato disperatamente di difendersi proteggendosi il capo con le mani ed urlando, veniva colpito più volte e lasciato a terra esanime. Alcuni passanti lo soccorrevano e veniva ricoverato al reparto Beretta del Policlinico per trauma cranico (più esattamente ampie fratture con affondamento di vasti frammenti), ferita lacero-contusa del cuoio capelluto con fuoriuscita di sostanza cerebrale e stato comatoso. Nelle settimane successive alternava a lunghi periodi di incoscienza brevi tratti di lucidità e decedeva il 29 aprile 1975.

2. In relazione ai motivi dell'aggressione si è potuto accertare:
- che tali motivi erano da ricercarsi nel fatto che il Ramelli era un giovane di destra, già oggetto di pesanti e continue e continue intimidazioni all'Istituto Molinari, che egli frequentava quale syudente, da parte di altri studenti della sinistra extraparlamentare soverchianti per numero all'interno dell'Istituto.
- In particolare il Ramelli, già più volte prelevato a forza dalla sua classe e minacciato, era stato in data 13 gennaio 1975 circondato in strada da circa 80 studenti e costretto a cancellare con vernice bianca scritte fasciste apparse sui muri del Molinari.
- Sempre a scuola, in occsione dello svolgimento di un tema avente ad oggetto le Brigate Rosse, il Ramelli aveva subito nuove intimidazioni ed una sorta di "processo politico".
- Negli ultimi giorni del gennaio 1975 Luigi Ramelli, fratello di Sergio, era stato aggredito in via Amadeo da due giovani armati di chiavi inglesi che forse lo avevano scambiato per Sergio.
- Il 3 febbraio 1975, Ramelli Sergio, recatosi in Presidenza con il padre per presentare domanda di trasferimento in un'altra scuola, era stato oggetto di violenze ed intimidazioni, in quanto era stato costretto a passare nel corridoio della scuola fra due fila di studenti "avversari", schierati in modo minaccioso; il Ramelli era stato colpito ed era svenuto, mentre lo stesso Preside ed i professori che avevano "scortato" il Ramelli e il padre verso l'uscita erano stati malmenati.
- Il 9 marzo 1975 Ramelli Sergio e il fratello Luigi, recatisi al Bar Tabacchi di viale Argonne, erano rimasti bloccati all'interno dell'esercizio per circa mezz'ora in quanto un gruppo di circa venti giovani con bandiere rosse li stava attendendo all'uscita con atteggiamento minaccioso. Costoro avevano poi desistito da eventuali atti di violenza quando un amico dei Ramelli, intervenendo con la propria autovettura, era riuscito a farli salire e ad accompagnarli a casa.

Dalle complessive indagini e deposizioni testimoniali assunte al tempo dei fatti emergeva il clima di costante prevaricazione che regnava al Molinari ad opera degli elementi della sinistra extra-parlamentare, nell'ambito dei quali Avanguardia Operaia aveva assoluta egemonia politica e numerica.

Anche un altro studente fra i pochissimi simpatizzanti di destra, tale Nai Claudio, era stato picchiato, espulso dall'Istituto e gli era stato intimato di non farsi più vedere a scuola.

Fra coloro che lo avevano più volte intimidito e minacciato erano stati notati elementi di spicco di Avanguardia Operaia della scuola e cioè De Vito, Di Puma e Crepaldi.

In data 28 aprile 1975 la Questura di Milano riferiva poi un episodio particolarmente odioso.

Quelle mattina (e cioè il giorno prima che l'agonia di Ramelli avesse termine) un gruppo di giovani si era portato sotto l'abitazione della famiglia Ramelli, staccandosi da un corteo, e aveva effettuato delle scritte e affisso un manifesto sul muro dell'edificio intimando al portinaio di non staccare il manifesto.

Scritte e manifesto contenevano gravi minacce nei confronti di Luigi Ramelli, intimandogli di sparire entro 48 ore e ricordandogli che il fratello era già stato picchiato.

Il manifesto veniva defisso dal personale della Questura di Milano avvisata dalla famiglia Ramelli.

In merito è opportuno ricordare che anche dalle successive fasi dell'istruttoria è emersa una sorta di persecuzione nei confronti della famiglia Ramelli, raggiunta prima e dopo la morte del ragazzo ed anche il giorno dei funerali da telefonate con cui venivano reiterate minacce a sfondo politico.

3. Non certo per infierire su tali imputati, ma piuttosto per delineare con chiarezza le responsabilità giuridiche e morali di chi facendo nascere, costruendo e dirigendo le strutture paramilitari di Avanguardia Operaia (e forse ancor più di altri gruppi) ha innescato e accelerato una sorta di guerra civile tra ragazzi legittimando e raccomandando la violenza come risposta alla violenza o, più spesso, facendo praticare il metodo della "rappresaglia preventiva", va rilevato che:

- nel novembre 1973, una domenica mattina, al termine di un "presidio antifascista" contro una riunione del MSI, che peraltro non aveva dato luogo ad alcun incidente ed era sorvegliata dalle forze dell'ordine, Di Domenico, Cavallari e il già citato Di Puma (compagno di scuola di Ramelli) vengono arrestati in zona Città Studi perchè trovati in possesso di tre chiavi inglesi di notevoli dimensioni.

Gli stessi sono reduci dal luogo (piazza Piola) ove poco prima un gruppo di una ventina di persone del servizio d'ordine, di ritorno dal "presidio", ha brutalmente aggredito e ferito seriamente due persone (tali Mazzotti e Coluccini) "colpevoli" una di aver acquistato un quotidiano di destra e l'altra di essere intervenuta a difesa dell'amico.

Nonostante le macchie di sangue presenti sui pantaloni del Di Domenico (il quale, da esperto in materia, teneva la chiave inglese appesa alla cintura con un gancio) itre, cosa non infrequente all'epoca, vengono fortunosamente assolti e quale dichiarazione finale, al termine del dibattimento, chiedono addirittura la restituzione delle chiavi inglesi.

La verità sull'episodio emergerà solo nel corso del presente procedimento.

Di Domenico, componente già allora della squadra di Agraria, una delle più attive, prese effettivamente parte all'aggressione, mentre Di Puma e Cavallari, che pure facevano parte del gruppo del servizio d'ordine che rientrava debitamente "attrezzato" dal presidio, si trovavano in posizione più arretrata.

Cavallari ha anche spontaneamente ricordato la storiella che effettivamente il Di Domenico aveva raccontato ai magistrati per giustificare la presenza di macchie di sangue sui pantaloni al momento dell'arresto, sangue che secondo tale imputato sarebbe fantasiosamente derivato dall'abitudine di mangiarsi la pelle intorno alle unghie.

4. Un mese e mezzo prima dell'aggressione a Ramelli Grassi (altro compagno di scuola di Ramelli, responsabile di aver fornito le foto segnaletiche e di aver predisposto l'aggressione a Sergio n.d.r.) e Di Domenico in funzione di organizzatori, Cavallari e uno studente di A.O. rimasto sconosciuto come aggressori materiali, nonchè Costa e qualche altro pure rimasto sconosciuto con funzioni di copertura, aggrediscono uno studente simpatizzante di destra dinanzi alla facoltà di Agraria con chiavi inglesi e senza tuttavia colpirlo gravemente.

Anche tale episodio si situa nella campagna del cosiddetto "antifascismo militante" e cioè l'aspetto direttamente operativo delle iniziative pubbliche per l'"M.S.I. fuorilegge" patrocinate da Avanguardia Operaia, Lotta Continua e Movimento Studentesco.

Alcuni degli imputati (Di Domenico, Costa, Ferrari Bravo, Colosio, probabilmente Costantini) partecipano con diverse funzioni un anno dopo all'irruzione al Bar Porto di Classe (31 marzo 1976), che rappresenta un altro esempio, caratterizzato da una tecnica "militare" ormai perfezionata, di aggressione fisica indiscriminata a persone, anche giovanissime, ritenuta "fasciste", con la reiterazione di colpi di chiavi inglesi sul capo.

Non è questa la sede per approfondire il problema, ma non può essere dimenticato che nell'abbaino di viale Bligny, vero archivio logistico della "struttura" di Avanguardia Operaia e delle strutture successive, è stata rinvenuta una mole impressionante di materiale. A carattere solo conoscitivo: oltre a materiale specificamente eversivo (il cui significato merita ulteriore approfondimento) sono state infatti trovate migliaia di schede, fotografie con ingrandimenti e studi di particolari, annotazioni dovute ad appostamenti con studio di abitudini e indicazioni di targhe, descrizioni di bar e locali pubblici, nonchè di sedi politiche con tanto di piantina degli interni, agendine, tessere di partito, documenti di identità provento di numerose aggressioni anche con conseguenze molto gravi ai danni di giovani di destra.

E ancora: documentazione riservata sia di provenienza delle forze armate dello Stato, sia di uffici giudiziari, nonchè indicazioni di appartenenti alle forze di polizia e su forze politiche oggetto in quel periodo di atti di intimidazione, quali gruppi rivali nella stessa estrema sinistra e gruppi cattolici.

5. Particolarmente inquietanti e sintomo del clima che si era creato non solo delle Università ma anche nelle scuole medie superiori, sono i resoconti, piuttosto numerosi, di "processi politici" cui erano stati sottoposti nei vari Istituti gli studenti sospettati di simpatizzare per la destra, con il consueto corteo di sottrazione di agendine e documenti personali al termine di aggressioni e a scopo sia ulteriormente intimidatorio sia di ulteriore "indagine", minacce di varia natura e sovente espulsioni a forza dall'Istituto.

Episodi cioè simili a quelli subíti prima dell'aggressione sotto casa da Ramelli ed, è doveroso dirlo, svoltisi in un clima di omertà generale (i pochi docenti che prendevano le difese degli "accusati" venivano subito tacciati di essere "fascisti" anch'essi) e di assoluta inerzia delle forze di polizia.

Che del resto il clima promosso dai vari gruppi estremisti non fosse esattamente quello del libero scambio delle idee risulta d'altra parte chiaro non solo da aggressioni a singoli, ma anche dalla pretesa di imporre comunque le proprie scelte alle altre forze politiche, di qualsiasi tendenza, con la forza.

Così a Città Studi, come altrove, si organizza il "boicottaggio" delle prime elezioni studentesche universitarie, approntando un presidio con tanto di chiavi inglesi onde dissuadere chi intenda votare dal farlo.

Specificamente per quanto concerne Città Studi la stessa designazione della squadra di Medicina per l'aggressione a Ramelli viene spiegata da tutti i suoi componenti con il fatto che questa squadra non si era ancora cimentata in qualche azione: ciò significa che le altre squadre, in particolare quelle di Agraria e Fisica, oltre ai compiti di vigilanza ed autodifesa, avevano già dato dimostrazione di capacità nel concretizzare il discorso dell'"antifascismo militante".

La scelta dell'aggressione all'avversario politico nel 1975 come nel 1976 non suscita alcun dissenso di principio nei membri della squadra o alcun dibattito interno.

Si dà infatti per pacifico che chi accetta di partecipare al servizio d'ordine ha, come militante, l'imperativo di non sottrarsi all'uso, anche gratuito e comunque non certo difensivo, della violenza contro le persone. Tale modo di pensare, che oggi può apparire incomprensibile, va collocato indubbiamente nel contesto ideologico dell'epoca e nella profonda e quasi ossessiva opera di diseducazione ai valori della convivenza civile (e quindi della tolleranza e del rispetto per il "diverso") promossa dai dirigenti e dai leader carismatici delle varie organizzazioni dell'estrema sinistra.

6. Tale sorta di martellamento genera una disponibilità alla violenza tutta "ideologica" e cioè la demonizzazione dell'avversario politico (nella realtà oltretutto scarsamente presente) sganciata da qualsiasi esperienza o presa di coscienza personale (tanto che nessuno degli imputati, ad esempio, "risponde" effettivamente ad una violenza, poichè in precedenza non ne ha subíta alcuna).

Basta leggere il modesto campionario degli articoli del "Quotidiano dei Lavoratori" acquisiti agli atti dedicati alla campagna per l'MSI fuorilegge e all"antifascismo militante" per rendersi conto di come fosse ossessivo il richiamo alla necessità dell'uso della violenza, di come fosse costante la indicazione della superiorità di una sorta di "giustizia privata" rispetto all'intervento giudiziario e delle istituzioni (dipinte sempre e solo come conniventi con gruppi violrnti di destra e protagoniste ed impegnate solo in "provocazioni" contro compagni) e di come, pur in assenza di aperte rivendicazioni, fosse presente l'ammiccamento e il compiacimento ogni qualvolta un avversario politico "scivolasse" rompendosi la testa o una sede, un'abitazione o un locale pubblico frequentato da persone di opposta tendenza politica andasse a fuoco o saltasse in aria.

D'altro canto, scendendo su un piano per così dire pratico è stato acquisito agli atti, su richiesta proprio di un difensore, un campione di circa 150 episodi fra le centinaia di aggressioni avvenute a Milano nel periodo 1972 - 1975. È sufficiente sfogliare qualcuno dei rapporti giudiziari (e purtroppo qualcuna delle cartelle cliniche) per rendersi conto di come un'intera pagina della storia della nostra città sia stata dimenticata e rimossa.

7. Tutte le aggressioni da parte dei gruppi di estrema sinistra sono caratterizzate dalla medesima "ritualità" e cioè il circondare in gruppo la vittima isolata e presa di sorpresa e calarle più volte sulla testa grosse chiavi inglesi.

L'esito di numerose aggressioni (precedenti o coeve all'episodio Ramelli) è a dir poco drammatico in quanto la vittima, lasciata esanime con fratture al capo e spesso in altre parti del corpo, riporta lesioni gravissime e sovente con conseguenze permanenti.

Emerge certamente dagli atti del presente procedimento come la maggior parte di tali aggressioni non sia attribuibile ad Avanguardia Operaia, ma piuttosto all'"efficiente" servizio d'ordine del Movimento Studentesco, seguito poi dai famigerati CAF (Comitati Anti Fascisti) e a quello di Lotta Continua (molti dei cui militanti, non a caso, passeranno in blocco alle varie formazioni armate), organizzazioni queste che, insieme ad Avanguardia Operaia, gestivano a Milano la campagna dell'"antifascismo militante".

Non può tuttavia essere taciuto come gli attuali imputati abbiano quantomeno sottovalutato la portata della loro scelta e ntrando a far parte, proprio in quel momento storico, di un servizio d'ordine e abbiano comunque accettato con leggerezza i possibili esiti traumatici (quantomeno come cooperazione al cagionamento di lesioni gravissime e dolorose) che tale militanza poteva comportare.

Essi infatti, ben attenti certamente alla vita politica della città, non potevano non sapere, anche solo attraverso la lettura della cronaca quotidiana, quale tipo di "impegno" finiva per essere loro richiesto.

Nessuno degli aggressori di Ramelli si sognò di chiedere maggiori spiegazioni sulla persona che essi si accingevano ad aggredire, fra l'altro un perfetto sconosciuto, tanto da rendersi necessario visionare una fotografia per individuarlo e non rischiare di scambiarlo con qualcun altro.

Perdipiù non solo era sconosciuta la vittima, ma nessuno degli imputati era stato fisicamente aggredito o anche solo minacciato da persone di destra della zona, per cui quanto essi si accingevano strumentalmente a compiere costituiva più che una scelta razionale un autentico atto gratuito.

Ed è proprio questo il punto.

Si nota da parte degli imputati che hanno ammesso in tutto e in parte le loro responsabilità obiettive, al di là di lacune o reticenze sempre possibili, la difficoltà di spiegare, prima di tutto a se stessi, perchè persone estranee sostanzialmente ad una pratica di violenza contro le persone e perdipiù studenti universitari, intellettualmente preparati, si siano trovati in otto, nove, o più, il 13 marzo 1975 alle ore 13.00 sotto l'abitazione di uno sconosciuto ragazzo di 18 anni, ad aspettarlo in un pacifico rientro a casa e a percuoterlo ripetutamente sul capo fino a sfondargli il cranio. Perchè alcuni di essi, insieme a cinquanta o più compagni, si ritrovino un anno dopo quel tragico giorno a distruggere un bar a gestione familiare e a picchiare con analoga modalità tutti gli avventori che capitavano a tiro.

Nessuno ha saputo spiegare perchè, nell'un caso e nell'altro, i fatti non siano avvenuti a caldo, magari dopo zuffe o battibecchi tra studenti sempre e dovunque perfettamente possibili, ma invece a danno di persone sconosciute e con preparazione e stile perfettamente militari. Nessuno ha saputo spiegare perchè, nell'un caso e nell'altro, le vittime della "lezione" non siano state semplicemente prese a sberle...

8. Il lancio della campagna dell'"antifascismo militante" soddisfa anche un'esigenza di carattere, per così dire, psicologico. Da anni sono attive squadre di servizio d'ordine (prevalentemente del Movimento Stdentesco) allenate ed affiatate. Venuta meno la conflittualità con le forze dell'ordine durante le manifestazioni di piazza, il noto spirito di conservazione e di autoriproduzione delle strutture "militari" in senso ampio, rende difficile scioglierle: va quindi benissimo, per mantenerle in vita, la caccia al giovane di destra, peraltro già inaugurata con buoni risultati negli anni precedenti.

Quale sia stato il livello di aggressività e di organizzazione dei vari servizi d'ordine intorno al 1975 è facilmente desumibile dai fatti avvenuti attorno alla sede del MSI di via Mancini il 17 aprile 1975; dopo aver già colpito una decina di obiettivi tutte le squadre convergono su via Mancini, travolgendo la colonna di polizia posta a difesa della sede (si conteranno una ventina di feriti tra i militari) e distruggendone completamente gli automezzi.

Le fotografie sequestrate nel corso del procedimento (e peraltro già pubblicate da vari giornali), che raffigurano l'attacco dei servizi d'ordine di Lotta Continua ed Avanguardia Operaia, ben raffigurano il livello di organizzazione raggiunto.

Ovviamente tale campagna gode del costante appoggio dei quotidiani delle varie organizzazioni, in cui vengono esaltate le azioni più significative.

Con l'emergere delle formazioni terroristiche (in cui confluiranno tanti militanti di servizio d'ordine, in particolare di Lotta Continua) finisce l'"antifascismo militante". Solo nella nostra città lascia sul terreno almeno un morto e decine di persone lese in modo gravissimo, centinaia di persone aggredite ed umiliate.

Lo stesso Enrico Galmozzi, già militante di Lotta Continua e poi di Prima Linea, condannato per l'uccisione del consigliere missino Pedenovi, dissociato ma non pentito, ricorderà nel corso della sua difesa in dibattimento che nel 1975/76 a Milano "anche chi non aveva pistole, tentava di ammazzarli (i fascisti) con le chiavi inglesi e a volte ci riusciva ... era quasi una pratica comune. Quando non venivano ammazzati ... c'è gente che è rimasta sulla carrozzina".

9. L'ordinamento costituzionale ha fra i suoi principi fondamentali quello della libera espressione e propaganda delle diverse idee e posizioni politiche, e la concreta estrinsecazione di ciò si configura nella possibilità di tutti i partiti, in piena libertà, di concorrere su un piano di parità alle competizioni elettorali e di essere presenti nei vari organismi rappresentativi.

Come spiegato, la campagna nell'ambito della quale sono stati commessi i fatti ascritti agli imputati, aveva come obiettivo specifico la concreta eliminazione dal gioco politico di un partito, l'impedimento dell'attività politica e l'intimidazione nei confronti di chi ne propagandava le idee, l'attacco ai comizi, la distruzione delle sedi, l'espulsione dagli organismi rappresentativi, tutto ciò coniugando iniziative legali e pubbliche con azioni violente ed illegali.

Non è quindi fuori luogo ritenere che in tal modo, anche al di là di una precisa coscienza dei singoli falsata da fattori emotivi, si realizzasse un obiettivo attacco all'ordinamento costituzionale, il cui corretto funzionamento viene a cessare nel momento in cui, in un certo luogo, cessa o si cerca di far venire meno il principio della pari dignità delle forze politiche e dei suoi esponenti.

10. A prescindere dalle responsabilità dei singoli militanti, soprattutto subalterni, che hanno compiuto singole azioni, probabilmente senza essere pienamente consapevoli del quadro complessivo, è certo che Avanguardia Operaia si sia impegnata in tale campagna, utilizzando il suo servizio d'ordine ed approntando un vasto ed articolato lavoro di schedatura ed informazione centralizzato poi a livelli ristretti ed ignoti ai singoli militanti.

Il momento centrale di tale impegno coincide col 1974; in quell'epoca Avanguardia Operaia aveva un servizio d'ordine ancora molto informale, tanto che, come riferito da moltissimi imputati, non era stato in grado di difendersi da gruppi rivali della nuova sinistra e molti militanti di A.O. erano stati feriti in piazza Fontana a Milano durante un'aggressione del più organizzato Movimento Studentesco.

Dopo tali fatti, sia in generale sia a Città Studi, il servizio d'ordine si ristruttura e, venute meno le contese con gruppi rivali, partecipa alla campagna "antifascista", accelerando nel contempo il lavoro di schedatura ed aumentando le proprie capacità di intervento.

Di tale lavoro è rimasta traccia indelebile (...) in viale Bligny (...) È sufficiente una lettura del verbale di sequestro per rendersi conto della capillarità e metodicità del lavoro e dell'individuazione, in innumerevoli schede ed appunti, di persone, sedi e bar come possibili obiettivi.

È un lavoro strettamente collegato a quanto poi si sarebbe effettivamente realizzato, anche con riferimento agli episodi direttamente oggetto del presente procedimento e all'ambiente in cui sono avvenuti. Infatti:

- si rinvengono numerose fotografie dei funerali di Sergio Ramelli con ingrandimenti delle persone presenti;

- si rinvengono schede e indicazioni su amici di Ramelli, cui era stata sottratta l'agendina e sulle perquisizioni ai danni di studenti di destra del Molinari ad opera di amici degli "schedatori";

- si rinvengono indicazioni sul bar Porto di Classe e sui suoi frequentatori.

È evidente allora, e ben lo sanno i dirigenti del servizio d'ordine del tempo, che quanto avveniva non avveniva a caso, ma faceva parte di una indicazione politica generale e preordinata.

Non è un caso che proprio al Politecnico, nell'armadietto di Franco Donati, responsabile del servizio d'ordine di Città Studi prima di Grassi e di Di Domenico, siano state trovate schedature e documentazioni analoghe a quelle che saranno poi rinvenute in viale Bligny e costituenti certamente un frammento di tale documentazione complessiva.

Ciò è un'ulteriore conferma del fatto che erano proprio i dirigenti del servizio d'ordine ad avere una visione complessiva e a gestire le varie iniziative.

11. Ma la conferma più chiara della programmazione dall'alto dei vari "interventi" deriva dagli atti del procedimento contro Sorrentino Giuseppe, Campi Aurelio ed altri, acquisiti in originale al presente procedimento.

Nell'ambito di tale procedimento, a seguito del rinvenimento di documenti a Firenze e a Milano alcuni esponenti di A.O. fra cui Sorrentino Giuseppe, responsabile della sede centrale di via Vetere a Milano, furono imputati di associazione sovversiva e successivamente prosciolti in istruttoria.

Non essendo tuttavia dubbia l'attribuibilità del materiale rinvenuto all'organizzazione e ai suoi esponenti, tali documenti costituiscono un dato storico di cui è possibile l'interpretazione in realtà solo oggi, alla luce di quanto emerso nel presente procedimento.

Infatti il 26 febbraio 1974 a Firenze, nell'autovettura di un militante di rilievo di A.O. vengono rinvenuti, oltre a documenti personali, due stampati uno dei quali di 25 fogli complessivi intitolato "Note per la formazione di unità operative plotoni" e uno di 11 fogli, riservato ai dirigenti delle sezioni e ai componenti del centro nazionale relativo alle "Indicazioni per le misure di vigilanza ordinaria da applicare immediatamente e in permanenza" e alle "Norme e misure da adottare tassativamente in caso di azione clandestina totale".

Se il secondo documento è di scarso rilievo riferendosi certamente al comportamento necessario in caso di un colpo di stato (ed essendo quindi caratterizzato in termini esclusivamente difensivi), il primo documento è invece di estremo interesse in quanto concerne esclusivamente le indicazioni per la riorganizzazione del servizio d'ordine denominato appunto "unità operativa plotone".

In sintesi, e rimandando al documento per una attenta lettura, si danno indicazioni in merito a come l'unità operativa deve affrontare le forze dell'ordine, e cioè facendo riferimento sempre al responsabile o al vice-responsabile del servizio d'ordine, usando tattiche di cuneo e avvolgimento sprangando senza uccidere (perchè un poliziotto è pur sempre qualcosa di diverso da un fascista), attaccando le jeep con bottiglie incendiarie e raccomandando che il responsabile sia durante lo scontro sempre sulla linea della prima fila.

Passando ai fascisti si spiega che se tra di loro "scappa il morto non è poi così grave come se il morto fosse un poliziotto", che è necessario isolarli per colpire meglio "battendo con estrema ferocia e cattiveria" grazie ad un esercizio continuo e che uno degli obiettivi principali è l'attacco a punti di ritrovo di fascisti come bar.

In questi ultimi casi l'attacco può essere all'esterno o all'interno, è necessaria la divisione in più nuclei, bisogna essere molto coordinati nel colpire, molto mobili e rapidi, studiare le vie di fuga, lavarsi da eventuali macchie di sangue e lasciare le chiavi inglesi in tombini dopo l'azione in caso di necessità.

Nel caso di cattura di fascisti isolati prima devono essere sottratti i documenti e poi devono essere colpiti. Anche in questo caso il responsabile deve essere presente per evitare confusione.

Si danno poi spiegazioni, anche con disegni, sulla formazione del plotone, sulla sua dotazione (bulloni, chiavi inglesi, molotov), sulla presenza di staffette, fotografi e servizi d'infermeria.

Si tratta il problema dell'allenamento fisico, necessario per imparare a muoversi, correre e sprangare.

Si parla delle staffette che devono conoscere il territorio e gli spostamenti dell'avversario e tenere i rapporti fra il responsabile del singolo plotone e il responsabile centrale.

Si parla poi delle caratteristiche politiche e psicofisiche dei compagni, specificando ad esempio che l'abbigliamento deve essere curato con una certa attenzione per non essere notati e che in particolare le staffette non devono essere identificabili.

Nella seconda parte si affronta il problema di una eventuale azione politica clandestina, raccomandando in particolare la riservatezza e il rispetto della centralizzazione dell'organizzazione.

12. Un documento di tale genere è frutto certamente di una elaborazione e discussione ai livelli più alti dell'organizzazione in quel periodo.

Ne è conferma il fatto che il mese successivo, ed esattamente il 15 marzo 1974, nella sede centrale di A.O. in via Vetere 3 a Milano, oltre a documentazione riservata delle forze armate, viene sequestrato un quaderno tipo mini-pocket in cui, oltre ad appunti in merito a riunioni, attacchinaggi e sottoscrizioni, vi sono sei facciate fitte di appunti scritti a mano.

In tali appunti sono annotati i medesimi concetti riportati più ampiamente nel documento sequestrato a Firenze e concernenti i medesimi argomenti: opportunità di muoversi in squadre coordinate da un responsabile, uso di staffette per seguire gli spostamenti della polizia o avvistare i fascisti, modalità di attacco alle jeep (in particolare la prima della colonna) del tutto identici a quelli più ampiamente spiegati nel documento, servizio di infermeria e così via.

Anche in tali appunti (oltre ad indicare l'uso della chiave inglese 36) si raccomanda che il poliziotto isolato deve essere picchiato ma non "steso", mentre i fascisti devono essere "stesi".

Le indicazioni contenute nel documento (che certamente circola fra pochi e viene spiegato a voce ai militanti nei suoi contenuti essenziali) si realizzano integralmente e tutte emergono con chiarezza nel corso del presente procedimento: la struttura centralizzata, i responsabili, le squadre, la dotazione, le staffette, l'allenamento, l'abbigliamento necessario e così via.

Si realizzano, con matematica precisione, gli assalti ai bar (l'irruzione al bar Porto di Classe avviene con le precise modalità indicate nel documento sulle unità operative plotoni) e si realizza purtroppo lo sprangamento a morte dell'avversario politico, evento che, come profeticamente osservato, non deve destare molte preoccupazioni.

13. Dalle prime indagini risultava:

- che due erano gli aggressori che avevano picchiato con tubi di ferro (più esattamente, come poi emerso, chiavi inglesi) il Ramelli
- che una delle due persone aveva una sciarpa bianca
- che si trattava di due ragazzi giovani, sui 18 - 20 anni
- che gli aggressori, in tutto otto o dieci, dopo aver lasciato a terra il Ramelli, si erano diretti a piedi verso via Arnò, in direzione di Largo Murani.

Essi sono stati inseguiti per un lungo tratto da un coraggioso passante, De Martini Ernesto, il quale li aveva persi di vista solo in via Venezian, in Città Studi.

Sul marciapiede ove il Ramelli era stato colpito, all'altezza di via Paladini numero 15, era rimasta una larga chiazza di sangue.

14. Dalle dichiarazioni sostanzialmente concordi degli imputati (...) si può così riassumere lo svolgimento dei fatti:

- nel corso del 1974 il servizio d'ordine di A.O. sino ad allora piuttosto debole, si era ristrutturato promuovendo altresì sul piano operativo, unitamente ai più cospicui servizi d'ordine degli altri gruppi, la campagna dell'"antifascismo militante" (in altri termini l'aggressione, ovunque fosse possibile, delle persone aderenti o simpatizzanti per la destra politica e la distruzione delle sedi e dei ritrovi da esse presuntivamente frequentate).

Tali aggressioni erano per lo più precedute da scritte o cartelli minacciosi nei vari quartieri e da intimidazioni o espulsioni dalle scuole frequentate dalle persone individuate.

La struttura più forte del servizio d'ordine di A.O. (divisa in zone territoriali e coordinata a livello cittadino) era costituita dalle squadre di Città Studi, zona ove la presenza politica dell'organizzazione era tradizionalmente più cospicua, al contrario delle facoltà umanistiche ove predominava il Movimento Studentesco.

A Città Studi esisteva una squadra di servizio d'ordine ad Agraria, attiva e numerosa, una squadra a Fisica, una squadra a Medicina e una squadra più modesta ad Ingegneria.

A partire dall'autunno 1974 la squadra di Medicina si era rafforzata dandosi una struttura stabile di dieci elementi, ma non aveva che scarsa o nulla esperienza come tale in materia di "antifascismo".

Tale squadra era composta da Cavallari (che ne era responsabile), Costa (che stava subentrando a Cavallari proprio nei giorni dell'aggressione a Ramelli), Ferrari Bravo, Castelli, Montinari, Scazza, Costantino, Belpiede e Cremonese.

Sergio Ramelli era conosciuto nella zona e all'Istituto Molinari come "fascista" (e per tale motivo costretto ad abbandonare l'Istituto) e gli erano attribuiti fatti di violenza (di cui peraltro non vi è alcuna prova nè nei rapporti di polizia, nè nelle dichiarazioni degli imputati) nei confronti di avversari politici e anche furti di motorini ai danni dei "compagni" (ugualmente mai specificati).

15. Dell'azione contro Ramelli si comincia a parlare un paio di settimane prima del 13 marzo 1975. Roberto Grassi, già studente del Molinari, conoscente personale del Ramelli e personaggio molto rilevante in Avanguardia Operaia ed in particolare nel servizio d'ordine, comunica a Costa che incaricata dell'azione è la nuova e non ancora sperimentata squadra di Medicina.

È invece il Di Domenico a comunicare a Cavallari (il quale è ancora responsabile della squadra di Medicina, anche se tale responsabilità sta per passare a Costa) la decisione di incaricare la squadra di Medicina di "andare a menare un fascio".

Cavallari chiede tuttavia, e ottiene, dal Di Domenico di essere esentato.

Ciò sia in quanto proprio con il Di Domenico e un altro studente di A.O. (il già citato Di Puma Roberto del Molinari) era stato arrestato in zona per un'aggressione contro due simpatizzanti di destra alla fine del 1973, sia in quanto poco tempo prima, a Città Studi dinanzi alla facoltà di Agraria, con altri e su indicazione del Di Domenico, aveva aggredito con una chiave inglese uno studente universitario di destra, ma nel corso di tale azione si era dimostrato poco idoneo lasciandosi prendere dal panico.

Di Domenico, che è ben al corrente di entrambi gli episodi e del loro esito, dà il suo assenso alla richiesta di Cavallari di essere esentato.

Nei giorni precedenti l'azione tutti i membri della squadra di Medicina vengono informati su iniziativa di Costa, Grassi e nell'ambito di riunioni e discussioni informali delle squadre di Medicina.

Tutti i membri della squadra, pur senza entusiasmo, danno il loro consenso all'azione in ossequio ai principi vigenti all'interno del servizio d'ordine.

Si può aggiungere che un rifiuto del resto apparirebbe comprensibile solo leggendo la vicenda con gli occhi di oggi. Infatti è sufficiente sfogliare i quotidiani dell'epoca per rendersi conto che, in piena campagna di "antifascismo militante" con aggressioni a giovani di destra quasi giornaliere, un rifiuto avrebbe significato autoescludersi dal servizio d'ordine e mancare di "solidarietà" verso l'organizzazione che aveva ammesso nel servizio d'ordine proprio i compagni politicamente più "coscienti".

Grassi fornisce alla squadra una fotografia di Ramelli dato che il giovane era totalmente sconosciuto: la fotografia è quella che ritrae il Ramelli quasi certamente durante l'episodio del 13 gennaio 1975 mentre viene costretto a cancellare le scritte fasciste sui muri del Molinari con un pennello in mano.

Tutti, o comunque la maggior parte dei membri della squadra, si recano a vedere il luogo ove Ramelli è solito posteggiare il motorino (via Paladini, poco oltre l'incrocio con via Amadeo) e a prendere confidenza con la zona.

Viene stabilito un giorno per l'aggressione e tutta la squadra viene convocata: resta escluso Francesco Cremonese che in quei giorni ha un'influenza; resta escluso dalla spedizione anche il Cavallari per i motivi già citati, che peraltro non vengono contestati dai compagni.

Il compito di caposquadra per quel giorno viene assunto da Costa: è il più giovane della squadra essendo matricola, ma milita da diverso tempo in Avanguardia Operaia.

Come caposquadra Costa ha il compito di aggredire il Ramelli affiancato da Ferrari Bravo, più vecchio e persona che appare "pacata".

Il gruppo, con la presenza di Grassi alla partenza, si ritrova all'ora stabilita presso il nuovo settore didattico in via Celoria, ove vengono distribuite, quasi certamente fra tutti, le chiavi inglesi ed alcuni tondini, cioè sbarre di ferro.

Il compito di quelli che non dovranno aggredire materialmente Ramelli è quello di copertura, cioè l'attestarsi presso tutti gli angoli dell'incrocio tra via Amadeo, via Paladini, via Arnò al fine di segnalare l'eventuale presenza di forze dell'ordine, contrastare una eventuale presenza di amici del Ramelli o di passanti e di impedire che il ragazzo, fuggendo in direzione dell'incrocio molto frequentato, possa sottrarsi alla "lezione".

Molto probabilmente staffette rimaste sconosciute segnalano il momento in cui Ramelli si appresta a tornare verso casa dal bar che è solito frequentare o quantomeno ne segnalano la presenza quel giorno poco prima dell'ora di pranzo, consentendo di individuare, in un margine di pochi minuti, l'ora del rientro a casa e quindi consentendo di evitare che una sosta troppo prolungata del gruppo nei pressi dell'incrocio possa destare sospetti.

Al momento dell'aggressione, mentre il ragazzo sta per agganciare il motorino ad un palo di via Paladini posto contro il muro, vengono usate chiavi inglesi di tipo non precisato ma certamente di notevoli dimensioni.

Forse al Costa ed al Ferrari Bravo, da ultimo, quale picchiatore, si aggiunge Costantino, ma la circostanza rimane improbabile sia per la conformazione dei luoghi (vi è una certa distanza fra l'angolo presso cui si trova Costantino e lo stretto punto del marciapiede in cui viene colpito Ramelli), sia perchè smentita dai testimoni oculari che hanno modo di notare, da punti diversi, le fasi essenziali dell'aggressione dai primi colpi sino alla fuga di due persone da via Paladini.

Tutto il gruppo rientra a Città Studi, ove vengono pulite e riposte le chiavi inglesi, dotazione della squadra.