sabato 27 aprile 2019

In memoria di Aldo Bormida

On doit des égards aux vivants; on doit aux morts que la verité.
Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità.
Voltaire, “Lettere scritte nel 1819”
In memoria di Aldo Bormida 
30/01/1944 Borgo Podgora(LT) 
Primo caduto della RSI nella difesa
 di Roma e dell’Italia


Sulla nostra terra c’e’ un luogo nascosto in mezzo ad una pianura sconfinata ricca di campi di grano,vigneti e verdi prati. Proprio in mezzo ad essa passa una stradina,questa ti conduce in luogo come ce ne sono a migliaia sulla nostra terra ma in realtà ti accompagna dentro una storia, quella storia che ognuno di noi ha fissato nella mente e nel cuore e rende questo posto unico. Ti parla di un ragazzo nemmeno ventenne di nome Aldo Bormida venuto da Torino. Ti parla di un soldato con una divisa grigio verde.Ti parla del desiderio di libertà, di onore e di fedeltà di migliaia di giovani patrioti. Ti parla del primo martire della Repubblica Sociale Italiana. Del suo sacrificio in questo luogo sono rimasti i suoi resti mortali tumolati per volere della famiglia sotto un cippo di marmo bianco di fattura umile a ridosso della strada, coperto quasi completamente fino a qualche anno fa da erbacce, su di esso c’e’ un incisione breve ma esauriente, caduto per la Patria. Sarebbe difficile raccontare per mezzo delle parole il senso di gratitudine e rispetto che ognuno di noi prova nel trovarsi in questo spicchio di terra, difficile raccontare la storia di chi donò tutto se stesso per l’amore più grande, quello per la propria terra.
UNA COLONNA SPEZZATA
 NELLA PIANA PONTINA
ALDO BORMIDA 
 UNO DEI PRIMI ITALIANI 
SUL FRONTE DI NETTUNO
Gli Angloamericani nella loro avanzata lungo la penisola italiana, furono fermati per mesi dalla linea “Gustav”. Si trattava di una serie di opere fortificate che si dispiegavano, per 120 km, da Minturno, a sud di Gaeta, fino alla costa Adriatica, a sud di San Vito/Ortona. Punto nodale della “Gustav” fu Montecassino che, trasformato dai tedeschi in una fortezza naturale, vide infrangersi numerosi attacchi da parte Alleata. Per superare la Gustav, gli Alleati, progettarono uno sbarco alle spalle della linea fortificata e fu così che nacque “l’Operazione Shingle”, ovvero lo sbarco sulle coste di Anzio e Nettuno. La “Shingle” ebbe inizio il 17 gennaio ’44 con violenti bombardamenti sulla costa e solo nella notte del 22 gennaio, alle 2.00 del mattino, le truppe iniziarono a sbarcare. L’intera operazione fu una sorta di fallimento e le truppe finirono ad impantanarsi sulla costa pontina. Il commento di Churchill fu dir poco caustico: “ avevo sperato – scrisse lo statista inglese - di lanciare sulla spiaggia di Anzio un gatto selvatico, mentre invece ci troviamo sulla riva con una balena arenata.” Solo il 23 maggio gli Alleati diedero l’avvio all’operazione “Buffalo” che aveva come obiettivo Cisterna di Latina. Fortunatamente, la conquista della cittadina laziale consenti al 6° Corpo d’Armata di riunirsi alle avanguardie americane del 2° Corpo d’Armata che, reduci da Montecassino, avanzavano da Terracina. Come è noto i “liberatori” entrarono a Roma solo il 4 di giugno seguente.

Nella memoria storica delle popolazioni della Pianura Pontina le operazioni militari che seguirono allo sbarco, sono ricordate come un titanico scontro tra tedeschi ed americani. Purtroppo, viene troppo spesso dimenticato che ai combattimenti parteciparono i primi reparti organici delle Forze Armate della Republica Sociale Italiana. Furono impegnati su quel fronte il Battaglione di fanteria di Marina “Barbarigo”, il Gruppo di artiglieria di Marina “San Giorgio” e i motoscafi d’assalto i MAS della X° Flottiglia MAS. Inoltre, il Reggimento Arditi Paracadutisti “Folgore”; (1° Btg. “Folgore”, 2° Btg. “Nembo” 3° Btg. “Azzurro”), il Battaglione di formazione paracadutisti “Nembo”, il Gruppo Aerosiluranti “Carlo Emanuele Buscaglia” poi denominato Faggioni”, il 2° Battaglione Legionario SS, il 1° Battaglione Esplorante Legionario SS “Debica” e numerosi altri reparti minori. Si avvicendarono in terra pontina, dal gennaio al giugno ‘44, circa 10.000 soldati della R.S.I. e centinaia di questi persero la vita.

Nel dopoguerra, la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza ha trovato, a Nettuno e Pomezia, terra per i cimiteri militari americano e tedesco. Differentemente, per quegli italiani che osarono morire dalla parte “sbagliata” non vi sono stati cimiteri di guerra ma solo una tomba privata al Verano. Nel 1993 l’Associazione X° MAS ha costruito a Nettuno, a proprie spese, un sacrario privato, meglio conosciuto con il nome di “Campo della Memoria”. Solo da poco l’Associazione è poi riuscita a traslare all’interno del sacrario i resti dei caduti del “Barbarigo”. La traslazione è stata possibile solo cedendo il Campo stesso ad Onor Caduti del Ministero della Difesa, cessione questa che ha trasformato il sacrario privato in un Cimitero Militare.

Oltre al “Campo della Memoria”, girando la Piana Pontina, ci si può imbattere in alcuni altri modesti monumenti innalzati per ricordare i caduti della R.S.I. su quel fronte. Al “Fosso dell’Acqua Bona” ad Ardea vi è una lapide, mentre cippi commemorativi si trovano a Campoverde (Cisterna di Latina) e a Borgo Podgora (Cisterna di Latina/Latina). In particolare, nel territorio di Latina, vi è un monumento costituito da un’umile colonna spezzata sulla quale si può leggere “Aldo Bormida – diciannovenne studente Politecnico di Torino – Caduto per la patria il 30 gennaio 1944”.

Sulla morte di Bormida si è sempre saputo molto poco. Qualche anno fa, un reduce vi portò dei fiori e raccontò al padrone del podere sul quale la colonna insiste che lui e Bormida erano studenti universitari del Politecnico ed erano stati inviati in Germania per uno scambio culturale. Sorpresi dall’8 settembre, si erano arruolati volontari ed erano stati inviati dai tedeschi a combattere in Italia. Luciano Populin, oggi un anziano e squisito signore che, allora dodicenne, assistette alla morte di Bormida, me l’ha così raccontata: “Il 30 gennaio 1944 avevo 12 anni e 4 mesi ed era per me la prima paurosa e sofferta esperienza di vita. Dal Borgo Podgora il 24 gennaio, dopo lo sbarco americano ad Anzio, ci trasferimmo alla Strada Della Croce, presso una famiglia di cloni che conoscevamo. Il nostro ampio cortile della casa nel Borgo era stato occupato, dopo due giorni dallo sbarco, dai mezzi corazzati della Divisione tedesca giunti dal Brennero.
Dalla finestra della casa del colono, il giorno 30 gennaio, vidi giungere in strada due camions di soldati che scesero, completarono l’armamento, e si prepararono ad andare contro il nemico. Gli americani erano sull’argine opposto del Canale Musolini, distante circa 150 metri dalla nostra casa dove si era insediato un giovane ufficiale tedesco di origine altoatesina e da dove avvenivano sparatorie tra le due forze. I militari italiani, che poi seppi erano giovanissimi volontari del Politecnico di Torino, si lanciarono contro il nemico e cominciarono a salire l’argine del Canale dalla nostra parte: dai ricordi lontani mi sembra fossero circa quaranta. Gli americani, che erano appostati sull’argine opposto a 30/40 metri, li fecero arrivare alla sommità e inesorabilmente li falciarono con le armi.

Il ricordo si ferma alla visione dei poveri ragazzi che cadevano, poi il terrore, la pena e la disperazione mi fecero nascondere nell’angolo più riparato della casa. Dalla casa non uscivamo tranne che per qualche istante poiché l’ufficiale tedesco che era con noi consigliava me e il bambino dei coloni di farci vedere al pozzo a pompare l’acqua con la speranza che vedendo dei civili gli americani potessero risparmiare la distruzione della casa. Noi, dopo qualche giorno, fummo costretti a fuggire a piedi dietro suggerimento dell’ufficiale tedesco che telefonò alle proprie forze di non sparare sperando così in una tregua che avvenne.

Il ricordo dell’immolazione dei nostri ragazzi riprende dopo la guerra (tornammo solo dopo circa due anni a Latina) con la testimonianza della famiglia Piva, proprietaria del terreno dov’era avvenuto il massacro. Ho saputo che un solo ragazzo era superstite, dopo l’attacco si era rifugiato nella casa dei Piva che ospitarono anche un soldato tedesco ferito.

Il ragazzo andò via quando poté e il giorno dopo la nostra fuga anche i Piva dovettero abbandonare la loro casa lasciando il soldato tedesco ferito nel sottoscala con alcune vettovaglie e nei campi i cadaveri martorizzati che rendevano l’aria irrespirabile. Tornarono dopo qualche mese nella loro terra dove non poterono rimanere poiché tutto era minato;

Un incendio spontaneo di sterpaglie aveva ridotto i corpi a resti ossei. Nel mese di giugno o luglio gli americani intervennero e riempirono alcuni sacchi bianchi con i resti ridotti ad ossa e nulla era riconoscibile degli esseri umani. Dopo un periodo di tempo il superstite tornò sul luogo e ricordò il punto dove era caduto il giovane Bormida;

Ecco perché lì e sorta la stele a ricordo di Bormida e dove, fino a qualche anno fa, veniva qualche familiare a fare visita; ora non si presenta alcuna persone sono i Piva che custodiscono il ricordo. I resti dei ragazzi dovrebbero essere in un cimitero di Lavinia o Pomezia con la dicitura “Caduti ignoti”.

Questo è il mio ricordo di bambino, ma affinchè i fatti narrati siano più chiari ho approntato una cartina approssimativa di quella zona di guerra.”

La Storia, quella con la ”S” maiuscola, la si fa anche grazie ai ricordi di un bambino che oggi è un signore di una certa età. Raccontando di Bormida ho voluto narrare di uno di quei ragazzi che, educati al mito dell’amor di Patria, quando la Patria chiamò non si fecero indietro, facendo la scelta di non stare alla finestra a guardare.


Aldo Bormida 30/01/1944 Borgo Podgora(LT)
Primo caduto dell’ R.S.I. nella difesa di Roma e dell’Italia

Sulla nostra terra c’e’ un luogo nascosto in mezzo ad una pianura sconfinata ricca di campi di grano,vigneti e verdi prati. Proprio in mezzo ad essa passa una stradina,questa ti conduce in luogo come ce ne sono a migliaia sulla nostra terra ma in realtà ti accompagna dentro una storia, quella storia che ognuno di noi ha fissato nella mente e nel cuore e rende questo posto unico. Ti parla di un ragazzo nemmeno ventenne di nome Aldo Bormida venuto da Torino. Ti parla di un soldato con una divisa grigio verde.Ti parla del desiderio di libertà, di onore e di fedeltà di migliaia di giovani patrioti. Ti parla del primo martire della Repubblica Sociale Italiana. Del suo sacrificio in questo luogo sono rimasti i suoi resti mortali tumolati per volere della famiglia sotto un cippo di marmo bianco di fattura umile a ridosso della strada, coperto quasi completamente fino a qualche anno fa da erbacce, su di esso c’e’ un incisione breve ma esauriente, caduto per la Patria. Sarebbe difficile raccontare per mezzo delle parole il senso di gratitudine e rispetto che ognuno di noi prova nel trovarsi in questo spicchio di terra, difficile raccontare la storia di chi donò tutto se stesso per l’amore più grande, quello per la propria terra.


Nella memoria storica delle popolazioni della Pianura Pontina le operazioni militari che seguirono allo sbarco, sono ricordate come un titanico scontro tra tedeschi ed americani. Purtroppo, viene troppo spesso dimenticato che ai combattimenti parteciparono i primi reparti organici delle Forze Armate della Republica Sociale Italiana. Furono impegnati su quel fronte il Battaglione di fanteria di Marina “Barbarigo”, il Gruppo di artiglieria di Marina “San Giorgio” e i motoscafi d’assalto i MAS della X° Flottiglia MAS. Inoltre, il Reggimento Arditi Paracadutisti “Folgore”; (1° Btg. “Folgore”, 2° Btg. “Nembo” 3° Btg. “Azzurro”), il Battaglione di formazione paracadutisti “Nembo”, il Gruppo Aerosiluranti “Carlo Emanuele Buscaglia” poi denominato Faggioni”, il 2° Battaglione Legionario SS, il 1° Battaglione Esplorante Legionario SS “Debica” e numerosi altri reparti minori. Si avvicendarono in terra pontina, dal gennaio al giugno ‘44, circa 10.000 soldati della R.S.I. e centinaia di questi persero la vita. 


Nel dopoguerra, la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza ha trovato, a Nettuno e Pomezia, terra per i cimiteri militari americano e tedesco. Differentemente, per quegli italiani che osarono morire dalla parte “sbagliata” non vi sono stati cimiteri di guerra ma solo una tomba privata al Verano. Nel 1993 l’Associazione X° MAS ha costruito a Nettuno, a proprie spese, un sacrario privato, meglio conosciuto con il nome di “Campo della Memoria”. Solo da poco l’Associazione è poi riuscita a traslare all’interno del sacrario i resti dei caduti del “Barbarigo”. La traslazione è stata possibile solo cedendo il Campo stesso ad Onor Caduti del Ministero della Difesa, cessione questa che ha trasformato il sacrario privato in un Cimitero Militare. 



Oltre al “Campo della Memoria”, girando la Piana Pontina, ci si può imbattere in alcuni altri modesti monumenti innalzati per ricordare i caduti della R.S.I. su quel fronte. Al “Fosso dell’Acqua Bona” ad Ardea vi è una lapide, mentre cippi commemorativi si trovano a Campoverde (Cisterna di Latina) e a Borgo Podgora (Cisterna di Latina/Latina). In particolare, nel territorio di Latina, vi è un monumento costituito da un’umile colonna spezzata sulla quale si può leggere “Aldo Bormida – diciannovenne studente Politecnico di Torino – Caduto per la patria il 30 gennaio 1944”.

Sulla morte di Bormida si è sempre saputo molto poco. Qualche anno fa, un reduce vi portò dei fiori e raccontò al padrone del podere sul quale la colonna insiste che lui e Bormida erano studenti universitari del Politecnico ed erano stati inviati in Germania per uno scambio culturale. Sorpresi dall’8 settembre, si erano arruolati volontari ed erano stati inviati dai tedeschi a combattere in Italia. Luciano Populin, oggi un anziano e squisito signore che, allora dodicenne, assistette alla morte di Bormida, me l’ha così raccontata: “Il 30 gennaio 1944 avevo 12 anni e 4 mesi ed era per me la prima paurosa e sofferta esperienza di vita. Dal Borgo Podgora il 24 gennaio, dopo lo sbarco americano ad Anzio, ci trasferimmo alla Strada Della Croce, presso una famiglia di cloni che conoscevamo. Il nostro ampio cortile della casa nel Borgo era stato occupato, dopo due giorni dallo sbarco, dai mezzi corazzati della Divisione tedesca giunti dal Brennero. 

Dalla finestra della casa del colono, il giorno 30 gennaio, vidi giungere in strada due camions di soldati che scesero, completarono l’armamento, e si prepararono ad andare contro il nemico. Gli americani erano sull’argine opposto del Canale Musolini, distante circa 150 metri dalla nostra casa dove si era insediato un giovane ufficiale tedesco di origine altoatesina e da dove avvenivano sparatorie tra le due forze. I militari italiani, che poi seppi erano giovanissimi volontari del Politecnico di Torino, si lanciarono contro il nemico e cominciarono a salire l’argine del Canale dalla nostra parte: dai ricordi lontani mi sembra fossero circa quaranta. Gli americani, che erano appostati sull’argine opposto a 30/40 metri, li fecero arrivare alla sommità e inesorabilmente li falciarono con le armi. 

Il ricordo si ferma alla visione dei poveri ragazzi che cadevano, poi il terrore, la pena e la disperazione mi fecero nascondere nell’angolo più riparato della casa. Dalla casa non uscivamo tranne che per qualche istante poiché l’ufficiale tedesco che era con noi consigliava me e il bambino dei coloni di farci vedere al pozzo a pompare l’acqua con la speranza che vedendo dei civili gli americani potessero risparmiare la distruzione della casa. Noi, dopo qualche giorno, fummo costretti a fuggire a piedi dietro suggerimento dell’ufficiale tedesco che telefonò alle proprie forze di non sparare sperando così in una tregua che avvenne. 

Il ricordo dell’immolazione dei nostri ragazzi riprende dopo la guerra (tornammo solo dopo circa due anni a Latina) con la testimonianza della famiglia Piva, proprietaria del terreno dov’era avvenuto il massacro. Ho saputo che un solo ragazzo era superstite, dopo l’attacco si era rifugiato nella casa dei Piva che ospitarono anche un soldato tedesco ferito. 

Il ragazzo andò via quando poté e il giorno dopo la nostra fuga anche i Piva dovettero abbandonare la loro casa lasciando il soldato tedesco ferito nel sottoscala con alcune vettovaglie e nei campi i cadaveri martorizzati che rendevano l’aria irrespirabile. Tornarono dopo qualche mese nella loro terra dove non poterono rimanere poiché tutto era minato; 

Un incendio spontaneo di sterpaglie aveva ridotto i corpi a resti ossei. Nel mese di giugno o luglio gli americani intervennero e riempirono alcuni sacchi bianchi con i resti ridotti ad ossa e nulla era riconoscibile degli esseri umani. Dopo un periodo di tempo il superstite tornò sul luogo e ricordò il punto dove era caduto il giovane Bormida; 

Ecco perché lì e sorta la stele a ricordo di Bormida e dove, fino a qualche anno fa, veniva qualche familiare a fare visita; ora non si presenta alcuna persone sono i Piva che custodiscono il ricordo. I resti dei ragazzi dovrebbero essere in un cimitero di Lavinia o Pomezia con la dicitura “Caduti ignoti”. 

Questo è il mio ricordo di bambino, ma affinchè i fatti narrati siano più chiari ho approntato una cartina approssimativa di quella zona di guerra.” 

La Storia, quella con la ”S” maiuscola, la si fa anche grazie ai ricordi di un bambino che oggi è un signore di una certa età. Raccontando di Bormida ho voluto narrare di uno di quei ragazzi che, educati al mito dell’amor di Patria, quando la Patria chiamò non si fecero indietro, facendo la scelta di non stare alla finestra a guardare.



 

lunedì 22 aprile 2019

IL DISCORSO DEL LIRICO

Camerati, cari camerati milanesi, rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.
A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito ? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento ?
Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica e meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativo.
E’ stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene.
Dunque chi ha tradito ? La resa a discrezione annunciata l’8 settembre è stata voluta dalla Monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali congiunte per l’occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio.
Sino dal Maggio, e precisamente il 15 Maggio, l’ex re nota in un suo diario – venuto recentemente in nostro possesso -  che bisogna ormai “sganciarsi” dall’alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l’ombra di un dubbio, l’ex re; esecutore Badoglio.
Ma per arrivare all’8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime.
La giustificazione della resa, e cioè l’impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo; il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora cominciò una collaborazione – sia pure di retrovie e di lavoro – fra l’Italia badogliana e gli “alleati”; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche.
Non pace, dunque, ma – attraverso la cosiddetta cobelligeranza – prosecuzione della guerra. Non pace, ma il territorio della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine. Non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone.
Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano.
Si può affermare che nei confronti dell’alleato germanico il popolo italiano non ha tradito.
Salvo casi sporadici, i reparti dell’Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all’ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito dislocati fuori dal territorio metropolitano e della Aviazione si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche – e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia – meno un battaglione in Corsica – passarono sino all’ultimo uomo coi tedeschi. Il piano cosiddetto P 44 – del quale si parlerà nell’imminente processo dei generali e che prevedeva l’immediato rovesciamento del fronte come il Re e Badoglio avevano preordinato – non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti, e ciò è provato dal processo che nell’Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera.
Tuttavia, se tali comandanti evitarono il peggio, cioè l’estrema infamia che sarebbe consistita nell’attaccare a tergo gli alleati di tre anni, la loro condotta dal punto di vista nazionale è stata nefasta: essi dovevano, ascoltando la voce della coscienza e dell’onore, schierarsi armi e bagaglio dalla parte dell’alleato. Avrebbero mantenuto le nostre posizioni territoriali e politiche; la nostra bandiera non sarebbe stata ammainata in terre dove tanto sangue italiano era stato sparso; le Armate avrebbero conservato la loro organica costituzione; si sarebbe evitato l’internamento coatto di centinaia di migliaia di soldati e le loro grandi sofferenze di natura soprattutto morale; non si sarebbe imposto all’alleato un sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti militari con conseguenze che influenzavano tutta la condotta strategica della guerra. Queste sono responsabilità specifiche nei confronti, soprattutto, del popolo italiano.
Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell’estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch’essi  ignominiosamente capitolato e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le Unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata.
Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine.
Il popolo italiano è, quindi, quello che – nel confronto -  ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta.
Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato – per incoscienza o stanchezza – la resa, un’altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania.
Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l’apporto dato dall’Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi – malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica – è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede.
Non posso, per evidenti ragioni, scendere a dettagliare le cifre nelle quali si compendia l’apporto complessivo – dal settore economico a quello militare – dato dall’Italia. La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben 786 mila uomini. Tale dato è incontrovertibile perché di fonte germanica. Bisogna aggiungervi gli ex internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich ove andarono negli anni scorsi dall’Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi.
Davanti a questa documentazione gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto – finalmente – di alzare la fronte e di esigere che il loro sforzo sia equamente e cameratescamente valutato da tutti i componenti del tripartito.
Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l’Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue.
Non basta.
Nel 1945 la partecipazione dell’Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani.
Nel periodo tumultuoso di transizione dell’autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero col loro passato e il loro fascino di animatori raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale, arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità. Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l’unità. Verso l’unità si cammina.
Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola polizia, l’uno e l’altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambe intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l’attuale che ha assunto un carattere di guerra “politica” la apoliticità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata.
Un conto è la “politica”, cioè la adesione convinta e fanatica alla idea per cui si scende in campo, e un conto è l’attività politica, che il soldato, ligio al suo dovere e alla consegna, non ha nemmeno il tempo di esplicare poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l’esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra.
Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi ammalati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola “Fascismo”, per mettere esclusivamente l’accento sulla parola “Repubblica”. Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile.
Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d’ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi
Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo politico all’azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale.
Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie.
E’ documentato nella storia che il fascismo fu sino al 1922 tendenzialmente repubblicano e sono stati illustrati i motivi per cui l’insurrezione del 1922 risparmiò la Monarchia.
Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione degli anni splendidi che vanno dalla Carta del Lavoro alla conquista dell’Impero. La natura non fa salti, nemmeno l’economia.
Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo ulteriore della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei Ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che “la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna”.
In quella stessa seduta io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell’antifascismo.
Nel mese di ottobre fu da me elaborato e riveduto quello che nella storia politica italiana è il “Manifesto di Verona” che fissava in alcuni punti abbastanza determinati il programma non  tanto del partito quanto della Repubblica. Ciò accadeva esattamente il 14 novembre, due mesi dopo la costituzione del Partito Fascista Repubblicano. Il P.F.R., dopo un saluto ai Caduti per la Causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle  Potenze del tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici. Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto.
Il “Manifesto” cominciava con l’esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che – come si disse – “la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione.
Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato fin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare la Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c’erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorchè uno Stato.
Fu detto nel “Manifesto” che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di polizia nostri e alleati e nella azione dei “fuori legge” che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano di guerra civile a base di rappresaglie e di contro-rappresaglie.
Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell’antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni.
Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale.
Mazzini – l’inflessibile apostolo dell’idea repubblicana – mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini; ma non uccideerli extra-legge, o prelevare – come si direbbe oggi – le argenterie dalle loro case.Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del partito, merita doppia condanna. 
Nessuna severità è in tal caso eccessiva, se si vuole che il partito – come si legge nel “Manifesto di Verona” – sia veramente “ un ordine di combattenti e di credenti, organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria”. Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua tragica fine dovuta a mano nemica.
Poiché attraverso la costituzione della “Brigate Nere” il partito sta diventando un “ordine di combattenti”, il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del partito,  si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai Capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale.
In sede storica – nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione – vi sono molte Repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei Sovieti, ma ne ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico, la Repubblica turca, che poggia su un solo partito: quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile: quella del “focolari del popolo”.
A una dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati – accanto al partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello stato – la presenza di altri gruppi, che, come dice all’articolo 3 il “Manifesto di Verona”, esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che – partendo dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio “Italia, Repubblica, Socializzazione” – abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato.
L’Assemblea di Verona fissava al n. 8 i suoi postulayi di politica estera. Veniva solennemente dichiarato che il fine essenziale della politica estera della Repubblica è “l’unità, l’indipendenza, l’ntegrità territoriale della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia”.
Quanto all’unità territoriale io mi rifiuto – conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani – di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall’Italia di Bonomi pre ricongiungersi con l’Italia repubblicana.
E’ mia profonda convinzione che – al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuori legge – l’unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri perché cementata da eccezionali sofferenze che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l’unità morale l’anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica.
A questo punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista heografico, storico, morale, economico; ne mi chiedo se, oggi, un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale.
Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come una entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica o massonica.
Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati “scavalcati” dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale.
Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti 11 e 12 sono fondamentali. Precisati nella “ Premessa alla nuova struttura economica della nazione” essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione. L’interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell’Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione.
Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l’importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato.  Qualunque cosa accada questo seme è destinato a germogliare. E’ il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone, acclamanti, vaticinai “secolo del lavoro” nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione.
La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato, e supera dall’altro l’individualismo dell’economia liberale che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalistica, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere “sociale” delle comunità nazionali.
Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove.
Io sono deciso a proseguire in questa direzione.
Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importanissimi specie nelle circostanze attuali, sono oramai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare e spero mostreranno la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica.
Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obbiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all’abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo.
In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell’Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero si è appalesato un miserabile espediente propagandistico.
Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della Valle del Po, non solo non desiderano, ma deprecano l’arrivo degli anglosassoni, non vogliono saperne di un governo che pur avendo alla vice-presidenza un Togliatti riporterebbe al Nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime ormai palesemente protette dall’Inghilterra.
Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla Monarchia voluta da Churchill! Il che dimostra in maniera irrefutabile che la Monarchia dei Savoia  serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell’Italia!
Non c’è dubbio che la caduta di Roma è una data culminante nella storia della guerra. Il generale Alexander stesso ha dichiarato che era necessaria alla vigilia dello sbarco in Francia una vittoria che fosse legata  ad un grande nome – e non vi è nome più grande e universale di Roma- che fosse creata, quindi, una incoraggiante atmosfera.
Difatti, gli anglo-americani entrarono in Roma il 5 giugno. All’indomani, 6, i primi reparti “alleati” sbarcarono sulla costa di Normandia, tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi sono stati veramente duri, su tutti i fronti dove i soldati del Reich erano e sono impegnati.
La Germania ha chiamato in linea tutte le riserve umane, con la mobilitazione totale affidata a Goebbels e con la creazione della Volkssturm. Solo un popolo come il germanico schierato attorno al Fuhrer poteva reggere a tale enorme pressione, solo un esercito come quello nazionalsocialista poteva rapidamente superare la crisi del 20 luglio e continuare a battersi ai quattro punti cardinali con eccezionale tenazia e valore secondo le stesse testimonianze del nemico.
Vi è stato un periodo in cui la conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a discrezione della Romania, della Finlandia, della Bulgaria, hanno dato motico a un movimento euforico tale che – secondo corrispondenze giornalistiche – si riteneva che il prossimo Natale la guerra sarebbe stata praticamente finita, con la entrata trionfale degli “alleati” a Berlino.
Nel periodo di tale euforia venivano svalutate e dileggiate le nuove armi tedesche, impropriamente chiamate “segrete”.
Molti hanno creduto che grazie all’impiego di tali armi, a un certo punto – premendo un bottone – la guerra sarebbe finita di colpo: questo miracolismo è ingenuo quando non sia doloso.
Non si tratta di armi segrete, ma di “armi nuove” che – è lapalissiano il dirlo – sono segrete sino a quando non vengono impiegate in combattimento. Che tali armi esistano lo sanno per una oramai lunga ed amara esperienza i Britannici; che le prime armi saranno seguite da altre, lo posso io affermare con cognizione di causa; che siano tali da ristabilire in un primo tempo l’equilibrio e successivamente la ripresa della iniziativa in mani germaniche è nel limite delle umane previsioni quasi sicuro, e anche non lontano.
Niente di più comprensibile delle impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma si tratta di ordigni nei quali scienza, tecnica, esperienza, addestramento di singoli e di reparti devono procedere di conserva.
Certo è che la serie delle sorprese non è finita; e che migliaia di scienziati germanici lavorano giorno e notte per aumentare il potenziale bellico della Germania.
Nel frattempo la resistenza tedesca diventa sempre più forte e molte illusioni coltivate dalla propaganda nemica sono cadute.
Nessuna incrinatura nel morale del popolo tedesco, pienamente consapevole che è in gioco la sua esistenza fisica e il suo futuro come razza; nessun accenno di rivolta e nemmeno di agitazione fra i milioni e milioni di lavoratori stranieri, malgrado gli insistenti appelli e proclami del generalissimo americano; e indice eloquentissimo dello spirito della nazione è la percentuale dei volontari dell’ultima leva che raggiunge la quasi totalità della classe. La Germania è in grado di resistere e di determinare il fallimento dei piani nemici.
Minimizzare la perdita di territori, conquistati e tenuti a prezzo di sangue, non è una tattica intelligente, ma lo scopo della guerra non è la conquista o la conservazione dei territori, bensì la distruzione delle forze nemiche, cioè la resa e quindi la cessazione delle ostilità.
Ora le forze armate tedesche non solo non sono distrutte, ma sono in una fase di crescente sviluppo e potenza.
Se si prende in esame la situazione dal punto di vista politico, sono maturati – in questo ultimo periodo del 1944 – eventi e stati d’animo interessanti.
Pur non esagerando, si può osservare che la situazione politica non è oggi favorevole agli “alleati”. Prima di tutto in America, come in Inghilterra, vi sono correnti contrarie alla richiesta di resa a discrezione. La formula di Casablanca significa la morte di milioni di giovani: popoli come il tedesco e il giapponese non si consegneranno mai mani e piedi legati al nemico, il quale non nasconde i suoi piani di totale annientamento dei paesi del tripartito.
Eco perché Churchill ha dovuto sottoporre a doccia fredda i suoi connazionali surriscaldati, a prorogare la fine del conflitto all’estate del 1945 per l’Europa e al 1947 per il Giappone.
Un giorno un ambasciatore sovietico a Roma, Potemkin, mi disse: “La prima guerra mondiale bolscevizzò l’Europa”.
Questa profezia non si avvererà, ma se ciò accadesse, anche questa responsabilità ricadrebbe in primo luogo sulla Gran Bretagna,
Politicamente Albione è già sconfitta. Gli eserciti russi sono sulla Vistola e sul Danubio: cioè a metà dell’Europa. I partiti comunisti, cioè i partiti che agiscono al soldo e secondo gli ordini del Maresciallo Stalin, sono parzialmente al potere nei paesi dell’Occidente.
Che cosa significhi la “liberazione”, nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono le cronache odierne. I “liberati” greci che sparano sui “liberatori” inglesi non sono che i comunisti russi che sparano sui conservatori britannici.
Davanti a questo panorama, la politica inglese è corsa ai ripari. In primo luogo, liquidando in maniera drastica e sanguinosa, come ad Atene, i movimenti partigiani, i quali sono l’ala marciante   e combattente delle sinistre estreme, cioè del bolscevismo; in secondo luogo appoggiando le forze democratiche, anche accentuate, ma rifuggenti dal totalitarismo che trova la sua eccelsa espressione nella Russia del Sovieti.
Churchill ha inalberato il vessillo anticomunista in termini categorici nel suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, ma questo non può far piacere a Stalin. La Gran Bretagna vuole riservarsi come zona d’influenza della democrazia l’Europa occidentale, che non dovrebbe essere contaminata, in alcun caso, dal comunismo.
Ma questa “fronda” di Churchill non può andare oltre ad un certo segno, altrimenti il grande Maresciallo del Kremlino potrebbe adombrarsi. Churchill voleva che la zona di influenza riservata alla democrazia nell’occidente europeo fosse sussidiata da un patto tra Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in funzione antitedesca prima, eventualmente in funzione antirussa poi.
Gli accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel germe questa idea, che era stata avanzata – su istruzioni di Londra – dal Belga Spaak. Il gioco è fallito e Churchill deve – per dirla all’inglese – mangiarsi il cappello, e – pensando all’entrata dei russi nel Mediterraneo e alla pressione russa dell’Iran – deve domandarsi se la politica di Casablanca non sia stata veramente “per la vecchia e povera Inghilterra “ una politica fallimentare. Premuta dai due colossi militari dell’occidente e dell’oriente, dagli insolenti insaziabili cugini  di oltre oceano e dagli inesauribili euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco e in pericolo il suo avvenire imperiale, cioè il suo destino. Che i rapporti “politici” fra gli “alleati” non siano dei migliori, lo dimostra la faticosa preparazione del nuovo convegno a tre.
Parliamo ora del lontano e vicino Giappone. Più che certo, è dogmatico che l’Impero del Sol Levante non piegherà mai e si batterà sino alla vittoria. In questi ultimi mesi le armi nipponiche  sono state coronate da grandi successi. Le unità dello strombazzatissimo sbarco nelle isole Leyte – una delle molte centinaia di isole – che formano l’Arcipelago delle Filippine – sbarco fatto a semplice scopo elettorale – sono, dopo due mesi, quasi al punto di prima.
Che cosa sia la volontà e l’anima  del Giappone è dimostrato dai volontari della morte. Non sono decine sono decine di migliaia di giovani che hanno come consegna questa: “Ogni apparecchio una nave nemica”. E lo provano. Davanti a questa sovrumanamente eroica decisione, si comprende l’atteggiamento di taluni circoli americani, che si domandano se non sarebbe stato meglio per gli statunitensi che Roosevelt avesse tenuto fede alla promessa da lui fatta alle madri americane che nessun soldato sarebbe andato a combattere e a morire oltre mare. Egli ha mentito, come è nel costume di tutte le democrazie.
E’ per noi, italiani della Repubblica, motivo di orgoglio avere a fianco come camerati fedeli e comprensivi i soldati, i marinai, gli aviatori  del Tenno che con le loro gesta s’impongono all’ammirazione del mondo.
Ora io vi domando: la buona semente degli italiani, degli italiani sani – i migliori – che considerano la morte per la Patria come l’eternità della vita, sarebbe dunque spenta ? Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un aviatore che, non riuscendo ad abbattere con le armi l’aeroplano nemico, vi si precipitò contro, cadendo insieme a lui ? Non ricordate voi questo nome ? Era un umile sergente. Dall’Oro.
Nel 1935, quando l’Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare, e io raccolsi il suo guanto di sfida e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà Britannica, ancorate nei porti del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle forze aeree. Ebbene, se domani fosse necessario ricostruire queste squadriglie, se fosse necessario mostrare che nelle nostre vene circola ancora il sangue dei legionari di Roma,il mio appello alla Nazione cadrebbe forse nel vuoto?
Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la Valle del Po; noi vogliamo che la Valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l’Italia sia repubblicana.
Il giorno in cui tutta la Valle del Po fosse contaminata dal nemico,il destino della intera nazione sarebbe compromesso; ma io sento, vedo, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile e armata che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremo una sola Atene di tutta la Valle del Po.
Da quanto vi ho detto balza evidente che non solo la coalizione nemica non ha vito, ma non vincerà.
La mostruosa alleanza fra plutocrazia e bolscevismo ha potuto perpetrare la sua guerra barbarica come la esecuzione di un enorme delitto che ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò che la civiltà europea aveva creato in venti secoli. Ma non riuscirà ad annientare con la sua tenebra lo spirito eterno  che tali monumenti innalzò. La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare della esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini.
Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l’abiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase: “Si stava meglio”, con quel che segue; ma nella rivolta che da Palermo, a Catania, a Otranto, a Roma stessa, serpeggia in ogni parte dell’Italia “liberata”.
Il popolo italiano al sud dell’Appennino ha l’animo pieno di cocenti nostalgie. L’oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall’altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L’impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne la idea, impossibile.
I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della Patria sventolava dalle Alpi all’equatore somalo e l’italiano era uno dei popoli più rispettato della terra.
Non v’è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell’udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le Legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, o alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1929 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire la epopea della Patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare alla riconquista di quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia e migliaia di Caduti, il fiore di innumerevoli famiglie iktaliane che non hanno dimenticato, né possono dimenticare.
Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito ma non ha minimamente piegato.
Camerati, cari camerati milanesi!
E’ Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!

                                                                                                                                                                                                           
                     

lunedì 15 aprile 2019

LUISA FERIDA -- OSVALDO VALENTI

Partigiani con le mani rosso sangue



"Quel giorno il 30 aprile 1945, Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere tempo!”, La casa milanese di Valenti e della Ferida venne svaligiata pochi giorni dopo la loro uccisione. Fu rubato un autentico tesoro, di cui si perse ogni traccia.


Questa è la tragica storia dei due attori uccisi dai partigiani su ordine di Sandrino, utilizzando la solita scusa del collaborazionismo, di fatto la casa venne rapidamente saccheggiata dagli stessi partigiani, quindi si potrebbe definire l'ennesima strage a scopo di rapina..

#LUISA_FERIDA 31 anni (incinta)
#OSVALDO_VALENTI

Valenti, che fino ad allora non aveva mai avuto incarichi nella compagine fascista, si arruola volontariamente nella Repubblica Sociale Italiana. Nel ’44 è tenente della Xa Flottiglia MAS. 10 aprile ’45 Valenti, forse per aver salva la vita e,soprattutto, quella di Luisa che aspettava un bambino, (la coppia aveva già concepito un figlio, morto purtroppo poco dopo la nascita), decise di consegnarsi spontaneamente ai partigiani. Si rifugiò in casa di Nino Pulejo, appartenente alle Bande Matteotti, il quale però lo scaricò, affidando le due celebrità al comandante Marozin della banda Pasubio, che non era certo uno stinco di santo, dato che era stato trasferito a Milano dal Veneto per sfuggire ad una condanna a morte del CLN, (pensate!), per furti, abusi e altri crimini”.
Il 21 aprile Marozin incontra Sandro Pertini il quale chiede di Valenti; avuta la notizia della sua prigionia, il “grande presidente” ordina lapidario: “fucilali (quindi anche la Ferida, incinta! Ndr); e non perdere tempo. Questo è un ordine tassativo del CLN. Vedi di ricordartene!” … e ancora: “…bastò l’intervento di Pertini a decidere la sorte dei due attori. “…Così, il Valenti e la Ferida furono condotti in una cascina, ove vissero i loro ultimi giorni. L’attore subì un processo sommario, al termine del quale fu confermata la condanna a morte. Condanna che non fu mai comunicata al diretto interessato e che riguardava anche la compagna. Ignari della loro fine, i due innamorati furono caricati su un camion tra gente rastrellata. Giunti in via Poliziano, furono fatti scendere e messi faccia al muro. La donna stringeva in mano una scarpina azzurra di lana, destinata a scaldare i piedi innocenti di quel bambino che non vedrà mai la luce. Partì la raffica di mitra. I due caddero al suolo, stretti tanto nella vita quanto nella morte. Su di loro furono adagiati due cartelloni. Due scritte rosse dicevano: «I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Osvaldo Valenti»; «I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Luisa Ferida». Tre vite spezzate in colpo solo. Due vite probabilmente incolpevoli.







In foto i corpi di Luisa e Osvaldo subito dopo la fucilazione avvenuta presso l'ippodromo di San Siro a Milano.
"
Primavera del '45; un gruppo di Partigiani seviziano e percuotono una giovane donna in pubblico... un'altra vittima delle loro "Eroiche Conquiste". Successivamente verrà ritrovata... squartata e gettata nei pressi di un corso d'acqua. Furono oltre 20.000 le donne fatte prigioniere e uccise dai "Compagni Comunisti" durante le "Radiose Giornate".


Sono sempre le donne a pagare i prezzi peggiori
´´La Repubblica degli ideali, dei valori, delle libertà,´´ è nata dagli stupri e dalle violenze perpetrate da partigiani comunisti ai danni delle ausiliarie, delle mogli o delle sorelle di chi aveva scelto di non tradire
E ci hanno detto per oltre 70 anni che i " liberatori " erano dalla parte giusta, dalla parte dei diritti, dalla parte dei valori

Partigiani , maledetti per l'eternità

Quando potremo raccontare la verità, non la ricorderemo più