lunedì 21 febbraio 2022

Si scrive Maastricht si legge Mostricht

 

Si scrive Maastricht si legge Mostricht

A trent’anni dalla sua nascita non abbiamo ancora capito a che serve l’Unione Europea fuori dall’ambito economico, se non a stabilire precetti ideologico-moralistici e leggi in palese contraddizione con gli ordinamenti giuridici nazionali e le storie e tradizioni europee.. Non è un soggetto politico che esprime posizioni unitarie, non ha un governo passato dal consenso del popolo europeo; la sua stessa Unione non fu voluta o almeno ratificata da un referendum costitutivo del popolo sovrano. Non è un soggetto culturale e civile perché non fa nulla per affermare, difendere o valorizzare l’identità europea, anzi fa di tutto per negarla. Non ha una sua carta costituzionale dove declina le sue generalità storiche, le sue affinità ideali, i suoi principi, le sue matrici civili e religiose. Non ha una sua politica estera unitaria o una strategia internazionale, ma solo politiche nazionali o al più bilaterali. Non risponde unita davanti agli scenari mondiali, alle crisi internazionali, incluse quelle sanitarie e pandemiche: risponde in ranghi sparsi alle migrazioni, al commercio mondiale e in particolare è inerte sull’egemonia planetaria della Cina o sulla minaccia islamica; al più reagisce di riflesso agli Usa e alla Nato. L’Europa non è mai nata e ha paura pure della sua ombra. Esiste una moneta e un sistema di dazi e di regole, di banche e di finanziamenti, di regolamenti e debiti da saldare. È un ente economico, un istituto per il commercio. Ha però un contorno ideologico molto pervasivo, che i commissari, le corti e le istituzioni europee ribadiscono sempre e che costituiscono l’involucro etico e correttivo dell’Unione. Ma a parte questa ossessiva ideologia progressista- umanitaria l’Unione Europea non esiste; in realtà abbiamo ancora la CEE, la comunità economica europea. Anzi non sprechiamo la significativa parola comunità per un consorzio economico, torniamo al Mec, Mercato Europeo Comune. L’Europa è un morto che cammina e camminando fa i conteggi e le prescrizioni d’ordinanza. All’esterno è una gelatina senza solidità né spina dorsale, al suo interno è una cappa che opprime i suoi stati membri e i suoi popoli.

MV, La Verità 

                                                                                                                                                        

lunedì 14 febbraio 2022

RESISTERE PER ROMA

 

RESISTERE PER ROMA 



PARACADUTISTI, MARO’ E LEGIONARI ALLA DIFESA DI ROMA 
L.F.
 
 
    Il 22 gennaio 1944 gli Anglo-Americani sbarcavano sul litorale laziale costituendo una testa di ponte ad Anzio, distante dalla Capitale appena una cinquantina di Km.  Roma sembrava, ormai, a portata di mano. Il Comando Germanico inviò il Maggiore Paracadutista Walter Gericke a fronteggiare la situazione con un Gruppo da combattimento formato da sparuti Reparti eterogenei trovati sul posto. Con essi riuscì a ben contrastare le truppe sbarcate. Successivamente affluirono Reparti corazzati e la IV Div.  Fallschirmjager, che contennero la pressione dei VI Corpo d'armata statunitense. Le contrapposte posizioni, tenute dai contendenti, diedero origine a quello che divenne il 'Fronte di Nettuno'. Pochi giorni dopo, alla Divisione Paracadutisti Germanici si aggregò - con non poche difficoltà, a causa della diffidenza tedesca - il Battaglione Paracadutisti 'Nembo', comandato da quel meraviglioso Soldato che risponde al nome del Capitano Corradino Alvino. Trecento italiani riprendevano, organicamente, a combattere contro gli invasori Anglo-Americani. Finiva così, in parte, l'amarezza e la rabbia nel sapere che Roma era difesa soltanto da truppe straniere. Tedeschi, nostri alleati, ma pur sempre stranieri. Al Nord la RSI, sorta da appena quattro mesi, faceva sforzi giganteschi per organizzare, addestrare, equipaggiare, armare e sopportare logisticamente le centinaia di migliaia di volontari che accorrevano ai vari Reparti in via di costituzione, tutti protesi e ardentemente desiderosi di combattere contro gli invasori del suolo italico. Ritenendo, questi ultimi, i soli nemici avverso i quali l'Italia si era battuta onorevolmente per trentanove mesi, sino al tradimento settembrino ordito da certi figuri in combutta con quel Savoia che non seppe morire come un vero re. Per gli avvenimenti che si erano susseguiti tra luglio e settembre, i Tedeschi, ovviamente, non si fidavano più di noi, anche se, alla data dell'8 settembre, in Patria e fuori dei confini, 180.000 uomini erano rimasti al loro fianco. Non fosse altro per non macchiare -nei secoli a venire- l'onore della nostra razza. La Xa Flottiglia MAS, le Camicie Nere della M.V.S.N. e Paracadutisti non ammainarono la bandiera della Patria. Mentre l'Esercito regio si dissolveva e la Flotta da battaglia alzava a riva il 'pennello nero' -segno che contraddinse i pavidi, gli inetti, gli ignavi e i furbastri 'benpensanti'- a Porta S. Paolo, in quel di Roma, il Generale Gioacchino Solinas, con i suoi Granatieri, oppose resistenza ai tedeschi. Per non consegnare loro le armi.  Altro che eroismo contro il 'nazifascismo': Solinas e i suoi uomini aderirono alla Repubblica Sociale Italiana.
    Successivamente, il Generale prestò servizio presso lo Stato Maggiore dell'Esercito repubblicano e, dal giugno '44, comandò il Centro Complementi destinati alle Divisioni dell'Esercito di Mussolini. La falsa retorica antifascista si è appropriata di eroismi e benemerenze, inserendoli nella sua vacua storiografia. Come nel caso del Vice brigadiere Salvo D'Acquisto che, da Carabiniere in servizio sul territorio della RSI, viene camuffato da eroe resistenziale.
    La battaglia per Roma, iniziata il 22 gennaio, continuò per quattro mesi, sino al 4 giugno. Per gli eserciti 'alleati' non fu davvero una semplice passeggiata nonostante l'enorme potenziale bellico messo in campo.  In quei 134 giorni d’inferno, i Paracadutisti di Alvino, di Rizzatti e di Sala, i Marò di Bardelli, di Mataluno, di Nesi, i Legionari di Degli Oddi, gli Aerosiluranti di Faggioni e Marini stupirono amici e nemici, coronando in un alone di gloria l’olocausto delle giovani vite di migliaia di Caduti. Il primo Reparto a raggiungere il Fronte di Nettuno fu, come accennato,il Battaglione “Nembo” di Alvino. Aggregato alla IV Divisione Fallschirmjager il “Nembo” entrò in linea l’8 Febbraio. Il 16 partecipò a un contrattacco germanico, con tale irruenza e combattività da suscitare l’ammirazione incondizionata e il compiacimento dei Parà tedeschi che, in fatto di guerra seriamente combattuta, non erano certo degli sprovveduti. Il “Nembo”, in continui combattimenti, si coprì di gloria, mettendo in grossa difficoltà gli Anglo-Americani che pagarono un prezzo altissimo perdite umane. Il Battaglione venne citato nel bollettini di guerra dell'Alto Comando Germanico. I tedeschi erano strabiliati dell'ardore e dell'aggressività dei nostri al punto che, anch'essi, attaccavano le postazioni avversarie al grido di 'Nembo'. Al fosso della Moletta, gli uomini di Alvino diedero i meglio di se stessi. Le perdite superarono i due terzi degli effettivi. Un mese dopo l'arrivo al Fronte il Battaglione, ridotto a una Compagnia, prese il nome di Cmp. 'Nettuno-Nembo' e tornò in linea combattendo sino al giorno 4 e poi ripiegando, ancora, fino al 30 di giugno.
 
Artiglieri italiani della Flak sul Fronte di Anzio.
 
    A fine febbraio, intanto, da La Spezia partiva per Nettuno il Btg.  Fanteria Marina 'Barbarigo' della XI Flottiglia MAS, agli ordini del Capitano di Corvetta FM Umberto Bardelli. Dopo molte richieste e insistenza, millecento Marò riuscirono a coronare il loro sogno: quello di vedere in faccia il nemico invasore. A Nettuno, tra il lago di Fogliano, il canale Mussolini, Borgo Piave, Cerreto Alto e Borgo Sabotino, ebbe origine il mito di 'Barbarigo'. Esso ci tramanda le imprese e il valore dei Marò, l'abnegazione dei Sottufficiali, l'eroismo indomito degli Ufficiali di questo straordinario Battaglione. Di questo mito vanno fieri i protagonisti superstiti e inorgoglisce tutto il combattentismo repubblicano. Quei 'mille' giovani, anzi giovanissimi, del 'Barbarigo', superarono epicamente i 'mille' di Leonida alle Termopili. A Nettuno, articolati nelle Compagnie (la 'Decima', 2a 'Scirè', 3a 'Iride', 4a 'Tarigo' e 5a Cannoni), unitamente al Gruppo Artiglieria Xa 'S. Giorgio' aggregato al 'Barbarigo', gli uomini di Bardelli furono tutti eroi. Gli ultimi giorni di maggio e i primi di giugno, videro l'accanita resistenza e l'estremo sacrificio di tutte le compagnie. La 1a a Borgo S. Michele e Borgo Pasubio, la 4a, ultima a lasciare il Fronte dopo aver contrattaccato gli americani all'arma bianca. Fogliano, Gorgolicino, Norma, Colleferro, difese zolla dopo zolla, metro dopo metro. E Cisterna, dove non rimane in piedi un solo uomo del II' Plotone/2a Cmp. Il Comandante Tenente Sandro Tognoloni per il suo eroismo, verrà decorato di Medaglia d'oro al V.M. Ancora il 2, 3 e 4 giugno, l'indimenticabile Ten. di Vascello FM Giulio Cencetti, con una Compagnia di Formazione -l'Ultima- fronteggia gli 'alleati' alle porte di Roma che lascia, transitando per Piazzale di Ponte Milvio, alle ore 13.30 dei 5 giugno '44. Al Labaro del 'Barbarigo' venne concessa la Medaglia di Bronzo VM con questa motivazione: 'Armato essenzialmente di fede e di coraggio chiedeva di essere inviato al Fronte di Nettuno per riscattare l'Onore della Patria tradita. A fianco dell'Alleato fedele, in tre mesi di lotta asperrima contendeva fino all'estremo alle orde travolgenti dei nuovi barbari il possesso di Roma immortale dando luminose prove di strenuo valore e consacrando col sangue dei migliori il sacro diritto d'Italia alla vita e alla rinascita. Fronte di Nettuno - Roma. 4 marzo-4 giugno 1944'. Il Gruppo di Artiglieria XII 'S. Giorgio' affiancò il 'Barbarigo' che da poco era entrato in linea a Nettuno.  Il Gruppo, al comando del Capitano Renato Carnevale, era ordinato su due Batterie cannoni da 105 m/m e una Batteria da 75 m/m.  Gli uomini del 'S. Giorgio' si impegnarono nel durissimo compito, opponendo le loro bocche da fuoco ai terrificanti cannoneggiamenti e bombardamenti provenienti dalle linee avversarie e dal mare e dal cielo.  Quotidianamente, senza sosta, con tiri di accompagnamento, di interdizione, di alleggerimento, di contro batteria, contrastando animosamente ed efficacemente la pressione nemica. Il 'S.  Giorgio' in linea a tutto il 3 giugno, sparando sino all'ultimo proiettile.
 
Genieri italiani della RSI sul fronte di Anzio.
 
    La Xa concorse alla difesa di Roma anche con i suoi Reparti navali. A Fiumicino venne costituita -meglio dire: creata- la 'Base Sud' dei Mezzi d'assalto di superficie.  Il comando venne assunto dal Ten. di Vasc. Domenico Mataluno.  Tra mille difficoltà di ogni tipo, innumerevoli furono le uscite in mare dei Mezzi in dotazione, alla ricerca di naviglio nemico. Notti insonni, attese snervanti, spesso con mare forte.  Il 20 febbraio venne scoperto, attaccato e colpito con siluro un cacciatorpediniere. Il 28 dello stesso mese venne affondata una corvetta. Stessa sorte subì l'incrociatore inglese 'Penelope'. L'ultimo eroico Comandante fu il Ten. di Vasc. pilota Sergio Nesi -Medaglia d'argento al V.M. sul campo per aver attaccato e colpito una corvetta nemica. La 'base Sud', al suo comando, operò sino al 4 giugno '44. In aprile entrò in linea, sul Fronte di Nettuno, il II' Btg. del I' Rgt. SS italiana, al comando del Ten. Col.  Federigo degli Oddi. Per il valoroso comportamento nei combattimenti e per l'aggressività dimostrata in ogni circostanza, il Labaro del Btg. fu decorato con la Medaglia d'argento.  Soldati eccezionali che si imposero all'ammirazione per l'indiscusso valore ed audacia.  Vale ricordare, tra i tanti, l'episodio nel quale dieci Legionari tennero un settore del Fronte, lungo 400 metri, contro reiterati attacchi di forze di gran lunga superiori e che non portarono ai risultati sperati. Un altro caposaldo, nella notte tra il 27-28 aprile, difeso da sette giovani Legionari, venne investito dall'attacco di due Compagnie fucilieri appoggiate da carri armati e fuoco d'artiglieria. Dopo dura resistenza la posizione fu, giocoforza, abbandonata. La notte successiva, un pattuglione di trenta Legionari riconquistarono, con azione irruente e decisa, il caposaldo. Nel mese di maggio, anche il Battaglione 'Debica' della Legione SS italiana raggiunse il Fronte schierandosi tra S. Marinella e Fiumicino. Il 'Debica' in ogni azione fu all'altezza delle aspettative, coprendosi di gloria e lasciando sul terreno oltre il 50% degli effettivi. Il valore dei Legionari fu ricompensato con ben quarantacinque Croci di Ferro e cinquantasette Promozioni per merito di guerra.  Dopo 'NETIUNO' i Legionari della SS italiana furono autorizzati a fregiarsi delle mostreggiature nere anziché rosse.  Parificazione di alto valore morale. A fine maggio, raggiunse il Fronte di Nettuno anche il Reggimento Paracadutisti italiani.  Gli arditi dei cielo combatterono strenuamente a Castel Porziano, Ardea, Castel di Decima e all'Acquabona, dove cadde, eroicamente, il Comandante del Rgt. Maggiore Mario Rizzatti Medaglia d'Oro alla Memoria.  Ai Paracadutisti venne affidato il compito di costante retroguardia del Fronte in fase di ripiegamento.  Questo significò il quotidiano contatto con un nemico mille volte più numeroso e dotato di mezzi e volume di fuoco inestinguibili.
    Per l'eroico comportamento dei Paracadutisti, lo schieramento italo tedesco potè effettuare un regolare sganciamento dalla pressione della Va Armata USA. Le perdite superarono il 60% dell'organico reggimentale. Il Gagliardetto del Btg. 'Folgore' fu insignìto di Medaglia di Bronzo. Le decorazioni individuali furono: Tre Medaglie d'Oro VM alla Memoria, Dodici d'Argento alla Memoria, Diciassette d'Argento VM sul campo, Sedici di Bronzo e Dodici Croci di guerra al VM. Nei mesi in cui fu combattuta la battaglia per la difesa di Roma, fu presente, su quel Fronte, anche l'Artiglieria Contraerea e la risorta Aeronautica della RSI. In particolare, le ali repubblicane parteciparono con il Gruppo Aerosiluranti, costituito dal valoroso Capitano AA Carlo Faggioni. Un mese dopo avere giurato fedeltà alla RSI, sette aerosiluranti entrarono in azione di guerra, al largo di Nettuno, colpendo due navi nemiche. Era la prima vittoria dell'A.N.R. Subito dopo gli aerosiluranti attaccarono a Capo Circeo, dove colpirono un cacciatorpediniere, un grosso piroscafo e tre navi trasporto.  La notte del 10 aprile, con un altro attacco, furono silurate tre navi nemiche.  In questa azione cadeva il Comandante Faggioni.  Il 4 giugno, mentre Roma veniva occupata dalle armate 'alleate', il Gruppo Aerosiluranti, al comando dei Capitano AA Marino Marini -che aveva sostituito Faggioni- alle ore 21, con dieci SM 79, attaccava la munitissima base di Gibilterra, mettendo a segno tutti i siluri su altrettante navi nemiche.
    La battaglia in difesa di Roma è entrata nella Storia d'Italia tingendola con l'azzurro di questo inestimabile medagliere. Alle Bandiere:  - Medaglia d'Argento VM al Labaro del II/I Rgt. SS italiana. - Medaglia di Bronzo VM al Labaro dei Btg.  'Barbarigo' della Xa - Medaglia di Bronzo VM al Labaro del Rgt.  Paracadutisti Italiani Individuali:  - 3 Medaglie d'Oro VM alla Memoria - 15 Medaglie d'Argento VM alla memoria - 2 Medaglie di Bronzo VM alla Memoria - 1 Medaglia d'Oro VM sul campo - 75 Medaglie d'argento VM sul campo - 28 Medaglie di Bronzo VM sul campo - 37 Croci di guerra VM sul campo - 94 Croci di Ferro
 
Granatieri Repubblicani reduci dal Fronte di Cisterna a Sud di Roma.
 
L'epopea dei Paracadutisti, dei Marò, dei Legionari, degli Artiglieri, degli Aerosiluranti e dei Mezzi d'assalto della Xa Flottiglia MAS è patrimonio che viene onorato e si perpetua nel Campo della Memoria di Nettuno.
 
 
NUOVO FRONTE  N. 154-155. Maggio-Giugno 1995. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

LA BATTAGLIA DI ROMA
Mario Tedeschi
 
 
    Il "Barbarigo" andò al fronte nella notte fra l'uno e il due marzo del 1944, quando i millecentoottanta che formavano il Battaglione vennero trasportati dai Tedeschi fino a Sermoneta. Lì, dopo che Bardelli fu riuscito ad evitare lo smembramento del reparto, furono distribuiti gli incarichi: la Compagnia subito nelle "buche" del Canale Mussolini (oggi Canale Italia) a dare il cambio agli sfiniti soldati germanici nella punta avanzata dello schieramento; altre due Compagnie schierate dal Lago di Fogliano fino al fosso di Gorgolicino; un'altra ancora a Sezze per impratichirsi delle armi tedesche (erano entrati in scena da poco, per esempio, i razzi anticarro, che i Tedeschi chiamavano panzerfaust e che bisognava imparare ad usare restando sdraiati a terra e lasciando che il carro si avvicinasse il più possibile, senza cedere alla tentazione di filarsela a gambe levate).
    Nella notte fra il 4 ed il 5 la Compagnia entrò in linea: prima un tratto sulle camionette germaniche, che correvano silenziose nella notte lungo le strade dell'Agro Pontino sbrecciate dalle granate ma ancora guarnite dai filari di eucaliptus; poi, da Borgo Isonzo in avanti, a piedi e in silenzio. Quel ricambio nelle "buche" avvenne senza che il nemico se ne accorgesse, e fu davvero una gran bella prova per soldati inesperti, come noi eravamo; ci rendemmo conto, poi, che le "buche" del nemico erano a poca distanza, tanto che tutto si poteva sentire.
    La battaglia di Nettuno andò avanti fino al 24 maggio ed ebbe fine, non perché le truppe angloamericane ammassate nella testa di ponte di Anzio fossero riuscite a sfondare, ma perché le altre forze alleate, grazie soprattutto ai Polacchi, ai Marocchini ed alla loro bravura, erano riuscite ad aprirsi un varco a Cassino. Rischiavamo così di essere aggirati alle spalle e per questo fu dato l'ordine di ripiegamento. Ma la battaglia, in realtà, durò fino al 2 giugno per noi del "Barbarigo", che i Comandi tedeschi lasciarono a piedi con l'ordine di coprire la ritirata ai loro soldati, e si protrasse fino all'alba del 4 giugno per quanti fra noi, riuscirono a farsi accettare nella Compagnia volontaria di centodieci uomini spedita nel pomeriggio del 3 a garantire un'estrema difesa all'ottavo chilometro fra le vie Appia, Tuscolana e Anagnina. Le inesperte reclute s'erano conquistate, in tre mesi, il diritto ad essere prescelte per fare da sicherungsgruppe, secondo la formula in uso nell'Esercito tedesco per indicare chi veniva abbandonato fino alla fine per salvare tutti gli altri. Alla nostra destra si sarebbero dispiegati i paracadutisti della "Folgore" che furono poi quasi tutti massacrati insieme al loro comandante, essendo stati investiti dai carri armati americani.
    Il fatto merita riflessione. La battaglia di Anzio (indicata in codice dagli Angloamericani come "operazione Shingle") incominciò con lo schieramento di ben 234 navi di diverse nazionalità e vide sbarcare, prima 36mila uomini e 3mila automezzi, poi altri 34mila uomini e 15mila automezzi. Il generale tedesco Mackensen, comandante della 14a Armata, fu colto di sorpresa, ma organizzò presto una prima resistenza; poi intervenne il maresciallo Kesselring, al comando del Gruppo di Armate C. Le perdite da ambo le parti furono altissime. Basti pensare che il 4° Corpo d'Armata americano, in soli quattro giorni, fra il 16 e il 20 febbraio, vide morire 5 mila uomini; i Tedeschi, in una delle ultime controffensive, persero oltre 3 mila 500 uomini. Alla fine, la sacca era ridotta ad appena due chilometri di profondità e le forze alleate non furono ricacciate in mare soltanto per due motivi: perché il maltempo, che durò a lungo e trasformò la piana in uno sterminato mare di fango, bloccò i pochi carri armati e i semoventi di cui ancora disponevano i Tedeschi; e perché la Marina da guerra angloamericana, con i suoi bombardamenti, frantumò, polverizzò le posizioni germaniche. Fu, insomma, un autentico macello. E in questo macello il Comando tedesco, arrivati all'ultima battaglia, affidò ai volontari italiani, cioè a noi del "Barbarigo", ed ai nostri commilitoni paracadutisti, il compito disperato di ritardare, anche soltanto per poche ore, l'avanzata nemica. Non fu una scelta dettata dall'egoismo di chi non voleva sacrificare i propri connazionali e preferiva ricorrere ad altri come "carne da cannone". In casi del genere, le scelte si fanno avendo la certezza che i soldati comandati al compito disperato non si daranno alla fuga e combatteranno fino all'ultimo, come voluto. Quelle disposizioni dell'ultimo giorno furono, dunque, assai più importanti d'una decorazione collettiva, d'una citazione sul campo.
 
Il Comandante Borghese in visita al Fronte di Anzio assieme al Comandante Bardelli con altri marò del Barbarigo.
 
    Adesso dovrei raccontare della lunga battaglia, che il "Barbarigo" conobbe tutta, senza risparmio, dal Canale Mussolini a Fogliano, da Terracina a Borgo Isonzo, da Borgo Piave a Gorgolicino, da Cisterna a Campo di Carne, da Doganelle a Sezze; e poi tutti i nostri capisaldi, da "casa Falangola" alla "ridotta Fracassini", a "Erna" e "Dora". Nomi e località che nessuno di noi ha dimenticato e di cui in anni vicini siamo andati vanamente alla ricerca nell'Agro Pontino, dove la ricostruzione ha cancellato tutto e per i nostri morti non c'è nemmeno un cimitero. Soltanto alcuni alberi, eucaliptus lungo le strade, palme ad Anzio, sopravvivono, mostrando antiche ferite; guardandoli, e ricordando cosa fu la battaglia, si rimane ancora stupiti per la loro forza, eguale soltanto a quella della memoria dei combattenti.
    Il lettore non si attenda da me un racconto epico. Innanzi tutto, perché non ne sarei capace. In secondo luogo, perché una relazione in tono epico sulla vicenda del "Barbarigo" fu già scritta da Giulio Cencetti, che del Battaglione fu anche il comandante nel periodo finale. E infine perché lo stile e il modo di pensare di tutti noi ("siamo quelli che siamo") erano diversi e lontani dalla retorica; ed io sto cercando di far capire come eravamo.
    Il "Barbarigo" subì a Nettuno, in soli tre mesi, perdite altissime: oltre 200 morti, più di cento dispersi, quasi 200 feriti su un totale di millecentoottanta uomini. Ciò dimostra che non fummo risparmiati, né ci risparmiammo. Ma questo era proprio quello che volevamo. Eravamo tutti volontari e di un buon livello culturale: la grande maggioranza studenti. Avemmo la fortuna di ritrovarci ufficiali di ottimo livello, scelti con occhio sicuro da Borghese e da Bardelli. Da loro, noi novellini imparammo subito una cosa: e cioè che il compito del soldato non è, né quello di fare l'eroe, né quello di obbedire alle esaltazioni momentanee, ma più semplicemente, consiste nel 'fare quello che va fatto", in ogni momento e in ogni situazione, senza stare a tirarla in lungo e sapendo che tra le cose che "vanno fatte" può rientrare anche il sacrificio della vita.
    Questo era lo spirito dei primissimi volontari, quelli del fronte di Nettuno, ma anche di quanti giunsero più tardi dopo la caduta di Roma, provenienti da altri reparti, per ricostruire il Battaglione, le cui perdite erano aumentate durante il ripiegamento verso il Nord. E così, il vero "prodigio" del nostro "Barbarigo" fu quello di amalgamare e trasformare in autentici soldati tanti ragazzi che, come il povero Spagna, erano entrati in linea senza nemmeno aver tirato, fino al giorno prima, una bomba a mano. Non c'è bisogno di essere esperti di cose militari per capire l'eccezionalità di questo fatto: basta aver visto, in qualcuno degli innumerevoli film di guerra trasmessi dalla televisione, l'importanza che viene attribuita all'addestramento. Noi, il tirocinio lo facemmo combattendo, come avevamo desiderato. E fummo riconoscenti a Valerio Borghese per averci consentito di realizzare quel desiderio. La storia è tutta qui.
    I primi a morire furono, quasi per un segnale simbolico, due fra i più giovani: Alberto Spagna, di cui ho già detto, e il guardiamarina Paolo Sebastiani, che era stato anche l'alfiere del Battaglione. Il 1° aprile del '44 il numero uno del giornale di reparto, un modesto foglietto stampato a Littoria (oggi Latina), pubblicava l'elenco dei primi caduti e il saluto del comandante Bardelli:
    Guardiamarina Sebastiani Paolo, 1a Compagnia; 2° Capo Nobili Emilio, 1a Compagnia; Sergente Cortese Enzo, 3a Compagnia; S.C. Farné Alfonso, 2a Batteria; Marò Egi Walter, 3a Compagnia; Marò Frezza Emanuele, 1a Batteria; Marò Mancino Aldo, 2a Batteria; Marò Spagna Alberto, 1a Compagnia.
    Ho voluto citare questi nomi, nel modo stesso in cui furono elencati, per far capire che tutto il Battaglione fu subito impegnato, compreso il famoso "Gruppo cannoni", che Bardelli era stato costretto ad inventare lì per lì, vincendo la scommessa grazie alla bravura del capitano (tenente di vascello) Mario Carnevale. A nome dei morti, Bardelli scrisse: "Siamo tutti qui per i vivi, perchè il nostro giovane e puro sangue non sia dimenticato e dia frutto, perché i compagni che combattono sanno che senza di noi ogni parola e ogni promessa non sono che vuota retorica".
    Parole delle quali, anche in tempi segnati dalla retorica dell'antiretorica, non è lecito sorridere, perché non furono scritte a vuoto: molti di quelli che le lessero allora furono uccisi, lo stesso Comandante che le scrisse morì combattendo, dopo aver gridato a chi l'aveva preso in imboscata: "Barbarigo non s'arrende!". Sembra letteratura, cattiva letteratura, a chi legge con gli occhi di mezzo secolo dopo. Per noi tutti fu vita.
    In questo stesso spirito si svolsero i molti episodi di cui furono protagonisti i soldati del "Barbarigo". Quando eravamo arrivati a Sermoneta, all'inizio dell'avventura, la piana che degradava dalla rocca verso il mare bruciava dei mille fuochi della battaglia e, sullo sfondo, i traccianti delle artiglierie di marina disegnavano nel cielo fantastici reticoli luminosi. Poi, quando anche noi ci trovammo immersi in quel macello, la battaglia si frantumò, come sempre avviene per tutti i soldati. Avemmo di fronte, di volta in volta, Canadesi, Neozelandesi, Americani; atletici e sportivi i primi, nei pochi casi in cui si riuscì a farne prigioniero qualcuno dovettero piegarsi a cedere le scarpe.
    Noi avevamo ai piedi gli stivaletti "da franchigia" della Marina, tutto quello che Borghese e i suoi collaboratori erano riusciti a trovare, e sembravano di cartone, fatti per impregnarsi d'acqua; loro avevano anfibi comodissimi, impermeabili e caldi. Chi invece, fra i nostri, fosse caduto prigioniero, ma sì, anche degli Americani, sapeva che gli conveniva offrire subito l'orologio e quant'altro di valore avesse indosso, per evitare d'essere ucciso e rapinato.
    C'erano anche Americani convinti del fatto che un prigioniero nemico, nel corso d'una battaglia, è "res nullius", con tanti saluti alla convenzione di Ginevra.
    Debbo aggiungere, a onore dei miei vecchi commilitoni, che essi ancora oggi preferiscono parlare del Battaglione, più che di loro stessi. E' tuttora vivo, insomma, lo spirito che si manifestò tanti anni fa quando l'allora guardiamarina Enzo Leoncini, che aveva il comando della 3a Compagnia, dopo un'azione che aveva suscitato ammirazione anche presso i Tedeschi, venne chiamato al Comando di Battaglione e si sentì dire che sarebbe stato proposto per una medaglia d'argento. "Allora la date anche ai marò dei quattordici avamposti, che hanno fatto tutto", rispose Leoncini: "c'ero anch'io, li comandavo io; ma se non era per loro staremmo ancora correndo verso Roma con gli Alleati al culo". Quelli del comando non volevano capire, ma Leoncini non mollò: "Una sola medaglia per me non fa per noi. O la date a tutti quelli che dico io o non la date a nessuno". Si addivenne finalmente a un compromesso: "Io", disse Leoncini, che era romano, "a Roma ho una ragazza, e così buona parte dei miei uomini. Andiamo in permesso a Roma cinque o sei per volta, per 24 ore, poi torniamo e non se ne parla più". E così fu fatto.
 
Marò del Barbarigo in una pausa di battaglia al fronte di Anzio.
 
    Ma lo straordinario "collettivo" (per usare una definizione d'oggi) che fu il "Barbarigo", forni anche tanti spunti individuali, che meritano rievocazione. Parlo di quando il capo di 3a classe Giulio De Angelis, detto "lo Sceriffo", per esser certo che i suoi giovani marinai durante la notte fossero ben svegli, ruzzolava fuori dalle "buche" e poi si avvicinava strisciando alle linee, a rischio di farsi accoppare; e quando trovava qualcuno addormentato gli calava addosso e cominciava a pestarlo di santa ragione con la bomba a mano tedesca usata a mo' di randello dicendo: "se era il negro (in genere gli Americani usavano soldati di colore per le azioni di sorpresa) a quest'ora era morto". Parlo di Mario Riondino, all'epoca guardiamarina, che in un'azione di pattuglia guidata da un feldwehbel tedesco (analoga a quella di cui ho già scritto) alla fine si ritrovò a salvare lui, sulle spalle, il sottufficiale ferito, dopo che i soldati della Wehrmacht se l'erano data a gambe, e ricevette per questo anche lui un colpo mentre rientrava nelle linee; il tutto sottolineato da una croce di ferro di seconda classe che von Schellerer in persona gli appuntò sul petto. Parlo di Renato Carnevale, artigliere d'Africa Orientale e d'Albania, che in poche ore, avendo ricevuto dai Tedeschi nove cannoni da 105/28 (privi peraltro di reti mimetiche e di altri strumenti, che lo stesso Carnevale dovette andare a Roma a procurarsi con mezzi di fortuna, viaggiando su una Balilla sconquassata, denominata "cassa da morto"), mise in piedi il Gruppo "San Giorgio" e nel giro di tre settimane riuscì a meritarsi una citazione del Comando di Kesselring. Parlo di Alberto Marchesi e dell'indomito coraggio che lo spinse, nei giorni del ripiegamento su Roma, ad avventurarsi in mezzo ai reparti in ritirata per rintracciare quelli nostri, che erano rimasti senza ordini, abbandonati dai Tedeschi sulle loro posizioni, dalle quali nessuno intendeva andarsene di sua iniziativa, sempre per via di quel maledetto 8 settembre e del ricordo ignominioso delle fughe collettive (ma noi vedemmo anche i Tedeschi fuggire, e in più d'un caso restammo a coprir loro le spalle).
    Parlo di Paolo Posio e degli uomini della 2a e 3a Compagnia impegnati a Cisterna contro gli "Sherman" americani che avanzavano aprendo la strada alle fanterie, e che per ore tennero le posizioni, anche dopo che il Comando tedesco aveva ordinato di rientrare.
    Parlo, infine, di Alessandro Tognoloni che, sempre a Cisterna, benché ferito non accettò di ritirarsi e si gettò contro i carri nemici avanzanti armato soltanto della pistola e d'una bomba a mano. Scomparve nel polverone della battaglia, fu dato per morto e si ebbe, per quel fatto, una medaglia d'oro alla memoria, che avrebbe meritato comunque. Nemmeno lo stile ampolloso di cui i ministeriali erano specialisti in casi del genere (e tali rimasero su entrambi i lati del fronte durante la guerra civile, tali sono ancor oggi; come se la guerra e gli atti di valore non si potessero raccontare con le parole d'ogni giorno), riuscì a velare il coraggio di Tognoloni: "Ufficiale comandante di un plotone fucilieri inviato di rinforzo a reparto duramente provato, riusciva con i propri uomini a contenere per molte ore la straripante pressione avversaria. Invitato dai superiori a ritirare il plotone ormai duramente provato, insisteva ancora una volta nel condurlo al contrattacco. Ferito, a chi tentava di portargli aiuto, ordinava di non pensare a lui. Trascinatosi nelle linee italiane e vista la situazione ormai insostenibile, dopo aver con grande freddezza dato ai pochi superstiti disposizioni per il ripiegamento ed essersi assicurato che il ripiegamento si effettuava con il salvataggio di tutte le armi, si scagliava contro il nemico irrompente con la pistola in pugno e lanciando bombe a mano, fino a quando veniva travolto dalle forze corazzate avanzanti. Meraviglioso esempio di cosciente eroico sacrificio"
    Riporto per esteso questa motivazione, non soltanto perché il fatto è autentico e la decorazione ben meritata, ma perché Sandro Tognoloni in realtà non morì; fu raccolto ferito dagli Americani e portato prigioniero negli Stati Uniti. Di dove tornò, e il 30 luglio del 1951 si vide giungere, dal Comando del Distretto militare di Roma, protocollo 22/C7525, indirizzata al sottotenente di complemento di fanteria Tognoloni Alessandro una lettera che recava in oggetto la dicitura "partecipazione punizione" ed era così formulata: “prestava circa 7 mesi di servizio in una formazione della X Mas. Il 21/5/44 gravemente ferito a Cisterna, veniva catturato dagli americani. Per il suo comportamento veniva decorato della medaglia d'oro al V.M. Condonata in virtù del D.L.P. 24/6/46 n. 10”.
    Mirabile esempio di militarburocratese, dove non si capisce bene se il Governo di questa Repubblica abbia condonato l'indisciplina di Tognoloni o la sua medaglia d'oro.
    Ma anche a questo, alla guerra burocratica che avrebbe voluto cancellarci per sempre ed arrivò, per tal fine, addirittura a cancellare il nostro servizio militare nella Repubblica Sociale, come se non fosse mai esistito, come se non avessimo mai combattuto, siamo riusciti a sopravvivere.
    Tre mesi, durò la battaglia di Nettuno per il "Barbarigo". Quella per Roma durò soltanto una notte. L'ultima notte. Quella del sabato 3 alla tarda mattinata della domenica 4 giugno 1944 quando, in pochi superstiti, ce ne andammo, ultimo reparto organizzato ad uscire dalla città, per la via Flaminia, sotto gli attacchi dei caccia americani.
    Roma era stata per mesi alle nostre spalle, muta ed ostile. Ma, al fronte, questo era permesso anche ignorarlo. La gente, quando alla sera si chiudeva nelle case e spegneva le luci, tendeva l'orecchio ai tonfi lontani, dove eravamo noi, e cercava di capire. Capire quanto avremmo resistito ancora, perché soltanto questo importava. Per quanto tempo la città avrebbe dovuto continuare a sopportare una difesa che non voleva.
    Più i tonfi erano vicini, forti e continui, più la gente era lieta. Lieta della sua viltà, fra le pareti calde e le finestre ben chiuse, unita nel desiderio di cibo, che la spingeva a contare con gioia i nostri morti; non tanto per odio, quanto perché essi erano l'indice più sicuro della progressiva paralisi nostra. Roma non ci odiava né ci amava: voleva soltanto che ce ne andassimo, per poter finalmente ritrovare le "abboffate". Del resto, era pur sempre la città che pochi mesi prima, il 25 luglio del 1943, aveva salutato la caduta del fascismo inalberando cartelli con la scritta "Viva Badoglio che ci dà l'olio". Ideologie, onore militare, amor patrio, come dicono a Roma "nun sò cose che se magneno". Così era andata, ripeto, e nessuno di noi, lontano, se n'era reso conto veramente. Ma quando, alla sera del 3 giugno, ripartimmo da Roma per raggiungere l'ottavo chilometro dell'Appia e distenderci come sicherungsgruppe, il dubbio non era più possibile per nessuno. E per questo dico che allora, e solamente allora, noi combattemmo la vera Battaglia per Roma.
    Il Battaglione era tornato due giorni prima, dopo aver combattuto per tutto il ripiegamento insieme a pochi reparti di copertura della 7351 Divisione tedesca. Battaglia dura, combattuta passo per passo da gente sorretta unicamente dal desiderio di spuntarla. Il ripiegamento era cominciato, come ho già detto, il 24 maggio e, da allora, ci eravamo fermati soltanto il 2 giugno, entro le mura del Distaccamento Marina.
    La città accolse distratta e indifferente la nostra banda cenciosa e sporca, come sempre quando i soldati vengono dalla battaglia. Se tutti quei partigiani antifascisti di cui negli anni successivi si è tanto favoleggiato fossero esistiti veramente, avrebbero potuto attaccarci e, forse, anche sopraffarci. Ma non si vide nessuno. La città era calma, i tram circolavano; Roma pensava ad altro. Pensava a quelli che ormai stavano arrivando, ragionava obbedendo alle spinte dei ventri vuoti e della paura continua. Noi, che ci stavamo a fare ancora? Non eravamo che fantasmi.
    Così, quando alla sera del sabato 3, insieme all'ordine di evacuare Roma entro le 24, il comandante Bardelli ebbe quello di formare una Compagnia volontaria (e fu chiamata poi "L'Ultima") da mandar giù all'ottavo chilometro, verso Cinecittà, per creparci tutti se necessario, centodieci uomini si offrirono in un minuto. Questo sa di retorica, forse, e può suonare falso; ma è così. Eravamo centodieci, comandati da Mario Betti, che da anni faceva il soldato e proveniva dal Decimo Arditi e che poi, a guerra finita, scoprii essere un professore di flauto. E Betti aveva con sé, come ho già detto, Giulio Cencetti, Paolo Posio, Mario Cinti e Claudio Cicerone come ufficiali subalterni. Centodieci, con i piedi piagati dalle lunghe marce del ripiegamento, le divise sporche e la testa in subbuglio per il dolore e la rabbia; mandati contro gli "Sherman" con i soli mitra e le bombe a mano, su due camion che non ci avrebbero aspettato perché, tanto, secondo le previsioni del Comando tedesco, non sarebbero serviti. A Via Veneto, quando passammo, la gente era ai caffè, ed era tanta, perché molti erano scesi a Roma per "farsi liberare" (altri ne trovammo poi a Firenze, dello stesso tipo). Dall'alto delle macchine urlammo loro le ingiurie più oscene che mai soldati abbiano gridato, sbattendole su quei visi pallidi, che non volevano guardarci.
    Tutti urlammo e imprecammo, contro loro e le loro madri, e odiammo Roma con tutte le nostre forze, perché non voleva essere difesa. Finalmente trovammo il posto, e ci spiegammo in ordine mentre i due camion tedeschi ripartivano verso Roma alla svelta. Fu bravo Cencetti a bloccarne uno e ad imporre all'autista di mollare almeno la motrice, agganciando il rimorchio a quello del primo automezzo. Non c'era più nessuno e per la strada venivano giù, a rotta di collo, i superstiti degli ultimi gruppi di guastatori che erano rimasti indietro a far saltare ponti e strade. Ora toccava a noi, e fra breve anche quel piccolo transito alla spicciolata sarebbe finito. Tra le canne degli orti venivano avanti i marocchini, armati di lunghi coltelli: loro erano pronti a sbudellare chiunque gli si parasse di fronte, noi dovevamo rallentare l'avanzata. E così cominciò. Ignoravamo che alla nostra destra i paracadutisti, investiti direttamente dai corazzati nemici, erano stati tutti sopraffatti, insieme al comandante Rizzati, morto, in testa ai suoi, da quel bravo soldato che era.
 
Paracadutisti della Nembo.
 
    Albeggiava quando una macchina con a bordo tre ufficiali tedeschi arrivò correndo, da destra; si vedeva che venivano dalla battaglia. "E voi che fate qui?". "Sicherungsgruppe", fu la risposta. "No, andate via, andate via; ormai tutto kaput. Andate via, tra poco qui arrivano gli Americani..."
    Così ricominciammo il ripiegamento, puntando ancora una volta verso Roma, al Distaccamento Marina. Facemmo un giro largo, dalla parte del Verano, perché sapevamo che il nemico sarebbe entrato dal lato opposto, come in effetti avvenne.
    Arrivammo a Maridist e trovammo la caserma già invasa da civili che stavano rubando tutto il possibile. Nella furia del saccheggio uno di loro era stato addirittura spinto giù dalle scale ed era morto; chissà se saranno riusciti a farlo passare per caduto in guerra e far avere ai suoi una pensione. Sparammo qualche colpo in aria e i saccheggiatosi scapparono, ma senza allontanarsi troppo; rimasero nei pressi, come corvi, in attesa di poter ricominciare. Sapevano che dovevamo andarcene, e presto. E qui venne il bello.
    Infatti, grazie al sacrificio dei paracadutisti, i calcoli del Comando germanico erano risultati sbagliati e noi eravamo riusciti in buon numero a sopravvivere. Una sola motrice non ci bastava per andarcene. Così una pattuglia, fu spedita verso la Flaminia e tornò avendo sequestrato un autocarro con rimorchio appena arrivato in città e destinato alla borsa nera. A bordo, scarpe di cartone e alcuni sacchi di quelle piccole, caccolose pseudo-caramelle che circolavano allora. Staccammo il rimorchio, scaricammo le scarpe, tenemmo qualche sacco di caramelle (non avevamo nulla da mangiare) e puntammo verso nord.
    A piazzale Flaminio, la gente s'era assiepata per vedere i Tedeschi che se ne andavano; ed era uno spettacolo davvero, perché il soldato tedesco, quando ha la sensazione che il comando abbia mollato, pensa soltanto a salvare la pelle. I primi reparti germanici organizzati li avremmo rivisti sotto Viterbo, quando incrociammo una colonna di carri della "Hermann Góring" che scendeva controcorrente.
    Noi arrivammo, con le nostre due motrici, verso le tredici, quando dall'altra parte della città, a San Paolo, la folla era già in strada ad applaudire i soldati anglo-americani. Eravamo, come ripeto, l'ultimo reparto inquadrato, cioè con ufficiali al comando e uomini che obbedivano agli ordini e non pensavano solamente a scappare. La gente ci vide, ci riconobbe. Fu un attimo di gelo. Poi un marò, e non sono mai riuscito a sapere chi fosse, ebbe un colpo di genio: affondò una mano in un sacco di caramelle e cominciò a lanciarle alla folla. Altri lo imitarono. Fu un successo travolgente: la gente si accapigliava per raccogliere le caramelle e batteva le mani.
    Fu così che uscimmo fra i battimani da quella Roma che non ci amava e per la quale ci eravamo battuti, senza che lei ce lo avesse mai chiesto.
 
 
SI'  BELLA E PERDUTA... (STORIA DEL BATTAGLIONE BARBARIGO) Edizioni "Campo della Memoria". Viale Gorgia di Leontini 26, 00124 ROMA


lunedì 7 febbraio 2022

LA BINDELLINA: ARPA BIRMANA

 

LA BINDELLINA: ARPA BIRMANA                      


LA BINDELLINA (PROV. NOVARA)
 
 

    Bindellina (o Bindillina) è il nome di un vasto bosco che si estendeva con fittissima vegetazione nella zona di Agrate e di Conturbia (provincia di Novara) e della grande cascina che vi sorgeva, completamente isolata.
    Durante gli anni della Repubblica Sociale Italiana il termine divenne tristemente noto e minacciosamente leggendario, perché collegato alla sparizione di molti Fascisti o presunti tali, che scomparivano dalle zone vicine senza lasciare traccia. Una banda di partigiani, banditi comunisti operava infatti in zona, sequestrando persone che venivano condotte nel bosco, depredate di tutto, uccise e sommariamente seppellite qua e là.
    A fine Aprile 1945, poi, si installò nella cascina un "Tribunale dei Popolo" che mandò a morte, spesso previa tortura, centinaia e centinaia di vittime, le quali venivano poi gettate nel bosco.
    Nel dopoguerra fu possibile ricomporre i resti di 33 vittime sconosciute, che riposano in una tomba nel piccolo Cimitero di Conturbia, nel quale si trova pure la sepoltura di una ragazza diciottenne del Paese, violentata e trucidata dai partigiani. Ma per anni e anni sono riaffiorati dal terreno i poveri resti delle altre vittime, e ciò tanto più durante i lavori di abbattimento della cascina e di realizzazione del campo di golf.
 

 
LA LEGIONE N. 2

mercoledì 2 febbraio 2022

COSA SCRIVEVANO

 

COSA SCRIVEVANO

 

Questi sono i "padri" del mito della resistenza che ci vengono a raccontare di un anti fascismo che sempre li ha ispirati...??

Peccato che spesso sia nato quando le sorti della guerra erano segnate ed era molto, ma molto più igienico, per la pelle, per la gloria e per la carriera, saltare sul carro dei vincitori...!

Al mio paese, costoro vengono chiamati con un nome ben preciso......

 

Alessandro Mezzano                                     TRADITORI

                                                                     ------------------------

 ECCO UNA PARTE DI CAROGNE!

 

"La razza è l'elemento biologico che, creando particolari
affinità, condiziona l'individuazione del settore
particolare dell'esperienza sociale, che è il primo
elemento discriminativo della particolarità dello Stato";
chi si esprimeva così può mai avere una via intestata a
suo nome? Che dico una via, interi piazzali, interi atenei e
il giorno nazionale delle vittime del terrorismo in suo
specifico ricordo, perché si tratta, guarda guarda, di
Aldo Moro (Storia illustrata, 1943).


"Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la
coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi
negri non si fraternizza. Non si può. Non si deve. Almeno
finché non si sia data loro una civiltà..... non cediamo
a sentimentalismi...niente indulgenze, niente amorazzi. Si
pensi che qui debbono venire famiglie, famiglie e famiglie
nostre. Il bianco comandi." Manifesto skin? No: Indro
Montanelli, Civiltà fascista 1936.


E che ne dice il signor Pacifici del pluripremiato scrittore
Paolo Monelli, giornalista progressista alla Stampa che sul
Corriere della sera nel 1939 aveva scritto: "Gli ebrei
appaiono tutti uguali, come i cinesi, come i negri, come i
cavalli, adeguati agli incroci consanguinei, dall'eguale
vita, dagli uguali squallidi orizzonti. Non si capisce la
ragione di questo darsi d'attorno per tutta la giornata, di
questo affaccendarsi senza tregua. Sono miserabili, tengono
stretti i loro quattrinelli nella pezzuola o nel pugno. Sono
un inesausto serbatoio, questi ghetti polacchi. Ogni anno di
ebrei ne emigrano a decine di migliaia, invadono il mondo,
eppure son sempre più numerosi. Sono oggi quattro milioni,
prolifici e straordinariamente resistenti nonostante le
miserabili condizioni di vita. La Polonia paga oggi il filo
di una politica troppo accogliente per secoli."


E sempre sul Corriere l'anno prima il poi comunista Guido
Piovene
: "Si deve sentire d'istinto, e quasi per l'odore,
quello che v'è di giudaico nella cultura. Gli ebrei
possono essere solo nemici e sopraffattori della nazione che
li ospita. Di sangue diverso e coscienti dei loro vincoli,
non possono che collegarsi contro la razza ariana. L'enorme
numero di posizioni eminenti occupate in Italia dagli ebrei
è il risultato di una tenace battaglia".


L'inviato di guerra Curzio Malaparte, sempre sullo stesso
quotidiano nel 1941 tracciava questo quadro "Basta spingersi
nei quartieri poveri per rendersi conto del pericolo sociale
che rappresenta la enorme massa del proletariato giudaico."


Non Adolf Hitler ma Giorgio Bocca, ben presto partigiano nel
Partito d'Azione e paladino della finanza cosmopolita,
nell'estate del '42 in "La provincia granda" dava questa
lettura della causa della Seconda Guerra Mondiale: "Questo
odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della
guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in
apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli ebrei. A
quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere
l'idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo
degli ebrei?"


Un mese più tardi su "Roma Fascista" il successivo
paladino del progressismo internazionalista, Eugenio
Scalfari
, sosteneva, ovviamente non ancora su Repubblica che
avrebbe diretto per un ventennio: "Gli imperi moderni
quali noi li concepiamo sono basati sul cardine razza,
escludendo pertanto l'estensione della cittadinanza da
parte dello stato nucleo alle altre genti" (.)

Ed ancora: Nel luglio del 1942 scriveva su "Roma fascista" cose così: «Ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida e ci addita le mete da attingere. [...] Oggi mentre sembra che Sua Maestà la Massa (come la definì il Duce in un lontano giorno) mascherata da veli più o meno adeguati tenti di riprendere il suo trono, è necessario riporre l'accento sull'elemento disuguaglianza, che il Fascismo ha posto come cardine della sua dottrina»

Ed ancora: Pochi mesi dopo, nel settembre, sempre sulla stessa rivistina liberal, si spiegava meglio: «Un Impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la "volontà di potenza" dello Stato nucleo, che poggia su due pilastri essenziali: il "popolo" quale elemento di costruzione sociale; la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata "volontà di potenza"».

(dove sono andato a pescare le citazioni di Scalfari del 1942. La risposta è "Lo Scalfarino Portatile. Ovvero come si diventa il giornalista più importante che c'è in Italia in 14 facili lezioni", del mio amico Walter Mariotti, prefazione di Giordano Bruno Guerri, Mondadori, 1994. Ormai fuori catalogo, in questa libreria dovrebbe essere disponibile. )

Nazista doc, anzi nazista zac, la seguente affermazione
apparsa su "Santa Milizia" nel 1939 sotto il titolo
"Problemi razziali: il meticciato": "La razza può
considerarsi come un termine intermedio tra individuo e
specie, cioè fra due termini opposti, intendendo la
specie, nel suo significato biologico, come la somma di
tutti gli individui capaci di dare fra loro incroci
fecondi". Autore il futuro leader della sinistra
democristiana Benigno Zaccagnini, dirigente partigiano.