lunedì 28 dicembre 2020

L'USURA PER EZRA POUND...

 

L’usura, per Ezra Pound, ha mosso guerra al mondo dal 1694, quando nacque la Banca d’Inghilterra. 

di Francesco Lamendola 
Il Corriere delle regioni

Ezra Pound
Ezra Pound era un poeta: e i poeti, qualche volta (non sempre) vedono più lontano degli specialisti e dei “tecnici”, siano essi specialisti e “tecnici” della politica, dell’economia, della finanza, e perfino della scienza.
Quel che Pound aveva visto con folgorante chiarezza, pur nella modestia della sua cultura economica e finanziaria, era una cosa fondamentale, che, strano a dirsi, continua a sfuggire a molti economisti e a molti esperti del mondo finanziario; a meno che non sfugga loro intenzionalmente: ma allora ci troveremmo in presenza non di specialisti e di “tecnici” che, per un eccesso di specialismo, tecnicismo e riduzionismo, hanno perso di vista l’insieme, ma, molto più semplicemente e banalmente, di corrotti e traditori, che hanno venduto l’interesse generale in cambio di vantaggi personali. In breve, Pound si era reso conto che l’intera storia del mondo moderno è la storia di una lotta continua, incessante, senza quartiere, fra l’usura e il lavoro; guerra combattuta talvolta con le armi, più spesso con i tassi d’interesse sui prestiti che le banche concedono ai privati e perfino agli Stati sovrani, i quali ultimi, in cambio, cedono gradualmente quote della loro sovranità, indebitandosi sempre di più e accumulando un peso debitorio che, alla fine, li mette completamente alla mercé dei creditori.
L'incredibile Menzogna
Thierry Meyssan
Oggi la cosa è divenuta talmente palese, che anche l’uomo della strada ha finito per rendersene conto, o quanto meno, per averne una certa qual consapevolezza, e sia pure incompleta e superficiale, sia pure priva di adeguati riscontri e conoscenze puntuali; negli anni Trenta del XX secolo ciò poteva anche non essere altrettanto evidente, specialmente per un poeta. Quel che aprì gli occhi a Pound non fu la crisi del 1929 in se stessa, ma la “scoperta” degli antichi statuti del Monte dei Paschi di Siena: di una banca, cioè, sorta proprio allo scopo di concedere prestiti a interesse moderato, e mirante non all’arricchimento sfrenato mediante il nodo scorsoio dell’usura nei confronti del debitore, ma avente lo scopo preciso di sostenere il piccolo commercio e la piccola impresa, di sostenere i singoli e le famiglie in difficoltà, in modo da promuovere, o contribuire a promuovere, il benessere e l’attività produttiva dell’intero corpo sociale.
(Poi arrivò il Partito Delinquenti e anche il Monte dei Paschi di Siena finì nello sputtanamento e fallimento generale, grazie moralisti ... "Morte dei Paschi" NdR)

Monte dei Paschi di Siena
Nella loro saggezza, i fondatori del Monte dei Paschi di Siena, nel tardo XV secolo, avevano visto e compreso che nessun privato e nessun gruppo sociale possono progredire e avvantaggiarsi, quando l’intera popolazione soffre nelle strette dell’indigenza; che la povertà sempre crescente dei molti non può finanziare, all’infinito, l’accumulo di ricchezza di pochi, o di pochissimi, pena il corto circuito dell’intera struttura sociale e l’insorgere di violenze, carestie, rivolte, guerre, le quali, comunque, ben difficilmente varranno a ripristinare l’armonia del corpo sociale, fin tanto che non si deciderà di agire sui meccanismi perversi della finanza, oggi diremmo: dell’economia virtuale e speculativa, tendenti a distorcere il sano ed equilibrato rapporto fra lavoro, risparmio individuale e benessere collettivo.
Il vero conflitto, dunque, non è, come vorrebbe il marxismo, fra capitale e lavoro, perché il capitale e il lavoro sono i due termini di una sana e necessaria dialettica economico-sociale; il vero conflitto, conflitto malefico e puramente distruttivo, è quello fra lavoro ed usura, intesa, quest’ultima, nel senso più ampio del termine: ossia tutto ciò che vive, parassitariamente, a spese del lavoro, e non incrementa la produzione, anzi, la frena e la scoraggia, né favorisce il risparmio, bensì lo distrugge, perché sottrae capitali a chi produce e li fa crescere a vantaggio di chi non produce, non lavora, non risparmia (nel senso intelligente del termine), ma vuole accumulare una ricchezza sterile e mostruosa, tendenzialmente illimitata, la quale, come una piovra maligna, assorbe e divora, una dopo l’altra, tutte le parti sane della società, fino a togliere ogni speranza, non solo di lavoro, ma di un futuro qualsiasi, alle giovani generazioni.
San Bernardino da Siena
San Bernardino da Siena, che tanto si era impegnato sul fronte della questione sociale, e tanto si era adoperato per il prestito a basso tasso d’interesse, scagliandosi contro usurai ed Ebrei, muore nel 1444; il Monte dei Paschi di Siena viene fondato nel 1472, con la precisa finalità di soccorrere il lavoro e di favorire il piccolo risparmio, vale a dire come un vero e proprio monte di pietà, con la missione di soccorrere le classi e le persone disagiate. (In questo ambito andremo ad approfondire "Vix Pervenit: sull'usura e sull'altro profitto disonesto"  un'enciclica, promulgata da Papa Benedetto XIV il 1° novembre 1745 e che fine ha fatto NdR) Le due date non sono lontane, le finalità sono pressoché identiche, come pure il luogo: tutte queste sono delle mere coincidenze? Ed è forse una coincidenza il fatto che si sia messo il silenziatore sull’aspetto sociale ed economico dell’apostolato di San Bernardino, così come si è scagliato l’anatema, o si è fatto cadere il velo dell’oblio, sulla dimensione sociale ed economica degli scritti di Pound e dei discorsi da lui pronunciati alla radio italiana durante la Seconda guerra mondiale, nei quali denunciava l’affarismo delle grandi banche e la volontà del governo americano di scendere in guerra, apparentemente per la difesa della libertà e della democrazia, ma in effetti per ripristinare il sistema mondiale della speculazione finanziaria e dell’usura, messo in crisi dal sorgere del modello alternativo rappresentato dal fascismo ?
Ha scritto Walter Mariotti nel suo articolo «Pound e l’MPS, banca contro l’usura» (sul mensile «Communitas», Milano, febbraio 2007, pp. 27-35) :
«Un mondo nuovo. Dove il denaro è fondato sull’abbondanza della natura per tutti e non sulle speculazioni finanziarie di pochi. Dove il tasso di interesse è controllato e umano, dove l’orario di lavoro è ridotto per assistere le famiglie e gli anziani, dove la base dell’economia non è l’usura ma la natura. Non sono le teorie di un economista visionario ma di un poeta, l’americano Ezra Pound, che davanti agli Statuti del Monte dei Paschi di Siena, scoperti grazie all’ospitalità del conte Guido Chigi Saracini, capì tutto. Capì che la sua Musa non poteva più fare a meno di occuparsi dell’economia. Capì che le Magistrature repubblicane, che nel 1472 (Cristoforo Colombo non aveva ancora scoperto le Americhe) avevano fondato la prima banca del mondo, erano nel giusto. Una folgorazione. Quello era il modello per il mondo che si doveva costruire, a costo di seguire l’assurdo Benito Mussolini e la sua crociata contro la demoplutocrazia anglosassone, che ispirata dalla Banca d’Inghilterra stava distruggendo l’Europa e l’America in nome dell’usura. Per Pound, quegli statuti senesi erano una possibile risposta al nodo da sciogliere: quello fra interessi finanziari ed etica dello Stato. Il suo avvertimento era rivolto agli uomini del nostro tempo: le lotte, le grandi lotte che viviamo in maniera sempre più drammatica (dall’epilogo della Seconda guerra mondiale, in poi) sono, in realtà, la proiezione della lotta mortale fra l’usura, apolide e piratesca, e gli interessi di uno Stato ideale, che, rifiutandosi di asservirsi alle logiche finanziarie finalizzate al puro profitto, indebitandosi, dovrebbe difendere le ragioni vitali dei popoli […]".
La pulizia del Tempio, Gesù caccia i mercanti di sacrifici animali, i cambia valuta ...
Non è cambiato nulla ...
Da allora, l’elaborazione di un sistema politico ed economico efficace contro l’usura, diventerà il cuore delle riflessione di Pound, che nei suoi interventi intensifica la polemica contro le manovre politiche internazionali e l’anno seguente (1933), nell’”Abc dell’economia”, scrive:
“La guerra è parte dell’antica lotta tra l’usuraio e il resto dell’umanità: tra l’usuraio e il contadino, tra l’usuraio e il produttore e, infine, tra l’usuraio e il mercante, tra l’usucrocrazia e il sistema mercantilista”.
E sarà ancora l’usura la molla che lo spingerà all’ammirazione definitiva del fascismo e di Mussolini, incontrato proprio sul finire del 1933:
“L’usura è il cancro del mondo che solo il bisturi del fascismo può asportare dalla vita delle nazioni”,
disse, dichiarando
"la necessità di disciplinare le forze dell’economia e adeguarle alla necessità della nazione. […]"
[A Radio Roma, tra il 1941 e il 1943] attacca la guerra, l’interventismo di Roosevelt, la filosofia degli Alleati. L’alleanza tra il governo statunitense, la finanza inglese e il bolscevismo sovietico è contraria alla vera tradizione americana :
“Non c’è nessun motivo per l’intervento degli Stati Uniti, perché il luogo dove difendere l’identità americana è il continente americano”.
Ancora una volta è l’usura la causa della guerra e saranno
“l’usura, l’oro, il debito, il monopolio, l’interesse di classe e l’indifferenza verso l’umanità a vincere davvero il conflitto”. 
Qualcuno legge in quei discorsi “rare perle di saggezza”, ma per le autorità americane sono “un miscuglio confuso di apologetica fascista, teorie economiche, antisemitismo e giudizi letterari”, che alla fine di luglio spingeranno per una sentenza di tradimento contro lo “pseudo americano Pound”. […]

Vendere la Guerra
[In due lettere private scritte al conte Chigi, nel gennaio e nel febbraio 1944] ha ancora la forza di criticare la stampa traditrice, l’usurocrazia che muove il mondo e gli scempi degli Alleati, che bombardando l’Italia e distruggendo i suoi monumenti hanno distrutto i simboli dell’umanità occidentale. Chiarisce, infine, in tre lucide righe, il suo rapporto con il fascismo:
“Io volevo una riforma moderata. Dico Riforma, perché in essenza il ripristino della sanità già dimostrata dai fondatori del Monte dei Paschi in un mondo impazzito dai seguaci dei guastatori, stile San Giorgio”.
 Banca d’Inghilterra Londra
E conclude ancora una volta con l’idea elaborata proprio a Siena dodici anni prima:
Questa guerra non s’iniziò nel 1939 ma nel 1694 a Londra (data di fondazione della Banca d’Inghilterra, ndr) facendo parte della guerra tra usurai, ovvero usuroni, e chiunque produce, chiunque fa crescere il grano”. […]

A trentacinque anni dalla morte di Ezra Pound (1972) il problema su cui ha passato l’intera vita rimane ancora sul tappeto: la perdita di sovranità dello Stato di qualsiasi nazione indebitata a favore di quella illimitata del potere finanziario creditore, che all’epoca in cui Pound scriveva poteva sembrare un’oscura e catastrofica previsione è, oggi, una realtà incontestabile. Quasi tutti i Paesi del mondo, senza esclusione, sono o si avviano a diventare debitori di potenze finanziarie globali, super e trans nazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, in primo luogo). Così come, a livello individuale, viviamo nell’epoca del credito al consumo dei bilanci familiari in default (fenomeno che Pound nemmeno immaginava). Forse bisognerebbe ripartire dagli statuti delle magistrature repubblicane senesi del 1472, e provare a uscire dal malinteso poundiano: ciò che è del popolo resti al popolo e alle sue forme di auto-organizzazione, lo Stato ideale non c’è e lo Stato, se c’è, favorisca l’auto-organizzazione del popolo».
Al di là dei giudizi specifici su Mussolini e della personale conclusione dell’Autore del brano sopra riportato, secondo la quale lo Stato non può o non sa opporsi allo strapotere delle grandi banche e, pertanto, dovrebbe limitarsi a favorire una non meglio precisata auto-organizzazione popolare, ci sembra che in questa sintesi della posizione di Pound sulle questioni economico-finanziarie ci sia praticamente tutto; e va dato atto che, di questi tempi, è raro trovare un giornalista o uno studioso che sappia dire pane al pane e vino al vino, con altrettanta franchezza.
Ecco perché il pensiero di Ezra Pound sulle questioni del lavoro, della produzione, del risparmio e dell’usura, anche se non è il pensiero di uno specialista e di un “tecnico”, ma di un dilettante, e, per giunta, di un dilettante che è soprattutto un poeta, che vede le cose, economia compresa, con l’occhio del poeta e nella prospettiva del poeta, non ha perso nulla della sua attualità; anzi, le vicende degli ultimi decenni sono state tali da evidenziare quanto egli sia stato lucido, e addirittura profetico, nel denunciar e il male dell’usura e nel richiamare i popoli dell’Europa alla loro vera tradizione, alla loro vera identità. Tradizione e identità che sono entrate definitivamente in crisi in quell’anno e in quel luogo, il 1694 a Londra, allorché venne fondata la prima grande banca di Stato, la Banca d’Inghilterra: la prima di quelle centrali del potere finanziario, che emettono moneta e prelevano il frutto del lavoro, in cambio di denaro virtuale, falso, immaginario, creando il meccanismo del debito e strangolando, poco alla volta, l’economia reale, fatta di persone, di famiglie, di imprese, di commerci, i quali, a un certo punto, soccombono per asfissia, affinché, nel deserto universale creato dall’usura, rimanga, trionfante e necrofila, una sola vincitrice: la borsa.
Azzannate le Iene. Lobby di
Banchieri, tecnici della
politica e media manipolati
stanno divorando l'Italiae
 il mondo intero...
Francesco Amodeo
Resta solo da aggiungere che, dai tempi di Pound, i meccanismi dell’usura mondiale si sono enormemente perfezionati e ulteriormente ramificati, per esempio con la creazione delle agenzie di “rating”, vere e proprie centrali di potere finanziario “terroristico”, dai cui verdetti dipende la sorte di immense somme di denaro, spostate a vantaggio o a svantaggio non solo di singole imprese e società, ma di intere nazioni sovrane (o che s’illudono di essere ancora sovrane); e che il suo appello, pertanto, non ha perso nulla della sua drammatica urgenza, al contrario, è divenuto questione di vita o di morte…

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martedì 22 dicembre 2020

SPAGNA -- LA DIFESA DELL’ALCAZAR

 

LA DIFESA DELL’ALCAZAR   

SPAGNA: BREVI APPUNTI DI UN VIAGGIO

(di Filippo Giannini)

…….. ero in Spagna con mia moglie per un viaggio programmato da anni. Prima osservazione: cari lettori, questo Paese ci sta superando in tutto: disciplina del traffico, pulizia e ordine nelle strade; pensate, ci sono una miriade di bagni pubblici pulitissimi, muniti di carta igienica, sapone, ecc. Recepito il messaggio…? Ma non è di questo che voglio parlarvi, ma di un evento che ha richiamato alla mia memoria un fatto storico che oggi (è ovvio) è stato cancellato: l’assedio dell’ Alcazar. Sono convinto che poche persone sanno di cosa sto scrivendo, ma è una storia che merita di essere ricordata.
Nel nostro percorso passammo per Toledo e in questa città ci imbattemmo nel poderoso Alcazar, una vecchia fortificazione posta nella parte più alta della bella cittadina di notevole stile medioevale. Qui negli anni ’30 era stata istituita una Scuola d’Applicazione d’Arma per i cadetti della Fanteria, della Cavalleria e dei Servizi d’Intendenza. Nel 1936, anno della rivolta franchista, la Scuola contava circa trecento allievi.
Rammentando la storia della piazzaforte e del suo eroico difensore, cominciai a cercare, fra i numerosissimi negozietti di souvenir che costellano Toledo, una traccia, un qualcosa che ricordasse quei fatti. Nulla! “Quei fatti non erano mai avvenuti”. Per la verità, vivendo in Italia, risulto vaccinato a queste dimenticanze.
Nel 1936 gli allievi erano in vacanza, come pure era in ferie il direttore della Scuola, il colonnello Moscardò. Appena si cominciarono ad udire gli echi della rivolta, Moscardò e un certo numero di allievi fecero ritorno nell’Alcazar e tutti aderirono alla rivolta nazionalista.   



La prima operazione che Moscardò intese mettere in atto fu quella di consegnare la scuola e i suoi allievi nelle mani dei nazionalisti. Ma la cosa si presentò più complicata di quanto ritenesse, perché, se è vero che la maggioranza della cittadinanza simpatizzava per Francisco Franco, la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni legislative aveva reso ancora più forti i sindacati e i partiti della sinistra.
Moscardò disponeva di una forza non notevole: 150 ufficiali, 8 cadetti, 160 soldati, 60 falangisti e 600 guardie civili. L’Alcazar li accolse tutti, ma dovette aprire le porte anche a cinque suore della Carità, a una cinquantina di bambini, ad un centinaio di vecchi e a cinquecento donne, per lo più mogli di militari e delle Guardie Civili.
Arrivarono, nel frattempo, ordini dal Governo repubblicano di Madrid: ordini che il colonnello Moscardò non intendeva eseguire. Prevedendo il peggio, il 21 luglio proclamò lo stato d’assedio a Toledo e in tutta la provincia. Ciò scatenò violenti combattimenti e, a seguito di questi, altre duemila persone chiesero e ottennero rifugio nell’interno dell’Alcazar, rendendo ancor più grave la già critica situazione, specialmente dal punto di vista igienico e alimentare.
Madrid inviò il generale Riquelme con un forte contingente di militari e miliziani. Riquelme contattò per telefono Moscardò, chiedendogli i motivi della sua ostinata resistenza. rispose Moscardò .
Questo dette inizio ad un assedio implacabile, cui fece seguito un episodio atroce. Uno dei miliziani toledani, Corbello, decise di ricorrere ad un ignobile ricatto. Alle dieci del mattino del 23 luglio per telefono intimò a Moscardò: .
Ed ecco al microfono una seconda voce che disse semplicemente: <Papà…>.


.
<Nulla, dicono che mi fucileranno se l’Alcazar non cesserà qualsiasi resistenza…>.
Dall’altra parte un momento di silenzio… Poi con voce forte Moscardò disse: .
<Allora?>: era la voce di Coballo che impazientemente aveva riafferrato la cornetta.
rispose Moscardò <l’Alcazar non si arrenderà mai!>.
E Luis Moscardò, di diciassette anni, venne fucilato. Come fu fucilato suo fratello catturato con le armi in pugno a Barcellona.
Il Governo di Madrid era preoccupato per questa accanita resistenza che poteva minare la sua credibilità. A Toledo regnava la calma ma apparente, solo perché i due contendenti si stavano preparando alla battaglia decisiva. Da parte repubblicana erano almeno in 10.000 ad assediare la fortezza. Le possibilità di resistenza per Moscardò erano limitate. I repubblicani controllavano tutte le vie di accesso e avevano avvelenato i pozzi posti nei pressi della fortezza, anche se le cisterne risultavano ancora intatte. La razione del pane non superava i 180 grammi a testa al giorno; tutti i cavalli e i muli furono macellati.
La sera del 22 agosto un aereo nazionalista sorvolò l’Alcazar e lanciò alcuni viveri, ma la maggior parte cadde nel campo degli assedianti.
Il 23 giunse un messaggio indirizzato a Moscardò: .
I “piccoli aiuti”, in realtà, risultarono una esigua quantità di derrate alimentari paracadutate sulla fortezza da aerei nazionalisti.
La situazione nell’interno dell’Alcazar diventava sempre più grave: i feriti venivano curati da svegli per mancanza di anestetici. Anche il numero dei morti divenne preoccupante perché lo spazio non bastava più per seppellirli. L’acqua fu drasticamente razionata
L’8 settembre il comando repubblicano inviò un parlamentate a trattare con Moscardò, proponendo nuove condizioni di resa: vita salva per le donne, per i bambini, per i vecchi, per i malati, per i feriti, per i soldati e per le guardie. Gli assediati dovranno uscire in gruppi di cinque, gli ufficiali saranno deferiti ai tribunali del popolo e giudicati secondo la loro partecipazione al movimento insurrezionale. La risposta di Moscardò fu immediata. . Il parlamentare, dopo aver augurato buona fortuna agli assediati, prima di allontanarsi chiese se avessero bisogno di qualcosa. <Sì, di un sacerdote>, fu la risposta di Moscardò. L’11 settembre il sacerdote repubblicano Vàsquez Camarasa entrò nella fortezza. Ci fu una tale ressa per confessarsi, che il sacerdote fu costretto a impartire l’assoluzione collettiva. Terminato l’ufficio canonico, il sacerdote chiese a Moscardò di lasciare uscire le donne e i bambini. . Venne avanti una donna che parlò per tutti: . Il prete dopo aver ascoltato tornò fra i suoi; ma prima di lasciare l’Alcazar impartì l’ultima benedizione. Poi i combattimenti ripresero con più accanimento di prima.
Gli occhi del mondo intero erano fissati su quanto stava accadendo a Toledo, quindi per i repubblicani farla finita con i difensori dell’Alcazar era una questione più politica che militare. Dalle miniere delle Asturie arrivarono alcuni esperti artificieri per collocare cariche di dinamite nelle fondazioni della fortezza. I lavori continuarono per giorni e notti I martelli pneumatici trivellavano sotto i muri perimetrali del forte. Una sortita dei difensori per impedire i lavori fu respinta.
Il 18 settembre una formidabile esplosione mandò in frantumi tutti i vetri della città; la facciata ovest e una delle torri d’angolo dell’Alcazar crollarono in pezzi. Soldati e miliziani balzarono all’assalto invadendo i corridoi, agitando le bandiere rosse. Ma dalle rovine dei sotterranei, coperti di polvere sbucarono i nazionalisti. Per tre ore si svolsero violenti corpo a corpo; finalmente i difensori, con il coraggio della disperazione, riuscirono ad aver ragione degli assalitori.
I repubblicani, dopo una violenta preparazione d’artiglieria, il 23 successivo ritentarono un nuovo assalto. Vennero di nuovo respinti.
Intanto l’esercito di Franco, vittorioso nella maggior parte dello scacchiere della penisola, poté puntare alla conquista di Madrid. Il socialista Pietro Nenni, giunto anch’egli con le Brigate Internazionali a Toledo, osservò: .
Il 22 settembre Franco decise di liberare gli assediati della fortezza. Il generale Kindelàn lo avvertì: .
ribatté Franco . Quindi dette l’ordine al generale Varela di puntare con due colonne, sull’Alcazar. Il giorno 26 Varela tagliò la strada ai combattenti repubblicani i quali non ebbero altra soluzione che la fuga.
La conquista della città terminò con un ennesimo massacro, caratteristica di ogni guerra civile.
Varela arrivò a Toledo il 26. Moscardò, esausto per la fatica, si mise sull’attenti e fece il suo rapporto: . Tre giorni dopo sarà promosso generale. L’assedio era durato settantun giorni.
In Italia, come in ogni altra parte del mondo, quella dell’Alcazar fu considerata una epopea e un bel film ne siglò la vicenda.
Prima di concludere è doveroso ricordare che il colonnello Pinella, comandante della caserma Simancas, prima di cadere in combattimento, dovette affrontare una prova simile a quella di Moscardò: due suoi figli erano stati passati per le armi quando rigettò l’intimazione di resa…..

                                                                                                          

mercoledì 16 dicembre 2020

Storia sconosciuta del “Campo della fame”

 

Storia sconosciuta del “Campo della fame” di Taranto: vi furono rinchiusi i soldati italiani della repubblica sociale in condizioni disumane

Rivelata, in una conferenza, la storia mai scritta del famigerato “Campo S”, a nord di Taranto, un campo di concentramento per soli militari della Repubblica Sociale Italiana, tenuto in piedi per un anno dopo la fine della guerra. Il Campo S era detto anche “campo della fame” perché  la metà degli originari 20mila prigionieri morirono di freddo e fame, e chi si salvò lo dovette alla generosità dei familiari, di parte della popolazione e soprattutto della Chiesa tarantina spinta dal vescovo mons. Bernardi e dal suo vicario, il giovane sacerdote destinato poi a diventare arcivescovo di Taranto per oltre trent’anni: mons. Guglielmo Motolese.

Se qualcuno, a Taranto, ha sentito parlare  mai del Campo S, gestito dagli inglesi a nord del Mar Piccolo, di fronte a dove ora sorge l’ippodromo, lo deve proprio al presule che qualche volta ne aveva accennato non per darsi meriti, ma per testimoniare la generosità dei tarantini.

A ricostruire per la prima volta tutta la storia, e a parlarne ai soci dell’Associazione Culturale Nuova Taranto, è stata la pubblicista Dina Turco un cui zio sacerdote, don Bruno Falloni,  era uno dei cappellani della X Mas e aveva seguito i suoi ragazzi nell’odissea.

Dina Turco, che non ha ancora steso in volume questa storia, è stata presentata dal presidente dell’Ass. Nuova Taranto, Giampaolo Vietri, che ha sottolineato la passione della relatrice nel compiere una ricerca storica importante e complessa.

Secondo la ricerca della Turco, i prigionieri arrivarono a Taranto, dal campo di  Afragola, il 4 giugno 1945, già un mese e mezzo dopo la fine della guerra. Arrivarono chiusi in carri bestiame, senza cibo, acqua e servizi igienici. Qui li attendeva il Campo S , gestito dagli inglesi:  un insieme di dieci recinti (chiamati “pen”, pollaio) dov’era già internato un gruppo di prigionieri russi. Qualche giorno dopo, gli italiani furono imbarcati sulla nave “Duchess of  Richmond” destinazione  il 211esimo campo di Algeri contrassegnato da uno striscione con due forche e la scritta “Per i traditori fascisti”. Dopo otto mesi di drammatica prigionia in Africa, e decimati da fame, dissenteria, freddo e caldo, un altro piroscafo riportò i prigionieri in patria ma non liberi, bensì per essere nuovamente rinchiusi nel Campo S di Taranto (chiamato anche Campo Sant’Andrea perché vicino all’omonima masseria) in attesa di giudizio per verificare se si fossero macchiati di crimini.

Era il 13 febbraio 1946 e una insolita neve accolse i circa diecimila sopravvissuti. Nel campo i prigionieri stavano sotto tende, sdraiati sulla nuda terra. Freddo da morire e poi fame, fame e fame.

Intanto, si era mosso mons.  Motolese e tanti parroci (una particolare menzione meritano don Celestino Semeraro di Fragagnano e don Nebbiolo) che organizzarono  camionate di viveri e indumenti. Un giorno arrivarono quattro camion carichi di viveri che innalzavano sui cofani bandierine del Vaticano ed erano accompagnati ognuno da un sacerdote. Ma anche tante famiglie tarantine che avevano i propri ragazzi tra i prigionieri cominciarono col lanciare fagotti contenente pane e indumenti al di là del filo spinato, per poi, gli ultimi giorni, stazionare fuori – anche loro al freddo – per protestare contro la mancata liberazione.

Infatti, si era sparsa la voce che i prigionieri (sempre degli inglesi) sarebbero stati liberati , ma invano. Fu il 9 aprile che accadde un incidente che innescò la rivolta del campo. Un’anziana madre si avvicinò al recinto con un fagotto di gallette e chiamò a gran voce il figlio. Quando questi accorse, la donna lanciò il pacco che, però, finì sul filo spinato. I tentativi del giovane di recuperare il cibo, tra le urla di minaccia della sentinella e le urla di terrore della madre, si conclusero quando la sentinella esplose alcuni colpi di fucile  che ferirono il ragazzo all’addome e a un braccio. Mentre soccorrevano il giovane prigioniero, nel campo si scatenò una rivolta. Smantellate le recinzioni dei singoli Pen, i prigionieri si riunirono e un tale che si faceva chiamare “Rasputin” incitò alla fuga. I reclusi riuscirono ad aprirsi un varco nella recinzione più esterna, ma la fuga non andò oltre i cinquanta metri e,  sotto la minaccia delle mitragliatrici,tutti furono bloccati e nuovamente  riportati nel campo.

Gli ufficiali italiani parlamentarono con il comandante inglese  - della delegazione faceva parte l’asso degli aerosiluranti Marino Marini -  e solo così si venne a sapere  che i P.O.W. (prisoner of war) dovevano essere liberati  al loro ritorno in patria, ma il governo italiano non voleva che tornassero liberi.

Il giorno dopo, 10 aprile 1946, i prigionieri cominciarono ad uscire dal campo senza che le sentinelle inglese reagissero.  Anche molti dei militari italiani non tarantini preferirono rimanere  a Taranto perché temevano ciò che accadeva nelle regioni del centro-nord, quello che poi fu chiamato il triangolo della morte.

Il 13 aprile  il quotidiano tarantino La Rinascita (direttore Franco Ferrajolo)  accusò le autorità italiane perché “…Pare abbiano temporeggiato e, comunque, ascoltando le richieste socialcomunisteazioniste, hanno pregato il Comando generale alleato di Caserta di mantenere quei prigionieri ancora nel recinto”. Il motivo, ovviamente, era  tener fuori quei diecimila uomini dalle imminenti elezioni per l’Assemblea costituente e dal referendum monarchia-repubblica del 2 giugno.

E’ una pagina davvero poco conosciuta quella del Campo S o campo Sant’Andrea o “campo della fame”: è una pagina triste ma anche una testimonianza dell’umanità del popolo tarantino e della Chiesa con i suoi pastori. Ai quali non importava che scelta avessero fatto quei giovani all’indomani dell’armistizio badogliano. Scelsero la parte sbagliata? Forse. Il grande Giorgio Albertazzi, che fu repubblichino (come Dario Fo, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello  e tanti altri a cui però non è mai stato rivolto rimprovero) in una intervista del 2015, un anno prima della morte, disse con grande saggezza: “Andai a Salò come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l’Italia, ma con altro spirito, e soprattutto consapevole che in quel momento stavo dalla parte di chi già aveva perso”.

Perché, forse,  avere la forza di stare dalla parte dei perdenti dà, a se stessi, una dolce sensazione di vittoria morale.

(Nella foto, Vietri e Turco durante la conferenza e un vecchio articolo de La Rinascita)
(Antonio Biella)

                                                                                                                                                         

giovedì 10 dicembre 2020

COSA SCRIVEVANO

 


COSA SCRIVEVANO

 

Questi sono i "padri" del mito della resistenza che ci vengono a raccontare di un anti fascismo che sempre li ha ispirati...??

Peccato che spesso sia nato quando le sorti della guerra erano segnate ed era molto, ma molto più igienico, per la pelle, per la gloria e per la carriera, saltare sul carro dei vincitori...!

Al mio paese, costoro vengono chiamati con un nome ben preciso......

Alessandro Mezzano

 

 

"La razza è l'elemento biologico che, creando particolari
affinità, condiziona l'individuazione del settore
particolare dell'esperienza sociale, che è il primo
elemento discriminativo della particolarità dello Stato";
chi si esprimeva così può mai avere una via intestata a
suo nome? Che dico una via, interi piazzali, interi atenei e
il giorno nazionale delle vittime del terrorismo in suo
specifico ricordo, perché si tratta, guarda guarda, di
Aldo Moro (Storia illustrata, 1943).


"Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la
coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi
negri non si fraternizza. Non si può. Non si deve. Almeno
finché non si sia data loro una civiltà..... non cediamo
a sentimentalismi...niente indulgenze, niente amorazzi. Si
pensi che qui debbono venire famiglie, famiglie e famiglie
nostre. Il bianco comandi." Manifesto skin? No: Indro
Montanelli, Civiltà fascista 1936.


E che ne dice il signor Pacifici del pluripremiato scrittore
Paolo Monelli, giornalista progressista alla Stampa che sul
Corriere della sera nel 1939 aveva scritto: "Gli ebrei
appaiono tutti uguali, come i cinesi, come i negri, come i
cavalli, adeguati agli incroci consanguinei, dall'eguale
vita, dagli uguali squallidi orizzonti. Non si capisce la
ragione di questo darsi d'attorno per tutta la giornata, di
questo affaccendarsi senza tregua. Sono miserabili, tengono
stretti i loro quattrinelli nella pezzuola o nel pugno. Sono
un inesausto serbatoio, questi ghetti polacchi. Ogni anno di
ebrei ne emigrano a decine di migliaia, invadono il mondo,
eppure son sempre più numerosi. Sono oggi quattro milioni,
prolifici e straordinariamente resistenti nonostante le
miserabili condizioni di vita. La Polonia paga oggi il filo
di una politica troppo accogliente per secoli."


E sempre sul Corriere l'anno prima il poi comunista Guido
Piovene
: "Si deve sentire d'istinto, e quasi per l'odore,
quello che v'è di giudaico nella cultura. Gli ebrei
possono essere solo nemici e sopraffattori della nazione che
li ospita. Di sangue diverso e coscienti dei loro vincoli,
non possono che collegarsi contro la razza ariana. L'enorme
numero di posizioni eminenti occupate in Italia dagli ebrei
è il risultato di una tenace battaglia".


L'inviato di guerra Curzio Malaparte, sempre sullo stesso
quotidiano nel 1941 tracciava questo quadro "Basta spingersi
nei quartieri poveri per rendersi conto del pericolo sociale
che rappresenta la enorme massa del proletariato giudaico."


Non Adolf Hitler ma Giorgio Bocca, ben presto partigiano nel
Partito d'Azione e paladino della finanza cosmopolita,
nell'estate del '42 in "La provincia granda" dava questa
lettura della causa della Seconda Guerra Mondiale: "Questo
odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della
guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in
apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli ebrei. A
quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere
l'idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo
degli ebrei?"


Un mese più tardi su "Roma Fascista" il successivo
paladino del progressismo internazionalista, Eugenio
Scalfari
, sosteneva, ovviamente non ancora su Repubblica che
avrebbe diretto per un ventennio: "Gli imperi moderni
quali noi li concepiamo sono basati sul cardine razza,
escludendo pertanto l'estensione della cittadinanza da
parte dello stato nucleo alle altre genti" (.)

Ed ancora: Nel luglio del 1942 scriveva su "Roma fascista" cose così: «Ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida e ci addita le mete da attingere. [...] Oggi mentre sembra che Sua Maestà la Massa (come la definì il Duce in un lontano giorno) mascherata da veli più o meno adeguati tenti di riprendere il suo trono, è necessario riporre l'accento sull'elemento disuguaglianza, che il Fascismo ha posto come cardine della sua dottrina»

Ed ancora: Pochi mesi dopo, nel settembre, sempre sulla stessa rivistina liberal, si spiegava meglio: «Un Impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la "volontà di potenza" dello Stato nucleo, che poggia su due pilastri essenziali: il "popolo" quale elemento di costruzione sociale; la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata "volontà di potenza"».

(dove sono andato a pescare le citazioni di Scalfari del 1942. La risposta è "Lo Scalfarino Portatile. Ovvero come si diventa il giornalista più importante che c'è in Italia in 14 facili lezioni", del mio amico Walter Mariotti, prefazione di Giordano Bruno Guerri, Mondadori, 1994. Ormai fuori catalogo, in questa libreria dovrebbe essere disponibile. )

Nazista doc, anzi nazista zac, la seguente affermazione
apparsa su "Santa Milizia" nel 1939 sotto il titolo
"Problemi razziali: il meticciato": "La razza può
considerarsi come un termine intermedio tra individuo e
specie, cioè fra due termini opposti, intendendo la
specie, nel suo significato biologico, come la somma di
tutti gli individui capaci di dare fra loro incroci
fecondi". Autore il futuro leader della sinistra
democristiana Benigno Zaccagnini, dirigente partigiano.

                                                                                                                              

giovedì 3 dicembre 2020

La vera dittatura del mondo

 

La vera dittatura del mondo



di Manuel E. Yepe .

Nel suo discorso al Congresso del 4 luglio 1821, il segretario di Stato americano John Quincy Adams disse che se gli Stati Uniti avessero abbandonato la loro politica estera che allora era non interventista, sarebbe inevitabilmente diventata questa la “dittatura” del mondo e avrebbero iniziato a comportarsi di conseguenza. Lo scienziato politico Jacob G. Hornberger, fondatore e presidente della fondazione “The Future of Freedom”, ha scritto il 10 maggio di quest’anno , quando ha completato un importante lavoro giornalistico intitolato ” La dittatura del mondo”, in cui afferma che non si può negare che questa previsione di JQ Adams sia diventata realtà.
Gli Stati Uniti sono diventati veramente la dittatura del mondo, una dittatura arrogante, spietata e brutale che non tollera alcun dissenso da nessuno sulla terra.

“Ora sto usando il termine America perché è quello originariamente usato da Adams, ma in realtà è stato il governo degli Stati Uniti a diventare la dittatura del mondo “, afferma Hornberger. .
Un buon esempio di questo fenomeno si è verificato quando, all’inizio del secolo scorso, la dittatura mondiale ha applicato il suo sistema crudele di sanzioni contro Cuba per fini vendicativi e lo ha mantenuto fino ad oggi.
È abbastanza brutto punire cittadini stranieri innocenti con morte o impoverimento in nome di un obiettivo politico. Ma è anche importante notare che le sanzioni rappresentano un attacco alla libertà economica della popolazione degli Stati Uniti perché comportano sanzioni contro i cittadini statunitensi coinvolti. Se un americano intrattiene rapporti con un iraniano, un cubano o un venezuelano, la dittatura mondiale minaccia, persegue e lo condanna con intenzioni vendicative, attraverso procedimenti penali, multe civili o entrambi.
Un simile sistema di sanzioni è stato applicato negli anni ’90 contro l’Iraq, facendo morire centinaia di migliaia di bambini iracheni nel paese arabo, per mancanza di medicinali e altri generi indispensabili. Era effetto delle sanzioni. Questo non ha disturbato la dittatura, almeno non abbastanza per mettere fine a questo abuso. L’idea era che se un numero sufficientemente grande di bambini poteva essere ucciso, il dittatore iracheno Saddam Hussein avrebbe rinunciato a favore di un dittatore approvato dagli Stati Uniti, o ci sarebbe stato un colpo di stato o una rivoluzione violenta chi avrebbe realizzato la stessa cosa. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU, Madeleine Albright, ha espresso l’opinione ufficiale della dittatura quando ha annunciato che la morte di mezzo milione di bambini iracheni a causa delle sanzioni “ne è valsa la pena” la pena ”.
Un altro esempio è il caso di Meng Wanzhou, cittadina cinese che lavora come direttore finanziario della gigantesca società tecnologica cinese Huawei, che, dopo essere stato arrestata dalle autorità canadesi e posta agli arresti domiciliari, ha subito i fulmini della dittatura mondiale.
Qual era il suo presunto crimine? Per aver violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran? Che cosa hanno a che fare le sanzioni statunitensi contro l’Iran con la Cina? Esattamente niente! È una cittadina cinese, non statunitense. Allora perché è stata citata in giudizio dal governo degli Stati Uniti?
il caso di Meng Wanzhou arrestata perché non ha rispettato le sanzioni
Le sanzioni sono diventate uno strumento regolare della politica estera degli Stati Uniti. Quasi a nessuno importa della propria giurisdizione e della applicazione in tutto il mondo. Il loro scopo è di minacciare le persone straniere e i cittadini con morte, sofferenza e privazione economica al fine di costringere i loro governi a inchinarsi alla volontà della dittatura americana e ai suoi agenti brutali e violenti.
Cosa potrebbe esserci di più violento e spietato che minacciare gli innocenti di morte e impoverimento per raggiungere i loro governi? È noto che la maggior parte dei cittadini del mondo ha scarso controllo sulle azioni del proprio governo, così come i cittadini americani hanno scarso controllo sulle azioni dei loro governi. Qual è la moralità di punire i cittadini innocenti per il raggiungimento di un obiettivo politico? Questo è precisamente il motivo per cui il terrorismo viene condannato, perchè si scatena contro cittadini innocenti.
Manifestazione contro la dittatura Imperialista

Washington non pretende solo che i suoi cittadini si attengano al suo sistema malvagio. Nel suo ruolo di dittatore globale, il governo federale esige che tutti in tutto il mondo rispettino il suo sistema malvagio. La dittatura rivendica la giurisdizione globale per se stessa.
Perché gli innocenti cittadini stranieri sono il bersaglio della morte e della sofferenza economica semplicemente perché ai funzionari statunitensi non piace il loro governo? Perché le libertà dei cittadini americani vengono distrutte? E per quale motivo i cittadini stranieri di tutto il mondo devono essere perseguiti per violazione del sistema sanzionatorio del governo federale USA? Domande senza risposta.
fonte: LA DICTADURA DEL MUNDO