martedì 29 ottobre 2019

ELENCO DELLE SQUADRE D'AZIONE

ELENCO DELLE SQUADRE D'AZIONE IN ATTIVITA' DAL 1919 AL 1922
In questa sezione sono elencate, divise per città, le Squadre d'Azione che operarono prima della Marcia su Roma. L'elenco è ovviamente incompleto : non esistono infatti delle liste ufficiali di queste formazioni.
L'unico censimento abbastanza attendibile fu fatto in occasione della raccolta dei cimeli per la Mostra della Rivoluzione Fascista inaugurata a Roma nel 1932, mostra celebrativa il primo decennale della Rivoluzione.
Purtroppo questo censimento è andato perduto assieme a gran parte dei cimeli esposti.
L'elenco seguente deriva da quotidiani d'epoca, libri sullo squadrismo e dall'ottimo saggio del Chiurco "Storia della Rivoluzione Fascista"; nonchè da numerosi documenti di Federazioni fasciste in mio possesso.
Invito chiunque abbia cimeli, fotografie o nominativi a contattarmi, aggiorneremo insieme questo elenco e faremo insieme un po' di luce sulle Squadre e i loro componenti.

ACCADIA
Squadra "LA RISOLUTA", intitolata al Martire Fascista Aurelio Padovani

ALESSANDRIA
Squadra "I FALCHI"

ARCEVIA - provincia di Ancona
Squadra "ARDISCO"
Squadra "CORRIDONI" , comandante : Giuseppe Avenanti

ASCOLI PICENO
Squadra"FORLANI"

BARI
1^Squadra "MANIPOLO CORRIDONI"
1^Squadra "MANIPOLO AUDACE"
2^Squadra "MANIPOLO CARADONNA"
2^Squadra "MANIPOLO MUSSOLINI"
Squadra "CICLISTI"
Squadra "SAETTA"
Squadra "FANTASMA"
Squadra "DISPERATA"
Squadra "LAMPO"

BRESCIA
Squadra "DISPERATA"
Squadra "ME NE FREGO"

CALTANISETTA
Squadra "DISPERATA" , comandante : Salvatore Spadafora

COSENZA
Squadra "LA DISPERATA" , comandante dal gennaio 1922 : Felice Barret

ENNA
Squadra "ENRICO TOTI"

FERRARA
Squadra "CELIBANO"
Squadra "MAGNANI" , comandante : Luigi Fontanelli
Squadra"FRANCO GOZZI"

FIRENZE
Squadra "ALDO ROSSELLI"
Squadra "DALMAZIA - MANCINI"
Squadra "GUSTAVO MARIANI" - qui militò, per un periodo Alessandro Pavolini"
Squadra "LUIGI PONTECCHI"
Squadra "MONTEMAGGI"
Squadra "DANTE ROSSI"
Squadra "CARLO MENABUONI"
Squadra "GINO CUCCUINI" - del Fascio di Greve
Squadra "GRANATIERI MUSSOLINI"
Squadra "LA DISPERATA" , comandante : Carlo Pirelli

FIUME
1°Centuria PRINCIPI
1°Manipolo
1^Squadra "ME NE FREGO"
2^Squadra "SPIRIDIONE STOJAN"
2°Manipolo
1^Squadra "DISPERATA"
2^Squadra "ALFREDO FONTANA"
3°Manipolo
1^Squadra "LA GIUSTIZIERA"
2^Squadra "A NOI"
2°Centuria
1°Manipolo
1^Squadra "ITALO CONCI"
2^Squadra "MARIO ASSO"
2°Manipolo
1^Squadra
2^Squadra
Squadra Triari "MARGHERITA"
Squadra "FERROVIERI"

FOLIGNO
Squadra "LA SERENISSIMA"
Squadra "LUPI ROSSI"
Squadra "LA VOLANTE"
Squadra "LA DISPERATISSIMA"

GENOVA
Squadra "BENITO MUSSOLINI"
Squadra "VALENTINO CODA"













































































































GORIZIA
1^Squadra d'azione
1°^Squadra "INDOMITA"
2^Squadra "DISPERATA"
3^Squadra "ARDITA"
Squadra "Ferrovieri"
Squadra giovanile "GIOVINEZZA"
Squadra giovanile "VITTORIO LOCCHI"

LARINO
Squadra "ULISSE IGLIORI"

LIVORNO
Squadra "DISPERATA"

LODI
Squadra "ME NE FREGO" , comandante : Giuseppe Maiocchi

MANTOVA
Squadra "LA VOLANTE" , comandante Ferdinando Negrini

MILANO
Comandante di tutte le Squadre di Milano : Ferruccio Gatti
Banda Ardita "ALDO SETTE", primo Martire Fascista di Milano
Gruppo Aviatori "PENSUTI"
Squadra "MUSSOLINI"
Squadra "D'ANNUNZIO"
Squadra "ANTONIO SCIESA"
Squadra "NAZARIO SAURO"
Squadra "GENERALE CANTORE"
Squadra "INDOMITA"
Squadra "TONIOLI BOVISA"
Squadra "BATTISTI"
Squadra "BARACCA"
Squadra "OBERDAN"
Squadra "CORRIDONI"
Squadra "LUPI"
Squadra "RANDACCIO"
Squadra "TOTI"
Squadra "LA VOLANTE", comandante : Rino Parenti. Prima Squadra del Fascio milanese
Squadra "ARDITI"
Squadra "MELLINI"
Squadra "MILLO"
Squadra "ISONZO"

MODENA
Squadra "FERROVIERI"
Squadra "NAZIONALISTI"
Squadra "DISPERATA"

MOSCUFO - provincia di Pescara
1^Squadra "LA TENACE"
2^Squadra "LA TENACE"

NAPOLI
Squadra " LUPI"
Squadra "FORMIGHIERI"
Squadra "PELLICANI"
Squadra "SERENISSIMA" , dall'aprile 1922
Squadra "GIOVINEZZA" , dall'aprile 1922
Squadra "AUDACE" , dall'aprile 1922              
Squadra "GIULIO LUSI" , dall'aprile 1922

PADOVA
Squadra "BENITO MUSSOLINI" , comandante Oscar Olita
Squadra "DISPERATA"

PARMA
Squadra "LA DISPERATA"
Squadra "AVANGUARDISTI"
Squadra "MUSSOLINI" , comandante : Enrico Margara
Squadra "SEMPRE ED OVUNQUE"

PAVIA
Squadra "BERRETTE ROSSE"

PERUGIA
Squadra "ARDITA"
Squadra "LA DISPERATISSIMA"

POLA
Squadra "CENTURIA TRINCERISTI"

POPOLI
1^Squadra "POPOLI"
2^Squadra "POPOLI"

REGGIO EMILIA
Squadra "GIULIO GIORDANI"

ROMA
Comandante di tutte le Squadre d'Azione del Lazio per la Marcia su Roma era Ulisse Igliori
Squadra "LA GUASCONA" , 1°Squadra d'azione del Fascio di Roma, fondata e comandata
                                             da Auro D'Alba
Squadra "BENITO MUSSOLINI" , comandante Giovanni Bissi
Squadra "LA MOSCHETTIERA"
5^Squadra "LUIGI SIVIERO" , comandante : Vito Casalinuovo

SIENA
Squadra "PANNILUNGHI"
Squadra "MITRAGLIERI"

SIRACUSA
Squadra "ANGELO RIZZA" , intitolata al Martire Fascista di Siracusa, comandante : Enzo
                                            Bonvicino

SPEZIA
Squadra "MANTELLI"
Squadra Ferrovieri "LUIGI PLATANIA"
Centuria "SPEZIA CITTA'"

TORINO
Squadra "VITTORIO LOCCHI" , comandante : Aicardo Santini
Squadra "TRAMVIERI MUNICIPALI DI TORINO"
Squadra "LA DISPERATA" , comandante : Piero Brandimarte
Squadra "LUIGI SCARAGLIO"

TREVISO
Squadra "DISPERATA"

TRIESTE
Squadra "LUPI DI SAN GIUSTO" , comandante : Alessandro Traditi
Squadra "GIOVINEZZA" , comandante : Carlo Perusino

VARZI - provincia di Pavia
Squadra "LA DISPERATA"
Squadra "CESARE FORNI"
Squadra "CESARE MARIA DE VECCHI"
VENEZIA
Squadra "ARDITA"
Squadra "DISPERATA"

VERONA
Squadra "ME NE FREGO", di Villabartolomea, comandante : Plinio Mutto



martedì 22 ottobre 2019

IL FASCIO LITTORIO

IL FASCIO LITTORIO: simbolo unico del Fascismo!

il Fascio littorio simbolo del Partito Nazionale Fascista.
il Fascio littorio simbolo del Partito Nazionale Fascista.
Potrà sembrare incredibile e surreale, ma oltre 70 anni di menzogne storiografiche e messinscene politiche compiute dal sistema pluto-massonico antifascista (anche a mezzo di tutte le marionette di destra, centro e sinistra ai suoi ordini) nel tentativo di seppellire definitivamente in ogni modo i contenuti veraci del messaggio ideologico di cui era latore il movimento delle camicie nere, sono quasi riuscite ad occultarne definitivamente il vero e fondamentale significato ideale, in base al quale il gruppo politico rivoluzionario fondato e guidato da Benito Mussolini,  si auto-denominò Fascismo, contribuendo a cambiare la storia universale dell’umanità,
Ma perché quegli uomini si sono qualificati come fascisti? Perché il loro richiamo continuo alla Civiltà di Roma, all’unità della società ed alla giustizia sociale? Ebbene, nonostante quelle testé esposte rappresentino le domande più elementari che qualunque mente pensante, scevra da preconcetti e desiderosa di conoscere seriamente e comprendere il Fascismo prima di giudicarlo, logicamente si pone, le corrette risposte a tali interrogativi, sono proprio quelle alle quali, in virtù della mistificazione propagandistica operata dagli avversari del Fascismo, ben difficilmente le masse sono in grado di pervenire. Infatti, attribuendo alla parola “fascismo” qualsiasi significato nefando, confondendolo a bella posta col nazismo tedesco (annullandone volutamente in tal modo l’originalità politica) creando dal nulla il concetto storicamente irrealistico e ideologicamente falso di “nazi-fascismo”, anche col concorso attivo dei gruppi della destra radicale cosiddetta “neofascista”, che si sono prestati attivamente ad alimentare tale equivoco fuorviante (in definitiva è questo il ruolo assegnato dal sistema demo-plutocratico a questi gruppetti politicamente marginali ed emarginati), si sono smarrite tutte le coordinate politico-ideologiche per qualificare correttamente l’autentico messaggio politico fascista. Dunque, va detto a chiare lettere che gli uomini di Mussolini si qualificarono come fascisti avendo essi riconosciuto che i valori politico-sociali nei quali essi si identificavano, erano tutti espressi e racchiusi mirabilmente in un’unico glorioso simbolo, retaggio della nostra imperitura Civiltà italiana, erede prima di Roma: il Fascio littorio!
Come ha scritto lo storico antifascista Emilio Gentile nel suo libro più famoso, “Il culto del littorio”, qualche studioso ha sostenuto che la sovrabbondanza di simboli nel fascismo proverebbe la sua carenza ideologica. Ma una simile interpretazione riduttiva e fuorviante, sottovaluta la funzione e la potenza del simbolismo politico, poiché nella religione, come nella politica, il simbolo è sempre un’interpretazione della vita condensata in un oggetto, in una parola, in un’immagine, in un comportamento, in un luogo o in una persona. Ebbene, proprio il Fascio littorio e solo il Fascio littorio, per tutta una serie di particolari motivi che cercheremo di esporre brevemente, era in grado di condensare in una icona il fine politico del fascismo mussoliniano, quello di pervenire ad una nuova politica, ad un Uomo nuovo, una nuova Italia, in breve ad una Nuova Civiltà Universale nel solco della NOSTRA CIVILTA’ ITALIANA.
Un littore dell’antica Roma.
Un littore dell’antica Roma.
Ma partiamo dal principio. Due tradizioni erano diffuse a Roma sull’origine del fascio: una lo riteneva autoctono, un’altra lo ricollegava all’Etruria fissandone poi in età tarda la provenienza dalla città di Vetulonia; tale tradizione sarebbe confermata dalla scoperta fatta nella necropoli vetulo­niese di una insegna antichissima di ferro formata da una bipenne infissa in un fascio di verghe, datata alla seconda metà del VII secolo a.C. ed è il più antico fascio che si conosca. Secondo Livio e Dionigi i capi della dodecapoli etrusca avrebbero avuto diritto a 12 fasci corrispondenti alle 12 città federate; però i monumenti che rappresentano magistrati etruschi accompagnati da littori sono tutti di età romana e risalgono al massimo al III secolo a.C. A Roma il fascio sarebbe passato in età assai antica e forse è da accettare la tradizione che ne fissa la venuta durante il periodo di influenza o dominazione etrusca sull’Urbe (Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo). Esso è certamente anteriore alla Repubblica perché le fonti lo considerano come attributo regio pas­sato poi ai magistrati supremi repubblicani. Il fascio romano (fascis) quale è riprodotto in una serie ricchissima di monumenti e quale lo descrivono le fonti, è costituito da un certo numero variabile di verghe (virgae) di olmo o betulla e da una scure (securis) assicu­rate a un bastone che ne costituisce il nucleo e ne forma l’impugnatura. Esso è alto da un metro a un metro e mezzo. Il numero e la grossezza delle verghe decresce dalla epoca repubblicana alla imperiale in cui esse perdono la loro funzione di strumento di giustizia. La legatura è fatta con una correggia di cuoio rosso per mezzo di avvolgimenti orizzontali alternati da pas­saggi obliqui o incrociati; essa procede dal basso in alto lasciando in alto un cappio per appendere il fascio. La scure è sempre collocata nella parte inferiore del fascio; il suo manico termina in un pomo a testa umana o di animale; la lama è di forma varia, quasi sempre inguainata in una custodia di pelle che serve a conser­varla e a proteggere il littore. I littori sono funzionari subalterni della categoria degli apparitores che rimanevano in carica a vita ed erano riuniti in corporazioni. Essi portavano sempre lo stesso genere di abito indossato dal magistrato; erano vestiti di toga a Roma e indossavano al campo il sagum rosso sopra la tunica. L’etimologia della parola littore è probabilmente da licere, cioè citare, far comparire il reo dinanzi al magi­strato. Il fascio era poi usato come strumento di giustizia: le verghe servivano per le pene minori, la scure per la pena capitale. Originariamente il magistrato poteva esercitare la giustizia a discrezione; poi il suo potere fu limitato al territorio fuori della città e solo allora i suoi fasci pote­vano portare la scure; i fasci con la scure potevano anche essere introdotti in città, in occasione del trionfo e quando occorreva punire un delitto di parricidio; in questo caso l’esecuzione, affidata ai littori, aveva luogo nel Foro. Per i delitti privati il magistrato, e quindi i littori, non intervenivano. Oltre che strumento di giustizia il fascio era l’insegna del magistrato che l’amministrava e poi prese il signifi­cato generico di insegna di potere. Accompagnando il magistrato i littori procedevano allineati tenendo il fascio sulla spalla sinistra e un bastone nella destra con cui allontanavano la folla; essi non abban­donavano il magistrato in nessuna circostanza. Il fascio era adorno di alloro in occasione di vittorie e quando il magistrato era proclamato imperator; i fasci dell’imperatore erano sempre laureati; il lauro è però comune anche nei fasci dei magistrati inferiori. Nei funerali il fascio si portava rovesciato. Il littore, oltre che ministro di giustizia, era anche apportatore di libertà: quando uno schiavo era proclamato libero il littore del magistrato che presiedeva la cerimonia lo toccava con una speciale verghetta (vindicta o festuca) alla presenza del magistrato stesso e del padrone, pronunciando una formula rituale. Oltre a quelli dell’imperatore e dei magistrati vi erano altre due categorie di littori: quelli curiatii che pare fossero di spettanza del pontefice massimo e che convoca­vano il popolo nei comizi e quelli dei vicomagistri che annunziavano le feste religiose da loro indette. Il numero dei fasci spettanti a ciascun magistrato era rigorosamente stabilito: sappiamo dalle fonti che il re ne aveva 24, il dittatore 24, i consoli 12, il pretore 6 (nella provincia ove esercitava la pretura). I promagistrati avevano lo stesso numero di fasci dei magistrati corrispondenti se il loro grado era però equivalente (p. es. gli ex—pretori che fungevano da proconsoli non ne avevano 12 ma 6). L’imperatore aveva 12 fasci con l’attributo perenne dell’alloro; Augusto e Domiziano ne ebbero anche 24. I magistrati municipali, gli augustales, i seviri avevano fasci più piccoli e privi di scure. Dopo la caduta dell’impero romano, il fascio sparisce, per risorgere, come tanti ricordi, col rifiorire degli studi umanistici, adorna figure simboliche dell’autorità statale e delle virtù pregiate dei magistrati; compare per­fino negli stemmi gentilizi (card. Mazzarino). Nuova voga ebbe nella rivoluzione francese, che si professava emula dei valori della Res-publica romana, nonché negli stati italiani da essa sorti, ma era di forma ibrida e la scure divenne un’alabarda nel mezzo delle verghe. Comparve poi talvolta nei fasti del nostro Risorgimento per indicare unità e libertà. Risorse come simbolo augusto nazionale quando BENITO MUSSOLINI lo adottò per insegna del movimento da lui fondato (1).
Il Monumento alla Vittoria di Bolzano.
Il Monumento alla Vittoria di Bolzano.
Emblema fondamentale della nuova “era fascista” inau­gurata dalla marcia su Roma, il fascio litto­rio fu il nucleo portante della capillare stra­tegia simbolica di cui il regime fascista si servì nella propria azione di nazionalizzazione del­le masse e di sistematica penetrazione delle coscienze. Il termine «fascio», utilizza­to da Mussolini già nel 1915 per designare il suo raggruppamento interventista (Fasci di azione rivoluzionaria), venne ripreso dal­l’esperienza della sinistra post-risorgimen­tale, per esprimere un tipo di raggruppamento spontaneo caratte­rizzato da un’«unione di forze, piú o meno omogenee, ma tenute fortemente insieme da vincoli ideali e disciplinari, in vista di fi­ni comuni da raggiungere» (B. Mussolini, «Fascismo», in Enciclopedia Italiana, Roma 1932-X). Già prima della fondazione del P.N.F., il sim­bolo del fascio cominciò a diffondersi rapi­damente nell’iconografia fascista assieme a numerosi altri riferimenti all’esperienza del­la romanità. Ancora all’inizio degli anni ven­ti, nell’utilizzo fascista del fascio littorio con­tinuavano a convivere strati di senso diret­tamente riconducibili alla cultura del radi­calismo di sinistra, come la tendenziale va­lenza antimonarchica evocata dallo stesso Mussolini nel discorso di Bologna del 3 mag­gio 1921: «Il nostro simbolo non è lo scudo dei Savoia; è il Fascio littorio, romano e an­che, se non vi dispiace, repubblicano». La successiva storia del simbolo coincide in gran parte con le vicende del processo totalitario attraverso cui il fascismo giunse a con­quistare, con il monopolio del potere, «il pie­no controllo dell’universo simbolico dello Stato». Nel gennaio del 1923, a pochi mesi dall’in­sediamento del governo presieduto da Mus­solini, «il fascio littorio, simbolo di Roma an­tica e della nuova Italia» fece il suo esordio ufficiale sul retro delle monete da 1 e 2 lire, come «segno imperituro dell’avvento del fa­scismo al potere». L’incarico di ricostruire l’originaria versione romana dell’emblema fu affidato a un archeologo di regime, il sena­tore Giacomo Boni, che all’« aspetto arbi­trario» e deformato assunto dal fascio litto­rio nella simbologia rivoluzionaria e risorgi­mentale – con una scure o un’alabarda, sor­montata da un cappello frigio, in cima alle verghe – contrappose un modello raffigu­rante un fascio di verghe con una scure col­locata lateralmente. In questa veste, con un decreto del 12 dicembre 1926 il fascio litto­rio venne dichiarato emblema dello stato, a compimento della dinamica di progressiva fascistizzazione delle istituzioni dal quale era nato il nuovo regime. A partire da quel momento, il processo di capillare diffusione del simbolo del nuovo potere non conobbe limiti e confini: oltre che sulle monete e sui francobolli, gli italia­ni lo avrebbero rimirato sui documenti uffi­ciali, sugli edifici pubblici, sulle uniformi, sui libri, sui cartelloni pubblicitari e persino sui tombini. Per il fascismo al potere, l’em­blema del littorio assunse un significa­to addirittura religioso come espressione del­la tradizione sacra della romanità (2).
Tanto che, nella prima parte del documento cardine del pensiero politico fascista, ossia la DOTTRINA DEL FASCISMO, al punto numero XIII, viene espressamente affermato in modo lapidario quanto segue: Il Fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell’unità, della forza e della giustizia (3).
Fasci littori al Congresso degli Stati Uniti.
Fasci littori al Congresso degli Stati Uniti.
Ma purtroppo, nell’era dell’antifascismo pluto-massonico imperante, siamo costretti ad assistere, anche in questo caso, all’ennesimo scempio della nostra memoria ed alla suprema delle beffe contro la nostra storia. Infatti, i “gestori per conto terzi” della repubblica antifascista Italy-ota, voluta dall’invasore anglo-americano (tutt’ora occupante incontrastato!) non hanno mancato di legiferare ad hoc per scoraggiare ed impedire l’uso del Fascio Littorio da parte dei cittadini italiani e così compiacere servilmente i desiderata del padrone atlantico, ben sapendo che tale simbolo viene invece usurpato indegnamente proprio da chi ci vuole obbligare a cancellare in casa nostra la nostra stessa Civiltà, come mostra la presenza di due giganteschi Fasci Littori che spiccano vistosamente al Congresso degli Stati Uniti d’America.
Stemma dell’Ecuador.
Stemma dell’Ecuador.
Stemma della Francia.
Stemma della Francia.
Sebbene questo non sia l’unico esempio in cui tale icona sia tutt’ora utilizzata ufficialmente come emblema pubblico di rappresentanza nazionale. Dall’Europa alle Americhe, all’Africa, il Fascio littorio è presente in tutti i continenti. Per ironia della sorte, anche la Repubblica francese, da sempre alfiere dell’antifascismo di maniera, nel suo stemma è anch’essa rappresentata da… un Fascio Littorio! Insomma, come disse “QUALCUNO” che sapeva bene quel che affermava… NEMO PROPHETA IN PATRIA SUA! …in questo caso, più che forzatamente! Eppure, se c’é un simbolo diffuso a livello planetario, capace di rappresentare pienamente ed efficacemente il senso della Dottrina del Fascismo, piaccia o meno a lor signori antifascisti di tutte le risme, di tutti i colori e di tutte le latitudini, questo non è lo svastica, tantomeno la croce celtica o la fiamma, né alcun altro  utilizzato dai suoi avversari palesi o travestiti da amici, ma solamente ed esclusivamente il Fascio littorio, che fu, è, ed in tutti casi sarà sempre il simbolo unico del Fascismo!
IlCovo
NOTE
1) In “Dizionario di Politica a cura del Partito Nazionale Fascista”, antologia, volume unico a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, Lulu.com, 2014, pp. 226 – 227.
2) In “Dizionario del fascismo” a cura di Victoria de Grazia e Sergio Luzzatto, Torino, 2005, pp. 517 – 518.
3) In “La Dottrina del Fascismo”, terza edizione riveduta, 1942, ristampa a cura di Marco Piraino e Stefano Fiorito, Lulu.com, terza ristampa, 2018, p. 18.

                                                                                                                                                  

giovedì 17 ottobre 2019

PASQUE DI SANGUE il grave motivo di una ingiusta censura

PASQUE DI SANGUE il grave motivo di una ingiusta censura

Da
Cooperatores Veritatis Staff
cooperatores-veritatis.org

“…al giorno d’oggi, soltanto un gesto di inaudito coraggio intellettuale poteva consentire di riaprire l’ intero dossier, sulla base di una domanda altrettanto precisa che delicata: quando si evoca tutto questo – le crocifissioni di infanti alla vigilia di Pesach, l’uso di sangue cristiano quale ingrediente del pane azzimo consumato nella festa – si parla di miti, cioè di antiche credenze e ideologie, oppure si parla di riti, cioè di eventi reali e addirittura prescritti dai rabbini? Il gesto di coraggio è stato adesso compiuto”.
Con queste ed altre parole, così presentava il Corriere della sera del 6 febbraio 2007, un articolo imponente per la presentazione del libro Pasque di sangue dello storico Ariel Toaff, figlio dell’ex Rabbino capo di Roma Elio Toaff, uscito nelle librerie l’8 febbraio e subito ritirato per censura.
QUESTO TESTO E’ SCARICABILE GRATUITAMENTE QUI IN FORMATO PDF.
L’articolo non pretende assolutamente assolvere o condannare qualcuno, patteggiare per gli uni o per gli altri, quanto piuttosto osservare più da vicino la grave motivazione (semmai ce ne fosse stata una in forma ufficiale e che fino ad oggi non risulta esserci), del perché Pasque di sangue venne ritirato immediatamente dalle librerie, sollevando un enorme polverone che fu diradato soltanto con la censura di alcuni capitoli, lasciando così aperta al lettore l’opportunità di riflettere e farsi una idea dei fatti oggettivi.
Pasque di sangue ha avuto il merito di essere stato innovativo a riguardo di fatti e cronache del passato, in verità mai risolte, e che riguardavano la misteriosa uccisione di bambini cristiani. Per chi fosse addentro a questa tematica, viene subito alla mente il caso, mai risolto, di Trento e sul quale si fonda il libro: siamo nel 1475 e il piccolo Simone viene trovato morto a Trento. Per il suo omicidio furono processati e giustiziati 15 ebrei, e il bambino venne beatificato, tuttavia, dal 1965 (siamo al dopo Concilio con la nuova linea conciliarista intrapresa dalla Chiesa, volta al dialogo con il mondo ebraico), Simone viene “degradato”. Ora, seppur è vero che una beatificazione non impegna l’infallibilità della Chiesa, è anche vero che la rimozione della beatificazione di un bambino torturato e crocefisso, al di là dell’origine dei colpevoli, inevitabilmente non avrebbe potuto che suscitare forse maggior scandalo e confusione in molti fedeli, se non addirittura un forte imbarazzo tra le parti.
Un imbarazzo che lo storico Ariel Toaff era riuscito a togliere, o persino a risolvere, attraverso le fonti storiche riportate nel suo libro, se glielo avessero lasciato pubblicare senza censure.
Ma noi fin da subito abbiamo potuto acquistare il testo integrale senza censure e abbiamo potuto leggerlo attentamente e, con l’aiuto anche di commentatori assai più quotati di noi, cercheremo di restituire ad Ariel Toaff l’onestà del suo lavoro e delle sue faticose ricerche, pregando sia ai cattolici quanto agli ebrei, di finirla con questo “muro contro muro”, e che almeno su certe questioni storiche e dopo il famoso “Mea culpa” di Giovanni Paolo II, anche gli altri si facessero il proprio esame di coscienza, assumendosi le proprie responsabilità, voltando davvero pagina.
La comunità che venne incolpata dell’omicidio ed espulsa da Trento era formata da famiglie di ebrei ashkenaziti. Questo riferimento è molto importante perché è su questa comunità e su altri fattori documentati da Ariel Toaff che il libro, lungi dal condannare la Chiesa di antisemitismo, prova senza tentennamenti come tutti i Pontefici abbiano sempre difeso gli Ebrei in quanto popolo dalle accuse dei cristiani su questi infanticidi. Non dimentichiamo che la censura del libro non è partita dalla Chiesa o da Roma, ma è partita dalla Comunità internazione Ebraica, e questo dimostra che il libro contiene davvero quelle prove che tutto sommato la Chiesa aveva già dimostrato di avere ma che oggi, portate da uno storico Ebreo e per di più figlio dell’ex Rabbino capo di Roma, ebbene, hanno un certo peso e valore, da qui parte la censura. Naturalmente giunge anche immediata una dichiarazione dei rabbini italiani:
“Non è mai esistita nella tradizione ebraica alcuna prescrizione né alcuna consuetudine che consenta di utilizzare sangue umano ritualmente. Questo uso è anzi considerato con orrore. E’ assolutamente improprio usare delle dichiarazioni estorte sotto tortura secoli fa per costruire tesi storiche tanto originali quanto aberranti. L’unico sangue versato in queste storie è quello di tanti innocenti ebrei massacrati per accuse ingiuste e infamanti”.
Il 7 febbraio 2007, il giorno prima dell’uscita del libro, così commentava il giornale Avvenire: “… la ricerca di Ariel Toaff riapre la questione. Egli naturalmente non ci fornisce le prove definitive di un fatto che davvero sarebbe per noi sconvolgente: la realtà di quell’assassinio rituale. Si limita, con limpida prudenza e con esemplare coraggio, a osservare che prove definitive che quella fosse una calunnia ci mancano e che, in mancanza di esse, ma dinanzi a una casistica storica quanto mai complessa, nessuno è autorizzato a scartare aprioristicamente la possibilità che le indagini condotte dalle autorità del tempo fossero corrette e che ci si trovi veramente dinanzi a uno spaventoso delitto…”
E del resto, che “l’unico sangue versato in queste storie” sia soltanto quello degli ebrei innocenti, appare davvero un commento privo di quell’onestà storica che, se accettata, porterebbe invece ad una corretta memoria contro ogni morte ingiusta, ma compresa anche quella di questi bambini innocenti. Ariel Toaff, con coraggio e prudenza, appunto, cerca di dimostrare proprio questo.
Nel capitolo III alle pag. 58-59 del libro originale non censurato, si legge non soltanto la presentazione del Vescovo di Trento, Giovanni Hinderbach, descritto come uomo inquieto, forte oppositore delle comunità ebraiche, spietato nei suoi sermoni e giudizi, sentenze e condanne, ma viene anche riportato ciò che accenna il commento sopra riportato  di Avvenire:
  • ” I verbali dei processi di Trento per l’uccisione di Simone, poi beatificato, avrebbero costituito in seguito il documento più importante e dettagliato mai scritto sull’accusa di omicidio rituale, un documento prezioso che ha conservato le voci degli ebrei imputati, sulle quali quelle degli accusatori e inquisitori non sempre sono riuscite a sovrapporsi o a confondersi. Da quei testi ha modo di rivelarsi ai nostri occhi un mondo, quello ebraico ashkenazita delle terre di lingua tedesca e dell’Italia settentrionale, in tutte le sue peculiarità sociologiche, storiche e religiose. Era questo un mondo ebraico chiuso in se stesso, impaurito e aggressivo verso l’esterno, spesso incapace di accettare le proprie dolorose esperienze e di superare le proprie contraddizioni ideologiche. Era questo un mondo che, muovendo dalla realtà negativa e spesso tragica in cui era vissuto, cercava un improbabile ancoraggio nei testi sacri che illuminasse di qualche luce una speranza di riscatto, ormai priva di credibilità.
  • Un mondo ebraico che scaricava in riti religiosi e miti antichi, ora rivissuti con nuova e diversa sensibilità e sempre tradotti in un alienante linguaggio confessionale duro e rigoroso, tensioni interne e frustrazioni irrisolte. Un mondo che, sopravvissuto ai massacri e alle conversioni forzate di uomini, donne e bambini, continuava a vivere traumaticamente quegli avvenimenti in uno sterile sforzo di capovolgerne i significati, riequilibrando e correggendo la storia. Era un mondo profondamente fiducioso che la redenzione non potesse essere lontana, perché in essa Dio doveva essere coinvolto suo malgrado e trascinato, anche con la forza, a mantenere le sue promesse.
  • Un mondo imbevuto di riti magici ed esorcismi, nel cui orizzonte mentale si confondevano spesso medicina popolare e alchimia, occultismo e negromanzia, trovandovi naturale collocazione, influenzando e talvolta capovolgendo i significati delle norme religiose originarie. Di questo orizzonte mentale magico erano partecipi non soltanto gli ebrei, accusati di stregoneria e di infanticidio, di cannibalismo rituale e di sortilegi maligni, ma anche i loro accusatori, ossessionati da presenze diaboliche e alla continua ricerca di virtuosi talismani e antidoti stupendi, capaci di corroborare e preservare il corpo e l’anima dalle insidie degli uomini e dei demoni…”
Sempre dal primo commento del Corriere della sera riportato, si legge: ” Sostiene Toaff che dal 1100 al 1500 circa, nell’ epoca compresa tra la prima crociata e l’ autunno del Medioevo, alcune crocifissioni di putti cristiani – o forse molte – avvennero davvero, salvo dare luogo alla rappresaglia contro intere comunità ebraiche, al massacro punitivo di uomini, donne, bambini. Né a Trento nel 1475, né altrove nell’Europa tardo medievale, gli ebrei furono vittime sempre e comunque innocenti. In una vasta area geografica di lingua tedesca compresa fra il Reno, il Danubio e l’Adige, una minoranza di ashkenaziti fondamentalisti compì veramente, e più volte, sacrifici umani….”
Facciamo ora un necessario passo indietro.
La Commissione Teologica Internazionale, nel dare la corretta interpretazione al Mea culpa pronunciato da Giovanni Paolo II a nome della Chiesa con il Documento Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, sull’ Osservatore Romano, 10 marzo 2000, riportava con la firma di Ratzinger:
” La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un rigoroso giudizio storico, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato”.
Che cosa è, dunque, precisamente avvenuto?
Proviamo a riepilogare velocemente alcuni fatti storici incontestabili:
Nei primi secoli di storia della Chiesa furono i cristiani a subire persecuzioni da parte degli ebrei. Nell’anno 34 d.C. viene lapidato il diacono Stefano, presente Paolo, che approva questa decisione (Atti da 6,8 a 8,3). Paolo ricorda di aver dato il suo “voto” nei processi per mettere a morte i “santi” cioè i cristiani (Atti 16,10).
Nell’anno 62 vengono lapidati, a Gerusalemme, Giacomo il Minore e altri cristiani per ordine del sommo sacerdote Ananos e del sinedrio. Quando i governatori romani sono presenti, la persecuzione giudaica contro i cristiani viene impedita ed esplode regolarmente in quelle occasioni in cui è assente l’autorità romana: in questi casi i sommi sacerdoti responsabili vengono destituiti dall’autorità di Roma. I romani sono decisi a non cedere più come al tempo di Cristo alle pressioni del Sinedrio, essi non accettano più di considerare i cristiani come eversori dell’autorità politica, infatti erano rispettosi dell’autorità di Cesare e pagavano le tasse. L’accusa, piuttosto, costruita dai grandi sacerdoti contro Gesù era estremamente abile perché utilizzando l’ambiguità insita nelle attese messianiche – attese messianiche note ai romani e di cui essi avevano timore – combinava l’accusa di violazione della legge giudaica (quella di essersi fatto Figlio di Dio) con l’accusa politica (di essersi fatto re). I governatori e i procuratori romani dichiarano esplicitamente che la controversia fra i cristiani e i giudei è una controversia strettamente religiosa, senza implicazioni politiche e dichiarano che non vogliono essere più strumentalizzati dalle autorità religiose ebraiche. Così, quando la provincia della Giudea ritorna autonoma con Agrippa I, la persecuzione legale dei cristiani ritorna possibile: è di questo periodo la condanna a morte di Giacomo Maggiore e l’arresto di Pietro.
Per questi frangenti storici, nessuno ha mai chiesto “perdono” alla Chiesa…
Ora,  con la dispersione degli ebrei nel mondo (la famosa Diaspora), quella avvenuta a causa della caduta di Gerusalemme nel 70 d.C. iniziano i difficili problemi di convivenza con le popolazioni locali dove essi si stabiliscono. Nell’Anno 100 d.C, giù di li, gli Ebrei nell’incontro di Jamnia eliminano dal contesto delle Scritture quella composizione più comunemente conosciuta come la LXX -Settanta- perchè trascritta in greco ed usata dai cristiani, e chiudono il loro Canone all’esclusivo uso delle Scritture in lingua ebraica. Da questo momento gli Ebrei rappresentano, in molti casi, una sorta di corpo estraneo, un vero e proprio stato di vita che spesso non si integra nel compatto tessuto sociale con gli altri e, volutamente, cercano di restare isolati e fuori dalla vita degli altri.
Per farla breve (ce ne scusiamo per via dello spazio e per non allargarci troppo), in questo contesto di voluto isolamento, filtra il mito pagano (non cattolico) antigiudaico dell’omicidio rituale diffuso nella città di Alessandria d’Egitto e riferito per la prima volta da Giuseppe Flavio nel testo Contra Apionem.
La struttura del mito dell’omicidio rituale è questa: in occasione della Pasqua ebraica viene ucciso un bambino per utilizzare il suo sangue a scopo rituale, o a scopi medicinali e magici. La prima accusa documentata di omicidio rituale, con le prime persecuzioni popolari, si ha a Fulda, in Germania, nel 1235. E’ da chiarire che questi rituali non sono comunque un insegnamento ufficiale della fede ebraica, e che nascono in piccole comunità e dopo la dismissione del sacerdozio ebraico avvenuto con la fine del Tempio di Gerusalemme, insomma, sarà una coincidenza, ma termina con la morte e risurrezione di Cristo il quale aveva appunto trasmesso il vero Sacerdozio alla Chiesa. E qui ci fermiamo per non uscire fuori dal tema.

Ma come reagirono i Pontefici? Intanto l’imperatore Federico II dichiara ufficialmente falsa l’accusa. Nel 1247, a Valreas, nuova accusa di omicidio rituale: gli ebrei si appellano al Papa Innocenzo IV che condanna la falsa accusa in termini precisi. Alle soglie del Trecento nuove accuse di omicidio rituale nei confronti del quartiere ebraico di Barcellona: anche qui viene riconosciuta l’innocenza degli ebrei.
Le Bolle papali si susseguono condannando la falsa credenza nell’omicidio rituale attribuito agli ebrei ma questo non impedisce, purtroppo, il diffondersi di questa – colpa collettiva – e non impedisce le conseguenti sollevazioni popolari le quali portano spesso alla espulsione degli ebrei per motivi di ordine pubblico. Papi come Innocenzo IV, Gregorio IX, Gregorio X, Martino V e Niccolò V, ed altri ancora, si opposero espressamente alla falsa credenza nell’omicidio rituale.
Tale particolare è riportato anche nel libro di Ariel Toaff che dunque, pur riconoscendo il dramma di alcune piccole comunità ebraiche incolpate di tali delitti e comunque sia non del tutto innocenti come spiega, appunto, il libro non per nulla censurato, Toaff riconosce che la Chiesa ha sempre “ufficialmente rifiutato” di dare credito e continuità a tali accuse e spesso, anche se il dubbio rimaneva, la Chiesa reagiva con la negazione per evitare persecuzioni di massa contro gli Ebrei.
Libro censurato allora, ma per quale motivo? Non sarà forse per continuare ad alimentare, l’accusa di antisemitismo della Chiesa?
Scrive Anna Foa che gli ebrei, da secoli, erano abituati a vedere nel papato un protettore contro arbitri e violenze e per questo si rivolgevano spesso al Papa per chiedere aiuto e protezione. Nel 1493 gli ebrei, espulsi dalla Spagna, venivano accolti a Roma dal Papa.
Certo, non era tutto rose e fiori, del resto così scrive Ariel Toaff nella Prefazione del libro: ” Nello stesso tempo dobbiamo tener presente che nelle comunità ebraiche di lingua tedesca il fenomeno, quando attecchirà, sarà in genere limitato a gruppi presso i quali tradizioni popolari, che nel tempo avevano aggirato o sostituito le norme rituali della halakhah ebraica, e consuetudini radicate, impregnate di elementi magici e alchemici, si sposavano in un micidiale cocktail con un fondamentalismo religioso violento e aggressivo. Non mi pare inoltre che possa sollevarsi dubbio alcuno sul fatto che, una volta diffuso, lo stereotipo dell’infanticidio rituale commesso dagli ebrei avrebbe continuato inevitabilmente a camminare da solo. Di ogni infanticidio, molto più spesso a torto che a ragione, sarebbero stati incolpati gli ebrei, soprattutto se era scoperto a primavera. In questo senso aveva ragione il cardinale Lorenzo Ganganelli, in seguito  papa Clemente XIV, nel suo celebre rapporto. Nelle sue motivazioni e nei suoi – distinguo -” (e qui Toaff nella Nota riporta la fonte: C. Roth, The Ritual Murder Libel and the Jews. The Report by Cardinal Lorenzo Ganganelli (Pope Clement XIV), London, 1935. Il rapporto Ganganelli è stato riedito di recente da M. Introvigne, Cattolici, antisemitismo e sangue. Il mito dell’omicidio rituale, Milano, 2004).
Alla fine del VI secolo gli ebrei di Marsiglia lamentarono che il Vescovo aveva tentato di convertirli con la forza: Papa Gregorio Magno, con una Lettera “Qui sincera” al vescovo Pascasio di Napoli, novembre dell’anno 602, riafferma la condanna della forza. Quando le sinagoghe palermitane e cagliaritane vengono trasformate in Chiese, Gregorio condanna la negazione della libertà religiosa e impone ai vescovi di risarcire gli ebrei della perdita subita.
Ma leggiamo un passo di questa Lettera, ne vale la pena per dimostrare l’infondatezza dell’accusa di una Chiesa antisemita:
  • ” (..) Alcuni giudei appunto, che abitano a Napoli, si sono lamentati presso di Noi, asserendo che qualcuno si sforza irrazionalmente di impedire loro la celebrazione di alcune loro feste, che ad essi (cioè) non sia permesso di celebrare le loro feste come finora a loro e in tempo lontano addietro ai loro antenati era lecito osservare e celebrare.
  • Se la verità sta in questo modo, evidentemente prestano opera per una causa totalmente inutile. Infatti che cosa porta di utilità impedire un’antica usanza, se ciò a loro non giova nulla per la fede e la conversione? O perché stabilire per i giudei regole come debbano celebrare le loro festività, se con ciò non possiamo guadagnarli (alla fede)? Si deve perciò piuttosto agire in modo che, provocati dalla ragione e dalla mansuetudine, vogliano seguirci, non fuggire, affinché, mostrando loro dai loro Scritti ciò che noi affermiamo, li possiamo con l’aiuto di Dio convertire (portandoli) nel grembo della madre chiesa.
  • Perciò la tua fraternità, per quanto con l’aiuto di Dio potrà, li sproni con moniti alla conversione e non permetta che vengano di nuovo disturbati per via delle loro festività, ma abbiano la libera concessione di osservare e di celebrare tutte le loro ricorrenze e feste, come finora hanno fatto”.
E ancora, Papa Alessandro II ritorna a difendere gli Ebrei con questa Lettera “Licet ex” al principe Landolfo di Benevento, anno 1065:
  • Quantunque noi non dubitiamo affatto che proceda dal fervore della pietà il tuo nobile proposito di condurre i giudei al culto della cristianità, tuttavia poiché sembra che tu lo faccia con disordinato fervore, abbiamo ritenuto necessario indirizzarti la nostra lettera a modo di ammonizione.
  • Si legge, infatti, che il Signore nostro Gesù Cristo non ha ridotto con la violenza nessuno al suo servizio, ma con l’umile esortazione, avendo lasciato a ciascuno la libertà del proprio arbitrio, non giudicando ma effondendo il proprio sangue, ha distolto dall’errore tutti coloro che ha predestinato alla vita eterna. …
  • Così pure il beato Gregorio in una sua lettera proibisce che questo stesso popolo sia condotto alla fede con la violenza”.
E andiamo avanti.
Nel 1554 la terribile accusa di omicidio rituale fa la sua apparizione anche a Roma, cuore della Cristianità, e proprio alla vigilia dell’avvento al soglio pontificio di Paolo IV, uomo molto severo, ricco di idee innovatrici e di buone riforme, tuttavia troppo rigoroso nella loro applicazione: i suoi provvedimenti politici, esageratamente autoritari, fecero tanto soffrire sia gli ebrei quanto il popolo romano. Questo il fatto. Viene scoperto nel camposanto di Roma, durante la settimana Santa, il cadavere crocifisso di un bambino. Il popolo aizzato da un ebreo convertito, Hananel da Foligno, accusa gli ebrei (accusa dunque non mossa dalla Chiesa, spesso erano gli ebrei convertiti a dare origine alle persecuzioni). La folla invoca il massacro o l’espulsione degli ebrei. Il cardinale Alessandro Farnese scopre i veri colpevoli, due spagnoli che avevano agito per denaro e in odio agli ebrei. Il nuovo Papa, Paolo IV, punisce con la morte i due colpevoli. L’ordine pubblico è salvo ma sarà, per gli ebrei, un rigoroso restare all’interno del ghetto, portando un segno distintivo, e per i romani un ordine di tipo addirittura di stampo calvinista, che giunge perfino a proibire ai cattolici ogni forma di divertimento lecito.
Quando Paolo IV muore, nel 1559, il popolo romano si solleva e ne impedisce i funerali. Il palazzo dell’inquisizione viene invaso e dato alle fiamme, le insegne abbattute e la statua di Paolo IV frantumata e gettata nel Tevere.
Tutta la città è in preda a forti subbugli. La salma stessa del pontefice deve essere sottratta al furore del popolo e viene nascosta nei sotterranei della basilica vaticana (Paolo IV, pp.640-642, Dizionario dei Papi, Oxford University Press John N.D. Kelly -1989).

E potremmo continuare, ma immaginiamo che il lettore intende giungere al sodo, capire qualcosa sul contenuto dei capitoli censurati, del perché furono censurati. Partiamo dalla tesi secondo la quale lo stesso Ariel Toaff  nel libro dimostra che le deposizioni degli ebrei interrogati durante questi processi, anche se con la tortura, sono da prendersi alla lettera, ossia, contengono molta realtà e molta verità. Il fatto che non abbia prodotto prove concrete (oggi per altro impossibile trovare), quelle prove che oggi si pretendono (è ragionevole) attraverso il Dna ed altri test tecnologici e scientifici assenti a quei tempi, ha portato la censura del libro poiché si fonderebbe esclusivamente su considerazioni e conclusioni di uno studioso storico, e pertanto suscettibili ad imperfezione e a interpretazione arbitraria, inoltre per molti, questo libro, alimenterebbe soltanto l’antisemitismo. A noi appare una scusa bella e buona! A quanto riportato fino a qui ci sembra piuttosto che la Chiesa stessa viene sollevata dalle interminabili accuse fino ad oggi sostenute da chi usa l’antisemitismo per attaccare la Chiesa e la Fede che professa.
Al celebre ebreo convertito, Nicholas Donin, responsabile del grande rogo del Talmud a Parigi nel 1242, Ariel Toaff, a pag. 121, ricostruisce la responsabilità delle accuse del rituale di sangue, e scrive: “… legato alle polemiche antiebraiche successive all’omicidio rituale di Fulda, gli avrebbe riferito che un sapiente ebreo, stimato da tutti per le sue doti profetiche, avrebbe aperto il suo animo in punto di morte per confermare che i tormenti patiti dagli ebrei, nel corpo e nell’anima, potevano trovare sicura guarigione soltanto grazie alla benefica assunzione di sangue cristiano. Liquido o in polvere, essiccato o in grumi, fresco o bollito, il sangue, liquido magico dal fascino ambiguo e misterioso, faceva sentire la propria presenza prepotente nelle storie dei sacrifici d’infanti, nelle cui pieghe si era celato, forse con minor successo di quanto si pensi, fino ad allora. (..) A vendere gli infanti agli ebrei perché potessero compiere i loro orrendi sacrifici erano in genere mendicanti, uomini e donne, che per ottenere qualche soldo non andavano tanto per il sottile, balie e nutrici senza scrupoli o genitori snaturati. Quando l’offerta sul mercato si rivelava insufficiente, gli ebrei erano costretti a darsi da fare direttamente per rapire i pargoli da crocifiggere, correndo in tal modo rischi non indifferenti. In genere, inchieste e processi si concludevano con la confessione e l’impietosa condanna di coloro che sempre e comunque erano considerati a priori i colpevoli. Spesso la giustizia era amministrata in modo molto sommario e allora massacri e roghi punivano l’intera comunità ebraica, come a Monaco nel 1285, quando quasi duecento ebrei erano bruciati vivi nella sinagoga, accusati da una vecchia pezzente di averla persuasa con il denaro a rapire un bambino per loro conto…”
E tale Nicholas Donin avrebbe così indirizzato al Papa un memoriale contro il Talmud per quelle parti in cui esso contiene insulti e bestemmie contro Cristo, e dove la Vergine Maria è descritta come una prostituta che attraverso un incontro occasionale con un soldato romano avrebbe concepito il tal Gesù detto poi il Cristo!
La censura è un po’ a causa di tutto il contenuto del libro e di come Ariel Toaff affronta, senza pregiudizi, la realtà delle varie cronache del tempo e della ripetitività delle accuse le quali, ovviamente, non possono essere solo il frutto della fantasia e l’odio dei cristiani verso gli ebrei, Toaff dimostra che alla base c’è un fondamento di verità, anche se, come abbiamo letto, le reazioni erano poi esagerate ed esasperate dalla continua sparizione di bambini e ritrovati appunto, torturati e spesso crocifissi, e questo non in un singolo anno, o in un periodo solo, ma nell’arco di almeno 1500 anni nei quali i fatti si ripetono un po’ ovunque, in diverse città e comunità, e Toaff spiega e porta le prove di come ciò non può essere l’accusa di visionari o di razzisti o di antisemiti.

Ma la storia dei rituali di “Pasque di sangue” non è l’unica motivazione della censura. Lo abbiamo appena accennato sopra, nel Talmud sono contenute gravi bestemmie contro Gesù e la Beata Vergine Maria, il chè è solitamente negato dagli Ebrei, ma dal momento che Ariel Toaff dimostra che c’è del vero anche in questo, la censura principale parte dal capitolo XIV dal titolo che è tutto da leggere: ” Fare le fiche” rituali e gesti osceni.
Intanto, cosa significa questo titolo? così lo descrive Toaff nel capitolo censurato:
  • ” Nella gestualità ingiuriosa e scurrile più in uso dal Medioevo fino alla prima età moderna troviamo il pestare ritmico dei piedi per creare un rumore assordante volto a cancellare la menzione, la memoria o la voce stessa dell’avversario, l’atto di mostrare la lingua e di fare le boccacce, quello di sputare in faccia, quello di scoprire il deretano e il gesto di – fare le fiche -. Quest’ultimo, considerato un gesto di spregio particolarmente insolente, si faceva mostrando le mani con il pollice stretto tra l’indice e il medio, alludendo simbolicamente all’organo genitale femminile nell’atto della copula…”
Era un gesto di derivazione greco-romana: mostrare la punta del pollice tra l’indice ed il medio nel pugno chiuso, anche questo un insulto di tipo sessuale, volgare e osceno, come quello usato oggi dal pugno chiuso e il medio sollevato…  ma in epoca romana e pagana aveva soprattutto un senso scaramantico e di buona fortuna, infatti a Pompei sono stati ritrovati molti amuleti che rappresentano il suddetto gesto.
Qui Toaff racconta la  storia ben documentata di Elena, che vale la pena di leggere: “…. la vedova di Raffaele Fritschke, analogo al cognome tedesco Fridman e reso in italiano con Freschi o de Frigiis. Il marito, medico e rabbino di fama, provenendo dall’Austria o dalla Boemia, era divenuto uno dei personaggi più influenti e stimati della comunità ebraica di rito tedesco di Padova tra la fine del Quattrocento e gli inizi del secolo successivo. (..) Qualche anno dopo si laureava brillantemente in medicina nello Studio di Padova il figlio di Raffaele ed Elena, Lazzaro Freschi, che diveniva amico e collega stimato di Andrea Vesalio. Questi era stato invitato a occupare la cattedra di chirurgia e anatomia in quell’università e aveva accettato l’incarico, mantenendolo dal 1537 al 1544.
Non più tardi del 1547 maestro Lazzaro Freschi si trasferiva insieme a sua madre nel ghetto vecchio di Venezia ed era ammesso tra i membri della locale comunità ashkenazita. Qualche anno dopo, prima della fine del 1549, avveniva una svolta drammatica e Lazzaro, il figlio del rabbino Raffaele Fritschke, per motivi che ignoriamo, si convertiva al cristianesimo. Per non lasciare le cose a metà, il medico padovano persuadeva anche sua madre Elena a recarsi al fonte battesimale e ad abbracciare la fede in Cristo.
Da quel momento Lazzaro, che aveva assunto il nuovo nome di Giovanni Battista Freschi Olivi, si trasformava in un aspro detrattore della sua precedente religione e in aperto accusatore del mondo ebraico da cui proveniva. Grazie alla sua opera zelante e indefessa il Talmud veniva posto all’indice e finalmente portato al rogo in piazza San Marco il 21 ottobre 1553 per decisione del Consiglio dei Dieci. (..) In una domenica di marzo di quell’anno donna Elena, mentre si trovava a messa nella chiesa di San Marcuola, quando il prete aveva preso a recitare il Credo, non aveva saputo trattenersi dal beffeggiarlo, esprimendo con male parole la sua oltraggiosa protesta. Gesù non era stato concepito dalla Vergine Maria per virtù dello Spirito Santo, ma era da considerarsi un bastardo figlio di puttana – disse queste over simel parole: “Ti menti per la gola, ti è bastardo nassiuto da una meretrice”.
I sentimenti anticristiani veicolati attraverso i testi del Toledot Yeshu e assimilati dalla vecchia ebrea padovana trovavano così sfogo irrefrenabile in chiesa in un riflesso automatico e forse indipendente dalla sua volontà. La personalità di base della povera Elena era ancora ebraica e ashkenazita, e tale probabilmente era destinata a rimanere anche in seguito…”
Ariel Toaff spiega la questione con queste parole: ” Lazzaro, il servo di Angelo da Verona, ricordava che, come introduzione al memoriale ingiurioso della passione di Cristo messo in atto sul corpo dell’infante Simone, lo zelante Samuele da Norimberga aveva inteso preparare e incitare i presenti con una predica dai toni irridenti che metteva alla berlina la fede cristiana. Nell’improvvisato sermone Gesù era presentato come nato da un adulterio, mentre Maria, donna notoriamente di facili costumi, sarebbe stata per di più fecondata durante il periodo mestruale contro ogni regola e buona usanza.
Se il tema della nascita adulterina di Gesù non risultava affatto nuovo, non era così per il motivo della Vergine messa incinta quando era mestruata. Infatti esso compariva soltanto in alcune versioni del Toledot Yeshu – i cosiddetti Controvangeli ebraici,  composte in area tedesca tra Quattrocento e Cinquecento. Il riferimento di Samuele al testo anticristiano, con l’accusa rivolta al Cristo di essere “un bastardo, concepito da una donna impura” (mamzer ben ha-niddah), era quindi cronologicamente assai precoce e senza dubbio caratteristico del clima insofferente di certa parte dell’ebraismo ashkenazita tardomedievale. Impensabile è che lo sprovveduto Lazzaro da Serravalle avesse dato libero sfogo alla sua fantasia, inventando le particolari tematiche anticristiane della predica di Samuele. Ancor meno plausibile è che i giudici e gli inquisitori di Trento fossero esperti conoscitori dei testi del Toledot Yeshu.”
Nella Nota associata a questo passo, è interessante leggere che Toaff riporta un appunto dell’attuale Rabbino di Roma: ” Vedi sull’argomento R. Di Segni, Due nuove fonti sulle Toledot Jeshu, in La Rassegna Mensile di Israel , LV (1989), pp. 131-132.
L’autore sottolinea che l’importanza della notizia desunta dal processo tridentino sta nel fatto che per il momento è la fonte più antica che considera esplicitamente Gesù come figlio di mestruata – e registra come – degna di nota l’origine tedesca del narratore, che potrebbe far presumere che anche la notizia abbia la stessa origine –. Risulta implicito che Riccardo Di Segni non consideri il racconto della predica anticristiana di Samuele da Norimberga come frutto delle pressioni suggestive dei giudici di Trento sugli imputati, ma lo metta in rapporto con i motivi della polemica anticristiana dell’ebraismo ashkenazita contemporaneo dalle peculiari caratteristiche socioculturali..”
Ma c’è un altro punto che riteniamo causa di tal censura, sempre nel medesimo capitolo, leggiamo: ” Un altro motivo oltraggioso nei confronti della religione cristiana e molto diffuso tra gli ebrei di origine tedesca era basato sul detto talmudico secondo cui Gesù sarebbe stato punito nel mondo a venire e condannato a essere immerso – nella merda bollente -. Ai banchieri ebrei del Ducato milanese accusati nel 1488 di vilipendio alla fede in Cristo veniva chiesto se nei loro testi Gesù fosse condannato alle pene dell’inferno e collocato in un vaso pieno di sterco. Salomone Galli da Brescello, ebreo di Vigevano, non aveva difficoltà ad ammettere di aver letto quella graveolente profezia in un quadernetto che aveva avuto per le mani a Roma, durante il pontificato di Sisto IV. Lo seguivano Salomone, ebreo di Como, e Isacco da Parma, abitante a Castelnuovo Scrivia, confermando la loro conoscenza dei testi ebraici dove Gesù era destinato nel mondo futuro a essere immerso in un bagno di feci fumanti («Iesu Nazareno […] ale iudicato in sterco, in merda buliente»).
È da notare a questo proposito che le fonti ebraiche ci riferiscono un episodio significativo e rivelatore, legato al sanguinoso eccidio della comunità ebraica di Magonza nel 1096. In quell’occasione David, figlio di Netanel, il responsabile dei servizi sinagogali (gabbay), si sarebbe rivolto ai crociati in procinto di trucidarlo crudelmente augurando loro la stessa fine di Gesù -che era stato punito con l’immersione nella merda a bollore -. Nella polemica anticristiana gli ebrei ashkenaziti non andavano tanto per il sottile e i tragici eventi di cui erano vittime da parte dei loro persecutori servivano loro da giustificazione per un odio senza compromessi, ingiurioso nelle parole e violento nei fatti, almeno quando ciò era possibile…”
Ariel Toaff spiega poi che anche da parte cristiana, da parte di “zelanti” predicatori, c’era il compiacimento a restituire l’immagine contro ebrei pii, scrupolosi osservanti della Legge, immersi fino al collo in bagno di sterco, quale giusta punizione per la loro “proterva cecità”. Insomma, il clima era un dare e avere senza risparmiarsi in complimenti che oggi, assai ragionevolmente, ci appaiono assurdi, incomprensibili, odi e rancori davvero ingiustificati, tuttavia va detto, come abbiamo dimostrato sopra, che il Magistero ufficiale della Chiesa, le Bolle Pontificie, le Lettere, tutto il loro insegnamento era ben lontano dal vendicarsi da tali offese, e che mai i Pontefici hanno usato questi atteggiamenti e queste bestemmie per condannare in totos gli ambienti ebraici o per perseguitarli, certo è che non si poteva pretendere il dialogo e l’amicizia in un clima del genere, e ci appare assai più comprensibile il motivo di tale censura dal mondo ebraico, anche se inaccettabile dal momento che oggi si pretende, a ragione, di difendere una giusta Memoria e si pretende di dire la verità…

In questo mare di avversità e dolori, non bisogna dimenticare i grandi santi spagnoli di quel periodo che sono di origine ebraica: Teresa d’Avila, Giovanni d’Avila, Giovanni di Dio, Ignazio di Loyola, Juan de la Cruz, così come non dobbiamo dimenticare la bellissima storia del Rabbino capo di Roma ai tempi di san Pio V.
  • Papa san Pio V (quello della Battaglia di Lepanto e della Madonna del Rosario), quando era ancora un semplice frate domenicano, aveva legato amicizia con un Ebreo onesto e molto facoltoso dal nome di Elia Circasso, il quale divenne Rabbino della Sinagoga di Roma. I due erano diventati amici e si rispettavano, pur vivendo ognuno la propria fede. Elia in un contesto del tutto sereno, decise di ricevere il Battesimo, ma esprimeva il desiderio di restare nella Sinagoga, e lo voleva proprio attraverso il frate che prima di diventare Papa con il nome di Pio V si chiamava Michele Ghilsieri.
  • Tuttavia Elia si prestava titubante nei confronti della sua comunità dell’Urbe alla quale non voleva creare problemi, e diplomaticamente promise che: “Ebbene, quando ti faranno Papa, mi battezzerai tu in privato, così senza dover chiedere il permesso a nessuno!” pensando che un frate così semplice ed umile quale era, mai sarebbe diventato Papa…. Ma la Provvidenza, i cui Disegni non sempre ci appaiono chiari, provvide diversamente e l’umile frate divenne Papa Pio V, e dalla scherzosa battuta, Elia si sentì invece indubbiamente legato. Il vecchio Elia andò a rendergli omaggio dopo la sua elezione ed in nome della vecchia amicizia che li teneva legati. Papa Pio V lo tirò in disparte e gli disse: “Sai ho pensato di darti il mio nome, Michele, che essendo poi lo stesso nome dell’Arcangelo protettore del tuo popolo, ci terrà ancora uniti in amicizia, ti va? “
  • Elia fu pieno di commozione ed accettò. E il Battesimo avvenne in San Pietro per mano dello stesso Pio V. Elia portò anche i suoi figli i quali furono battezzati e, su richiesta dello stesso Elia, papa Pio V gli fece dono del suo cognome, Ghilsieri. ” (Quinto Centenario della nascita di s.Pio V Antonio (Fr.Michele) Ghilsieri, domenicano in Bosco Marengo (Al) 1504-2004 ” A cominciare dalle storielle poco conosciute” – Bollettino Dominicus -marzo-aprile 2004 Redazione: Fr.G.Barzaghi O.P.)
Siamo così giunti alla fine di queste breve ma dense riflessioni e non ci resta altro da fare che approfondire il contenuto dell’ultimo capitolo del libro, anch’esso censurato. Perché?
Ricordando ai nostri lettori che fino ad oggi non esiste un comunicato ufficiale che spieghi questa censura, riteniamo lecito avanzare alcune ipotesi come quelle esposte fino a qui, ed anche alla luce di quest’ultimo capitolo, il quindicesimo, poiché trattando della sorte finale degli ebrei incolpati dell’omicidio di Simone di Trento, di fatto scagiona il Papa e la Chiesa stessa da quelle condanne, raccontando minuziosamente i fatti.
Il capitolo inizia con questo quadro: ” Israel da Brandeburgo, il giovane pittore e miniaturista sassone capitato a Trento in occasione della fatidica Pasqua del 1475, nel corso di uno dei suoi frequenti viaggi nelle città del Triveneto alla ricerca di clienti, ebrei e cristiani, era stato il primo a optare per una rapida conversione al cristianesimo. Quando erano iniziati gli interrogatori dei principali indiziati dell’infanticidio di Simone, alla fine di aprile del 1475, aveva già affrontato con successo le acque del battesimo. Wolfgang era il nuovo nome che Hinderbach aveva scelto per lui, il nome di un santo cui il principe vescovo di Trento mostrava di essere particolarmente affezionato. Come avrebbe avuto modo di confessare più tardi, aveva deciso di abiurare la fede dei suoi padri nella speranza di poter salvare la pelle. E i fatti gli davano ragione. O per lo meno, gli davano ragione in un primo tempo”.
Ciò che qui è descritto è molto importante perché Ariel Toaff arriverà a dimostrare che la finta conversione di Israel da Brandeburgo, come di altri ebrei, attraverso la quale cercarono di imbrogliare il vescovo di Trento Hinderbach, falsificando il processo, cercando di liberare i detenuti e studiando persino di uccidere il vescovo, non fece altro che peggiorare la situazione, indispettire il vescovo, e mettere sotto falsa luce gli imputati. Se Israel da Brandeburgo si batteva per cercare di liberare o far fuggire le donne tenute prigioniere con i bambini e per evitare loro la pena di morte, Toaff dimostra che non era certo quello il modo per vincere.
Infatti le cose andarono diversamente, così leggiamo nelle pagine censurate:
  •  “… da Roma si era mosso alla volta di Trento il domenicano Battista de’ Giudici, vescovo di Ventimiglia, il commissario delegato dal pontefice a far luce sull’infanticidio di Simone e a rivedere le bucce al vescovo principe, sospettato di avere pilotato sapientemente i processi verso le conclusioni che avevano avuto. Salomone da Piove aveva caldeggiato insistentemente presso Sisto IV l’invio di questo commissario per salvare gli inquisiti ancora in galera e arginare quello scandalo indesiderato che minacciava di travolgere le altre comunità ebraiche tedesche dell’Italia settentrionale, mettendo in pericolo delicati interessi e posizioni faticosamente conquistate e dissestando irrimediabilmente il retroterra politico che li aveva resi possibili. Nell’agosto del 1475, sulla strada per Trento, il commissario de’ Giudici attraversava il Veneto con un piccolo seguito di funzionari e collaboratori. Pare che fosse accompagnato anche da tre ebrei, unitisi a lui dalle parti di Padova….”
Il domenicano aveva persino declinato l’invito del vescovo di Trento di alloggiare da lui, proprio per non farsi coinvolgere da eventuali strumentalizzazioni e pregiudizi, e al tempo stesso per avere meglio il controllo della situazione e su chi frequentava gli alloggi del vescovo.
Per farla breve, e dopo quattro pagine di drammatiche trattative, Ariel Toaff giunge alla conclusione della ricostruzione dei fatti. Israel di Brandeburgo, dopo aver inutilmente tentato di avvelenare il vescovo, prova ogni altra manovra per liberare le donne e i bambini, le intenzioni sono certe buone, ma non producono frutti, anzi, la situazione precipita, viene denunciato dal suo servo, arrestato e poi condannato a morte. Nel frattempo il domenicano Battista dè Giudici, delegato del Papa, si sposta a Rovereto (che allora dipendeva da Venezia) per non restare incastrato nella giurisdizione del vescovo di Trento e poter lavorare meglio per liberare, in modo più autorevole, e quale desiderio del Papa, le donne e i bambini tenuti prigionieri del caso del piccolo martire Simone.
In un susseguirsi di vicende drammatiche e con una corsa contro il tempo, così descrive l’episodio Toaff: ” Era ora lo stesso commissario apostolico a convocare Israel Wolfgang nella sua stanza d’albergo, alle ore piccole della notte e nella massima segretezza. All’incontro erano presenti tutti i collaboratori del de’ Giudici; Raffaele, il segretario incaricato di redigere i verbali, il notaio guercio, che sapeva il tedesco e traduceva, e il prete gobbo in divisa nera. Invitato sotto giuramento a presentare la sua versione dei fatti, il giovane ebreo fatto cristiano raccontava delle tremende torture cui erano stati sottoposti gli imputati ai processi, tutti innocenti, per estorcere loro le confessioni. Hinderbach e i suoi aguzzini si erano resi responsabili di una colossale ingiustizia e di un’ignobile macchinazione, messa in piedi a scopi di lucro. Gli ebrei di Trento erano vittime di uno spietato teorema, teso a dimostrare a ogni costo la loro colpevolezza. Più tardi Israel Wolfgang avrebbe ammesso di avere mentito al commissario (sulle torture a donne e bambini, nota nostra) nel tentativo di essere di qualche aiuto alle povere donne ancora segregate. Interrompendo il resoconto addomesticato del pittore, il guercio gli chiedeva se si potesse far qualcosa per far evadere le donne dal loro domicilio coatto. La risposta era negativa…” e non c’era più tempo!
Anche Battista de’ Giudici era ormai sfiduciato. Gli fu impossibile incontrare le donne e gli altri imputati per il rifiuto di Hinderbach, il clima in cui si trovava a lavorare, era davvero ostile e intimidatorio, e non gli consentiva infatti di portare avanti la sua inchiesta come avrebbe voluto.
“Il fallimento della missione di Salomone Fürstungar presso Sigismondo, del quale era stato tempestivamente informato, preludeva all’imminente ripresa dei processi e gli lasciava dei margini di tempo assai limitati per operare, portando i fascicoli a Roma con qualche speranza che la revisione fosse approvata e gli imputati liberati prima che subissero la prevista condanna….”
Il vescovo Hinderbach intanto tenta di screditare l’autorità del domenicano dè Giudici accusandolo di essere amico degli ebrei, ed accusando Roma di avere nel suo seno troppi Prelati “che se la intendono con gli ebrei”, e quindi di ostacolare il processo intervenendo a sproposito nella sua giurisdizione. In verità “Roma”, che non dubitava della beatificazione del piccolo martire Simone, davvero torturato e ucciso, non voleva al tempo stesso che altro sangue innocente, come quello dei bambini e delle madri ebree, andasse ad aggiungersi al sacrificio di Simone.
” De’ Giudici, che intendeva recarsi al più presto a Roma per conferire con il pontefice, inducendolo a fermare i processi, avrebbe avvertito per tempo il neofita sassone perché raggiungesse Rovereto. Infatti il commissario voleva portarlo con se da Sisto IV, considerando di fondamentale importanza la sua testimonianza…(..)
Appena giunto a Rovereto, il commissario apostolico invitava il vescovo di Trento a liberare senza indugi i prigionieri, e in particolare le donne e i bambini, e gli vietava di sottoporli a torture. Contemporaneamente gli ebrei presentavano a Battista de’ Giudici un’istanza di invalidità dei processi firmata da Jacob da Riva e Jacob da Brescia. Questi era pronto ad accoglierla, intimando a Hinderbach di rispondere a tredici capi di accusa, tra cui quello di avere intentato i processi per appropriarsi dei beni dei condannati, il cui valore era stimato in ventimila fiorini.
Gli sforzi tesi a creare difficoltà alla macchina inquisitoria messa in piedi a Trento avevano un primo successo il 12 ottobre 1475, quando lo stesso Sisto IV, su richiesta degli ebrei raccolti a Rovereto, invitava Hinderbach a mettere in libertà donne e bambini incarcerati, che versavano in condizioni di salute precarie e dei quali si diceva fossero innocenti. Il de’ Giudici da parte sua invitava Giovanni da Fondo, il notaio dei processi di Trento, a presentarsi davanti a lui per deporre come testimone. Il rifiuto del notaio era netto e immediato. Giovanni infatti sosteneva di temere per la propria vita, dato che a suo dire a Rovereto gli ebrei non avrebbero esitato a fargli la festa….(..) Hinderbach aveva finalmente ceduto, fors’anche per bilanciare le prevedibili critiche alla sua decisione di riaprire i processi, e aveva acconsentito di rilasciare i figli delle donne detenute….”
Ma non fu abbastanza per il commissario pontificio dè Giudici il quale, impotente e deluso per non essere riuscito a salvare tutte le donne (alcune si salvarono), ripartiva per Roma.
Così conclude il libro Toaff: ” Un inviato del commissario apostolico si presentava il 2 novembre al Buonconsiglio e prendeva in consegna i bambini, che avrebbe successivamente condotto a Rovereto per affidarli agli ebrei (per non lasciarli nelle mani di Hinderbach).”
Perché tutto ciò fu volutamente censurato, ci rimane incomprensibile se non per il fatto che tutto il libro, pur senza nascondere le responsabilità delle singole persone aventi un ruolo nella Chiesa, di fatto agivano contrariamente alle disposizioni dei vari Pontefici, disposizioni tutte atte a difendere le comunità ebraiche, a portare giustizia e soprattutto ad evitare atti vendicativi e condanne sommarie.
Resta palese che molti bambini cristiani, venduti certamente anche dai propri genitori e parenti senza scrupoli, o per profonda ignoranza, vennero trovati uccisi dopo aver subito violenze e spesso la crocifissione e di chi fu la colpa, non lo sapremmo mai con certezza, mai con prova scientifica, ma Ariel Toaff ha avuto davvero il coraggio e il merito di aver riaperto il caso e non per vendetta, non per riaccendere le ventate idiote dell’antisemitismo, quanto piuttosto per dimostrare ancora una volta che solo con la verità, solo con il proprio esame di coscienza, solo assumendosi le proprie responsabilità, solo perdonando si può davvero voltare pagina, cambiare la storia, venerare i Defunti, implorare per il loro perdono, purificare la propria Memoria.
La censura di questo libro ci appare, così, davvero incomprensibile ed inaccettabile. Non ci resta che ringraziare Ariel Toaff e richiamare ognuno di noi, Cristiani ed Ebrei, ad una umile accoglienza della storia nei suoi fatti, sia nel bene quanto nel male, e riconoscere in essi la nostra fragilità, i nostri limiti e il nostro comune bisogno di essere accolti fra le braccia del Dio misericordioso, del Dio offeso, del Dio Crocefisso per Amor nostro, quel Dio che per noi ha rivelato il Suo Volto in Gesù Cristo, sempre benedetto, nato dalla Beatissima sempre Vergine Maria, la Tuttapura, e che ha accolto nel suo seno, nonostante le bestemmie e nonostante la crudeltà di certi vescovi, tutte le Anime di queste storie tragiche ed infinite e che solo ricorrendo a Lui, ed alla Sua infallibile giustizia, possiamo mettere a tacere per avanzare nella storia in quel rispetto che tutti noi cerchiamo e predichiamo, guardando al futuro con autentica speranza.
Laudetur Jesus Christus
Articolo di: https://cooperatores-veritatis.org/  che può essere riprodotto riportandolo integralmente senza spezzarlo e, per cortesia, il riferimento alla fonte. Grazie.

                                                                                                                                              

venerdì 11 ottobre 2019

Pierre Drieu La Rochelle

Pierre Drieu La Rochelle

“L’uomo esiste solo nella lotta, l’uomo vive solo se rischia la morte.”
Pierre Drieu La Rochelle

Nato da una famiglia normanna, piccolo borghese e nazionalista residente nel XVII arrondissement di Parigi e straziata dai problemi coniugali ed economici, Drieu La Rochelle studia alla Scuola Libera di Scienze Politiche (École Libre des Sciences Politiques). È bocciato all’esame finale e, sentendosi preclusa la carriera diplomatica che sognava di intraprendere, pensa per la prima volta al suicidio, tentazione costante durante la sua vita. Nel 1914 parte per il fronte. Esce traumatizzato dalla esperienza della Prima guerra mondiale e ne trae ispirazione per scrivere la raccolta di novelle La comédie de Charleroi che sarà pubblicata nel 1934.
Nel 1917 sposa Colette Jéramec, sorella di André Jéramec, suo migliore amico, dalla quale divorzia nel 1921. Sempre nel 1917 La Nouvelle Revue française pubblica Interrogation, il suo primo libro.
Vicino ai surrealisti ed ai comunisti negli anni 1920, si interessa anche all’Action Française, senza aderire a nessuno di questi movimenti e stringe amicizia con Louis Aragon.
Si fa conoscere, nel 1922, con un saggio Mesure de la France, e pubblica diversi romanzi.
Nel saggio Genève ou Moscou (Ginevra o Mosca), nel 1928, prende posizioni pro-europeiste, che lo portano ad avvicinarsi successivamente ad alcuni ambienti padronali, in particolar modo all’organizzazione Redressement français diretta da Mercier, poi a certe correnti del Partito radicale, alla fine degli anni 1920 e all’inizio degli anni 1930.
Nelle settimane che seguono le manifestazioni anti-parlamentari fasciste del 6 febbraio 1934, collabora alla rivista La Lutte des Jeunes (La Lotta dei Giovani) e si dichiara fascista, vedendo qui una soluzione alla sue proprie contraddizioni e un rimedio a ciò che considera la decadenza materialista delle società moderne. In ottobre pubblica il saggio Socialisme fasciste (Socialismo Fascista e si colloca nel solco del primo socialismo francese, quello di Saint-Simon, Proudhon e Charles Fourier. Questa scelta intellettuale lo conduce ad aderire nel 1936 al Partito Popolare Francese, fondato da Jacques Doriot e a diventare, fino alla sua rottura con il PPF all’inizio del 1939, editorialista della pubblicazione del movimento L’Émancipation Nationale (L’Emancipazione Nazionale). Contemporaneamente redige il suo romanzo più noto, Gilles.
Durante l’occupazione diventa direttore de La Nouvelle Revue française (NRF) e si schiera a favore di una politica di collaborazione con la Germania, che egli spera si metta alla testa di una sorta di “Internazionale fascista”.
A partire dal 1943, disilluso, rivolge le sue preoccupazioni alla storia delle religioni orientali.
Alla liberazione di Parigi nel 1944, rifiutando l’esilio è costretto a nascondersi. Sarà aiutato da alcuni amici, tra cui André Malraux e l’ex moglie Colette Jéramec.
Dopo i due tentativi falliti dell’11 e 12 agosto 1944, il 15 marzo 1945 stacca il tubo del gas e ingerisce una forte dose di fenobarbital.
È considerato uno dei più importanti interpreti, in ambito letterario, di quel cosiddetto “socialismo fascista”, caro a molti intellettuali “di destra” e ben descritto nel saggio Fascismo immenso e rosso dello scomparso giornalista Giano Accame.
http://drieularochelle.blogspot.it/