Il Corporativismo fascista
La risposta rivoluzionaria al conflitto capitale-lavoro
Secondo la vulgata antifascista,
il Corporativismo fascista era semplicemente una dottrina creata per
limitare le libertà individuali in favore dell'entità collettiva,
cioè lo Stato fascista.
In realtà il Corporativismo era
già esistito secoli prima ed era una dottrina o prassi nata dalle
Corporazioni medioevali, che controllavano la vita cittadina
nell'Italia medioevale e che organizzavano il mondo del lavoro non in
base a classi sociali gerarchiche, bensì segmentandolo in base alle
varie categorie produttive.
Con la fine dell'Ottocento
iniziarono ad affermarsi anche in Italia diverse dottrine economiche
finalizzate a superare la conflittualità tra lavoro e capitale,
attraverso l'azione dello Stato.
Da quella conflittualità, negli
anni successivi alla Prima Guerra mondiale, nacquero in Italia forti
tendenze anti-stataliste e anti-socialiste che diedero vita ad un
intenso dibattito su come cambiare radicalmente il pensiero economico
tradizionale, in linea anche con le riflessioni economiche che si
stavano affermando in altri Paesi europei.
Il Corporativismo tornò quindi
di attualità, ma con diverse anime, quella dei Corporativisti
liberali che aspiravano a guidare il sistema capitalista verso
quell'efficienza che non era più in grado di realizzare
spontaneamente, quella dei Corporativisti cattolici che vi vedevano
l'affermarsi della tradizione del pensiero sociale cattolico che si
opponeva al socialismo marxista e all'ineluttabilità della lotta di
classe e, infine, quella dei Corporativisti fascisti vicini al Regime
che vedevano nel Corporativismo un mezzo a servizio della potenza
dello Stato.
Tutte queste anime avevano in
comune l'aspirazione al superamento del conflitto capitale-lavoro,
che il vorticoso sviluppo dell'economia e la rivoluzione industriale
stavano esasperando, superamento da attuare attraverso il
coordinamento dello Stato e l'istituzione delle Corporazioni che
dovevano comprendere sia i lavoratori che gli imprenditori, in
antitesi allo Stato monarchico-liberale che lasciava mano libera al
prepotere delle concentrazioni economiche e allo spirito individuale
di affari e di lucro.
Scriveva Mussolini “il
Fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico
nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde
in una sola realtà economica e morale e, analogamente, è contro il
sindacalismo classista”. Ma, nell'orbita dello Stato
ordinatore, le reali esigenze da cui trassero origine il movimento
socialista e il sindacalista, il Fascismo le vuole riconosciute e le
fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati
nell'unità dello Stato”.
La grande depressione economica
e finanziaria del 1929, iniziata negli Stati Uniti e dilagata nel
mondo intero, confermava drammaticamente che il sistema capitalistico
e l'economia classica erano oramai in crisi e non erano più in grado
di dare risposte alle necessità collettive.
In Italia, il 22 aprile 1930,
veniva insediato ufficialmente il “Consiglio nazionale delle
Corporazioni”, presieduto da Mussolini Capo del governo e,
in sua vece, dal Ministro delle Corporazioni, Consiglio del quale
facevano parte Ministri, Sottosegretari, Gerarchi, Presidenti delle
Organizzazioni sindacali e imprenditoriali fasciste, Direttori dei
principali Ministeri economici e sociali, Esperti in organizzazione
sindacale, in diritto ed economia corporativa ed Esperti delle varie
discipline della produzione e del commercio.
La lunga fase attuativa si
concludeva con l'approvazione della “Legge sulla costituzione
e funzionamento delle Corporazioni” del 5
febbraio 1934, legge che, sviluppando anche i principi della
“Carta del Lavoro” approvata il 21 aprile 1927,
sanciva il dovere sociale del lavoro, la subordinazione
dell'interesse individuale alla Nazione, l'unitarietà del Sindacato,
la Magistratura del lavoro e istituiva 22 Corporazioni
ciascuna rappresentante una specifica categoria produttiva
industriale, agricola o di servizi e dava attuazione alle norme e
istituti delle Corporazioni che diventavano Organi dello Stato,
nel cui ambito e nella cui autorità i ceti produttori si
auto-disciplinavano per coordinare e regolare ogni specie di rapporto
economico.
Il 27 dicembre 1934, con
Regio Decreto, veniva costituito in seno al “Consiglio nazionale
delle Corporazioni” il “Comitato corporativo centrale”,
organo consultivo per le questioni di produzione nazionale
riguardanti il lavoro, l'inquadramento sindacale e il riconoscimento
delle associazioni economiche.
Il 5 gennaio 1939
un'apposita legge istituiva la “Camera dei fasci e delle
corporazioni” che andava a sostituire la Camera dei
Deputati e completava così il percorso della costruzione dello Stato
Corporativo.
La “Camera dei fasci e
delle corporazioni” veniva sciolta il 2 agosto 1943
subito dopo la caduta del Regime fascista.