sabato 17 gennaio 2026

MUSSOLINI -- IL DISCORSO DEL LIRICO

 

MUSSOLINI -- IL DISCORSO DEL LIRICO

Camerati, cari camerati milanesi, rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso. A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito ? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento ? Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica e meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativo. E’ stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene. Dunque chi ha tradito ? La resa a discrezione annunciata l’8 settembre è stata voluta dalla Monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali congiunte per l’occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino dal Maggio, e precisamente il 15 Maggio, l’ex re nota in un suo diario – venuto recentemente in nostro possesso - che bisogna ormai “sganciarsi” dall’alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l’ombra di un dubbio, l’ex re; esecutore Badoglio. Ma per arrivare all’8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime. La giustificazione della resa, e cioè l’impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo; il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora cominciò una collaborazione – sia pure di retrovie e di lavoro – fra l’Italia badogliana e gli “alleati”; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche. Non pace, dunque, ma – attraverso la cosiddetta cobelligeranza – prosecuzione della guerra. Non pace, ma il territorio della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine. Non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone. Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano. Si può affermare che nei confronti dell’alleato germanico il popolo italiano non ha tradito. Salvo casi sporadici, i reparti dell’Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all’ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito dislocati fuori dal territorio metropolitano e della Aviazione si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche – e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia – meno un battaglione in Corsica – passarono sino all’ultimo uomo coi tedeschi. Il piano cosiddetto P 44 – del quale si parlerà nell’imminente processo dei generali e che prevedeva l’immediato rovesciamento del fronte come il Re e Badoglio avevano preordinato – non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti, e ciò è provato dal processo che nell’Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera. Tuttavia, se tali comandanti evitarono il peggio, cioè l’estrema infamia che sarebbe consistita nell’attaccare a tergo gli alleati di tre anni, la loro condotta dal punto di vista nazionale è stata nefasta: essi dovevano, ascoltando la voce della coscienza e dell’onore, schierarsi armi e bagaglio dalla parte dell’alleato. Avrebbero mantenuto le nostre posizioni territoriali e politiche; la nostra bandiera non sarebbe stata ammainata in terre dove tanto sangue italiano era stato sparso; le Armate avrebbero conservato la loro organica costituzione; si sarebbe evitato l’internamento coatto di centinaia di migliaia di soldati e le loro grandi sofferenze di natura soprattutto morale; non si sarebbe imposto all’alleato un sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti militari con conseguenze che influenzavano tutta la condotta strategica della guerra. Queste sono responsabilità specifiche nei confronti, soprattutto, del popolo italiano. Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell’estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch’essi ignominiosamente capitolato e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le Unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata. Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine. Il popolo italiano è, quindi, quello che – nel confronto - ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta. Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato – per incoscienza o stanchezza – la resa, un’altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania. Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l’apporto dato dall’Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi – malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica – è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede. Non posso, per evidenti ragioni, scendere a dettagliare le cifre nelle quali si compendia l’apporto complessivo – dal settore economico a quello militare – dato dall’Italia. La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben 786 mila uomini. Tale dato è incontrovertibile perché di fonte germanica. Bisogna aggiungervi gli ex internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich ove andarono negli anni scorsi dall’Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi. Davanti a questa documentazione gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto – finalmente – di alzare la fronte e di esigere che il loro sforzo sia equamente e cameratescamente valutato da tutti i componenti del tripartito. Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l’Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue. Non basta. Nel 1945 la partecipazione dell’Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani. Nel periodo tumultuoso di transizione dell’autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero col loro passato e il loro fascino di animatori raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale, arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità. Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l’unità. Verso l’unità si cammina. Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola polizia, l’uno e l’altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambe intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l’attuale che ha assunto un carattere di guerra “politica” la apoliticità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata. Un conto è la “politica”, cioè la adesione convinta e fanatica alla idea per cui si scende in campo, e un conto è l’attività politica, che il soldato, ligio al suo dovere e alla consegna, non ha nemmeno il tempo di esplicare poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l’esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra. Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi ammalati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola “Fascismo”, per mettere esclusivamente l’accento sulla parola “Repubblica”. Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile. Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d’ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo politico all’azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale. Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie. E’ documentato nella storia che il fascismo fu sino al 1922 tendenzialmente repubblicano e sono stati illustrati i motivi per cui l’insurrezione del 1922 risparmiò la Monarchia. Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione degli anni splendidi che vanno dalla Carta del Lavoro alla conquista dell’Impero. La natura non fa salti, nemmeno l’economia. Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo ulteriore della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei Ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che “la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna”. In quella stessa seduta io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell’antifascismo. Nel mese di ottobre fu da me elaborato e riveduto quello che nella storia politica italiana è il “Manifesto di Verona” che fissava in alcuni punti abbastanza determinati il programma non tanto del partito quanto della Repubblica. Ciò accadeva esattamente il 14 novembre, due mesi dopo la costituzione del Partito Fascista Repubblicano. Il P.F.R., dopo un saluto ai Caduti per la Causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle Potenze del tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici. Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto. Il “Manifesto” cominciava con l’esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che – come si disse – “la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione. Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato fin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare la Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c’erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorchè uno Stato. Fu detto nel “Manifesto” che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di polizia nostri e alleati e nella azione dei “fuori legge” che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano di guerra civile a base di rappresaglie e di contro-rappresaglie. Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell’antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni. Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale. Mazzini – l’inflessibile apostolo dell’idea repubblicana – mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini; ma non uccideerli extra-legge, o prelevare – come si direbbe oggi – le argenterie dalle loro case.Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del partito, merita doppia condanna. Nessuna severità è in tal caso eccessiva, se si vuole che il partito – come si legge nel “Manifesto di Verona” – sia veramente “ un ordine di combattenti e di credenti, organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria”. Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua tragica fine dovuta a mano nemica. Poiché attraverso la costituzione della “Brigate Nere” il partito sta diventando un “ordine di combattenti”, il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai Capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale. In sede storica – nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione – vi sono molte Repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei Sovieti, ma ne ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico, la Repubblica turca, che poggia su un solo partito: quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile: quella del “focolari del popolo”. A una dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati – accanto al partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello stato – la presenza di altri gruppi, che, come dice all’articolo 3 il “Manifesto di Verona”, esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che – partendo dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio “Italia, Repubblica, Socializzazione” – abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato. L’Assemblea di Verona fissava al n. 8 i suoi postulayi di politica estera. Veniva solennemente dichiarato che il fine essenziale della politica estera della Repubblica è “l’unità, l’indipendenza, l’ntegrità territoriale della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia”. Quanto all’unità territoriale io mi rifiuto – conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani – di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall’Italia di Bonomi pre ricongiungersi con l’Italia repubblicana. E’ mia profonda convinzione che – al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuori legge – l’unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri perché cementata da eccezionali sofferenze che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l’unità morale l’anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica. A questo punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista heografico, storico, morale, economico; ne mi chiedo se, oggi, un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale. Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come una entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica o massonica. Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati “scavalcati” dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale. Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti 11 e 12 sono fondamentali. Precisati nella “ Premessa alla nuova struttura economica della nazione” essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione. L’interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell’Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione. Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l’importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada questo seme è destinato a germogliare. E’ il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone, acclamanti, vaticinai “secolo del lavoro” nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione. La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato, e supera dall’altro l’individualismo dell’economia liberale che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalistica, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere “sociale” delle comunità nazionali. Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove. Io sono deciso a proseguire in questa direzione. Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importanissimi specie nelle circostanze attuali, sono oramai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare e spero mostreranno la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica. Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obbiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all’abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo. In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell’Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero si è appalesato un miserabile espediente propagandistico. Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della Valle del Po, non solo non desiderano, ma deprecano l’arrivo degli anglosassoni, non vogliono saperne di un governo che pur avendo alla vice-presidenza un Togliatti riporterebbe al Nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime ormai palesemente protette dall’Inghilterra. Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla Monarchia voluta da Churchill! Il che dimostra in maniera irrefutabile che la Monarchia dei Savoia serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell’Italia! Non c’è dubbio che la caduta di Roma è una data culminante nella storia della guerra. Il generale Alexander stesso ha dichiarato che era necessaria alla vigilia dello sbarco in Francia una vittoria che fosse legata ad un grande nome – e non vi è nome più grande e universale di Roma- che fosse creata, quindi, una incoraggiante atmosfera. Difatti, gli anglo-americani entrarono in Roma il 5 giugno. All’indomani, 6, i primi reparti “alleati” sbarcarono sulla costa di Normandia, tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi sono stati veramente duri, su tutti i fronti dove i soldati del Reich erano e sono impegnati. La Germania ha chiamato in linea tutte le riserve umane, con la mobilitazione totale affidata a Goebbels e con la creazione della Volkssturm. Solo un popolo come il germanico schierato attorno al Fuhrer poteva reggere a tale enorme pressione, solo un esercito come quello nazionalsocialista poteva rapidamente superare la crisi del 20 luglio e continuare a battersi ai quattro punti cardinali con eccezionale tenazia e valore secondo le stesse testimonianze del nemico. Vi è stato un periodo in cui la conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a discrezione della Romania, della Finlandia, della Bulgaria, hanno dato motico a un movimento euforico tale che – secondo corrispondenze giornalistiche – si riteneva che il prossimo Natale la guerra sarebbe stata praticamente finita, con la entrata trionfale degli “alleati” a Berlino. Nel periodo di tale euforia venivano svalutate e dileggiate le nuove armi tedesche, impropriamente chiamate “segrete”. Molti hanno creduto che grazie all’impiego di tali armi, a un certo punto – premendo un bottone – la guerra sarebbe finita di colpo: questo miracolismo è ingenuo quando non sia doloso. Non si tratta di armi segrete, ma di “armi nuove” che – è lapalissiano il dirlo – sono segrete sino a quando non vengono impiegate in combattimento. Che tali armi esistano lo sanno per una oramai lunga ed amara esperienza i Britannici; che le prime armi saranno seguite da altre, lo posso io affermare con cognizione di causa; che siano tali da ristabilire in un primo tempo l’equilibrio e successivamente la ripresa della iniziativa in mani germaniche è nel limite delle umane previsioni quasi sicuro, e anche non lontano. Niente di più comprensibile delle impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma si tratta di ordigni nei quali scienza, tecnica, esperienza, addestramento di singoli e di reparti devono procedere di conserva. Certo è che la serie delle sorprese non è finita; e che migliaia di scienziati germanici lavorano giorno e notte per aumentare il potenziale bellico della Germania. Nel frattempo la resistenza tedesca diventa sempre più forte e molte illusioni coltivate dalla propaganda nemica sono cadute. Nessuna incrinatura nel morale del popolo tedesco, pienamente consapevole che è in gioco la sua esistenza fisica e il suo futuro come razza; nessun accenno di rivolta e nemmeno di agitazione fra i milioni e milioni di lavoratori stranieri, malgrado gli insistenti appelli e proclami del generalissimo americano; e indice eloquentissimo dello spirito della nazione è la percentuale dei volontari dell’ultima leva che raggiunge la quasi totalità della classe. La Germania è in grado di resistere e di determinare il fallimento dei piani nemici. Minimizzare la perdita di territori, conquistati e tenuti a prezzo di sangue, non è una tattica intelligente, ma lo scopo della guerra non è la conquista o la conservazione dei territori, bensì la distruzione delle forze nemiche, cioè la resa e quindi la cessazione delle ostilità. Ora le forze armate tedesche non solo non sono distrutte, ma sono in una fase di crescente sviluppo e potenza. Se si prende in esame la situazione dal punto di vista politico, sono maturati – in questo ultimo periodo del 1944 – eventi e stati d’animo interessanti. Pur non esagerando, si può osservare che la situazione politica non è oggi favorevole agli “alleati”. Prima di tutto in America, come in Inghilterra, vi sono correnti contrarie alla richiesta di resa a discrezione. La formula di Casablanca significa la morte di milioni di giovani: popoli come il tedesco e il giapponese non si consegneranno mai mani e piedi legati al nemico, il quale non nasconde i suoi piani di totale annientamento dei paesi del tripartito. Eco perché Churchill ha dovuto sottoporre a doccia fredda i suoi connazionali surriscaldati, a prorogare la fine del conflitto all’estate del 1945 per l’Europa e al 1947 per il Giappone. Un giorno un ambasciatore sovietico a Roma, Potemkin, mi disse: “La prima guerra mondiale bolscevizzò l’Europa”. Questa profezia non si avvererà, ma se ciò accadesse, anche questa responsabilità ricadrebbe in primo luogo sulla Gran Bretagna, Politicamente Albione è già sconfitta. Gli eserciti russi sono sulla Vistola e sul Danubio: cioè a metà dell’Europa. I partiti comunisti, cioè i partiti che agiscono al soldo e secondo gli ordini del Maresciallo Stalin, sono parzialmente al potere nei paesi dell’Occidente. Che cosa significhi la “liberazione”, nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono le cronache odierne. I “liberati” greci che sparano sui “liberatori” inglesi non sono che i comunisti russi che sparano sui conservatori britannici. Davanti a questo panorama, la politica inglese è corsa ai ripari. In primo luogo, liquidando in maniera drastica e sanguinosa, come ad Atene, i movimenti partigiani, i quali sono l’ala marciante e combattente delle sinistre estreme, cioè del bolscevismo; in secondo luogo appoggiando le forze democratiche, anche accentuate, ma rifuggenti dal totalitarismo che trova la sua eccelsa espressione nella Russia del Sovieti. Churchill ha inalberato il vessillo anticomunista in termini categorici nel suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, ma questo non può far piacere a Stalin. La Gran Bretagna vuole riservarsi come zona d’influenza della democrazia l’Europa occidentale, che non dovrebbe essere contaminata, in alcun caso, dal comunismo. Ma questa “fronda” di Churchill non può andare oltre ad un certo segno, altrimenti il grande Maresciallo del Kremlino potrebbe adombrarsi. Churchill voleva che la zona di influenza riservata alla democrazia nell’occidente europeo fosse sussidiata da un patto tra Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in funzione antitedesca prima, eventualmente in funzione antirussa poi. Gli accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel germe questa idea, che era stata avanzata – su istruzioni di Londra – dal Belga Spaak. Il gioco è fallito e Churchill deve – per dirla all’inglese – mangiarsi il cappello, e – pensando all’entrata dei russi nel Mediterraneo e alla pressione russa dell’Iran – deve domandarsi se la politica di Casablanca non sia stata veramente “per la vecchia e povera Inghilterra “ una politica fallimentare. Premuta dai due colossi militari dell’occidente e dell’oriente, dagli insolenti insaziabili cugini di oltre oceano e dagli inesauribili euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco e in pericolo il suo avvenire imperiale, cioè il suo destino. Che i rapporti “politici” fra gli “alleati” non siano dei migliori, lo dimostra la faticosa preparazione del nuovo convegno a tre. Parliamo ora del lontano e vicino Giappone. Più che certo, è dogmatico che l’Impero del Sol Levante non piegherà mai e si batterà sino alla vittoria. In questi ultimi mesi le armi nipponiche sono state coronate da grandi successi. Le unità dello strombazzatissimo sbarco nelle isole Leyte – una delle molte centinaia di isole – che formano l’Arcipelago delle Filippine – sbarco fatto a semplice scopo elettorale – sono, dopo due mesi, quasi al punto di prima. Che cosa sia la volontà e l’anima del Giappone è dimostrato dai volontari della morte. Non sono decine sono decine di migliaia di giovani che hanno come consegna questa: “Ogni apparecchio una nave nemica”. E lo provano. Davanti a questa sovrumanamente eroica decisione, si comprende l’atteggiamento di taluni circoli americani, che si domandano se non sarebbe stato meglio per gli statunitensi che Roosevelt avesse tenuto fede alla promessa da lui fatta alle madri americane che nessun soldato sarebbe andato a combattere e a morire oltre mare. Egli ha mentito, come è nel costume di tutte le democrazie. E’ per noi, italiani della Repubblica, motivo di orgoglio avere a fianco come camerati fedeli e comprensivi i soldati, i marinai, gli aviatori del Tenno che con le loro gesta s’impongono all’ammirazione del mondo. Ora io vi domando: la buona semente degli italiani, degli italiani sani – i migliori – che considerano la morte per la Patria come l’eternità della vita, sarebbe dunque spenta ? Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un aviatore che, non riuscendo ad abbattere con le armi l’aeroplano nemico, vi si precipitò contro, cadendo insieme a lui ? Non ricordate voi questo nome ? Era un umile sergente. Dall’Oro. Nel 1935, quando l’Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare, e io raccolsi il suo guanto di sfida e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà Britannica, ancorate nei porti del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle forze aeree. Ebbene, se domani fosse necessario ricostruire queste squadriglie, se fosse necessario mostrare che nelle nostre vene circola ancora il sangue dei legionari di Roma,il mio appello alla Nazione cadrebbe forse nel vuoto? Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la Valle del Po; noi vogliamo che la Valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l’Italia sia repubblicana. Il giorno in cui tutta la Valle del Po fosse contaminata dal nemico,il destino della intera nazione sarebbe compromesso; ma io sento, vedo, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile e armata che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremo una sola Atene di tutta la Valle del Po. Da quanto vi ho detto balza evidente che non solo la coalizione nemica non ha vito, ma non vincerà. La mostruosa alleanza fra plutocrazia e bolscevismo ha potuto perpetrare la sua guerra barbarica come la esecuzione di un enorme delitto che ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò che la civiltà europea aveva creato in venti secoli. Ma non riuscirà ad annientare con la sua tenebra lo spirito eterno che tali monumenti innalzò. La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare della esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini. Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l’abiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase: “Si stava meglio”, con quel che segue; ma nella rivolta che da Palermo, a Catania, a Otranto, a Roma stessa, serpeggia in ogni parte dell’Italia “liberata”. Il popolo italiano al sud dell’Appennino ha l’animo pieno di cocenti nostalgie. L’oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall’altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L’impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne la idea, impossibile. I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della Patria sventolava dalle Alpi all’equatore somalo e l’italiano era uno dei popoli più rispettato della terra. Non v’è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell’udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le Legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, o alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1929 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire la epopea della Patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare alla riconquista di quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia e migliaia di Caduti, il fiore di innumerevoli famiglie iktaliane che non hanno dimenticato, né possono dimenticare. Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito ma non ha minimamente piegato. Camerati, cari camerati milanesi! E’ Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!

venerdì 9 gennaio 2026

Il camaleontismo della Meloni

 


Il camaleontismo della Meloni

La Presidente del Consiglio ha celebrato in questi giorni il record di durata del suo Governo (è infatti diventato il terzo più longevo della storia repubblicana) elencando tutti i successi conseguiti e tutte le promesse mantenute.

Probabilmente la Meloni ha una scarsa considerazione della memoria e dell'intelligenza degli Italiani, quindi ci permettiamo di fare una breve carrellata sulle sue giravolte e promesse mancate.

Premettiamo che è inevitabile che una volta al governo le cose si vedano in una prospettiva diversa, ma anche in politica una certa coerenza non guasterebbe.

Mercati – Oggi la Meloni elogia i mercati finanziari per “la fiducia che danno al suo governo” e dice che è la prova ”del cambio di passo sui conti pubblici dell'Italia”, ma una volta non la pensava così infatti,

a partire dalla crisi finanziaria del 2008, era solita accusare i “mercati finanziari” di “essere i responsabili di molte delle difficoltà economiche dell'Italia”, oggi invece visto che le fanno comodo li elogia.

Agenzie di Rating – La Meloni ha trionfalmente accolto la promozione che le principali Agenzie di Rating hanno dato del suo governo, ma la sua considerazione di queste Agenzie una volta era ben diversa infatti, in un suo post del 2012, aveva scritto che quelle Agenzie “erano pagliacci camuffati da inquisitori”.

Spread – Oggi la Meloni continua a ripetere gongolante che la “discesa” dello Spread (differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi) dimostra che il debito italiano è più affidabile di quello tedesco, però quel Centrodestra del quale è stata anche Ministro, era solito dire che “lo spread era un imbroglio, un'invenzione” e la stessa Meloni aveva detto che “lo spread è usato come arma contro la democrazia italiana.

TasseLa Meloni ha sempre promesso che “la riduzione delle tasse è uno dei punti centrali della mia politica”, invece la pressione fiscale in Italia che nel 2023 era al 41,2%, nel 2024 è salita al 42,5% e per l'anno che si sta per chiudere è prevista ancora in aumento al 42,8%.

Clamoroso poi il filmato del 2019 nel quale la Meloni fingeva di fare benzina e tuonava che “le tasse sul carburante erano scandalose e che le accise esistenti andavano progressivamente abolite”, invece non solo non le ha abolite anzi, ha aumentato quelle sul gasolio per autotrazione.

Inflazione - Nel discorso di insediamento del suo Governo la Meloni aveva dichiarato che “l'inflazione andava fermata per proteggere il potere d'acquisto delle famiglie”. L'inflazione sta lentamente calando in tutta Europa, ma in Italia il carrello della spesa continua ad aumentare e il potere d'acquisto delle famiglie non è ancora tornato ai livelli del 2021, anche a causa degli stipendi e salari che in termini reali sono ancora inferiori dell'8,8% rispetto a quelli del 2021 e continuano ad essere tra i più bassi in Europa.

Crescita – Per il triennio 2025-27 l'Italia avrà una crescita complessiva del 2%, contro una media Europea del 3,9%, cioè è il Paese che cresce di meno rispetto ai 27 dell'Unione Europea.

Migrazioni Il cavallo di battaglia della Meloni per le vittoriose elezioni del 2022 era stato quello della “attivazione di un blocco navale lungo le coste del Nord Africa”, attivazione inapplicabile perché è previsto solo in uno stato di guerra. Allora la Meloni ha lanciato il tanto reclamizzato “Piano Mattei per l'Africa” per fermare le migrazioni verso l'Italia e l'Europa da quel continente, le migrazioni però non sono affatto diminuite anzi, stanno aumentando, infatti secondo i dati del Ministero dell'Interno, al 28 novembre 2025 sono sbarcati in Italia 63.260 migranti, contro i 61.811 dello stesso periodo del 2024. Per non parlare poi dei costosi hot-spot in Albania, dove al momento sono ospitati solo una trentina di persone, che tengono impegnati quasi 200 addetti delle Forze dell'Ordine e della Sanità italiani.

Questi i freddi dati della realtà che ben rendono l'idea del camaleontismo della Meloni, cioè il suo opportunismo nel cambiare opinione e comportamento secondo le circostanze.

Adriano Rebecchi Martinelli





domenica 21 dicembre 2025

Il Trattato della vergogna

 


Osimo 10 novembre 1975

Il Trattato della vergogna

Il 10 novembre 1975, a Osimo (AN), veniva siglato l'accordo tra Italia e Jugoslavia che fissava in maniera definitiva i nuovi confini tra i due Paesi, fino ad allora compresi in quello che era stato il Territorio Libero di Trieste in base al Memorandum di Londra del 1954.

L'Italia con il trattato di Parigi del 1947 aveva ceduto alla Jugoslavia la quasi totalità dell'Istria con Fiume, le isole del Quarnaro e gli altipiani Carsici e accettato la creazione del Territorio Libero di Trieste con la zona A, da Duino a Muggia, amministrativamente controllata dall'Italia e la zona B, da San Dorligo fino a Cittanova, amministrativamente controllata dalla Jugoslavia.

Con il Trattato di Osimo, firmato dal democristiano Mariano Rumor Ministro degli Esteri italiano e da Milos Minic Ministro degli Esteri jugoslavo, l'Italia rinunciava vergognosamente ad ogni diritto sulla zona B e acquisiva definitivamente la zona A con Trieste e i comuni limitrofi.

Nel 1990-91con la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita degli Stati di Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo e Macedonia, la ex zona B veniva spartita tra la Slovenia e la Croazia.

Considerato che tutti i Trattati erano stati stipulati con la Jugoslavia che si era dissolta e non con la Slovenia e la Croazia, quando queste ultime chiesero (e anni dopo ottennero) l'ingresso nell'Unione Europea, l'Italia avrebbe potuto mettere il veto al loro ingresso e pretendere la revisione del Trattato e dei confini, anche se oramai quelle italianissime terre, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, erano state abbandonate dalla stragrande maggioranza degli Italiani che fuggivano dai massacri delle foibe e dalla pulizia etnica del comunista Tito.

Ma i pavidi Governi italiani di allora, quelli di centrosinistra di Andreotti e Amato del 1992 e quello di centrodestra di Berlusconi del 1994, dopo generiche dichiarazioni di voler difendere gli interessi italiani, preferirono non affrontare il problema e si limitarono a sollevare la questione dei beni immobili di proprietà degli Italiani nei territori ora sotto la Slovenia e la Croazia, senza peraltro ottenere grandi risultati.

L'Italia perdeva così l'occasione di rivendicare tutte o in parte quelle italianissime terre, probabilmente perché ritenute retaggio della penetrazione fascista, mentre in realtà il Fascismo si era limitato a riprendere terre che erano italiane fin dal 1848, anche se sotto l'Impero Austroungarico venne favorito l'affermarsi dell'etnia slovena e croata rispetto a quella italiana ritenuta meno leale e affidabile per l'Impero Austroungarico.

 


                                                     SECONDO
 

sabato 13 dicembre 2025

UN FASCISTA Filippo Tommaso Marinetti

 UN FASCISTA

Filippo Tommaso Marinetti

Nasce ad Alessandria d'Egitto il 22 dicembre 1876, il padre originario di Voghera era un avvocato civilista che si era trasferito in Egitto con la famiglia per lavorare, prima come impiegato presso la Compagnia del Canale di Suez e poi come legale personale del Pascià Muhammad Tawfiq, cosa che gli consentì di accumulare un discreto patrimonio.

Nel 1888 Filippo Tommaso inizia gli studi superiori presso il Collegio St.Francois-Xavier dei Gesuiti francesi e nel 1893, a soli 17 anni, fonda “Papyrus”, la sua prima rivista scolastica, ma i Gesuiti lo espellono per aver pubblicato sulla rivista alcuni romanzi di Emile Zola ritenuti scandalosi.

La famiglia lo manda allora a Parigi dove si diploma e successivamente si iscrive alla Facoltà di Legge di Pavia e poi a quella di Genova dove, nel 1899, si laurea il Legge.

Decide però di dedicarsi alla sua passione artistico-letteraria tra Parigi e Milano, come promotore e autore, le sue prime poesie sono in lingua francese e vengono pubblicate su riviste parigine e milanesi e suscitano un certo interesse e, nel 1902, esce il suo primo romanzo “La conquéte des étoiles”.

Nel 1905 fonda e dirige a Milano la rivista internazionale “Poesia”, dove esalta la “città moderna”, il mito “della velocità” e “dell'automobile da corsa” immagine dinamica del progresso.

Nel 1909 invia il suo Manifesto del Futurismo ai principali giornali italiani, ma pochi lo pubblicano, però riesce a farlo pubblicare sul prestigioso giornale francese Le Figaro, cosa che dà al nascente movimento una risonanza europea.

Il “Futurismo” è un movimento rivoluzionario, provocatorio che vuole chiudere i ponti con il passato, vuole liberarsi dagli orpelli decadentisti e passatisti.

Nel 1910 lancia le “Serate futuriste” e pubblica il suo primo romanzo “Mafarka le futuriste” che non ottiene un grande successo e per il quale viene condannato con l'accusa di oltraggio al pudore.

Nel 1911, in occasione della guerra Italo-Turca, Marinetti sostiene la causa della guerra e riesce ad aggregarsi come “osservatore” alle truppe italiane in partenza per la Libia ed è testimone del massacro dei Bersaglieri italiani che presidiavano l'oasi di Sciara Sciat, Bersaglieri dei cui corpi i Turchi-Arabi fecero scempio.

Ritorna in Italia dove scrive il racconto “La battaglia di Tripoli”, che ha un discreto successo in parallelo alla celebre canzone “Tripoli bel suol d'amore” scritta da Giovanni Corvetto.

Nel 1912 scrive il romanzo in versi “Le monoplan du Pape” (L'aeroplano del Papa), violentemente anticattolico.

Acceso interventista, quando nel 1915 l'Italia entra in guerra contro l'Austria-Ungheria, si arruola come volontario, prima nel Battaglione ciclisti e poi negli Alpini e, il 14 marzo 1917, nella battaglia del monte Cucco viene ferito all'inguine e alle gambe e viene decorato con la “Medaglia di bronzo”.

Promosso tenente partecipa alla battaglia del Piave e all'offensiva finale di Vittorio Veneto per la quale riceve un'altra “Medaglia di bronzo” e, il 4 novembre 1918, entra a Tolmezzo liberata con la sua autoblinda Lancia 1Z, vicenda poi narrata nel suo romanzo “L'alcova d'acciaio”.

Nel 1919 Marinetti fonda il Partito Politico Futurista che propone lo “svaticanamento dell'Italia”, il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, la distribuzione delle terre ai Combattenti e Reduci, la lotta all'analfabetismo, il suffragio universale esteso alle donne, le otto ore lavorative ed i contratti collettivi.

Viste le affinità con le idee di Mussolini, il 23 marzo 1919 Marinetti partecipa alla fondazione dei Fasci italiani di Combattimento e vi fa confluire il suo Partito Futurista.

Nel 1920 partecipa al secondo Congresso dei Fasci dove ribadisce i punti del suo programma ma, vista la scarsa attenzione alle sue proposte, si allontana dal Fascismo.

Lasciata la politica ritorna alla letteratura e al teatro assieme alla scrittrice Benedetta Cappa che diventa sua moglie e che gli dà tre figlie.

Deluso dalle ultime esperienze culturali si riavvicina al Fascismo nel 1923 e, nel 1924, pubblica il volume di scritti politici titolato “Futurismo e Fascismo” e, nel 1925, è tra i firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti”.

Nel 1929 è membro dell'Accademia d'Italia appena fondata e difende a spada tratta la lingua italiana contro il la moda delle parole straniere.

Nel 1930, con Guglielmo Sansoni detto Tato, organizza il “Primo concorso fotografico nazionale” e nel 1931 teorizza la poetica dell'aeropoesia nel “Manifesto dell'aeropoesia”.

Nel 1932 indice il primo “Premio di pittura Golfo della Spezia” e, nel 1934 pubblica il “Manifesto dell'Architettura Aerea”.

Nel 1935, coerente con le sue idee sulla guerra “sola igiene del mondo” e sul patriottismo, partecipa come volontario alla guerra di Etiopia con il grado di “Seniore” nella divisione “28 Ottobre” e, nel 1936, partecipa alla battaglia del passo Uarieu dove guadagna un'altra “Medaglia di bronzo al Valor Militare”.

Nel 1938 è contrario all'alleanza dell'Italia con la Germania (dove le opere dei “Futuristi” sono considerate “arte degenerata”) e, sulla rivista futurista Artecrazia, compaiono alcuni articoli contro l'antisemitismo e le leggi razziali, articoli ispirati probabilmente dallo stesso Marinetti.

Nel 1942, a 66 anni, partecipa sempre come volontario alla sfortunata spedizione dell'ARMIR in Russia, come “Primo Seniore” del “Gruppo 23 Marzo Camicie Nere” e ottiene la “Croce di guerra al Valor Militare”.

Rientra in Italia sofferente di miocardite e, nel 1943, aderisce alla RSI-Repubblica Sociale Italiana-.

Muore a Bellagio (CO) il 2 dicembre 1944 per una crisi cardiaca e il suo funerale di Stato, voluto da Mussolini, viene celebrato il 5 dicembre 1944 nella chiesa di San Sepolcro a Milano, con grande partecipazione dei milanesi ed è sepolto nel Cimitero Monumentale.

 

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 

sabato 15 novembre 2025

SINTESI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

SINTESI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE - UN MACELLO DI OLTRE 30 MILIONI DI MORTI, VENNE PERFIDAMENTE PROGETTATA DALL’ALTA FINANZA.


di MAURIZIO BAROZZI 

Con i primi del ‘900 e il petrolio assurto a primo elemento dell’industria e dei trasporti, si consolidò, sotto la guida dei Rothschild, il grande connubio industria e finanza che elevò il Capitalismo finanziario a grande capitale monopolista.

Tre maledetti esponenti di questo capitalismo monopolista: il Casato dei Rothschild (cinque grandi famiglie, il massimo della finanza mondiale), Morgan (Magnate della siderurgia e della finanza, banche e assicurazioni ) e Rockfeller (Industria, banche e petrolio), con un codazzo di banchieri (in particolare i Warburg) su l’asse City di Londra e Wall Street di New York, escogitarono nel 1910 il Federal System Bank, che poi con un colpo di mano delle loro Power èlites riuscirono a far approvare negli Usa nel natale del 1913.
 
Un Act che gli consentiva il controllo monetario e dei tassi in America estendendolo poi dappertutto.

Nel frattempo Banche, Assicurazioni, Credito e Finanza – ovvero i BANKSTERS - elargirono a piene mani prestiti a tutte le nazioni europee rivali tra loro, indebitandole e facendole armare in modo tale che l’unica loro via di uscita era una guerra.

Con il sostegno della Massoneria, il controllo della stampa e la manipolazione delle diplomazie riuscirono a scatenare il GRANDE MACELLO, al termine del quale la Finanza si trovò a dominare la vita delle nazioni
.

Nel marzo del 1913 il banchiere Morgan, uno dei più esposti nei prestiti a tutti i contendenti, era venuto a Roma, anche con il segreto scopo di sondare il Vaticano a che non si opponesse troppo ad una imminente guerra.
Morì però nel sonno nel lusso di un Grand Hotel di Roma.

Quando a novembre del 1922 Mussolini prese il governo, quel furfante di Re Vittorio Emanuele gli rivelò che la nazione era indebitata per debiti di guerra, di una cifra spropositata con il banchiere Morgan.

Il Duce si ritrovò questa fregatura e pensò bene di non pagare in qualche modo, ma De Stefani, ministro delle Finanze che fece capire che era impossibile: i banchieri avevano particolari leggi e meccanismi internazionali che ci avrebbero rovinato, se non peggio. Si dovette allora accedere un altro prestito per pagare gli interessi, ammortizzandolo negli anni.

Alla fine degli anni ’30 i BANKSTERS ebbero la sgradita sorpresa di ritrovarsi alcune nazioni che sfuggivano alla cessione della loro sovranità, avevano eliminato la truffa del gioco democratico e risolto i problemi sociali dei loro paesi.

Puntavano anche ad eliminare le intermediazioni bancarie negli scambi internazionali e a riappropriarsi delle banche Centrali e della emissione monetaria.

 
Avevano anche edificato degli Stati nazional popolari con il grande ed entusiastico apporto delle masse, dove i rispettivi Stati avevano al primo posto i problemi etici e politici e non quelli finanziari.

UNA MINACCIA MORTALE e fu necessario scatenare un altro macello mondiale per eliminarla.
OGGI I BANKSTERS SONO PROPRIETARI O CONTROLLANO TUTTE LE RISORSE DEL PIANETA.

Quando pagate le tasse, andate allo stadio, sorbite una bevanda, vi fate il bagno, accendete la luce, comprate i preservativi, vi fate un uovo al tegamino, ecc., sappiate che state ingrassando i Banksters.

L’odierno e grande problema dei BANKSTERS , al fine di garantirsi il dominio assoluto per millenni, su una massa di schiavi, è quello di scatenare un altro grande macello mondiale, questo con un numero incalcolabile di morti, ma limitando le conseguenze nucleari.


Quindi ridurre la popolazione a meno di un miliardo di individui, tutti schiavi, formattati nel cervello tramite un depotenziamento della forza di volontà che si ottiene introducendo le pratiche del gender e della bisessualità, ovviamente in una umanità di meticci.

CI RIUSCIRANNO?