sabato 19 novembre 2022

Gramsci assassinato? Certamente non dai fascisti… 

 

Gramsci assassinato? Certamente non dai fascisti… 

 [ di Pietro Cappellari ]

Il nome di Gramsci è oggi un mito, una bandiera sventolata sia dalla sinistra, sia dalla destra (ricordiamo l’inserimento del pensatore sardo nel “Pantheon” di Alleanza Nazionale). Peccato che, oltre a brandire il suo nome, pochi abbiamo letto i suoi scritti ma, evidentemente, ciò non è importante. Serve utilizzare politicamente la sua immagine, quella costruita dalla mano manipolatrice dei togliattiani, per presentare un comunismo dal volto umano e non stalinista, rendere presentabile il PCI agli intellettuali degli anni ’50 che fino a qualche anno prima avevano vestito con orgoglio la camicia nera, salvo disfarsene nel momento della sconfitta del Regime.
Insomma, nulla di nuovo: l’utilizzo di un personaggio per fini politici, la manipolazione del suo pensiero e dei suoi scritti non rigidamente allineati con il “servizio” che devono rendere al Partito Comunista. Quindi, quando oggi si parla di pensiero gramsciano ci si deve porre la domanda: quale? Quello che è stato divulgato dal PCI? Ovviamente, qualche problema sorge spontaneo, così come quando si parla di “egemonia culturale” – estrapolata dagli scritti gramsciani – che i “gendarmi della memoria” hanno interpretato come il “diritto morale” di manipolare la storia. No, non siamo davanti a gramsciani in questo caso, ma davanti a mascalzoni, a semplici delinquenti del pensiero. Gramsci fu sempre una persona intellettualmente onesta, non merita di essere confuso con questi cialtroni al servizio di una ideologia fallita di odio, miseria e terrore.
Tra i molti libri che parlano del pensatore sardo, particolare interesse ha suscitato in noi il volume di Luigi Nieddu, L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci e il Quaderno della Quisisana (Le Lettere, Firenze 2014) che ripercorre la vita di Antonio Gramsci senza quella sudditanza da sempre imposta dalla vulgata di sinistra.
Nieddu ha illustrato con dovizia di particolari i lati oscuri della “vicenda Gramsci”, la sua emarginazione da parte dei compagni, la tutela cui fu sottoposto durante la sua traversia giudiziaria da parte di elementi al servizio dell’Unione Sovietica e, soprattutto, le agghiaccianti problematiche relative alla sua misteriosa morte.
Sì, perché la vita del pensatore sardo non è certo quella che tutti conoscono, ossia quella della vittima del fascismo. Scopriamo così che Antonio Gramsci non fu il fondatore del Partito Comunista d’Italia, né de “L’Unità”. Visse sempre ai margini, ignorato dalle masse e anche dai suoi stessi collaboratori di partito. La stessa ricerca del consenso e dell’egemonia culturale da lui propugnata erano solo “cavalli di troia” con i quali la dirigenza comunista – incapace di farsi maggioranza, così come di scatenare un’insurrezione – potesse aggregare intorno a sé elementi di diversa provenienza ideologica (intellettuali, borghesi, ecc.) e costruire un “fronte comune” in grado di conquistare il potere.
A questo punto, gettata la maschera, con l’ausilio della violenza anche contro questi “compagni di viaggio” si sarebbe potuta instaurare la dittatura del proletariato, fine ultimo da conseguire. Tutte tecniche di conquista del potere originali e interessanti. Bisogna tuttavia evidenziare che vennero elaborate anche in altri “fronti”: pensiamo a Giuseppe Bottai e al ruolo della cultura nell’edificazione dello Stato totalitario fascista; oppure alle direttive sui “fronti popolari” allora emanate dall’Unione Sovietica ai partiti comunisti.
Arrestato e condannato quale esponente del PCdI per aver commesso “fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato, per instaurare violentemente la Repubblica Italiana dei Soviet”, Gramsci – già da tempo isolato e posto sotto stretta sorveglianza dagli stalinisti russi e italiani – iniziò la sua lunga traversia penitenziaria, in gran parte scontata – per intervento di Mussolini – in cliniche di cura private di primissimo piano, ove gli fu permessa ampia libertà, diversi privilegi e, addirittura, la possibilità di scrivere i famosi Quaderni, un vero e proprio “vangelo” per i suoi apologeti. Ben strana dittatura quella fascista…
Gramsci doveva diventare, a questo punto, il “martire” della violenza fascista. E il PCdI fece di tutto perché così fosse, anche ostacolando le trattative per una sua liberazione. Espulso dal collettivo carcerario comunista e denunciato al Centro estero di Parigi per la sua dissociazione dallo stalinismo, Gramsci divenne un problema per il Partito Comunista d’Italia che progettò un suo rapimento e un trasferimento in URSS (visto che il pensatore sardo si era sottratto ad ogni ipotesi di fuga all’estero e, soprattutto, all’idea di raggiungere la Russia, dove – poteva ben immaginarlo – l’attendeva il carcere duro, quello vero, non certo le cliniche di cura). A tal proposito, come Nieddu evidenzia, le misure di sorveglianza cui fu posto Gramsci non servivano a impedire una sua improbabile fuga, quanto quella di un suo rapimento da parte dei compagni: il pensatore sardo “preferiva stare in Italia vigilato, e di fatto, protetto dalla polizia fascista, piuttosto che ‘libero’ nella Russia di Stalin”.
Si arrivò così al 21 Aprile 1937, quando Gramsci divenne a tutti gli effetti di legge un uomo libero. Non passarono pochi giorni, però, che – secondo quanto si sostiene – venne colpito da una emorragia celebrare e morì. Erano gli anni della Guerra civile spagnola e dello sterminio da parte degli stalinisti di tutti i compagni non allineati: a tal proposito, una rilettura meriterebbero anche le morti dei fratelli Rosselli e di Guido Picelli, probabilmente fatti fuori dai soviettisti che mal tolleravano la loro “devianza” ideologica.
Sulla fine del pensatore sardo, nonostante la versione ufficiale diffusa, permangono troppi misteri, tutti evidenziati da Nieddu. Testimonianze contraddittorie, foto e documenti scomparsi o manipolati, norme di legge disattese impunemente. Un po’ troppo per una morte naturale. E così si cita una misteriosa “caduta” dalla finestra di Gramsci: si stava sottraendo a qualcuno che voleva rapirlo per farlo espatriare clandestinamente senza il suo consenso? Così come si profila il sospetto che, invece, di una morte naturale, il pensatore sardo potesse essere stato avvelenato. Così come l’incomprensibile incenerimento del corpo, non richiesto eppure eseguito dalla sua “tutrice” sovietica Tatiana, disattendendo tutte le norme di legge e potendo contare, quindi, su coperture di primo livello.
Nieddu cita l’ombra di Helfand, uno spietato Agente del NKVD, che gestiva de facto l’Ambasciata Sovietica a Roma ed era un amico del Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Ma non solo, ci ricorda della scomparsa dell’ultimo Quaderno di Gramsci, quello che abbraccia gli ultimi due anni della sua vita, durante i quali si vorrebbe far credere che il pensatore sardo non abbia scritto nulla. Invece, furono anni importanti, probabilmente di riflessione, non solo sul Regime sovietico, ma anche su quello fascista (è noto che leggesse anche giornali e libri di autori fascisti, come Attilio Fanelli, Giuseppe Bottai o Telesio Interlandi, solo per citarne alcuni).
E allora si profila anche l’ipotesi – più che logica – di un allontanamento progressivo dal comunismo di Gramsci, un allontanamento che doveva essere spiegato nelle riflessioni contenute nell’ultimo Quaderno, quello che opportunamente venne fatto sparire. Gramsci doveva essere un “martire” della violenza fascista, il volto umano di un comunismo presentabile agli Italiani. Insomma, di là dell’uomo, di là della realtà dei fatti, di là addirittura del suo vero pensiero, serviva una “figurina” da propaganda. E il Partito Comunista Italiano la fece questa “figurina”, sulla pelle di Antonio Gramsci.

venerdì 11 novembre 2022

Manifestazioni di Roma e Milano? Due modi diversi per sostenere la NATO

 

Manifestazioni di Roma e Milano? Due modi diversi per sostenere la NATO

di Antonio Catalano  

Manifestazioni di Roma e Milano? Due modi diversi per sostenere la NATO

Fonte: Antonio Catalano

Le differenze tra la piazza di Roma e quella di Milano? Be’, a Roma abbiamo avuto la sfilata di un movimento convocato all’insegna dell’ipocrisia e dell’opportunismo, a Milano la chiara dichiarazione di guerra al fianco dell’Ucraina di Zelensky. A Roma Letta e Conte si son presentati come due agnellini sacrificali, la pace la pace la pace, con il secondo più attivo, impegnato con tutto se stesso a far dimenticare che i cinque decreti sull’invio di armi e sanzioni del governo Draghi, in cui i 5 Stelle erano il gruppo di maggioranza relativa, sono passati grazie al loro decisivo contributo. La manifestazione di Roma ha dato fondo alla peggior retorica pacifista: gli interventi dal palco sono iniziati tutti con il rituale biasimo dell’invasione russa e la dichiarazione di sostegno alla resistenza ucraina, per poi snocciolare le solite vuote e stucchevoli tiritere sul valore della pace. Gli stessi che hanno sostenuto disciplinatamente il governo Draghi senza porre nessuna resistenza quando si trattava di approvare le sanzioni alla Russia e di inviare armi al governo fantoccio di Zelensky oggi li abbiamo sentiti parlare senza nessun pudore del valore della pace, come se questa fosse il frutto di una generica aspirazione alla fratellanza universale e non il risultato di proposte ben precise che non possono che misurarsi con la realtà fattuale. Mancava solo sul palco un bello striscione raffigurante bambini che fanno un girotondo tenendosi per mano, come quei disegni che le maestre delle elementari propongono ai propri piccoli allievi. Nessuno intervento che abbia provato ad analizzare le cause di questa crisi, da che cosa sia nato il 24 febbraio, il ruolo della Nato e degli Usa e il fatto che questi stiano facendo guerra alla Russia per procura ucraina. Nessuno accenno alla violazione degli accordi Minsk e ai terribili otto anni dal 2014 al 2022 in cui le popolazioni russe dell’Ucraina hanno subito ogni sorta di persecuzione, con le migliaia e migliaia di morti accertati. Niente di tutto ciò, solo una condanna dell’aggressione russa e una sequela lagnosa di buoni propositi di pace, senza che nessuno degli oratori provasse a definire un quadro di riferimento di questa pace. Dichiarare “Putin si deve ritirare” non vuol dire parlare di pace, ma schierarsi in modo preciso da una parte. Diciamo che la piazza di Roma nasce dall’intenzione politica delle dirigenze politiche che l’hanno promossa di intercettare il malumore fortemente serpeggiante nel Paese al fine di prevenirne sviluppi imprevedibili, stante una crisi energetica che riverserà i suoi effetti disastrosi sull’intero sistema produttivo italiano, con le conseguenze sociali che ben possiamo immaginare. A Milano, invece, si sono radunate alcune centinaia di persone chiamate a raccolta da Calenda per gridare in modo chiaro e inequivoco il proprio sostegno all’Ucraina. Dal palco si sono sentiti interventi del tipo: «Saranno l’Europa e la Nato a denazificare la Russia», «Vogliamo la Russia che perde sul campo di battaglia, è inutile negarlo», «Se necessario la Russia va distrutta». Con il gran finale di Calenda che davanti a un grande striscione con la scritta “Slava Ukraini” (Gloria all’Ucraina) urla esagitato «Noi siamo intitolati a cantare Bella ciao, porcaccissimo Giuda!». Un palco sul quale ci sarebbero stati bene gli interventi di Stoltenberg, di Zelensky e di un esponente del reggimento Azov. Un movimento che voglia davvero contrastare il coinvolgimento bellico del nostro Paese non può che dissociarsi da tali realtà.
La Globalizzazione della NATO

venerdì 4 novembre 2022

 VITA QUOTIDIANA DURANTE I MESI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

 VITA QUOTIDIANA DURANTE I MESI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA


dal libro Pieraccini Monica FIRENZE E LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA (1943-1944). Edizioni Medicea, Firenze, 2003, pp 357. 
 

 
   Nei libri di storia non si parla della vita quotidiana durante i mesi della Repubblica Sociale. Non se ne parla perchè, con una discutibile omissione, si passa dalla caduta di Mussolini alla fine della guerra, lasciando una zona grigia, poco analizzata e basata su pochi dati, che trattano esclusivamente dell’andamento del conflitto bellico. La sensazione risultante è quella che nei 600 giorni di Repubblica Sociale Italiana la popolazione non abbia vissuto. Quasi come se si fosse dedicata anima e corpo alla guerra civile, o quasi come se si fosse chiusa in casa in attesa del passaggio degli alleati. Niente di più sbagliato. Almeno se si pensa all’Italia del Centro-Nord, dove la vita andò avanti, ben poco si paralizzò, e le amministrazioni cittadine, finchè non passò il fronte, riuscirono a garantire tutti i servizi essenziali alla popolazione. Non solo, ma nonostante la guerra, nonostante il momento terribile e di "emergenza", gran parte degli italiani – almeno quelli che non erano arruolati o che non avevano scelto di latitare sui monti – ebbe la possibilità di riempire le giornate assistendo a manifestazioni sportive e culturali di vario genere. Scuole e università erano aperte, i cinema e i ristoranti erano numerosi e in piena attività, i trasporti funzionavano e gli uffici pubblici mettevano in condizione i cittadini di districarsi tra le mille pratiche burocratiche, i negozi vendevano merce e, soprattutto, per chi aveva soldi, sul mercato nero era possibile trovare di tutto per continuare a vivere in modo decoroso. Certo, la situazione andò progressivamente deteriorandosi nel corso dei mesi e con l’avvicinamento del fronte, ma in linea di massima si può notare come l’apparato amministrativo della neo-costituita Repubblica Sociale funzionò, anche in condizioni estreme. 
    Un altro mito da sfatare è che la popolazione, dopo l’8 settembre, abbia fatto la corsa ad arruolarsi nelle formazioni partigiane. Niente di più falso. Con la caduta di Mussolini, ma soprattutto con l’8 settembre, gli italiani furono sicuramente presi da un senso di angoscia, di paura e di smarrimento. Non si aveva idea di cosa avrebbero fatto i tedeschi, se si fossero fermati al nord, dove c’erano le principali industrie della penisola, o se fossero scesi giù, verso il Meridione. A proposito dei giorni dell’armistizio Arturo Loria, scrittore, collaboratore di "Solaria" e tra i fondatori della rivista "Il Mondo", nel suo "Diario di Bordo", affermava : "Occorre dominarsi, c’è da perdere la testa". E in effetti le voci si rincorrevano, si pensò anche al suicidio di Hitler, ma, l’ordine pubblico non fu messo in crisi, o comunque le reazioni furono più tiepide di quello che uno poteva immaginare. La tendenza della maggioranza della popolazione, da quel momento e, in modo accentuato, sino alla "liberazione" dell’Italia, fu quella di sparire o comunque di non compromettersi con nessuna delle parti in lotta. Schierarsi significava fare una scelta, e non molti, in questa fase di totale incertezza, erano disposti a sacrificarsi, tanto più che le difficoltà economiche imponevano ai più di restare ai loro posti per guadagnarsi lo stipendio necessario al mantenimento della famiglia. Per di più, schierarsi apertamente a fianco della R.S.I in un momento in cui la vittoria, se non impossibile, sembrava comunque lontanissima, era sicuramente un atto eroico, ed eroi sono infatti da considerare coloro che agirono in questo senso. Scappare sui monti e aderire al movimento antifascista era più facile, innanzitutto sotto l’aspetto psicologico, in quanto si era fiduciosi e ottimisti sugli obiettivi da raggiungere, ma comportava comunque anch’esso dei sacrifici, determinati dalla necessità di vivere nascosti sui monti, rischiando la pelle ogni giorno, in condizioni igieniche difficili e senza cibo. Così, la maggioranza degli italiani attese. Attese la fine della guerra, e con essa tutte quelle difficoltà materiali che rendevano più precaria la vita di tutti i giorni. 
   Questo diffuso atteggiamento è testimoniato da tanti diari, articoli di giornale e documenti dell’epoca. A Torino, ad esempio, appena dopo l’8 settembre, quando ancora le forze tedesche e fasciste non si erano dispiegate del tutto, il generale Trabucchi così scriveva ne "I vinti hanno sempre torto": "A Torino presi contatto con i carabinieri, la guardia di finanza, i metropolitani, l’Unpa (Unione nazionale protezione antiaerea ndr). Era facile trovare adesioni fino a che ci si accontentava di raccogliere informazioni e di ricevere modeste attestazioni di simpatia. Quando, per contro, si chiedevano posti e documenti di copertura, locali nei quali accantonare armi ed esplosivi, staffette per collegamento, personale per la lotta armata, le simpatie si facevano tiepide."
   E’ la stessa sensazione che emerge leggendo i vari rapporti che i federali inviavano a Salò, e anche nei quotidiani e nelle riviste dell’epoca l’indole tendenzialmente apatica degli italiani era sottolineata e criticata. Così sulla Nazione del 17 novembre 1943, in un articolo firmato "Acis" e intitolato "Attendisti zazzeruti" si legge: : "Il contegno di molti italiani è, infatti, patologico; questo estraniarsi dai lutti, dai tormenti, dai disastri della patria rappresenta una sorta di anestesia che è propria di certe forme mentali...Giovanotti coi capelli lunghi, le maniere effemminate, la sigaretta in bocca, il bicchiere dell’aperitivo sul tavolino, discutono animatamente: credereste che discutessero della guerra, della situazione italiana, dei gravi compiti che spettano alle nuove forze nate nel paese? Vi avvicinate e vi accorgete con stupore che stanno parlando di vestiti, scarpe, di borsa nera, di tabacchi, della maniera di eludere le disposizioni annonarie, qualche volta perfino di donne. Ma di guerra, ohibò! La guerra non esiste, non ha importanza." E ancora, sullo stesso quotidiano, a fine gennaio 1944: "Vediamo ai caffè ancora troppa gente che ozia e chiacchiera a vanvera per ammazzare il tempo (ironia delle parole!); vediamo in giro troppi elegantoni, troppi zazù ostentatamente originali, cappelli a larghe falde, guantoni, sciarpona di lana (!), giacca a martingala, pantaloni a quadrettoni e canino... tutto un insieme che sa di americanismo rientrato e pacchiano, eleganza chiassosa e senza scopo, molto rustica e molto pretenziosa, ma, probabilmente, molto costosa... ci sembra che questi signori manchino di contegno, che è la virtù dei raffinati...". 
   Anche "Italia e Civiltà", settimanale edito da Carlo Cya e diretto da Barna Occhini, più volte lancia strali, anche se spesso con sferzante ironia, contro questo atteggiamento degli italiani, poco consci del difficile momento. Eloquente a questo proposito un articolo di Enrico Sacchetti, pittore e arguto scrittore, che, osservando i fiorentini che facevano le code nei negozi per acquistare i grilli che si vendevano in occasione, appunto, della "Festa del Grillo", che cadeva nel giorno dell’Ascensione, così commentava: "...Mi dissi che i fiorentini si dimostravano veramente eroici e civilissimi perchè a costo di rimetterci la Pelle non rinunciavano alla Poesia... e mi sentivo tutto orgoglioso quando mi assalì un dubbio: e se invece questa fosse incapacità a partecipare al grande dramma della Patria? Se fosse indifferenza, apatia, "attendismo"?". 
   E’ evidente, insomma, che dopo aver esultato per l’intervento dell’Italia in guerra, la popolazione era ormai stanca, risentiva dell’aumentato costo della vita e non vedeva l’ora di tornare alla normalità, in tutto e per tutto. Quel che occorre ribadire, però, è che in effetti, specie nei primi mesi di Repubblica Sociale, tutti rimasero al loro posto a lavorare e ciò permise alle autorità di fornire ai cittadini quei servizi necessari alle attività quotidiane della città. 
   Firenze, in questo, fu un caso emblematico e sul capoluogo toscano andiamo adesso a soffermarci, permettendoci comunque di generalizzare e di dire che la situazione fiorentina è paragonabile a quella della maggioranza delle città italiane del nord e del centro (anche se, come avremo modo di sottolineare, Firenze fu più fortunata di altre, in quanto la presenza di campagne nel circondario permise alla popolazione di procurarsi il cibo anche nei momenti più difficili del passaggio del fronte).
   Sia il 25 luglio che l’8 settembre del ’43 la popolazione e le autorità fasciste, che pur detenevano armi e potere, non ebbero grandi reazioni. Il giorno della caduta di Mussolini in città si ebbero solo una cinquantina di feriti e qualche manifestazione di esultanza. Maggiore angoscia e senso di smarrimento caratterizzarono l’8 settembre e nella mattina del 12, quando i tedeschi entrarono in città occupandone i punti nevralgici, i fiorentini si chiusero in casa, ma, poche ore dopo, i negozi, che avevano abbassato le serrande, ripresero la loro attività.
   Nonostante il coprifuoco e gli allarmi aerei, la vita cittadina, almeno nei primi mesi di Repubblica Sociale, non fu interrotta così tante volte. Gli allarmi erano ancora rari (nell’agosto del 43 ne suonarono solo nove) e le stesse autorità credevano poco alla possibilità di un bombardamento su una città d’arte amata in tutto il mondo. Nonostante fossero stati costruiti numerosi rifugi, i fiorentini erano indisciplinati e spesso gli allarmi non li spingevano a nascondersi come avrebbero dovuto. Rimanevano per strada, incuriositi dai sorvoli degli aerei, e fu proprio questo a determinare il grande numero di vittime durante il primo bombardamento su Firenze. Il 25 settembre ’43 si contarono, infatti, 218 morti e 150 feriti. Tra loro, perse la vita anche il noto professor Kriegbaum, direttore dell’Istituto Germanico di Storia dell’Arte, che proprio qualche tempo prima, riferendosi al capoluogo toscano, si era retoricamente chiesto: "Chi potrebbe distruggere una tale bellezza?".
   Il bombardamento sconvolse i fiorentini, il cui stato d’animo non era sicuramente dei migliori, anche se non avevano la volontà di mettere in difficoltà le autorità. Ovviamente, l’umore della popolazione seguiva l’andamento delle operazioni militari, e soprattutto, la situazione economica e alimentare, che peggiorò a partire dal marzo ’44 (mese durante il quale ci furono 31 allarmi e 2 bombardamenti). Firenze, come abbiamo già accennato, fu comunque una città che sotto questo aspetto fu fortunata. Nelle campagne vicine, infatti, i fiorentini poterono trovare frutta, verdura, pollame anche nei momenti più difficili. Non solo, ma chi aveva soldi da spendere poteva comprare di tutto al mercato nero: dalle calze al burro (180 lire il chilo), dall’acqua allo zucchero, dai panini ripieni al prosciutto, che costavano 15 lire, alla carne, che nei mesi appena antecedenti il passaggio del fronte in città, si poteva acquistare a 160 lire il chilo. 
   In realtà, nei primi mesi di Repubblica Sociale anche sul mercato "ufficiale" la situazione era piuttosto buona. I raccolti abbondanti permettevano di distribuire quasi tutte le razioni previste. Più difficoltà si ebbero sin dall’inizio per prodotti come pesce, latte, olio (nel giugno 1944 un fiasco di due litri e mezzo arrivò a costare anche 1100 lire!), grassi in genere e carne. I dolci, che ancora venivano confezionati, avevano prezzi molto alti. 
   Per la popolazione, comunque, districarsi tra le numerosissime norme, che regolavano il tesseramento e che coinvolgevano produttori, rivenditori e consumatori, non era facile. Non tutti i negozi potevano vendere le razioni, che per altro venivano distribuite in determinati giorni. Ciò causava lunghe file davanti agli spacci autorizzati, tanto che spesso le donne, che più si dedicavano a questo tipo di attività, avevano difficoltà a tornare a casa prima dell’inizio del coprifuoco. La popolazione, che non poteva accontentarsi delle razioni "ufficiali", si ingegnava in tutti i modi possibili per ottenere di più. I produttori agricoli erano restii a consegnare tutto il quantitativo designato dalla Sepral (Sezione Provinciale dell’Alimentazione) agli ammassi e non erano pochi coloro che macinavano e macellavano clandestinamente. Tra i commercianti c’era chi vendeva la merce sottobanco a prezzi più alti di quelli consentiti e chi, in bar o trattorie, non si atteneva alle norme sulla somministrazione e finiva con il preparare cappuccini, anche se vietati, o confezionare dolci con zucchero e mandorle, anche se non era permesso dalla legge. Dal canto loro i consumatori preferivano sicuramente pagare di più ma assicurarsi un quantitativo di cibo maggiore, acquistando al mercato nero o cercando qualche scusa per farsi duplicare la carta annonaria dalle autorità competenti. 
   Nel corso dei mesi, i generi che venivano tolti dal mercato libero e poi razionati aumentarono. Nell’ottobre ’43 fu introdotto il razionamento del sale, che veniva distribuito in misura di 100 grammi per persona alla settimana (nell’aprile ’44 la razione fu ridotta di 1/3). Il mese successivo furono tesserati anche i tabacchi, per ovviare alle lunghe code che si creavano a causa di intere famiglie, compresi minorenni, che si mettevano in fila per acquistare anche 70 sigarette al giorno, per poi rivenderle sul mercato nero, facendo affari d’oro. La razione individuale fu fissata inizialmente a 40 sigarette a testa alla settimana. Da dicembre il razionamento dei tabacchi fu ulteriormente modificato e regolamentato da 11 articoli, secondo i quali a ciascun consumatore sarebbe stata rilasciata una tessera con nome e cognome del proprietario, numero della rivendita presso la quale recarsi, e numero della carta annonaria. La tessera era divisa in 52 cedole che l’esercente doveva staccare settimana per settimana all’atto della distribuzione della razione. La razione individuale settimanale sarebbe stata determinata ogni volta dall’ufficio compartimentale dei Monopoli di Stato. Nel maggio del 1944, infine, il tesseramento dei grassi fu esteso a tutti i pubblici esercizi, esclusi quelli di quarta categoria.
   Con il passare dei mesi, l’aumento dei prezzi e il peggioramento generale della situazione economica portò a un aumento delle infrazioni annonarie, tanto che le autorità cercarono di porvi rimedio aumentando i controlli. A questo scopo fu istituito il Nucleo di Polizia Economica, guidato dal capitano Ercole Cardillo, che cercò di reprimere i reati attinenti alla disciplina economica della produzione e distribuzione dei prodotti. E anche se sequestri e punizioni furono in effetti numerosi, era sicuramente impossibile riportare la situazione sotto controllo. I commercianti nascondevano stoffe e tessuti dentro le pareti dei loro negozi o nei cimiteri e, intanto, strani personaggi provenienti da chissà dove entravano in città cercando di fare affari, speculando sulla fame e sui bisogni dei fiorentini. E’ il caso ad esempio di tre cinesi, Ton Hutymg, Ching-Chang Chene e Jue Jean Koo, arrivati in città da Milano per vendere clandestinamente camicie da uomo e fazzoletti. Furono arrestati per aver tentato di corrompere gli agenti della squadra annonaria. 
   Nell’aprile ’44 la Sepral aumentò le razioni di pasta e di pane. La pasta passò da due a tre chili a testa il mese, il pane salì a 250 grammi, anche se era poco lievitato e quindi pesava di più. In luglio, a un mese dall’inizio della "battaglia di Firenze" le difficoltà dal punto di vista economico erano ormai insuperabili. La carne, insufficiente alla distribuzione, tornò sul mercato libero, con un prezzo che variava dalle 80 alle 150 lire il chilo. I prodotti più abbondanti erano frutta e verdura, mentre la razione di pane scese a 100 grammi, era distribuita solo al mattino e doveva bastare in media per sette persone della famiglia. Quando il pane mancava, veniva distribuito direttamente il grano.
   L’olio era diventato, come scriveva Bernard Berenson nel suo "Echi e riflessioni – Diario ’41-44" "raro come un liquore prezioso", anche se qualcuno giurava che in giro si potessero trovare ancora pasta e pane fatti in casa, verdure, pere, susine e fichi dolcissimi.
   La situazione economica influenzava senza dubbio l’umore della popolazione, tanto che proprio le difficoltà economiche furono la motivazione principale che portò agli scioperi del marzo 1944, unica occasione in cui l’ordine pubblico cittadino fu messo in crisi. I primi giorni di marzo, infatti, gli operai delle principali fabbriche cittadine (Pignone, Cipriani Baccani, Manifattura Tabacchi, Galileo) incrociarono le braccia, rendendo tangibile il malcontento che serpeggiava tra loro a causa dell’aumento del costo della vita, al quale non era corrisposto un aumento dei salari. Per gli operai, ma anche per tutti gli impiegati a reddito fisso, era difficilissimo vivere con i soli generi tesserati, e, allo stesso tempo, i loro bassi stipendi permettevano loro di ricorrere solo in misura modesta al mercato libero e alla borsa nera. Questa situazione induceva, così, i lavoratori a restare al loro posto, visto che anche un pur modesto stipendio era fondamentale per sopperire alle necessità quotidiane.
   L’aspetto economico e quello dell’approvvigionamento alimentare furono sicuramente due dei più importanti nella vita quotidiana della popolazione, che fecero il buono e il cattivo tempo negli umori e negli stati d’animo e che assorbirono gran parte delle giornate dei cittadini, in particolar modo delle donne, vere amministratrici della gestione domestico-familiare, dopo che i loro uomini si erano arruolati a fianco della R.S.I o avevano più vilmente deciso di vivere da latitanti nei boschi.
   La vita quotidiana dell’epoca era però caratterizzata anche da altri aspetti. Abbiamo detto che in gran parte delle città italiane del nord i vari servizi pubblici funzionavano, i giovani andavano a scuola e all’università, e si poteva anche dedicare il poco tempo libero uscendo a cena nella migliori trattorie della città o assistendo a gare sportive, o a mostre d’arte, o ancora gustandosi i film al cinema o le opere a teatro. 
   Se torniamo infatti a parlare del capoluogo toscano, è evidente che nel periodo che va dalla costituzione della Repubblica Sociale (settembre 1943) al momento del passaggio del fronte in città (agosto 1944), solo i bombardamenti degli anglo-americani del 25 settembre, del 18 gennaio, dell’8 febbraio, dell’11 e del 23 marzo, del 1° e 2 maggio, gli allarmi aerei e poche, isolate azioni dei Gap, interruppero le varie attività cittadine. 
   Gli uffici pubblici erano di norma aperti mattina e pomeriggio, in tutta la città c’erano 30 cinema (dove si proiettarono sino alla fine di luglio del 1944 film come "La Gorgona" di Sem Benelli, "Ossessione" di Luchino Visconti, "Circolo equestre Zabum" con Alida Valli, Aldo Fabrizi e Carlo Ninchi, "Resurrezione" con Doris Duranti), senza contare i vari teatri (Comunale, Pergola, Verdi, Nazionale), dove opere, commedie e riviste furono allestite "sino all’ultimo". 
   Come ogni anno, anche nel ’44, in piena guerra civile, fu organizzato il Maggio Musicale, giunto alla nona edizione, che fu inaugurato l’8 aprile con un programma che prevedeva, tra l’altro, l’esecuzione di opere famose e di sicuro successo, come la "Lucia di Lammermoor", il "Flauto Magico", il "Falstaff", "Un ballo in maschera" e la "Agnese Bernauer" di Hebbel (quest’ultima ebbe protagonisti del calibro di Vittorio Gassmann, Ernesto Calindri, Memo Benassi e Ernesto Sabbatini). Artisti quali Antonio Abussi, Gino Bechi, Fedora Barbieri, Onelia Fineschi, Gustavo Gallo, Tito Schipa e Andrea Morosini si alternarono sul palco del Comunale sino al bombardamento di maggio, che determinò la chiusura del famoso teatro fiorentino, a causa della distruzione dell’organo, delle attrezzature del palcoscenico e di molte delle partiture delle opere e dei concerti. Le autorità, però, non si dettero per vinte neanche in quell’occasione e il "Così fan tutte" programmato da tempo per il 2 del mese, si tenne ugualmente all’interno del teatro della Pergola, sotto la direzione di Vittorio Gui,. 
   Anche il mondo della pittura dimostrava vitalità. Nelle numerose gallerie cittadine si esponevano i quadri di artisti dell’800, come Fattorini, Signorini, Silvestro Lega, Gordigiani, e di contemporanei, quali Pietro Annigoni, Ottone Rosai, De Chirico, Primo Conti, Lorenzo Viani, Ardengo Soffici, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Umberto Boccioni, scultore e teorico della compenetrazione dei piani, con dei nomi, quindi, da far invidia alla Firenze di oggi, che si trova in una situazione di pace ormai da più di mezzo secolo. 
   Nel giugno ’44, mentre le autorità fasciste si stavano preparando ad abbandonare la città, fu organizzata a Palazzo Strozzi la XIV Mostra interprovinciale organizzata dal Sindacato fascista di Belle Arti della Toscana. Nello stesso mese iniziarono le audizioni per l’ammissione al Centro di avviamento lirico del Comunale e già si pensava all’inaugurazione della stagione sinfonica estiva nel cortile di Palazzo Pitti, quasi come se la cruenta guerra civile facesse da sfondo a una vita cittadina che doveva andare avanti, nonostante tutto, e anche in quella situazione di emergenza. 
   Dal punto di vista culturale, la città, dopo essere stata crocevia di intellettuali, artisti e scrittori, che avevano portato nuove idee e ideali, non solo poteva permettersi di vivere di rendita, ma, con i limiti comunque dettati dalla particolare ed "eccezionale" situazione, continuò ad essere viva anche in questo ambito. I vari istituti culturali funzionavano. C’erano l’ Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, l’Accademia fiorentina di Scienze Morali "La Colombaria", il Gabinetto Vieusseux, prestigiose biblioteche come la Riccardiana, la Nazionale e la Marucelliana, l’Istituto nazionale di Cultura Fascista e l’Istituto Germanico di Storia dell’Arte, diretto dal professore Kriegbaum (dopo la sua morte, avvenuta nel corso del primo bombardamento alleato su Firenze del 25 settembre ’43, gli successe Ludwig Heinrich Heydenreich). Nel novembre ’43 si trasferì a Firenze presso Palazzo Serristori la prestigiosa Accademia d’Italia, diretta da Gentile e poi da Giotto Dainelli, in dicembre fu riorganizzata l’Accademia della Crusca e nello stesso mese fu inaugurata la nuova sede dell’Associazione italo-germanica a Palazzo Antinori. Dal 29 marzo al 19 maggio ’44 fu organizzato dal circolo "Lyceum", sotto il patrocinio del Comune e con l’apporvazione dal cardinale Elia Dalla Costa, un ciclo di conferenze sui Santi italiani, al quale parteciparono, oltre alla presidentessa Jolanda Blasi, Guido Manacorda, Mario Casella, Adolfo Oxilia, Paolo Lamanna e Luigi Maria Personè.
   Anche se la grande epoca delle riviste fiorentine era ormai tramontata, durante i mesi della Repubblica Sociale Italiana uscirono quotidiani e periodici di rilievo. 
   La Nazione e il Nuovo Giornale, i quotidiani di informazione, furono pubblicati sino alla fine di luglio, mentre nel primo mese del ’44 iniziò le sue pubblicazioni il già citato "Italia e Civiltà", settimanale diretto da Barna Occhini, edito da Carlo Cya, e al quale collaborarono tra gli altri Giovanni Gentile, Ardengo Soffici, Primo Conti, Ridolfo Mazzucconi, Giovanni Spadolini, Enrico Sacchetti. La rivista, il cui ultimo numero uscì il 17 giugno, ebbe un tono pacato, ma non risparmiò critiche a certi atteggiamenti, sia che fossero propri delle autorità fasciste, sia della popolazione. 
   Più acceso e aggressivo il tono di "Repubblica", settimanale stampato in una tipografia di via della Pergola, che annoverava tra i collaboratori Chiara Corsini, Mario Vannini, Franco D’Agostino, Gioacchino Albano, Melchiorre Melchiorri. L’ultimo numero uscì il 22 luglio ’44.
   Nel’44, precisamente da febbraio a maggio, riprese le pubblicazioni anche la "Nuova Antologia", diretta sino alla sua morte da Giovanni Gentile, e poi da Ardengo Soffici. Gli articoli erano puramente (o quasi) accademici e toccavano quindi solo da lontano gli argomenti di attualità; i collaboratori erano professori e studiosi di altissimo livello, come Eugenio Garin, Giotto Dainelli, Niccolò Tommaseo e Giovanni Spadolini. 
   In generale, quindi, nonostante la situazione particolare, la città ebbe il suo fiorire letterario e artistico, anche se spesso le autorità fasciste lamentarono anche agli intellettuali la tendenza a fuggire dalla realtà per rifugiarsi in un mondo tutto loro. Enrico Sacchetti, ad esempio, su "Italia e Civiltà" scrisse un articolo piuttosto forte nel quale accusava gli stessi intellettuali dell’assassinio del grande filosofo Giovanni Gentile. Volenti o nolenti, complici del delitto di Gentile erano tutti quei professori che si davano per malati, i giornalisti alla macchia, i letterati, i pittori che continuavano a dipingere nature morte, i poeti e pensatori che non parlavano, che stavano nascosti o che pure scrivevano ma limitandosi "a cercar farfalle sotto l’arco di Tito". 
   In effetti, anche tra gli intellettuali schierati, serpeggiava sicuramente un senso di smarrimento e di angoscia. Primo Conti, nel suo "La gola del merlo" sottolinea la sensazione di imminente tragedia, che provava in una "stagione piena di incubi e sospetti". Allo stesso modo Ardengo Soffici spiegò con queste parole il motivo che lo portò a fare una scelta difficile, restando a fianco della Repubblica Sociale Italiana: "Vedi, la donna che c’innamorò quando era adolescente, ora è vecchia, brutta e ammalata. Scappare da lei sarebbe un’ignobile viltà: bisogna stare vicini al suo letto e sopportarla, anche maleodorante". Questione d’onore, quindi, che fecero propria tutti coloro che, pur essendo consapevoli dell’ormai imminente tragedia, pur comprendendo che Mussolini aveva ragione quando definiva se stesso "uomo per ¾ defunto", restarono al fianco di un ideale. Barna Occhini, genero di Papini e direttore di "Italia e Civiltà", dette la colpa al Duce di questa triste situazione. In una lettera indirizzata allo stesso, infatti, scrisse: "...avete lasciato che il mercato nero diventasse una piovra gigantesca; avete lasciato che restassero al vostro fianco, come intimi collaboratori, uomini che il Paese disprezzava e odiava... ora il primo responsabile di quanto è avvenuto, tradimento compreso, siete Voi, perchè in regime di dittatura è il dittatore responsabile di tutto, e come a lui risale ogni merito, così su di lui ricade ogni demerito..."
   Ma se il senso di smarrimento era comunque comprensibile, nei fatti, allo stato pratico, la popolazione continuava la sua vita. Il 15 novembre a Firenze iniziarono le scuole elementari, medie inferiori e superiori. Le lezioni si svolgevano generalmente dalle 8.30 alle 11.30, anche se alcune scuole adottarono il turno pomeridiano, con inizio alle 14.30. Sebbene interrotte sempre più spesso dagli allarmi, le lezioni si tennero regolarmente e regolarmente gli studenti andarono in vacanza dal 22 dicembre all’8 gennaio. 
   Dopo i bombardamenti dell’11 e 23 marzo, la situazione subì un peggioramento, in quanto i numerosi sinistrati, che avevano perso la casa sotto le bombe e che non conoscevano nessuno che li potesse ospitare, furono sistemati dal Comune proprio nelle scuole. Così, con i locali pieni, le lezioni non potevano essere tenute e tra il 15 e il 22 aprile chiusero tutte le scuole, anche se a maggio furono comunque fissati gli esami. 
   Anche l’Università funzionò per un certo periodo di tempo. Sino al 31 dicembre ’43 fu possibile iscriversi, mentre le lezioni cominciarono il 17 gennaio. Rispetto alle scuole, nelle facoltà si respirò un’aria più turbolenta, soprattutto perchè molti furono gli studenti progressivamente richiamati alla leva. In più, un numero più consistente di professori seguì l’atteggiamento attendista e assenteista (ma tutti o quasi si ripresentavano per prendere lo stipendio alla fine del mese) che colpì anche la magistratura. Emblematico il caso di Rodolfo De Mattei, professore di storia delle dottrine politiche alla facoltà di Scienze Politiche, che, dopo essersi presentato a lezione solo un paio di volte, sparì dalla circolazione dopo aver affermato: "Mi rivedrete insieme agli inglesi".
   La sostanziale tranquillità che caratterizzò la vita quotidiana durante i mesi della Repubblica Sociale Italiana fu confermata anche da un dato sorprendente, ovvero il numero degli ebrei fiorentini deportati. In effetti, la comunità ebraica del capoluogo toscano era numerosa, contava 2500 persone, ma solo 248 furono portate via e di esse 235 non fecero più ritorno a casa. Una percentuale pari a poco meno del 10%, che non è poi granchè se si pensa ai meticolosi rastrellamenti operati allora dai tedeschi. D’altronde le autorità fasciste, per mezzo dell’Ufficio Affari Ebraici, istituito alla fine del ’43, si occuparono esclusivamente delle requisizioni dei beni della comunità ebraica e in effetti il suddetto Ufficio, guidato da Giovanni Martelloni, ebbe un’entrata complessiva di 865.845 lire.
   L’ultimo aspetto che andremo ad analizzare è quello dell’efficienza della pubblica amministrazione, che, nonostante i costi esorbitanti che dovette sopportare, elargì ai cittadini i principali servizi.
   Giotto Dainelli, che accettò solo nel febbraio ’44, dopo varie esitazioni, la carica di podestà, portò avanti con grande efficienza il suo programma, da lui stesso illustrato ne "Le attività da me svolte in Firenze nella primavera 1944" (Roma, 1948) e che consisteva nel predisporre e prevedere d’urgenza quanto fosse di volta in volta necessario per le vicende della guerra combattuta, in particolare nel caso di bombardamenti; nel prevedere l’eventualità di un’occupazione anglo-americana e le impellenti necessità che sarebbero di conseguenza derivate dal cambio di occupanti stranieri in guerra tra di loro; nello studiare i grandi problemi cittadini, in modo che tutto fosse pronto per il dopoguerra. Dainelli fece così il possibile per far proseguire gli studi sul piano regolatore, sul sistema fognario cittadino e su quello idrico, anche e soprattutto in previsione della fine del conflitto, si prodigò per la riattivazione dei pozzi cittadini, in un momento in cui l’acqua era assai rara, predispose in città quattro punti fissi di soccorso ai quali i fiorentini potevano ricorrere in caso di bombardamenti e si adoperò affinchè lo sgombero delle macerie e gli interventi successivi alle incursioni fossero immediati e efficienti. Non solo, ma il podestà ebbe un ruolo importante nel far riconoscere l’appartenenza al Comune di Firenze delle ricchezze artistiche dei musei cittadini, nell’ambito dello spettacolo fece in modo che fosse organizzato nel migliore dei modi il Maggio Musicale fiorentino e, grazie a lui, in città furono allestite numerose mense comunali. In vista del passaggio del fronte e quindi dei giorni dell’emergenza, fece predisporre dal direttore dell’Ufficio di Igiene un elenco delle possibili malattie epidemiche che avrebbero potuto diffondersi in città e fece acquistare i farmaci necessari. Non solo, ma fu promotore di un importante progetto, poi fallito in quanto le banche non dettero la loro disponibilità, che avrebbe dovuto dotare il capoluogo toscano di una riserva di quasi 24.000 quintali di carbone vegetale, da utilizzare nel caso, piuttosto probabile, in cui il gas non fosse stato più erogato.
   Anche gli istituti di beneficenza - 38 erano quelli che si trovavano in città – continuarono a funzionare e un’opera importante fu quella svolta dall’Epaf (Ente provinciale di Assistenza fascista), che accentrava le varie attività assistenziali che nel ventennio erano state curate dalla Federazione fascista, che si occupava dei combattenti e delle loro famiglie, dalla Prefettura, punto di riferimento per sfollati e sinistrati, e dagli Enti Comunali di Assistenza, che cercavano di risolvere i problemi dei rimpatriati e delle famiglie bisognose. Nel solo mese di dicembre del ’44 l’Epaf erogò 12 milioni e mezzo di lire e nell’aprile ’44 20 milioni, più un milione di sussidi straordinari di primo intervento erogati per i due bombardamenti del primo e 2 maggio.
   Finchè il fronte non passò da Firenze, i principali servizi pubblici, quindi, funzionarono: treni, corriere, tram (in città c’erano più di 30 linee), taxi (che partivano da piazza Beccaria, piazza Donatello, piazza Cavour, piazza Santa Trinita, e così via) erano a disposizione dei cittadini sino all’ora del coprifuoco. Allo stesso modo, con le ovvie limitazioni determinate dalla difficile situazione, gas, luce, acqua vennero erogati sino all’ultimo. Quando il carburante iniziò a scarseggiare i servizi delle corriere che andavano fuori Firenze furono ridotte, così come aumentò il costo dell’energia elettrica. I bombardamenti sulla città causarono inoltre sospensioni, seppur temporanee, dell’erogazione di gas (che, ad esempio, dopo l’incursione dell’11 marzo fu sospesa per cinque giorni e il 23 dello stesso mese, a causa dei danni provocati dagli ordigni da 500 libbre scaricati dagli aerei anglo-americani fu ulteriormente ridotta), acqua e luce, oltre che a interruzioni delle linee tranviarie (in particolare il 25 settembre ’43, quando rimasero uccisi sotto le bombe 14 tranvieri). 
   A partire dal ’44, e con sempre maggiore intensità, si fecero sentire anche gli atti di sabotaggio e le azioni di disturbo da parte delle bande di partigiani, che andavano a colpire i tratti ferroviari e le linee telefoniche "volanti", che erano utilizzate dai tedeschi per mettere in comunicazione tra loro i diversi comandi. Dall’inizio del ’44 si verificò una diminuzione nella circolazione di auto private, a causa della mancanza di carburante e alla conseguente introduzione di divieti e limitazioni. Il 6 marzo ’44 l’esplosione di due bombe provocò danni agli scambi della linea elettrica tranviaria in via Baldini, ma in meno di tre ore il servizio fu ripristinato. Da segnalare l’aumento progressivo dei biglietti dei tram, che comunque rimasero in funzione sino a luglio, quando furono usati in particolar modo per il trasferimento di merci e immondizie. Il 10 giugno fu sospesa del tutto l’erogazione del gas e a fine mese si verificò una forte carenza di acqua, tanto che le condizioni igieniche peggiorarono in modo consistente. Il 23 luglio smisero di funzionare i telefoni, ma, ad ogni modo, se si escludono i giorni dell’emergenza vera e propria, il personale ferroviario, i vigili, i postelegrafonici, gli agenti di pubblica sicurezza e gli addetti alle organizzazioni di soccorso rimasero diligentemente al loro posto per tutto il periodo della Repubblica Sociale.
   Concludendo, quindi, e sintetizzando ciò che abbiamo già ampiamente sottolineato, anche durante il periodo della R.S.I la città di Firenze, e più in generale le città del centro-nord, restarono "vive", nonostante tutto. Non solo, ma i cittadini dimostrarono di non sentirsi completamente coinvolti da tutto quello che accadeva loro intorno. L’attenzione era rivolta essenzialmente ai piccoli (anche se importanti) problemi quotidiani. I fiorentini, in particolar modo, dimostravano di estraniarsi, di essere distratti e indisciplinati, persino in fatto di circolazione stradale. Ecco cosa si legge sulla Nazione del 1° dicembre ’43: "Firenze è stata sempre la città più refrattaria a tutte le discipline e in particolar modo a quella di cui parliamo... I visitatori provenienti da altre città si meravigliavano che i buoni fiorentini dessero prova di una così totale noncuranza per i regolamenti, attraversando le strade quando loro faceva comodo, guardandosi bene dal seguire una mano, nel camminare sui marciapiedi, affollandosi sui crocevia in amena conversazione... Se le rinnovate disposizioni hanno dato una parvenza di regole alla circolazione, non hanno infatti, e non lo potevano, cambiato il carattere e le abitudini dei cittadini, quali, da epoca immemorabile, hanno amato fermarsi a chiacchierare, prima sui marmi di Santa Reparata e poi sui crocicchi delle strade... Lo stazionamento inoperante in mezzo alle strade, l’ozio contemplativo del pedone che sfoggia il suo spirito con le ragazze che passano, è roba d’altri tempi, quando la placidità un pò sonnolenta della vita permetteva questo e altro." Per ovviare a questi inconvenienti, fu organizzato addirittura un ciclo di conferenze a cui dovevano obbligatoriamente presenziare coloro – pedoni, automobilisti e motociclisti – che avevano commesso infrazioni al codice della strada. Le lezioni erano tenute dal comandante dei vigili urbani Aldighiero Batini presso l’Archivio Centrale di Stato in via dei Castellani e, accompagnate da proiezioni, iniziavano alle 7 di mattina di ogni domenica. Chi non si presentava in orario sarebbe stato multato; chi non si presentava affatto sarebbe stato arrestato.
   Emblematico dello stato d’animo che si respirava tra la popolazione al momento del passaggio del fronte è anche il simpatico aneddoto riportato da Curzio Malaparte nel suo "Maledetti toscani", dove racconta che una mattina dell’agosto del 1944, quando gli alleati erano già entrati in città, un commerciante o più probabilmente un contadino, con il suo carretto a mano carico di fiaschi di vino, si trovò ad attraversare via Calzaioli. Dietro di lui, un colonna corazzata inglese, che chiedeva di passare. Al carrista che ordinò di spostarsi, l’uomo andò in escandescenze e gli urlò contro frasi del tipo: "Ho furia anch’io! O che prepotenze son queste? Non s’è mai finito di vederne di nuove! ‘E vanno via quelli e arrivano quest’altri! Io non mi sposto, io vo’ per la mi’ strada! E se t’hai furia, passa da un’altra parte!". O ancora: "o che vi credete d’essere a casa vostra? C’è tanto posto nel mondo per andare a fare la guerra, proprio qui vu’ avete a venire?..". Insomma, i fiorentini erano ormai stanchi della guerra e di tutti coloro che occupavano la città. Volevano riappropriarsi della loro amata città e tornare a una situazione di normalità, in tutto e per tutto. E in questo erano vicini a gran parte della popolazione italiana, che in un momento così difficile e triste, scelse la via più facile, quella attendista, che non avrebbe aggiunto problemi alle già numerose avversità quotidiane.
 
 

 


venerdì 28 ottobre 2022

Guerra in Europa

 

Guerra in Europa

Francesco Fatica

RUSSIA, UCRAINA, USA  

Dopo brevi cenni sulla storia degli ultimi anni dell’Ucraina nei rapporti con la Russia, si potranno meglio capire gli sviluppi della situazione attuale, che ci stanno portando alla guerra in Europa, impostaci dagli USA per tentare di superare l’impellente grave crisi del dollaro.

Uno dei padri della geopolitica, Harold Mackinder, sostiene che  (Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale)  chi ha il controllo della zona centrale controlla l’Eurasia e chi controlla l’Eurasia controlla il mondo. Con la dissoluzione dell’URSS, gli Stati Uniti hanno fortemente ipotecato il comando della zona centrale. Per aspirare a conquistare e mantenere la supremazia mondiale, occorre passare al comando della massa eurasiatica. "La capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale, dipenderà dal modo in cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia, scongiurando soprattutto l’emergere di una potenza predominante e antagonista in questa regione". (Zbignew Brzezinski: "La Grande Scacchiera", p.8, Longanesi 1998). Nell’effettuare un’analisi geopolitica sull’Eurasia si deve riflettere che il fenomeno geopolitico oggi più importante in assoluto è stato il ritorno della Russia a fattore di potenza in Europa. A produrlo è stata la somma algebrica del declino europeo, del raffreddamento americano verso il Vecchio Continente e della rinascita russa. Sul piano globale, la competizione/cooperazione è stata già multipolare (con Cina e Russia, ma anche Brasile, India e Giappone ad affiancare gli Stati Uniti, (leader da molti ritenuti oggi in affanno), ma senza un polo europeo. L’Unione Europea è troppo eterogenea ed eterodiretta per aspirarvi. Soprattutto, non è, né vuole diventare Stato. Influenti ideologi veterocontinentali ne fanno un vanto; sarebbe una forma di resistenza. Brzezinski è la mente occulta della politica estera di Obama. «È più facile ammazzare milioni di persone che controllarle». Così ragiona la fredda mente del ministro degli Esteri ombra di Barak Obama, dell’uomo che ha pianificato la crisi ucraina, facendola precipitare sul ciglio della guerra civile. Zbigniew Brzezinski è uno dei fondatori, insieme a David Rockefeller, della Commissione Trilaterale, è membro del Club Bilderberg e gran maestro della masssoneria. E’ lui che ha pianificato l’invasione sovietica dell’Afghanistan, facendo cadere il Cremlino in una trappola. E’ lui che ha costruito il sindacato polacco Solidarnosc, portandolo ad avere un ruolo essenziale nella caduta del Muro di Berlino. Dalla sua mente sono nati i miti di Osama Bin Laden e di Al Qaida. È  proprio lui che ha ideato il complesso sistema economico politico, politico, militare che sta dietro le oltre venti rivoluzioni colorate che hanno sconvolto il pianeta negli ultimi quattordici anni. Noam Chomsky lo ha definito: «È il Signore del nuovo ordine mondiale»...  Il quotidiano britannico “The Guardian” ha scritto: «Brzezinski sta facendo di tutto per impegnare la Russia e l’Europa in una guerra fredda che paralizzi le loro economie e la loro espansione. Secondo fonti interne al Dipartimento di Stato, il polacco non avrebbe alcun problema se la guerra si trasformasse da fredda in calda, se iniziassero a tuonare i cannoni. Per lui l’Ucraina non è che l’ennesimo teatro dove va in scena per affondare le ambizioni egemoniche di Mosca. Chi se ne frega se poi qualche migliaio (o di più) di ucraini ci rimetterà la pelle, o se l’Europa resterà senza gas, o se La Russia piomberà nel caos. Brzezinski considera «l’Eurasia il perno della politica e dell’economia mondiale».   Vale a dire che, per dominare il pianeta, bisogna controllare il vasto territorio che va dalla catena himalayana all’Europa orientale, passando  per il Medio Oriente e il Mar Nero. E taluni ricercatori notano che non è un caso che rivoluzioni, sommovimenti politici, guerre e terrorismo negli ultimi trentacinque anni siano da circoscrivere in quest’area: l’Eurasia di Brzezinski. E’ da notare che il politologo polacco si riferisce ad un potere superiore al Governo degli Stati Uniti. Per lui l’élite al potere risiede all’interno di esclusivi circoli politico-economici-militari; potrebbe essere un riferimento al Bildeberg o alla Trilateral, ma anche al livello superiore. Stephen Kinzer, uno dei maggiori esperti statunitensi di geopolitica, ha scritto: «Dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, gli Stati Uniti hanno instancabilmente perseguito una strategia di accerchiamento della Russia, proprio come hanno fatto con altri presunti “nemici” come Cina e Iran. Hanno portato nella Nato dodici Paesi dell’Europa centrale, tutti ex alleati di Mosca. Ora le forze militari degli Stati Uniti sono ai confini della Russia. La crisi ucraina è in parte il risultato di un calcolo che sta plasmando la politica statunitense nei confronti di Mosca dai tempi della guerra fredda.

La cosiddetta indipendenza dell’Ucraina, inglobata nell’Ue e nella Nato, priverebbe la Russia della sua posizione dominante sul Mar Nero - unico sbocco invernale per le comunicazioni marittime russe - dove Odessa costituiva un avamposto strategico per gli scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La perdita della sfera d’influenza sull’Ucraina avrebbe enormi conseguenze strategiche; è necessario infatti chiarire che l’Ucraina era e forse potrebbe essere ancora di fatto un satellite della Russia, essendo un tassello irrinunciabile per la difesa del territorio nell’ambito delle sfere di influenza.

Attualmente l’Ucraina appare come un paese allo sbando, preda delle tentacolari Organizzazioni Non Governative (Ong) diramate da Washington e dall’Ue, e infiltrate largamente nella popolazione,  incistata così negli strati disagiati  per  schierarli in una battaglia contro il potere, quel potere che in ogni caso non si poteva definire regime, né tanto meno dittatura, in quanto frutto di libere elezioni e rispettoso delle istituzioni. Un potere che si è tentato di abbattere, riuscendovi però solo con un colpo di stato anticostituzionale.
La guerra in corso  non deve essere considerata come una guerra tra l’Ucraina e la Russia, perchè in effetti è una guerra tra Stati Uniti e Russia. C’è, si dice, addirittura, l’intento del Pentagono di «colpire la Russia prima del collasso planetario del dollaro». In questa chiave Carlo Tia inquadra i drammatici sviluppi che oppongono Mosca e Washington in Ucraina.

«Gli scambi tra la Cina e la Russia sono ormai in yuan, fra la Cina e l’Iran in oro», scrive Tia su “Megachip”. «La stessa Cina si sta liberando di circa 50 miliardi di dollari al mese – trasformati in obbligazioni». Perfino George Soros sta pesantemente speculando al ribasso a Wall Street; Zbigniew Brzezinski e George Soros e altri registi delle Ong in Ucraina daranno direttive coincidenti con il piano strategico, mentre si continua a monitorare la situazione economica e non mancano allarmi. «Sono tutti segni di una prossima depressione mondiale, da cui forse gli Stati Uniti potrebbero uscire solo con una prolungata guerra in Europa».
In particolare poi, per valutare la situazione ucraina, si dovrebbe tener conto anche che più della metà della popolazione è russofila, addirittura russa o russofona, specie nelle regioni orientali di Doneck, Dnipropetrovsk, Kharkov, che sono anche le più ricche e industrializzate, così come nei territori costieri sul Mar Nero (conquistati dall’Impero zarista nel XVIII secolo) vi è una predominanza linguistica russa. Si rifletta comunque che le due lingue sono molto simili e perfettamente comprensibili tra ucraini e russi e viceversa e quindi convivono senza problemi nello stesso territorio.

Secondo l’ultimo censimento del 1989, i russi in Ucraina erano il 67,9% nella regione di Doneck, il 65,5% in quella di Lugan, il 50,1% in quella di Kharkov, il 53,4% in quella di Zaporoz e il 67% tra gli abitanti della Crimea.
I russi che abitano in Ucraina non si sentono una minoranza etnica e tantomeno sono percepiti come tali dagli stessi ucraini, se si fa eccezione per le regioni occidentali del paese, profondamente inquinate da Ong, associazioni umanitarie, patriottiche e quant’altro possa servire a influenzarle dagli USA..
Sondaggi condotti nel 1999, dimostrano che il 61% degli abitanti dell’Ucraina avevano una percezione positiva della Russia, più di 1/3 di essi desidererebbe vivere con i russi in un unico Stato e la maggioranza assoluta si è detta favorevole a frontiere con Mosca del tutto trasparenti, vale a dire senza controlli doganali o richieste di visto.
Senza l’Ucraina, la Russia non solo perde i prodotti agricoli delle terre più fertili, ma anche i tradizionali sbocchi portuali di Odessa, Mariupol e Ilicevsk.

E’ interessante  ricordare che la Crimea (già parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, venne ceduta in comodato nel 1954 dall’ucraino Nikita Khrushchev all’Ucraina sovietica)  e dunque la Crimea è sempre rimasta sotto l’influenza russa.
Dalle statistiche emerge che nel 1997 i paesi aderenti alla Confederazione di Stati Indipendenti (CSI) hanno investito nell’economia russa 55,6 miliardi di rubli, di essi 26,2 sono dell’Ucraina (47,1% del volume complessivo) e malgrado una lieve discesa nel 1998 (6,2 miliardi pari al 23,4% degli investimenti totali operati dai paesi della CSI), ancora nel 1999 l’Ucraina riceveva dalla Russia il 40% delle sue importazioni, mentre quest’ultima continuava a sua volta ad essere il principale importatore della produzione di Kiev.
Prima con la firma di un accordo per la riunificazione delle reti elettriche dei due paesi, Russia e Ucraina, poi garantendo l’acquisto da parte della Lukoil (la maggiore compagnia petrolifera russa) di quote della raffineria di Odessa, infine con la sottoscrizione di un rilevante pacchetto di accordi intergovernativi fra i quali spicca un’intesa per il transito del gas per un periodo di 15 anni.
Nel frattempo, però, Washington non è stata inerte nella zona, come aveva promesso Bush nel 1990 per le “sfere d’influenza”. La lunga preparazione americana della “rivoluzione arancione” nel quadro di una non interrotta offensiva antirussa ha avute varie testimonianze, tra le quali sono particolarmente pesanti quelle che chiamano in causa il ruolo della Cia e di altre, più o meno spionistiche (Ong) organizzazioni ipocritamente “benefiche”  o “umanitarie” americane e occidentali in Ucraina - dopo che hanno prodotto ingerenze in vari stati - fino ai bombardamenti, in Serbia quando c’era troppa resistenza – e ancora, pur  senza arrivare a tanto, in Georgia, e altrove - (v. E. Ramondino, Stanko Lazendic. “Otpor, arancione a stelle e strisce”, “Il manifesto”, 30 dicembre 2004; J.-M. Cauvier),  La preparazione sotterranea della lotta alla Russia è continuata senza interruzione e continua ancora. La tecnica è nota e si ripete con successo.  Prima si creano, agendo su quelle “fratture” presenti in ogni Stato, le condizioni per una insurrezione perché avvengano incidenti e scontri facendo attribuire dai media mainstream alle forze governative ogni sorta di crimini e misfatti, spesso proprio quelli commessi dai “ribelli”; poi scatta la condanna della “comunità internazionale” con sanzioni e la richiesta di cambio di regime. Gli episodi di violenza si moltiplicano, mentre nel Paese agiscono i membri delle solite corrosive Ong e i “ribelli” godono dell’appoggio integrale dei media mainstream. Tutto questo è possibile grazie al pressoché totale controllo di media, di radio, di canali televisivi di siti internet e, in definitiva, dell’opinione pubblica occidentale da parte dei centri di potere, già una ventina d’anni fa, Zbigniew Brzezinski, il polacco, ispiratore maledetto della Casa Bianca, indicò nell’Ucraina un Paese fondamentale nei nuovi equilibri geostrategici; da sottrarre alla Russia e portare nell’orbita della Nato e dell’America. Allora iniziò una lotta accanita tra Washington e Mosca, una guerra sorda, combattuta con armi non convenzionali, anche usando le “rivoluzioni pacifiste”. Il metodo si ispira alle teorie dell’americano Gene Sharp e fu applicato per la prima volta in Serbia nel 2000, in occasione di quelle prepotenti ingerenze per provocare la caduta dell’allora presidente Slobodan Milosevic. Si cominciò, come abbiamo descritto nello schema generale, con le solite proteste di piazza, in apparenza con la pretesa di spontaneità, in realtà pianificate dettagliatamente,  guidate e foraggiate dalle solite ipocrite Organizzazioni non governative, in un crescendo di violenti scontri amplificati dai media internazionali e appoggiati dalle istituzioni, e perfino dall’esercito, se necessario, fino a provocare la caduta del “tiranno”. L’esperimento serbo era piaciuto  molto al Dipartimento di Stato che aveva deciso di ripeterlo nel 2003 in Georgia (Rivoluzione delle Rose) e l’anno dopo in Ucraina, quando, a Natale, il candidato progressista Viktor Juschenko sconfisse Yanukovich, durante la Rivoluzione arancione.

Un primo capolavoro questo di ipocrisia, che finì per risvegliare Putin; le indebite ingerenze di Washington nei vari paesi gli hanno insegnato a prevenirle situando in campo un robusto e manesco «movimento giovanile», Naši (I Nostri), deputato a prevenire che le piazze russe possano cadere in mano a manifestanti prezzolati dal nemico. Il Cremlino, fu costretto ad avviare, la “nuova guerra fredda” con gli Stati Uniti. I rapporti da cordiali divennero glaciali. E i servizi russi pianificarono la riconquista dell’Ucraina, usando, a loro volta strumenti non convenzionali, quali il ricatto del gas, il sabotaggio dell’economia, i conseguenti disagi sociali, le tecniche spin per demotivare e indebolire i partiti della coalizione arancione. Ottenendo così  nel 2010 che Yanukovich fu eletto presidente e l’Ucraina lasciò l’orbita americana per tornare in quella russa.
Nei giorni nostri,la protesta è divenuta ancora più violenta per opera anche di violenti guerriglieri estremisti organizzati. E’ infatti noto ormai che ad assaltare i ministeri di Kiev non sono stati i pensionati ucraini, bensì milizie paramilitari sedicenti neonaziste, ben preparate militarmente,  ben armate e molto ben pagate. I pacifisti sono serviti da corollario, soprattutto mediatico, ma a rovesciare Yanukovich sono stati guerriglieri fanatici e ultraviolenti. Inviata  speciale dal Dipartimento di Stato americano Victoria Nuland aveva passato settimane a Kiev, sfacciatamente alimentando gli insorti e regalando biscotti insieme a milioni di biglietti verdi di contrabbando, incontrando i leader della rivoluzione, facendo piani e tramando il colpo di stato.Ognuno dei mercenari che hanno combattuto ha preso cinquecento dollari alla settimana, quelli più esperti fino a mille e un comandante di plotone duemila dollari – ammise la disinvolta Nuland - un ottimo guadagno per tanti disoccupati ucraini. Sono piovute sovvenzioni dall'America e dall'Europa (la Nuland ha calcolato che la spesa investita dagli americani per "costruire la democrazia" sia stata di cinque miliardi di dollari) che forse potevano bastare per chiamare in piazza la gente, ma gli USA avevano bisogno di uno strumento più potente per rimuovere dal governo un presidente democraticamente eletto.
Elementi preziosi per questo strumento erano stati allevati in Ucraina occidentale: dai figli dei collaborazionisti dei tedeschi, e allattati con l'odio verso i russi. Si deve ricordare ancora che nel dopoguerra, con l’aiuto degli USA, fu combattuta una sanguinosa guerriglia contro l’URSS, che durò fino al 1956. I figli di questi partigiani, educati all’odio verso il comunismo, l’URSS e i Russi, sono diventati la punta di diamante dei ribelli anti-governativi pro-USA in Ucraina, il  cosiddetto Right Sector della destra estrema, Si dichiaravano pronti a combattere, a morire e soprattutto ad uccidere. Questi sono facinorosi fanatici che non combattono solo per far entrare il paese nella Ue, contro una permanenza nella lega russa, ma odiano e  sono pronti a combattere anche contro i russi dell'Ucraina e contro tutta l'etnia ucraina di lingua russa.

E’ ormai chiaro, sostiene  Carlo Tia, che secondo i piani dei “registi” delle Ong operanti in Ucraina (persone come George Soros e Zbigniew Brzezinski) è prevista una guerra civile fra gli ucraini dell’ovest e i russofoni dell’est. Dietro la punta di diamante del Right Sector- l'Estrema-Destra, con i suoi invasati combattenti anti-comunisti e anti-russi, c’era una organizzazione più grande che poteva contare sui neo-nazisti di Svoboda..
Pochissimi media occidentali – ha scritto Carlo Tia – hanno trasmesso la registrazione trapelata del colloquio di Victoria Nuland, incaricata Usa della cura dei rapporti diplomatici con l’Europa ed con l’Eurasia, mentre  conversava con l’ambasciatore statunitense in Ucraina». La Nuland comandava la composizione del nuovo governo di Kiev. I ribelli hanno preso il potere, hanno proibito la lingua russa e hanno cominciato a saccheggiare Kiev e Lvov, ma  ciò non importava ai fini ultimi, voluti dai registi americani.
La “strategia della tensione” innescata a Kiev, darebbe agli Usa e alla Nato «il pretesto di intervenire per “pacificare” l’Ucraina, stabilirsi minacciosamente nel Mar Nero e proiettarsi sempre di più nel Caucaso e verso il Mar Caspio, ricchissimo di risorse petrolifere e di gas».
Il tempismo e la disciplina di queste milizie mercenarie sedicenti neonaziste sono stati perfetti: infatti la sommossa ha raggiunto il suo acme proprio durante i Giochi di Sochi, quando la Russia non poteva permettersi di rovinare il ritorno di immagine delle Olimpiadi.  Mentre Kiev bruciava per la “Rivoluzione Brown”, il Cremlino era costretto a tacere. Ma non solo; vedremo.
Organizzazione perfetta, abbiamo detto, magistrale, quella dei terroristi della Rivoluzione Brown, la cui dirigenza occulta resta però chiaramente intuibile, essendo estremamente difficile classificare come spontanea un’operazione così complessa ed articolata e così ben orchestrata anche nei tempi.
Però – ammainate le bandiere olimpiche – quell’aggressione  ha innescato una fulminea risposta del Cremlino; Obama forse non immaginava che Putin potesse arrivare ad occupare la Crimea, ma l’intelligence russa ha prevenuto in Crimea una ben organizzata replica del colpo di stato a Kiev, già preparata con l’impiego della sperimentata milizia semisegreta che si fa chiamare Assemblea Nazionale Ucraina – Autodifesa del Popolo Ucraino (UNA-UNSO), una semiocculta forza di attacco paramilitare, sedicente di estrema destra, legata alla NATO, utilizzando l’Ucraina come base, secondo le dichiarazioni di William Engdahl. Questa forza di attacco di sedicenti nazi era già in combutta perfino con i tartari jihadisti di Crimea.
D’altra parte, vorremmo mettere in risalto che non è che il Cremlino non si aspettasse, come può apparire, lo scoppio dell’offensiva dei guerriglieri assoldati dalle Ong di Washington proprio durante i Giochi di Sochi, e neppure, il colpo di Stato contro l’incapace Yanukovich, colpo di Stato sia pure mascherato da una patina superficiale di legalità da parte di Washington, comprando una maggioranza in parlamento, anche minacciando e terrorizzando i parlamentari che tentavano di resistere alle imposizioni di Washington . In effetti, però, si trattò concretamente di un colpo di Stato in quanto una semplice deliberazione della Verchovna Rada, la Camera bassa del Parlamento ucraino, non avrebbe potuto e non potrebbe mai, secondo la Costituzione, destituire un Presidente regolarmente eletto.
Putin, preso fra due fuochi, preferì reagire silenziosamente in Crimea, realizzando così una più sicura base per la Flotta del Mar Nero, una presenza ufficiale in un mare caldo, che non gela d’inverno, e un valido supporto per la zona d’influenza russa.
Obama si è trovato spiazzato, perché l’Ucraina è troppo vicina alla Russia e pertanto non converrebbe minacciare un intervento che poi non potrebbe essere attuato. Le pessime figure fatte da Obama in Georgia e pure in Siria, ovviamente non si potrebbero ripetere, e allora Washington si è messa da parte, lasciando il campo per le proteste agli alleati dell’Ue e orientandosi verso sanzioni di carattere economico.
L’opinione pubblica mondiale è rimasta ancora ubriacata dalla propaganda della stampa e delle televisioni mainstream, però si rende via, via, sempre più chiaro alla riflessione di quelle persone che riescono ad emanciparsi dalla pressione dei media, che il confronto decisivo, in Ucraina (nella logica geopolitica) avviene tra Stati Uniti e Russia; uno scenario, di cui si parla poco, ma che ora gli avvenimenti ucraini impongono all’attenzione e preoccupazione mondiale.
Noi europei, seppure, per caso, dovessimo parteggiare per i Russi, in odio a Wall Street, saremmo, però, costretti, poi in concreto, a pagare il peso delle sanzioni economiche che dovremmo imporre alla Russia, rinunziando al suo gas e al suo petrolio. Facile prevedere che avremmo anche notevoli difficoltà a fornirci di tanti idrocarburi necessari alla nostra economia e ancora dovremmo subire i disagi del prevedibilmente provocato aumento del  prezzo del greggio e del più oneroso costo dei trasporti a mezzo di petroliere e navi gasiere. Pertanto sorgono dubbi sulla possibilità di un’effettiva imposizione di sanzioni economiche alla Russia da parte dell’Ue. Bisognerebbe tener conto che per il trasporto del gas dall’America sarebbe necessario ancora costruire impianti di compressione del gasper liquefarlo preventivamente al trasporto, e contemporaneamente sarebbe necessaria la costruzione di mpianti di gassificazione del liquido trasportato dalle navi.
E importante riflettere che l'aspetto più profondo, non capito da tutti, che anima la questione è quello delle "sfere d'influenza". All'epoca del crollo dell'Unione Sovietica, nel dicembre 1990, l'allora presidente Bush rassicurò la dirigenza russa che per gli Stati Uniti l'Ucraina sarebbe restata nella "sfera d'influenza russa". Da allora la Russia ha rispettato l'indipendenza ucraina, pur  dominando sempre più l'economia del paese. E'anche molto importante notare che le forniture energetiche della Russia all'Europa passano principalmente attraverso l'Ucraina: il 40% del gas e il 25% del petrolio. La principale base della Marina militare russa nel Mar Nero si trova, come tutti sanno, a Sebastopoli e, sempre sul territorio ucraino, si trovano stazioni radar di importanza strategica.
Nell'ultimo decennio l'atteggiamento statunitense è andato cambiando. L'elemento più evidente, emerso durante le elezioni del 2004 è stata un'aperta presa di posizione di Colin Powell a favore di Victor Yushenko durante le elezioni. Lo stesso ha fatto Zbigniew Brzezinski per conto degli ambienti democratici USA. Al tempo stesso, però, il presidente russo Putin ha dimostrativamente offerto il suo sostegno a Victor Yanukovich.

Il contesto geopolitico dell'attuale crisi in Ucraina si deve completare con le divisioni interne, che hanno una dimensione storica, culturale e religiosa. Le regioni orientali e meridionali del paese sono appartenute negli ultimi secoli all'Impero Russo. Le regioni occidentali sono state originariamente dominate dall'impero polacco-lituano e, dopo la spartizione della Polonia del 1772, sono passate sotto l'impero austroungarico, rimanendo sotto la dominazione austriaca fino al 1918. Queste regioni presero il nome di Galizia e  sono culturalmente orientate verso l'Europa centro-occidentale, una tendenza rafforzata dalla locale chiesa ortodossa che riconosce il Papa cattolico di Roma e non il Patriarca ortodosso di Mosca. Dal 1918 al 1939, la Galizia finì sotto la Polonia, prima di essere annessa all'Unione Sovietica, accorpata alla Repubblica Sovietica dell'Ucraina nel 1945. Negli anni del dopoguerra i  nazionalisti dell'Ucraina occidentale combatterono per oltre dieci anni, una dura e sanguinosa guerra partigiana contro i sovietici; essendo sobillati, armati e foraggiati dai servizi segreti americani, in parte attraverso la "Organizzazione Gehlen", nata  in Germania e passata al servizio della Nato e della CIA. Questi precedenti sanguinosi hanno lasciato una pesante scia di avversione verso i Russi e l’abitudine ad appoggiarsi ai servizi americani.
A confermare che la Russia è risorta allo stato di baluardo nella competizione  di potenza eurasiatica, e dunque globale, (posto che le competerebbe da un paio di secoli) dobbiamo constatare ancora una volta,  che dalla caduta del Muro, quando tutto sembrava perduto, la Confederazione russa ha scoperto incredibilmente in sé stessa risorse formidabili. La cui manifestazione ultima è il patriottismo statolatra coniugato al più freddo pragmatismo.
Attualmente perfino“Forbes”, l’influente rivista finanziaria americana illustrata, ha dovuto riconoscere le qualità della Russia, assegnando a Vladimir Putin lo scettro di uomo più potente della terra, per il 2013. Il magazine Forbes,pur senza rinunziare alle sue convinzioni sulla preminenza morale, politica ed economica degli States, ogni  anno stila la classifica 'The Most Powerful People in the World', quest’anno ha preferito "il leader autocratico di un’ex superpotenza al comandante in capo ' però ammanettato' del Paese predominante al mondo", ovvero Barack Obama, primo nel 2012.
Volendo proseguire nell’analisi geopolitica della Federazione Russa si deve mettere in risalto che si tratta di un elemento del tutto peculiare. Come impero multinazionale, esteso ben oltre le steppe centroasiatiche fino all’Artico, alla frontiera cinese e al Pacifico; è uno stato sui generis, non omologabile ad altri. Né tanto meno, solubile in alleanze, come la Nato, che implicano la rinuncia alla sovranità in favore del paese leader. Nelle parole di Putin, «La Russia sarà indipendente e sovrana, o non sarà».
E pertanto si dice in Russia, che non accadrà più che Mosca accetti un’imposizione americana, o sia costretta a ripiegare, umiliata e offesa. A Putin brucia ancora la costrizione subita dall’allora premier Primakov, costretto nel marzo 1999 a tornare indietro mentre, in volo per Washington, apprendeva che la Nato stava bombardando Belgrado. Il rapporto Russia-Usa deve essere di scambio, dicono i Russi, duro, se necessario, ma a livello paritario.
Nel progetto di Putin, un’esigua élite di Stati sovrani “più eguali degli altri” si attribuirebbe la responsabilità di regolare il sistema-mondo  sempre attraverso il compromesso fra i grandi. Al cui tavolo è tornata a sedersi la Russia. Per restarci. 
E anche per questo, va precisato ancora che a Mosca il tronco d’impero denominato Federazione Russa, residuo della disintegrazione dell’Urss, sta troppo stretto a moltissimi russi. Dovrebbe ricrescere. In prospettiva, alcuni territori già sovietici andrebbero reintegrati nello spazio federale. Compresa «la parte più importante» dell’Ucraina, citata chiaramente da Putin a Bush a Bucarest. il 4 aprile 2008 rivolgendosi al «caro George».
Nulla di più alieno, però, anzi contrario alla mentalità dominante a Washington, a parte ogni accattivante modo di porgere.
La mentalità fanatica, in politica estera, largamente diffusa negli Stati Uniti, lascia increduli noi europei, abituati ad un più razionale modo di pensare  e di vivere.
Infatti si deve sforzarsi di capire che fin dal 1845 il pastore e scrittore John L. O’Sullivan aveva impostato, abbastanza presuntuosamente, una sua sedicente “dottrina”, pretenziosa e apodittica, la cosiddetta “Dottrina del Manifest Destiny”, che pretendeva indottrinare il popolo yankee circa la mitologica missione degli Stati Uniti, “scelti da Dio per evangelizzare il mondo”. Questo dogma fuori da ogni logica, e da ogni fonte giustificativa, ha trovato acriticamente e supinamente negli States innumerevoli fanatici e faziosi, ingenui o interessati sostenitori.
Si è affannata a darci una qualche “spiegazione” la sociologa americana Roberta Coles rilevando che la tradizione americana del “destino manifesto” deriverebbe da “miti originari della religione americana”: il mito della “nazione moralmente superiore perché scelta da Dio, col dovere di redimere il continente  e forse il mondo”. Vedi anche Emilio Gentile, La democrazia di Dio. La religione americana nell’era dell’impero e del terrore, Laterza, Roma-Bari, 2006.
(E ci credevano gli Yanquis devotamente, tanto che, e per redimere il continente, massacrarono indiani  a migliaia; per redimere il mondo scatenarono guerre disastrose a decine. E continuano “nel nome dell’Onnipotente”).
Nel 1885, ancora un altro pretestuoso pastore, Josiah Strong, preminente imperialista americano, non aveva dubbi: il “Manifest Destiny” possedeva una destinazione “geopolitica” (sic!): «la creazione di un impero mondiale». 
La continuità delle mire belliche espansioniste americane fin dall'epoca della Dottrina del Manifest Destiny è stata, com’è facile controllare, la caratteristica dominante della politica estera americana.
Dunque gli americani ritengono di esibire un loro moralismo nel quale interessi nazionali e aspirazioni ecumeniche si sostengono reciprocamente. Infatti gli Stati Uniti d’America non si considerano una nazione fra le altre, ma la «nazione indispensabile» dotata di una missione universale, rivoluzionaria: portare la libertà e la prassi democratica in terra. Anche Franklin D, Roosevelt, come tutti, “credeva” nella missione americana “to evangelize the World”.

In questi termini è ben difficile trovare un punto d’incontro nella soluzione del falso problema ucraino tra Russi e USA.
I Russi sono ormai ben coscienti che fattori obiettivi del loro prestigio sono: il rango di potenza nucleare bicontinentale, estesa su un territorio vastissimo, straricco di materie prime. Un impero in espansione geopolitica (riconquista di spazi perduti da Gorbachev-Yeltsin) o natural-geopolitica (rivendicazioni nelle immensità artiche in via di emancipazione dai ghiacci, sempre che il clima sia d’accordo).
Altro importantissimo fattore di potenza della Federazione Russa è l’esportazione di idrocarburi, che vale il 44% (gas) e il 30% (petrolio) delle importazioni europee. Una straordinaria fonte finanziaria, che permette alla Russia, e soprattutto ai suoi centomila milionari e oltre cinquanta miliardari (in dollari), di fare shopping in giro per il mondo, mentre nelle casse dello Stato riposano oltre 420 miliardi di riserve in dollari e oro. Pertanto, su scala mondiale, Mosca sogna addirittura di massimizzare l’effetto geopolitico e l’efficienza economica del suo patrimonio energetico nella futura «Opec del gas», in cui intende associare a sé, ossia sotto di sé, gli altri grandi esportatori, dall’Iran al Qatar, dal Venezuela alla Nigeria e all’Algeria.
Fattori di potenza, anche se visibili solo in superficie, sono tante agenzie informali (come la rete esterna dell’ex Kgb, ben ramificata nel nostro continente) e perfino mafie, più o meno infiltrate e usate dallo Stato (e viceversa) onde promuovere interessi insieme economici e geopolitici.
A tal proposito si dovrebbe tener conto  della profonda penetrazione russa nei Balcani  fino al Mare Adriatico, dove la disintegrazione del «socialismo reale» ha prodotto Stati, mafia e terre di nessuno.
Putin intenderebbe,poi, molto seriamente ridimensionare l'immagine della potenza militare americana. Propaganda a parte, l'esercito statunitense non ha brillato né in Iraq né in Afghanistan;  il tanto strombazzato aereo americano F35 non entrerà in servizio, e diversi aerei di quarta generazione, eurofighter compreso, sono superiori all'americano F22 "raptor", aereo mediocre e tutto sommato poco efficace.
L’idea globale ampiamente diffusa della potenza militare americana si basa essenzialmente sull’immagine che ne ha dato Hollywood nel mondo, e Putin lo sa bene; farebbe di tutto per cambiarla. Altro obiettivo, non meno ambizioso, Putin aspira anche a mostrare che i paesi europei, dichiarazioni a parte, nei fatti non sarebbero realmente con gli USA. Si, i governi cancelleranno il G8, ma l'Italia, per esempio, esporta nella Russia 75 miliardi di dollari ogni anno. Quasi un terzo dell'export. Dovrebbe necessariamente trovare il sistema di non fare vere sanzioni. Lo stesso dicasi per Germania e Francia: commerciano con i russi troppo per fare delle effettive sanzioni.
Tornando ai giorni cruciali della “Rivoluzione Brown”, che stava detronizzando Yanukovich, mentre tutti guardavano verso Kiev, dove i flash dei media amplificavano la rivoluzione e la illeggittima destituzione di Yanukovich, Putin infiltrava i suoi uomini in Crimea e armava le milizie filorusse. Nel silenzio mediatico i russi hanno preso la Crimea. Sul campo Putin aveva già vinto senza sparare un colpo. La guerra, cioè, era finita sul campo. Adesso iniziava quella propagandistica, psicologica, fatta di tensioni, di provocazioni misurate, di minacce pendenti ed incombenti, e pure di concertazioni, di contatti sotto banco, se possibile.
Putin, uomo di ghiaccio, dai nervi saldi, gran giocatore di scacchi, non perde mai la calma, applica le strategie degli scacchi alla realtà senza cedere alle emozioni; legge nella mente del nemico e prevede le sue mosse, conduce il gioco senza lasciar spazio a ripensamenti.
Muoverà truppe in casa ai confini con l’Ucraina, dove la tensione salirà al massimo; i golpisti ucraini chiederanno la protezione di Washingtion, che però non potrà venire e Putin sa bene che gli USA, per ragioni di bilancio e di specificità di quella zona a vantaggio dei russi, non hanno potere di proiezione in Ucraina. Né ce l'hanno gli europei. Ma Putin non attaccherà gli ucraini, prevede Uriel Fanelli su “Don Chisciotte” , “si limiterà al massimo a qualche scaramuccia e a qualche sorvolo, per aumentarne e il senso di impotenza”. Un’analisi che ben vede il concatenamento logico dei fatti e che si spinge oltre a prevedere che Putin la tirerà molto in lungo, perché tutto il mondo acquisti la convinzione dell'impotenza degli americani.

Tutto bene in una logica stringente e ben coordinata, finché una qualche scheggia impazzita non faccia saltare i congegni, così ben controllati fino adesso.
Ma l’obiezione fondamentale che si deve fare sulle previsioni future è che la Cupola del grosso capitale mondialista non permetterà mai che sorgano ostacoli sulla strada del governo unico mondiale. E Putin purtroppo non ha ancora la forza di opporvisi.
Zbgniew Brzezinski infatti, tiene contatti con la Trilateral e col Gruppo Bildeberg, a livello ben superiore alla stessa Casa Bianca e così la serrata logica di Putin può essere spezzata da una nuova mossa strategica: un piano USA per imporre la guerra in Europa - si sta già studiando: «C’è l’intento del Pentagono di colpire la Russia prima del collasso planetario del dollaro» – riporta il sito Libre in un articolo dal titolo “Piano Usa: guerra in Europa, prima che crolli il dollaro” – “In questa chiave – continua l’articolo – Carlo Tia inquadra i drammatici sviluppi che oppongono Mosca e Washington in Ucraina
È ben chiaro a chiunque, anche se si può fingere di non vedere, che Putin,  il quale vive una costante sindrome di accerchiamento da parte dell’Occidente, non può distrarsi proprio dalle continue, aggressive indebite ingerenze dell’Occidente. Cedere il controllo sull’Ucraina per Putin, oltre ad essere un affronto non tollerabile, significa concretamente lasciare campo libero alla Nato per completare proprio l’accerchiamento della Russia. L’Occidente non si rende conto, o finge di non rendersi conto delle estreme minacce di Putin verso l’Ucraina, in quanto questa starebbe per diventare disponibile all’aggressività della Nato. Questa per la Russia è quindi una minaccia molto più grave: l’Ucraina infatti potrà costituire il tassello che chiude l’accerchiamento.
La Russia è psicologicamente preparata alle sanzioni dall’Occidente: meglio subire sanzioni riprendendosi l’Ucraina, che subirle solo per la Crimea. L’Occidente non vorrebbe, certo, combattere per l’Ucraina. Putin invece, si dice, sarebbe già pronto.
Il deus ex machina sta preparando la False Flag.

sabato 22 ottobre 2022

La fiera dei miracoli

 

La fiera dei miracoli

Marcello Veneziani

La Fiera del Levante era per noi pugliesi dell’antichità la globalizzazione portata direttamente a casa nostra. Tu uscivi di casa, prendevi il motorino, la macchina o la Marozzi, il pullman dell’epoca, sostituito poi dalle Autolinee Scarcia, e andavi a vedere il mondo che si esibiva a due passi dallo Stadio della Vittoria, alle porte di Bari. Un corso breve ma intensivo di sprovincializzazione, un giro del mondo in ottanta stand; e tornavi a casa che ti sentivi uomo di mondo, con l’aria vitazzuola di chi ne ha viste di tutti i colori, facendo un giro a piedi in quel mappamondo virtuale.

Mi ricordo da bambino cos’era per noi di paese quella festa non patronale, non civile, ma giocosa e commerciale, che si teneva sul lungomare a Bari. La gioia di andare a Bari, e di varcare la Porta d’Oriente delle Meraviglie, e visitare tutti i desideri. Il paese dei balocchi. L’invidia per chi riusciva ad accaparrarsi il biglietto gratis o aveva comunque il privilegio dell’ingresso libero per via di parenti o conoscenti. Gli apprensivi che già cominciavano a comprare roba prima di entrare nella fiera dai vu’cumprà del posto; e s’incrociavano con i pentiti che insoddisfatti degli scarsi acquisti fatti in fiera si rifacevano in extremis, comprando le ultime cose nella corte d’appello dei rivenditori ambulanti.

Ma dentro le fauci della Fiera era tutta una magia, uno spettacolo. Appena varcata la soglia dei cancelli, ti sentivi entrato in un film o in una leggenda, incluso in un mondo festoso; cercavi cappellini, zucchero filato e pop corn – come gli americani – per integrarti nella fiction levantina. Persino gli altoparlanti che spacciavano messaggi pubblicitari sembravano introdurti in un mondo favoloso e parallelo, inaccessibile nella vita quotidiana. Ti muovevi seguendo le folle, o se misantropi scansandole, seguendo itinerari alternativi e andando contro corrente. Ma ti muovevi soprattutto sentendo gli odori, perché la fiera era olfattiva. Le merendine Aida avevano un successo strepitoso; deludenti nel sapore, ma l’odore ti stregava, come la catena di montaggio delle merendine. Ma forte era pure l’odore delle patate fritte, dei pop corn, delle mandorle pralinate, dei gelati appena sfornati. Obbligato era il pellegrinaggio al padiglione della Germania per accaparrarsi il sontuoso panino col wurstel, senape e crauti.

Poi t’imboscavi nelle nazioni esotiche, viaggiavi dai Caraibi all’India, passando per l’Africa e per la Russia con le sue matrioske. C’erano nazioni affollate e altre desolate, anche sfigate. Non mancava la fiera dei luoghi comuni: la Svizzera con gli orologi a cucù e la cioccolata, l’Olanda coi tulipani e gli zoccoli, la Francia coi formaggi e la coppa di champagne, il Giappone coi transistor e le macchine fotografiche, la Spagna coi tori, l’Egitto coi cammelli, il Brasile col caffè. Non c’era ancora la Colombia con la droga, ma si sentivano le prime sniffate. Ricordo il quartiere dei trattori e degli attrezzi agricoli che ti facevano sentire nei documentari agricoli dell’Unione Sovietica. E poi le novità tecnologiche, e tutti quegli attrezzi che tritavano carote e ortaggi e la gente che stava a sentire i piazzisti e gli imbonitori come se fossero predicatori e narratori. Benché inventata sotto il regime fascista, voluta da don Araldo di Crollalanza, la Fiera del Levante era per noi una full immersion d’americanizzazione e di mondialismo; e un incentivo al consumismo militante, compulsivo. Quel che faceva più impressione a noi bambini era trovare il riassunto dell’umanità, neri, gialli, nordici, una volta perfino due esquimesi in un finto igloo ed un mezzo Tarzan scappato dalla giungla o da un manicomio. Più qualche bonazza, svedese o brasiliana.

Ma anche nella case, la Fiera compiva un miracolo a distanza. La televisione che di giorno solitamente dormiva, cominciando i suoi programmi il pomeriggio e finendoli poi in serata, nei giorni della Fiera compiva un prodigio: trasmetteva ogni mattina film vecchi, soprattutto americani. Era tra le cause più rilevanti di “fruscia” o assenteismo sociale (a scuola si andava solo il 1 ottobre, a Fiera finita). Poi quando chiudeva i battenti, ci riscoprivamo paesani, baresi, pugliesi, mangiatori di cozze pelose. E ci chiedevamo come fosse possibile che tutto quel bendidio sparisse da un giorno all’altro, e finita la fiaba felliniana, restasse solo un cancello e un vuoto immenso al posto di quel mondo alternativo. La Fiera era il sogno collettivo di fine estate. Madò che sogno.

La Gazzetta del Mezzogiorno, 15 ottobre 2022