sabato 16 settembre 2023

NOI E LORO. UNA PICCOLA DIFFERENZA CHIAMATA ONORE

 NOI E LORO. UNA PICCOLA DIFFERENZA CHIAMATA ONORE


Nino Arena
 
 
La faziosità è dura a morire; la menzogna, soprattutto se finalizzata a radicalizzare un fatto arbitrario ha radici profonde; l’invito ai chiarimenti, se presuppone la fine del teorema illegalmente costruito per convalidare la falsità, viene di norma respinto. Poi tutto torna nel dimenticatoio ed ognuno si tiene le sue convinzioni cullandosi nell’ipocrisia e nella malafede. Talvolta, allorché vengono a mancare le motivazioni per controbattere accuse e invenzioni, si fa strada timidamente la loro "verità’’ riportata pedissequamente nelle occasioni, populiste e demagogiche, non di rado sui libri di testo, quasi sempre reperibile nella bibliografia resistenziale di comodo stampata dai grandi circuiti editoriali, nella speranza che "il luogo comune’’ si trasformi in "verità’’ storica: il gioco è fatto! Dovranno sopravvenire dirompenti eventi esterni, come accadde col muro di Berlino, per smantellare l’architrave della menzogna, meglio se originati al di fuori dell’Italia, in quanto ritenuti più credibili, attendibili, affidabili.
Molti anni or sono ho dovuto lottare contro un clan di pseudo storici (di parte) che, in contrasto col responso di una apposita commissione governativa, rifiutavano di accettarne le decisioni per malafede (leggasi: in contrasto con la loro ideologia). Si trattava del bluff sui fatti di Leopoli, di cui lo scrivente - per primo e con mesi di anticipo sulle conclusioni della commissione - denunciava il falso organizzato dal PCUS con la complicità di un giornalista comunista polacco.
Ogni tanto qualcuno si sente in diritto di emanare sentenze, forte, a suo parere, di trovarsi dalla parte "vincente’’; una ridicola convinzione poiché è risaputo che l’Italia ha perduto la 2ª guerra mondiale, che non ci sono stati vincitori e quelli che ritengono di essere tali sono soltanto poveri illusi, vissuti da sempre nella loro persuasione, nel loro sogno donchisciottesco ben al di fuori della realtà.
Una frase recentemente pronunciata da un personaggio di questo effimero clan di Soloni, ci ha colpito particolarmente: "... l’accostamento con la RSI non sarà gradito da noi veterani delle FF.AA. regolari (badogliani, tanto per precisare chi sono); una sottile distinzione per prendere le distanze dai partigiani, e precisava ancora: "Nel dopoguerra le faccende non si sono per niente chiarite, tant’è vero che i reduci della RSI ostentano ancora nelle celebrazioni la scritta Per l’Onore d’Italia. Una strana pretesa da parte del badogliano, che pensa di dettare condizioni e stabilire regole di comportamento, quasi che i reduci della RSI dovessero vergognarsi di tale "ostentazione’’.
Noi siamo di parere contrario, poiché gli atti compiuti da coloro che militarono al sud non sono sempre motivo edificante di ammirazione e ostentazione. Molti avvenimenti non possono essere accettati come atti onorevoli di cui vanagloriarsi e con loro attruppiamo i miserevoli individui del CLN che segnalavano agli aviatori alleati gli obiettivi da colpire (quasi sempre centri abitati); segnaliamo ancora la miseria morale degli uomini del Partito d’Azione che parlavano durante la guerra da Radio Londra contro l’Italia e che l’articolo 16 del trattato di pace salvò immeritatamente. Non sono atti di cui vantarsi gli aiuti militari italiani forniti a Tito - sanguinario despota balcanico - e da questi usati criminosamente per la pulizia etnica degli italiani, non sono atti ammirevoli quelli dati dalla marina cobelligerante alla Royal Navy permettendogli di affondare il "Bolzano’’ per pareggiare la notte di Alessandria; non sono atti meritevoli i bombardamenti dell’aviazione del sud in Istria su zone abitate da italiani; non sono episodi da ricordare nella storia, le uccisioni e i maltrattamenti verso i soldati della RSI uccisi o catturati in azione da reparti badogliani, così come sono da dimenticare le leggi liberticide, vessatorie e discriminanti applicate verso i combattenti della RSI, ancora oggi considerati come invalidi civili, valorosi mutilati degni di rispetto e attenzioni.
Non si può imporre la democrazia come modello comportamentale per poi rinnegarne i principî con atti contrari, così come non è accettabile imporre discriminatorie settarie nei confronti di coloro che a fine guerra si trovarono dalla parte perdente. Si finirebbe per perdere la faccia e rinnegare teorie libertarie applicabili a senso unico.
I soldati della RSI avevano scelto e combattuto sino all’ultimo per cancellare il tradimento badogliano (non il tradimento dei soldati o dei cittadini italiani, vittime ugualmente delle decisioni di pochi irresponsabili); lo avevano fatto per tentare di riscattare l’onore d’Italia infangato dai congiurati. Se altri ritengono che tale comportamento vada cancellato o dimenticato per compiacere coloro che implicitamente li osteggiavano, sappiano che la storia ha condannato i traditori, non i traditi.
Le frasi incriminate fanno parte di un maldestro tentativo inteso a prevaricare la libertà di pensiero (grave per un preteso paladino della libertà) di un amico che in perfetta buonafede aveva iniziato a raccogliere elementi di giudizio, testimonianze e documenti su una possibile pubblicazione sulle vicende postarmistiziali della divisione "Nembo’’. L’intervento, invece, mirava a perpetuare con pesante pressione personale (riteniamo) una pretesa differenza morale e ideologica, di pensiero e di idealità fra i paracadutisti del nord e quelli del sud, che avevano militato nella stessa unità prima e dopo l’armistizio, alcuni dei quali si erano inaspettatamente riscoperti "democratici e antifascisti’’ soltanto a posteriori e temevano il "contagio’’, o quanto meno il pericolo di essere allineati sullo stesso piano fra coloro che avevano accettato supinamente l’armistizio - servendo i Savoia e Badoglio - e gli altri che invece lo avevano rifiutato come immorale e che intendevano opporsi nel tentativo nobile ma difficile di riscattarne col sacrificio l’aspetto d’immagine vilipesa che il tradimento aveva appiccicato all’Italia.
Il problema meritava indubbiamente una precisazione, se non altro per far conoscere meglio la posizione ideale della parte che aveva scelto il nord e il riscatto dell’onore e coloro che invece si erano trovati al sud, non per libera scelta (molti settentrionali avrebbero sicuramente optato per combattere col nord) ma per collocazione geografica, obblighi militari, situazioni contingenti (molti al nord vissero questo problema) sicuramente non per motivazioni ideologiche o scelte politiche, considerando oggettivamente che la "Nembo’’ annoverava fino all’armistizio una larghissima percentuale di personale politicizzato, non tanto nella visione ortodossa e limitata del credente quanto nell’aspetto individuale di far parte di un Corpo d’élite che da sempre (lo si verifica ancora oggi ingiustificamente) ha nell’amor di Patria, nel dovere militare, nel sentimento nazionalista e nella purezza della gioventù nata e vissuta sotto il fascismo, sicuri pilastri di forza morale e affidabilità.
Nessuno di loro conosceva la definizione di democrazia, sapeva di battersi per la libertà, contestava apertamente il fascismo, anche se in quel periodo aleggiava un sottile ma avvertito malessere causato dal crollo del fascismo e dei suoi postulati ideologici; c’era confusione morale fra tutti gli italiani, si accertava la presenza di una stanchezza diffusa fra la popolazione e le FF.AA. causata da avvenimenti interni e dal negativo andamento del conflitto.
Esaminiamo i fatti e accertiamo quanto di vero esisteva nella "Nembo’’ in quel particolare periodo.
Al momento dell’armistizio l’unità frazionata fra Calabria e Sardegna contava circa 10.500 uomini in servizio di cui circa 7.000 paracadutisti, 1.200 militari dei servizi e 2.300 fra artiglieri, carristi e genieri aggregati alla "Nembo’’ per esigenze difensive territoriali. Abbandonarono l’unità i Btg. 3°, 12° e reparti minori dei Btg. 13°/14° passati poi alla RSI; 600 paracadutisti ritenuti politicamente inaffidabili furono internati nel campo di disciplina di Uras (Cagliari); altri 410 sospetti di simpatie fasciste furono radiati dai paracadutisti e assegnati ai Rgt. di fanteria 45° e 236°; altri 300 vennero distribuiti ad altri reparti e una trentina di ufficiali - fra cui il vicecomandante divisionale, il valoroso Folgorino Col. Pietro Tantillo - furono imprigionati, processati e infine prosciolti dall’accusa di "rifiuto per coerenza etica di sparare sui reparti tedeschi’’. Il resto si era sbandato. Una perdita complessiva di oltre 3.000 uomini che riduceva la "Nembo’’ a poco più di 4.000 paracadutisti con alcune centinaia di militari dei servizi.
Non mancarono le uccisioni isolate, gli atti di violenza, le ribellioni aperte. Da una parte si ebbe l’uccisione ingiustificata e involontaria del Ten. Col. Alberto Bechi Luserna-Capo di SM-ucciso da paracadutisti aderenti alla convalida del patto d’alleanza con la Germania. Venne decorato di Movm alla memoria. Gli autori identificati, furono processati nel dopoguerra e condannati a pesanti pene detentive. Dall’altra parte si ebbe l’uccisione ingiustificata ma volontaria del maresciallo Pierino Vascelli - valoroso libico e Folgorino-addetto allo SM divisionale, assassinato da ignoti per punire la sua ostentata fede fascista. Vascelli non ebbe alcuna decorazione, non ebbe un processo poiché i suoi assassini rimasero ignoti, coperti criminosamente dall’omertà. Due pesi e due misure che gridano giustizia e di cui ben pochi conoscono i retroscena.
Non risponde quindi al vero che la "Nembo’’ disponeva nel 1944 di 10 battaglioni paracadutisti, poiché era stata ristrutturata su 5 Btg. e 2 gruppi artiglieria, reparti minori e non superava le 4.000 unità allorché venne inserita nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione) poiché altri 250 paracadutisti furono assegnati a reparti logistici (leggasi salmerie della 210a Divisione).
Al nord, invece, furono costituiti 3 Btg. paracadutisti arditi e un Btg. allievi; un Btg. N.P. (Nuotatori Paracadutisti) della Xª MAS e un Btg. paracadutisti della GNR ("Mazzarini’’) per circa 3.800 paracadutisti in gran parte volontari. Nel 1945 si ebbero altre trasformazioni: al sud venne disciolta la "Nembo’’ sostituita col Gruppo da combattimento Folgore con un Rgt. paracadutisti su 3 Btg. nuclei sparsi di paracadutisti fra il Rgt. artiglieria e i reparti genieri. Complessivamente non più di 3.000 paracadutisti oltre ad un centinaio di parà assegnati allo Squadrone F alle dirette dipendenze del comando XIII° Corps inglese.
Al nord, oltre ai precedenti reparti già accennati, si ebbero 2 Cp. autonome e reparti indipendenti composti da complementi, dal personale del disciolto gruppo artiglieria "Uragano’’ e dagli istruttori della scuola di Tradate; dal personale del gruppo speciale sabotaggio "Vega’’ e NESGAP della Xª MAS, dal Btg. NP e dal "Mazzarini’’. Complessivamente circa 4.000 uomini superiori, per organici e reparti costituiti, a quelli del sud. Nessun vantaggio numerico o per organici, quindi, sufficiente per affermazioni fuori luogo e giustificare maggiore importanza psicologica come avventatamente dichiarato dal nostro censore sudista. Anzi, una situazione a favore della RSI.
Alcune precisazioni merita anche l’aspetto morale e giuridico, considerando obiettivamente l’illegittimità del governo Badoglio secondo giuristi e costituzionalisti affermati, nato da un colpo di Stato e mai convalidato dagli enti istituzionali. Semplicemente, come quello della RSI un governo di fatto ma del tutto arbitrario come aspetti decisionali, considerando che era scappato al sud con due soli riluttanti ministri militari (altri 12 ministri erano stati abbandonati a Roma), che si era trovato brutalmente al cospetto delle strutture amministrative create dagli alleati: AMGOT e ACC, cui doveva ubbidienza assoluta senza alcuna recriminazione, col territorio nazionale rigidamente controllato dai funzionari angloamericani (soltanto nel 1944 furono consegnate quattro province pugliesi (Lecce, Bari, Taranto e Brindisi) all’amministrazione badogliana. Badoglio fu costretto persino a utilizzare i comandi militari in assenza di strutture civili per applicare un minimo di legalità e ordine nel caos postarmistiziale, proclamando la legge marziale con i poteri riservati ai militari, con l’assurdo giuridico e offensivo, di emanare ordinanze agli italiani da parte di comandi militari italiani, come avveniva nei territori nemici occupati.
Ciò non impedì allo stesso Badoglio di emanare ordini suicidi per attaccare i tedeschi ovunque, col risultato nefasto di privare i soldati italiani delle garanzie internazionali dovute allo status armistiziale, trasformandoli in franchi tiratori, col risultato di farli uccidere impunemente dai tedeschi per dovute legali rappresaglie, come fatalmente accaduto a Cefalonia, Balcani e Lero. Un totale di 45 mila soldati uccisi ingiustificatamente nel dopo armistizio. Fu necessario l’intervento di Eisenhower a Malta il 29 settembre, che consigliò prima e intimò poi a Badoglio di far cessare le uccisioni, ripristinando lo status giuridico internazionale col dichiarare guerra alla Germania, cosa questa che avvenne il 13 ottobre successivo.
Resta ancora da chiarire il significato di cessare le ostilità "per impossibilità materiale di continuare la guerra "come dichiarò Badoglio all’armistizio, per poi ritrovare miracolosamente volontà e capacità operativa con la proposta di "passare armi e bagagli con gli anglo-americani’’ alla pari, come ingenuamente pensarono i congiurati come fosse la cosa più semplice del mondo, nella convinzione di ritenersi indispensabili e quindi di dirigere il gioco. Gli alleati respinsero invece sdegnosamente ogni ipotesi di alleanza (l’Italia non venne mai considerata alleata dalle Nazioni Unite, ma più dimessamente "nazione cobelligerante’’ di nessuna importanza giuridica e operativa) e l’offerta fatta da Badoglio sulla "Nelson’’ di concedere la "Nembo’’ venne ugualmente respinta (confronta al proposito la testimonianza dell’interprete ufficiale italiano Magg. Carlo Maurizio Ruspoli (fratello dei folgorini Marescotti e Costantino).
Cosa rimane dunque come argomenti per trattare con sufficienza e distacco i reduci della RSI? Riteniamo ben poco, se non il disagio inconfessabile di aver militato agli ordini di simili traditori che hanno meritato il disprezzo delle genti, anche a livello internazionale, e la squalificante etichetta di opportunisti.
Pochi giorni or sono, in una intervista concessa ad un giornalista del "Giornale’’, Indro Montanelli - che non può essere certamente accusato di simpatie fasciste, pur non rinnegando il suo passato politico - disse a proposito di Badoglio, alla domanda di come si sarebbe comportato personalmente l’otto settembre: "Io avrei fatto esattamente quello che fece il maresciallo Mannerheim Presidente della Finlandia, allorché fu costretto per totale impossibilità fisica, morale e materiale dovuta a cinque anni di guerra durissima, a continuare a combattere, chiedendo un armistizio all’URSS che premeva alle frontiere della Finlandia, abbandonando l’alleanza col Tripartito e la collaborazione militare con il Reich. Mannerheim spiegò ai tedeschi la sua situazione e li invitò ad abbandonare al più presto il territorio finlandese, cosa che si verificò regolarmente senza particolari problemi. Disse così, il decano dei giornalisti italiani, e aggiunse che deprecava il metodo usato da Badoglio - subdolo e inqualificabile - le riserve mentali, le occulte intenzioni dei congiurati, i tentativi umilianti di saltare sul carro dei vincitori.
Per concludere, spendendo due parole sull’aspetto morale, comprendiamo e giustifichiamo il dramma personale vissuto da migliaia di italiani rimasti al sud, consideriamo valido il rispetto del dovere militare, non accettiamo certamente l’abuso fatto a posteriori di presentarsi e di considerarsi "combattente per la libertà’’ quasi fosse una etichetta di squadrista antemarcia, come accadde con Mussolini, ma soltanto una convalida artificiosa che significava - se accettata implicitamente - complicità morale. "Ho dovuto ubbidire agli ordini di Badoglio e Messe, ma il mio cuore e la mia fede erano al nord con la Repubblica Sociale Italiana’’ dissero molti veterani del sud. "Il giorno che decisi di disertare venni ferito’’ dichiarò un paracadutista della "Nembo’’ oggi affermato medico a Roma. "Mi legarono ad un albero in prima linea perché mi ero rifiutato di sparare contro i tedeschi. Speravano che questi mi avrebbero ucciso come bersaglio indifeso; invece i tedeschi capirono la situazione e mi risparmiarono’’ disse un veterano del 16° Btg. Molti ancora, opposero pretestuosamente il giuramento fatto al Re come ostacolo morale alla loro adesione; ma nessuno seppe che il giuramento non aveva più alcuna validità poiché era stato infranto per primo dal Re, violando la Costituzione, che parlava del giuramento prestato dal sovrano "nel bene indissolubile del Re e della Patria’’. Ma soltanto pochi obbedirono sino all’ultimo allo spirito di tale giuramento e fra questi il vecchio generale Ercole Ronco, comandante della "Nembo’’, il Col. Camosso folgorino e il Ten. Col. Felice Valletti Borgnini - anch’esso folgorino - che preferirono abbandonare la vita militare al momento in cui Umberto di Savoia abdicò e partì per Lisbona. Gli altri transitarono senza particolari patemi d’animo dalla monarchia alla repubblica, scoprirono una nuova fede e fecero carriera.
Noi, dunque, rappresentiamo per diritto acquisito la continuità ideale fra la gloriosa Folgore di El Alamein e il paracadutismo della RSI: stessi ideali, stessi nemici, stesse conseguenze. Erano gli stessi nemici con l’elmetto a scodella che uccidevano i folgorini nelle sabbie egiziane e massacravano i ragazzini alla difesa di Roma; erano per noi i nemici di sempre, quelli del primo giorno di guerra e dell’ultimo giorno, quando ci sorvegliavano e ci angariavano nei campi di prigionia. Di esempio i folgorini comandanti Izzo e Valletti che combatterono con la Folgore a El Alamein, fianco e fianco con i parà germanici di Ramcke, non sapendo che un giorno si sarebbero scambievolmente uccisi sulla "Gotica’’ nella primavera del 1945, quando Badoglio e le circostanze li avrebbero messi l’uno contro l’altro. Questo mi disse nel dopoguerra Giuseppe Izzo, quando dovette battersi per salvaguardare il suo dovere di soldato contro il suo amico Hubner a Grizzano, un camerata che aveva condiviso con lui, in Egitto, le speranze, l’acqua e le munizioni contro i Tommy’s di Montgomery. A Grizzano si guadagnò una Movm, ma avrebbe sicuramente preferito meritarsela a El Alamein battendosi contro gli inglesi. La sua carriera militare si bloccò a Palermo, nel dopoguerra, allorché rifiutò di stringere la mano di Pacciardi, Ministro della Difesa, da Lui tacciato di "traditore della Patria’’.
Valletti Borgnini si battè coerentemente col suo dovere militare contro il reggimento Bomhler sulla "Gotica’’, pur avendo il padre generale nell’esercito della RSI e il fratello minore Luciano, compagno di corso dello scrivente alla scuola AA.UU. di Varese, giovane sottotenente della GNR (morirà a Coltano per malattia non curata dal detentore USA). Una tragedia familiare, lacerante, in cui il senso del dovere fu più forte degli affetti privati. Ma forse questi fatti non influiscono sulla sensibilità del censore intento a spargere l’apartheid fra i parà, dimenticando che essi furono i primi ad abbracciarsi a guerra finita, riconoscendosi come fratelli, non come nemici o soldati di classe inferiore. Ci auguriamo soltanto che quando in futuro vedrà nelle celebrazioni i paracadutisti della RSI ostentare orgogliosamente l’insegna di "per l’Onore d’Italia’’, comprenda cosa significò per centinaia di migliaia di soldati italiani quel motto e quell’impegno che vide oltre centomila caduti, quarantacinquemila feriti e mutilati, novantamila imprigionati in campi POW fra Algeria, Francia, Italia e USA e nelle patrie galere. Oltre trentamila i processati per "collaborazionismo col tedesco invasore’’ (erano soltanto i nostri alleati con cui avevamo sottoscritto un patto militare nel 1939). A questi dati statistici aggiungiamo il milione e mezzo di italiani epurati e messi alla fame, per completare il quadro; molti i suicidi, migliaia gli emigrati nel mondo, centinaia i dispersi nella Legione fra Indocina e Algeria "mort pour la France’’, un intero popolo diseredato da leggi antifasciste volute dal CLN con l’avallo di Umberto di Savoia che le firmò, mentre i "vincitori’’ si spartivano fraternamente posti di lavoro, ricevevano lucrose pensioni, sussidi, elargizioni, premi di smobilitazione, vitalizi, ricompense (anche al valore militare come accadde per Via Rasella). E gli altri? Alla fame o proscritti come appestati, come decretato dagli alpini partigiani con una vergognosa apartheid nostrana immorale e ingiustificata creata ad hoc.
Di certo Noi non abbiamo vestito i panni del nemico di sempre, non abbiamo avuto l’elmetto a bacinella, poiché era remota per i folgorini, in quanto inaccettabile, l’ipotesi che un giorno altri parà avrebbero vestito all’inglese, sarebbero stati da loro armati e si sarebbero schierati al loro fianco per combattere gli ex alleati ormai nemici, e se capitava (come in realtà si verificherà) anche altri italiani.
Badoglio aveva creato le premesse della guerra civile, provocato una frattura nelle coscienze, creato una divisione dei corpi e delle anime. Poi la nemesi storica si riprese la sua rivincita: Badoglio venne estromesso ed emarginato come cosa inutile ("usa e getta’’ si direbbe oggi); il suo Re, mortificato, umiliato dai vincitori e malvisto dai partiti del CLN andò in esilio in Egitto; suo figlio, strumentalizzato dai politici antifascisti, firmò decine di inique leggi persecutorie contro i soldati della RSI, poi, anch’egli ormai inutile, venne costretto a lasciare l’Italia.
Tutto ciò non toglie nulla al valore dimostrato in battaglia dai paracadutisti del sud poiché nomi di località come Ascoli Piceno e Macerata, Tolentino e Aquila, Chieti e Filottrano, Grizzano e la Herring furono altrettante tappe di una lacerante partecipazione fra il dovere militare e la fede, i sacrifici fatti in difficili condizioni morali. Centinaia i caduti con oltre 400 nominativi, 587 i feriti, 54 i dispersi, centinaia le decorazioni al valore concesse e fra queste soltanto sette quelle elargite da americani e polacchi (nessuna da parte inglese). Non inferiori quelle meritate dai paracadutisti del nord che ebbero 621 caduti, 316 feriti e 620 dispersi e prigionieri, oltre 400 le decorazioni meritate fra cui oltre 80 croci di ferro di 1ª e 2ª classe a riconoscimento del valore da parte dell’alleato germanico sempre prodigo di elogi e ammirazione per i volontari italiani.
Cosa dunque restava della nostra scelta fatta non per tentare di vincere (la guerra era ormai perduta per la Germania) se non per salvare l’Onore d’Italia? Fu soltanto un ideale premio morale emerso luminoso fra tante amarezze e umiliazioni inferte dai vincitori; un valore simbolico, idealizzato che nessuno potrà mai portarci via o permettersi di discutere. Lo abbiamo conquistato duramente con innumerevoli sacrifici e se la Storia ha cambiato in parte, grazie alla RSI, il suo severo giudizio sull’Italia, lo si deve anche a chi fece di tutto per cambiarlo, sacrificandosi nel nome d’Italia, riscattandone l’Onore.
La piccola differenza fra NOI e Loro è tutta qui!
 
 

domenica 3 settembre 2023

8 SETTEMBRE 1943 . TRADIMENTO!

 

CONCETTO DI NAZIONE ETICA .

l’INIZIO DELLA FINE DEL CONCETTO DI NAZIONE ETICA 8 SETTEMBRE 1943


E’ di nuovo 8 settembre, un anno di più, un anno ancora in cui da quello del 1943, quando iniziò la fine del concetto di Nazione Etica, il popolo italiano ha dovuto iniziare il suo peregrinare nello “stato di diritto” importato a suon di bombardamenti sui civili (la scuola di Gorla solo come esempio per tutti) in funzione di “terrorismo” – e non solo psicologico – per costringere allo stremo la popolazione, l’ “ingaggio” a suon di dollari paracadutati insieme ad armi ed esplosivi delle formazioni banditesche partigiane per creare una ulteriore spina nel fianco. E giorno dopo giorno successivo alla fine delle ostilità, ma con la benevolente omertà di lasciare assassinare molta possibile classe dirigente ancora almeno per un paio d’anni, le epurazioni, i processi sommari e la martellante propaganda della tirannia sconfitta dalla democrazia. anni di perenne presa in giro di un popolo che mano a mano si é sempre più svilito fino a diventare irriconoscibile e capace ormai solo di appassionarsi in vista di “ludi cartacei” di qualsivoglia livello assembleare per giocare e godere – o maledire – di qualche percentuale in più o in meno fermo restando che chi governa nella “democrazia importata” alla fine é sempre stato molto interessato a loschi profitti di parte e molto poco capace di rispondere alle esigenze di chi lavora, di chi studia, di chi soffre, di chi sa portare ricchezza con sacrificio e capacità d’intraprendere.
Ora però la grave crisi finanziaria mondiale sta modificando le percezioni, seppur lentamente, e sta mostrando agli occhi di tutti quante pezze al sedere ha tanto la “liberaldemocrazia” quanto la speculare “socialdemocrazia”. E quanti elementi contrari al concetto di Nazione etica remano da sesssantasei anni contro il Popolo riportato sempre più a semplice “massa”.
Vediamo da qui in avanti per quanto tempo ancora dovremo vergognarci di questo 8 di settembre o se a partire dalla consapevolezza di ciò che é costato il tradimento ed il sabotaggio e l’oltraggio al nostro senso comunitario inizierà a ricomparire nei tratti italici uno spirito nuovo di avanguardia e di rivolta.
I savoia ed i badoglio passano, come i servi; un Popolo non muore mai se sa riscoprire il senso etico di una appartenenza spirituale.

 


                                                                                                                                                                  

domenica 13 agosto 2023

CHI CI DIFENDE DAL POLITICAMENTE CORRETTO?

 

politicamente corretto espresso

Chi ci difende dall’assedio quotidiano del nuovo catechismo politicamente corretto, del bombardamento mediatico-pubblicitario e dalla nuova Inquisizione? La Chiesa di Bergoglio, il Quirinale, la Corte Costituzionale, l’altra politica, la magistratura, la cultura libera e pensante, la satira contro il potere, la stampa indipendente? Macché.

La rabbia e lo sconforto, per modificare un titolo famoso di Oriana Fallaci. La rabbia per l’assalto pervasivo della nuova ideologia correttiva alla realtà, al senso comune, alla natura, alle identità e alla tradizione; e lo sconforto perché non vedi argini, risposte alternative, opposizioni attrezzate, per rappresentare quel che sente, pensa e dice la trascurabile maggioranza della popolazione. Nessun soggetto pubblico che affronti con mezzi adeguati l’Assedio quotidiano; nessuno che quantomeno bilanci, dia voce, garantisca il rispetto a chi dissente dal processo in corso. Un processo civile e incivile, politico e giudiziario… Da nessuna parte si profila una risposta compiuta e alternativa; l’unica strategia è perder tempo, assopire, frenare, voltare lo sguardo. O guadagnare un’ora sul coprifuoco…

Molti dei succitati argini o garanti sono schierati dalla parte opposta o hanno abdicato alla loro funzione di arbitri super partes; tacciono o parlano d’altro, o peggio pensano a galleggiare per sopravvivere e perciò assecondano il mainstream. Chi si oppone fa solo la conta dei sondaggi ma non attrezza risposte confacenti su alcun piano; basta un’opinione al volo, una battuta in video e il compito è assolto, la coscienza è a posto. Gioco di rimessa.

La solitudine di massa è quel che avvertiamo ogni giorno di più; a poco servono anche le ultime munizioni rimaste nelle nostre mani, come il voto, quando verrà il suo tempo, se non hai una strategia e un quadro di riferimento.

La cosa più insopportabile del Politicamente corretto è che rinfaccia a ciascuno di essere quel che è; è un’istigazione costante a rifiutare la storia e la memoria, la cultura e la natura come sono nella realtà, nella vita e nella mente. Si prendono casi estremi, episodi di intolleranza, per rovesciare la realtà, i codici di vita e di legge, i sentimenti e le ragioni comuni. Si rassicura che la cosa non tocca tutti gli altri, ma si ridefinisce la realtà demolendo le identità.

Devi vergognarti di essere italiano, europeo, occidentale, cristiano o perlomeno figlio della civiltà cristiana, cattolica in modo particolare. Devi vergognarti di essere padre, madre, figlio, erede di una tradizione e una civiltà. E di essere maschio, etero, identificato secondo natura e consuetudine.

Il Politicamente Corretto ti rimprovera di essere quello che sei e come hai vissuto finora. Hai sbagliato nelle scelte e nelle inclinazioni, nei rapporti umani e nella tua vita, nel tuo lessico e nella tua sfera privata. La realtà così com’è, è un vizio oscuro da cancellare, un’abitudine retrograda da cui liberarsi; l’essere cede il posto al dover essere e ai desideri soggettivi.

Ognuno di noi ha commesso tanti errori nella sua vita e tanti sono pronti a riconoscerli. Ma la cosa peggiore di questo autodafè permanente, personale e collettivo, è che non ti rinfacciano i tuoi errori, i tuoi peccati, ma quasi tutto quel che non rientra in essi. Anzi, in molti casi, il nuovo canone ti chiede di vergognarti delle cose migliori della tua vita e di quello di più caro in cui hai creduto, pensato e vissuto; devi vergognarti delle tue origini e della tua cultura, devi vergognarti della tua identità e della tua educazione, devi vergognarti della tua famiglia, della tua preferenza per i figli e per gli affetti più cari, del tuo modo d’amare e di corteggiare, della tua fedeltà e lealtà verso un modo di essere e un mondo di pratiche e valori civili, religiosi, patriottici e famigliari. Non devi vergognarti delle tue incoerenze e contraddizioni, semmai di non averle portate fino in fondo, cioè fino a rinnegare ciò che sei e ciò che furono i tuoi genitori.

Devi vergognarti di essere quello che sei e da cui provieni, devi amare ciò che ti è più lontano, chi ti è più estraneo, cosa è più remoto dal tuo mondo. Amare ciò che ti viene meno naturale. La preferenza per l’alien a scapito dell’idem, del lontano rispetto a chi ti è più vicino. È questo l’aspetto tirannico, disumano, irreale dell’inquisizione. Che soffoca la vita, la libertà, la spontaneità, la varietà, la passione per la verità e l’amore della realtà.

La motivazione per rifiutare la realtà è che non l’ho scelta io: essere italiano, europeo, maschio, bianco, etero, figlio di quei genitori, non è dipeso da me. Tutto ciò che deriva dal destino e dalla natura va rifiutato o privato di valore; vale solo quel che scegli e vuoi essere e fare.

Ma non definire più una persona come maschio o femmina, padre o madre, italiano o indiano, è come negare la propria età, la propria data di nascita, i propri genitori e il proprio luogo di nascita. Se hai, per esempio, cinquant’anni, sei maschio e coniugato, hai famiglia, cognome, luogo e data di nascita, sei libero di vivere come se avessi trent’anni, come se fossi di altro sesso rispetto a quello che la natura ti ha dato; puoi lasciare il tuo paese d’origine, puoi farti chiamare con altro nome, puoi lasciare la tua famiglia. Ma se si stabilisce per legge che la realtà, la natura, l’età e la storia non contano più ma conta solo la tua volontà di essere quello che ti va, come e dove ti va, hai trasformato una società civile in un manicomio invivibile. Non si può confondere la libertà delle tue scelte private, che nessuno vuol negare, con una legge che revochi per decreto la realtà e l’identità per riconoscere solo i desideri soggettivi e mutanti. È solo rovinosa barbarie, e follia. E da oggi riprende l’assedio con la giornata mondiale contro le fobie… Verrà un giorno che usciremo da questa allucinazione indotta e ritroveremo la realtà; verrà un giorno che saranno riconosciute e rispettate le ragioni di chi oggi reclama nel deserto?

MV, La Verità 

domenica 30 luglio 2023

STORIE DI DONNE STRAORDINARIE

 


STORIE DI DONNE STRAORDINARIE

 
"Il fascismo femminile che porta bravamente la gloriosa camicia nera e si raccoglie intorno ai nostri gagliardetti, è destinato a scrivere una storia splendida, a lasciare tracce memorabili, a dare un contributo sempre più profondo di passioni e di opere al fascismo italiano. "
 Benito Mussolini
 
 
 
RAFFAELLA DUELLI
Raffaella Duelli, l’anima dolce di una ragazza di Salo`

Ha dedicato una vita alla solidarietà, alla pietas, al volontariato. Raffaella Duelli ha vissuto una vita avventurosa, ha attraversato le tempeste d’acciaio del Novecento e le difficoltà “da esule in patria” nell’ Italia del dopoguerra. Per anni si è impegnata in prima linea, dove ci sono gli ultimi, i disagiati, i poveri dei poveri, a favore di chi ha bisogno di assistenza, donando consigli o conforto a chi le andava incontro. Testimonianza reale di come un nobile spirito civico possa sopravvivere nel welfare state decadente dell’Italia del 2008 solo grazie a esempi di impegno e dedizione al prossimo. “Nel dopoguerra ho studiato presso la scuola per il servizio sociale e poi ho frequentato la facoltà di psicologia. Ho lavorato per undici anni presso la scuola speciale per subnormali a Roma, per diciannove nella struttura degli assistenti sociali di quartiere a Ostia, e infine come assistente sociale nella Città dei ragazzi di Roma. Per quanto tempo? Per altri sette anni”. Raffaella Duelli è una italiana volitiva, energica a dispetto dell’età che avanza e affronta con il cuore libero gli acciacchi dell’età. Facendo una breve somma degli anni della sua vita nei quali è stata in prima linea nel volontariato, il numero complessivo è di trentasette.
Una vita spesa in prima linea, ma c’è un preambolo essenziale. La dolce Raffaella è stata una ausiliaria della Repubblica sociale italiana, una volontaria “per l’Onore d’Italia” nel Battaglione Barbarigo della Decima Flottiglia Mas, agli ordini del comandante Junio Valerio Borghese. Prima di arruolarsi era stata una giovane appassionata di arte e letteratura, aveva anche scritto un’opera teatrale, Il richiamo del cuore, dedicata alla storia di una famiglia siciliana sotto i bombardamenti americani. La fine del conflitto mondiale, oltre a tante incertezze − condivise con il resto degli italiani − le “regalò” anche un periodo di detenzione nei campi di concentramento allestiti dagli angloamericani a Terni e Spoleto. Nel libro scritto dallo storico Luciano Garibaldi, Le soldatesse di Mussolini (Mursia), tra i più toccanti ricordi di guerra c’è un affresco di umanità che la riguarda, una pagina di un’umanità perduta che torna a comporre la memoria nazionale. “Raffaella Duelli, ausiliaria della Decima Mas − scrive il giornalista romano − bambolotto di pezza azzurra, compagno delle notti infantili”, ha raccontato che “quando i colpi delle mitragliatrici si facevano vicini i ragazzi ci coprivano con il loro corpo, poi si alzavano, scusandosi, rossi in volto”. Donne e uomini si stringevano gli uni agli altri, le mani nelle mani, ma in quegli abbracci e in quelle carezze di guerra non c’era sesso”. “Con Silvana Millefiorini del Battaglione Lupo, ci siamo dedicati alla ricerca dei soldati italiani dispersi sul fronte di Nettuno e Anzio. Tante mamme – racconta con trasporto la Duelli − ci chiedevano notizie dei propri figli, caduti in guerra. Ambivamo a dare loro una tomba sulla quale portare fiori, insieme alla creazione di un luogo nel quale fosse testimoniato l’eroismo di chi ha combattuto per difendere il suolo patrio”. Con questi intenti è sorto il Campo della
Memoria di Nettuno, un sacrario militare, nel quale riposano sessantatre militari e nove eroi senza medaglia, combattenti sul fronte laziale per i quali non è stato possibile compiere alcun riconoscimento. Nel 2005 Raffaella Duelli ha ricevuto il Premio Luciano Cirri per l’impegno sociale, con la seguente motivazione: “Per la pietà cristiana, la passione patriottica, il coraggio e la generosità dimostrate nell’opera volontariamente intrapresa di ricercare, ricomporre, identificare i miseri resti dei Caduti italiani e dar loro una degna e onorata sepoltura”. C’è un filo rosso che lega queste esperienze, una traccia comune salda storie così diverse, quella di guerra e quella di pace, quella da ausiliaria della Decima e quella da assistente sociale di bambini disagiati. “Nell’opera di recupero delle salme dei combattenti e nella quotidiana attenzione per chi soffre − qualità essenziale nella mia professione − c’è la stessa forza dei valori. Quegli ideali di solidarietà e patriottismo che animavano la mia prima giovinezza li ho trasferiti nell’impegno per i bambini delle periferie romane. Una certa idea della patria non può essere disgiunta da quella di solidarietà e di giustizia sociale”. I suoi ricordi attraversano in lungo e in largo l’ultimo secolo. L’ex ausiliaria li ha raccolti in un libro ormai introvabile, Ma nonna, tu che hai fatto la guerra… (Edizioni Ter), nel quale racconta il suo percorso ideale alla nipotina [nel libro citato sono pubblicate solo una parte delle memorie dell’autrice, presentate integralmente nel presente libro, NdE]. Passione civile e politica sembrano saldarsi: “Quando ero maestra − racconta con un filo di emozione − a Santa Maria di Pugliano organizzai per i miei studenti una gita a Roma. Erano ragazzi di famiglie povere, ma esprimevano un profondo rispetto per gli insegnanti, donando loro mele e uova, una 
 

parte di quel poco che costituiva un tipico menù familiare del dopoguerra. Solo immaginando le attese per la giornata romana provo delle emozioni particolari, le stesse che hanno riempito il mio cuore quando con i miei studenti camminammo sotto le navate di San Pietro, o per i viali del Giardino Zoologico. Per loro era una gioia immensa, una favola, e quando arrivammo attraverso l’Ostiense al mare, erano così felici che applaudivano entusiasti. In quel frangente non abbiamo potuto non piangere”. Negli occhi di Raffaella restano anche le attestazioni di affetto che ha ricevuto in tanti anni da bambini disagiati e dalle famiglie povere dell’immensa periferia romana. “Ricordo il servizio svolto nel recuperare e assistere gli sbaraccati dell’Idroscalo. E tuttora ricevo visite e lettere da famiglie che ho aiutato. Nel dopoguerra, dopo aver pagato un dazio pesante all’aver combattuto dalla parte giusta, ma perdendo la guerra, non ho scelto di fare politica in un partito, pur votando MSI − partito di cui eravamo stati fondatori, partecipando alle prime riunioni con Enzo Erra e Giorgio Almirante − fin dal 1951, quando ho riacquistato i diritti politici. Il volontariato, la scelta di schierarmi in prima linea a difesa dei poveri e degli emarginati, è stata una valutazione politica, un modo per far rivivere gli ideali nei quali credo anche nel la quotidianità, nella professione che ho svolto per una vita”. Una vita dedicata a donare il proprio cuore ai deboli, agli esclusi e all’Italia.


1944 NOVARA
parata del SAF  (Archivio Mirri)


LE AUSILIARIE SELLA R.S.I., TRUCIDATE DAI PARTIGIANI, SONO STATE DIMENTICATE DAI NOSTRI GOVERNI? PERCHE'?
I morti della R.S.I. non sono mai stati considerati né soldati, né esseri umani. Essi sono stati considerati il Male assoluto. Invece, tra quei morti, ci sono stati padri di famiglia, fratelli, figli, donne che non sono mai più tornati dai loro cari. Per essi morire in guerra o in uno scontro a fuoco con i partigiani ha spesso rappresentato un onore ma, a volte, anche una fortuna. Infatti i soldati della R.S.I. e le Ausiliarie cadute in mano ai partigiani hanno subito fini orribili e atroci torture che non potranno mai essere giustificate da alcun motivo, politico, morale, civile o militare che sia. L’assassinio di queste donne, che erano spesso delle giovanette di sedici o diciotto anni, è stato perpetrato in circostanze assai crudeli, dopo violenze, stupri e sevizie e dopo aver dovuto sfilare nude, con capelli tagliati a zero, tra siepi di gente scatenata. Le Ausiliare erano soltanto crocerossine...perchè nessuno le ha mai ricordate?
Fu l'indignazione per il tradimento badogliano dell'8 settembre 1943, che vanificava il sacrificio dei Caduti e lo sforzo comune di più generazioni, a provocare la reazione di un rilevante numero di donne, la maggior parte giovani, e a spingerle ad una scelta non soltanto politica ma a difesa dell'onore stesso d'Italia. Esse vollero dimostrare in modo tangibile la loro ribellione all'ignobile tradimento consumato il 3 settembre 1943 a Cassibile, in Sicilia, dove Badoglio firmò all'insaputa dell'alleato tedesco l'armistizio con il nemico. Per rigore storico precisiamo che il 5 dello stesso mese (nonostante l'armistizio firmato) fu violentemente bombardata dalle "fortezze volanti", gli enormi bombardieri angioamericani, la città di Frascati e che solo l'8 settembre gli italiani vennero a sapere dell'avvenuta resa.
 
Nel gennaio 1944 il giornalista Concetto Pettinato scrive su "La Stampa" un appassionato articolo nel quale chiama a raccolta nell'ora difficile e disperata le donne d'Italia.
A Milano, in Piazza S. Sepolcro, circa 600 giovani donne si radunano spontaneamente e ribadiscono la loro volontà di partecipare in modo attivo al conflitto, chiedendo di essere arruolate. 
Situazioni analoghe si verificano in altri centri della Repubblica Sociale italiana. Cominciano a costituirsi spontaneamente gruppi femminili in servizio presso i Comandi Militari. Si va sempre più concretizzando l'idea di un arruolamento volontario femminile nelle file dell'Esercito Repubblicano. 
A Torino l'insegnante Anna Maria Bardia raduna un gruppo di ragazze che, dopo un corso di addestramento in una caserma di Moncalieri, vengono impiegate nei reparti della Guardia Nazionale Repubblicana di Frontiera (Confinaria), dando prova di disciplina, di serietà e di attaccamento al dovere.
Anche la Decima Flottiglia MAS comincia ad inquadrare le sue volontarie. i corsi dei Servizio Ausiliario della Decima, organizzati e guidati da Fede Arnaud Pocek, furono tre (Sulzano, BS - Grandola, CO - Coi di Luna, TV), per un totale di circa 300 ragazze.
Dai primi dell'aprile 1944 è in svolgimento a Noventa Vicentina il primo Corso Nazionale "Avanguardia" dell'opera Balilia, il cui Presidente, Generale Renato Ricci, è un convinto assertore dell'arruoiamento femminile nelle Forze Armate.
Seguiranno altri due corsi nazionali: "Ardimento" a Castiglione olona e "Siro Gaiani" a Milano, quest'ultimo intitolato al milite della G.N.R. falciato da una raffica di mitra esplosa dai partigiani mentre essi tentavano di penetrare nell'edificio adibito ad accantonamento delle allieve. Le ausiliarie uscite da questi tre corsi vengono scherzosamente chiamate "Balilline" in quanto la loro età minima di arruolamento è di soli 16 anni. In prevalenza, esse presteranno servizio alla Guardia Nazionale Repubblicana.
Anche le "Balilline", come le sorelle maggiori, non esitano ad abbandonare la casa, la scuola, gli affetti e le comodità della famiglia. Scelgono, temperando l'esuberanza dell'adolescenza, una vita di disciplina e di sacrificio, pur di poter essere anche loro utili alla Patria.
La loro divisa è costituita da: giacca sahariana senza collo e gonna pantaloni, entrambe di colore kaki, camicia nera, basco, e fregi della doppia M della G.N.R. sulla fibbia dei cinturone di pelle e sul bavero.
 

Dal Memoriale della Vicecomandante Cesaria Pancheri

I volti si confondono nel ricordo. Balzano incontro in file serrate come quando marciavano e sembravano un unico volto nel riflesso della passione comune. Nel cuore hanno un solo nome: che racchiude in sé dolore e ardimento, sofferenze e ribellioni: ausiliarie.
I nomi dei corsi sono come bandiere in raccolta, i nomi dei campi di concentramento e delle prigioni sono i cartelli indicatori, attorno a cui i volti emergono dalla nebbia del tempo.
Una fraternità creata da un anno di vita militare ha stretto le volontarie del S.A. in una compatta unità, rendendo comuni le sofferenze, i ricordi, le speranze. Oggi, la vita borghese ha riassorbito le ausiliarie. Camminano nelle infinite strade del destino inseguendo il sogno che spinge ognuno di noi a portare il fardello della vita. Incontrandoci su queste strade non ci riconosciamo più. Abbiamo smesso la divisa, orgoglio del soldato, e non c'è più nulla di esteriore a rivelare la vita militare. Nel periodo dell'insurrezione, raminghe portavamo su di noi ancora un'impronta del passato, quella che bastava a farci, riconoscere anche se non eravamo compagne di corso.
Erano le scarpe che non avevamo potuto cambiare che tradivano una comune origine, o le calze o quel modo strano di vestire gli abiti borghesi, dopo un anno di grigioverde. E da quel particolare nasceva il desiderio di rivelare l'identità. Salivi in tram e scrutavi i volti dei vicini, i giornali che leggevano, pensavi che sarebbe andata bene anche questa volta, ed ecco che al momento di scendere una ragazza si avvicinava furtivamente e sussurrava: “Comandante, corso "18 Aprile", corso "Roma", ed aveva un sorriso felice, un sorriso che voleva dire: sono ancora qui, non sono riusciti a pescarmi”.
Era come incontrare un'oasi nel deserto, come bere a una fresca sorgente, quella dell'amicizia.
Hanno gettato fango e sangue sulle ausiliarie. Hanno odiato in esse l'espressione del coraggio e della decisione in un periodo in cui molti trovarono, nella vigliaccheria dello spirito, rifugio alla paura.
Non conoscevano le ausiliarie, non sapevano la forza di volontà, l'entusiasmo e anche un pizzico di follia che faceva sfidare il destino e che dava alla vita un senso, pauroso e dolce nello stesso tempo, e che era per l'ausiliaria il viatico necessario in un mondo dove l'amore era morto.
C'era una canzone delle ausiliarie che parlava dei loro vent'anni. Ma molte ne avevano ancora meno. Avevano disertato i banchi della scuola per essere presenti ad una scuola di sacrificio e di disciplina, avevano chiuso i libri per leggere nel gran libro della vita una storia di tradimento e di morte, dove i sogni non avrebbero trionfato nella realtà. Ragazze adolescenti come Nadia, Lucia, Luciana e tutte le allieve dei corsi dell'Opera Balilla di [Castiglionel Olona, Noventa e Milano, si forgiarono nel duro addestramento militare, piegando l'esuberanza alla disciplina, costituendo una sorgente di fresca speranza. E molte avevano i segni degli anni sul volto e i segni del lutto sulle vesti. Erano madri e spose di caduti. Vestendo la divisa grigioverde esse rivivevano i sogni di gloria del figlio o del marito, un povero sogno insidiato dal tarlo del disfattismo.
Intellettuali e donne del popolo avevano trovato nell'amore della Patria il cimento all'amicizia e alla solidarietà.
Era un amore purificatore che dissolveva le incrostazioni artificiose della cultura per lasciare l'animo ardente. Nel richiamo scaturito dalle profondità dello spirito c'era il comune senso della solidarietà. Tutte le ausiliarie dalla comandante alla donna di fatica che puliva i pavimenti avevano un solo fine: servire l'Italia.
Oggi, nella vita borghese, se un'ausiliaria ti passa accanto tu non la conosci perché non ha lo zaino troppo gonfio, né il basco troppo inclinato, o i capelli ribelli da riprendere. Così quando in una città dell'Abruzzo mi avvicinai ad un'edicola per comprare un giornale, in attesa del treno, il volto aureolato della fiammata dei capelli rossi non mi disse nulla. Ma lei riuscì a mettersi sull'attenti anche nei pochi decimetri quadrati di pavimento e balzò anche il suo nome dal ricordo. Era l'ausiliaria emiliana, che ci aveva fatto ammattire con le sue trovate, destinate a drammatizzare la vita monotona del Comando. Quando vi era giunta era reduce da un brutta avventura. Era stata catturata dai partigiani sull'Appennino e liberata da un reparto nostro.
Della prigionia aveva conservato un'impronta indelebile che prendeva vita nei sonni agitati da incubi, in cui riviveva l'orrore della cattura. Al Comando, dove era stata tenuta a riposo, si annoiava. Fu per questo che un pomeriggio la sede del Comando fu scossa da un'esplosione. Trovai la ragazza nell'atrio semisvenuta, attorniata da un gruppo di compagne. Aprì gli occhi e li richiuse. Aveva raccontato di essere stata aggredita da un partigiano, che le aveva lanciato una bomba a mano. Uno spigolo del pilastro e del cancello mostrava una sbrecciatura. Più tardi, sotto il torchio di un interrogatorio fatto dalla comandante confessò di essere stata lei. Voleva mantenere il ruolo di protagonista e non cadere nella folla anonima delle comparse. Ridemmo ricordando il fatto. Ora vendeva giornali e sigarette alla borsa nera e stava benone.
Sembrava una belvetta fulva in una gabbia troppo stretta.
La divisa rendeva simili le ausiliarie, dalla testa ai piedi tutto era regolamentare, compresa l'inclinazione del basco, il famoso basco “all'invasore” come lo definì un'ispettrice dei fasci femminili, non troppo tenera verso di noi.
Era un mondo femminile difficile da guidare e capire, perché è sempre difficile sondare l'impulso del sentimento piuttosto che quello della ragione. In epoche in cui l'equilibrio si rallenta per il prevalere delle passioni contrastanti, i contorni delle cose si deformano ed è difficile cogliere l'essenza della realtà.
Il clima spirituale di queste ragazze era arroventato dal riflesso delle passioni, che avevano diviso il paese. Esse erano intransigenti, come la giovinezza, incapaci di comprendere i compromessi di cui la vita è intessuta.
Era un mondo dove metalli diversi cercavano, nel comune crogiuolo, un'unica tempra: la tempra che creò l'ausiliaria.
Ognuna recava un bagaglio di idee e d'illusioni, ognuna credeva nei miracoli e disprezzava il buon senso come indice di debolezza.
Nel comando vedevano un organo burocratico, che creava difficoltà ai loro piani, che gettava acqua sulle loro passioni.
Ed era anche un cospirare continuo, un brontolare affettuoso, il tradizionale malcontento della “naia” contro gli uffici dei comandi.
Ausiliarie strampalate inviavano piani che avrebbero dovuto mettere in sesto qualche servizio della repubblica. Altre, nell'entusiasmo verso i soldati, chiedevano di raggiungere il fronte e magari trascinate dal loro sogno, abbandonavano il posto per raggiungerlo. Poi erano fermate sotto l'accusa di diserzione e il tribunale militare applicava come punizione proprio quello che desideravano: il fronte. E allora colloqui con i generali per spiegare che le ausiliarie disertavano per raggiungere il fronte e che quindi bisognava punirle diversamente per l'indisciplina.
E tra le ausiliarie c'erano comandanti inquiete a cui non bastava la responsabilità del comando, ma spiravano a realizzazioni più ampie.
Rimproveravano al comando un'azione senza voli di fantasia, non approvavano la selezione degli elementi, il controllo dei requisiti, avrebbero aperto le fila a tutte coloro che lo richiedevano perché consideravano la partecipazione alla guerra una catarsi rigeneratrice. La “Stampa” di Torino iniziò un attacco dicendo che il Comando generale aveva una concezione monacale del S.A., mentre decine di migliaia di donne avrebbero potuto entrare nei quadri del S.A. Ispiratrice dell'articolo era stata una comandante che univa ad un ingegno brillante un pizzico di spavalderia. Furono anche le sue insistenza a porre il problema dei nuclei di assistenza presso le divisioni al fronte. E molte erano, come lei, pronte allo sbaraglio e insofferenti a ogni voce di prudenza.
Esse credevano di non essere capite, ma c'era invece a frenare l'impulso quel sentirsi arbitri di decisioni che potevano mutare i destini.

E c'erano le ausiliarie che ovunque vedevano il tradimento, il disfattismo, la sfiducia e invocavano interventi, che non avvenivano per l'impossibilità di agire in base a semplici intuizioni, anche se in tutti era la convinzione che molte cose andassero a rovescio per il tradimento annidato negli stessi comandi militari. Ma se esistevano contrasti essi erano aperti e non scavavano abissi tra noi, eravamo una famiglia, dove il vincolo del sangue era sostituto dallo spirito di corpo. Scambiavamo le scarpe in buone condizioni con quelle a buchi delle ausiliarie in partenza. In ogni accantonamento cedevano la brandina e dormivano per terra per ospitarci nelle ispezioni.
L'eroismo dell'ausiliaria non si è manifestato solo di fronte alla morte, che non fu una libera scelta, non nella prigionia che fu inevitabile, ma nel sopportare giorno per giorno la disciplina e la vita dura, la gavetta e la branda, la vita incerta, i trasferimenti.
E tutto questo non avveniva tra il consenso della gente, tra il festoso saluto del popolo, ma tra l'ostilità e la minaccia, con la sensazione del pericolo sulle spalle. Un capo partigiano mi disse, dopo l'insurrezione, che aveva sempre avuto terrore delle ausiliarie. Un giorno che una lo aveva fissato per strada, concluse, il cuore gli batté all'impazzata. “Se mi guardava ancora un pò sparavo”. E pensare che forse lo guardava solo perchè era un bel ragazzo, non poteva leggere in viso che era un partigiano. Quando glielo dissi ammise che poteva essere così, ma loro ci pensavano a caccia di partigiani, mentre la realtà era che loro cacciavano le ausiliarie. Eleganti, sorridenti, trovarono l’amore tra i bombardamenti e le avventure. Quando le vedo nelle divise attillate penso all’ausiliaria curva sotto il sacco da montagna, ferma ai posti di blocco in attesa di un camion,sola con la sua fede contro tutti. Forse anche l’amore è nato nella solitudine delle Alpi, o nelle corsie di un ospedale, un amore tra disperati, senza avvenire. Storie di ausiliarie fioriscono nella memoria.
 
 
 
LA STORIA DI M. LUISA
 
Tutte ne hanno una da raccontare ai figli o ai nipoti. Alcune sono diventate patrimonio comune di cui siamo orgogliose, tale è la storia di M. Luisa. Viveva in una città oltre il Po, già conquistata dagli alleati. Frequentava il liceo, ma il suo pensiero si rodeva nella vita tranquilla pensando alla guerra che ancora continuava. L'odio per i conquistatori e l'ansia di partecipare alla lotta ardevano nella sua anima adolescente con tragica violenza. La guerra si era spostata qualche chilometro verso nord, lasciando dietro di sé le tracce dei combattimenti. M. Luisa volle raggiungere il territorio della repubblica. Attraverso la radio sa che si combatte ancora, sa che vi sono le ausiliarie. Sul tavolo vi sono i libri preparati per la scuola, ma lei ha deciso di non andarci più.
All'alba esce sulla strada dove le macchine rombano senza riposo, portando i rifornimenti alle linee.
Un camion alleato rallenta. La solita faccia di negro si apre nel sorriso come un cocomero spaccato. “Tu dove andare?” “Andare a A. a trovare parenti”. Sale sul camion, il negro canta un ritmo bizzarro.
M. Luisa pensa al mondo chiuso dietro di sé, alla gentilezza del negro, all'avvenire. Ad A., M. Luisa toccò il braccio del soldato: “Io scendere qui”. A tre chilometri c'erano le linee. Il difficile era passare. Una nebbia leggera copriva il terreno, gli alberi sembravano galleggiare su un mare fluttuante, come fantasmi. Più in là una sentinella piegò verso una casupola diroccata e vi entrò. La ragazza continuò ad avanzare come un automa, col cuore che batteva furiosamente. Il tempo non contava più nel terrore di non riuscire, quanto camminò? Ore, minuti, forse, ma sembrarono secoli. Da una buca balza un soldato e l'afferra. Ha un volto duro e spietato e urla: “C'è una spia”. Lei singhiozza, ride, i soldati accorsi non capiscono. Dopo spiega all'ufficiale che vuol andare a Milano ad arruolarsi: conosce il generale Diamanti. Viene accompagnata a Milano. Il generale telefona al Servizio ausiliario, l'indomani M. Luisa è allieva ausiliaria. Dopo il corso riprende la strada per prestare servizio ad un posto di ristoro verso le linee. Era una ragazza tranquilla, con qualche cosa d'infantile nel viso, solo gli occhi avevano una ferma risolutezza, che le trecce allungate sulle spalle non riuscivano a cancellare.
 
 
GIOVANNA DEIANA
 
Tutte le ausiliarie ricordano Giovanna Deiana. Era rimasta cieca in un bombardamento e aveva supplicato di essere accolta nel S.A.
Venne con una sorella più giovane. Attorno a sé rifletteva la serenità del suo spirito non piegato dalla prova. Era come se vedesse più profondamente di tutte. Quando Giovanna Deiana conversava col tenente Infantino, cieco e mutilato delle mani, ospite talvolta delle ausiliarie, sembrava di assistere ad un colloquio tra due anime, che oltre il martirio della carne, vivessero negli spazi senza limiti dello spirito.
Per essi s'era spenta la luce delle cose, ma splendeva dietro le pupille arse la luce della fede e della speranza.
La storia dell'ausiliaria Franca Barbieri, proposta per la medaglia d'oro, è quella d'un soldato. Catturata dai partigiani, le viene offerta la vita a condizione di passare nei ranghi delle loro formazioni. L'ausiliaria rifiuta. Di fronte al plotone di esecuzione grida “viva l'Italia” e cade sotto le raffiche dei mitra.
Il Servizio ausiliario aveva pochi mesi di vita, ma già un esperienza di dolore e di morte gravava lo spirito delle volontarie.
Le imboscate diradavano le fila, lasciando un senso di desolazione. I nomi diventavano elenchi, freddi elenchi che riassumevano una tragedia.
La capogruppo Forni fu uccisa dai partigiani mentre tentava, con mezzi di fortuna, di raggiungere il fratello ferito in un ospedale del Piemonte. Fu trovata in un bosco crivellata di colpi.
L'ausiliaria F., del Comando di Novara, prese una breve licenza per salutare la madre e la famiglia. Si recò al posto di blocco per trovare un mezzo. Fu la macchina del prefetto Manganiello che diede un passaggio alla ragazza. Ma non arrivò a destinazione. Il suo corpo seviziato e irriconoscibile fu tratto dallo stagno in cui era stato gettato insieme a quello del prefetto. Non rivide più sua madre. Incominciarono in seguito le catture. La vita delle ausiliarie prigioniere dipese dal caso, dalle vicende e dall'umanità dei partigiani. Non vi era legge di guerra a salvaguardare il diritto del soldato. Era una guerra piena di incognite.
La comandante di Novara con due ausiliarie fu catturata con un gruppo di soldati in una stazione sulla linea Novara-Torino. Un gruppo di partigiani assalì il treno. Soldati e ausiliarie sotto la minaccia dei mitra dovettero scendere e seguire i partigiani verso la montagna. Furono tolte le scarpe ai prigionieri, che camminarono scalzi, nella notte, dormirono di giorno nei pagliai per riprendere la tragica marcia.
La notizia arrivò al comando suscitando dolore e sbalordimento. Poi un giornale pubblicò la notizia della fucilazione. Una volta tanto la notizia non era vera. Arrivarono invece le proposte dei partigiani per lo scambio. Chiedevano 18 partigiani, ostaggi nelle carceri. Molti erano in mano dei tedeschi. Pregammo il federale Porta, che ci pose a contatto col generale Tensfeld a Monza.
I tedeschi mollarono quattro partigiani, otto i nostri, e lo scambio si effettuò sulla base di 12. Le ausiliarie tornarono alla vita sconvolte per aver assistito alla fucilazione di un volontario della Nembo.
Esse subirono umiliazioni, furono schiaffeggiate, ma ritornarono salve. Fu don Riva, il nostro cappellano, che andò a prenderle in consegna.
Ripresero il loro posto. L'ultimo ostaggio fu costituito dalla comandante della Spezia, una ragazza piena di coraggio, che voleva i posti più avanzati e pericolosi. Fu fermata dai partigiani ad un posto di blocco tra la Liguria e il Piemonte. Fu rimessa in libertà dopo l'insurrezione. La cattura delle ausiliarie aveva messo in allarme gli ambienti militari per le conseguenze che ne derivavano.
La richiesta degli ostaggi per lo scambio era in forti proporzioni. Il Comando proibì le licenze, raccomandò misure di prudenza.
Ma le ausiliarie non vollero costituire una preoccupazione. Arrivarono in quei giorni, sempre più numerose, le lettere che dicevano: “In caso di cattura prego il comando a non far passi per ottenere la liberazione con lo scambio di ostaggi”.
Così erano, materia incandescente da cui si sprigionavano scintille di fede, bagliori di entusiasmo.
Così erano impastate di eroismo e di follia, in un mondo di compromesso e di malignità.
Così cantavano, e mai canzone fu cantata con tanta spavalda consapevolezza, e mai canzone fu così vera. Fidanzate della morte, suggellarono l'amore nel sangue perché durasse eterno.
Nelle sanguinose giornate dell' Aprile-Maggio 1945 il SAF è il reparto dell'esercito repubblicano che, in proporzione ai suoi organici, paga il più alto tributo di sangue alla causa della R.S.I..
Centinaia di ausiliarie vengono catturate, martirizzate, seviziate e massacrate.

MILANO - Dicembre 1944
Il discorso del Duce alle Ausiliarie
 
 


Savona marzo 1945 
Ausiliarie delle Brigata Nere di Savona distribuiscono generi di conforto 
a Reparti di Bersaglieri lungo la riviera



 
 
ANGELINA MILAZZO
 
Angelina Milazzo, Medaglia d'oro al VM, era un' Ausiliaria della Repubblica Sociale Italiana. Aveva solo 22 anni quando cadde a Garbagnate facendo scudo con il proprio corpo ad una donna incinta già ferita, durante il successivo ripassaggio dell' infame "Pippo" di turno. Il gesto le valse una copertina della "Domenica del Corriere" del Febbraio 1945.
Nacque ad Aidone, un piccolo paese a pochi chilometri da Enna, in Sicilia, il 18 aprile del 1922. Il padre, Filippo Lucio, mutilato di guerra e decorato con Medaglia al Valor Militare, e la madre, Nerina Bruno, gestivano un negozio di stoffe in centro. Sin da piccola, Angelina Milazzo, guardava con fascino e ammirazione le imprese compiute, dagli eroi e patrioti italiani, nella conquista dell’Unità d’Italia e successivamente nel corso della Prima Guerra Mondiale con la vittoria sull’esercito austro – ungarico. Con la Marcia su Roma, 28 ottobre del 1922, e la presa di potere da parte del Regime Fascista di Benito Mussolini, Angelina Milazzo, formò carattere e personalità grazie alla rigida e sana disciplina culturale del fascismo. Dotata di rara intelligenza si iscrisse presso l’istituto magistrale con l’obiettivo di diventare insegnate di scuole elementari. In seguito alla mozione di Dino Grandi, il 24 luglio del 1943, che determinava la caduto del Governo Fascista, l’arresto e la liberazione di Benito Mussolini con la successiva nascita della Repubblica Sociale Italiana, Angelina Milazzo, decise di abbandonare gli studi per arruolarsi, come volontaria, nel Servizio Ausiliario Femminile e seguire così la strada dell’Onore.

Già durante il corso di addestramento, Angelina Milazzo si mise in evidenza come esempio per le sue commilitoni per fede e disciplina. Terminato il periodo di addestramento, fu assegnata al Comando del Sevizio Ausiliario Femminile di Vicenza ottenendo subito una citazione all’ordine del giorno per la capacità e lo spirito di iniziativa dimostrati nel portare a termine una difficile impresa. Intanto i cacciabombardieri angloamericani aveva il compito di mitragliare e colpire qualsiasi cosa si muovesse sul territorio. Arrivavano all’improvviso, in città e nelle campagne, attaccando treni, corrieri, autovetture e persone. L’obiettivo era di spezzare il morale alla popolazione civile italiana. Il 21 gennaio del 1945, Angelina Milazzo, durante un viaggio di servizio in treno, nei pressi di Garbagnate, pochi chilometri da Milano, i cacciabombardieri iniziarono a fare fuoco. I passeggeri del treno, prontamente fermato, cercarono riparo nei prati lungo la linea ferroviaria. Una viaggiatrice, in stato di gravidanza, cadde a terra e Angelina Milazzo, invece di cercare scampo, sprezzante del pericolo si lanciò in soccorso della donna ferita, facendo scudo con il proprio corpo. Nella scorreria dei mitragliatori, la giovane volontaria del Servizio Ausiliario Femminile, fu colpita a morte da una scarica, salvando con il suo sacrificio la vita di una madre. Il gesto le valse una copertina sul giornale della Domenica del Corriere nel febbraio del 1945. Il Comandante di Brigata del Servizio Ausiliario Femminile, Piera Gatteschi Fondelli, propose ed ottenne, il conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria di Angelina Milazzo.
 
 
 

ELEONORA SOMMARIVA, AUSILIARIA X MAS ASSASSINATA A THIENE, IN UNA IMBOSCATA, DAI PARTIGIANI, IL 29 APRILE 1945, A GUERRA FINITA. SEPOLTA A MILANO, CAMPO X CAMPO DELL'ONORE, CIMITERO MAGGIORE





 
 

LE AUSILIARIE CADUTE

Questo elenco solo una parte dei nominativi delle ausiliarie cadute, in quanto non è mai stato possibile giungere ad una documentazione completa per quanto riguarda le ausiliarie uccise nelle sanguinose giornate dell' Aprile-Maggio 1945. In questo elenco sono incluse comunque le ausiliarie appartenenti alla Decima Flottiglia Mas, alle Brigate nere, alle formazioni autonome e che dipendevano direttamente dal Servizio ausiliario femminile(SAF).

Per dare un idea del martirio cui furono sottoposte tante ausiliarie, rimaste ignote, e che vennero trucidate a Torino nei giorni conclusivi del conflitto. I dati di queste autopsie swono stati desunti dal registro apposito tenuto presso l' Istituto di Medicina Legale dell' Università di Torino.

1 ALESSI INES Cervia 26/4/45
2 AMODIO ROSA Savona Agosto 45
3 ANNIBALI ROSA Venezia 26/7/44
4 ANTONUCCI VELLA caduta 1945
5 ARISTA ANNAMARIA Intra 7/1/45
6 AUDISIO MARGHERITA Nichelino 26/4/45
7 BACCHI ANNA Modena 6/4/45
8 BALDI IRMA Schio 7/7/45
9 BALDINI IRIDE caduta 1945
10 BALDUZZI NORMA Vercelli 29/4745
11 BANDINI-POZZI VIRGINIA Cambiasco 16/4/45
12 BADO Milano nel 1945
13 BARALE MARIA Cuneo 3/5/45
14 BARBIER FRANCA Aosta 27/7/44
15 BARDI CARLA 9/5/45
16 BARONI ANGELA Buia 7/11/44
17 BATACCHI MARCELLA Mongrado 3/5/45
18 BELLENTANI MARIA Modena 26/4/45
19 BELLISSIMO ANTONIETTA Milano 26/4/45
20 BENAGLIA LUCINDA Monfalcone Maggio 45
21 BENELLI BIANCA Modena 17/2/45
22 BIANCHI ANNAMARIA S. Maria Rezzonico 4/7/45
23 BLONDET ELENA Milano 29/4/45
24 BOCCHI-MORISI ITALINA Modena 16/3/45
25 BOERO CATERINA Alassio 27/4/45
26 BIONDO ANNAMARIA dispersa
27 BOFFELLI CLORINDA Crema 29/4/45
28 BONAGLIA GIUDITTA caduta 1945
29 BONINI BIANCA dispersa a Modena
30 BOSIA LIDIA Omeglia 7/5/45
31 BOSIO EMILIA caduta 1945
32 BRESSANINI CATERINA Milano 16/3745
33 BRESSANINI ORSOLA madre della precedente Milano 10/5/45
34 BIAMONTI ANGELA MARIA Savona Maggio 45
35 BRAZZOLI VINCENZA Milano 28/4/45
36 BRUSA ZELANDA Novara 15/2/45
37 BURRISER GIANCARLA Suno 30/1/45
38 BURZONI ADELE Casalpusterlengo 27/4/45
39 BURZONI MARIA sorella della precedente Casalpusterlengo 27/4/45
40 CALLAINI BRUNA Langosco 6/5/45
41 CAMORANI-MOLINARI EDA Lavagnola 25/4/45
42 CAMOTTO MARIA Torino 6/3/45
43 CARLINO ANTONIETTA Cuneo 3/5/45
44 CARPEGGIANI BRUNA caduta 1945
45 CASSOLO MARIUCCIA Palestro 8/4/45
46 CASTALDI NATALIA Cuneo 9/5/45
47 CASTELLINI GIULIA mirandola Aprile 45
48 CENTAZZO MARIA Venezia 26/7745
49 CHIAVAZZA MARIA Cuneo 3757$5
50 CHIANDRE RINA Graglia 2/5/45
51 CHIODI RAFFAELLA caduta 1945
52 COCCHI VITTORINA caduta 1945
53 COLOMBO CECILIA caduta 1945
54 COMETTO MARIA 3/3/45
55 CORTESI JOLE Arona nel 45
56 CONTE ADELINA Maggio 1945
57 CORPO MARGHERITA Vercelli 1945
58 CORRADI DEFAIS 23/3/45
59 CORNOTTO MARIA Marzo 45
60 COTTI MARIA Milano 29/4/45
61 CRAVERO AGNESE Torino 3/5/45
62 CROVELLI-MUTTI LUIGIA Casalpusterlengo 27/4/45
63 CRIVELLI JOLANDA caduta 1945
64 DE ANGELIS ITALA caduta 1945
65 DEGANI GINA Aprile 1945
66 DE NITO ANGELA Scandiano per malattia contratta in servizio 14/2/49
67 DE SIMONE ANTONIETTA Revine Lago nel 1945
68 DE VECCHI caduta nel 45
69 DHO LIDIA Mondovi 11/5/45
70 DE GLANDI GIUSEPPA Bergamo 28/3/45
71 DROVETTO LUCIANA Inverso Pinasca 7/4/45
72 FANANI DOLORES Treviso 30/4/45
73 FERRARI GIUSEPPINA Savona Gennaio 45
74 FERRARIS FLAVIA Novara 4/9/44
75 FERRI GABRIELLA Venezia Luglio 1944
76 FERRI GIULIA Milano 28/4/45
77 FERRONI MARIA caduta 1945
78 FIUMANA ERNESTA caduta 1945
79 FIENI LUIGIA 17/4/45
80 FIORAVANTI ROSA Cilavagna 28/2/45
81 FORLANI BARBARA Rosasco 6/5/45
82 FORNI ANNA Sezzzadio Febbraio 45
83 FORCELLLINI-BORTOLUZZI LEA Fagarè di Piave 24/3/45
84 FRAGIACOMO LIDIA Nichelino 26/4/45
85 FRIGERIO CAMILLA MARIA Pusiano 26/4/45
86 FRIZZON CATERINA Buia 7/11/45
87 GARZENI MARIA Graglia 2/5/45
88 GASTOLDI NATALINA Imperia 3/5/45
89 GAZZIOLA REGINA Venezia 26/7/44
90 GENESTRONI MICHELINA Fossano nel 1945
91 GIACOBBE MARGHERITA Orsara Bormida 14/4/45
92 GIOLO LAURA Torino 30/4/45
93 GABOLI ADELE Suno 22/10/44
94 GLAREY-BERLINGHIERI EMMA Aprile 45
95 GOZZI INES 21/1/45
96 GIORGETTI RITA caduta 1945
97 GIORGETTI madre della precedente caduta 1945
98 GIRAUDI ITALA Graglia 2/5/45
99 GIRAUDO BIANCA Cuneo 3/5/45
100 GIUBERTONI CATERINA Adorno Micca 23/3/45
101 GRECO EVA Medolla 31/5/45
102 GRILL MARILENA Torino 3/5/45
103 INTRAINO ANITA Milano 2874/45
104 LANDINI LINA Milano 11/5/45
105 LANTIERI VINCENZA Genova 1/5/45
106 LAVISE BLANDINA Schio 7/7/45
107 LUMINOSO GIOVANNA Milano 27/5/45
108 MALAGOLI TIZIANA Collegarala Aprile 45
109 MANDER TERESA Venezia 26/7/44
110 MANRUTTO NELLA Monfalcone 15/3/45
111 MARCHIOLI ROISINA Parma 27/4/45
112 MASSARINI RINA Monfalcone 15/3/45
113 MENEGHETTI NORA Parma 27/4/45
114 MERLINI LUCILLA Cremona 1/5/45
115 MILAZZO ANGELINA Garbagnate 21/1/45
116 MINARDI LUCIANA Cologna Veneta 24/5/45
117 MINETTO ELENA Callizzano 13/4/45
118 MONTEVERDE LICIA Torino 6/5/45
119 MORARA MARTA Bologna 25/5/45
120 MORICHETTI ANNA PAOLA Milano 27/4/45
121 MORSETTI MIRKA caduta 1945
122 NASSARI DESOLINA Casalpusterlengo 27/4/45
123 OLIVIERI LUCIANA FANNY Cuneo Maggio 45
124 OTTAVANA ROSETTA Casalpusterlencgo 27/4/45
125 PAGANI EDVIGE Milano 1/5/45
126 MAGLIARINI MARISA Como 17/1/45
127 PALTRINIERI ROSALIA caduta 27/4/45
128 PANNI ROSA dispersa 1945
129 PARENTI DINA Maggio 1945
130 PAROLI IRIDE Arona 26/4/45
131 PEVERATI LILIANA Cantù 4/5/45
132 PICCINELLI GIUSEPPINA caduta 1945
133 PICCINELLI SILVIA caduta 1945
134 PITTALIS MARIA Fossoli 8/3/45
135 POLETTINI SILVIA Rovigo 20/1/45
136 PONTREMOLI ZARA Milano 27/4/45
137 PORTESAN MARIA Ciriè 3/5/45
138 PROVETTO LUCIANA caduta 1945
139 RADAELLI LUCIA Vizzola Ticino 26/4/45
140 RAIMONDO MADDALENA S. Gillio Canavese 2/12/44
141 RAMELLA GIOVANNA Imperia Maggio 45
142 RAMELLA MARIA Muzzano 1945
143 RANACCHIA GISELDA Schio Luglio 45
144 RATTI GEA Stradella 12/3/45
145 RAVILOLI ERNESTA Torino 3/5/45
146 RECALCATI GIUSEPPINA Milano 27/4/45
147 RECALCATI MARIUCCIA figlia della precedente Milano 27/4/45
148 RIGO FELICITA Tricerio nel 1945
149 RIOLI ROMA Gorizia Marzo 45
150 ROCCHETTI LUCIA Graglia 2/5745
151 ROMANO LEA Lubiana 30/10/47
152 ROSSI AMELIA Bologna nel 1945
153 ROVIDA MARIA Invorio nel 1945
154 RUFFILI LINDA Torino nel 1945
155 SACCHI ALBERTINA Seriate 27/4/45
156 SAIU GRAZZIELLA Taleggio 12/4/45
157 SANTAMARIA ORNELLA Bologna 24/4/45
158 SCAPAT SANTINA Venezia 26/7/44
159 SCARQAMELLI ALFONSINA Parma 26/4/45
160 SECONDO ANGELA Calice Ligure 12/12/44
161 SILVESTRO IDA Torino 1/5/45
162 SCALFI LAURA Vercelli 7/5/45
163 SCALFI ELSA sorella della precedente Vercelli 7/5/45
164 SIMONI-CAPARRINI ARMIDA Fornaci 26/1/45
165 SOFFREDINO LUCIANA caduta nel 1945
166 SOMMARIVA ELEONORA Thiene 29/4/45
167 SPERIANI TULIA Cesano Maderno nel 1945
168 SPITZ JOLANDA Mongrando 3/5/45
169 TAM ANGELA MARIA Buglio in Monte 6/5/45
170 TANZI BRUNILDE Milano Gennaio 46
171 TAVERNI CARLA Milano caduta nel 1945
172 TIBERIO MARIUCCIA Milano 2774/45
173 TIBERIO PASQUINA Milano 27/4/45
174 TRIMBOLI CLORINDA Omegna 26/1/45
175 TRIMBOLI GIANNA figlia della precedente Omegna 26/1/45
176 UGAZIO CORNELIA Galliate 28/4/45
177 UGAZIO MIRELLA sorella della precedente Galliate 28/4/45
178 VALDORA MARIA Villa Piana 26/4/45
179 VECCHI LORENZA Seriate 29/4/45
180 VIGO FELICITA Nichelino Maggio 45
181 ZANINI LUISA Modena 17/2/45
182 ZARA caduta 1945
183 IGNOTA Tradate 20/4/45
184 IGNOTA Parma 26/4/45
185 IGNOTA Nichelino 26/4/45
186 IGNOTA Nichelino 26/4/45
187 IGNOTA Nichelino 26/4/45
188 IGNOTA Cuneo 29/4/45
189 IGNOTA Tirano 29/4/45
190 IGNOTA Muzzano 03/5/45
191 IGNOTA Torino 3/5/45 (Autopsia n° 7065 : entrata 3,5, uscita 11.5: Provenienza stazione Porta Nuova, lato via Vizza. Diagnosi : omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni alcranio, torace e addome. Indossa la divisa militare della Repubblica con mostrine recanti fascetti roossi. Una "M" rossa sulla tasca sup. sx. Si tratta del cadavere di una giovane domma dell' apparente età di 18-20 anni, capelli neri rasati a zero; presente ferite multiple d' arma da fuoco al viso, toraceve addome)
192 IGNOTA Rosacco 5/5/45
193 IGNOTA Torino 6//5/45 (Autopsia n° 7071: entrata 6.5, uscita 9.5. Provenienza Fiume Po. Diagnosi : omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni agli organi del capo e dell' addome. E' stata uccisa e buttata nel fiume Po. Si tratta del cadavere di giovane donna dell'apparente età di 25-30 anni; il viso è ricoperto di una spessa patina di terriccio melmoso; sono visibili numerosi forami irregolarmente tondeggianti in corrispondenza del capo, della regione anteriore e laterale del tarace e del basso ventre)
194 IGNOTA Imperia 7/5/45
195 IGNOTA Torino 8/5/45 (Autopsia n° 7083: entra 8.5, esce 11.5. Provenienza: Corso Tassoni angolo strada Pellerina. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte : lesioni al cervello. Notizie : fu uccisa dai parigiani: Si tratta del cadavere di una donna dall' apparente età di 35 anni, il capo è completamente rasato dai capelli; in corrispondenza della regione zigomatica sx ferita da taglio, a forma di barca con estremo arrotondato rivolto anteriormente, limitata ai piani superficiali con scarsa reazione vitale. Scoppio del cranio in corrispondenza della regione occipitale dove esiste squarcio ampio con margini irregolari ed extroflessi da cui fuoriecse sostanza nervosa mista a sangue. Nella regione sopraclaveare sx forro tondeggiante della dimensione di una moneta di un soldo con orletto escoriativo concentrico.)
196 IGNOTA Torino 15/5/45 (Autopsia n° 7103: entrata 15,5, uscita 22.5. Provenienza : strada Santa Margherita presso villa Genero. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco: Causa della morte: lesioni al cervello: Si tratta del cadavere di una donna dell'apparente età di 36-40 anni in condizioni generali dsi nutrizione buone con capelli biondo chiaro rasati.Sono rilevabili un gruppo di 4-5 ecchimosi di forma irregolarmente tondeggianti in corrispondenza delle superfici anteriori delle cosce, grandi quanto una moneta di mezza lira. all' angolo mandibolare dx è presente un forame di margini irregolari circondato da un alone di affumicatura ampio quanto una moneta di mezza lira. Il corrispondente forame di uscita si trova nella metà sx della regione frontale: l' osso frontale è frantumato. Da quest'ultimo forame fuoriesce sostanza celebrale.)
197 IGNOTA Torino 125/5/45 (Autopsia n° 7105: entrata 15.5, uscita 19.5. Provenienza: griglia dell' Arsenale di Borgo Dora. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni al cervello. Notizie: fu uccisa nelle strage dell'insurezzione di fine Aprile. Si tratta del cadavere di una donna dell'apparente età di 30 anni. Corpo ricoperto da una patina di fango. In corrispondenza del lato dx del volto numerosi fori tondeggianti d' arma da fuoco con orletto escoriativo. Frattura comminuta del cranio, lesioni al cervello.)
198 IGNOTA Torino 11/6/45 (Autopsia n° 7143: entra 11.6, esce 17.6. Provenienza : fiume Po dietro Caserma dei Pompieri Barriera Milano. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni cranio-celebrali e toraco-addominali. Notizie: si dice che questa giovane donna già Ausiliaria presso i reparti della Repubblica sia stata prelevata e collocata in un canale di via Nizza, indi prelevata ed uccisa per colpi d'arma da fuoco. Veste una gonna grigia ed un giubbetto rosso a grosse fasce bianche trasversali, ha i capelli di color castano scuri rasati. Si tratta del cadavere di giovane donna dell'apparente età di 17-19 anni incinta al settimo mese circa di gestazione. All' ispezione sono rilevabili numero sei (6) forami tondeggianti d' arma da fuoco del diametro di circa 1 centimetro circondati da orletto escoriativo nerastro situati rispettivamente: due vicini alla regione laterale sx del collo, un terzo alla regione precordiale; gli altri al basso ventre.)





Ausiliarie assassinate dopo il 25 aprile 1945 
e dopo che si erano arrese

Amodio Rosa 23 anni, assassinata nel luglio del 1947, mentre in bicicletta andava da Savona a Vado.
Antonucci Velia due volte prelevata, due volte rilasciata a Vercelli, poi fucilata.
Audisio Margherita Fucilata a Nichelino il 26 aprile 1945
Baldi Irma Assassinata a Schio il 7 luglio 1945
Batacchi Marcella e Spitz Jolanda 17 anni, di Firenze. Assegnata al Distretto militare di Cuneo con la coetanea Jolanda Spitz e altre 7 ausiliarie, molto religiosa, come del resto la sua collega Spitz, e in particolare devota della Madonna, il 30 aprile 1945, con tutto il Distretto di Cuneo, pochi ufficiali, 20 soldati e 9 ausiliarie, si mette in movimento per raggiungere il Nord, secondo gli ordini ricevuti. La colonna è però costretta ad arrendersi nel Biellese ai partigiani del comunista Moranino. Interrogate, sette ausiliarie, ascoltando il suggerimento dei propri ufficiali, dichiarano di essere prostitute che hanno lasciato la casa di tolleranza di Cuneo per seguire i soldati. Ma Marcella e Jolanda non accettano e si dichiarano con fierezza ausiliarie della RSI. I partigiani tentano allora di violentarle, ma le due ragazze resistono con le unghie e con i denti. Costrette con la forza più brutale, vengono violentate numerose volte. In fin di vita chiedono un prete. Il prete viene chiamato ma gli è impedito di avvicinare le ragazze. Prima di cadere sotto il plotone di esecuzione, sfigurate dalle botte di quelle belve indegne di chiamarsi partigiani, mormorano:" Mamma" e "Gesu' ". Quando furono esumate, presentavano il volto tumefatto e sfigurato, ma il corpo bianco e intatto. Erano state sepolte nella stessa fossa, l'una sopra l'altra. Era il 3 maggio 1945.
Bergonzi Irene Assassinata a Milano il 29 aprile 1945

Biamonti Angela Assassinata il 15 maggio 1945 a Zinola (SV) assieme ai genitori e alla domestica. 
Bianchi Annamaria Assassinata a Pizzo di Cernobbio (CO) il 4 luglio 1945
Bonatti Silvana Assassinata a Genova il 29 aprile 1945
Brazzoli Vincenza Assassinata a Milano il 28 aprile 1945
Bressanini Orsola Madre di una giovane fascista caduta durante la guerra civile, assassinata a Milano il 10 maggio 1945
Buzzoni Adele, Buzzoni Maria, Mutti Luigia, Nassari Dosolina, Ottarana Rosetta, Facevano parte di un gruppo di otto ausiliarie, (di cui una sconosciuta), catturate all'interno dell'ospedale di Piacenza assieme a sei soldati di sanita'. I prigionieri, trasportati a Casalpusterlengo, furono messi contro il muro dell'ospedale per essere fucilati. Adele Buzzoni supplico' che salvassero la sorella Maria, unico sostegno per la madre cieca. Un partigiano afferro' per un braccio la ragazza e la sposto' dal gruppo. Ma, partita la scarica, Maria Buzzoni, vedendo cadere la sorella, lancio' un urlo terribile, in seguito al quale venne falciata dal mitra di un partigiano. Si salvarono, grazie all'intervento di un sacerdote, le ausiliarie Anita Romano (che sanguinante si levo' come un fantasma dal mucchio di cadaveri) nonche' le sorelle Ida e Bianca Poggioli, che le raffiche non erano riuscite ad uccidere.
Carlino Antonietta Assassinata il 7 maggio 1945 all'ospedale di Cuneo, dove assisteva la sua caposquadra Raffaella Chiodi.
Castaldi Natalina Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945
Chandre' Rina, Giraldi Itala, Rocchetti Lucia Unitamente a Lucia Rocchetti, aggregate al secondo RAU (Raggruppamento Allievi Ufficiali) furono catturate il 27 aprile 1945 a Cigliano, sull'autostrada Torino - Milano, dopo un combattimento durato 14 ore. Il reparto si era arreso dopo aver avuto la garanzia del rispetto delle regole sulla prigionia di guerra e dell'onore delle armi. Trasportate con i loro camerati al Santuario di Graglia, furono trucidate il 2 maggio 1945 assieme ad oltre 30 allievi ufficiali con il loro comandante, maggiore Galamini, e le mogli di due di essi. La madre di ITala ne disseppelli' i corpi.
Chiettini (si ignora il nome) Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945
Collaini Bruna, Forlani Barbara Assassinata a Rosacco (Pavia) il 5 maggio 1945 assieme alla sua camerata Forlani Barbara

Conti - Magnaldi Adelina Madre di tre bambini, assassinata a Cuneo il 4 maggio 1945
Crivelli Jolanda Vedova ventenne di un ufficiale del Battaglione "M" costretta a denudarsi e fucilata a Cesena, sulla piazza principale, dopo essere stata legata ad un albero, ove il cadavere rimase esposto per due giorni e due notti.
De Simone Antonietta Romana, studentessa del quarto anni di Medicina, fucilata a Vittorio Veneto in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945
Degani Gina Assassinata a Milano in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945
Ferrari Flavia 19 anni, assassinata l' 1 maggio 1945 a Milano
Fragiacomo Lidia, Giolo Laura Fucilata a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme a Giolo Laura e ad altre cinque ausiliarie non identificate, dopo una gara di emulazione nel tentativo di salvare la loro comandante.
Gatsaldi Natalia Assassinata a Cuneo il 3 maggio 1945
Genesi Jole, Rovilda Lidia Torturata all'hotel San Carlo di Arona (Novara) e assassinata con la sua camerata Lidia Rovilda il 4 maggio 1945. era in servizio presso la GNR di Novara. Catturate alla Stazione Centrale di Milano, ai primi di maggio, le due ausiliarie si erano rifiutate di rivelare dove si fosse nascosta la loro comandante provinciale.
Greco Eva Assassinata a Modena assieme a suo padre nel maggio del 1945
Grilli Marilena 16 anni, assassinata a Torino la notte del 2 maggio 1945
Landini Lina Assassinata a Genova l'1 maggio 1945
Lavise Blandina Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945
Locarno Giulia Assassinata a Porina (Vicenza) il 27 aprile 1945
Luppi - Romano Lea Catturata a Trieste dai partigiani comunisti, consegnata ai titini, portata a a Lubiana, morta in carcere dopo lunghe sofferenze il 30 ottobre 1947
Minardi Luciana 16 anni di Imola. Assegnata al battaglione "Colleoni" della Divisione "San Marco"m attestati sul Senio, come addetta al telefono da campo e al cifrario, riceve l'ordine di indossare vestiti borghesi e di mettersi in salvo, tornando dai genitori. Fermata dagli inglesi, si disfa, non vista, del gagliardetto gettandolo nel Po. La rilasciano dopo un breve interrogatorio. Raggiunge così i genitori, sfollati a Cologna Veneta (VR). A meta' maggio, arriva un gruppo di partigiani comunisti. Informati, non si sa da chi, che quella ragazzina era stata una ausiliaria della RSI, la prelevano, la portano sull'argine del torrente Gua' e, dopo una serie di violenze sessuali, la massacrano. "Adesso chiama la mamma, porca fascista!" le grida un partigiano mentre la uccide con una raffica.
Monteverde Licia Assassinata a Torino il 6 maggio 1945

Morara Marta Assassinata a Bologna il 25 maggio 1945

Morichetti Anna Paola Assassinata a Milano il 27 aprile 1945
Olivieri Luciana Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945
Ramella Maria Assassinata a Cuneo il 5 maggio 1945
Ravioli Ernesta 19 anni, assassinata a Torino in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945
Recalcati Giuseppina, Rcalcati Mariuccia, Recalcati Rina Assassinata a Milano il 27 aprile 1945 assieme alle figlie Mariuccia e Rina, anch'esse ausiliarie
Rigo Felicita Assassinata a Riva di Vercelli il 4 maggio 1945
Sesso Triestina Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza
Silvestri Ida Assassinata a Torino l'1 maggio 1945, poi gettata nel Po
Speranzon Armida Massacrata, assieme a centinaia di fascisti nella Cartiera Burgo di Mignagola dai partigiani di "Falco". I resti delle vittime furono gettati nel fiume Sile.
Tam Angela Maria Terziaria francescana, assassinata il 6 maggio 1945 a Buglio in Monte (Sondrio) dopo aver subito violenza carnale.
Tescari -Ladini Letizia Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza
Ugazio Cornelia, Ugazio Mirella Assassinata a Galliate (Novara) il 28 aprile 1945 assieme al padre e alla sorella Mirella, anch'essa ausiliaria
Tra le vittime del massacro compiuto dai partigiani comunisti nelle carceri di Schio (54 assassinati nella notte tra il 6 ed il 7 luglio 1945) c'erano anche 19 donne, tra cui le 3 ausiliarie (Irma Baldi, Chiettini e Blandina Lavise) richiamate nell'elenco precedente.
In via Giason del Maino, a Milano, tre franche tiratrici furono catturate e uccise il 26 aprile 1945. Sui tre cadaveri fu messo un cartello con la scritta "AUSIGLIARIE". I corpi furono poi sepolti in una fossa comune a Musocco. Impossibile sapere se si trattasse veramente di tre ausiliarie.
Nell'archivio dell'obitorio di Torino, il giornalista e storico Giorgio Pisanò ha ritrovato i verbali d'autopsia di sei ausiliarie sepolte come "sconosciute", ma indossanti la divisa del SAF.
Cinque ausiliarie non identificate furono assassinate a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme a Lidia Fragiacomo e Laura Giolo
Al cimitero di Musocco (Milano) sono sepolte 13 ausiliarie sconosciute nella fossa comune al Campo X.
Un numero imprecisato di ausiliarie della "Decima Mas" in servizio presso i Comandi di Pola, Fiume e Zara, riuscite a fuggire verso Trieste prima della caduta dei rispettivi presidii, furono catturate durante la fuga dai comunisti titini e massacrate.
LIANA MALAVENDA TRUCIDATA A PADOVA IL 30/04/1945







 
 

 CONTESSA PIERA GATTESCHI FONDELLI
Il Generale di Brigata Piera Gatteschi Fondelli è l’unico generale di brigata donna che le forze armate abbiano avuto in Italia. Piera Gatteschi Fondelli è rimasta nella memoria di chi le è stata vicina soprattutto per il suo fascino, la sua eleganza, il suo coraggio e il suo entusiasmo. Piera nasce a Pioppi in Toscana all’inizio del Novecento, in una di quelle belle famiglie allargate di una volta. Suo padre muore prima della sua nascita; tuttavia la bambina ha un ottimo rapporto con la mamma con la quale si trasferisce a Roma alla vigilia della grande guerra. Le vicende del dopoguerra la coinvolgono a tal punto che, fin dal 1921, si iscrive al Fascio di combattimento di Roma; il 19 ottobre 1922 prende parte al congresso che si svolge a Napoli e il 28 ottobre la ventenne Piera è a capo di un gruppetto di venti donne che formano la “squadra d’onore di scorta al gagliardetto” e con loro partecipa alla Marcia su Roma. Le sue doti organizzative la portano a diventare ispettrice della Federazione dell’Urbe, occupandosi dell’Opera nazionale maternità e infanzia, della Croce Rossa, delle colonie estive. Ma sulla politica prevale l’amore: nel 1936 lascia tutto per seguire in Africa l’ingegner Mario Gatteschi che ha sposato e che dirige i lavori della strada Assab-Addis Abeba. Quando, tre anni dopo, rientra in Italia, Mussolini la nomina Fiduciaria dei Fasci femminili dell’Urbe che conta 150.000 iscritte. Nel 1940 diventa ispettrice nazionale del partito.
Caduto il fascismo, Piera si rifugia dai suoceri nel Casentino, mentre il marito, tornato in Africa come combattente, è in Kenia prigioniero dagli inglesi. Ma non è da lei nascondersi e stare in disparte: quando viene informata che Mussolini è stato liberato e ha fondato la Repubblica sociale italiana nel Nord, Piera si trasferisce a Brescia e avvia una nuova collaborazione con Alessandro Pavolini, il segretario del partito. Qui, alla fine del 1943, la Gatteschi manifesta al Duce il desiderio delle donne fasciste di avere un ruolo più incisivo nella difesa del paese. Il progetto è appoggiato da Pavolini e accettato da Graziani. Servono uomini per la guerra e le donne diventano necessarie per assisterli e per sostituirli nei tanti ruoli non di prima linea.




LETTERA ALLA MADRE SPEDITA DA UN’AUSILIARIA CONDANNATA A MORTE DAI PARTIGIANI POCO PRIMA DI ESSERE FUCILATA

24/07/1944
Mamma mia adorata,
Purtroppo è giunta la mia ultima ora. E’ stata decisa la mia fucilazione che sarà eseguita domani, 25 luglio. Sii calma e rassegnata a questa sorte che non è certo quella che avevo sognato. Non mi è neppure concesso di riabbracciarti ancora una volta. Questo è il mio unico, immenso dolore. Il mio pensiero sarà fino all’ultimo rivolto a te e a Mirko. Digli che compia sempre il suo dovere di soldato e che si ricordi sempre di me. Io il mio dovere non ho potuto compierlo ed ho fatto soltanto sciocchezze, ma muoio per la nostra Causa e questo mi consola.
E’ terribile pensare che domani non sarò più; ancora non mi riesce di capacitarmi. Non chiedo di essere vendicata, non ne vale la pena, ma vorrei che la mia morte servisse di esempio a tutti quelli che si fanno chiamare fascisti e che la nostra Causa non sanno che sacrificare parole.
Mi auguro che papà possa ritornare presso di te e che anche Mirko non ti venga a mancare. Vorrei dirti ancora tante cose, ma tu puoi ben immaginare il mio stato d’animo e come mi riesca difficile riunire i pensieri e le idee. Ricordami a tutti quanti mi sono stati vicini. Scrivi anche ad Adolfo, che mi attendeva proprio oggi da lui. La mia roba ti verrà recapitata ad Aosta. Io sarò sepolta qui, perché neppure il mio corpo vogliono restituire. Mamma, mia piccola Mucci adorata, non ti vedrò più, mai più e neppure il conforto di una tua ultima parola, né della tua immagine. Ho presso di me una piccola fotografia di Mirko: essa mi darà il coraggio di affrontare il passo estremo, la terrò con me. Addio mamma mia, cara povera Mucci; addio Mirko mio. Fa sempre innanzitutto il tuo dovere di soldato e di italiano. Vivete felici quando la felicità sarà riconcessa agli uomini e non crucciatevi tanto per me; io non ho sofferto in questa prigionia e domani sarà tutto finito per sempre.
Della mia roba lascio a te, Mucci, arbitra di decidere. Vorrei che la mia piccola fede la portassi sempre tu per mio ricordo. Addio per sempre, Mucci!
FRANCA


Venezia, Campo san Luca, 1944. 
Volontarie fasciste rispondono
alla chiamata del S. A.F.




 
 
Lido di Venezia - Maggio 1944 
Ausiliarie del 1° Corso "ITALIA" La prima a sinistra è
 Margherita Audisio 
 anni 19 fucilata a Nichelino (TO)
 il 5 Maggio 1945


 
 

PASCA PIREDDA
 
La storia di Pasca, la ragazza della Decima Mas
 ( di Barbara Spadini)
Pasca Piredda, nuorese, proviene da una famiglia molto conosciuta. La madre è cugina di Grazia Deledda mentre  lo  zio Franceschino Pintore, medico dei poveri, diverrà uno dei primi sindaci democratici di Nuoro. Franceschino è comunista, la famiglia Piredda è antifascista e frequenta noti  antifascisti come  Emilio Lussu e Mario Berlinguer; Pasca, invece, già da ragazzina  è una fascista entusiasta. Verso la seconda metà degli anni Trenta, mentre frequenta l’istituto magistrale, svolge un tema sulla  mistica fascista che attira l’attenzione di Fernando Mezzasoma, ministro della cultura popolare. Il gerarca fascista la vuole a Roma, dove Pasca frequenta un collegio del partito che forma assistenti sociali esperte di problemi femminili. Pasca, nonostante il paese sia in guerra, per le campagne romane svolge un importante servizio in favore delle “massaie rurali”, insegnando loro i rudimenti dell’igiene. Nel mentre si laurea, alla “Sapienza”, in Scienze politiche e poi in Scienze coloniali, come consigliatole dal ministro  Mezzasoma, per il quale continua a svolgere  lavori di segreteria, scrive discorsi e lettere, corregge bozze.  La stima di Mezzasoma per Pasca è così radicata che quando, dopo l’otto settembre del 1943, Mussolini organizza la Repubblica Sociale italiana e richiama Mezzasoma al ministero della cultura popolare, questi la invita a seguirlo al Nord: Pasca accetta di buon grado l’incarico di segretaria di Mezzasoma. Un giorno si presentano da Mezzasoma tre ufficiali della Decima Mas per proporre la diffusione di  un comunicato radio, da far trasmettere dall’Eiar, per invitare i giovani ad arruolarsi nell’esercito repubblicano: i tre ufficiali “giovanissimi, bellissimi nelle loro divise, ardenti di amore patrio”, invitano a cena la bella Pasca, che risplende di mediterraneità: questa bellezza sarda poco più che ventenne, minuta, dai capelli corvini, dal sorriso dolce e leale viene da loro “rapita”  e  portata a La Spezia, dove la Decima ha il comando. Appena arrivati inviano un laconico comunicato via telegrafo  al ministro  Mezzasoma: “Abbiamo arruolato nella Decima Flottiglia Mas Pasca Piredda con l’incarico di capoufficio stampa e propaganda”. Pasca è  la prima donna che entra nella Decima, rimanendo al comando di Borghese fino alla caduta della R.S.I. Borghese le assegna il grado di sottotenente di vascello e il relativo stipendio (mille lire, una miseria, otto volte inferiore a quanto guadagnava al ministero). Ai primi del 1944 Pasca passa a Milano, dove dirige il giornale della Decima, “La Cambusa”, stampato sotto i bombardamenti alleati in mezzo a mille peripezie e sempre guardato a vista tanto dai servizi fascisti quanto dagli alleati tedeschi.   Il 25 aprile, il nome di  Pasca figura in un elenco di nominativi di ufficiali della Decima consegnato, per vie traverse quanto oscure,  ai partigiani e subito individuata e scoperta, viene condotta a San Vittore. A mezzanotte è condannata a morte da un tribunale di guerra, all’alba viene fatta scendere in cortile con altri undici, forse dodici compagni di sorte: ”Tutti giovani, non so se fossero o no della Decima” e messa al muro: prima che il plotone d’esecuzione aprisse il fuoco, compare d’improvviso il partigiano «Neri», commissario politico della 52ª Divisione garibaldina, che la porta via: i servizi segreti inglesi e americani se la contendono per sapere da lei dove si è rifugiato Borghese. Dopo un altro mese passato in cella a San Vittore, Pasca è processata e assolta per insufficienza di prove: tuttavia  non viene liberata, ma deve subire una serie di trasferimenti da un campo di concentramento all’altro finché- mentre viaggia verso Taranto guardata a vista da due carabinieri- improvvisamente viene fatta scendere alla stazione di Civitavecchia. Qui l’aspetta lo zio Franceschino. Le fa poche feste, ma la riporta a casa. Nuoro non l’accoglie a braccia aperte: le strade della città sono tappezzate di manifesti che dicono: “Tornano gli assassini”. Su consiglio del prefetto il padre la manderà a “villeggiare” sull’Ortobene: quando finalmente potrà tornare a Roma sarà di nuovo a fianco di Borghese nel lungo processo che il Comandante subirà fra il 1945 e il 1949. La storia di Pasca è ben raccontata in un libro-intervista, «La ragazza della “Decima”», con  prefazione di Luciano Garibaldi.
L’autrice non ha potuto vedere il libro a lei dedicato: è morta a Roma all’inizio del 2009.







“La tosatura pubblica delle donne ritenute vicine alla Repubblica Sociale, o collaborazioniste dei tedeschi, fu una violenza di massa che in Italia è ancora avvolta nel buio. Vennero punite, con una crudeltà che aveva gradi diversi. In molti casi, ebbero la testa coperta di catrame , o di vernice nera, e spesso con un fascio dipinto sulla fronte, in modo rozzo. Tante vennero denudate e costrette a passare tra due ali di gente che le insultava. Le più giovani furono stuprate. La “camminata all’aria aperta”, così veniva chiamata dai vincitori, doveva garantire alla folla che la colpevole fosse stata trattata come meritava. Spesso la passeggiata diventava la parte più violenta della cerimonia. Per le strade centrali di un paese o ci una città, prendeva vita un sabba volgare, dove la strega da far soffrire era soltanto una donna accusata di essere stata dalla parte dei vinti. La strega veniva sputacchiata, insultata, malmenata, presa a calci, pungolata ad avanzare, senza tentare di coprirsi se era stata spogliata di tutti gli indumenti. Poteva anche essere incatenata. In quel caso, i ferri erano quelli usati per le bestie. Lo scopo era dimostrare che la vittima esposta al pubblico ludibrio non era più un essere umano ,bensì un animale. L’Italia moderna non aveva mai conosciuto una ferocia simile”
(Giampaolo Pansa,
“La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti”, Milano 2012)




FRANCA BARBIER AUSILIARIA. 
SERVIZI SEGRETI DELLA RSI.
MEDAGLIA D’ORO.
24-7-44- XXII
Mamma mia adorata,
purtroppo è giunta la mia ultima ora. E’ stata decisa la mia fucilazione che sarà eseguita domani, 25 luglio. Sii calma e rassegnata a questa sorte che non è certo quella che avevo sognato. Non mi è neppure concesso di riabbracciarti ancora una volta. Questo è il mio unico, immenso dolore. Il mio pensiero sarà fino all’ultimo rivolto a te e a Mirko. Digli che compia sempre il suo dovere di soldato e che si ricordi sempre di me. Io il mio dovere non ho potuto compierlo ed ho fatto soltanto sciocchezze, ma muoio per la nostra Causa e questo mi consola.
E’ terribile pensare che domani non sarò più; ancora non mi riesce di capacitarmi. Non chiedo di essere vendicata, non ne vale la pena, ma vorrei che la mia morte servisse di esempio a tutti quelli che si fanno chiamare fascisti e che per la nostra Causa non sanno che sacrificare parole.
Mi auguro che papà possa ritornare presso di te e che anche Mirko non ti venga a mancare. Vorrei dirti ancora tante cose, ma tu puoi ben immaginare il mio stato d’animo e come mi riesca difficile riunire i pensieri e le idee. Ricordami a tutti quanti mi sono stati vicini. Scrivi anche ad Adolfo, che mi attendeva proprio oggi da lui. La mia roba ti verrà recapitata ad Aosta. Io sarò sepolta qui, perché neppure il mio corpo vogliono restituire. Mamma, mia piccola Mucci adorata, non ti vedrò più, mai più e neppure il conforto di una tua ultima parola, né della tua immagine. Ho presso di me una piccola fotografia di Mirko: essa mi darà il coraggio di affrontare il passo estremo, la terrò con me.
Addio mamma mia, cara povera Mucci; addio Mirko mio. Fa sempre innanzitutto il tuo dovere di soldato e di italiano. Vivete felici quando la felicità sarà riconcessa agli uomini e non crucciatevi tanto per me; io non ho sofferto in questa prigionia e domani tutto sarà finito per sempre.
Della mia roba lascio te, Mucci, arbitra di decidere. Vorrei che la mia piccola fede la portassi sempre tu per mio ricordo. Salutami Vittorio. A lui mi rivolgo perché in certo qual modo mi sostituisca presso di te e ti assista in questo momento tragico per noi Addio per sempre, Mucci! Franca



MARILENA GRILL

nata a Torino il 26 settembre 1928. Le condiscepole ricordano ancora che, fin dai banchi della scuola elementare, la piccola Mariella commentando i fatti della storia, più di una volta ebbe a dire: “io vorrei essere martire fascista” . A chi gli chiedeva il perché, rispondeva :” perchè morire per l’ ideale è molto bello”. La data per lei decisiva è la caduta di Roma nel giugno ’44. Ha solo sedici anni ma ottiene ugualmente di vestire la divisa di Ausiliaria, di cui sarà poi sempre orgogliosa. In divisa va quell’ anno a sostenere gli esami presso il liceo Massimo D’ Azzeglio. Quale Ausiliaria viene assegnata all’ Ufficio Assistenza Ricerca Dispersi dove assolve un compito delicato. Vengono le giornale dell’ aprile ’45. Il giorno 26, prima di deporre la sua divisa, stacca la piccola fiamma dal berretto e la cuce sul taschino della camicetta dicendo alla mamma, che è angosciata: “ho messo proprio sul cuore” e la bacia. Il giorno 28 quattro partigiani la prelevano da casa. Poiché Marilena ha un contegno fiero e vuole mettere la sua divisa, le dicono : “Vuoi mettere la tua divisa ai dove vai? Vai alla fucilazione”. Risponde con ostentata meraviglia: “davvero?”. Viene trattenuta cinque giorni alla caserma Valdocco, nella notte dal 2 e 3 maggio affronta la morte con un colpo alla nuca. La mamma ricorda una confidenza che la figlia le  fece nel giugno ’44, appena tornata dalla cerimonia del giuramento prestato quale Ausiliaria. Alla ceremonia era presente il teologo Don Edmondo De Amicis, l’ eroico cappellano che cadrà pure a Torino qualche giorno prima di lei. Il sacerdote tra l’ altro aveva spiegato che il giuramento poteva comportare il sacrificio della vita. La giovane confidava alla mamma: “ho avuto un grande brivido nel cuore, ma ho gridato Si”.

Sotto una sua fotografia il giorno prima del martirio ha scritto : ” Resistere fino al sacrificio supremo. Per l’ Italia! Marilena” 
 
 

PIERINO  SASSO,
 nome di battaglia "Pierin d'la Fisa (1923-1980)
Spietato comandante partigiano. Dopo la liberazione uccise giovanissime Ausiliarie, come Marilena Grill, poco più che adolescente e Agnese Cravero di 15 anni (3 Maggio 1945)
(Giampaolo Stella -"I grandi killer della liberazione")

 
 
ANGELA MARIA TAM
 
E' “la francescana d’ Italia”. Nella patria di San Francesco dove non esiste la pena di morte (tuttavia nel ’45, con e senza processo, sono avvenute tante esecuzioni capitali, quante forse in nessuna nazione) non si conosce immolazione più francescana di quella della terziaria di Sondrio.  Angela Maria Tam che dopo una vita spesa nobilmente nella scuola, è condannata morte solo perché si e schierata a favore della R.S.I., viene gettata in carcere a Buglio in Monte e sottoposta a sevizie. Per tutta risposta intona un canto  religioso così da stupire i carnefici e consegna al sacerdote che l’ assiste nella morte questo suo congedo: E’ uccisa il 6 maggio del ’45:
Muoio  perdonando a tutti e chiedo perdono se ho offeso e disgustato qualcuno.
Sono lieta di raggiungere in cielo i nostri Eroi. Sarà così bello in cielo! Ho cantato durante tutto il viaggio da Sondrio a Buglio in Monte le canzoni della Vergine.
Ho passato in prigione ore di raccoglimento  e di  vicinanza a Dio.
Viva l’ Italia! Gesù la benedica e la riconduca all’ amore  e all’ unità per il nostro sacrificio.
E così sia.
in:”LETTERE DEI CADUTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA” L’Ultima Crociata Editrice. 1990. Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI


 
 
 
 

 
 
 
 
TRE DONNE ACCUSATE DI COLLABORAZIONISMO RAPATE A ZERO


 

 
 

"BERGAMO REPUBBLICANA DEL 25 APRILE 1945
 
 
ARTICOLO : "FEDE ED ENTUSIASMO DELLE AUSILIARIE BERGAMASCHE"


 
 

"BERGAMO REPUBBLICANA DEL 10/11 NOVEMBRE 1944

ARTICOLI SULLE AUSILIARIE
BERGAMASCHE

 
 



 
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