mercoledì 10 dicembre 2014

TERRORISTI GRAZIATI DAI PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA ITALIANA

TERRORISTI GRAZIATI DAI PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA ITALIANA

.
Esiste un filo conduttore che unisce alcuni dei nostri Presidenti della Repubblica, e che li accomuna in ciò che si può definire, a giusta ragione, come una sorta di benevola condiscendenza e di  evidente compiacenza nei riguarda di alcuni ambienti legati all’estrema sinistra extraparlamentare.
.
Questa affermazione scaturisce dall’analisi delle molte grazie che i vari Presidenti hanno concesso, durante il loro mandato, nei confronti di criminali e assassini appartenenti ad organizzazioni comuniste, condannati per efferati delitti, per omicidi e stragi, e per aver tentato di sovvertire l’Ordine costituito.
.
A nulla sono valse le condanne promulgate dai Giudici, le morti di vittime innocenti, e i lunghi processi, poiché tutto è stato annullato dalla Grazia che il Presidente della repubblica di turno ha emesso nei confronti dei criminali comunisti italiani responsabili di aver versato sangue impunemente.
.
Ecco l’elenco di questi nostri Presidenti, e quello dei criminali che hanno goduto della inspiegabile clemenza e della grazia ricevuta, nonostante i tribunali abbiano emesso anche sentenze di condanna all’ergastolo.
.
.
Presidente della Repubblica, SANDRO PERTINI.
.
Nel 1978 concesse la GRAZIA a GIULIO PAGGIO :
.
Paggio era a capo della formazione paramilitare comunista “Volante Rossa”, nata a Milano nel 1945, e come tale si rese responsabile di una lunga lista di omicidi, in Lombardia, in Piemonte, in Emilia, nel famigerato “triangolo della morte”, e nel Lazio.
.
Giulio Paggio
Si macchiò dell'assassinio delle seguenti vittime :
.
Rosa Bianchi Sciaccaluga , e la figlia Liliana. Furono uccise il 31 agosto 1945 a Milano, per il fatto di essere rispettivamente moglie e figlia di Stefano Bianchi Sciaccaluga, ufficiale della Decima Mas (fucilato dai partigiani il 26 aprile 1946) ;
.
Orlando Assirelli, commerciante, fu ucciso a Sesto San Giovanni (MI) il 27 gennaio 1946 ;
.
Franco De Agazio, direttore del periodico “il Meridiano d’Italia”, fu ucciso a Milano il 14 marzo 1947, perché responsabile di aver iniziato a pubblicare una serie di articoli che indagavano sull’”Oro di Dongo” (il tesoro di Mussolini trafugato dai partigiani), mettendo in dubbio la versione ufficiale ;
.
Enrico Meneghini, fu ucciso il 6 febbraio 1946, in quanto sospettato di appartenere alle SAM (Squadre d’Azione Mussolini) ;
.
Ferruccio Gatti, Generale decorato con medaglia al valore militare, morì in ospedale in seguito alle gravi ferite, il 13 dicembre 1947, dopo essere stato colpito perché sospettato di appartenere al FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria) ;
Il figlio tentò invano, eroicamente, di fare scudo con il proprio corpo, rimanendo gravemente ferito.
.
Michele Petruccelli, fu ucciso a Milano il 5 novembre 1947, perché militante dell’”Uomo qualunque” il partito politico dichiaratamente anti comunista ;
. 
Giorgio Magenes Folli, agricoltore, anch’egli appartenente alla formazione politica dell’”Uomo qualunque”, fu linciato da una folla di comunisti, a Robbiano Mediglia (MI), aizzati dagli uomini della “Volante Rossa” ;
. 
Felice Ghisalberti, reduce della RSI, fu ucciso a Milano il 27 gennaio 1949 ;
. 
Leonardo Masazza, dirigente della fabbrica ”Olap”, fu ucciso a Milano il 27 gennaio 1949 ;
.
.
.
.
Paggio fu condannato all’ergastolo, ma non ha mai scontato nemmeno un giorno di carcere, poiché è sempre rimasto nascosto all’estero, protetto dal Partito Comunista Italiano, fino a quando l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel 1978,  decise di porre fine alla sua latitanza, regalandogli la grazia.
.
Paggio, e i componenti della “volante rossa” vennero condannati per la seguente lista di reati :
 .
Associazione a delinquere;
Detenzione di armi;
Omicidio di Ferruccio Gatti
Tentato omicidio di Margherita Bellingeri, moglie di Ferruccio Gatti;
Sequestro di persona (Italo Toffanello);
Omicidio di Felice Ghisalberti;
Omicidio di Leonardo Massaza;
Assalto al bar di via Pacini a Milano;
Invasione e danneggiamento della sede del giornale “Il Meridiano d’Italia”.
.
Paggio non ha mai espresso parole di pentimento o di dispiacere per gli assassinii compiuti, o tanto meno ha chiesto perdono ai familiari di quelle vittime cui Sandro Pertini sembra aver voluto negare giustizia, colpevolmente, senz’altro alibi che quello che evidentemente lo ha legato, in simbiosi, agli ambienti del terrorismo comunista.
 .
Quale altro motivo può spiegare o giustificare un simile disprezzo per la Giustizia, tale da permettere ad un feroce assassino di non subire la giusta condanna per i reati commessi ?
.
Quale motivo ci può essere per negare ai familiari delle vittime una giustizia, già sentenziata dai Giudici e dai Tribunali, e permettere ad una vera e propria belva umana di godere della libertà impunemente ?
.
~ ~ ~
Pertini e il leader del PCI Enrico Berlinguer
.
Lo stesso anno, nel 1978, nuovamente, il nostro
 .
Presidente della Repubblica, SANDRO PERTINI,
.
concesse la grazia a MARIO TOFFANIN detto “GIACCA”, un criminale partigiano comunista, capo della “Brigata Osoppo”, condannato all’ergastolo nel 1954 dalla Corte di Assise di Lucca.
.
A questa pena furono aggiunti altri trent’anni di reclusione per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.
.
“Botteghe oscure” riuscì a far espatriare Toffanin in Jugoslavia.
.
Mario Toffanin
Il criminale partigiano comunista era già da tempo in simbiosi con i comunisti slavi, avendo collaborato con il IX Corpus titino, responsabile degli eccidi delle Foibe e della strage di Porzus in cui furono trucidati 17 partigiani cattolici.
.
Pertini, inspiegabilmente, concesse la grazia anche a questo sudicio escremento, a questa blatta comunista,  indegno di appartenere alla razza umana.
.
Il condono della pena non indusse comunque Toffanin a tornare in Italia.
.
Questo macellaio, correo della tragedia delle “foibe”, finì infatti i suoi giorni in Slovenia, percependo anche una pensione italiana di 672.00 Lire fino alla sua morte, avvenuta nel gennaio 1999.
.
Evidentemente l’afflato del Presidente Pertini con la ferocia espressa dai partigiani comunisti non è riuscito ad essere contenuto nei limiti della decenza ma anzi si è espresso con arroganza e protervia, insultando così la memoria delle vittime innocenti.
.
Non a caso, alla morte del dittatore comunista jugoslavo ideatore del massacro delle popolazioni della Giulia e della Dalmazia, Josip Broz Tito (nel 1980), il Presidente Pertini si scapicollò a rendergli omaggio, baciando perfino il feretro e la bandiera nella quale il leader marxista slavo era avvolto.
.
Gli Italiani purtroppo ricordano invece Pertini solamente, a causa della disinformazione attuata dai comunisti per decenni, come il Presidente che alzò la Coppa del Mondo di calcio allo Stadio Santiago Bernabeu l’11 luglio 1982, in occasione della vittoria della squadra nazionale italiana.
.
.
Presidente della Repubblica, SANDRO PERTINI.
.
Nel 1985 graziò FIORA MARIA PIRRI ARDIZZONE  (Prima Linea)
Questa “pasionaria” comunista era una ricercatrice del CNR, ed ex moglie del leader del ’68 di Potere Operaio Franco Piperno, e figlia di primo letto dell’allora compagna (Ninni) del senatore del PCI Emanuele Macaluso.
.
Fiora Maria Pirri Ardizzone
Palermitana, fu arrestata il 6 aprile del 1978 in un appartamento di Licola,  piccolo centro del litorale flegreo a pochi chilometri da Napoli, e successivamente condannata a 9 anni e 8 mesi anni per associazione sovversiva e per un attentato all’Università della Calabria commesso dalla formazione rivoluzionaria ”Primi fuochi di guerriglia”, da lei stessa creata.
.
Nell’appartamento furono trovati, oltre che a documenti vari, anche sei pistole.
.
Dopo aver scontato solo 7 anni di carcere è intervenuto il Presidente Pertini che ancora una volta ha espresso inequivocabilmente un diverso indirizzo, in termini di linea di fermezza dello Stato nei confronti dei terroristi, applicando agli esponenti del terrore marxista-comunista un metro di giudizio diverso, e più benevolo, di quello dei Tribunali.
.
.
Presidente della Repubblica, OSCAR LUIGI SCALFARO
.
Bersani e Scalfaro
Nel 1994 graziò BASCHIERI PAOLO (appartenente al comitato rivoluzionario toscano delle BR).
.
Fu arrestato nel 1978 mentre era insieme ad altri brigatisti, tutti armati.
.
Il 18 dicembre 1985 fu emessa la sentenza di condanna a 16 anni di carcere perché coinvolto nel sequestro del Giudice Giovanni D’Urso.
.
Risultò essere intestatario di conti e di cassette di sicurezza in Svizzera, da cui pare attingessero le Brigate Rosse.
.
A questo proposito, secondo il Sen. Pellegrino, Presidente della Commissione bicamerale sulle stragi, nelle banche svizzere, appunto, sarebbero custoditi i segreti più inconfessabili delle Br, tra cui perfino le carte originali mai trovate del memoriale Moro.
.
Oggi Baschieri è un cattedratico di biofisica al Consiglio Nazionale delle Ricerche.
.
.
Il Presidente della Repubblica, OSCAR LUIGI SCALFARO,
.
Pertini e Scalfaro
nel 1998 firmò il provvedimento di grazia per  PANIZZARI GIORGIO  (uno dei fondatori dei Nuclei Armati Proletari), appartenente anche alle BR.
.
Secondo il parere di ben 3 giudici avrebbe dovuto rimanere in carcere, a scontare l’ergastolo, al quale fu condannato nel 1972,  per l’omicidio di un orefice durante una rapina.
.
.
Panizzari Giorgio
Fu coinvolto anche nelle indagini per l’omicidio del professor Massimo D’Antona e per costituzione di banda armata.
.
Panizzari infatti fu colui che parcheggiò il Nissan Vanette in via Salaria il giorno prima che questo fosse poi usato dagli assassini per spiare i movimenti del professor D’Antona e ucciderlo.
.
Le BR lo volevano libero in cambio di Moro, in occasione delle trattative sulla sorte dello statista democristiano sequestrato e poi ucciso barbaramente.
.
Panizzari fu artefice di numerose rivolte carcerarie : 
prima ad Aversa, al manicomio giudiziario, dove nel ’74 sequestrò due guardie e ne ferì una, poi a Viterbo, dove ferì altre due guardie, poi all’Asinara, insieme ai Brigatisti Curcio e Franceschini.
.
.
Presidente della Repubblica, OSCAR LUIGI SCALFARO
.
CERICA CLAUDIO
.
Era un appartenente ad  Autonomia Operaia e alle Brigate Rosse..
Gli furono contestati i reati di costituzione di banda armata come appartenente al Fronte comunista combattente, associazione sovversiva ed eversione, ma si rifugiò in Francia come latitante.
.
Primula rossa del terrorismo italiano fu anche accusato di aver partecipato al sequestro e all’uccisione dell’ex Presidente del petrolchimico di Porto Marghera, Giuseppe Taliercio, e successivamente prosciolto..

Fu graziato dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
.
.
.
Presidente della Repubblica, OSCAR LUIGI SCALFARO
.
GIOMMI CARLO appartenente alle Brigate Rosse, fu condannato alla pena di 22 anni di reclusione per concorso morale in fatti di sangue.
.
.
Giuseppe Taliercio, sequestrato dalle Brigate Rosse


Condannato all’ergastolo durante il maxi processo “Moro ter” fu poi graziato dal Presidente Scalfaro, immemore del fatto che il motto delle Br fosse :
“Colpirne uno per educarne cento”
(Motto ripreso da Mao Tse Tung e adottato dai brigatisti rossi).
.
.
Il Presidente della Repubblica, OSCAR LUIGI SCALFARO
.
MATURI PAOLA
..
Paola Maturi è conosciuta come «infermiera» della colonna romana delle Brigate Rosse, fu arrestata nel 1982 e poi condannata nel 'Moro ter' a 22 anni e 11 mesi di reclusione per concorso morale in fatti di sangue.
.
Aveva preparato, in un covo, una infermeria di appoggio a un'azione che portò poi alla morte del vice questore Sebastiano Vinci, dirigente del commissariato Primavalle, ucciso a colpi di arma da fuoco il 19 giugno 1981.
.
Vinci, a bordo di un’auto di servizio, fu attaccato da un commando terroristico delle Brigate Rosse, composto da quattro individui, tra cui una donna.
.
Vinci fu ferito gravemente da numerosi colpi di arma da fuoco, nonostante il pronto intervento dell’autista, l’agente Pacifico Votto, che reagì sparando, pur anch’egli ferito, e mettendo in fuga gli aggressori.
.
Il commissario morì poco dopo al Policlinico Gemelli.
.
L’agguato è stato poi rivendicato dalle Brigate Rosse “Colonna 28 Marzo” e successivamente anche dai Nuclei Armati Comunisti Rivoluzionari.
Sebastiano Vinci
.
Paola Maturi è stata anche ritenuta responsabile dell'organizzazione del rapimento del vice questore della Digos romana, Nicola Simone.
.
In questa occasione operò ad un braccio il brigatista Giovanni Alimonti (ex centralinista di Montecitorio) che nell'azione era rimasto ferito.
.
La donna fu incarcerata e successivamente rimessa in libertà per decorrenza termini, e dopo la condanna fuggì a Parigi, ma nel '93 si costituì.
.
.
Il Presidente della Repubblica, OSCAR LUIGI SCALFARO
.
VENTURA MARINELLA
.
Marinella Ventura, è stata un esponente della colonna veneta delle Br e fu implicata, come fiancheggiatrice, negli omicidi del dirigente della Montedison, Sergio Gori e del vice capo della Digos, Alfredo Albanese, e accusata di introduzione in Italia di armi da guerra.
.
Albanese fu insignito di una medaglia d’oro al valor civile alla memoria e gli fu dedicato il parco pubblico vicino al luogo dell’uccisione, in cui fu deposta una lapide pavimentizia.
.
Lasciò la moglie Teresa in attesa del primo figlio.
.
Furono individuati e catturati i membri del commando, appartenenti alle Brigate Rosse.
.
Quattro brigatisti comunisti furono condannati alla pena dell’ergastolo, mentre altri tre terroristi ebbero pene varianti dai 13 ai 16 anni di reclusione (e scarcerati dopo alcuni anni).
.
Nonostante tutto ciò l’enfasi benevola e accondiscendente del presidente Scalfaro si profuse in una grazia, a favore della criminale Ventura, nel dicembre del 1997, solo per il fatto che allora lei fosse allora una delle cinque ex terroriste ancora in carcere, con figli piccoli.
.
Le vittime della furia criminale e omicida dei brigatisti non ebbero però clemenza o altre opportunità di sopravvivenza e morirono sotto i colpi di un comunismo arrogante e violento, quello delle Brigate Rosse.
.
.
Presidente della Repubblica, OSCAR LUIGI SCALFARO
.
VILLIMBURGO MANUELA
.
Dissociata e sorella di Enrico, condannato all'ergastolo per almeno dieci omicidi firmati dalla colonna romana delle Brigate Rosse, è stata condannata nell’ambito del processo “Moro ter”, in cui rientrarono tutti i delitti delle BR compiuti nella capitale tra il 1978 e il 1983.
.
Manuela ha messo in rete il codice IBAN per effettuare versamenti sul proprio conto, al fine di raccogliere fondi a favore del fratello Enrico rifugiato in Francia come latitante.
.
Il codice è stato diffuso attraverso un sito comunista che si occupa di “soccorso rosso”, chiamata “contromaelstrom.com”.
.
Nell’intestazione del sito, in alto a destra, appare una scritta che recita :
.
“Chiamiamo comunismo la società senza galere”, ma evidentemente il suo autore ha dimenticato i gulag staliniani, i laogai cinesi, S21 la fabbrica della morte cambogiana, e le vittime stesse prodotte anche in Italia proprio dai criminali che costoro vogliono aiutare.
.

Enrico si avvale dell’alibi di essere ammalato, quasi che la sua situazione sanitaria sia più importante del fatto di aver tolto la vita ad altre persone…
.
.
Presidente della Repubblica, CARLO AZEGLIO CIAMPI
.
DOMENICO PITTELLA è un ex senatore del Partito Socialista Italiano, condannato a 12 anni nel processo in cui è stato imputato per aver messo a disposizione delle Brigate Rosse la sua clinica di Lauria, in cui sottopose a cure mediche la terrorista Natalia Ligas, ferita in uno scontro a fuoco nel tentativo di omicidio dell’avvocato difensore del terrorista pentito Patrizio Peci.
.
La “pasionaria” delle Br fu ferita ad una gamba, e Pittella intervenne, appunto, per eliminare la cancrena che ne seguì.
.
Domenico Pittella
Fu accusato anche di aver ideato, insieme ad altri brigatisti, un  piano per rapire il vice Presidente della Regione Basilicata, Ferdinando Schettini, suo rivale.
.
L’ infamante accusa che gli fu rivolta, fu quella di aver stretto un patto con le Br, secondo il quale avrebbe curato e nascosto la brigatista Ligas se le Br stesse, in cambio, avessero sequestrato, appunto, il suo compagno di Partito e avversario personale, l’assessore regionale Schettini.
.
La condanna per associazione sovversiva e partecipazione a banda armata divenne definitiva in occasione del processo “Moro ter”, il 10 maggio 1993, anno in cui Pittella si diede alla latitanza, riparando in Francia.
.
Dopo sei anni si costituì mentre il suo debito con la Giustizia fu ridotto di un terzo a causa della Grazia concessagli dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
.
La pena rimanente si estinse mediante l’affidamento ai servizi sociali fino al 2002.
.
Giorgio Napolitano
Il Giudice romano Rosario Priore lo indicò come un “effettivo” delle Brigate Rosse.
.
.
Presidente della Repubblica, GIORGIO NAPOLITANO
.
OVIDIO BOMPRESSI è stato un militante attivista di Lotta Continua, la formazione comunista extraparlamentare di orientamento rivoluzionario.
.
Fu condannato come esecutore materiale nell’omicidio del Commissario di Polizia Luigi Calabresi, commesso insieme a Leonardo Marino, autista del Commando e accusatore di Bompressi, e con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti.
 .
Gli fu comminata una pena di 22 anni di reclusione, ma potè poi godere del provvedimento di clemenza concessogli per gravi motivi di salute dal Presidente Giorgio Napolitano il 1° giugno 2006.
.
Questi criminali hanno potuto contare, nonostante le condanne per i crimini commessi, sul favore di molti intellettuali della sinistra, come ad esempio Dario Fo, che infatti mise addirittura in piedi un nuovo spettacolo “ad hoc” per sostenere la battaglia per la liberazione di Sofri, Bompressi, e Pietrostefani.
.
.
Paradossalmente, nonostante la sua accondiscendenza verso i criminali comunisti, gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura nel 1997.
.

Il commissario Calabresi è stato insignito di medaglia d’oro al merito civile, con la seguente motivazione :
.

«Fatto oggetto di ignobile campagna denigratoria, mentre si recava sul posto di lavoro, veniva barbaramente trucidato con colpi d’arma da fuoco esplosigli contro in un vile e proditorio attentato. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere. »

Milano, 17 maggio 1972
Giuseppe Saragat
.
.
Presidente della Repubblica, GIUSEPPE SARAGAT
.
FRANCESCO MORANINO detto “Gemisto” era un comandante partigiano comunista, a capo del 6° distaccamento Pisacane della Brigata Garibaldi-Biella, anch’essa comunista.
.
Moranino, fautore della creazione di una repubblica sovietica sul suolo italiano, al momento della liberazione, si specializzò nell’uccisione di fascisti, o presunti tali, e di partigiani “autonomi”, che potevano contrastare la sua guerra ideologica.
.
L’evento drammaticamente più significativo fu l’eccidio della cosiddetta “Missione Strassera” avvenuto il 26 novembre 1944 in località Portula.
.
Emanuele Strassera era stato incaricato dagli anglo-americani di coordinare la lotta partigiana e di controllare l’attività delle formazioni comuniste.
.
Strassera si rese conto dei piani di Moranino, che andavano ben oltre la Liberazione dai nazisti, e insieme ad altri quattro amici arruolati si dedicò quindi a stilare un rapporto sulla situazione, da consegnare agli agenti alleati operanti in Svizzera.
.
Moranino organizzò un’imboscata in cui attirare queste cinque persone e le assassinò, massacrando anche due delle spose degli uccisi stessi.
.
Dopo la strage Moranino iniziò la sua carriera politica, in seno al Partito Comunista Italiano, per il quale nel 1946 fu eletto a Torino nell’Assemblea Costituente.
.
Nel 1947 fu nominato sottosegretario alla Difesa nel Governo De Gasperi.
.
Francesco Moranino
Fu rieletto per il PCI nel 1953 nel Fronte Democratico Popolare.
.
Nel frattempo i familiari delle vittime della “Missione Strassera” raccolsero prove schiaccianti sulle responsabilità di Moranino, divenuto intanto deputato comunista.
.
Il 27 gennnaio 1955, durante il Governo pella, la Camera dei Deputati votò per l’arresto del criminale partigiano, dietro domanda della Procura di Torino.
.
L’accusa era di omicidio plurimo aggravato e continuato, oltre che di occultamento di cadavere e Moranino fu condannato alla pena dell’ergastolo per sette omicidi commessi durante il periodo della “Resistenza”.
.
Si legge nella sentenza : 
..
«Perfino la scelta degli esecutori dell’eccidio venne fatta tra i più delinquenti e sanguinari della formazione. Avvenuta la fucilazione, essi si buttarono sulle vittime depredandole di quanto avevano indosso. Nel percorso di ritorno si fermarono a banchettare in un’osteria e per l’impresa compiuta ricevettero in premio del denaro».
.
L’onorevole Moranino, detto “Gemisto”, non fu arrestato perché scappò a Praga, in Cecoslovacchia, protetto dal Partito Comunista dove divenne Direttore dell’emittente radiofonica in lingua italiana, Radio Praga.
.
Il 27 aprile 1965 Saragat, a causa di manovre attuate dalle correnti di sinistra interne al partito della Democrazia Cristiana, fu indotto a firmare la grazia per il criminale comunista.
.
Nel 1968, il PCI e il neonato Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) candidarono Moranino nel collegio di Vercelli.
.
L’assassino fu rieletto ed entrò a far parte della Commissione Industria e Commercio del Senato.
.
.
Dissenso
 

domenica 7 dicembre 2014

"DIMENTICANZE" PARTIGIANE -- Vincenzo Mannello

 
Ho letto giorni fa  un articolo a firma di Sergio Sciacca su La Sicilia inerente "le partigiane stuprate ed uccise dai nazifascisti".
Se lo avessi letto sulla Unità degli anni 1960-70 lo avrei ritenuto piú adeguato ai tempi della "lotta dura e pura" e del Sol dell'avvenire. Oggi,alla luce delle verità venute fuori grazie a scrittori come Pansa (antifascisti dichiarati doc) non pensavo proprio di poter leggere una celebrazione rituale palesemente faziosa ed incompleta,oltre che letterariamente pomposa stile Russia stalinista.
Comunque se il sig. Sciacca e le donne dell'UDI vogliono ricordare così le cadute della Resistenza facciano pure. In fin dei conti fin pochi decenni fa sembrava proprio quella la reale configurazione di quei tragici anni. Eroine immacolate,tutte bellissime,gioiose ed affascinanti,vere star del cinema (lo scrive Sciacca) impugnarono le armi contro il nemico e per questo vennero uccise,arrestate,torturate e violentate dai nazifascisti. Quindi,improvvisamente,dal giorno dopo il 28 aprile 1945...non si sa più (secondo lo articolo) cosa fecero queste sante donne...ovviamente le sopravvissute.  A parte la confusione fatta dal sig. Sciacca che tra le violentate ha messo pure la Ciociara scambiando gli stupratori marocchini (protettori delle sue partigiane) con i teutonici ariani,ho notato come nessun accenno sia stato fatto alle altre donne,quelle militanti nella Repubblica Sociale Italiana. Niente,di niente sulle vittime degli agguati partigiani che assassinarono donne in camicia nera. Fino al 28 aprile 1945 era la guerra...,ma dopo ?  Nel maggio e nei mesi successivi di quali stragi al femminile si macchiarono i partigiani e le partigiane affascinanti o meno che fossero ? Forse quelle erano fasciste (militari del Servizio Ausiliario Femminile e pure civili) e meritavano stupri,torture nonché di essere trascinate per strada e poi assassinate ? Peccato la guerra fosse finita....ma per Sciacca e UDI forse non lo è neppure oggi. Comunque anche io sono un italiano ed un lettore de La Sicilia. Spesso ho visto che il pluralismo di opinioni viene rispettato comunque la si pensi sia da La Sicilia sia da altre testate in indirizzo. Spero quindi di poter leggere queste mie righe e che i lettori si facciano la propria opinione con facoltà di scelta.

P.s. proprio in questi giorni le democratiche associazioni partigiane,assieme ai pacifici centri sociali,hanno preteso (neppure tanto civilmente) il ritiro del film "I segreti d'Italia" reo di trattare di una delle numerose stragi "resistenziali" commesse nel dopoguerra a Codevigo (Pd). Accusando addirittura Romina Power di essere "fascista".

Grazie per l'attenzione.
Vincenzo Mannello
                                                                                                                                                                                                                                              

sabato 6 dicembre 2014

LAVORO: schiavi e padroni



Lavoro: schiavi e padroni
La società moderna ha visto strutturarsi al suo interno due concezioni opposte, entrambi però in difetto.
La prima visione pone la libertà (individuale/economica) al primo posto e sacrifica l'uguaglianza, divenendo liberismo, la seconda , sacrifica la libertà in nome dell'uguaglianza e sconfina nel comunismo.
Negli ultimi due secoli, la proiezione di queste due concezioni nei rapporti umani lavorativi non può che aver proposto soluzioni altrettanto in difetto o monche. Il confronto scontro, tra lavoro e capitale, non ha avuto pertanto a tutt'oggi risoluzione se non a vantaggio del capitale.
Tuttavia per motivi vari, non ultimo l'imborghesimento interiore della classe lavoratrice che sarebbe dovuta essere da supporto rivoluzionario, la supremazia avanzante del capitalista non ha rafforzato la lotta di classe ma ha coinciso piuttosto con il suo annichilimento.
L'oligarchia economica dominante, plutocrazia, fatto tesoro del monito di Rousseau: "Quando il povero non ha più nulla da mangiare , mangia il ricco", s'è industriata per non essere divorata.
Non basta , d'altro canto, come non è bastato nei regimi comunisti dire che i mezzi di produzione, cosi' come la fabbrica, sono di proprietà dello Stato per sentirsi partecipi del processo produttivo.

Cambiano i nomi, padrone privato, padrone pubblico, ma il risultato per il lavoratore è lo stesso, il rapporto di forza, dalla sua posizione angolare, rimane quello tra sfruttati e sfruttatori.
Per chi non è d'accordo non resta che l'ultima e unica arma: lo sciopero. Lo sciopero ormai, oltre che normato da rigide leggi, è difficile da attuarsi sia perché i lavoratori sono divisi da differenti contratti capestro ( ideati ad arte in nome della flessibilità), sia perché in molte aziende il sindacato è assente, latitante, quand'anche narcotizzato o ammaestrato.
Ai nostri tempi la figura classica del padrone è sfumata, s'è impersonalizzata, non più capitani d'industria, latifondisti, ma sempre più spesso holding finanziarie, multinazionali e banche, sempre meno coinvolte nell'azienda da un punto di vista umano, limitando di fatto il proprio interessamento al solo tornaconto economico. Questo in un mercato sempre più libero e globale, dove le regole di tutela si affievoliscono, la responsabilità soggettiva del capitalista si vaporizza a ovvio svantaggio del lavoratore.
Arrivati a questo punto, la lotta di classe, reazione naturale nell'era della rivoluzione industriale, oltre ad essere inadeguata è anacronistica.

Tornando alle due concezioni opposte, quali il liberismo e il comunismo, vogliamo sottolineare che se la prima dice che la giustizia è nella libertà ( non si può avere giustizia senza libertà: libertà economica e libertà di proprietà, in primis, libertà civile per finire), la seconda afferma che la vera libertà dell'uomo è nell'uguaglianza.
Il comunismo, con Marx, afferma che le disuguaglianze tra gli uomini risiedono nella ricchezza economica, quindi in primo grado nella proprietà privata. Questo in una società liberista, dove tutto è ridotto all'avere, è senz'altro vero. La proprietà privata e la divisione del lavoro, sono ragioni d'ingiustizia. Se la libertà dell'uomo si concretizza nella libertà d'accumulo incondizionato, magari benedetto anche da Dio ( vedi "Etica protestante e spirito del capitalismo" di Weber) la proprietà privata, insieme all'artificioso arricchimento della finanza, sono motivo di disuguaglianza.
D'altronde non è pensabile neanche che si possa risolvere il problema appiattendo tutti gli uomini vestendoli di una stessa casacca e negando la proprietà privata: in nome dell'uguaglianza produciamo un'altra ingiustizia.
Non ci rimane che partire dall'irrinunciabile presupposto filosofico, opposto all'individualismo delle ideologie liberali, che pone l'uomo, come fece Marx, in un contesto collettivo, ove soltanto nella società consegue la sua individualità, si conferisce alla società stessa un " importantissimo valore morale" pur garantendo la proprietà privata, ma limitando questa al fine di " non essere disintegratrice della personalità fisica e morale".
Da qui si apre uno spiraglio che porta a quella terza via, che piaccia no, tracciata dal fascismo e che rimane percorribile ed attuale.
Senza approfondire l'aspetto ideologico del fascismo, coerentemente al tema trattato, vogliamo proiettare come all'inizio avevamo fatto per il liberismo e il comunismo, questa concezione sul piano dei rapporti umani/lavorativi.

Qual è il principio di ragione che porta il lavoratore sempre a sottostare al padrone o al sistema di potere economico da lui rappresentato? Nessuno, se non un arbitrario atto di forza codificato in legge dalla giurisprudenza, il fascismo con la socializzazione interrompe questa ingiustizia.
Come insegna il sociologo Michels, un rapporto di partecipazione reale non può che avvenire tra uguali. Noi non ci accontentiamo che il lavoratore partecipi con il datore di lavoro, sarebbe semplice collaborazione, noi vogliamo che sia parte essenziale e gestionale del processo di cui fa parte. Questo non potrà che essere fattibile solo quando le parti, lavoro e capitale, braccia e denaro, avranno stesso riconoscimento giuridico e sociale, abbiano in altri termini pari dignità. Non il lavoro a servizio del capitale, ma il capitale a servizio del lavoro, non l'uomo a servizio dell'utile, ma l'utile al servizio dell'uomo.
Parlare di pari dignità tra lavoro e capitale è la chiave di volta per risolvere il problema che non ha avuto a tutt'oggi soluzione.
Certo parlare di pari dignità significa rivoluzionare il senso più profondo di questa società dove tutto è proteso ad un fine utilitaristico e dove il danaro , adottato come unico parametro di riferimento, è sublimato a nuovo ethos, ma sta a noi raccogliere la sfida.
Porre sullo stesso piano chi porta le proprie capacità professionali (manuali o intellettive), e chi ci mette i soldi oltre ad essere la via da battere è un dovere sociale per tutti quelli non disposti ad appiattire l'uomo su un piano esclusivamente economico e/o consumistico.
E' questa la visione dell'umanesimo del lavoro, la concezione antropocentrica che fu tracciata da Gentile e rafforzata da Spirito.
Chiamatela pure socializzazione, o corporativismo integrale, o comunismo con diritto alla proprietà, chiamatela, chiamiamola pure come volete, basta che sia la nostra bandiera per l'emancipazione più alta dell'uomo e del suo lavoro.
Lorenzo Chialastri - Cave (Roma)
                                                                                                                                                                      

giovedì 4 dicembre 2014

LAVORO: schiavi e padroni

Lavoro: schiavi e padroni
La società moderna ha visto strutturarsi al suo interno due concezioni opposte, entrambi però in difetto.
La prima visione pone la libertà (individuale/economica) al primo posto e sacrifica l'uguaglianza, divenendo liberismo, la seconda , sacrifica la libertà in nome dell'uguaglianza e sconfina nel comunismo.
Negli ultimi due secoli, la proiezione di queste due concezioni nei rapporti umani lavorativi non può che aver proposto soluzioni altrettanto in difetto o monche. Il confronto scontro, tra lavoro e capitale, non ha avuto pertanto a tutt'oggi risoluzione se non a vantaggio del capitale.
Tuttavia per motivi vari, non ultimo l'imborghesimento interiore della classe lavoratrice che sarebbe dovuta essere da supporto rivoluzionario, la supremazia avanzante del capitalista non ha rafforzato la lotta di classe ma ha coinciso piuttosto con il suo annichilimento.
L'oligarchia economica dominante, plutocrazia, fatto tesoro del monito di Rousseau: "Quando il povero non ha più nulla da mangiare , mangia il ricco", s'è industriata per non essere divorata.
Non basta , d'altro canto, come non è bastato nei regimi comunisti dire che i mezzi di produzione, cosi' come la fabbrica, sono di proprietà dello Stato per sentirsi partecipi del processo produttivo.

Cambiano i nomi, padrone privato, padrone pubblico, ma il risultato per il lavoratore è lo stesso, il rapporto di forza, dalla sua posizione angolare, rimane quello tra sfruttati e sfruttatori.
Per chi non è d'accordo non resta che l'ultima e unica arma: lo sciopero. Lo sciopero ormai, oltre che normato da rigide leggi, è difficile da attuarsi sia perché i lavoratori sono divisi da differenti contratti capestro ( ideati ad arte in nome della flessibilità), sia perché in molte aziende il sindacato è assente, latitante, quand'anche narcotizzato o ammaestrato.
Ai nostri tempi la figura classica del padrone è sfumata, s'è impersonalizzata, non più capitani d'industria, latifondisti, ma sempre più spesso holding finanziarie, multinazionali e banche, sempre meno coinvolte nell'azienda da un punto di vista umano, limitando di fatto il proprio interessamento al solo tornaconto economico. Questo in un mercato sempre più libero e globale, dove le regole di tutela si affievoliscono, la responsabilità soggettiva del capitalista si vaporizza a ovvio svantaggio del lavoratore.
Arrivati a questo punto, la lotta di classe, reazione naturale nell'era della rivoluzione industriale, oltre ad essere inadeguata è anacronistica.

Tornando alle due concezioni opposte, quali il liberismo e il comunismo, vogliamo sottolineare che se la prima dice che la giustizia è nella libertà ( non si può avere giustizia senza libertà: libertà economica e libertà di proprietà, in primis, libertà civile per finire), la seconda afferma che la vera libertà dell'uomo è nell'uguaglianza.
Il comunismo, con Marx, afferma che le disuguaglianze tra gli uomini risiedono nella ricchezza economica, quindi in primo grado nella proprietà privata. Questo in una società liberista, dove tutto è ridotto all'avere, è senz'altro vero. La proprietà privata e la divisione del lavoro, sono ragioni d'ingiustizia. Se la libertà dell'uomo si concretizza nella libertà d'accumulo incondizionato, magari benedetto anche da Dio ( vedi "Etica protestante e spirito del capitalismo" di Weber) la proprietà privata, insieme all'artificioso arricchimento della finanza, sono motivo di disuguaglianza.
D'altronde non è pensabile neanche che si possa risolvere il problema appiattendo tutti gli uomini vestendoli di una stessa casacca e negando la proprietà privata: in nome dell'uguaglianza produciamo un'altra ingiustizia.
Non ci rimane che partire dall'irrinunciabile presupposto filosofico, opposto all'individualismo delle ideologie liberali, che pone l'uomo, come fece Marx, in un contesto collettivo, ove soltanto nella società consegue la sua individualità, si conferisce alla società stessa un " importantissimo valore morale" pur garantendo la proprietà privata, ma limitando questa al fine di " non essere disintegratrice della personalità fisica e morale".
Da qui si apre uno spiraglio che porta a quella terza via, che piaccia no, tracciata dal fascismo e che rimane percorribile ed attuale.
Senza approfondire l'aspetto ideologico del fascismo, coerentemente al tema trattato, vogliamo proiettare come all'inizio avevamo fatto per il liberismo e il comunismo, questa concezione sul piano dei rapporti umani/lavorativi.

Qual è il principio di ragione che porta il lavoratore sempre a sottostare al padrone o al sistema di potere economico da lui rappresentato? Nessuno, se non un arbitrario atto di forza codificato in legge dalla giurisprudenza, il fascismo con la socializzazione interrompe questa ingiustizia.
Come insegna il sociologo Michels, un rapporto di partecipazione reale non può che avvenire tra uguali. Noi non ci accontentiamo che il lavoratore partecipi con il datore di lavoro, sarebbe semplice collaborazione, noi vogliamo che sia parte essenziale e gestionale del processo di cui fa parte. Questo non potrà che essere fattibile solo quando le parti, lavoro e capitale, braccia e denaro, avranno stesso riconoscimento giuridico e sociale, abbiano in altri termini pari dignità. Non il lavoro a servizio del capitale, ma il capitale a servizio del lavoro, non l'uomo a servizio dell'utile, ma l'utile al servizio dell'uomo.
Parlare di pari dignità tra lavoro e capitale è la chiave di volta per risolvere il problema che non ha avuto a tutt'oggi soluzione.
Certo parlare di pari dignità significa rivoluzionare il senso più profondo di questa società dove tutto è proteso ad un fine utilitaristico e dove il danaro , adottato come unico parametro di riferimento, è sublimato a nuovo ethos, ma sta a noi raccogliere la sfida.
Porre sullo stesso piano chi porta le proprie capacità professionali (manuali o intellettive), e chi ci mette i soldi oltre ad essere la via da battere è un dovere sociale per tutti quelli non disposti ad appiattire l'uomo su un piano esclusivamente economico e/o consumistico.
E' questa la visione dell'umanesimo del lavoro, la concezione antropocentrica che fu tracciata da Gentile e rafforzata da Spirito.
Chiamatela pure socializzazione, o corporativismo integrale, o comunismo con diritto alla proprietà, chiamatela, chiamiamola pure come volete, basta che sia la nostra bandiera per l'emancipazione più alta dell'uomo e del suo lavoro.
Lorenzo Chialastri - Cave (Roma)
                                                                                                                                                                

lunedì 1 dicembre 2014

NICOLA BOMBACCI




Nicola Bombacci
Nasce a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 Ottobre 1879. Avviato dalla famiglia alla carriera ecclesiastica, lascia, a vent'anni, il Seminario di Forlì per iscriversi alla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove consegue il diploma magistrale. Insegnante elementare nelle campagne emiliane, è lì che si avvicina al "Verbo socialista", diventando, in pochi anni, un oratore intransigente e carismatico, direttore dei fogli "Il cuneo" e "Il Domani". Al congresso del Psi, nel 1912, si schiera con l'ala massimalista, capitanata da Benito Mussolini, dal quale si dissocia negli anni della lotta interventista, alla vigilia della prima guerra mondiale. Acceso assertore della neutralità, Bombacci, eletto segretario del Partito socialista nel 1919, partecipa, nel Gennaio 1921, a Livorno, alla scissione che darà vita al Partito Comunista d'Italia, per il quale viene eletto deputato. Sono gli anni in cui gli squadristi fascisti cantano: "Con la barba di Bombacci/ ci farem gli spazzolini/ per lucidare le scarpe/ di Benito Mussolini". Nel 1925 fonda una società commerciale italo-russa, per incrementare le relazioni tra l'Italia ed il neonato Stato sovietico. I continui viaggi in Urss lo portano a contatto con il "socialismo reale", accentuando gradualmente il suo distacco dal Partito comunista, che lo espelle nel giugno 1927. Scriverà poi, in Questo è il bolscevismo: "Nella Russia di Stalin l'operaio e i contadini non hanno raggiunto una sola delle aspirazioni che voi desideravate giustamente di realizzare. Non hanno realizzato un salario equo; non hanno conquistato un orario umano; non hanno una casa degna di questo nome; non posseggono i mezzi né materiali né spirituali per elevarsi, per educarsi ed istruire i loro figlioli. Nella Russia di Stalin non esiste uno Stato socialista, ma uno Stato-padrone, autoritario, che ha accentrato tutti i poteri economici, politici e polizieschi nella mani di una pletorica e plutocratica burocrazia , la quale ha di fatto il potere di fissare i salari agli operai agricoli ed industriali e di stabilire i prezzi di vendita dei prodotti agricoli ed industriali". Isolato, economicamente in difficoltà, Bombacci trova un impiego per interessamento del fascista romagnolo Leandro Arpinati, presso l'Ice (Istituto di Cinematografia Educativa), dove rimane fino al 1935. Già nel '32, si assiste al lento ravvicinamento dell'ex leader comunista a Mussolini e ad alcuni esponenti della sinistra fascista (in particolare Edmondo Rossoni, tra i fondatori del sindacalismo nazionale), avvicinamento che gli permette di fondare, nell'Aprile 1936, grazie all'appoggio concesso dallo stesso capo del fascismo, il mensile "La Verità". "La rivista - ha scritto Fabio Gabrielli ("La Verità" di Nicola Bombacci, Milano, 1985) - assunse fin dal suo apparire questi connotati che ne avrebbero poi caratterizzato l'intera vicenda editoriale: violentissima ed apertissima lotta alle plutocrazie occidentali corruttrici (laddove con questo si voleva intendere il grande capitale detentore del potere politico), ampi spazi dedicati alla risoluzione dei problemi riguardanti i conflitti tra le classi sociali, ed infine un saldissimo anticomunismo". "La Verità" viene travolta dai fatti del Luglio '43. Ma Bombacci è tra i primi ad accorrere al richiamo del rinato fascismo repubblicano. "L'obbligo che Bombacci sentì - nota Guglielmo Salotti (Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Roma, 1986) - fu insieme morale e politico: nei confronti della Patria e del popolo italiano che, secondo lui, l'armistizio dell' 8 Settembre aveva svenduti al capitalismo internazionale, e di Mussolini, tradito dalla borghesia e dalla monarchia, e intento ora, pur tra difficoltà che non potevano nella loro gravità sfuggire anche ai suoi occhi, a dar vita al socialismo, 'unico socialista', come aveva a suo tempo affermato lo stesso Lenin, in grado di farlo in Italia". E' l'ex comunista del PcdI ad ispirare il termine "socializzazione", dando un importante contributo alla stesura dei "18 Punti di Verona", il "manifesto politico" della Rsi, e alla diffusione del nuovo messaggio rivoluzionario. In molti non glielo perdoneranno e a Piazza Loreto, accanto a quella di Mussolini, verrà appesa anche la sua salma.
INTERVISTA IMPOSSIBILE A NICOLA BOMBACCIApostolo della Socializzazione
- Onorevole Bombacci...- Mi chiami Nicola. O Nicolino, se preferisce... Lasci stare l’onorevole: io sono figlio del popolo... E il popolo, me compreso, non contempla altro onore che quello conquistato sui campi di battaglia, nelle trincee o nelle piazze... E chi se lo conquista lì, come spero di aver fatto io nelle piazze, non gode ad essere chiamato “onorevole”, secondo accezione corrente... Non ho un bel ricordo del mio periodo parlamentare... Per cui -la prego - eviti...- Comunque voglia essere chiamato, lei resta “l’Apostolo della Socializzazione”; le viene perfino attribuita la stesura del testo di legge che istituì la socializzazione nella vicenda della Rsi...- Non ho scritto io quel testo; certo, ho approvato e abbracciato totalmente disegno e realizzazione, fino a meritarmi quell’appellativo che lei ha ricordato... Quel progetto era quanto perseguivo da quando, agli inizi del ‘900, iniziai, da socialista, a fare politica... E da socialista - come sa - ho inteso finire di piantar grane a questo mondo...- Proprio il fatto che lei sposò, da socialista, di più: da fondatore del Partito comunista d’Italia, la causa del fascismo repubblicano, a guerra ormai compromessa, la fa ritenere persona controversa ed incoerente...- Beh, se è per questo, anche Togliatti sposò il programma originario del fascismo enunciato a San Sepolcro: ricorda, no? “Il Migliore”, nel 1936, rivolse l’invito “ai fratelli in camicia nera” di rifarsi a quell’atto fondativo e di considerare il comunismo potenziale realizzatore di quel programma...- Sì, ma Togliatti si è ravveduto, mi sembra...- Mica tanto: secondo lei, perché dopo la fine della guerra concesse l’amnistia a migliaia di fascisti incarcerati?- Perché?- Perché pensava di riconquistare alla causa comunista tutti quei fascisti irriducibili a fare, da destra, quanto pretendevano i neo-acquisiti alla logica liberal-liberista che si andava apparecchiando in Italia… E, comunque, se lui, Togliatti, si è ravveduto dal fascismo io mi sono ravveduto dal comunismo... A conti fatti, visto che di comunismo reale si parla ormai solo sulle pagine di storia e neanche tanto positivamente, non so chi dei due si sia ravveduto meglio...- Se è per questo, del fascismo, sulle pagine di storia, si parla anche peggio...- Sì, ma con una, anzi: due differenze...- E cioè?- La prima: il fascismo ha perso una guerra mondiale e, quindi, era abbastanza scontato che pagasse dazio per quella sconfitta... Il comunismo, che pure vinse la stessa guerra che il fascismo ha perso, si è sconfitto da solo per implosione... La seconda...- La seconda?- Il fascismo non ha tradito la sua rivoluzione, il comunismo, invece, sì...- Quindi - mi sembra di capire - lei non si considera né controverso né incoerente...- Accetto senz’altro di essere considerato “controverso”. Del resto, chi non è contro-verso rischia di diventare per-verso e, se lei permette, nessuno può dubitare della mia onestà morale... Sull’incoerenza politica il discorso si complica ma ritengo di potermi spiegare...- La prego...- Ho inseguito per tutta la vita la realizzazione di un progetto di evoluzione del lavoratore da asservito al giogo del capitale, a padrone del proprio destino... Quando vidi scivolare questa originaria e antica aspirazione dell’uomo in un riformismo che avrebbe finito per accettare, di perpetuare i canoni del liberismo economico, abbracciai la rivoluzione comunista e fondai la sezione d’Italia del partito... Quando, ancora, vidi come Stalin tradiva la rivoluzione dei Soviet, dei “consigli degli operai” per intenderci, per dare ad una casta di amministratori e di burocrati, a un Soviet talmente Supremo da essere inaccessibile ai lavoratori, tutto il potere che la rivoluzione, invece, prometteva all’operaio, mi disillusi e guardai oltre...- Al fascismo, com’è noto...- Al fascismo... Perché, no?- Beh, la storia pensa...- La storia non pensa: gli storici pensano...- D’accordo: gli storici pensano che il fascismo non favorì affatto gli interessi dei
lavoratori...
- A me risulta altrimenti, anche se non sono uno storico... Gli storici scrivono, di solito, quello che il potere al potere vuole che scrivano... Nelle eccezioni (rare...), per quanto obiettivi possano essere, sono anche loro, gli storici, dentro la storia: mica la contemplano da Sirio. Vuole che ricordi e le elenchi tutte le leggi che il fascismo promulgò al fine, realizzato, di costruire lo stato sociale, ancora prima di arrivare alla sua fase repubblicana?- Le conosco, grazie... Ma c’è chi pensa che, quelli, fossero atti dovuti in ogni caso e da qualsiasi - come lo chiama lei - “potere al potere”... I tempi erano maturi perché si realizzasse lo stato sociale... Il fascismo fece quanto era improrogabile fare...- ..Talmente improrogabile che, oggi, non fanno altro che smantellare improrogabilmente lo stato sociale... No, lei sbaglia: nessuna contingenza avrebbe costretto il fascismo a realizzare il suo programma rivoluzionario se, questo, non fosse stato iscritto nel suo Dna...- Torniamo, per un attimo, alla difficile assimilazione che lei intese intravedere fra fascismo e comunismo...- Le dirò di più: fino ad un certo momento del percorso della rivoluzione comunista, ho persino sognato - come ricorderà - che le due rivoluzioni, quella fascista e quella comunista, appunto, potessero unirsi...
Ancora nel 1940, sentivo di poter affermare: ??...eppure giorno verrà, in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico, e la corporazione, di risoluta anima rivoluzionaria, s??incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale??.
- Che cosa intendeva dire?- Fascismo e comunismo hanno la stessa matrice ideologica: il socialismo, appunto... Perché crede che sul punto di essere fucilato gridai ??Viva il socialismo???- Non lo so: me lo dica lei...- Il fascismo, all’inizio del suo percorso, divaricò la forbice dalla matrice originaria per poi gradualmente, riavvicinare le punte del comasso. Fino a farle coincidere in una formula, in qualche modo “socialista”, forse inedita nella storia, sì, ma fedele all’originaria aspirazione e, ai miei occhi, a tutt’oggi, insuperata. Il comunismo, invece, uscì sì dallo stesso punto originario, ma poi realizzò la completa ottusità dell’angolo...
Fino ad abortire in una sorta di capitalismo di stato... Cosa, quest’ultima, assai diversa da qualsiasi concezione di socialismo si voglia intendere...
- A seguirla sembra quasi che sia stato il fascismo a realizzare le istanze marxiste...- No, il sistema di socializzazione del fascismo prevedeva la sussistenza della proprietà privata. Il che lo rende irriducibile alle istanze marxiste, almeno a quelle di vulgata...- Infatti, il fascismo non predicò mai l’abolizione della proprietà privata, come prevedeva invece il socialismo...- Anche qui - mi perdoni - si sbaglia: del socialismo esistono diverse concezioni e non tutte prescrivono l’abolizione della proprietà privata. Si rilegga Filippo Corridoni, per esempio... Quest’abolizione la prevedeva, compiutamente, la versione di-vulgata di Marx che, invece - nonostante la vulgata - considerava la fase finale del percorso rivoluzionario del proletariato comunista nella:????Autonomia dei produttori??. In pratica, Marx auspicava il pieno possesso, ovvero: la piena proprietà dell’impresa economica industriale, agricola, commerciale da parte dei lavoratori che la gestiscono. Cioè, ancora, nella piena autogestione delle imprese produttive... Nella socializzazione compiuta, per l’appunto... Guardi, ancora per esempio, il socialismo realizzato nell’ex Jugoslavia titina: lì, mica era una prescrizione tassativa abolire totalmente la proprietà privata... Come invece fu, e con quali esiti! nell’Unione Sovietica...- Ma la proprietà privata non è parte consustanziale del liberismo economico?- Questo lo credono menti depositate nell’archivio a caselle concettuali con tenuta assolutamente stagna e stonfa... La proprietà dell’impresa da parte del lavoratore, nei limiti stabiliti dalla socializzazione, la proprietà della sua casa - ancora e sempre per esempio - sono fondamentali che non smentiscono una versione possibile - sottolineo: possibile - del socialismo... Anzi - a parere mio - la esaltano al di là degli espropri statali comunisti e dei monopoli privati del capitalismo... La proprietà è un istinto naturale dell’uomo... Perché abolirla? O perché concentrarla in poche, avide mani? Nel Manifesto di Verona si stabilisce il diritto “alla” proprietà”, in contro distinzione dal diritto “di” proprietà... Si stabilisce, cioè, un principio di diritto etico del proletario: quello di evolversi in proprietario... Il diritto “di” proprietà, cioè, viene ricondotto nell’ambito dei
superiori interessi della comunità, del popolo, della nazione e non a quelli del capitalismo di pochi individui GIÀ proprietari...
- Non mi dirà che il fascismo sostenne anche la lotta di classe...- La lotta di classe è un espediente, non un dogma... Un espediente che ha trovato nella rivoluzione industriale la sua legittimazione... Intere comunità contadine furono costrette ad inurbarsi in tuguri... E a lavorare in condizioni che a dire schiave è cosa perlomeno appropriata... Quale altro espediente, a parte la lotta di classe, avrebbero potuto adottare, quelle masse, per elevarsi da una condizione di animalità, in cui erano costrette dal neonato capitalismo industriale, a un minimo di condizione umana? Un rivoluzionario
operaista a tutto tondo come Mazzini, non abbastanza celebrato per i motivi che le sto per esporre, poté concepire, invece, un sistema in cui tutti, un giorno, sarebbero stati padroni della propria impresa lavorativa e sociale... Invocando (il Mazzini...) che tutti avevano il diritto ad essere responsabili di questa impresa, senza distinzione fra fornitori di capitale e fornitori di forza-lavoro, auspicava, insomma, un sistema in cui le forze produttive si armonizzano in una responsabile condivisione sociale. In questa realizzazione, lo scontro di classe sarebbe diventato un non senso logico... Cosa che perfino Marx prevedeva come sbocco naturale del comunismo... E la storia ha smentito Marx, mica Mazzini che già, nell’800, intravedeva nel socialismo marxista realizzato ??una vita da castori?? e non da uomini... Quello che appunto fu…
- Non le è mai venuto in mente che la socializzazione fosse un espediente per riconquistare alla causa dell’ultimo fascismo, quello repubblicano, la massa dei lavoratori? Masse che, disilluse dal regime ventennale, si erano, nel frattempo, rivolte altrove per cercare la propria giustizia?- Le posso dire che a Genova, poche settimane prima del fatidico 25 aprile 1945, c’erano almeno trentamila persone in piazza ad ascoltare un mio comizio di propaganda per la socializzazione... E nessuno storico si è mai azzardato a considerare quella folla costretta a venirmi a sentire... E lì - credo - di essermi spiegato...
Così, come nessuno storico ha mai sottolineato abbastanza che il primo atto legislativo del neo governo di liberazione, proprio nella mattina del 25 aprile ’45, abolì il decreto che istituiva la socializzazione delle imprese nella,ormai ex, Rsi... Sarà un caso?
- Credo di no, ne convengo... Ma cosa disse, esattamente, in quel comizio del 12 marzo del ‘45?- Glielo riassumerò, citandomi. Dissi:“Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa. Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai”.- Non le si può negare una fede cieca...- Non mi neghi la fede... La cecità - la prego - me la risparmi: non ho mai visto tanto bene come in quei giorni di martirio...- Va bene, andiamo oltre...- Non ho fatto altro per tutta la vita che andare oltre: continuiamo pure...- Secondo lei, che lo frequentò assiduamente, nei seicento giorni di Salò...- ..Della Repubblica sociale, vorrà dire... Scusi: chiami le cose con il loro nome esatto...- ...Nei seicento giorni della Repubblica sociale, allora, come vuole... Quale fu - dicevo - secondo lei, la molla decisiva che indusse Mussolini a concepire e realizzare il progetto di socializzazione, proprio nel momento in cui le speranze, non dico di una vittoria fascista, ma almeno di una sua possibile sopravvivenza, erano praticamente nulle?- Qualcuno (non ricordo chi...), prima di una battaglia che si preannunciava disgraziata, a chi gli faceva notare che non c’era nessuna speranza di vittoria, rispose: ??Sperare non è necessario per intraprendere.??
...Ecco - se lei mi permette - fu proprio questo - io credo - lo spirito che portò Mussolini a varare, finalmente la legislazione socializzatrice... A portare a termine, cioè, in maniera coerente (un termine che - mi sembra - le sta particolarmente a cuore; però, attento: soltanto gli imbecilli non si smentiscono mai...); a portare a termine - dicevo - gli sviluppi logici della rivoluzione fascista... Comunque, c’era, anche, un messaggio, un testamento - se vuole - da lasciare... Una via percorribile da indicare a chi sarebbe venuto dopo e avrebbe ripreso, in qualche modo, il cammino della rivoluzione che gli esiti della guerra stavano stroncando... Queste, e non altre, furono le molle che spinsero Mussolini a ??intraprendere??... Quando tutto, evidentemente, era ormai perduto... Fuorché l’onore... E si figuri che persino io, personalmente, m’illusi, per un momento, che realizzando la socializzazione le stesse sorti della guerra avrebbero potuto essere diverse... Ma Mussolini
era l’unico che aveva, ancora, nonostante tutto, il senso esatto del corso che avrebbero preso la storia... Non fu certamente per caso che Lenin mi confidò che Mussolini era l’unico uomo italiano che avrebbe potuto realizzare, in Italia, la rivoluzione socialista... E i fatti non hanno smentito Lenin... Tanto meno, Mussolini...
- Come saprà, in chi si autoproclamò “erede del fascismo”, la via indicata da Mussolini nel suo testamento politico è rimasta, praticamente, lettera morta... Nel dopoguerra, fino ad oggi, furono altre le istanze che, dal fascismo, i neofascisti assunsero nella pratica della loro azione politica... - Quello che dice è parzialmente vero... La socializzazione non è stata, per molti anni, sventolata come bandiera di discrimine fra chi avrebbe dovuto intendersi, ed essere inteso, interprete della “Terza Via” fra due concetti e due idee, comunismo e capitalismo, che sembrano irriducibili ma che, nella sostanza, non lo
sono: da una parte, infatti, troviamo ancora i sostenitori del libero mercato che tutto legittima in nome del laissez faire e, dall’altra, lo stato che tutto pretende: entrambi espropriatori del destino dell’uomo...
- Quindi?- Quindi, il fascismo, l’ultimo fascismo soprattutto, ha saputo riportare il discorso ai giusti termini: restituire alle mani del popolo la responsabilità diretta della sua impresa, in ogni campo sociale si fosse trovata a manifestarsi... I fascisti del dopoguerra hanno, in non so quanto buona ma sicuramente in larga parte, disatteso la missione che gli fu assegnata. Senza, tuttavia, dimenticarla del tutto... Vedo, ai giorni che sono i suoi e, ahimè, non più i miei, dei sussulti che vanno nella direzione giusta... Vedo dei soprassalti di coscienza e di memoria... Le idee che valgono non muoiono... Respirano piano, ma respirano... Covano, semmai, sotto la cenere... Basterà una ventata più forte e il fuoco riprenderà ad ardere... O prima o poi, il capitalismo imploderà, per legge - oso dire - naturale... Così come, per deficienza interna, è crollato il comunismo... E l’uomo cercherà in altri sistemi di vita comunitaria la soddisfazione del proprio innato senso di giustizia sociale...- Nella socializzazione...- Nella socializzazione...
 
Di Miro Renzaglia