venerdì 28 ottobre 2022

Guerra in Europa

 

Guerra in Europa

Francesco Fatica

RUSSIA, UCRAINA, USA  

Dopo brevi cenni sulla storia degli ultimi anni dell’Ucraina nei rapporti con la Russia, si potranno meglio capire gli sviluppi della situazione attuale, che ci stanno portando alla guerra in Europa, impostaci dagli USA per tentare di superare l’impellente grave crisi del dollaro.

Uno dei padri della geopolitica, Harold Mackinder, sostiene che  (Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale)  chi ha il controllo della zona centrale controlla l’Eurasia e chi controlla l’Eurasia controlla il mondo. Con la dissoluzione dell’URSS, gli Stati Uniti hanno fortemente ipotecato il comando della zona centrale. Per aspirare a conquistare e mantenere la supremazia mondiale, occorre passare al comando della massa eurasiatica. "La capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale, dipenderà dal modo in cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia, scongiurando soprattutto l’emergere di una potenza predominante e antagonista in questa regione". (Zbignew Brzezinski: "La Grande Scacchiera", p.8, Longanesi 1998). Nell’effettuare un’analisi geopolitica sull’Eurasia si deve riflettere che il fenomeno geopolitico oggi più importante in assoluto è stato il ritorno della Russia a fattore di potenza in Europa. A produrlo è stata la somma algebrica del declino europeo, del raffreddamento americano verso il Vecchio Continente e della rinascita russa. Sul piano globale, la competizione/cooperazione è stata già multipolare (con Cina e Russia, ma anche Brasile, India e Giappone ad affiancare gli Stati Uniti, (leader da molti ritenuti oggi in affanno), ma senza un polo europeo. L’Unione Europea è troppo eterogenea ed eterodiretta per aspirarvi. Soprattutto, non è, né vuole diventare Stato. Influenti ideologi veterocontinentali ne fanno un vanto; sarebbe una forma di resistenza. Brzezinski è la mente occulta della politica estera di Obama. «È più facile ammazzare milioni di persone che controllarle». Così ragiona la fredda mente del ministro degli Esteri ombra di Barak Obama, dell’uomo che ha pianificato la crisi ucraina, facendola precipitare sul ciglio della guerra civile. Zbigniew Brzezinski è uno dei fondatori, insieme a David Rockefeller, della Commissione Trilaterale, è membro del Club Bilderberg e gran maestro della masssoneria. E’ lui che ha pianificato l’invasione sovietica dell’Afghanistan, facendo cadere il Cremlino in una trappola. E’ lui che ha costruito il sindacato polacco Solidarnosc, portandolo ad avere un ruolo essenziale nella caduta del Muro di Berlino. Dalla sua mente sono nati i miti di Osama Bin Laden e di Al Qaida. È  proprio lui che ha ideato il complesso sistema economico politico, politico, militare che sta dietro le oltre venti rivoluzioni colorate che hanno sconvolto il pianeta negli ultimi quattordici anni. Noam Chomsky lo ha definito: «È il Signore del nuovo ordine mondiale»...  Il quotidiano britannico “The Guardian” ha scritto: «Brzezinski sta facendo di tutto per impegnare la Russia e l’Europa in una guerra fredda che paralizzi le loro economie e la loro espansione. Secondo fonti interne al Dipartimento di Stato, il polacco non avrebbe alcun problema se la guerra si trasformasse da fredda in calda, se iniziassero a tuonare i cannoni. Per lui l’Ucraina non è che l’ennesimo teatro dove va in scena per affondare le ambizioni egemoniche di Mosca. Chi se ne frega se poi qualche migliaio (o di più) di ucraini ci rimetterà la pelle, o se l’Europa resterà senza gas, o se La Russia piomberà nel caos. Brzezinski considera «l’Eurasia il perno della politica e dell’economia mondiale».   Vale a dire che, per dominare il pianeta, bisogna controllare il vasto territorio che va dalla catena himalayana all’Europa orientale, passando  per il Medio Oriente e il Mar Nero. E taluni ricercatori notano che non è un caso che rivoluzioni, sommovimenti politici, guerre e terrorismo negli ultimi trentacinque anni siano da circoscrivere in quest’area: l’Eurasia di Brzezinski. E’ da notare che il politologo polacco si riferisce ad un potere superiore al Governo degli Stati Uniti. Per lui l’élite al potere risiede all’interno di esclusivi circoli politico-economici-militari; potrebbe essere un riferimento al Bildeberg o alla Trilateral, ma anche al livello superiore. Stephen Kinzer, uno dei maggiori esperti statunitensi di geopolitica, ha scritto: «Dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, gli Stati Uniti hanno instancabilmente perseguito una strategia di accerchiamento della Russia, proprio come hanno fatto con altri presunti “nemici” come Cina e Iran. Hanno portato nella Nato dodici Paesi dell’Europa centrale, tutti ex alleati di Mosca. Ora le forze militari degli Stati Uniti sono ai confini della Russia. La crisi ucraina è in parte il risultato di un calcolo che sta plasmando la politica statunitense nei confronti di Mosca dai tempi della guerra fredda.

La cosiddetta indipendenza dell’Ucraina, inglobata nell’Ue e nella Nato, priverebbe la Russia della sua posizione dominante sul Mar Nero - unico sbocco invernale per le comunicazioni marittime russe - dove Odessa costituiva un avamposto strategico per gli scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La perdita della sfera d’influenza sull’Ucraina avrebbe enormi conseguenze strategiche; è necessario infatti chiarire che l’Ucraina era e forse potrebbe essere ancora di fatto un satellite della Russia, essendo un tassello irrinunciabile per la difesa del territorio nell’ambito delle sfere di influenza.

Attualmente l’Ucraina appare come un paese allo sbando, preda delle tentacolari Organizzazioni Non Governative (Ong) diramate da Washington e dall’Ue, e infiltrate largamente nella popolazione,  incistata così negli strati disagiati  per  schierarli in una battaglia contro il potere, quel potere che in ogni caso non si poteva definire regime, né tanto meno dittatura, in quanto frutto di libere elezioni e rispettoso delle istituzioni. Un potere che si è tentato di abbattere, riuscendovi però solo con un colpo di stato anticostituzionale.
La guerra in corso  non deve essere considerata come una guerra tra l’Ucraina e la Russia, perchè in effetti è una guerra tra Stati Uniti e Russia. C’è, si dice, addirittura, l’intento del Pentagono di «colpire la Russia prima del collasso planetario del dollaro». In questa chiave Carlo Tia inquadra i drammatici sviluppi che oppongono Mosca e Washington in Ucraina.

«Gli scambi tra la Cina e la Russia sono ormai in yuan, fra la Cina e l’Iran in oro», scrive Tia su “Megachip”. «La stessa Cina si sta liberando di circa 50 miliardi di dollari al mese – trasformati in obbligazioni». Perfino George Soros sta pesantemente speculando al ribasso a Wall Street; Zbigniew Brzezinski e George Soros e altri registi delle Ong in Ucraina daranno direttive coincidenti con il piano strategico, mentre si continua a monitorare la situazione economica e non mancano allarmi. «Sono tutti segni di una prossima depressione mondiale, da cui forse gli Stati Uniti potrebbero uscire solo con una prolungata guerra in Europa».
In particolare poi, per valutare la situazione ucraina, si dovrebbe tener conto anche che più della metà della popolazione è russofila, addirittura russa o russofona, specie nelle regioni orientali di Doneck, Dnipropetrovsk, Kharkov, che sono anche le più ricche e industrializzate, così come nei territori costieri sul Mar Nero (conquistati dall’Impero zarista nel XVIII secolo) vi è una predominanza linguistica russa. Si rifletta comunque che le due lingue sono molto simili e perfettamente comprensibili tra ucraini e russi e viceversa e quindi convivono senza problemi nello stesso territorio.

Secondo l’ultimo censimento del 1989, i russi in Ucraina erano il 67,9% nella regione di Doneck, il 65,5% in quella di Lugan, il 50,1% in quella di Kharkov, il 53,4% in quella di Zaporoz e il 67% tra gli abitanti della Crimea.
I russi che abitano in Ucraina non si sentono una minoranza etnica e tantomeno sono percepiti come tali dagli stessi ucraini, se si fa eccezione per le regioni occidentali del paese, profondamente inquinate da Ong, associazioni umanitarie, patriottiche e quant’altro possa servire a influenzarle dagli USA..
Sondaggi condotti nel 1999, dimostrano che il 61% degli abitanti dell’Ucraina avevano una percezione positiva della Russia, più di 1/3 di essi desidererebbe vivere con i russi in un unico Stato e la maggioranza assoluta si è detta favorevole a frontiere con Mosca del tutto trasparenti, vale a dire senza controlli doganali o richieste di visto.
Senza l’Ucraina, la Russia non solo perde i prodotti agricoli delle terre più fertili, ma anche i tradizionali sbocchi portuali di Odessa, Mariupol e Ilicevsk.

E’ interessante  ricordare che la Crimea (già parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, venne ceduta in comodato nel 1954 dall’ucraino Nikita Khrushchev all’Ucraina sovietica)  e dunque la Crimea è sempre rimasta sotto l’influenza russa.
Dalle statistiche emerge che nel 1997 i paesi aderenti alla Confederazione di Stati Indipendenti (CSI) hanno investito nell’economia russa 55,6 miliardi di rubli, di essi 26,2 sono dell’Ucraina (47,1% del volume complessivo) e malgrado una lieve discesa nel 1998 (6,2 miliardi pari al 23,4% degli investimenti totali operati dai paesi della CSI), ancora nel 1999 l’Ucraina riceveva dalla Russia il 40% delle sue importazioni, mentre quest’ultima continuava a sua volta ad essere il principale importatore della produzione di Kiev.
Prima con la firma di un accordo per la riunificazione delle reti elettriche dei due paesi, Russia e Ucraina, poi garantendo l’acquisto da parte della Lukoil (la maggiore compagnia petrolifera russa) di quote della raffineria di Odessa, infine con la sottoscrizione di un rilevante pacchetto di accordi intergovernativi fra i quali spicca un’intesa per il transito del gas per un periodo di 15 anni.
Nel frattempo, però, Washington non è stata inerte nella zona, come aveva promesso Bush nel 1990 per le “sfere d’influenza”. La lunga preparazione americana della “rivoluzione arancione” nel quadro di una non interrotta offensiva antirussa ha avute varie testimonianze, tra le quali sono particolarmente pesanti quelle che chiamano in causa il ruolo della Cia e di altre, più o meno spionistiche (Ong) organizzazioni ipocritamente “benefiche”  o “umanitarie” americane e occidentali in Ucraina - dopo che hanno prodotto ingerenze in vari stati - fino ai bombardamenti, in Serbia quando c’era troppa resistenza – e ancora, pur  senza arrivare a tanto, in Georgia, e altrove - (v. E. Ramondino, Stanko Lazendic. “Otpor, arancione a stelle e strisce”, “Il manifesto”, 30 dicembre 2004; J.-M. Cauvier),  La preparazione sotterranea della lotta alla Russia è continuata senza interruzione e continua ancora. La tecnica è nota e si ripete con successo.  Prima si creano, agendo su quelle “fratture” presenti in ogni Stato, le condizioni per una insurrezione perché avvengano incidenti e scontri facendo attribuire dai media mainstream alle forze governative ogni sorta di crimini e misfatti, spesso proprio quelli commessi dai “ribelli”; poi scatta la condanna della “comunità internazionale” con sanzioni e la richiesta di cambio di regime. Gli episodi di violenza si moltiplicano, mentre nel Paese agiscono i membri delle solite corrosive Ong e i “ribelli” godono dell’appoggio integrale dei media mainstream. Tutto questo è possibile grazie al pressoché totale controllo di media, di radio, di canali televisivi di siti internet e, in definitiva, dell’opinione pubblica occidentale da parte dei centri di potere, già una ventina d’anni fa, Zbigniew Brzezinski, il polacco, ispiratore maledetto della Casa Bianca, indicò nell’Ucraina un Paese fondamentale nei nuovi equilibri geostrategici; da sottrarre alla Russia e portare nell’orbita della Nato e dell’America. Allora iniziò una lotta accanita tra Washington e Mosca, una guerra sorda, combattuta con armi non convenzionali, anche usando le “rivoluzioni pacifiste”. Il metodo si ispira alle teorie dell’americano Gene Sharp e fu applicato per la prima volta in Serbia nel 2000, in occasione di quelle prepotenti ingerenze per provocare la caduta dell’allora presidente Slobodan Milosevic. Si cominciò, come abbiamo descritto nello schema generale, con le solite proteste di piazza, in apparenza con la pretesa di spontaneità, in realtà pianificate dettagliatamente,  guidate e foraggiate dalle solite ipocrite Organizzazioni non governative, in un crescendo di violenti scontri amplificati dai media internazionali e appoggiati dalle istituzioni, e perfino dall’esercito, se necessario, fino a provocare la caduta del “tiranno”. L’esperimento serbo era piaciuto  molto al Dipartimento di Stato che aveva deciso di ripeterlo nel 2003 in Georgia (Rivoluzione delle Rose) e l’anno dopo in Ucraina, quando, a Natale, il candidato progressista Viktor Juschenko sconfisse Yanukovich, durante la Rivoluzione arancione.

Un primo capolavoro questo di ipocrisia, che finì per risvegliare Putin; le indebite ingerenze di Washington nei vari paesi gli hanno insegnato a prevenirle situando in campo un robusto e manesco «movimento giovanile», Naši (I Nostri), deputato a prevenire che le piazze russe possano cadere in mano a manifestanti prezzolati dal nemico. Il Cremlino, fu costretto ad avviare, la “nuova guerra fredda” con gli Stati Uniti. I rapporti da cordiali divennero glaciali. E i servizi russi pianificarono la riconquista dell’Ucraina, usando, a loro volta strumenti non convenzionali, quali il ricatto del gas, il sabotaggio dell’economia, i conseguenti disagi sociali, le tecniche spin per demotivare e indebolire i partiti della coalizione arancione. Ottenendo così  nel 2010 che Yanukovich fu eletto presidente e l’Ucraina lasciò l’orbita americana per tornare in quella russa.
Nei giorni nostri,la protesta è divenuta ancora più violenta per opera anche di violenti guerriglieri estremisti organizzati. E’ infatti noto ormai che ad assaltare i ministeri di Kiev non sono stati i pensionati ucraini, bensì milizie paramilitari sedicenti neonaziste, ben preparate militarmente,  ben armate e molto ben pagate. I pacifisti sono serviti da corollario, soprattutto mediatico, ma a rovesciare Yanukovich sono stati guerriglieri fanatici e ultraviolenti. Inviata  speciale dal Dipartimento di Stato americano Victoria Nuland aveva passato settimane a Kiev, sfacciatamente alimentando gli insorti e regalando biscotti insieme a milioni di biglietti verdi di contrabbando, incontrando i leader della rivoluzione, facendo piani e tramando il colpo di stato.Ognuno dei mercenari che hanno combattuto ha preso cinquecento dollari alla settimana, quelli più esperti fino a mille e un comandante di plotone duemila dollari – ammise la disinvolta Nuland - un ottimo guadagno per tanti disoccupati ucraini. Sono piovute sovvenzioni dall'America e dall'Europa (la Nuland ha calcolato che la spesa investita dagli americani per "costruire la democrazia" sia stata di cinque miliardi di dollari) che forse potevano bastare per chiamare in piazza la gente, ma gli USA avevano bisogno di uno strumento più potente per rimuovere dal governo un presidente democraticamente eletto.
Elementi preziosi per questo strumento erano stati allevati in Ucraina occidentale: dai figli dei collaborazionisti dei tedeschi, e allattati con l'odio verso i russi. Si deve ricordare ancora che nel dopoguerra, con l’aiuto degli USA, fu combattuta una sanguinosa guerriglia contro l’URSS, che durò fino al 1956. I figli di questi partigiani, educati all’odio verso il comunismo, l’URSS e i Russi, sono diventati la punta di diamante dei ribelli anti-governativi pro-USA in Ucraina, il  cosiddetto Right Sector della destra estrema, Si dichiaravano pronti a combattere, a morire e soprattutto ad uccidere. Questi sono facinorosi fanatici che non combattono solo per far entrare il paese nella Ue, contro una permanenza nella lega russa, ma odiano e  sono pronti a combattere anche contro i russi dell'Ucraina e contro tutta l'etnia ucraina di lingua russa.

E’ ormai chiaro, sostiene  Carlo Tia, che secondo i piani dei “registi” delle Ong operanti in Ucraina (persone come George Soros e Zbigniew Brzezinski) è prevista una guerra civile fra gli ucraini dell’ovest e i russofoni dell’est. Dietro la punta di diamante del Right Sector- l'Estrema-Destra, con i suoi invasati combattenti anti-comunisti e anti-russi, c’era una organizzazione più grande che poteva contare sui neo-nazisti di Svoboda..
Pochissimi media occidentali – ha scritto Carlo Tia – hanno trasmesso la registrazione trapelata del colloquio di Victoria Nuland, incaricata Usa della cura dei rapporti diplomatici con l’Europa ed con l’Eurasia, mentre  conversava con l’ambasciatore statunitense in Ucraina». La Nuland comandava la composizione del nuovo governo di Kiev. I ribelli hanno preso il potere, hanno proibito la lingua russa e hanno cominciato a saccheggiare Kiev e Lvov, ma  ciò non importava ai fini ultimi, voluti dai registi americani.
La “strategia della tensione” innescata a Kiev, darebbe agli Usa e alla Nato «il pretesto di intervenire per “pacificare” l’Ucraina, stabilirsi minacciosamente nel Mar Nero e proiettarsi sempre di più nel Caucaso e verso il Mar Caspio, ricchissimo di risorse petrolifere e di gas».
Il tempismo e la disciplina di queste milizie mercenarie sedicenti neonaziste sono stati perfetti: infatti la sommossa ha raggiunto il suo acme proprio durante i Giochi di Sochi, quando la Russia non poteva permettersi di rovinare il ritorno di immagine delle Olimpiadi.  Mentre Kiev bruciava per la “Rivoluzione Brown”, il Cremlino era costretto a tacere. Ma non solo; vedremo.
Organizzazione perfetta, abbiamo detto, magistrale, quella dei terroristi della Rivoluzione Brown, la cui dirigenza occulta resta però chiaramente intuibile, essendo estremamente difficile classificare come spontanea un’operazione così complessa ed articolata e così ben orchestrata anche nei tempi.
Però – ammainate le bandiere olimpiche – quell’aggressione  ha innescato una fulminea risposta del Cremlino; Obama forse non immaginava che Putin potesse arrivare ad occupare la Crimea, ma l’intelligence russa ha prevenuto in Crimea una ben organizzata replica del colpo di stato a Kiev, già preparata con l’impiego della sperimentata milizia semisegreta che si fa chiamare Assemblea Nazionale Ucraina – Autodifesa del Popolo Ucraino (UNA-UNSO), una semiocculta forza di attacco paramilitare, sedicente di estrema destra, legata alla NATO, utilizzando l’Ucraina come base, secondo le dichiarazioni di William Engdahl. Questa forza di attacco di sedicenti nazi era già in combutta perfino con i tartari jihadisti di Crimea.
D’altra parte, vorremmo mettere in risalto che non è che il Cremlino non si aspettasse, come può apparire, lo scoppio dell’offensiva dei guerriglieri assoldati dalle Ong di Washington proprio durante i Giochi di Sochi, e neppure, il colpo di Stato contro l’incapace Yanukovich, colpo di Stato sia pure mascherato da una patina superficiale di legalità da parte di Washington, comprando una maggioranza in parlamento, anche minacciando e terrorizzando i parlamentari che tentavano di resistere alle imposizioni di Washington . In effetti, però, si trattò concretamente di un colpo di Stato in quanto una semplice deliberazione della Verchovna Rada, la Camera bassa del Parlamento ucraino, non avrebbe potuto e non potrebbe mai, secondo la Costituzione, destituire un Presidente regolarmente eletto.
Putin, preso fra due fuochi, preferì reagire silenziosamente in Crimea, realizzando così una più sicura base per la Flotta del Mar Nero, una presenza ufficiale in un mare caldo, che non gela d’inverno, e un valido supporto per la zona d’influenza russa.
Obama si è trovato spiazzato, perché l’Ucraina è troppo vicina alla Russia e pertanto non converrebbe minacciare un intervento che poi non potrebbe essere attuato. Le pessime figure fatte da Obama in Georgia e pure in Siria, ovviamente non si potrebbero ripetere, e allora Washington si è messa da parte, lasciando il campo per le proteste agli alleati dell’Ue e orientandosi verso sanzioni di carattere economico.
L’opinione pubblica mondiale è rimasta ancora ubriacata dalla propaganda della stampa e delle televisioni mainstream, però si rende via, via, sempre più chiaro alla riflessione di quelle persone che riescono ad emanciparsi dalla pressione dei media, che il confronto decisivo, in Ucraina (nella logica geopolitica) avviene tra Stati Uniti e Russia; uno scenario, di cui si parla poco, ma che ora gli avvenimenti ucraini impongono all’attenzione e preoccupazione mondiale.
Noi europei, seppure, per caso, dovessimo parteggiare per i Russi, in odio a Wall Street, saremmo, però, costretti, poi in concreto, a pagare il peso delle sanzioni economiche che dovremmo imporre alla Russia, rinunziando al suo gas e al suo petrolio. Facile prevedere che avremmo anche notevoli difficoltà a fornirci di tanti idrocarburi necessari alla nostra economia e ancora dovremmo subire i disagi del prevedibilmente provocato aumento del  prezzo del greggio e del più oneroso costo dei trasporti a mezzo di petroliere e navi gasiere. Pertanto sorgono dubbi sulla possibilità di un’effettiva imposizione di sanzioni economiche alla Russia da parte dell’Ue. Bisognerebbe tener conto che per il trasporto del gas dall’America sarebbe necessario ancora costruire impianti di compressione del gasper liquefarlo preventivamente al trasporto, e contemporaneamente sarebbe necessaria la costruzione di mpianti di gassificazione del liquido trasportato dalle navi.
E importante riflettere che l'aspetto più profondo, non capito da tutti, che anima la questione è quello delle "sfere d'influenza". All'epoca del crollo dell'Unione Sovietica, nel dicembre 1990, l'allora presidente Bush rassicurò la dirigenza russa che per gli Stati Uniti l'Ucraina sarebbe restata nella "sfera d'influenza russa". Da allora la Russia ha rispettato l'indipendenza ucraina, pur  dominando sempre più l'economia del paese. E'anche molto importante notare che le forniture energetiche della Russia all'Europa passano principalmente attraverso l'Ucraina: il 40% del gas e il 25% del petrolio. La principale base della Marina militare russa nel Mar Nero si trova, come tutti sanno, a Sebastopoli e, sempre sul territorio ucraino, si trovano stazioni radar di importanza strategica.
Nell'ultimo decennio l'atteggiamento statunitense è andato cambiando. L'elemento più evidente, emerso durante le elezioni del 2004 è stata un'aperta presa di posizione di Colin Powell a favore di Victor Yushenko durante le elezioni. Lo stesso ha fatto Zbigniew Brzezinski per conto degli ambienti democratici USA. Al tempo stesso, però, il presidente russo Putin ha dimostrativamente offerto il suo sostegno a Victor Yanukovich.

Il contesto geopolitico dell'attuale crisi in Ucraina si deve completare con le divisioni interne, che hanno una dimensione storica, culturale e religiosa. Le regioni orientali e meridionali del paese sono appartenute negli ultimi secoli all'Impero Russo. Le regioni occidentali sono state originariamente dominate dall'impero polacco-lituano e, dopo la spartizione della Polonia del 1772, sono passate sotto l'impero austroungarico, rimanendo sotto la dominazione austriaca fino al 1918. Queste regioni presero il nome di Galizia e  sono culturalmente orientate verso l'Europa centro-occidentale, una tendenza rafforzata dalla locale chiesa ortodossa che riconosce il Papa cattolico di Roma e non il Patriarca ortodosso di Mosca. Dal 1918 al 1939, la Galizia finì sotto la Polonia, prima di essere annessa all'Unione Sovietica, accorpata alla Repubblica Sovietica dell'Ucraina nel 1945. Negli anni del dopoguerra i  nazionalisti dell'Ucraina occidentale combatterono per oltre dieci anni, una dura e sanguinosa guerra partigiana contro i sovietici; essendo sobillati, armati e foraggiati dai servizi segreti americani, in parte attraverso la "Organizzazione Gehlen", nata  in Germania e passata al servizio della Nato e della CIA. Questi precedenti sanguinosi hanno lasciato una pesante scia di avversione verso i Russi e l’abitudine ad appoggiarsi ai servizi americani.
A confermare che la Russia è risorta allo stato di baluardo nella competizione  di potenza eurasiatica, e dunque globale, (posto che le competerebbe da un paio di secoli) dobbiamo constatare ancora una volta,  che dalla caduta del Muro, quando tutto sembrava perduto, la Confederazione russa ha scoperto incredibilmente in sé stessa risorse formidabili. La cui manifestazione ultima è il patriottismo statolatra coniugato al più freddo pragmatismo.
Attualmente perfino“Forbes”, l’influente rivista finanziaria americana illustrata, ha dovuto riconoscere le qualità della Russia, assegnando a Vladimir Putin lo scettro di uomo più potente della terra, per il 2013. Il magazine Forbes,pur senza rinunziare alle sue convinzioni sulla preminenza morale, politica ed economica degli States, ogni  anno stila la classifica 'The Most Powerful People in the World', quest’anno ha preferito "il leader autocratico di un’ex superpotenza al comandante in capo ' però ammanettato' del Paese predominante al mondo", ovvero Barack Obama, primo nel 2012.
Volendo proseguire nell’analisi geopolitica della Federazione Russa si deve mettere in risalto che si tratta di un elemento del tutto peculiare. Come impero multinazionale, esteso ben oltre le steppe centroasiatiche fino all’Artico, alla frontiera cinese e al Pacifico; è uno stato sui generis, non omologabile ad altri. Né tanto meno, solubile in alleanze, come la Nato, che implicano la rinuncia alla sovranità in favore del paese leader. Nelle parole di Putin, «La Russia sarà indipendente e sovrana, o non sarà».
E pertanto si dice in Russia, che non accadrà più che Mosca accetti un’imposizione americana, o sia costretta a ripiegare, umiliata e offesa. A Putin brucia ancora la costrizione subita dall’allora premier Primakov, costretto nel marzo 1999 a tornare indietro mentre, in volo per Washington, apprendeva che la Nato stava bombardando Belgrado. Il rapporto Russia-Usa deve essere di scambio, dicono i Russi, duro, se necessario, ma a livello paritario.
Nel progetto di Putin, un’esigua élite di Stati sovrani “più eguali degli altri” si attribuirebbe la responsabilità di regolare il sistema-mondo  sempre attraverso il compromesso fra i grandi. Al cui tavolo è tornata a sedersi la Russia. Per restarci. 
E anche per questo, va precisato ancora che a Mosca il tronco d’impero denominato Federazione Russa, residuo della disintegrazione dell’Urss, sta troppo stretto a moltissimi russi. Dovrebbe ricrescere. In prospettiva, alcuni territori già sovietici andrebbero reintegrati nello spazio federale. Compresa «la parte più importante» dell’Ucraina, citata chiaramente da Putin a Bush a Bucarest. il 4 aprile 2008 rivolgendosi al «caro George».
Nulla di più alieno, però, anzi contrario alla mentalità dominante a Washington, a parte ogni accattivante modo di porgere.
La mentalità fanatica, in politica estera, largamente diffusa negli Stati Uniti, lascia increduli noi europei, abituati ad un più razionale modo di pensare  e di vivere.
Infatti si deve sforzarsi di capire che fin dal 1845 il pastore e scrittore John L. O’Sullivan aveva impostato, abbastanza presuntuosamente, una sua sedicente “dottrina”, pretenziosa e apodittica, la cosiddetta “Dottrina del Manifest Destiny”, che pretendeva indottrinare il popolo yankee circa la mitologica missione degli Stati Uniti, “scelti da Dio per evangelizzare il mondo”. Questo dogma fuori da ogni logica, e da ogni fonte giustificativa, ha trovato acriticamente e supinamente negli States innumerevoli fanatici e faziosi, ingenui o interessati sostenitori.
Si è affannata a darci una qualche “spiegazione” la sociologa americana Roberta Coles rilevando che la tradizione americana del “destino manifesto” deriverebbe da “miti originari della religione americana”: il mito della “nazione moralmente superiore perché scelta da Dio, col dovere di redimere il continente  e forse il mondo”. Vedi anche Emilio Gentile, La democrazia di Dio. La religione americana nell’era dell’impero e del terrore, Laterza, Roma-Bari, 2006.
(E ci credevano gli Yanquis devotamente, tanto che, e per redimere il continente, massacrarono indiani  a migliaia; per redimere il mondo scatenarono guerre disastrose a decine. E continuano “nel nome dell’Onnipotente”).
Nel 1885, ancora un altro pretestuoso pastore, Josiah Strong, preminente imperialista americano, non aveva dubbi: il “Manifest Destiny” possedeva una destinazione “geopolitica” (sic!): «la creazione di un impero mondiale». 
La continuità delle mire belliche espansioniste americane fin dall'epoca della Dottrina del Manifest Destiny è stata, com’è facile controllare, la caratteristica dominante della politica estera americana.
Dunque gli americani ritengono di esibire un loro moralismo nel quale interessi nazionali e aspirazioni ecumeniche si sostengono reciprocamente. Infatti gli Stati Uniti d’America non si considerano una nazione fra le altre, ma la «nazione indispensabile» dotata di una missione universale, rivoluzionaria: portare la libertà e la prassi democratica in terra. Anche Franklin D, Roosevelt, come tutti, “credeva” nella missione americana “to evangelize the World”.

In questi termini è ben difficile trovare un punto d’incontro nella soluzione del falso problema ucraino tra Russi e USA.
I Russi sono ormai ben coscienti che fattori obiettivi del loro prestigio sono: il rango di potenza nucleare bicontinentale, estesa su un territorio vastissimo, straricco di materie prime. Un impero in espansione geopolitica (riconquista di spazi perduti da Gorbachev-Yeltsin) o natural-geopolitica (rivendicazioni nelle immensità artiche in via di emancipazione dai ghiacci, sempre che il clima sia d’accordo).
Altro importantissimo fattore di potenza della Federazione Russa è l’esportazione di idrocarburi, che vale il 44% (gas) e il 30% (petrolio) delle importazioni europee. Una straordinaria fonte finanziaria, che permette alla Russia, e soprattutto ai suoi centomila milionari e oltre cinquanta miliardari (in dollari), di fare shopping in giro per il mondo, mentre nelle casse dello Stato riposano oltre 420 miliardi di riserve in dollari e oro. Pertanto, su scala mondiale, Mosca sogna addirittura di massimizzare l’effetto geopolitico e l’efficienza economica del suo patrimonio energetico nella futura «Opec del gas», in cui intende associare a sé, ossia sotto di sé, gli altri grandi esportatori, dall’Iran al Qatar, dal Venezuela alla Nigeria e all’Algeria.
Fattori di potenza, anche se visibili solo in superficie, sono tante agenzie informali (come la rete esterna dell’ex Kgb, ben ramificata nel nostro continente) e perfino mafie, più o meno infiltrate e usate dallo Stato (e viceversa) onde promuovere interessi insieme economici e geopolitici.
A tal proposito si dovrebbe tener conto  della profonda penetrazione russa nei Balcani  fino al Mare Adriatico, dove la disintegrazione del «socialismo reale» ha prodotto Stati, mafia e terre di nessuno.
Putin intenderebbe,poi, molto seriamente ridimensionare l'immagine della potenza militare americana. Propaganda a parte, l'esercito statunitense non ha brillato né in Iraq né in Afghanistan;  il tanto strombazzato aereo americano F35 non entrerà in servizio, e diversi aerei di quarta generazione, eurofighter compreso, sono superiori all'americano F22 "raptor", aereo mediocre e tutto sommato poco efficace.
L’idea globale ampiamente diffusa della potenza militare americana si basa essenzialmente sull’immagine che ne ha dato Hollywood nel mondo, e Putin lo sa bene; farebbe di tutto per cambiarla. Altro obiettivo, non meno ambizioso, Putin aspira anche a mostrare che i paesi europei, dichiarazioni a parte, nei fatti non sarebbero realmente con gli USA. Si, i governi cancelleranno il G8, ma l'Italia, per esempio, esporta nella Russia 75 miliardi di dollari ogni anno. Quasi un terzo dell'export. Dovrebbe necessariamente trovare il sistema di non fare vere sanzioni. Lo stesso dicasi per Germania e Francia: commerciano con i russi troppo per fare delle effettive sanzioni.
Tornando ai giorni cruciali della “Rivoluzione Brown”, che stava detronizzando Yanukovich, mentre tutti guardavano verso Kiev, dove i flash dei media amplificavano la rivoluzione e la illeggittima destituzione di Yanukovich, Putin infiltrava i suoi uomini in Crimea e armava le milizie filorusse. Nel silenzio mediatico i russi hanno preso la Crimea. Sul campo Putin aveva già vinto senza sparare un colpo. La guerra, cioè, era finita sul campo. Adesso iniziava quella propagandistica, psicologica, fatta di tensioni, di provocazioni misurate, di minacce pendenti ed incombenti, e pure di concertazioni, di contatti sotto banco, se possibile.
Putin, uomo di ghiaccio, dai nervi saldi, gran giocatore di scacchi, non perde mai la calma, applica le strategie degli scacchi alla realtà senza cedere alle emozioni; legge nella mente del nemico e prevede le sue mosse, conduce il gioco senza lasciar spazio a ripensamenti.
Muoverà truppe in casa ai confini con l’Ucraina, dove la tensione salirà al massimo; i golpisti ucraini chiederanno la protezione di Washingtion, che però non potrà venire e Putin sa bene che gli USA, per ragioni di bilancio e di specificità di quella zona a vantaggio dei russi, non hanno potere di proiezione in Ucraina. Né ce l'hanno gli europei. Ma Putin non attaccherà gli ucraini, prevede Uriel Fanelli su “Don Chisciotte” , “si limiterà al massimo a qualche scaramuccia e a qualche sorvolo, per aumentarne e il senso di impotenza”. Un’analisi che ben vede il concatenamento logico dei fatti e che si spinge oltre a prevedere che Putin la tirerà molto in lungo, perché tutto il mondo acquisti la convinzione dell'impotenza degli americani.

Tutto bene in una logica stringente e ben coordinata, finché una qualche scheggia impazzita non faccia saltare i congegni, così ben controllati fino adesso.
Ma l’obiezione fondamentale che si deve fare sulle previsioni future è che la Cupola del grosso capitale mondialista non permetterà mai che sorgano ostacoli sulla strada del governo unico mondiale. E Putin purtroppo non ha ancora la forza di opporvisi.
Zbgniew Brzezinski infatti, tiene contatti con la Trilateral e col Gruppo Bildeberg, a livello ben superiore alla stessa Casa Bianca e così la serrata logica di Putin può essere spezzata da una nuova mossa strategica: un piano USA per imporre la guerra in Europa - si sta già studiando: «C’è l’intento del Pentagono di colpire la Russia prima del collasso planetario del dollaro» – riporta il sito Libre in un articolo dal titolo “Piano Usa: guerra in Europa, prima che crolli il dollaro” – “In questa chiave – continua l’articolo – Carlo Tia inquadra i drammatici sviluppi che oppongono Mosca e Washington in Ucraina
È ben chiaro a chiunque, anche se si può fingere di non vedere, che Putin,  il quale vive una costante sindrome di accerchiamento da parte dell’Occidente, non può distrarsi proprio dalle continue, aggressive indebite ingerenze dell’Occidente. Cedere il controllo sull’Ucraina per Putin, oltre ad essere un affronto non tollerabile, significa concretamente lasciare campo libero alla Nato per completare proprio l’accerchiamento della Russia. L’Occidente non si rende conto, o finge di non rendersi conto delle estreme minacce di Putin verso l’Ucraina, in quanto questa starebbe per diventare disponibile all’aggressività della Nato. Questa per la Russia è quindi una minaccia molto più grave: l’Ucraina infatti potrà costituire il tassello che chiude l’accerchiamento.
La Russia è psicologicamente preparata alle sanzioni dall’Occidente: meglio subire sanzioni riprendendosi l’Ucraina, che subirle solo per la Crimea. L’Occidente non vorrebbe, certo, combattere per l’Ucraina. Putin invece, si dice, sarebbe già pronto.
Il deus ex machina sta preparando la False Flag.

sabato 22 ottobre 2022

La fiera dei miracoli

 

La fiera dei miracoli

Marcello Veneziani

La Fiera del Levante era per noi pugliesi dell’antichità la globalizzazione portata direttamente a casa nostra. Tu uscivi di casa, prendevi il motorino, la macchina o la Marozzi, il pullman dell’epoca, sostituito poi dalle Autolinee Scarcia, e andavi a vedere il mondo che si esibiva a due passi dallo Stadio della Vittoria, alle porte di Bari. Un corso breve ma intensivo di sprovincializzazione, un giro del mondo in ottanta stand; e tornavi a casa che ti sentivi uomo di mondo, con l’aria vitazzuola di chi ne ha viste di tutti i colori, facendo un giro a piedi in quel mappamondo virtuale.

Mi ricordo da bambino cos’era per noi di paese quella festa non patronale, non civile, ma giocosa e commerciale, che si teneva sul lungomare a Bari. La gioia di andare a Bari, e di varcare la Porta d’Oriente delle Meraviglie, e visitare tutti i desideri. Il paese dei balocchi. L’invidia per chi riusciva ad accaparrarsi il biglietto gratis o aveva comunque il privilegio dell’ingresso libero per via di parenti o conoscenti. Gli apprensivi che già cominciavano a comprare roba prima di entrare nella fiera dai vu’cumprà del posto; e s’incrociavano con i pentiti che insoddisfatti degli scarsi acquisti fatti in fiera si rifacevano in extremis, comprando le ultime cose nella corte d’appello dei rivenditori ambulanti.

Ma dentro le fauci della Fiera era tutta una magia, uno spettacolo. Appena varcata la soglia dei cancelli, ti sentivi entrato in un film o in una leggenda, incluso in un mondo festoso; cercavi cappellini, zucchero filato e pop corn – come gli americani – per integrarti nella fiction levantina. Persino gli altoparlanti che spacciavano messaggi pubblicitari sembravano introdurti in un mondo favoloso e parallelo, inaccessibile nella vita quotidiana. Ti muovevi seguendo le folle, o se misantropi scansandole, seguendo itinerari alternativi e andando contro corrente. Ma ti muovevi soprattutto sentendo gli odori, perché la fiera era olfattiva. Le merendine Aida avevano un successo strepitoso; deludenti nel sapore, ma l’odore ti stregava, come la catena di montaggio delle merendine. Ma forte era pure l’odore delle patate fritte, dei pop corn, delle mandorle pralinate, dei gelati appena sfornati. Obbligato era il pellegrinaggio al padiglione della Germania per accaparrarsi il sontuoso panino col wurstel, senape e crauti.

Poi t’imboscavi nelle nazioni esotiche, viaggiavi dai Caraibi all’India, passando per l’Africa e per la Russia con le sue matrioske. C’erano nazioni affollate e altre desolate, anche sfigate. Non mancava la fiera dei luoghi comuni: la Svizzera con gli orologi a cucù e la cioccolata, l’Olanda coi tulipani e gli zoccoli, la Francia coi formaggi e la coppa di champagne, il Giappone coi transistor e le macchine fotografiche, la Spagna coi tori, l’Egitto coi cammelli, il Brasile col caffè. Non c’era ancora la Colombia con la droga, ma si sentivano le prime sniffate. Ricordo il quartiere dei trattori e degli attrezzi agricoli che ti facevano sentire nei documentari agricoli dell’Unione Sovietica. E poi le novità tecnologiche, e tutti quegli attrezzi che tritavano carote e ortaggi e la gente che stava a sentire i piazzisti e gli imbonitori come se fossero predicatori e narratori. Benché inventata sotto il regime fascista, voluta da don Araldo di Crollalanza, la Fiera del Levante era per noi una full immersion d’americanizzazione e di mondialismo; e un incentivo al consumismo militante, compulsivo. Quel che faceva più impressione a noi bambini era trovare il riassunto dell’umanità, neri, gialli, nordici, una volta perfino due esquimesi in un finto igloo ed un mezzo Tarzan scappato dalla giungla o da un manicomio. Più qualche bonazza, svedese o brasiliana.

Ma anche nella case, la Fiera compiva un miracolo a distanza. La televisione che di giorno solitamente dormiva, cominciando i suoi programmi il pomeriggio e finendoli poi in serata, nei giorni della Fiera compiva un prodigio: trasmetteva ogni mattina film vecchi, soprattutto americani. Era tra le cause più rilevanti di “fruscia” o assenteismo sociale (a scuola si andava solo il 1 ottobre, a Fiera finita). Poi quando chiudeva i battenti, ci riscoprivamo paesani, baresi, pugliesi, mangiatori di cozze pelose. E ci chiedevamo come fosse possibile che tutto quel bendidio sparisse da un giorno all’altro, e finita la fiaba felliniana, restasse solo un cancello e un vuoto immenso al posto di quel mondo alternativo. La Fiera era il sogno collettivo di fine estate. Madò che sogno.

La Gazzetta del Mezzogiorno, 15 ottobre 2022

giovedì 13 ottobre 2022

La Modernità Alternativa FASCISTA

 

La Modernità Alternativa FASCISTA

1.Il Fascismo è LA Modernità Alternativa.

Il fascismo è un movimento politico “figlio della modernità”. Ma non in senso assoluto. Ovvero: il Fascismo, come affermato da Giuseppe Bottai nella conferenza che ne sintetizza il pensiero  ( http://ilcovo.mastertopforum.net/corporativismo-e-principi-dell-ottantanove-vt1829.html ), ha in comune con la Modernità la CRITICA al Sistema pre-moderno. Il Fascismo dunque CRITICA il sistema feudale, assolutistico, oppressivo.
Questo fondamento esso dunque condivide con quel movimento che gettò le basi per la svolta che portò alla Rivoluzione Francese. Il Fascismo, però, non è un semplice prodotto della Modernità scaturita dalla Rivoluzione Francese. Il Fascismo ha un proprio concetto di modernità.
Il pensiero Fascista non concepisce gli “archetipi”, così come se fossero “dogmi”. Ovvero: se riproduci mimeticamente le società post-moderne  (anche se con variazioni, che comunque sono interne ad esse), allora sei moderno. Altrimenti sei anti-moderno. Ecco, questo diktat il Fascismo lo respinge.
Proprio perchè Realistico, il Fascismo fonda se stesso sulla razionalità ma non sul Razionalismo. Il che significa che concepisce come Moderno, anzi veramente Moderno, solo il suo proprio modello di Stato.
Giacchè i modelli di Stato scaturiti dalla Rivoluzione Francese sono modelli Materialistici in quanto Razionalistici, nonostante vi siano delle differenze non piccole tra le loro applicazioni.
Esse, comunque, non discutono mai il fondamento della Modernità post-ottantanovista. Fondamento Materialistico. Da questo fondamento Materialistico, comune a tutti i movimenti politici Liberali e Collettivisti, il Fascismo si stacca.
A questo fondamento sostituisce il proprio, che è una efficace soluzione alla dicotomia imposta dalla reazione rivoluzionaria francese: invece che contrapporre assolutismo a razionalismo, il Fascismo propone l’Armonico Collettivo fondato sullo Stato Etico Fascista.
Ovvero: non si nega il “Diritto dell’Uomo” ma nemmeno lo si assolutizza. Lo si concepisce Cittadino in uno Stato Autorevole, quindi PRESENTE E OPERANTE. Stato concepito non solo come espressione Giuridica del popolo, ma come espressione della sua propria Identià storico-culturale e come Mediatore di Giustizia in questa prospettiva. Questo perchè lo Stato come concepito dal Fascismo si pone come fondamento stesso dell’Unità Nazionale, per superare la transitorietà di un momento, garantendo l’unione del Corpo Sociale in modo duraturo.
Ovviamente questo tipo di Stato riconosce la libertà dell’Individuo , ma non in modo assoluto. La libertà dell’Individuo è condizionata. Questo in netta antitesi con la struttura stessa della Rivoluzione Francese, la quale nasce Individualistica e Razionalistica, orientata ad abbattere lo Stato Assolutista facendo una equazione degenerante: ogni stato che non sia giusnaturalistico è assolutista!
Invece per il Fascismo l’Individuo non può non considerarsi parte di un “tutto” al quale in qualche caso deve necessariamente sacrificare il proprio esclusivo tornaconto, nell’interesse generale. Interesse che non è solo materiale ma morale e materiale insieme. Anzi. Si da il caso che proprio per necessità morali, il singolo è tenuto a sacrificarsi per il bene di tutti. Questo fondamento risulta imprescindibile per lo Stato Fascista, che basa su esso il suo modello Etico, riferito alla Giustizia Politica e Sociale.

2.Il Fascismo, pur assorbendo e sviluppando i progressi positivi della storia, non li assolutizza

Siccome il Fascismo è un pensiero giustamente pragmatico nei mezzi da utilizzarsi, non si fossilizza su forme transeunti o su rifiuti dogmatici. Se la storia ha raggiunto risultati oggettivamente positivi, in qualsiasi tempo, il fascismo li valorizzerà. E così, infatti, è.
Questi risultati, però, non sono assolutizzati. Ma inseriti nell’ottica Fascista. Nella sua propria visione della Società e della Politica.
Questo significa che il giusto progresso nella Scienza e nelle Tecniche, come nel Lavoro e nella Produzione, non è mai messo a base della Società. Base della Società è lo Stato. E non uno stato qualsiasi ma lo Stato Etico Corporativo Fascista. In relazione a questo, la priorità è l’ Armonico Collettivo (ovvero la valorizzazione dell’Individuo nella Società come membro nodale, e non il suo annullamento come nel collettivismo marxista). “Armonico” vuol dire rifuggire da ogni livellamento meccanicistico. Da ogni collettivizzazione e da ogni annullamento delle differenze. Allo stesso tempo significa cooperazione e sinergia. Tale che le “differenze” inevitabilmente presenti nelle Società risultino così potenza dirompente per la sua coesione. Cooperazione nel segno della consapevolezza. Infatti il fascismo pone a fondamento della sua rivoluzione, al contrario delle “rivoluzioni” post-moderne che hanno dato unicamente risposte monche a problemi contingenti, la Riforma dell’Educazione.
Essa è il fondamento stesso dell’ Stato Fascista, che è uno Stato di Fascisti Coscienti e mai “indottrinati” pedissequamente.
Ovviamente questo Stato, come del resto tutti gli stati, non può tollerare l’anti-stato. Non può tollerare l’agente disgregatore e l’assolutizzazione del Singolo Cittadino. Per questo, con la sua autorevolezza, lo impedirà in modi proporzionati al danno che vuole cagionare tale agente.

3. Il Fascismo non è solo un mezzo di pubblica amministrazione.

Questa visione dello Stato non può essere pedissequamente inserita nelle forme politiche “dogmatiche” nate dall’ 89. In primis perchè evidentemente non lo è. Poi perchè non cede all’ archetipo della modernità secondo cui può definirsi “moderno” solo ciò che è inseribile nell’archetipo stesso.
Lo Stato Fascista, dunque, non è “negoziabile”. Una volta accettato va difeso, protetto, diffuso intransigentemente, integralmente.
Lo Stato Fascista forma Civicamente il Cittadino. Il Cittadino aderisce consapevolmente ad esso (o lo respinge, scegliendo se chiamarsene fuori definitivamente o meno) e per questo si comporta da Cittadino Fascista nella sua vita vissuta. Essere un Cittadino Fascista diventa un titolo d’onore.

4.Il Fascismo, sulla base del suo Spiritualismo, interpreta e incarna l’Identità Culturale della Nazione come elemento Unitario e non transeunte

Con questi presupposti, lo Stato Fascista non può che essere Garante e diffusore dell’Identità Culturale della Nazione, in quanto Identità propria del Popolo. Per questo il Fascismo riassume in sè il carattere e la civiltà del Popolo in divenire, senza cesure o tagli, ma favorendone lo sviluppo coerente ed armonico. L’identità Nazionale è composta di vari elementi, tra cui indubbiamente è presente quello Religioso.
Superando anche questa dicotomia post-ottantanovista, il Fascismo, proseguendo sulla strada già tracciata da grandi uomini politici, filosofi e poeti del passato Italiano, concepisce in modo Spiritualista la Collaborazione della Religione con il Potere Politico, in quanto componente anche essa della Società, e più ancora dell’identità del Popolo. Essa non può essere relegata esclusivamente al “privato” del Cittadino, poichè per sua stessa natura assume aspetti innegabilmente collettivi, quindi pubblici.
Tale collaborazione non è senza condizioni. Essa avviene nei rispettivi ambiti di competenza del Potere Politico e di quello Spirituale. Le due realtà, dunque, religiosa e politica, non si confondono e non si sovrappongono. Ma collaborano ognuna nel proprio ruolo.
Mantenere questo Status in modo coerente e giusto, è compito proprio dello Stato Fascista che è chiamato ad essere garante di tutti coloro che lo riconoscono come proprio Stato. Senza differenze di razza, ceto o religione.

5. La forma propria dello Stato Etico Corporativo Fascista.

Per quanto antipregiudizialista nei mezzi per raggiungere il suo scopo, la maturazione dello Stato fascista consiste in una forma ben precisa.
Lo Stato Fascista, in quanto vero stato Moderno, a differenza dei falsi stati moderni partoriti dalla Rivoluzione Francese, è Stato Democratico nel senso vero del termine. Lo Stato Fascista non concepisce che il numero, per il solo fatto di essere numero, possa reggere le sorti di intere Nazioni. Per questo all’alternanza dei gruppi, che comunque determina in modo patente la falsa democraticità del sistema e la inevitabile creazione di fazioni di interesse di vario tipo, il fascismo antepone la Statocrazia Fascista.
Essa è tutt’altro che una delle forme di Democrazia scaturite dalla Rivoluzione Francese. Essa è LA Democrazia. Unica concepibile per uno Stato realmente Moderno.
Al sistema di rappresentanza Politico Parlamentare e al sistema elettivo a maggioranza, la Statocrazia Fascista propone la Rappresentanza DIRETTA del Cittadino nelle Istituzioni dello Stato.
La Statocrazia Fascista propone l’Abolizione del Parlamentarismo per l’avvento di una Camera Fascista Corporativa, nella quale i rappresentanti Politici e Sindacali della Nazione siano insieme, GERARCHICAMENTE, partecipi al governo della Nazione. I Sindacati vengono dunque elevati a Istituzioni dello Stato ed il lavoratore è a tutti gli effetti un “rappresentante statale”, accettandone anche l’onere.  Il Lavoratore non è più diviso nel processo produttivo nazionale, ma è compartecipe e corresponsabile della gestione dell’Azienda.  Per questo ne gode i frutti in modo equo e ripartito a seconda della Gerarchia interna alla stessa.
Al metodo della rappresentanza elettiva a maggioranza, si sostituisce dunque quello della Democrazia “diretta”, che nell’ottica fascista dell’armonico collettivo si inserisce nel “buon governo” della Nazione, Presieduta dal suo Capo, Garante e custode dei Valori dello Stato, e guidata da una “classe dirigente”  la quale ha il compito precipuo di difendere e diffondere i valori del Fascismo nella Società, formandola ad essi.

6.Lo Stato come valore spirituale del Cittadino

Lo Stato Fascista assurge, dunque, a Valore Spirituale. Per questo esso è proiettato al Trascendente. Guarda ai “massimi sistemi”, ai valori Eterni e al Valore Trascendente della Vita, non solo attuale e materiale. Per questo è aperto alla Religiosità e la incoraggia.
Giovanni Gentile ebbe a dire che lo Stato Fascista esiste per volere Divino, e la Trascendenza lo permea. Questo esclude che lo Stato Fascista possa essere considerato meramente un elemento giuridico transeunte. Esso è parte della stessa concezione di vita del Cittadino, lo permea e lo sostiene. E’ un elemento vitale e certamente non assolutistico, ma altrettanto certamente nemmeno meramente razionalistico. Proietta il Cittadino verso l’altezza della Vita, vissuta in modo altrettanto alto e “puro”.
Solo una visione parziale della politica e della Società potrebbe concepire che questa caratteristica dello Stato fascista lo connoti come una “religione laica”.
Il fatto che uno Stato abbia un Valore Morale, non identifica in automatico questo stato come una religione. Il fatto che esistano “enti” che si elevano a valori spirituali non indica necessariamente la forma religiosa di tali enti. Questa, che sembra un’ovvietà, spesso purtroppo non lo è. Tanto che lo stesso Giovanni Gentile dovette rispondere alle accuse di “statolatria”, confermando la natura etica dello Stato ma definendo chiaramente i limiti SECOLARI entro i quali si muove. Senza per questo essere Stato SECOLARISTA.

domenica 11 settembre 2022

La liberazione di Mussolini

 


La liberazione di Mussolini. Il Fascismo risorge

Il 12 settembre un audace commando di SS atterra con degli alianti a Campo Imperatore e libera il Duce.  Il comportamento del Gen. Fernando Soleti e dei carabinieri di guardia evita il conflitto e ogni spargimento di sangue. Una “Cicogna”, piccolo apparecchio da ricognizione, lo conduce a Roma da dove, su un aereo militare, raggiunge Monaco di Baviera.

 Alcune fonti ritengono che Mussolini, stanco e sfiduciato, avrebbe considerato anche la possibilità di ritirarsi, ma avrebbe poi accettato, su insistenza di Hitler, di creare il nuovo stato per evitare all’Italia le probabili rappresaglie dei tedeschi, furiosi per il vile tradimento.

Fatto sta che il 15 settembre 1943 Mussolini emette e comunica via radio 5 Ordini del Giorno:

1)   Ai fedeli camerati di tutta Italia. Da oggi, 15 settembre 1943, assumo di nuovo la suprema direzione del Fascismo in Italia.

2)   Nomino Alessandro Pavolini alla carica provvisoria di segretario del Partito Nazionale Fascista, che da oggi si chiamerà Partito Fascista Repubblicano.

3)   Ordino che tutte le autorità militari politiche amministrative e scolastiche, nonché tutte quelle che vennero esonerate dalle loro funzioni da parte del Governo della capitolazione, riprendano immediatamente i loro posti e i loro uffici.

4)   Ordino l’immediato ripristino di tutte le istituzioni del Partito con i seguenti compiti: a) di appoggiare efficacemente e cameratescamente l’Esercito germanico che si batte sul territorio contro il comune nemico; b) di dare al popolo l’immediata effettiva assistenza morale e materiale; c) di riesaminare la posizione dei membri del Partito in rapporto al loro contegno di fronte al colpo di stato della capitolazione e del disonore, punendo esemplarmente i vili traditori.

5)   Ordino la ricostruzione di tutti i reparti e le formazioni speciali della Milizia Volontaria per la Sicurezza dello Stato.

 

Il 16 settembre, poi, detta l’O.d.G. n. 6:

6) “Completando gli ordini del giorno precedenti ho incaricato il Luogotenente Generale Renato Ricci del comando in capo della M.V.S.N.

 

E, il 17 settembre detta l’O.d.G. n. 7 :

7) “Il P.F.R. libera gli ufficiali delle forze armate dal giuramento prestato al Re, il quale, capitolando alle condizioni ben note e abbandonando il suo posto, ha consegnato la nazione al nemico e l’ha trascinata nella vergogna e nella miseria”.

 

Il 18 settembre Mussolini parla da Radio Monaco, e gli italiani possono riudire la voce ben nota (anche se la qualità dell’ascolto è pessima). Egli, dopo aver sottolineato la bassezza del tradimento di Casa Savoia, che con la sua fuga ha perso ogni diritto di regnare, richiama le tradizioni repubblicane italiane e Giuseppe Mazzini e riafferma la volontà di costituire un nuovo Stato Repubblicano che sarà “nazionale e sociale nel senso più lato della parola; sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini.” Tale  stato ricostituirà un proprio esercito e riprenderà la lotta a fianco dell’ alleato germanico.

 I fascisti, che fin dal 9 settembre avevano riaperto molte sedi, si riorganizzarono rapidamente. Il 1 marzo 1944 Pavolini, in una relazione a Mussolini, comunicherà che “sono stati ricostituiti 1072 Fasci con 487.000 iscritti”. Roma ne contò 35.000, Milano 20.000, Ferrara, dopo la morte di Ghisellini, 14.000.

 Il 22 febbraio 1944 il Duce nominerà il nuovo Direttorio del P.F.R. Esso è composto da: Pietro Asti, Fulvio Balisti, Carlo Borsani, Alfredo Cucco, Giuseppe Dongo, Franco Corrado Marina, Giulio Gai, Carlo Gigliolo, Bruno Gemelli, Gino Meschiari, Franz Pagliani, Alessandro Palladini, Giuseppe Pizzirani, Sergio Stoppiani, Leo Todeschini, Agostino Vandini, Aldo Vidussoni.

 

TORNA AL SOMMARIO

 

Il nuovo Governo Repubblicano

Il 23 settembre Mussolini rientra in Italia e, alla Rocca delle Caminate, sua residenza personale, costituisce il Governo della nuova Repubblica. Il giorno 23 stesso alle ore 14 si ha, nella sede dell’ambasciata germanica a Roma, la prima breve riunione del governo, presieduta da Pavolini.

Il nuovo stato si chiamerà Repubblica Sociale Italiana (Tale denominazione, però, verrà deliberata dal Consiglio dei Ministri il 24 novembre 1943). Essa avrà Mussolini come Capo dello Stato e del governo e Ministro degli Esteri, con Graziani Ministro della Difesa Nazionale, Buffarini Guidi Ministro dell’Interno, Ferdinando Mezzasoma Ministro della Cultura Popolare e tutti gli altri (vedi alla voce “Governo”).

Il 28 settembre inizia il funzionamento del nuovo Stato. In quella data, infatti, ha luogo la prima riunione del Consiglio dei Ministri al completo. Queste le prime cinque deliberazioni:

1)     A seguito della conferma della dichiarazione di città aperta per Roma, il Governo fissa la propria sede in altra località presso il Quartiere Generale delle Forze Armate.

2)     L’attuale senato di nomina regia è disciolto ed abolito. La Costituente prenderà in esame  la opportunità della sua eventuale ricostruzione secondo gli ordinamenti del nuovo Stato Fascista Repubblicano.

3)     Nella riorganizzazione in atto delle Forze Armate, le forze terrestri, marittime ed aeree vengono rispettivamente inquadrate nella Milizia, nella Marina, e nell’Aeronautica dello Stato Fascista Repubblicano. Il reclutamento avviene per volontariato e per coscrizione. Per gli ufficiali e i sottufficiali, mentre sono rispettati i diritti acquisiti, il trattamento morale ed economico viene adeguato all’alto compito di un moderno organismo militare ed alle nuove esigenze della vita sociale.

4)     In conformità dell’indirizzo di politica sociale perseguita dal P.F.R., e quale necessaria premessa per le ulteriori e rapide realizzazioni, viene decisa la fusione delle Confederazioni Sindacali in una sola Confederazione Generale del Lavoro e della Tecnica. La Confederazione opera nell’ambito e nel clima del Partito il quale le conferisce tutta la propria forza rivoluzionaria.

5)     La commissione per l’accertamento degli illeciti arricchimenti dei gerarchi fascisti, costituita dal cessato governo,  rimane in funzione estendendo, per altro, l’accertamento sugli illeciti guadagni a tutti coloro, senza distinzione di partito, che hanno, negli ultimi trenta anni, ricoperto cariche politiche od incarichi pubblici, ivi compresi i funzionari e i militari.

 

A chiusura dei lavori un comunicato diceva:

 “” Con l’indirizzo approvato dal Consiglio dei Ministri del 27 settembre si da inizio al funzionamento del nuovo Stato Fascista Repubblicano il quale troverà nella Costituente , che sarà prossimamente convocata, la promulgazione dei suoi definitivi ordinamenti costituzionali. Da oggi e fino a quel giorno il Duce assume le funzioni di Capo dello Stato Fascista Repubblicano.””

 

 nuovo esercito della Repubblica

Da questa data del 28 settembre 1943, quindi, nasce ufficialmente anche l’esercito della R.S.I. Esso finirà col contare complessivamente (tenendo conto anche dei lavoratori militarizzati) oltre un milione di uomini fra volontari e giovani di leva delle classi 1923, 1924 e 1925. In realtà fin dall’annuncio dell’armistizio ci fu chi si rifiutò di accettarlo, come il Principe Junio Valerio Borghese e la sua “Decima Flottiglia MAS” a La Spezia, il Maggiore Edoardo Sala che, con il III Btg del 185° Rgt Paracadutisti, già nel settembre combatteva in Calabria a fianco dei tedeschi, il XII Btg della Div. Nembo del Magg. Rizzatti che non si arrende e dalla Sardegna l’11 settembre passa in Corsica, alcuni Battaglioni della Milizia, i sommergibilisti del Comandante Enzo Grossi a Bordeaux, reparti della DICAT e altri reparti minori. Vedi, ad esempio, il Ten. Rino Cozzarini, di 25 anni, volontario, che subito dopo l’8 settembre raccolse soldati sbandati e formò un reparto (Btg Bersaglieri “ M” Mussolini”) che arrivò a contare 1200 uomini e che già a fine ottobre era sulla linea di combattimento a fianco dell’alleato germanico. Il Cozzarini, promosso capitano, suscitò l’ammirazione degli alleati e dei nemici. L’11 novembre 1943 egli cadde a Mignano Montelungo e fu insignito di M.d’O. alla memoria. Vedi anche il caso del Capitano Ulrico Ripandelli che inviò al Duce il seguente telegramma: “ Gli ufficiali, sottufficiali e carristi usciti dalle fila del III Btg carri, schieratisi con i loro carri al fianco dei camerati tedeschi fin dall’11 settembre, esultano di poter continuare a combattere ai Vostri ordini per la liberazione e la grandezza della Patria immortale. Vinceremo ! F.to: Comando 118° battaglione carri della 218° Divisione alpini tedesca. Il comandante capitano: Ulrico Ripandelli. Borghese non ammainò mai la bandiera della sua Decima Flottiglia Mas e aprì immediatamente a La Spezia una campagna di arruolamento che vide migliaia di giovani e di giovanissimi accorrere per arruolarsi. Già il 14 settembre Borghese stipulò con i tedeschi un accordo che riconosceva l’esistenza della Decima e le concedeva ampia autonomia. Sala non sciolse il suo reggimento di paracadutisti e si mise a disposizione dell’alleato tedesco per continuare la guerra al suo fianco. Lo stesso fecero la Legione “Tagliamento”, i sommergibilisti di Bordeaux e  le altre unità minori.

 E immediatamente dopo si ricostituirono reparti di bersaglieri (Btg. “9 settembre”, Btg. “Goffredo Mameli”, Btg. “Benito Mussolini”) , di Camicie Nere, di SS italiane e alcune unità speciali.

  Il 1° ottobre il Maresciallo Graziani parlerà a Roma al Teatro Adriano a una platea di 4000 ufficiali esortandoli ad una scelta “per l’onore”. Ben 400 ufficiali della “Piave” aderiranno e si arruoleranno immediatamente. In totale aderiranno alla R.S.I. 300 generali e 62000 ufficiali.

 Intanto anche fra i militari internati in Germania ci furono molte adesioni alla R.S.I. e, con 12000 di questi uomini, si iniziò la costituzione delle quattro Grandi Unità (Divisioni Monterosa, San Marco, Italia e Littorio) che sarebbero state addestrate in Germania e avrebbero costituito il nerbo del nuovo esercito. Alla cosa fu data la massima importanza. E Mussolini si recò in Germania a visitare le divisioni in aprile 1944 (il 22 è in visita alla “San Marco”) e in luglio (il 16 visita la “Monterosa”, il 17 la “Italia”, il 18 la “San Marco” e il 19 la “Littorio”). La divisione “Italia”, poi, sarà visitata da Mussolini anche il 24-25 gennaio 1945 in prossimità del fronte della Garfagnana. Qui il Duce consumerà il rancio coi soldati.

 Oltre a ciò, in data 1° dicembre rientrano dalla Germania diecimila ex internati per riprendere le armi contro gli anglo-americani.

Ora i soldati italiani sono equiparati, come trattamento, ai soldati germanici (Decreto del Duce in data 2 novembre).

 E il 20 novembre 1943 nasce la Guardia Nazionale Repubblicana, con a capo il gerarca carrarino Renato Ricci. Essa “è formata dalla M.V.S.N., dall’Arma dei Carabinieri ( Il Consiglio dei Ministri del 27 ottobre aveva stabilito che “Restano in servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico i Carabinieri e la Guardia di Finanza”) e dalla Polizia dell’Africa Italiana (P.A.I.)” . Essa, il 15 agosto 1944, verrà definita “primo corpo combattente dell’Esercito Repubblicano” e non avrà più compiti di polizia. E il 21 agosto il Duce in persona assume il comando della G.N.R.

 Dalla data del 2 dicembre 1943, ufficialmente, truppe regolari della R.S.I. sono sul fronte di combattimento.

Il 17.1.1944 reparti della MAS e del Btg. SAN MARCO pronunciano giuramento.

Il 29 gennaio i gladi circondati da fronde di quercia e di alloro sostituiscono le stellette.

Il 9 febbraio, anniversario della Repubblica Romana del 1849, le nuove truppe della R.S.I. giurano solennemente con la formula “” Giuro di servire e difendere la Repubblica Sociale Italiana nelle sue istituzioni e nelle sue leggi, nel suo onore e nel suo territorio, in pace e in guerra, fino al sacrificio supremo. Lo giuro dinanzi a Dio e ai Caduti per la unità, l’indipendenza e l’avvenire della Patria””.

Il 19 febbraio il Battaglione “Barbarigo” della Decima riceve dal Comandante Borghese la bandiera di combattimento.

E il 20 febbraio è in linea a Nettuno e riceve il battesimo del fuoco.

Il 9 marzo viene costituito il Servizio Ausiliario Femminile (S.A.F.)

Il 12 marzo viene emesso il primo Bollettino di Guerra della R.S.I.: Calma sul fronte di Cassino e lotta accanita su quello di Anzio.

Il 16 marzo il Btg paracadutisti “Nembo” e il BtgBarbarigo” della “Decima” si coprono di gloria ad Anzio.

Il 22 maggio Kesserling in persona si compiace per il comportamento del BtgBarbarigo”.

E il 31 maggio va in linea sul fronte di Roma il Btg. Paracadutisti “Folgore”, che il 10 giugno verrà citato nel Bollettino germanico.

 Con Decreto del 30 giugno 1944, poi, il PFR si trasformerà in una struttura militare con la formazione delle “Brigate Nere”.

 

Il Tribunale Speciale Straordinario

Il giorno 11 novembre 1943 furono costituiti i Tribunali Straordinari Provinciali per giudicare i fascisti che avevano tradito e un tribunale straordinario  speciale per giudicare i membri del Gran Consiglio che avevano votato l’O.d.G. Grandi, accusati di tradimento. Fra essi c’era anche Galeazzo Ciano, marito di Edda figlia del Duce. Il processo ebbe inizio alle ore 9 dell’8 gennaio 1944 a Verona in Castelvecchio. Il 10 gennaio alle ore 13,40 fu emessa la sentenza. Furono comminate 18 condanne a morte (Cianetti, che aveva ritirato il suo voto a favore fu condannato a 30 anni di reclusione). Ma la maggior parte dei condannati a morte aveva riparato all’estero e furono condannati in contumacia. Solo cinque erano presenti al processo : Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi. Essi furono fucilati l’11 gennaio 1944.

 Il 20 gennaio 1944 furono deferiti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato anche Carlo Scorza e Alessandro Tarabini. Il 15 aprile ebbero il processo e il 20 furono assolti.

 Per il loro comportamento a seguito dell’8 settembre il 28 gennaio 1944 e il 5 febbraio furono deferiti al Tribunale Speciale anche alcuni ammiragli e generali. L’11, il 20 e il 22 maggio si ebbero i processi con alcune condanne e il 24 si ebbe l’esecuzione di Campioni e Mascherpa, condannati a morte.

 Quanto ai Tribunali Straordinari Provinciali c’è da dire che il 6 giugno 1944 archiviarono tutti i casi non riguardanti iscritti al P.F.R. e mandarono liberi tutti gli imputati.

  E in data 28 ottobre 1944 furono condonate tutte le pene fino a 3 anni di carcere.

Il difficile funzionamento del nuovo Stato

Intanto il nuovo stato aveva cominciato a funzionare regolarmente. Le condizioni erano drammatiche: le città erano martoriate dai bombardamenti (il 20 ottobre 1944 suscitò orrore il bombardamento della scuola di Gorla a Milano, dove trovarono la morte 184 bambini. I civili morti per bombardamenti assommeranno in totale a 64.000), il problema degli approvvigionamenti era impellente (tuttavia in data 22 ottobre fu disposto che la razione del pane passasse dai 150 ai 200 grammi giornalieri. E in data 27 novembre il Ministro dell’Agricoltura dispose che tale aumento avesse vigore per tutta la durata della stagione invernale. In data 10 febbraio, poi, il Duce impartisce precise disposizioni per la campagna agricola), i rapporti spesso non facili con i tedeschi complicavano ulteriormente le cose…. A tutto questo, poi, cominciò ad aggiungersi il problema dei partigiani, con i primi assassinii di fascisti. Si trattava in prevalenza di giovani renitenti alla leva che si erano rifugiati in montagna, ma anche di vecchi antifascisti, specie comunisti, che intravedevano la possibilità di abbattere il Fascismo.


  Malgrado tutto ciò i trasporti continuarono a funzionare anche se fra mille difficoltà, le fabbriche continuarono il loro lavoro, le scuole riaprirono regolarmente, l’amministrazione pubblica faceva il proprio dovere, l’economia era governata con mano ferma (l’inflazione, ad esempio, era insignificante se paragonata con quella scatenatasi al sud, nelle terre occupate). Subito dopo l’8 settembre i tedeschi avevano introdotto i Marchi d’occupazione. Una delle prime preoccupazioni del Ministro delle finanze fu quella di farli ritirare. Ciò accadde il 25 ottobre 1943. Da quella data essi persero ogni valore legale. In data 1° dicembre venne costituito un Comitato Economico Italiano col compito di studiare le questioni economiche, con particolare riguardo all’economia di guerra. E in data 5 dicembre viene istituito un Comitato nazionale dei prezzi, con Carlo Fabrizi Commissario, alle dirette dipendenze del Duce.

 A riprova di come le cose abbiano sempre continuato a funzionare a dovere durante la R.S.I. sta la testimonianza davvero non sospetta del Maggiore americano Michael Noble del 15° Gruppo di armate alleato. Egli, inviato a Milano per riorganizzare l’uscita dei quotidiani, vi giunse il 27 aprile 1945 e rimase stupito per l’ordine e la normalità che vi regnavano. Lasciamo la parola a lui: “” …Per prima cosa restai sorpreso vedendo grandi palazzi pieni di una vita normale, i tram che funzionavano, i cinema e i teatri aperti regolarmente, gli uffici pubblici in piena attività, la gente che stava seduta ai caffè vestita decorosissimamente. Era uno spettacolo nuovo ed estremamente civile….”” (intervista rilasciata a Silvio Bertoldi e pubblicata nel libro “La guerra parallela” I Record Mondadori 1966 pag.174)

 Molto intensa fu l’azione di governo tesa a mantenere integro il potere di acquisto della moneta, a mantenere ad alti livelli la produzione agricola e industriale, a mantenere su buoni livelli il tenore di vita della popolazione. Si ricorse anche a misure drastiche come la requisizione delle fabbriche di alimentari, che furono gestite da commissioni sindacali. Il 29 dicembre 1944 trattorie e ristoranti furono trasformati in “mense di guerra”, dove si poteva mangiare anche con sole quattro lire. Funzionavano, inoltre, mense gratuite per gli indigenti, gestite dal P.F.R.

 E anche in tale situazione di assoluta emergenza (si pensi alle ingentissime spese militari, alle spese per mantenere in efficienza i servizi continuamente devastati dalle incursioni aeree…), il bilancio dello Stato chiudeva rigorosamente in pareggio. Nell’anno 1944 il Ministro delle Finanze Pellegrini Giampietro, con abilissime manovre finanziarie riuscì ad avere entrate per 379 miliardi e 11 milioni, contro un ammontare delle uscite di 360 miliardi. Si ebbe, cioè, un attivo di circa 20 miliardi.

Anche l’Opera Nazionale Balilla era risorta. In una relazione di Renato Ricci del 19 febbraio 1944 si dice che si sono “costituiti 66 centri provinciali, 2255 vecchi ufficiali rispondono alle chiamate; 50000 organizzati, 8740 ospiti nelle colonie; 300.000 refezioni scolastiche giornaliere”.

 Né furono dimenticati gli italiani internati in Germania che avevano rifiutato di aderire alla R.S.I. In data 11.10.1944 si apprende che la Croce Rossa Italiana assiste 520.000 connazionali in Germania.

Il 22 novembre 1943 il filosofo Giovanni Gentile viene nominato Presidente dell’Accademia d’Italia.

 Ma è soprattutto da rilevare l’impegno che fu subito posto nel delineare, fin dai primi giorni, il carattere e gli impegni del nuovo Stato.

Ciò fu fatto con la prima Assemblea Nazionale (o Congresso) del P.F.R. che si riunì a Verona in Castelvecchio il 14 novembre 1943. Ad esso parteciparono: 3 rappresentanti per ogni federazione (furono assenti Chieti, Grosseto, Macerata e Rieti), in gran parte elettivi, i delegati regionali, i capi delle organizzazioni sindacali, i membri del governo, i direttori dei giornali quotidiani e dei principali settimanali, i rappresentanti delle associazioni combattentistiche e degli Enti Morali della Nazione. Il Congresso fissò nei 18 punti di un Manifesto Programmatico quella che sarebbe stata la politica interna, estera e sociale della nuova Repubblica. Nacquero, così, i famosi “18 punti di Verona”. E la politica sociale fu quella che caratterizzò veramente la R.S.I. Il 30 giugno 1944 entra in vigore la legge sulla socializzazione che era stata approvata il 12 febbraio. Il 22 gennaio 1945 viene socializzata la FIAT, il 1 febbraio la Pirelli, la Morelli, la Snia Viscosa, la Marzotto, i Lanifici Rossi… E il 5 aprile 1945 la socializzazione viene estesa a tutte le aziende. (1)

 In data 15 gennaio 1945 era stato creato il Ministero del Lavoro, trasformando in Ministero il Commissariato Nazionale del Lavoro che funzionava fin dal 7 dicembre 1943. Il nuovo ministero assorbì anche la politica sociale che era di competenza del Ministero dell’Economia Corporativa, il quale, da allora, assunse la denominazione di Ministero per la Produzione Industriale. Il 22 dello stesso mese viene nominato Ministro del Lavoro l’operaio tipografo Giuseppe Spinelli, già Podestà di Milano.

 Il governo della RSI aveva sede sul lago di Garda, a Salò e dintorni. Mussolini aveva la sua sede a Gargnano nella Villa Orsoline, mentre la sua residenza era a Salò nella Villa Feltrinelli.

(1) A testimonianza di quanto era considerato importante, dai combattenti della R.S.I., questo aspetto – l’aspetto sociale – dell’ultimo Fascismo sta anche l’esperienza del C.I.S.E.S. (tentativo di dare vita ad aziende socializzate) realizzata dal 1972 al 1984 da un gruppo di reduci della R.S.I.

 

domenica 4 settembre 2022

8 settembre: la resa ed il tradimento bollano un popolo per sempre

 

8 settembre: la resa ed il tradimento bollano un popolo per sempre


 

di Redazione

“In qualunque altro Stato del mondo, quella parte della nostra storia patria sarebbe custodita nello scrigno dei valori più alti e preziosi che l’Italia abbia mai potuto vedere.” Queste le parole di un Veterano della Decima Mas che ancora oggi, a distanza di oltre dieci anni da quando le udì per la prima volta, mi rimbombano nelle orecchie. Perché sono vere, profondamente vere.

Quando interi Battaglioni di uomini sono pronti a combattere per una causa persa pur di tenere fede alla parola data e difendere la propria terra dagli invasori, sapendo che quella scelta li avrebbe condotti nella migliore delle ipotesi a morire, uno Stato normale farebbe di essi un modello comportamentale per le future generazioni.

In Italia, invece, accade l’opposto: lodi ed onori a coloro che hanno vissuto in modo parassitario sull’avanzamento degli Alleati lungo il nostro stivale, marcia preceduta dal tamburo dei bombardamenti aerei, o che hanno favorito la tragedia delle foibe, per non parlare del rifiorire della mafia nel sud Italia, debellata dal Prefetto Mori durante il Ventennio fascista e rientrata in Sicilia grazie all’avanzata americana. Gente, questa, che in tanta parte era pronta a svendere l’Italia, dopo averne trafitto l’onore e crivellato di colpi la meglio gioventù, ai sovietici.

Anche in un contesto di disarmo mentale come quello in cui stiamo vivendo, è giusto rimarcare le differenze e ribadire che la vigliaccheria sarà sempre un atteggiamento infimo.



Riportiamo le parole del Comandante Junio Valerio Borghese che meglio di tante altre congetture possono esprimere il sentimento di chi in quel momento, all’8 settembre del 1943, fece una scelta. Quella dell’onore.

“All’8 settembre, al comunicato di Badoglio, piansi. Piansi e non ho mai più pianto. E adesso, oggi, domani, potranno esserci i comunisti, potranno mandarmi in Siberia, potranno fucilare metà degli italiani, non piangerò più. Perché quello che c’era da soffrire per ciò che l’Italia avrebbe vissuto come suo avvenire, io l’ho sofferto allora. Quel giorno io ho visto il dramma che cominciava per questa nostra disgraziata nazione che non aveva più amici, non aveva più alleati, non aveva più l’onore ed era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa.

Così, l’esperienza per me più interessante e importante dal punto di vista politico, formativo e dell’esistenza è stata quella successiva all’8 settembre. Prima era piuttosto semplice. Si trattava di compiere il proprio dovere senza scelte personali. Non c’erano problemi. L’8 settembre ci ha messo di fronte a molti dilemmi, a esami di coscienza, alle responsabilità da prendersi verso noi stessi, verso le istituzioni alle quali appartenevamo, per me la Marina, e verso gli uomini che da noi dipendevano. Quindi, da quel momento, hanno cominciato a pesare fattori di ordine spirituale e politico. Tutto il periodo della RSI è stato particolarissimo anche per il tipo di umanità che è affluita sotto le armi in quella fase.

I volontari si spogliavano di ogni interesse terreno ed erano animati esclusivamente dall’impegno di conseguire un risultato puramente spirituale. Essi volevano mettere in luce lo spirito di combattività dell’italiano che non si rassegnava a un armistizio giudicato obbrobrioso, ma intendeva far vedere di saper morire combattendo contro il nemico.

Naturalmente, tra i volontari c’erano tutte le sfumature politiche. C’era il fascista fanatico, che pensava fosse suo dovere ritrovarsi dalla parte di Mussolini. C’era il giovane politicamente freddo, che però pensava di dover continuare a combattere accanto a degli alleati da un giorno all’altro traditi.

Anch’io, in quei giorni del settembre 1943, fui chiamato a una scelta. E decisi la mia scelta. No, non me ne sono mai pentito. Anzi,

 

 

quella scelta segna nella mia vita il punto culminante, del quale vado più fiero. E, nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. La partita che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni, ma mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale al quale nessuna altra strada avrebbe potuto portarmi.

In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà. La resa e il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo.”

 

                                                                                                                                                      

Segnala questo annuncioPrivacy