sabato 2 dicembre 2023

Due Stati in Palestina : da Biden a Bergoglio....

 

Due Stati in Palestina : da Biden a Bergoglio una sola presa per il ....

 !! Tale dovrebbe essere definita la posizione di tutti i capi di stato, di quelli religiosi, dei politici e pure dei militari che, in piena sintonia con i massimi rappresentanti di tutte le istituzioni internazionali (ONU in testa), ribadiscono (solo oggi, si badi bene) la necessità di porre fine al conflitto che, dal 1948, insanguina la Palestina dopo la (artificiale) creazione dello Stato di israele. Ovviamente con la sola eccezione dei governanti di Tel Aviv che, coerentemente con quanto messo in atto con le azioni terroristiche dell'Irgun prima e della Haganah dopo, sono assolutamente disinteressati alla questione fin dal giorno della nascita della "entità sionista". Come viene tuttora definita la "creatura" imposta dalle Nazioni Unite, a guida anglo-americana (con il si sovietico), da chi non gradì affatto quel colpo di mano.

Sorvoliamo sugli avvenimenti successivi, sulla conseguente pulizia etnica messa in atto dagli occupanti israeliani ai danni dei Palestinesi. Saltiamo anche il blitz "terroristico" di Hamas che ha colto di sorpresa Netanyahu ed i criminali che lo affiancano ed andiamo sul (inesistente) "concreto" che viene oggi sbandierato da tutti per trovare una "soluzione" : "due popoli, due stati". 
E qui casca l'asino .. nessuno specifica !!
O, meglio, nessuno ha il coraggio di chiarire "come" arrivare a questo traguardo, peraltro previsto dalle "risoluzioni vincolanti" delle Nazioni Unite, dalla n. 242 alle successive. 
Biden, Putin, Xi, Von der Lyen, Borrell, Abdullah, Bin Salman, Guterres, Bergoglio e via di seguito, fino ad arrivare allo inutile Guterres, ritengono questa la "strada maestra" ? 
Bene, potrebbe persino essere "recuperata".
Allora si propongano le uniche condizioni necessarie per arrivarci : si torni ai confini, netti e delineati dalla "linea verde" del 1967  con relativa, chiarissima indicazione di "dove stavano gli ebrei e dove i palestinesi". 
Si sgombrino tutte le decine di migliaia di coloni sionisti dalla Cisgiordania occupata, si permetta il ritorno a casa (e nei Territori) dei profughi palestinesi cacciati con la forza persino da Gerusalemme est e si "riequilibrino" nuovamente così le forze in campo. Senza nessuna autorizzazione concessa ad israele per poter intervenire, a proprio piacimento, contro lo Stato di Palestina. Magari, a tutela di entrambi, interponendo una consistente "forza di pace" ONU, formata da truppe miste occidentali, russe, cinesi, iraniane ed arabe. 
Questa l'unica soluzione possibile secondo la tesi prevalentemente sostenuta e supportata dai media di tutto il mondo. 
Peccato, però, che nessuno approfondisca !!
Per quale motivo ? Offenderei la intelligenza di quanti leggono se appena osassi offrire un minimo indizio😎😎

Grazie per l'attenzione 
Vincenzo Mannello 

  • https://apis.mail.yahoo.com

venerdì 17 novembre 2023

Rosa Dainelli, l’agente segreto

 

Rosa Dainelli, l’agente segreto di Cuveglio che, durante la Seconda Guerra Mondiale, fece impazzire gli inglesi in Africa Orientale. (*)

Rosa Dainelli.

Rosa Costanza Dainelli, nata a Cuveglio in Valle il 02 maggio 1901 ha una storia che vale la pena raccontare.Una storia da romanzo rimasta nell’ombra forse perché non era opportuno parlare di elementi legati al SIM, ovvero il Servizio di Informazione Militare del periodo fascista, anche se il suo operato, dettato dalle circostanze belliche, fu rivolto esclusivamente contro l’esercito inglese durante il II conflitto mondiale in Etiopia. Ma partiamo dall’inizio: nata a Cuveglio in Valle il 2 maggio 1901, allevata con una educazione severa e nel culto del dovere, riuscì a studiare e laurearsi in medicina. Nel 1937, per un certo periodo, trovò impegno a Varese negli uffici di Assistenza Sociale, un lavoro non certo di grande profitto e così, nel novembre del 1938, prese la decisione coraggiosa di emigrare in Etiopia da poco conquistata, attratta come molti altri dal miraggio di una vita più fortunata.

Rosa Dainelli in età matura.

Dopo un breve soggiorno ad Asmara, si trasferì ad Addis Abeba. Non passò molto che si scatenò la guerra. In Africa Orientale la resistenza italiana fu assai debole; già nell’aprile 1941 Addis Abeba cadde in mano inglese e il 17 maggio ci fu la resa di Amedeo d’Aosta. Non tutti gli italiani accettarono la sconfitta, parecchi tra militari e civili, sperando in una controffensiva italo-tedesca in Egitto, diedero vita a un movimento di resistenza contro gli inglesi organizzato attorno ad agenti del SIM. Anche Rosa fu tra quelli che non vollero arrendersi. Ad Addis Abeba vivevano 40.000 civili italiani oltre a un numero imprecisato di militari allo sbando e così decise di lasciare il lavoro e di rendersi utile entrando come infermiera volontaria nell’ospedale militare Regina Elena della città ad assistere feriti e malati sempre più numerosi e disperati in quella situazione di confusione che si era venuta a formare. Nelle sue carte si trova una relazione del suo operato a favore dei numerosi italiani, militari e civili. Rosa aprì anche un ambulatorio a casa sua, modesto, ma che dava soccorso a molti indigeni che versavano in misere condizioni, afflitti da piaghe, ulcere e gonfiori. Durante un viaggio nella regione Galla aveva anche riscattato uno schiavo, Woldemariam, figlio di schiavi. In quei mesi Rosa collaborò col Comitato di assistenza sorto ad Addis Abeba. Dinamica e risoluta, trattò più volte con i comandi inglesi e riuscendo spesso ad ottenere revoche o modifiche a dure disposizioni che gravavano sulla provata popolazione italiana. Era però in contatto anche con elementi della resistenza; aveva aderito infatti ai Gruppi Segreti d’Azione.

Una colonna motorizzata italiana in Etiopia.

Quell’attività di resistenza la portò ad azioni pericolose di sabotaggio una delle quali, particolarmente rischiosa, è rimasta nella storia. Fu una missione voluta dal Vice Re, Amedeo d’Aosta che culminò la sera del 16 settembre 1941, quando un boato cupo scosse la città intera: fu distrutto il Deposito d’Artiglieria, si trattava di due milioni di cartucce Fiocchi, preda bellica che gli inglesi pensavano di usare per i loro mitragliatori . Dopo il sabotaggio al deposito d’armi, Rosa e il fratello, già nel mirino dell’Intelligence, non poterono sfuggire all’arresto da parte degli Inglesi, il 7 novembre 1941. Rinchiusa nelle prigioni di Acaki, per cinque giorni fu sottoposta a torture fisiche delle quali ne porterà le ‘stigmate’ tutta la vita. Fu l’unica donna italiana ad essere torturata in Africa. Non cedette. Subì quindi due mesi di segregazione e altri sei di cella. Le torture e la dura detenzione ne minarono gravemente la salute tanto che gli inglesi decisero di trasferirla in isolamento nel campo di concentramento di Dire Daua da dove, sette mesi dopo, nell’estate del 1943, un poco ristabilita, fu rimpatriata su una nave bianca e ricoverata a Firenze. Quando si riprese ritornò al suo paese. Le navi bianche erano quattro piroscafi (Saturnia, Vulcania, Duilio e Giulio Cesare) dipinti di bianco con grandi croci rosse che furono adibite dal governo italiano a riportare dall’Africa Orientale donne, bambini e soldati feriti.

La motonave ‘Saturnia’.

Con una dozzina di viaggi rimpatriarono 50.000 persone che, per vari motivi, vennero accolte freddamente dalle istituzioni e con avversione dalla popolazione. Anche Rosa trovò un clima ostile che peggiorò dopo l’8 settembre. Non aderì al nuovo regime di Salò, ma rimase sgradita alla Resistenza e visse un periodo veramente difficile. Al momento della Liberazione, fu presa e incarcerata nella caserma dei carabinieri di Cuvio. Gli indizi contro di lei però non erano tali da inviarla in campo d’internamento e così fu liberata con il consiglio di allontanarsi. Avvilita attraversò clandestinamente il Tresa ed espatriò in Svizzera. Il suo carattere indomito non la fece perdere d’animo. trovò lavoro a Ginevra nelle Nazioni Unite, addetta al Bureau International de Travail (Ufficio Internazionale del Lavoro). Si dimostrò capace ed efficiente tanto da scalare le gerarchie e diventare funzionaria. Così come aveva fatto in Etiopia, anche in Svizzera la sua indole la portò a prestare soccorsi a molti italiani emigrati, povera gente bisognosa di aiuti materiali e assistenza burocratica, trovando a moltissimi di loro una sistemazione e un lavoro. Nel 1951 il sottosegretario al ministero dell’Africa Orientale Italiana (che cesserà solo nel 1953), gli chiese una relazione sulla sua attività ad Addis Abeba. Si voleva in qualche modo chiarire e liquidare quell’oscuro periodo storico. La compilò, ma andò incontro a una serie di difficoltà e scetticismi da parte di burocrati e militari probabilmente ognuno a salvaguardia del proprio particolare. Tutto ciò non le impedì di ricevere la decorazione al valore militare. Alta, appariscente, elegante, le sue origini non le impedivano di ben figurare nel mondo delle persone che contano e seguirne l’etichetta. Ebbe rapporti con importanti personaggi tra i quali Maria Josè, l’ex regina in esilio a Ginevra, dalla quale tutti gli anni riceveva l’invito a bere il tè nel castello di Merlinge, dove viveva separata dal Re Umberto II. In età avanzata sposò Mathias Giuseppe Martegani, benestante svizzero, di origine italiana, figlio dell’ex vicesindaco di Ginevra. Poco dopo i settant’anni una subdola infezione alle gambe si propagò al corpo portandola alla morte. Era il 17 marzo ’73. Volle essere sepolta al cimitero di Cuveglio, dove ancora riposa.

(*) Fonte: http://curiosonevarese.blogspot.com

L’Africa Orientale Italiana in una illustrazione dell’Istituto Geografico Militare di Firenze del 1936.
La campagna d’Africa Orientale, 1940-1941.

lunedì 23 ottobre 2023

DELENDA CARTAGO

 OLTRE DUEMILA anni fa Roma correva il più grave dei pericoli della sua storia millenaria, premuta dalla potenza degli eserciti Cartaginesi di Annibale che, terminata la conquista della Spagna al di qua dell’Ebro, sfidavano l’Urbe assediando appunto la città di Sagunto, alleata dei Romani, al senato di Roma si discuteva se intervenire o no in aiuto dell’alleata cinta d’assedio.

La discussione si stava protraendo all’infinito sui pro e sui contro, tra decisionisti e prudenti, quando intervenne un senatore (Publio Cornelio Scipione..?) che disse appunto: “..mentre il senato discute, Sagunto brucia!..” riuscendo così a spostare l’attenzione del senato, dalla discussione teorica alla pragmaticità delle decisioni operative.

Iniziava così la seconda guerra Punica che vide alla fine la sconfitta e l’esilio di Annibale e fu il preambolo della distruzione della stessa Cartagine nella terza guerra Punica da cui iniziò il definitivo decollo di Roma, ormai senza più nemici importanti, come potenza imperiale e padrona del mondo al quale portò le sue Leggi, le sue tradizioni, la sua Civiltà.

Mutando le situazioni, stiamo vivendo oggi, in Europa e nel mondo, una condizione analoga perché la nostra civiltà, le nostre tradizioni, i nostri millenari valori spirituali sono alla mercé del liberalcapitalismo e della socialdemocrazia ed a nessuno dei due interessa né promuoverli, né salvarli perché la loro unità di misura è solo il denaro e quanto ne discende, in un contesto generale di materialismo becero ed abbrutente.

Noi dell’area Nazionalpopolare, o meglio i nostri ideali ed il nostro progetto politico, siamo l’antitossina per guarire questa mortale malattia della nostra civiltà, per riportare i nostri popoli a “volare alto”, per ripristinare la priorità dell’Uomo sul denaro e ristabilire il controllo della politica sull’economia.

Il materialismo dei nani di Zurigo e di Wall Street e quello dei discendenti del marxismo internazionale sono la nostra Cartagine che deve essere distrutta e sulle cui ceneri si dovrà spargere il sale per renderla eternamente sterile!

Appunto: “Delenda Cartago”.

E’ vero, siamo in pochi, ma siamo coscienti sia della realtà che ci circonda che della potenzialità innovativa della nostra proposta politica che può contare sulla conquista di quei vasti strati di opinione pubblica che formano, per ora, il partito dello scontento, della sfiducia e del non voto e che raggiungono ormai in Italia più di un terzo della popolazione totale..!

Occorre però fare un primo indispensabile passo, senza il quale tutto sarà inutile e destinato al fallimento, occorre operare per la riunificazione dell’area nazionalpopolare!

Senza passare per questa fase, non saremo credibili né all’interno, né all’esterno del nostro movimento e pertanto qualsiasi azione politica risulterà inutile ed inefficace.

Per questo dobbiamo piantarla di discutere in eterne assemblee, comitati, tavole rotonde e collegi, ma dobbiamo, è imperativo, passare all’azione costruendo dalla base un’unità, che potrà essere federativa, consociativa o comunque si voglia, purché sia UNITA’ di persone, di idee e di azione politica.

Anche per noi è venuta l’ora di dire, come nel senato dell’antica Roma, : ”..mentre il senato discute, Sagunto brucia!..”

E’ giunto il momento di vedere il “bluff” di quei camerati (ma lo sono veramente??) che antepongono i loro protagonismi e le loro misere ambizioni di pennacchi e medaglie agli interessi dell’ideale!

E’ giunto il momento di avere il coraggio di giocarci il nostro futuro e la nostra stessa esistenza politica cercando così di forzare la mano agli eterni indecisi, ai “sor tentenna” in camicia nera, ai pantofolai ed ai rivoluzionari da salotto e da “bar dello sport”!

Se non ci riusciremo, vorrà dire che come realtà politica, credevamo solamente di esistere, ma in pratica siamo morti e sepolti senza saperlo…..ed allora.. De profundis..!!

Alessandro Mezzano


martedì 3 ottobre 2023

PAGLIACCI LUGUBRI E SANGUINARI

  PAGLIACCI LUGUBRI E SANGUINARI

di Fabio Calabrese

   
 
Dal 1991, dal crollo dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti sono rimasti l’unica superpotenza esistente su questo pianeta, non solo, ma è evidente che gli Stati Uniti da allora stanno cercando di espandere il loro dominio a livello mondiale, imponendo dappertutto una democrazia che non è in realtà altro che una forma mascherata di colonialismo.
Io credo sia essenziale capire in che mani sia questo sfortunato pianeta e l’altrettanto sfortunata umanità che lo popola, chi sono questi yankee prossimi a essere i padroni di questo mondo , e che in ogni caso si comportano come se lo fossero, mentre l’Italia e l’Europa sconfitte nella seconda guerra mondiale si trovano da settant’anni a vivere in quello che di fatto è un regime di soggezione coloniale.
Al riguardo, devo essere onesto, i contatti che ho avuto con persone statunitensi sono stati sporadici, anche se di loro mi hanno sempre colpito il cattivo gusto e l’invadenza (chissà se la tendenza che dimostra la loro politica estera a invadere le altre nazioni non sia collegata più di quanto non sembrerebbe a prima vista alla loro invadenza caratteriale), ma indipendentemente da ciò, una via per comprendere chi sono veramente costoro ci viene proprio dal fatto che noi oggi subiamo un’invasione mediatica di film e di serial televisivi di produzione americana che a un esame appena un po’ attento si rivelano estremamente istruttivi nel farci capire quale sia la loro mentalità.
Al riguardo occorre rilevare innanzi tutto che i media hanno una funzione sia speculare sia normativa nel senso che da un lato riflettono e rivelano quale sia la mentalità che soggiace alla loro creazione, dall’altro rappresentano dei modelli che influenzano il comportamento delle persone, tanto più che, in presenza di una scuola sempre meno capace di trasmettere conoscenze e di famiglie sempre più evanescenti, labili, disintegrate, provvisorie, essi sono diventati e diventano sempre più di fatto l’unica “agenzia educativa” (o diseducativa). Stiamo attenti che questa è storia americana ma finisce per valere sempre più anche per noi che siamo sottoposti alla loro massiccia influenza mediatica, e soprattutto i più giovani, che hanno personalità meno strutturate, sono sensibili (ma sarebbe meglio dire vulnerabili) a questa influenza, e si consideri anche il fatto che pure da noi sia l’istituzione scolastica sia le famiglie mostrano tutti i segni di un inarrestabile declino, un declino di cui ritengo, la deleteria influenza che ci arriva d’oltre Atlantico ha non poche responsabilità.
Basandomi su di un esame del comportamento dei personaggi mediatici dei serial televisivi, qualche tempo fa avevo redatto un articolo, “Lugubri pagliacci”, che è stato pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa. “Pagliacci” perché da questi esempi si rileva un comportamento clownesco: grottesco, infantile, esagerato, spesso e volentieri sopra le righe. L’uomo americano, a giudicare dalla sua auto-presentazione mediatica si rivela fatuo e irresponsabile, incapace di concepire il fatto che il mondo continuerà a esistere anche la settimana prossima, tendente a delegare tutte le responsabilità alla donna che è la figura dominante e la vera capofamiglia. “Lugubri”, perché l’idea che a questi fanciulloni mai cresciuti altro che negli appetiti sessuali sia, per un seguito di circostanze storiche davvero sfortunate, sostanzialmente capitato in mano il destino del mondo, è una cosa che non si può considerare senza preoccupazione. Il paragone che viene istintivo è con “It”, il mostruoso alieno inventato da Stephen King che dietro una maschera da clown cela il suo vero aspetto di raccapricciante entità simile a un ragno.
Dagli amici di “Ereticamente” ho avuto un invito ad approfondire questa tematica (e intanto vi segnalo che l’articolo, che pare abbia riscontrato un notevole interesse è stato anche ripubblicato sul sito della FNCRSI). Un invito al quale era difficile sottrarsi, visto che di aspetti da approfondire ve ne sarebbero parecchi.
Un aspetto al quale sarebbe importante almeno accennare, è quello dell’attacco alla concezione tradizionale (ma sarebbe meglio dire NATURALE, perché è inutile girarci attorno con una “political correctness” bugiarda) della famiglia e l’esaltazione dell’anormalità sessuale a tutti i livelli.
Che nei serial di cui sopra gli omosessuali siano praticamente le uniche figure di maschi presentate come positive, è una cosa quasi scontata, tra l’altro con un’enorme dose di falsificazione rispetto alla realtà, perché le coppie gay sono sempre presentate come molto affettuose e stabili, mentre sappiamo che è tipico di queste persone cambiare partner con estrema disinvoltura, e proprio questo è stato all’origine, grosso modo nel periodo fra il 1990 e il 2000 della grossa diffusione dell’epidemia di AIDS fra gli omosessuali americani.
Non c’è di mezzo solo l’omosessualità: che dire di un programma come “Little Miss America” che presenta bambine impuberi vestite e truccate come donne adulte in pose più o meno seduttive; cos’è se non uno scoperto invito alla pedofilia? E quale lezione di vita si impartisce a queste bambine e alle loro coetanee se non che solo l’aspetto esteriore è importante per farsi strada nella vita, che è importante trasformarsi precocemente in un ingranaggio della macchina consumistica?
Non parliamo di quell’altra esaltazione dell’anormalità sessuale che è “American Next Drag Queen”, dove sono giovanotti discinti in tanga e paillettes a esibire seni e natiche frutto di sapienti interventi chirurgici e trattamenti ormonali in contrasto con quelli che sarebbero dovuti essere i loro naturali attributi.
Tuttavia, questi casi che ho citato nell’articolo precedente non sono ancora il peggio. Ultimamente, una mia corrispondente mi ha citato una pratica che negli ultimi tempi sembra sia diventata alquanto diffusa negli Stati Uniti, di donne bisessuali che dopo aver divorziato dal marito e ottenuto l’affidamento dei figli, nonché essere andate a vivere con una compagna ed essersi scoperte del tutto lesbiche, hanno fatto operare i loro figli maschi per fargli cambiare sesso. Vi rendete conto di quale violenza questo significa su quelle povere creature che ne avranno verosimilmente la vita rovinata?
Rendetevi conto di una cosa: i modi di fare statunitensi condizionano sempre più anche noi, e ponetevi l’interrogativo in tutta sincerità: E’ QUESTO il mondo nel quale volete vivere?
Questo articolo, nella forma in cui l’avevo pensato inizialmente, doveva intitolarsi “Americanate”. Per americanata s’intende (o s’intendeva) qualcosa di pagliaccesco e smargiasso, tipicamente frutto del cattivo gusto e della sicumera di coloro che si ritengono i padroni del pianeta e sono convinti che tutti gli altri non desiderino altro che imitare il loro modo di vita. Ora, fateci caso: oggi il temine è praticamente caduto in desuetudine; perché americanate non se ne fanno più, o al contrario perché anche noi ci stiamo sempre più americanizzando e non riusciamo più a cogliere la perversità di certi comportamenti che finiscono per apparirci naturali?
Tuttavia, dopo la strage di Newtown, ennesima esplosione di violenza tragica e futile, è appunto sulla violenza che ho deciso di spostare “il taglio” dell’articolo. Questi yankee non sono solo “Lugubri pagliacci”, sono appunto “Pagliacci lugubri e sanguinari”.
Quello che colpisce in questo episodio che è solo l’ennesimo di una lunga serie, non è che l’autore materiale dell’assurda strage sia stato un ragazzo autistico con gravi turbe mentali, ma il fatto che la madre che il ragazzo ha ucciso prima di recarsi alla scuola dove questa lavorava e perpetrare il massacro, sebbene fosse un’insegnante, quindi si suppone una persona non del tutto sprovveduta nei rapporti con i più giovani, non si fosse minimamente preoccupata di lasciar circolare per casa come se niente fosse due armi da guerra, pur sapendo di avere un figlio mentalmente disturbato che con ogni probabilità aveva già manifestato comportamenti aggressivi. E gli M 16, viene da chiedersi, facevano per caso parte della sua didattica?
Cosa dire poi del fatto che è bastato l’annuncio della Casa Bianca di imporre restrizioni legislative alla circolazione di armi negli Stati Uniti per far scattare una corsa all’accaparramento prima che le nuove normative possano entrare in vigore (e non è detto che succederà, perché la lobby dei produttori di armi è pronta a dare battaglia – è il caso di dirlo – armata fino ai denti). Come dire, non importa se il frigo è vuoto, l’importante è che l’armeria sia ben fornita, e se si ha fame, ci si può sempre consolare sparando ai vicini. 
Io credo che non sia possibile, tenendosi alle dimensioni di un articolo, fare un’analisi della violenza che è il tratto fondamentale della società americana – basta pensare che essa è basata su uno dei più spaventosi genocidi della storia, il massacro di qualcosa come da cinque a sette milioni di nativi americani (i cosiddetti pellirosse)  – un genocidio che ha avuto un’amplissima partecipazione popolare e ancora oggi viene sentito come un’epopea invece dell’orrore che obiettivamente è, si potrebbe ricordare il comportamento davvero infame tenuto dai militari americani durante la seconda guerra mondiale, le fucilazioni di prigionieri dopo che si erano arresi, i massacri dei civili, lo stupro delle donne dei vinti. Certo, l’Armata Rossa ad esempio ha fatto le stesse cose su scala maggiore, ma i Russi erano aizzati dai commissari politici, gli yankee no, “di suo” il russo è molto meno violento dell’americano, fino ad arrivare alle sevizie ai prigionieri nei carceri di Abu Ghraib e Guantanamo, che è storia recente, di oggi, ma per tutto ciò occorrerebbero quanto meno le dimensioni di un libro se non di un’enciclopedia.
Un tratto caratteristico della mentalità americana è la capacità di travestire la violenza da moralismo, l’aveva fatto rilevare bene Massimo Cacciari in quella famosa intervista rilasciata a Maurizio Blondet che ho citato più volte:
“I Pellerossa erano radicati nel loro ethos, e l’americano vedeva nel loro ethos un sistema di non-libertà. Lo sterminio delle società sacrali, degli ethoi tradizionali, è prescritto dal liberalismo per il “bene” stesso dell’uomo”… Per sradicare il Giappone dal proprio sacro nomos, non ci volle nulla di meno che l’olocausto nucleare. Migliaia di tonnellate di bombe furono [sganciate sulle città europee durante la seconda guerra mondiale]. E il Vietnam, la guerra del Golfo, l’intervento “umanitario” in Somalia nel e in Jugoslavia nel 1999” (1).
Sarà meglio perciò restringere l’argomento attenendoci al rapporto tra violenza e mass-media, sapendo però che anche in questo caso non ci muoviamo su di un terreno vergine. I media, ci sono svariati studi psicologici e sociologici in merito, abituano a un rapporto fittizio con la realtà, ma prima ancora concorrono alla de-strutturazione della personalità, soprattutto dei più giovani. Innanzi tutto abituano a percepire le cose in modo epidermico, un susseguirsi di immagini, di rappresentazioni che si susseguono incessantemente disabituando alla riflessione, sostituita da una fruizione momentanea per passare subito a qualcosa d’altro: ragazzi che hanno assorbito la droga mediatica in dosi massicce non sono più neppure capaci di concentrarsi, di svolgere attività che richiedano un minimo di impegno intellettivo come lo studio scolastico o la lettura di un libro, si perde la capacità di considerare criticamente quanto viene proposto: ciò che “si vede” è “vero” per definizione.
La rappresentazione mediatica si sostituisce alla percezione del reale. Consumatori di “prodotti” televisivi a forti dosi tendono ad esempio a sovrastimare il numero di appartenenti alla classe alta che esistono in un qualsiasi contesto sociale, e sopravvalutano la minaccia di aggressioni fisiche, in chiara connessione sia con le ambientazioni “high class” delle soap opera, sia con la violenza che abbonda nei film e serial “d’azione”. Questo però è ancora il minimo.
In un bell’articolo dedicato al rapporto tra violenza e media, “Manipolare l’esistenza senza farsene accorgere”, la psicologa Antonella Randazzo riporta questa citazione del “Saggio sulla violenza” del sociologo Wolfgang Sofsky:
“La violenza dello schermo attrae e al contempo è assai dannosa: Nonostante il disgusto e l’avversione, lo spettatore viene catturato dalle passioni suscitate dalla violenza, che conquistano i sensi, l’udito, la vista, l’anima… Basta un solo attimo e le sue resistenze interiori crollano. La vista del sangue scatena eccitazione, estasi, entusiasmo, il desiderio di altro sangue. Lo spettatore diventa schiavo della crudeltà…è la violenza stessa che lo spettatore. Essa agisce come un veleno”. (2-3).
Serial televisivi e anche i videogiochi, questi ultimi specificamente destinati a un pubblico di minori, insegnano comportamenti violenti come l’unico modo di relazionarsi, disegnano un mondo in cui tutto è risolto con la forza bruta, non esistono mediazioni e compromessi. In più, LE CONSEGUENZE DELLA VIOLENZA NON SI VEDONO. Quello che la rappresentazione mediatica nasconde, è il sangue, il dolore, la sofferenza che l’atto violento infligge a coloro che ne sono vittime.
Per fare un esempio, riferendosi a quella mecca della droga mediatica che è Hollywood,  il kolossal bellico di Steven Spielberg “Salvate il soldato Ryan” è stato oggetto di dure critiche non per il suo messaggio buonista e falsamente umanitario nel classico stile hollywoodiano, ma per il fatto di aver presentato le ferite, le mutilazioni, i cadaveri dilaniati in conseguenza dei combattimenti in maniera realistica invece che nella solita maniera stilizzata e anestetizzata: LA GENTE NON DEVE ESSERE TROPPO CONSAPEVOLE CHE FERIRE E UCCIDERE FA MALE. Per il sistema mediatico occorre che si rimanga al livello del videogioco, dove l’avversario sconfitto cessa semplicemente di esistere o è pronto a ricomparire al livello successivo. Dobbiamo forse stupirci che mentalità infantili in cui è stata inculcata una visione distorta della realtà imbraccino una carabina mettendosi a sparare sui passanti per attirare l’attenzione quando si è fatto di tutto per impedire loro la percezione della gravità di un atto simile?
I mezzi cinematografico  e televisivo sono basati su una fondamentale asimmetria fra emittente e riceventi: “messaggi” elaborati da un numero ristretto di persone possono raggiungere una dimensione planetaria; internet è diversa: il numero degli emittenti è anch’esso tendenzialmente infinito. Di per sé, questo sarebbe un fenomeno positivo, ma quando, grazie alla connessione internet-cellulari (i-pad, smartphone e chi più ne ha più ne metta), la comunicazione diventa una rete planetaria che si sovrappone punto per punto e in tempo reale al mondo concreto, il rischio è quello che SE NON SEI NELLA RETE; NON ESISTI. Da qui tutta una serie di atteggiamenti assurdi come quello di persone che si filmano mentre compiono un reato e mettono il filmato in rete. Il quarto d’ora o il minuto di notorietà mediatico serve a giustificare e certificare retrospettivamente l’intera esistenza dell’individuo, e quale modo migliore di ottenere l’attenzione dei media se non quello di scendere in strada armato e mettersi a sparare sui disgraziati che capitano a tiro. Alla base di tanti episodi di violenza brutale come quello di Newtown, non si trovano motivazioni meno futili di quelle di attirare l’attenzione dei media, da parte di personalità infantili, s’intende, che non hanno mai acquisito il concetto che la vita umana possa avere un valore qualsiasi.
A tutto ciò va aggiunto ancora un altro elemento, l’arroganza di coloro che si considerano i padroni del mondo per investitura divina, e si ritengono dei superuomini al di sopra della restante volgare umanità.
Che la NATO, la SEATO, l’Organizzazione degli Stati Americani si presentino formalmente come alleanze fra pari, mentre sono puramente e semplicemente strumenti del dominio americano, non dovrebbe ingannare, e credo che in effetti non inganni nessuno.
Se volessimo avere una riprova del fatto che il rapporto che abbiamo con gli USA non è affatto quello di un’alleanza ma un rapporto di vassallaggio e di dominio, sarebbe fin troppo facile trovarla vedendo le vicende giudiziarie che in tempi più o meno recenti hanno coinvolto cittadini italiani e statunitensi. Sebbene esistano trattati di estradizione e riconoscimenti di giurisdizione che sono – ovviamente – pezzi di carta, non è stato possibile per la giustizia italiana avere i due piloti che – ubriachi fradici mentre erano intenti a fare pazzesche evoluzioni – tranciarono con il loro aereo i cavi della teleferica del Cermis uccidendo decine di persone, né il G-man dal grilletto facile che ha ucciso il funzionario Nicola Calipari, ma forse la vicenda più grottesca è stata quella di Amanda Knox, la giovane assassina yankee che a Perugia si è resa responsabile della morte della compagna di stanza inglese Meredith Kercher. Dopo un processo di primo grado in cui lei e il suo amichetto Raffaele Sollecito furono condannati, così come è stato condannato con sentenza definitiva l’altro bell’amico, l’ivoriano Rudy Guede che ha fatto l’errore di ricorrere al rito abbreviato, negli USA si è scatenata un’enorme pressione mediatica, si è mobilitato il Segretario di Stato Hilary Clinton (Segretario di Stato per diritto dinastico in quanto moglie di un ex presidente, ma ora tralasciamo) per arrivare a un appello-farsa dove la corte ha dovuto assolvere la giovane killer, perché i reperti di prova a carico erano – ma guarda un po’ – deteriorati e inservibili. Scarcerata, la giovane delinquente è stata accolta negli USA come un’eroina, una Giovanna D’Arco miracolosamente sfuggita al rogo.
La verità pura e semplice, che si cerca inutilmente di nascondere col dito, è che A SERVI QUALI CI CONSIDERANO; QUALI DI FATTO SIAMO, non è concesso processare i padroni. Siete filo-americani? Allora, procuratevi il collare e il guinzaglio, perché ai cani piace avere padroni, agli uomini no.
Questa supponenza, questa convinzione di essere dei superuomini che devono agire come protagonisti dei film con John Wayne, ha effetti anche sul piano interno, e alquanto grotteschi.  
Nel 2011, in occasione del decennale dell’attentato dell’11 settembre, si è ovviamente riparlato di questo evento criminoso che presenta ancora oggi parecchi lati oscuri, al punto da rendere credibile che non si sia trattato di un atto terroristico ma di un’operazione di “false flag” per spingere l’opinione pubblica americana e mondiale in una certa direzione. Ora però non ci occuperemo di questo aspetto della questione. Una delle “icone”dell’11 settembre è rappresentata da “The falling Man”, “l’uomo che cade”, l’istantanea di una delle molte persone che si gettarono (o caddero, ma è meno verosimile) dalle torri del World Trade Center per non essere avvolte dalle fiamme. In concreto, è impossibile identificare di chi si tratti; ciò nonostante, le famiglie di almeno due persone sospettate sebbene con scarsissimo fondamento di essere  “The falling Man” sono state vittime di anni di persecuzioni, boicottaggi, tormenti di vario genere almeno fino a quando non sono riuscite a cambiare città, vita e cognome.
Per quale motivo? Teniamo presente che “l’uomo che cade” ha avuto la sfortuna di essere stato fotografato e di diventare un simbolo, ma molti altri hanno fatto la stessa cosa. Quali possono essere poi le responsabilità dei suoi familiari, e ancora di più delle famiglie degli uomini la cui identificazione con “The falling Man” è tutt’altro che certa? Quale è la colpa di quest’uomo? Quella di aver fatto ciò che probabilmente chiunque altro avrebbe fatto al suo posto: quello di aver preferito una fine rapida e relativamente indolore con un salto nel vuoto a una morte atroce, lunga, dolorosissima tra le fiamme, ma così facendo ha probabilmente abbreviato la sua vita di alcuni minuti, tecnicamente ha commesso un suicidio, gettando un’ombra sull’immagine mitica dell’americano come superuomo indistruttibile.
L’incredibile vicenda di “The falling Man” e soprattutto delle famiglie degli uomini sospettati di esserlo, non è la sola del medesimo genere. Penso che tutti noi ci ricordiamo di Rambo. Prima di diventare nelle successive pellicole della serie l’ennesima versione del classico supereroe americano tutto forza muscolare e patriottismo monolitico, nella prima pellicola, John Rambo è un reduce del Vietnam (profondamente frustrato, come si scopre alla fine della narrazione) che dopo essere stato maltrattato fino alla persecuzione dagli abitanti di una cittadina, decide di sfogare contro di loro le tecniche di guerriglia apprese nel conflitto indocinese.
La pellicola, e questa è la cosa importante, prendeva le mosse da un fatto assolutamente reale e da una serie di episodi concreti: l’ostilità e le persecuzioni di cui sono stati spesso oggetto i reduci del Vietnam una volta tornati in patria. Quale ne è il motivo? Che i reduci di una sconfitta non godano della stessa simpatia di coloro che ritornano da una guerra vittoriosa, questo è comprensibile, ma perché tanta ostilità?
La ragione è semplice: perché costoro sono stati e sono le testimonianze viventi del crollo del mito dell’invincibilità americana, così come la colpa di “The falling Man” è stata ,di essersi dimostrato alla prova dei fatti un uomo di carne e sangue e non un monolitico e algido eroe.
Vi sono altri fronti sui quali gli Stati Uniti sono costretti a mantenere una presenza costosa di mezzi e vite umane, oggi più discreta che nell’era Bush, ma da cui sanno che se si ritirassero in maniera sostanziale e reale, questi si trasformerebbero in nuovi Vietnam, perché gli islamici riprenderebbero il potere appena l’ultimo marine si fosse allontanato. L’Irak e l’Afghanistan.
I piedi d’argilla del colosso americano cominciano a mostrare le prime crepe.
 
                                                                                                                               

sabato 16 settembre 2023

NOI E LORO. UNA PICCOLA DIFFERENZA CHIAMATA ONORE

 NOI E LORO. UNA PICCOLA DIFFERENZA CHIAMATA ONORE


Nino Arena
 
 
La faziosità è dura a morire; la menzogna, soprattutto se finalizzata a radicalizzare un fatto arbitrario ha radici profonde; l’invito ai chiarimenti, se presuppone la fine del teorema illegalmente costruito per convalidare la falsità, viene di norma respinto. Poi tutto torna nel dimenticatoio ed ognuno si tiene le sue convinzioni cullandosi nell’ipocrisia e nella malafede. Talvolta, allorché vengono a mancare le motivazioni per controbattere accuse e invenzioni, si fa strada timidamente la loro "verità’’ riportata pedissequamente nelle occasioni, populiste e demagogiche, non di rado sui libri di testo, quasi sempre reperibile nella bibliografia resistenziale di comodo stampata dai grandi circuiti editoriali, nella speranza che "il luogo comune’’ si trasformi in "verità’’ storica: il gioco è fatto! Dovranno sopravvenire dirompenti eventi esterni, come accadde col muro di Berlino, per smantellare l’architrave della menzogna, meglio se originati al di fuori dell’Italia, in quanto ritenuti più credibili, attendibili, affidabili.
Molti anni or sono ho dovuto lottare contro un clan di pseudo storici (di parte) che, in contrasto col responso di una apposita commissione governativa, rifiutavano di accettarne le decisioni per malafede (leggasi: in contrasto con la loro ideologia). Si trattava del bluff sui fatti di Leopoli, di cui lo scrivente - per primo e con mesi di anticipo sulle conclusioni della commissione - denunciava il falso organizzato dal PCUS con la complicità di un giornalista comunista polacco.
Ogni tanto qualcuno si sente in diritto di emanare sentenze, forte, a suo parere, di trovarsi dalla parte "vincente’’; una ridicola convinzione poiché è risaputo che l’Italia ha perduto la 2ª guerra mondiale, che non ci sono stati vincitori e quelli che ritengono di essere tali sono soltanto poveri illusi, vissuti da sempre nella loro persuasione, nel loro sogno donchisciottesco ben al di fuori della realtà.
Una frase recentemente pronunciata da un personaggio di questo effimero clan di Soloni, ci ha colpito particolarmente: "... l’accostamento con la RSI non sarà gradito da noi veterani delle FF.AA. regolari (badogliani, tanto per precisare chi sono); una sottile distinzione per prendere le distanze dai partigiani, e precisava ancora: "Nel dopoguerra le faccende non si sono per niente chiarite, tant’è vero che i reduci della RSI ostentano ancora nelle celebrazioni la scritta Per l’Onore d’Italia. Una strana pretesa da parte del badogliano, che pensa di dettare condizioni e stabilire regole di comportamento, quasi che i reduci della RSI dovessero vergognarsi di tale "ostentazione’’.
Noi siamo di parere contrario, poiché gli atti compiuti da coloro che militarono al sud non sono sempre motivo edificante di ammirazione e ostentazione. Molti avvenimenti non possono essere accettati come atti onorevoli di cui vanagloriarsi e con loro attruppiamo i miserevoli individui del CLN che segnalavano agli aviatori alleati gli obiettivi da colpire (quasi sempre centri abitati); segnaliamo ancora la miseria morale degli uomini del Partito d’Azione che parlavano durante la guerra da Radio Londra contro l’Italia e che l’articolo 16 del trattato di pace salvò immeritatamente. Non sono atti di cui vantarsi gli aiuti militari italiani forniti a Tito - sanguinario despota balcanico - e da questi usati criminosamente per la pulizia etnica degli italiani, non sono atti ammirevoli quelli dati dalla marina cobelligerante alla Royal Navy permettendogli di affondare il "Bolzano’’ per pareggiare la notte di Alessandria; non sono atti meritevoli i bombardamenti dell’aviazione del sud in Istria su zone abitate da italiani; non sono episodi da ricordare nella storia, le uccisioni e i maltrattamenti verso i soldati della RSI uccisi o catturati in azione da reparti badogliani, così come sono da dimenticare le leggi liberticide, vessatorie e discriminanti applicate verso i combattenti della RSI, ancora oggi considerati come invalidi civili, valorosi mutilati degni di rispetto e attenzioni.
Non si può imporre la democrazia come modello comportamentale per poi rinnegarne i principî con atti contrari, così come non è accettabile imporre discriminatorie settarie nei confronti di coloro che a fine guerra si trovarono dalla parte perdente. Si finirebbe per perdere la faccia e rinnegare teorie libertarie applicabili a senso unico.
I soldati della RSI avevano scelto e combattuto sino all’ultimo per cancellare il tradimento badogliano (non il tradimento dei soldati o dei cittadini italiani, vittime ugualmente delle decisioni di pochi irresponsabili); lo avevano fatto per tentare di riscattare l’onore d’Italia infangato dai congiurati. Se altri ritengono che tale comportamento vada cancellato o dimenticato per compiacere coloro che implicitamente li osteggiavano, sappiano che la storia ha condannato i traditori, non i traditi.
Le frasi incriminate fanno parte di un maldestro tentativo inteso a prevaricare la libertà di pensiero (grave per un preteso paladino della libertà) di un amico che in perfetta buonafede aveva iniziato a raccogliere elementi di giudizio, testimonianze e documenti su una possibile pubblicazione sulle vicende postarmistiziali della divisione "Nembo’’. L’intervento, invece, mirava a perpetuare con pesante pressione personale (riteniamo) una pretesa differenza morale e ideologica, di pensiero e di idealità fra i paracadutisti del nord e quelli del sud, che avevano militato nella stessa unità prima e dopo l’armistizio, alcuni dei quali si erano inaspettatamente riscoperti "democratici e antifascisti’’ soltanto a posteriori e temevano il "contagio’’, o quanto meno il pericolo di essere allineati sullo stesso piano fra coloro che avevano accettato supinamente l’armistizio - servendo i Savoia e Badoglio - e gli altri che invece lo avevano rifiutato come immorale e che intendevano opporsi nel tentativo nobile ma difficile di riscattarne col sacrificio l’aspetto d’immagine vilipesa che il tradimento aveva appiccicato all’Italia.
Il problema meritava indubbiamente una precisazione, se non altro per far conoscere meglio la posizione ideale della parte che aveva scelto il nord e il riscatto dell’onore e coloro che invece si erano trovati al sud, non per libera scelta (molti settentrionali avrebbero sicuramente optato per combattere col nord) ma per collocazione geografica, obblighi militari, situazioni contingenti (molti al nord vissero questo problema) sicuramente non per motivazioni ideologiche o scelte politiche, considerando oggettivamente che la "Nembo’’ annoverava fino all’armistizio una larghissima percentuale di personale politicizzato, non tanto nella visione ortodossa e limitata del credente quanto nell’aspetto individuale di far parte di un Corpo d’élite che da sempre (lo si verifica ancora oggi ingiustificamente) ha nell’amor di Patria, nel dovere militare, nel sentimento nazionalista e nella purezza della gioventù nata e vissuta sotto il fascismo, sicuri pilastri di forza morale e affidabilità.
Nessuno di loro conosceva la definizione di democrazia, sapeva di battersi per la libertà, contestava apertamente il fascismo, anche se in quel periodo aleggiava un sottile ma avvertito malessere causato dal crollo del fascismo e dei suoi postulati ideologici; c’era confusione morale fra tutti gli italiani, si accertava la presenza di una stanchezza diffusa fra la popolazione e le FF.AA. causata da avvenimenti interni e dal negativo andamento del conflitto.
Esaminiamo i fatti e accertiamo quanto di vero esisteva nella "Nembo’’ in quel particolare periodo.
Al momento dell’armistizio l’unità frazionata fra Calabria e Sardegna contava circa 10.500 uomini in servizio di cui circa 7.000 paracadutisti, 1.200 militari dei servizi e 2.300 fra artiglieri, carristi e genieri aggregati alla "Nembo’’ per esigenze difensive territoriali. Abbandonarono l’unità i Btg. 3°, 12° e reparti minori dei Btg. 13°/14° passati poi alla RSI; 600 paracadutisti ritenuti politicamente inaffidabili furono internati nel campo di disciplina di Uras (Cagliari); altri 410 sospetti di simpatie fasciste furono radiati dai paracadutisti e assegnati ai Rgt. di fanteria 45° e 236°; altri 300 vennero distribuiti ad altri reparti e una trentina di ufficiali - fra cui il vicecomandante divisionale, il valoroso Folgorino Col. Pietro Tantillo - furono imprigionati, processati e infine prosciolti dall’accusa di "rifiuto per coerenza etica di sparare sui reparti tedeschi’’. Il resto si era sbandato. Una perdita complessiva di oltre 3.000 uomini che riduceva la "Nembo’’ a poco più di 4.000 paracadutisti con alcune centinaia di militari dei servizi.
Non mancarono le uccisioni isolate, gli atti di violenza, le ribellioni aperte. Da una parte si ebbe l’uccisione ingiustificata e involontaria del Ten. Col. Alberto Bechi Luserna-Capo di SM-ucciso da paracadutisti aderenti alla convalida del patto d’alleanza con la Germania. Venne decorato di Movm alla memoria. Gli autori identificati, furono processati nel dopoguerra e condannati a pesanti pene detentive. Dall’altra parte si ebbe l’uccisione ingiustificata ma volontaria del maresciallo Pierino Vascelli - valoroso libico e Folgorino-addetto allo SM divisionale, assassinato da ignoti per punire la sua ostentata fede fascista. Vascelli non ebbe alcuna decorazione, non ebbe un processo poiché i suoi assassini rimasero ignoti, coperti criminosamente dall’omertà. Due pesi e due misure che gridano giustizia e di cui ben pochi conoscono i retroscena.
Non risponde quindi al vero che la "Nembo’’ disponeva nel 1944 di 10 battaglioni paracadutisti, poiché era stata ristrutturata su 5 Btg. e 2 gruppi artiglieria, reparti minori e non superava le 4.000 unità allorché venne inserita nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione) poiché altri 250 paracadutisti furono assegnati a reparti logistici (leggasi salmerie della 210a Divisione).
Al nord, invece, furono costituiti 3 Btg. paracadutisti arditi e un Btg. allievi; un Btg. N.P. (Nuotatori Paracadutisti) della Xª MAS e un Btg. paracadutisti della GNR ("Mazzarini’’) per circa 3.800 paracadutisti in gran parte volontari. Nel 1945 si ebbero altre trasformazioni: al sud venne disciolta la "Nembo’’ sostituita col Gruppo da combattimento Folgore con un Rgt. paracadutisti su 3 Btg. nuclei sparsi di paracadutisti fra il Rgt. artiglieria e i reparti genieri. Complessivamente non più di 3.000 paracadutisti oltre ad un centinaio di parà assegnati allo Squadrone F alle dirette dipendenze del comando XIII° Corps inglese.
Al nord, oltre ai precedenti reparti già accennati, si ebbero 2 Cp. autonome e reparti indipendenti composti da complementi, dal personale del disciolto gruppo artiglieria "Uragano’’ e dagli istruttori della scuola di Tradate; dal personale del gruppo speciale sabotaggio "Vega’’ e NESGAP della Xª MAS, dal Btg. NP e dal "Mazzarini’’. Complessivamente circa 4.000 uomini superiori, per organici e reparti costituiti, a quelli del sud. Nessun vantaggio numerico o per organici, quindi, sufficiente per affermazioni fuori luogo e giustificare maggiore importanza psicologica come avventatamente dichiarato dal nostro censore sudista. Anzi, una situazione a favore della RSI.
Alcune precisazioni merita anche l’aspetto morale e giuridico, considerando obiettivamente l’illegittimità del governo Badoglio secondo giuristi e costituzionalisti affermati, nato da un colpo di Stato e mai convalidato dagli enti istituzionali. Semplicemente, come quello della RSI un governo di fatto ma del tutto arbitrario come aspetti decisionali, considerando che era scappato al sud con due soli riluttanti ministri militari (altri 12 ministri erano stati abbandonati a Roma), che si era trovato brutalmente al cospetto delle strutture amministrative create dagli alleati: AMGOT e ACC, cui doveva ubbidienza assoluta senza alcuna recriminazione, col territorio nazionale rigidamente controllato dai funzionari angloamericani (soltanto nel 1944 furono consegnate quattro province pugliesi (Lecce, Bari, Taranto e Brindisi) all’amministrazione badogliana. Badoglio fu costretto persino a utilizzare i comandi militari in assenza di strutture civili per applicare un minimo di legalità e ordine nel caos postarmistiziale, proclamando la legge marziale con i poteri riservati ai militari, con l’assurdo giuridico e offensivo, di emanare ordinanze agli italiani da parte di comandi militari italiani, come avveniva nei territori nemici occupati.
Ciò non impedì allo stesso Badoglio di emanare ordini suicidi per attaccare i tedeschi ovunque, col risultato nefasto di privare i soldati italiani delle garanzie internazionali dovute allo status armistiziale, trasformandoli in franchi tiratori, col risultato di farli uccidere impunemente dai tedeschi per dovute legali rappresaglie, come fatalmente accaduto a Cefalonia, Balcani e Lero. Un totale di 45 mila soldati uccisi ingiustificatamente nel dopo armistizio. Fu necessario l’intervento di Eisenhower a Malta il 29 settembre, che consigliò prima e intimò poi a Badoglio di far cessare le uccisioni, ripristinando lo status giuridico internazionale col dichiarare guerra alla Germania, cosa questa che avvenne il 13 ottobre successivo.
Resta ancora da chiarire il significato di cessare le ostilità "per impossibilità materiale di continuare la guerra "come dichiarò Badoglio all’armistizio, per poi ritrovare miracolosamente volontà e capacità operativa con la proposta di "passare armi e bagagli con gli anglo-americani’’ alla pari, come ingenuamente pensarono i congiurati come fosse la cosa più semplice del mondo, nella convinzione di ritenersi indispensabili e quindi di dirigere il gioco. Gli alleati respinsero invece sdegnosamente ogni ipotesi di alleanza (l’Italia non venne mai considerata alleata dalle Nazioni Unite, ma più dimessamente "nazione cobelligerante’’ di nessuna importanza giuridica e operativa) e l’offerta fatta da Badoglio sulla "Nelson’’ di concedere la "Nembo’’ venne ugualmente respinta (confronta al proposito la testimonianza dell’interprete ufficiale italiano Magg. Carlo Maurizio Ruspoli (fratello dei folgorini Marescotti e Costantino).
Cosa rimane dunque come argomenti per trattare con sufficienza e distacco i reduci della RSI? Riteniamo ben poco, se non il disagio inconfessabile di aver militato agli ordini di simili traditori che hanno meritato il disprezzo delle genti, anche a livello internazionale, e la squalificante etichetta di opportunisti.
Pochi giorni or sono, in una intervista concessa ad un giornalista del "Giornale’’, Indro Montanelli - che non può essere certamente accusato di simpatie fasciste, pur non rinnegando il suo passato politico - disse a proposito di Badoglio, alla domanda di come si sarebbe comportato personalmente l’otto settembre: "Io avrei fatto esattamente quello che fece il maresciallo Mannerheim Presidente della Finlandia, allorché fu costretto per totale impossibilità fisica, morale e materiale dovuta a cinque anni di guerra durissima, a continuare a combattere, chiedendo un armistizio all’URSS che premeva alle frontiere della Finlandia, abbandonando l’alleanza col Tripartito e la collaborazione militare con il Reich. Mannerheim spiegò ai tedeschi la sua situazione e li invitò ad abbandonare al più presto il territorio finlandese, cosa che si verificò regolarmente senza particolari problemi. Disse così, il decano dei giornalisti italiani, e aggiunse che deprecava il metodo usato da Badoglio - subdolo e inqualificabile - le riserve mentali, le occulte intenzioni dei congiurati, i tentativi umilianti di saltare sul carro dei vincitori.
Per concludere, spendendo due parole sull’aspetto morale, comprendiamo e giustifichiamo il dramma personale vissuto da migliaia di italiani rimasti al sud, consideriamo valido il rispetto del dovere militare, non accettiamo certamente l’abuso fatto a posteriori di presentarsi e di considerarsi "combattente per la libertà’’ quasi fosse una etichetta di squadrista antemarcia, come accadde con Mussolini, ma soltanto una convalida artificiosa che significava - se accettata implicitamente - complicità morale. "Ho dovuto ubbidire agli ordini di Badoglio e Messe, ma il mio cuore e la mia fede erano al nord con la Repubblica Sociale Italiana’’ dissero molti veterani del sud. "Il giorno che decisi di disertare venni ferito’’ dichiarò un paracadutista della "Nembo’’ oggi affermato medico a Roma. "Mi legarono ad un albero in prima linea perché mi ero rifiutato di sparare contro i tedeschi. Speravano che questi mi avrebbero ucciso come bersaglio indifeso; invece i tedeschi capirono la situazione e mi risparmiarono’’ disse un veterano del 16° Btg. Molti ancora, opposero pretestuosamente il giuramento fatto al Re come ostacolo morale alla loro adesione; ma nessuno seppe che il giuramento non aveva più alcuna validità poiché era stato infranto per primo dal Re, violando la Costituzione, che parlava del giuramento prestato dal sovrano "nel bene indissolubile del Re e della Patria’’. Ma soltanto pochi obbedirono sino all’ultimo allo spirito di tale giuramento e fra questi il vecchio generale Ercole Ronco, comandante della "Nembo’’, il Col. Camosso folgorino e il Ten. Col. Felice Valletti Borgnini - anch’esso folgorino - che preferirono abbandonare la vita militare al momento in cui Umberto di Savoia abdicò e partì per Lisbona. Gli altri transitarono senza particolari patemi d’animo dalla monarchia alla repubblica, scoprirono una nuova fede e fecero carriera.
Noi, dunque, rappresentiamo per diritto acquisito la continuità ideale fra la gloriosa Folgore di El Alamein e il paracadutismo della RSI: stessi ideali, stessi nemici, stesse conseguenze. Erano gli stessi nemici con l’elmetto a scodella che uccidevano i folgorini nelle sabbie egiziane e massacravano i ragazzini alla difesa di Roma; erano per noi i nemici di sempre, quelli del primo giorno di guerra e dell’ultimo giorno, quando ci sorvegliavano e ci angariavano nei campi di prigionia. Di esempio i folgorini comandanti Izzo e Valletti che combatterono con la Folgore a El Alamein, fianco e fianco con i parà germanici di Ramcke, non sapendo che un giorno si sarebbero scambievolmente uccisi sulla "Gotica’’ nella primavera del 1945, quando Badoglio e le circostanze li avrebbero messi l’uno contro l’altro. Questo mi disse nel dopoguerra Giuseppe Izzo, quando dovette battersi per salvaguardare il suo dovere di soldato contro il suo amico Hubner a Grizzano, un camerata che aveva condiviso con lui, in Egitto, le speranze, l’acqua e le munizioni contro i Tommy’s di Montgomery. A Grizzano si guadagnò una Movm, ma avrebbe sicuramente preferito meritarsela a El Alamein battendosi contro gli inglesi. La sua carriera militare si bloccò a Palermo, nel dopoguerra, allorché rifiutò di stringere la mano di Pacciardi, Ministro della Difesa, da Lui tacciato di "traditore della Patria’’.
Valletti Borgnini si battè coerentemente col suo dovere militare contro il reggimento Bomhler sulla "Gotica’’, pur avendo il padre generale nell’esercito della RSI e il fratello minore Luciano, compagno di corso dello scrivente alla scuola AA.UU. di Varese, giovane sottotenente della GNR (morirà a Coltano per malattia non curata dal detentore USA). Una tragedia familiare, lacerante, in cui il senso del dovere fu più forte degli affetti privati. Ma forse questi fatti non influiscono sulla sensibilità del censore intento a spargere l’apartheid fra i parà, dimenticando che essi furono i primi ad abbracciarsi a guerra finita, riconoscendosi come fratelli, non come nemici o soldati di classe inferiore. Ci auguriamo soltanto che quando in futuro vedrà nelle celebrazioni i paracadutisti della RSI ostentare orgogliosamente l’insegna di "per l’Onore d’Italia’’, comprenda cosa significò per centinaia di migliaia di soldati italiani quel motto e quell’impegno che vide oltre centomila caduti, quarantacinquemila feriti e mutilati, novantamila imprigionati in campi POW fra Algeria, Francia, Italia e USA e nelle patrie galere. Oltre trentamila i processati per "collaborazionismo col tedesco invasore’’ (erano soltanto i nostri alleati con cui avevamo sottoscritto un patto militare nel 1939). A questi dati statistici aggiungiamo il milione e mezzo di italiani epurati e messi alla fame, per completare il quadro; molti i suicidi, migliaia gli emigrati nel mondo, centinaia i dispersi nella Legione fra Indocina e Algeria "mort pour la France’’, un intero popolo diseredato da leggi antifasciste volute dal CLN con l’avallo di Umberto di Savoia che le firmò, mentre i "vincitori’’ si spartivano fraternamente posti di lavoro, ricevevano lucrose pensioni, sussidi, elargizioni, premi di smobilitazione, vitalizi, ricompense (anche al valore militare come accadde per Via Rasella). E gli altri? Alla fame o proscritti come appestati, come decretato dagli alpini partigiani con una vergognosa apartheid nostrana immorale e ingiustificata creata ad hoc.
Di certo Noi non abbiamo vestito i panni del nemico di sempre, non abbiamo avuto l’elmetto a bacinella, poiché era remota per i folgorini, in quanto inaccettabile, l’ipotesi che un giorno altri parà avrebbero vestito all’inglese, sarebbero stati da loro armati e si sarebbero schierati al loro fianco per combattere gli ex alleati ormai nemici, e se capitava (come in realtà si verificherà) anche altri italiani.
Badoglio aveva creato le premesse della guerra civile, provocato una frattura nelle coscienze, creato una divisione dei corpi e delle anime. Poi la nemesi storica si riprese la sua rivincita: Badoglio venne estromesso ed emarginato come cosa inutile ("usa e getta’’ si direbbe oggi); il suo Re, mortificato, umiliato dai vincitori e malvisto dai partiti del CLN andò in esilio in Egitto; suo figlio, strumentalizzato dai politici antifascisti, firmò decine di inique leggi persecutorie contro i soldati della RSI, poi, anch’egli ormai inutile, venne costretto a lasciare l’Italia.
Tutto ciò non toglie nulla al valore dimostrato in battaglia dai paracadutisti del sud poiché nomi di località come Ascoli Piceno e Macerata, Tolentino e Aquila, Chieti e Filottrano, Grizzano e la Herring furono altrettante tappe di una lacerante partecipazione fra il dovere militare e la fede, i sacrifici fatti in difficili condizioni morali. Centinaia i caduti con oltre 400 nominativi, 587 i feriti, 54 i dispersi, centinaia le decorazioni al valore concesse e fra queste soltanto sette quelle elargite da americani e polacchi (nessuna da parte inglese). Non inferiori quelle meritate dai paracadutisti del nord che ebbero 621 caduti, 316 feriti e 620 dispersi e prigionieri, oltre 400 le decorazioni meritate fra cui oltre 80 croci di ferro di 1ª e 2ª classe a riconoscimento del valore da parte dell’alleato germanico sempre prodigo di elogi e ammirazione per i volontari italiani.
Cosa dunque restava della nostra scelta fatta non per tentare di vincere (la guerra era ormai perduta per la Germania) se non per salvare l’Onore d’Italia? Fu soltanto un ideale premio morale emerso luminoso fra tante amarezze e umiliazioni inferte dai vincitori; un valore simbolico, idealizzato che nessuno potrà mai portarci via o permettersi di discutere. Lo abbiamo conquistato duramente con innumerevoli sacrifici e se la Storia ha cambiato in parte, grazie alla RSI, il suo severo giudizio sull’Italia, lo si deve anche a chi fece di tutto per cambiarlo, sacrificandosi nel nome d’Italia, riscattandone l’Onore.
La piccola differenza fra NOI e Loro è tutta qui!
 
 

domenica 3 settembre 2023

8 SETTEMBRE 1943 . TRADIMENTO!

 

CONCETTO DI NAZIONE ETICA .

l’INIZIO DELLA FINE DEL CONCETTO DI NAZIONE ETICA 8 SETTEMBRE 1943


E’ di nuovo 8 settembre, un anno di più, un anno ancora in cui da quello del 1943, quando iniziò la fine del concetto di Nazione Etica, il popolo italiano ha dovuto iniziare il suo peregrinare nello “stato di diritto” importato a suon di bombardamenti sui civili (la scuola di Gorla solo come esempio per tutti) in funzione di “terrorismo” – e non solo psicologico – per costringere allo stremo la popolazione, l’ “ingaggio” a suon di dollari paracadutati insieme ad armi ed esplosivi delle formazioni banditesche partigiane per creare una ulteriore spina nel fianco. E giorno dopo giorno successivo alla fine delle ostilità, ma con la benevolente omertà di lasciare assassinare molta possibile classe dirigente ancora almeno per un paio d’anni, le epurazioni, i processi sommari e la martellante propaganda della tirannia sconfitta dalla democrazia. anni di perenne presa in giro di un popolo che mano a mano si é sempre più svilito fino a diventare irriconoscibile e capace ormai solo di appassionarsi in vista di “ludi cartacei” di qualsivoglia livello assembleare per giocare e godere – o maledire – di qualche percentuale in più o in meno fermo restando che chi governa nella “democrazia importata” alla fine é sempre stato molto interessato a loschi profitti di parte e molto poco capace di rispondere alle esigenze di chi lavora, di chi studia, di chi soffre, di chi sa portare ricchezza con sacrificio e capacità d’intraprendere.
Ora però la grave crisi finanziaria mondiale sta modificando le percezioni, seppur lentamente, e sta mostrando agli occhi di tutti quante pezze al sedere ha tanto la “liberaldemocrazia” quanto la speculare “socialdemocrazia”. E quanti elementi contrari al concetto di Nazione etica remano da sesssantasei anni contro il Popolo riportato sempre più a semplice “massa”.
Vediamo da qui in avanti per quanto tempo ancora dovremo vergognarci di questo 8 di settembre o se a partire dalla consapevolezza di ciò che é costato il tradimento ed il sabotaggio e l’oltraggio al nostro senso comunitario inizierà a ricomparire nei tratti italici uno spirito nuovo di avanguardia e di rivolta.
I savoia ed i badoglio passano, come i servi; un Popolo non muore mai se sa riscoprire il senso etico di una appartenenza spirituale.

 


                                                                                                                                                                  

domenica 13 agosto 2023

CHI CI DIFENDE DAL POLITICAMENTE CORRETTO?

 

politicamente corretto espresso

Chi ci difende dall’assedio quotidiano del nuovo catechismo politicamente corretto, del bombardamento mediatico-pubblicitario e dalla nuova Inquisizione? La Chiesa di Bergoglio, il Quirinale, la Corte Costituzionale, l’altra politica, la magistratura, la cultura libera e pensante, la satira contro il potere, la stampa indipendente? Macché.

La rabbia e lo sconforto, per modificare un titolo famoso di Oriana Fallaci. La rabbia per l’assalto pervasivo della nuova ideologia correttiva alla realtà, al senso comune, alla natura, alle identità e alla tradizione; e lo sconforto perché non vedi argini, risposte alternative, opposizioni attrezzate, per rappresentare quel che sente, pensa e dice la trascurabile maggioranza della popolazione. Nessun soggetto pubblico che affronti con mezzi adeguati l’Assedio quotidiano; nessuno che quantomeno bilanci, dia voce, garantisca il rispetto a chi dissente dal processo in corso. Un processo civile e incivile, politico e giudiziario… Da nessuna parte si profila una risposta compiuta e alternativa; l’unica strategia è perder tempo, assopire, frenare, voltare lo sguardo. O guadagnare un’ora sul coprifuoco…

Molti dei succitati argini o garanti sono schierati dalla parte opposta o hanno abdicato alla loro funzione di arbitri super partes; tacciono o parlano d’altro, o peggio pensano a galleggiare per sopravvivere e perciò assecondano il mainstream. Chi si oppone fa solo la conta dei sondaggi ma non attrezza risposte confacenti su alcun piano; basta un’opinione al volo, una battuta in video e il compito è assolto, la coscienza è a posto. Gioco di rimessa.

La solitudine di massa è quel che avvertiamo ogni giorno di più; a poco servono anche le ultime munizioni rimaste nelle nostre mani, come il voto, quando verrà il suo tempo, se non hai una strategia e un quadro di riferimento.

La cosa più insopportabile del Politicamente corretto è che rinfaccia a ciascuno di essere quel che è; è un’istigazione costante a rifiutare la storia e la memoria, la cultura e la natura come sono nella realtà, nella vita e nella mente. Si prendono casi estremi, episodi di intolleranza, per rovesciare la realtà, i codici di vita e di legge, i sentimenti e le ragioni comuni. Si rassicura che la cosa non tocca tutti gli altri, ma si ridefinisce la realtà demolendo le identità.

Devi vergognarti di essere italiano, europeo, occidentale, cristiano o perlomeno figlio della civiltà cristiana, cattolica in modo particolare. Devi vergognarti di essere padre, madre, figlio, erede di una tradizione e una civiltà. E di essere maschio, etero, identificato secondo natura e consuetudine.

Il Politicamente Corretto ti rimprovera di essere quello che sei e come hai vissuto finora. Hai sbagliato nelle scelte e nelle inclinazioni, nei rapporti umani e nella tua vita, nel tuo lessico e nella tua sfera privata. La realtà così com’è, è un vizio oscuro da cancellare, un’abitudine retrograda da cui liberarsi; l’essere cede il posto al dover essere e ai desideri soggettivi.

Ognuno di noi ha commesso tanti errori nella sua vita e tanti sono pronti a riconoscerli. Ma la cosa peggiore di questo autodafè permanente, personale e collettivo, è che non ti rinfacciano i tuoi errori, i tuoi peccati, ma quasi tutto quel che non rientra in essi. Anzi, in molti casi, il nuovo canone ti chiede di vergognarti delle cose migliori della tua vita e di quello di più caro in cui hai creduto, pensato e vissuto; devi vergognarti delle tue origini e della tua cultura, devi vergognarti della tua identità e della tua educazione, devi vergognarti della tua famiglia, della tua preferenza per i figli e per gli affetti più cari, del tuo modo d’amare e di corteggiare, della tua fedeltà e lealtà verso un modo di essere e un mondo di pratiche e valori civili, religiosi, patriottici e famigliari. Non devi vergognarti delle tue incoerenze e contraddizioni, semmai di non averle portate fino in fondo, cioè fino a rinnegare ciò che sei e ciò che furono i tuoi genitori.

Devi vergognarti di essere quello che sei e da cui provieni, devi amare ciò che ti è più lontano, chi ti è più estraneo, cosa è più remoto dal tuo mondo. Amare ciò che ti viene meno naturale. La preferenza per l’alien a scapito dell’idem, del lontano rispetto a chi ti è più vicino. È questo l’aspetto tirannico, disumano, irreale dell’inquisizione. Che soffoca la vita, la libertà, la spontaneità, la varietà, la passione per la verità e l’amore della realtà.

La motivazione per rifiutare la realtà è che non l’ho scelta io: essere italiano, europeo, maschio, bianco, etero, figlio di quei genitori, non è dipeso da me. Tutto ciò che deriva dal destino e dalla natura va rifiutato o privato di valore; vale solo quel che scegli e vuoi essere e fare.

Ma non definire più una persona come maschio o femmina, padre o madre, italiano o indiano, è come negare la propria età, la propria data di nascita, i propri genitori e il proprio luogo di nascita. Se hai, per esempio, cinquant’anni, sei maschio e coniugato, hai famiglia, cognome, luogo e data di nascita, sei libero di vivere come se avessi trent’anni, come se fossi di altro sesso rispetto a quello che la natura ti ha dato; puoi lasciare il tuo paese d’origine, puoi farti chiamare con altro nome, puoi lasciare la tua famiglia. Ma se si stabilisce per legge che la realtà, la natura, l’età e la storia non contano più ma conta solo la tua volontà di essere quello che ti va, come e dove ti va, hai trasformato una società civile in un manicomio invivibile. Non si può confondere la libertà delle tue scelte private, che nessuno vuol negare, con una legge che revochi per decreto la realtà e l’identità per riconoscere solo i desideri soggettivi e mutanti. È solo rovinosa barbarie, e follia. E da oggi riprende l’assedio con la giornata mondiale contro le fobie… Verrà un giorno che usciremo da questa allucinazione indotta e ritroveremo la realtà; verrà un giorno che saranno riconosciute e rispettate le ragioni di chi oggi reclama nel deserto?

MV, La Verità