sabato 14 gennaio 2017

JUNG CHANG

Jung Chang

Se esistessero ancora dubbi sulla criminale politica maoista in Cina, in un contesto intriso di comunismo obbligatorio che si respirava a tutti i livelli della società, sarebbe sufficiente per fugarli, leggere “Cigni selvatici”, il libro di Jung Chang scritto con il supporto di John Halliday.
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L’autrice narra il percorso di vita che ha accompagnato l’esistenza della nonna materna, della mamma, e di lei stessa, in un intreccio di esperienze condizionate dalle imposizioni dei regimi che nel frattempo imperversavano.
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Cigni selvatici è stato scritto solo nel 1991 nonostante il fatto che Jung Chang sognasse di scrivere anche molto tempo prima.
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l fatto è che all’epoca in cui l’autrice viveva in Cina era impossibile scrivere libri e testi destinati alla pubblicazione.
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Mao infatti, nel biennio 1966-67 aveva promosso la cosiddetta “Rivoluzione culturale”.
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Per soddisfare le prerogative di questa nuova “invenzione” maoista, che si estese e si radicò poi in Cina per un decennio, furono dati alle fiamme quasi tutti i libri esistenti trovati nelle abitazioni private, e fu proibito di scrivere per se stessi.
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Il divieto comprendeva perfino la stesura di semplici poesie, ritenute espressione di appartenenza alla borghesia, e identificava chi commetteva questo grave reato come seguace del capitalismo.
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Il racconto dell’autrice inizia con la collocazione storica datata al 1924, anno in cui la nonna, Yu-Fang, all’età di 15 anni, divenne concubina di un potente Signore della guerra”, in terra di Manciuria, una delle innumerevoli regioni cinesi.
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L’unione fu combinata secondo le usanze dell’epoca, e cioè tramite un accordo tra la famiglia e il futuro “sposo”, senza tenere conto dei desideri della donna, che a quel tempo non aveva alcuna voce in capitolo.
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La cosa che più importava alle due parti erano da un lato, il progetto di maritare la figlia mediante un matrimonio il più conveniente possibile, oppure di darla come concubina ad un qualche personaggio potente e ricco, e dall’altra di ottenere una moglie o una concubina che rispondesse il più possibile ai canoni di bellezza e di tradizione corrispondenti a quelli in voga al momento.

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Tra l’altro i parametri su cui si basavano la scelta dell’uomo e l’approvazione della sua famiglia di appartenenza, richiedevano per la futura sposa che lei avesse fatto ricorso alla “fasciatura dei piedi”.
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Tale pratica era applicata fin dalla più giovane età per contenere le dimensioni dei piedi entro il limite di 8 o 10 cm. di lunghezza.
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Per conseguire questo risultato, era necessario che i piedi della donna venissero fasciati fin dall’età di due anni.
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La pratica consisteva nell’avvolgere attorno ai piedi una pezza di stoffa lunga alcuni metri, piegando tutte le dita verso il basso (fuorché l’alluce) e al di sotto della pianta del piede.
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Poi occorreva frantumare l’arco del piede mediante una grossa pietra.
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Le malcapitate donne solitamente svenivano e urlavano per il dolore lancinante che provavano durante questo trattamento disumano, che si protraeva per parecchi anni, anche dopo che le ossa erano state spezzate.
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I piedi dovevano inoltre restare fasciati giorno e notte per evitare che, liberati, potessero iniziare il naturale processo di guarigione.
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Inoltre i piedi erano ricoperti di pelle putrescente e mandavano cattivi odori se venivano tolte le bende.
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Il dolore era incessante,le unghie crescendo si conficcavano nell’avampiede, e tormentavano la donna continuamente.
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Per questi motivi i piedi erano sempre nascosti da scarpette di seta ricamate.
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A quei tempi, quando una donna si sposava, la prima cosa che la famiglia dello sposo faceva, era esaminarle i piedi.
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Si riteneva che i piedi grandi, cioè normali, fossero da disprezzare e disapprovare, e che portassero disonore.
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Questa barbara usanza era in uso da un migliaio di anni, e andò piano piano scomparendo, iniziando il suo declino proprio negli anni in cui la nonna dell’autrice, fu sottoposta invece al supplizio.
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Sono gli anni del rovesciamento dell’Impero, in cui i signori della guerra rappresentavano un reale potere, basato sulla forza dei loro eserciti, e che governavano regioni intere del vasto territorio cinese.
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La famiglia della nonna vede quindi di buon grado la richiesta del potente Xue Zhi-heng, che diverrà infatti capo della polizia nel governo dei signori della guerra a Pechino.
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Il ruolo di concubina della nonna prosegue, anche dopo che viene lasciata sola dal suo signore e padrone, impegnato altrove nelle sue vicende politiche e militari.
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La sua vita, nel contesto sociale da cui è isolata, in una sorta di prigione dorata, si snoda in solitudine, ma a disposizione di colui che poi, dopo sei lunghi anni torna da lei.
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Il nuovo incontro tra i due, dopo tanto tempo, è il preludio alla nascita di una bambina, chiamata Bao Qin, la madre dell’autrice.
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Nel frattempo la società cinese assiste alla unificazione di gran parte del territorio sotto Chiang Kai-Shek, grazie alla struttura politica del kuomintang, e alla contemporanea invasione giapponese della Cina, a partire dalla Manciuria.
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Alla morte del generale Xue, la nonna si trasferisce con la figlia e conosce un medico, il Dr. Xia, con il quale poi si sposa.
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La sua nuova vita inizia a Jinzhou, dove la coppia decide di stabilirsi.
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In Manciuria si supponeva di vivere in uno stato indipendente, nonostante l’occupazione giapponese, la quale tramite le istituzioni scolastiche, tra l’altro, diffondeva l’idea che il Paese (il Manchukuo) confinasse con due repubbliche cinesi, una ostile, guidata da Chiang Kai-shek, e l’altra amica, capeggiata da Wang Jing-wei (un burattino dei giapponesi che governava parte della Cina ).
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Nessuno inculcava ai giovani il concetto di una “Cina” di cui facesse parte la Manciuria.
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Gli insegnanti dicevano che il Manchukuo era un paradiso in terra, ma questo era vero solo per i bambini giapponesi, che potevano disporre di scuole riservate a loro, con materiale didattico a disposizione, ben riscaldate, con pavimenti lucidi e finestre pulite, mentre per i bambini cinesi erano previsti come scuole solamente vecchi templi abbandonati, o case diroccate dono di privati, quasi mai riscaldate.
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Le punizioni corporali facevano parte della tradizione nipponica e i bambini erano quindi percossi con bastoni, anche sulla testa.
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Quando i bambini cinesi (e spesso anche gli adulti) incontravano per la strada un giapponese, dovevano inchinarsi e cedere il passo, e non di rado i bambini giapponesi fermavano quelli cinesi per schiaffeggiarli senza altro motivo che quello di affermare la loro superiorità.
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Nelle vaste distese della Manciuria settentrionale i villaggi cinesi venivano bruciati e i sopravvissuti radunati in “agglomerati rurali strategici”.
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Oltre cinque milioni di persone ( un sesto della popolazione) persero la casa, e i morti furono decine di migliaia.
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L’imperatore cinese, Pu Yi inizialmente prigioniero virtuale dei giapponesi, si esprimeva riferendosi a loro come ”nazione confinante amica”, poi come “nazione sorella” e infine come “madrepatria”.
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Negli anni ’40 l’esercito giapponese era impegnato su più fronti, tra la Cina, l’Asia sud orientale e l’Oceano Pacifico, per cui iniziò a reclutare come mano d’opera anche le donne cinesi, naturalmente obbligandole con vessazioni a piegarsi ai loro interessi.
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La mamma dell’autrice visse in prima persona queste vicissitudini e fu testimone di come i giapponesi cercarono di sradicare le tradizioni locali per sostituirle con quelle più vicine alle terre del “Sol levante”.
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Le notizie erano censurate e la radio trasmetteva solamente propaganda ma nonostante ciò iniziarono a trapelare alcune notizie sulle difficoltà in cui versava il Giappone, specie dopo la resa di uno dei suoi alleati, l’Italia, nel 1943.
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La situazione trascese, e gli episodi di intolleranza da parte dei giapponesi sfociarono in episodi quotidiani di torture e uccisioni di cinesi, individuati come bersagli della loro furia di onnipotenza.
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Nel 1945 si sparse a Jinzhou la notizia che la Germania si era arresa e che la guerra in Europa era finita.
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I bombardieri americani B-29 bombardavano le città della Manciuria e si diffuse la sensazione che presto il Giappone sarebbe stato sconfitto.
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Il 9 agosto le truppe sovietiche e mongole entrarono nel Manchukuo.
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Nei giorni seguenti si iniziarono a trovare cadaveri di giapponesi linciati dalla folla, troppo a lungo oppressa, e molti di loro si suicidarono.
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L’Armata rossa dilagava a macchia d’olio, moltiplicando le guarnigioni e liberando ogni zona dai giapponesi.
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I Russi però portarono anche nuovi problemi.
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Infatti era loro abitudine smantellare anche interi stabilimenti, per spedirne i materiali in Unione Sovietica, oppure entrare nelle case e impadronirsi di qualsiasi cosa potesse essere di loro interesse.
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Si moltiplicarono gli stupri e le violenze nei confronti delle donne, e le zone “liberate” iniziarono a ribollire di rabbia.
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Iniziarono le reazioni, sia dei comunisti che del kuomintang, che con le loro manovre ripresero a tentare di prevaricarsi reciprocamente, allo scopo di conquistare il potere.
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Il kuomintang, guidato da Chiang Kai-shek, godeva dell’appoggio degli americani che garantirono loro l’appoggio aereo.
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Nella Cina settentrionale sbarcarono più di cinquantamila marines americani, che occuparono Pechino e Tianjin.
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I Russi riconobbero ufficialmente il kuomintang come governo della Cina.
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L’armata rossa si ritirò dalla Manciuria, lasciando ai soli comunisti cinesi, guidati da Mao Zedong, il controllo delle città.
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La politica di Mao prevedeva di abbandonare le città, impadronendosi delle campagne, per rendere possibile poi circondarle e impadronirsi di loro.
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A Jinzhou, la città in cui viveva mia madre, i comunisti lasciarono quindi il territorio, ritirandosi, e permettendo così ad un nuovo esercito di insediarsi al suo interno.
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Il kuomintang entrò trionfalmente, e i suoi soldati si presentarono vestiti come un vero esercito, con divise pulite e con scintillanti armi americane nuove di zecca.
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L’autrice racconta che la nonna pensò che finalmente il Kuomintang avrebbe ristabilito la legge e l’ordine, assicurando la pace.
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La disillusione però fece presto capolino tra gli abitanti, non appena gli ufficiali del kuomintang iniziarono a rivolgersi loro come a “schiavi che non avete una terra vostra”, oppure come a “schiavi del Giappone”.
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Inoltre la corruzione divenne tanto diffusa che Chiang Kai-shek dovette costituire un organismo speciale per combatterla.I taglieggiamenti erano all’ordine del giorno e a chi si opponeva veniva contestato di essere comunista, accusa per la quale erano previsti l’arresto e la tortura.
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La realtà che si percepiva era quella che fosse necessario un nuovo cambiamento, più radicale, per eliminare tutte queste ingiustizie, compresa l’impotenza delle donne, e le barbarie di certe tradizioni come, per esempio, il concubinaggio, e si affacciava per questo nelle coscienze cinesi l’idea che una sola forza politica potesse far avverare un radicale e sostanziale mutamento, quella comunista.
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Le angherie del kuomintang assunsero proporzioni che si avvicinavano ad un furore parossistico, e i nuovi detentori del potere iniziarono una “caccia alle streghe” che faceva largo uso di tortura e di violenza fisica.
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Iniziò un periodo di energici giri di vite, alla ricerca di oppositori, di comunisti, di ex simpatizzanti dei giapponesi, e le accuse formulate sfociavano spesso in esecuzioni sommarie.
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Le posizioni terroristiche del kuomintang favorirono la rinascita di simpatie verso l’opposizione comunista che, clandestinamente, raccoglieva proseliti e consensi.
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La situazione progressivamente portò ad attacchi militari dei comunisti verso le città, che dopo un periodo di assedio più o meno lungo, iniziarono a capitolare.
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I bombardamenti crearono dei varchi, attraverso cui le truppe comuniste fluirono nelle città, conquistandole.
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A Jinzhou l’assedio durò 31 ore, e l’estenuante battaglia provocò ventimila vittime tra i soldati del kuomintang, e altri ottantamila furono catturati.
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In questo contesto la madre dell’autrice conobbe quello che sarebbe poi diventato suo sposo, e avrebbe generato, appunto, Jung Chang, e i suoi fratelli.
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Gli inizi dei nuovi conquistatori furono improntati a procacciarsi la benevolenza della popolazione, e il favore di quanti potessero divenire alleati per controbattere eventuali rappresaglie o ritorsioni del kuomintang, così come possibili tentativi di riprendersi il potere.
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Non vi furono saccheggi o stupri, e furono riaperte scuole e uffici, nonostante le strade fossero ancora disseminate di cadaveri.
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Riaprirono le banche e le forniture di energia elettrica e di acqua potabile, e ripresero a funzionare le ferrovie.
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La madre dell’autrice provò subito il desiderio di dedicarsi completamente alla rivoluzione e alla causa comunista, impaziente di esserne compartecipe.
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Prese così appuntamento per conoscere il responsabile dell’organizzazione del movimento giovanile, un certo compagno Wang Yu, che sarebbe diventato il padre di Jung.
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La loro storia di amore nacque, crebbe, e si sviluppò sempre in un contesto che vedeva come interprete principale l’ideologia del partito e le sue prerogative, lasciando all’amore dei due un ruolo che diveniva marginale rispetto a quello prioritario della rivoluzione.
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Le emozioni, gli slanci affettivi, la convivenza, gli aiuti reciproci, erano interpretati, soprattutto da lui, integerrimo idealista, come sintomo di una decadenza borghese da combattere.
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La convivenza non era possibile così come noi la intendiamo, continua nel tempo, vissuta quotidianamente, in quanto era considerata espressione di decadenza borghese, in quanto ogni aspetto personale della vita doveva essere considerato politico.
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Per questo motivo i funzionari statali, come lei, dovevano dormire in ufficio, salvo il sabato sera, come segno di una riorganizzazione radicale non solo delle istituzioni ma anche della società.
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Era quindi un passo necessario per raggiungere gli obiettivi della rivoluzione, e comunque molti dei valori tradizionali precedenti erano ormai osteggiati e puniti, durante le assemblee di autocritica verbale che quotidianamente si tenevano dappertutto.
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Bastava dimostrarsi appena affettuosi con il consorte, per essere accusati di aver messo l’amore al primo posto anziché la rivoluzione.
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La madre dell’autrice, nonostante la giovane età (diciotto anni) e il matrimonio, si sentiva infelice, confusa e isolata. .
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Il marito era l’impersonificazione del partito e non prendeva mai posizione per schierarsi con lei su qualsiasi aspetto della vita quotidiana, ma addiceva sempre pretestuose argomentazioni che riconducevano alle direttive di una rivoluzione traboccante di suggerimenti.
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Una piccola gentilezza, così come l’indossare un vestitino dissimile dalla solita uniforme grigia da rivoluzionaria, oppure la richiesta di un aiuto in condizioni magari di stanchezza, o il pianto, erano considerati come oggetto di critica.
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Nonostante le privazioni, la spersonalizzazione delle coscienze e degli individui, quando Mao annunciò la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, lei si mise a piangere come una bambina : finalmente, dopo il dominio Giapponesi, dopo la tirannia del kuomintang, era nata la Cina che aveva sempre sognato, e a cui avrebbe potuto consacrare il suo cuore e la sua anima.
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La guerra civile in Cina tra comunisti e kuomintang era ben lungi però dall’essere terminata e Wang Yu, seguendo le direttive del Partito, doveva occuparsi del comando della guerriglia nei territori in cui la situazione era incerta e difficile.
.Fu così che si trasferirono spesso finendo per attraversare mezza Cina, e finalmente trovarono un periodo di stabilità nella vecchia città natale di lui, Ybin.
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Lei nel frattempo, dopo un aborto, era in stato interessante, ma questo non fu sufficiente per organizzarsi in alcuni dettagli che le avrebbero semplificato la vita.
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Chiamò a sé sua madre, mia nonna, ma fu criticata violentemente per il suo atteggiamento borghese, fino a che mio padre non le chiese di rimandarla indietro.
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La rivoluzione proibiva di cucinare in casa, poiché tutti dovevano mangiare alla mensa pubblica, e la regola valeva per tutti.
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Mia nonna aveva confezionato dei vestitini nuovi per il nascituro, ma fu ancora più duramente criticata per le sue abitudini borghesi.
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La stessa pratica di lavarsi tutti i giorni era osteggiata, poiché la pulizia era considerata anti proletaria.
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Durante i periodi di guerriglia, si faceva a gara a chi avesse più insetti-rivoluzionari, i pidocchi.
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Tutte le intrusioni, e le sue molteplici sfaccettature, della vita privata delle persone facevano parte di un progetto noto come “riforma del pensiero” .
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L’ideatore, Mao, tendeva con il conseguimento di questo obiettivo all’assoggettamento totale di tutti i pensieri.
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Ogni settimana si tenevano riunioni dedicate all’esame del pensiero, in cui ognuno doveva criticare se stesso per i propri pensieri scorretti e sottomettersi alle critiche degli altri.
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Le riunioni tendevano a essere dominate da persone meschine e supponenti convinte di essere nel giusto, che se ne approfittavano per dare sfogo alla propria invidia e frustrazione ; in particolare, le persone di origine contadina le sfruttavano per attaccare quelli che avevano origini “borghesi”.

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Il libro prosegue, narrando le mille contraddizioni insite nel programma maoista di rivoluzione della società, passando per la riforma agraria che causò 30 milioni di morti, e proseguendo per la rivoluzione culturale, che azzerò ogni forma di cultura in Cina per una decina di anni e riportò il paese indietro di 50 anni.
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La madre prima, e l’autrice successivamente erano parte di un disegno che dovevano loro malgrado interpretare, ma che a lungo, intimamente, sostennero con fervore, in nome di un ideale in cui credevano e di un leader a cui facevano riferimento, come milioni di altri cinesi come loro.
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Il “Grande Timoniere” come soleva essere chiamato Mao, commise consapevolmente una serie di nefandezze, compresa quella che instaurò un clima di terrore sociale, mediante l’istituzione delle Guardie rosse e l’invito loro rivolto a “distruggere i quattro vecchi” : le vecchie idee, la vecchia cultura, le vecchie tradizioni, e le vecchie abitudini.
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La moglie di Mao, interpretò un ruolo parimenti feroce, durante la “Rivoluzione culturale” in cui affermava che bisognava saccheggiare le case, distruggere i tesori delle collezioni private, dipinti e saggi, e soprattutto bruciare tutti i libri esistenti.
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I musei vennero così saccheggiati, le tombe devastate, le pagode e i templi presi d’assalto, con il beneplacito di Mao, che sosteneva l’operato delle guardie rosse ostentatamente.
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Composte per lo più da giovanissimi, le Guardie rosse erano per Mao il fertile terreno su cui seminare uno strumento ideale di tirannia, coltivandolo con l’incitamento alla violenza e il fanatismo ideologico.
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Le bande infervorate di giovani comunisti misero a ferro e fuoco le scuole e le università, prendendo in ostaggio i professori, rei di incarnare l’essenza di un potere odioso, da distruggere, e li picchiarono selvaggiamente, li torturarono e li umiliarono, in tutta la Cina.
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Nessuno volle più interpretare il ruolo dell’insegnamento per oltre dieci anni, per cui, insieme agli immensi falò di libri e di volumi di ogni tipo, si persero le radici millenarie della cultura e della tradizione cinese.
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Distruggere per essere poi l’unico riferimento : un po’ come hanno fatto i talebani con le statue del Buddha in Medio oriente.
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L’ennesima caccia alle streghe dilagò ovunque e cambiò per sempre la storia cinese, complice Mao, sua moglie, Jiang Qing, e Lin Biao, unitamente a tutta una schiera di feroci e spietati personaggi che tronfi di potere scaricavano, spesso per vendetta o per speculazione, le loro frustrazioni su chi, ai loro occhi, avrebbe potuto insidiare la loro posizione.
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Una moltitudine di persone si fece largo nella scalata al potere, o anche solo per ottenere il consolidamento di una comoda posizione, prendendo di mira coloro che magari consideravano come ostacoli.
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La società cinese, i comunisti che avevano iniziato la Rivoluzione, combattendo contro i giapponesi e il kuomintang, oppure gli intellettuali, o semplicemente coloro che avevano ancora un residuo di capacità di sintesi intellettiva, iniziarono a nutrire qualche dubbio sulla figura di Mao, e di come il comunismo aveva trasformato le loro famiglie, e la società stessa.
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La cieca e irresponsabile, per non dire criminale, politica maoista dopo aver svelato il suo volto in decenni di catastrofi umanitarie, finalmente trova riscontro solo in affermazioni di autentica criticità e di biasimo universale.
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I cinesi stessi, che per generazioni hanno guardato a lui come un faro che illumina il percorso da seguire, hanno finalmente capito che Mao e sua moglie sono stati due pazzi criminali, malati di mente, avidi di un potere corrotto da un'ambizione smisurata, e simili, nella sostanza ad Hitler ed a Stalin.
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L'odio di questa malvagia coppia verso qualsiasi forma di intelligenza e di cultura, ha fatto sprofondare la Cina in un precipizio di terrore e di ignoranza abissali, tagliando i ponti con ogni pur minima considerazione verso la cultura stessa, in tutte le sue manifestazioni, facendo regredire il Paese agli oscuri periodi medioevali.
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La morte di Mao, ha colto tutti i cinesi in un momento in cui la società stava inconsciamente riesaminando lo stato delle cose, davanti ad una evidenza palese di sfacelo sociale, ponendo il dittatore non più su un piedistallo dorato come in un passato recente in cui era identificato quasi come una divinità, ma collocandolo a livello di critica esistenziale, eviscerando le incontestabili nefandezze a cui li aveva sottoposti.
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Ma l'autrice ha veramente potuto assaporare la libertà vera solamente quando ha potuto recarsi, grazie ad una borsa di studio, in Gran Bretagna, paese che diverrà poi la sua nuova patria.
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Viene istintivo domandarsi : di tutti quei fanatici comunisti che negli anni 60 riempivano le piazze italiane, sventolando il libretto rosso di Mao, e inneggiavano al dittatore cinese, perchè non ne è mai scappato nessuno verso il propagandato "paradiso"cinese ?
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La risposta è che la storia è piena dei "rivoluzionari della domenica", e di coloro che si pasciano di una grassa ignoranza, ingurgitata e fagocitata grazie agli indottrinatori di certa sinistra che, come Mao, fanno solo ciò che gli conviene.
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Dissenso
 
                                                                                                                                                   

mercoledì 11 gennaio 2017

IMMIGRAZIONE, la svolta c’è, ma Grillo si oppone

Immigrazione, la svolta c’è, ma Grillo si oppone
 
di Claudio Moffa
 
Immigrazione, finalmente si intravede una svolta dopo quella disastrosa della guerra del 2011 voluta da Sarkozy e condivisa da Berlusconi. La doppia decisione di Minniti è importante: necessario il progetto di un viaggio in Libia per stringere accordi per un rapido accoglimento degli stranieri irregolari da espellere. Certo, ci sarà il problema di non escludere dalle trattative chi ha vera capacità di controllo sul territorio: il generale Haftar, sicuramente; quanto a Serraj, il presidente tripolino inventato da Ban Ki Moon, potrebbe avere un ruolo soprattutto simbolico, perché il rischio per lui stesso è dover a sua volta gestire una massa di migranti che potrebbero indebolire ulteriormente il suo claudicante governo. Vedremo cosa succederà.

Quanto al rilancio dei CIE istituiti dalla legge Turco-Napolitano del 1998 è una decisione ottima, assolutamente necessaria. Le critiche di Grillo sono senza senso, o per meglio dire nascondono la sua intenzione di tenere more solito il piede in due staffe: urlare contro il governo di turno a soddisfazione della pancia di quelli del NO sempre e comunque, e nello stesso tempo rubare voti sia al centro destra che da sempre persegue una politica sensata sull immigrazione (guerra di Libia a parte), sia al PD del "Renzi bis". 

Il Grillo double face vuole in particolare sfruttare l odio insensato contro la Turco.Napolitano e la Bossi Fini - leggi finalizzate entrambe al correttissimo principio di rivendicare un controllo della Politica sul fenomeno dell immigrazione: fenomeno tutto, ma proprio tutto, POLITICO (si ricordino le idiozie pseudo-sociologiche e pesudo-cristiane sul carattere "naturale" e inarrestabile delle migrazioni) - e chiede la chiusura dei CIE per favorire una "immediata" espulsione dei clandestini. 

Doppia follia: innanzitutto ll leader informatico di Cinque stelle dovrebbe spiegare COME E DOVE verranno espulsi immediatamente gli irregolari. Si prendono e si portano all aeroporto ad uno ad uno per venire imbarcati sul primo aereo disponibile, a ciascun espulso il suo? Un centro di raccolta ci vuole, e dunque benvenuti i CIE. 

In secondo luogo, la scelta di CIE in ogni Regione, ma di dimensioni e capienza ridotte è una scelta oculata e opportuna. Dopo Cona, è infatti necessario gestire le espulsioni in modo che non ci siano altre rivolte, visto che peraltro a soffiare sul fuoco di altri episodi del genere non ci sono solo i black block o Speranza o Vendola, ma c è l intero apparato mediatico "progressista" (Gulenista? Esiste un gulenismo italiano, in TV e nella carta stampata?) e i suoi corifei, vedi in questi giorni Antonio Ferrari. Dunque dividere la massa di migranti da espellere è assolutamente necessario. 

Il che ovviamente non vuol dire ledere i diritti dei clandestini - come pretende di accusare il solito Grillo. La linea Minniti prevede la figura di un "garante dei diritti" dei migranti. C è da credere che la linea del governo sarà da questo punto di vista molto rigorosa: sia perché il precedente del garante Cantone ha sin qui ben funzionato, e sia perché gli stessi equilibri nel governo e nella sua maggioranza, richiedono appunto, il rispetto del diritto del migrante clandestino a un rimpatrio non solo finalmente doveroso e ineluttabile, ma anche "umanitario".
 
   DA ITALIA SOCIALE
                                                                                                               

sabato 7 gennaio 2017

COMUNISMO : IL "PARADISO" NORD-COREANO


COMUNISMO : IL "PARADISO" NORD-COREANO


La Corea è una penisola situata nell’estremo oriente, fra Manciuria e Giappone, ed è divisa tra due Stati : Corea del Nord e Corea del Sud.
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Anticamente erano presenti nella penisola tre regni (denominati dagli storici come “anteriori”) : Goguryeo, Baekje, e Shilla.
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Il regno di Goguryeo, ebbe vita dal 37 a. C. fino al 668 d. C., e si estendeva dal sud della Manciuria alla Corea del Nord settentrionale e centrale
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Il regno di Baekje invece, esistette dal 198 a.C. fino al 660 d.C., e occupava il territorio sito nel sud ovest della Corea.
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Il regno denominato Shilla o Silla, nel periodo che va dal 57 a.C. al 935 d. C, era situato nel sud della penisola, e nel 668 si alleò con la Cina per conquistare gli altri due regni, Baekje nel 660 e Goguryeo nel 668 .
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Dopo queste conquiste il Regno di Silla (ribattezzato dagli storici Silla unificata) occupò la maggior parte della penisola coreana, poi dopo circa trecento anni si frammentò in tre ulteriori piccoli Stati, denominati Tre Regni Posteriori :
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Silla, Hubaekje (originato da Baekje, posteriore), e Taebong, noto anche come Hugoguryeo (derivato da Goguryeo, posteriore) e si sottomise alla dinastia dei Koryo nel 935.
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Nel 936  il controllo dei Tre Regni passò nelle mani di Wang Geon che proclamò il Regno di Goryeo, mettendo fine al periodo dei Tre Regni posteriori.
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Nel 1897 nacque l’Impero coreano guidato dal re Gojong fino al 1910, anno in cui il Paese fu conquistato dall’Impero giapponese.
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Al termine della seconda guerra mondiale, nel 1945 la penisola coreana fu divisa in due zone :
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il territorio a nord del 38° parallelo, sotto l‘influenza e l’occupazione sovietica, e il territorio a sud del 38° parallelo, sotto l’influenza e l’occupazione americana.
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Nel 1948 nacquero la Repubblica democratica di Corea (Corea del Nord) e la Repubblica di Corea (Corea del Sud) con governi diversi e sistemi politici ostili l’uno all’altro :
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KIM IL-SUNG in una banconota da 100 wong
La Corea del Nord divenne una dittatura comunista e filocinese con capitale a Pyongyang, presieduto da KIM IL - SUNG, mentre la Corea del Sud divenne una democrazia capitalista filostatunitense con capitale a Seul, presieduta da Syngman Rhee.
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Nel 1950 la Corea del Nord impose la sua volontà di estendere “per il bene del popolo” la propria zona di influenza e lo fece invadendo militarmente i territori della Corea del Sud.
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La Corea del Nord si rivelò subito come lo Stato comunista più chiuso del mondo, e fu per questo soprannominata il “regno eremita”.
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La guerra, che iniziò nel 1950 e proseguì fino al 1953, causò ben 2.800.000 vittime, metà delle quali civili, e innescò una delle fasi più acute e pericolose della cosiddetta “guerra fredda” , per il conseguente rischio di conflitto nucleare.
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Gli Stati Uniti, insieme ad altri 17 Paesi, intervennero militarmente su mandato dell’Onu per rovesciare il Governo nordcoreano e liberare la Corea del Sud.
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Kim, il dittatore comunista nord coreano, aveva già combattuto insieme ai guerriglieri comunisti cinesi per contrastare le truppe di occupazione nipponiche in Manciuria, e aveva seguito dei corsi di indottrinamento comunista politico e militare a Chabarovsk, in Unione sovietica, tanto che negli anni trenta aveva assunto la carica di capitano dell’Armata Rossa.
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Rientrò in Corea nel 1946, dove fu subito nominato dalle forze sovietiche di occupazione “Capo del Comitato Popolare Provvisorio” in quanto il Partito Comunista Coreano aveva sede a Seul, nel territorio di occupazione americano.
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Successivamente divenne Primo Ministro della neonata Repubblica Democratica Popolare di Corea (RDPC).
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Kim preparò la proditoria aggressione alla Corea del Sud con molto anticipo, ammassando truppe al confine e facendo esercitazioni nascoste per preparare le truppe all’invasione.
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La notte del 25 giugno 1950 circa 120.000 soldati nordcoreani varcarono senza preavviso il confine con la Corea del Sud, e occuparono la città di Seul.
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KIM JONG-IL
Dopo tre anni di guerra e di perdite di vite umane il conflitto ebbe termine, grazie anche al fatto che l’Unione sovietica, in contrasto con Mao Tse Tung negò alla Corea del Nord gli aiuti militari richiesti.
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La pace però non ha fermato i propositi dittatoriali della Corea comunista, che continua ancora oggi a soggiogare il popolo sotto rigide imposizioni di stampo maoista e staliniano.
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Imperversano nel Paese le “purghe” repressive, cui seguono le condanne alla pena di morte, che raggiungono il numero di 90.000 vittime.
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Vengono organizzati innumerevoli prigioni e campi di detenzione e di lavoro forzato per i criminali comuni, le zone di deportazione per i nuclei familiari, e le zone di dittatura speciale per i detenuti politici.
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I prigionieri subiscono torture di ogni tipo e soprusi, e vengono obbligati a lavorare dalle cinque del mattino fino a mezzanotte, continuamente sottoposti a brutalità e ferocia.
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Le nascite di bambini in regime di detenzione vengono punite con la sgozzatura del neonato.
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La dinastia KIM stringe la popolazione coreana nella ferrea morsa del terrore comunista, iniziando con KIM IL-SUNG (1972/1994), e proseguendo con KIM JONG-IL (1994/2011), per arrivare fino ad oggi con KIM JONG-UN, compiendo e tramandandosi una serie continua di crimini contro l’umanità, massacrando il loro stesso popolo, come confermato anche da racconti di sopravvissuti.
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Si narra di corpi spremuti per estrarne il grasso e della cremazione delle ossa rimaste, di urla inumane provenienti dalle celle di tortura, di capelli insanguinati incollati al muro, di strumenti di tortura applicati ai genitali degli sventurati prigionieri, di esecuzioni capitali e di uccisioni provocate apposta con estrema lentezza per prolungare l’agonia delle vittime.
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Anche le donne non sfuggono alla ferocia comunista, e si racconta di seni lacerati a colpi di coltello, di parti genitali sfondate con il manico di un badile, di nuche fracassate a martellate, di cani addestrati a sbranare esseri umani, di cui non rimangono che le ossa spolpate.
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Anche le persone anziane vengono torturate e uccise, così come i ragazzi, come nemici della rivoluzione comunista, in un parossismo di furore sadico e perverso che disonora l’intera umanità.
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KIM JONG-UN
Le vittime dei campi di concentramento nordcoreani raggiungono la cifra di un milione e mezzo di unità, mentre fuori dai campi, nella cosiddetta società civile, persiste una totale mancanza di ogni minima libertà o diritti.
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Le politiche economiche fallimentari del regime comunista affamano la popolazione e provocano un vero e proprio genocidio, con un numero di vittime stimato intorno ai due milioni, mentre la Croce Rossa afferma che ogni mese muoiono 10.000 bambini per fame e denutrizione.
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L’orrore di Stato che la Corea del Nord produce sulla popolazione inerme e incolpevole è pari solo a quello nefasto e sadico dei tristemente famosi khmer rossi cambogiani.
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E’ anche pari alla stupidità criminale di coloro che in Occidente inneggiano alla “falce e martello”, con il pugno chiuso alzato, in segno di appartenenza al mondo comunista.
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E’ pari anche alla colpevole idiozia di quelle masse studentesche manipolate dalla sinistra che in Italia, negli anni ‘68/’70, sventolavano il “libretto rosso” di Mao, in un delirio di macabra condiscendenza, durante i cortei e le manifestazioni di piazza organizzate dalla sinistra.
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Costoro dovrebbero provare sulla loro pelle ciò che il popolo coreano ha dovuto subire e sta ancora subendo a causa della dittatura comunista.
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Personaggi come Cossutta, Bertinotti, Togliatti, Alboresi, che appartengono o hanno fatto parte dell’universo comunista dovrebbero portare le loro stesse famiglie a vivere in quello che dovrebbe essere, secondo i loro standard socio politici, un vero e proprio paradiso in terra.
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Potrebbero così provare l’ebbrezza della deportazione in Laogai di stampo cinese, per iniziare la “rieducazione attraverso il lavoro” a cui sono sottoposti almeno una volta nella vita tutti i coreani, oppure scoprire un giorno che i propri familiari sono scomparsi, fagocitati da un regime che non ti dirà nemmeno che fine abbiano fatto.
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La falsità dei comunisti europei è ignobile, poiché fingendo scaltramente di non sapere quali crimini compiono i loro confratelli coreani, ne diventano complici a tutti gli effetti.
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E’ proibito anche l’acceso a Internet, allo scopo di circoscrivere qualsiasi sussulto di dissenso, mentre la comunicazione con l’estero tramite telefono cellulare è considerata una attività di spionaggio ed è repressa con l’arresto e la detenzione.
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Centinaia di migliaia di persone vengono tenute in segregazione e torturate senza che nei loro confronti venga formulata alcuna accusa, se non quella generica di “colpa per associazione” che corrisponde al fatto di essere parenti o amici di persone che sono invise al regime comunista.
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Non pago, il regime comunista nordcoreano ha inviato forzatamente 50.000 coreani in altri Paesi come Libia, Mongolia, Nigeria, Qatar e Russia, come mano d’opera schiavizzata,  sorvegliati e sfruttati, incamerando i loro salari e costringendoli a turni lavorativi sfiancanti.
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L'attuale dittatore nordcoreano Kim Jong-un, pur interpretando il ruolo di comunista alla guida dei lavoratori, ha paradossalmente studiato alla scuola inglese di Berna in Svizzera e si è laureato due volte, tentando di dissimulare la sua vera natura, che ce lo dipinge invece come crudele e spietato, amante del lusso sfrenato e della violenza gratuita, come dimostrano le leggi imposte al suo stesso popolo.
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Il suo delirio di onnipotenza lo spinge alla ricerca di un ruolo come leader di una potenza nucleare, per il quale si spinge ad incrementare sempre di più le esercitazioni militari e la corsa all’armamento.
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Il terrore resta comunque la sua arma prediletta, con cui esercita la tirannia sull’intero popolo nord coreano, nel modo in cui i marxisti-leninisti sono maestri, con ferocia e disprezzo per la vita umana.
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Il comunismo dunque, ancora una volta, è esempio di disprezzo per i più elementari diritti, come la libertà e l'uguaglianza, e ripercorre sentieri di orrore sulla pelle del popolo, già collaudati nei regimi di Stalin, di Mao, o di Fidel Castro.
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Fino a quando l'Occidente continuerà a fare affari con le superpotenze comuniste, come ad esempio la Cina, anziché dare un chiaro segnale di condanna per le violazioni dei diritti umani in tali Paesi, le masse popolari planetarie saranno facile preda degli insaziabili appetiti dei gerarchi comunisti.
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Articoli de "l'Unità" che negli anni '70/'80 falsavano la realtà criminale della Corea del Nord
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Sta a noi combattere perché ciò non avvenga, opponendoci in tutti i modi al comunismo, boicottando i loro prodotti e le loro merci, rifiutando qualsiasi approccio amichevole, condannando apertamente il loro operato..
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Spero che la cupidigia dei miopi Governi occidentale non prevalga sugli ideali di libertà che dovrebbero contraddistinguere il nostro stereotipo di civiltà, e che si cessi immediatamente di commerciare con i Paesi comunisti, imponendo anzi loro una ferrea sequenza di sanzioni di ogni tipo.
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Non facendolo, ci renderemo, più di quanto oramai siamo, loro complici a tutti gli effetti.
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Dissenso
 
                                                                                                            

mercoledì 4 gennaio 2017

Giovannino Guareschi

 

Giovannino Guareschi

Ripropongo qui la vicenda giudiziaria di Givannino Guareschi, autore di ‘Don Camillo‘ e all’epoca direttore responsabile del periodico Candido.
La ripropongo qui perchè ha a che fare con i bombardamenti alleati.

La causa gli era stata intentata dall’on. Alcide De Gasperi (allora Presidente della neo nata Repubblica) che si era sentito diffamato per la pubblicazione di due lettere, dichiarate poi false dal Tribunale, e del commento alle stesse dello che Guareschi scisse su Candido. All’imputato venva garantita “ampia facoltà di prova”.

Ma vediamo i fatti.

Si trattava di due lettere nelle quali De Gasperi, all’epoca rifugiato in Vaticano, chedeva ‘a cuore ‘stretto‘ agli Alleati il bombardamento di alcuni quartieri periferici di Roma ‘allo scopo di venire affiancati dalla popolazione romana nell’insurrezione‘.

Nella memoria collettiva degli Italiani vi è una certezza: le lettere erano un falso su cui l’ingenuo, ma onesto Guareschi era inciampato.
Le lettere in questione erano state tra l’altro presentate ad altri giornali (e da questi rifiutate), prima di arrivare al Candido.
Al termine del processo, Guareschi venne condannato a tredici mesi di carcere. Lo scrittore, non solo non presentò appello contro la sentenza, ma si affrettò a raggiungere spontaneamente la galera, senza battere ciglio. Commentò:
«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione».

Restano però tuttora senza risposta alcune domande:

  • Se le carte pubblicate da Guareschi erano una bufala perché dopo oltre mezzo secolo se ne continua a parlare, quando perfino della bufala dei falsi diari di Hitler dopo una settimana non se ne discuteva più?
  • Se quei documenti erano falsi, perché il Tribunale decise di distruggerli?
  • Flaminio Piccoli, stretto collaboratore di De Gasperi, a proposito del processo dichiarò: «che il clima politico possa aver influito sui giudici non lo nego». Perché “influirono” sui giudici?
  • Una delle lettere attribuite a De Gasperi era stata scritta su carta intestata della Segreteria di Stato del Vaticano. Perché il Vaticano non intervenne mai per chiarire che quella lettera era un falso? E perché da quel momento Pio XII non ha più voluto incontrare De Gasperi?
  • Se i documenti erano falsi perché Andreotti sosteneva, invece, che avevano una “capacità disgregatrice”?
  • Il Presidente del Consiglio Mario Scelba, all’indomani del processo, irruppe nel domicilio privato di Guareschi pretendendo che lo scrittore facesse ricorso in appello. È mai possibile che il capo di un governo si scomponga tanto per una semplice bufala?
  • De Gasperi chiese ufficialmente a Churchill di verificare se negli archivi inglesi non esistesse, per caso, una copia di questi documenti “falsi”. Risulta a qualcuno che a Londra si divertano ad archiviare documenti falsi?

Ma vediamo come si svolse il processo.

A Guareschi fu negata una perizia sulle lettere. La motivazione la si legge nella Sentenza n. 896 del 15 aprile 1954 del Tribunale Civile di Milano – sezione 3ª nella causa penale contro Giovannino Guareschi:

Dalle considerazioni di cui innanzi, anche senza tener conto dei dinieghi della parte lesa [De Gasperi, N.d.R.] che, per aver prestato giuramento, per il nostro sistema processuale, va creduta, appare evidentemente che le lettere riportate sul Candido non possono essere che false.”

In altre parole ciò significa che avendo De Gasperi giurato che le lettere erano false, gli si doveva credere e pertanto non era ammissibile alcuna prova contraria. La parola di uno o più  periti infatti non poteva valere, nemmeno lontanamente, la parola di De Gasperi.
L’unica perizia alle due lettere pubblicate su Candido fu quella effettuata dal perito calligrafo Umberto Focaccia accreditato presso il Tribunale di Milano. La perizia era favorevole all’autenticità delle due lettere, fu citata nella Sentenza, ma il Tribunale non ne tenne conto.

Dagli atti allegati al processo, infatti si legge:
…copia fotografica della prima lettera pubblicata da GG sul n. 4 di Candido del 24 gennaio 1954 ( in edicola il 20 gennaio 1954 ) a pagina 21. A pagina 20 dello stesso numero il testo delle dichiarazioni che sono state aggiunte a questa copia per certificarne l’autenticità: la dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno che certifica che la copia fotografica corrisponde all’originale in sue mani; le autentiche della firma del notaio; la dichiarazione di autenticità della firma “Degasperi” di Umberto Focaccia, perito calligrafo accreditato presso il Tribunale di Milano, e l’autentica rilasciata dal notaio della firma del perito. In questa riproduzione di Candido si legge solo la prima parte della dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno. L’altra parte delle “aggiunte” è visibile nella riproduzione della seconda parte della copia fotografica della lettera che viene qui pubblicata (forse) per la prima volta…

…copia fotografica della seconda lettera pubblicata da GG sul n. 5 di Candido del 31 gennaio 1954 (in edicola il 27 gennaio 1954) a pagina 20. Nella stessa pagina GG pubblica il testo delle dichiarazioni che sono state aggiunte a questa copia per certificarne l’autenticità: la dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno che certifica che la copia fotografica corrisponde all’originale in sue mani; le autentiche della firma del notaio; la dichiarazione che la scrittura del testo e della firma sono autentiche di Degasperi di Umberto Focaccia, perito calligrafo accreditato presso il Tribunale di Milano. In questa riproduzione di Candido si legge solo la prima parte della dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno. L’altra parte delle “aggiunte” è visibile nella riproduzione della seconda parte della copia fotografica della lettera che viene qui pubblicata (forse) per la prima volta…

Ricordo che gli originali delle due lettere furono consegnate al Tribunale dal Notaio Bruno Stamm al Presidente del Tribunale il 14 aprile 1954.

Ma c’è di più. Il Tribunale infatti non solo rifiutò la richiesta deella difesa di Guareschi di provare l’autenticità delle lettere, ma rifiutò anche all’accusa di esaminare i documenti. La Pubblica Accusa infatti chiese di esaminare gli autografi attribuiti a De Gasperi.  “Non ho il menomo dubbio”, disse “che i documenti siano falsi di sana pianta“. Il processo fi sospeso e all’udienza successiva si assistette ad un fatto davvero penoso: Il Pubblico Ministero ritrattava tutto e chiedeva scusa per aver osato richiedere l’esame delle prove. “Un eccesso di scrupolo“, si giustificò balbettando. Ci troviamo quindi di fronte ad un processo in cui l’imputato non ha la possibilità di difendersi e il Pubblico Ministero non ha la facoltà di sostenere l’accusa.

Per inciso voglio ricordare uno dei tanti falsi dell’Unità.
Il 29 luglio 1954, infatti, l’Unità pubblica con gran risalto la richiesta di grazia presentata dalla moglie in nome di Guareschi.
Notizia ovviamente falsa, come nella migliore tradizione di quel giornale.

Chiusa la parentesi, torniamo al processo.
Guareschi come detto fu condannato senza che gli venisse concessa la facoltà di prova.
Le famose lettere erano state rese disponibili, gratuitamente, al Candido da un certo De Toma, ex ufficiale della R.S.I..
Si aprì quindi, una volta concluso il processo contro Guareschi, un processo contro De Toma per aver divulgato le lettere ‘false‘.
Contrariamente al primo processo, qui vennero eseguite le perizie calligrafiche (eseguite da un collegio di tre periti), che concludevano che “non esistevano prove tali da permettere di stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere“.
Venne nomnato allora un superperito, il prof. Namias, che dichiarò invece che le lettere erano un falso. Siamo ad uno contro tre.
Si effettua quindi una controperizia, richiesta dalla difesa ed eseguita dai professori La Manna e Cannone. Questi riscontrarono che le lettere esaminate dal prof. Namias erano diverse da quelle pubblicate dal Candido e depositate al Tribunale che giudicò Guareschi e munite dell’attestazione di veridicità con l’autentica notarile.
Il De Toma fu quindi assolto, non essendo stata raggiunta la prova del falso nei suoi confronti.

Difficile, oggi, far pienamente luce sull’accaduto. Lascio a ciascuno il giudizio sui fatti.
Mi preme solo sottolineare come, anche allora, funzionasse la giustizia e richiamare l’attenzione su di un fatto (incerto per quel che riguarda De Gasperi, ma comune negli altri casi) su cui secondo me vale la pena di riflettere.
I bombardamenti alleati su obiettivi certamente non militari con innumerevoli vittime civili, veri e propri crimini di guerra rimasti impuniti, venivano quasi sempre pilotati da terra e richiesti da formazioni partigiane con lo scopo appunto di demoralizzare la popolazione civile ed ottenerne l’appoggio.

(notizie prese dal sito dal sito di Giovanni Guareschi)
                                                                                                                                                 

lunedì 2 gennaio 2017

IL FASCISMO E LA LIBERTA'

IL FASCISMO E LA LIBERTA'



di Franco Franchi



Il Fascismo fu anche libertà. Non piena, non totale come in un sistema occidentale: ma piena per chi volle conservarla, difenderla e praticarla con il coraggio della dignità. Così garantiscono le eccezionali testimonianze di Benedetto Croce e Francesco Flora, i nostri grandi (antifascisti) della filosofia e della letteratura.

La "dittatura" fascista è fondata sul consenso delle masse, palese, convinto, a volte gridato con entusiasmo, e porta ad una conclusione difficilmente negabile: Mussolini non usava i metodi tradizionali della democrazia per rilevare il consenso popolare sulla politica del proprio governo, ma poneva pur sempre il consenso, comunque raccolto o individuato, alla base delle decisioni fondamentali, fuorché all'interno del Parlamento dove venivano rispettate - al di là del metodo elettorale - anche le forme della democrazia, sia pure in un diverso rapporto costituzionale tra Governo e Parlamento, più efficiente e più adeguato alla nuova velocità della politica: il rapporto di cooperazione delle Camere con il Governo per la formazione delle leggi. I tempi esasperanti della democrazia prefascista vengono travolti dai nuovi movimenti culturali e politici che hanno raccolto l'esigenza di dinamismo impressa alla vita delle società europee dalla prima guerra mondiale. Tutto è trasformato dall'immane conflitto e, al bisogno di dare risposte immediate ai nuovi problemi sotto l'incalzare della scienza, della tecnologia, delle rivoluzionarie invenzioni come la radio che porta la comunicazione al cosiddetto "tempo reale", può ben essere sacrificata qualche formalità della vecchia democrazia, per altro squalificata dall'inefficienza. Ma Mussolini non rompe mai con il principio di democrazia, tanto che definirà il Fascismo una "democrazia organica", ma ne inventa una nuova fondata sul consenso sostanziale che si avvicina alle antiche forme della democrazia diretta. È vero che l'esercizio della democrazia diretta è più adeguato alla città-stato, con il popolo-corpo elettorale convocato in piazza, ma l'avvento della radio, la creazione di impianti sempre più potenti, la capillare distribuzione degli apparecchi riceventi, la diffusione della stampa trasformano lo Stato in una grande, unica piazza dove simultaneamente arriva la voce del governo e il governo raccoglie le reazioni del popolo. Non ci sono "garanti", ma la garanzia c'è ed è insita nella cultura del dovere dei governanti e, soprattutto, nella volontà di un Capo che vuole governare con il consenso, che controlla tutto l'apparato statuale, anche il rispetto dell'orario di lavoro nei ministeri.1

Al tempo stesso la dottrina elabora la moderna tesi costituzionale della "elezione come designazione di capacità". La vecchia democrazia prefascista, infatti, anche nella piatta restaurazione operata dopo il secondo conflitto mondiale, non ha mai garantito l'effettiva capacità dell'eletto rispetto alle funzioni pubbliche cui è chiamato: ossequio ad una forma che si esaurisce nell'apparenza, ma con violazione di una sostanza che si traduce in danno per la società. Ma se nel Fascismo permane questo principio democratico del consenso, pur discutibilmente interpretato, vi permane di conseguenza il principio fondamentale della libertà. Ora, però, la libertà si afferma a fianco dell'altro elemento fondante: l'autorità, che trova il massimo riferimento nell'ordine, nella Nazione, sintesi di tutti i particolari; in un Paese che di questo binomio inscindibile aveva soprattutto bisogno per conseguire l'interesse nazionale, altro concetto nuovo da cui tutti gli interessi particolari discendono ed in cui tutti gli interessi particolari trovano soddisfazione. Il Fascismo trova lo Stato in piena crisi dell'autorità che significa- come afferma Giuseppe Capograssi nelle sue "Riflessioni sull'autorità e la sua crisi" - "assenza dell'autorità... la società rimasta senza autorità vive senza pensiero e lo Stato è ridotto a un accidente e quasi materiale rapporto di forze... La crisi dell'autorità poiché è mancanza di autorità e crisi di coscienza è dunque crisi di libertà".2

In queste nuove 6 Tesi, a noi interessa più semplicemente riscontrare, esaminando aspetti essenziali della vita in regime fascista, come sussistano vaste aree di libertà, a riprova che il regime non solo non rendeva obbligatorio il consenso come qualcuno sostiene, ma ammetteva, o tollerava, il dissenso proprio nei settori più delicati e più idonei a influenzare l'opinione pubblica.

In primo luogo spicca la libertà nell'insegnamento universitario, quello, cioè, che forma la classe dirigente, le professionalità e la stessa classe politica. E si dovrà proprio a questa rispettata libertà se il dissenso potrà assumere le forme aperte dell'antifascismo che pur restò in cattedra, in parallelo allo svilapparsi di una classe politica fascista, colta, preparata e coerente che saprà affrontare anche il sacrificio supremo andando volontariamente alla guerra. È noto a tutti che Concetto Marchesi, grande latinista e grande stalinista, rimase in cattedra per tutto il Fascismo fino agli albori della Repubblica Sociale Italiana.

E di libertà si parla in un altro settore caratterizzante: la Magistratura. A dispetto di tutta la propaganda di quest'ultimo cinquantennio, la toga del giudice non è mai stata asservita al regime. Ci sono, è vero, magistrati che ostentano la camicia nera, pochi per fede, di più per servilismo, ma sono una minoranza, restando la stragrande maggioranza dignitosamente indipendente, spesso sfidando lo stesso regime senza contraccolpi.

Nel Parlamento, costituito dalla Camera dei Deputati (solo nel gennaio del '39 trasformata in Camera dei Fasci e delle Corporazioni) e dal Senato del Regno, vengono invece rispettate anche le forme della democrazia, con il voto segreto sulle leggi fino alla riforma del 1939, con ampi dibattiti rigorosamente verbalizzati dove emerge il dissenso, con atteggiamenti tipici dell'opposizione. L'odioso assassinio di Matteotti ha solo l'occasione parlamentare, ma le vere cause, di origine extraparlamentare e in parte ancora oscure, svelano una congiura contro Mussolini e il suo governo protesi verso la normalizzazione e impegnati nel ripudio della violenza delle vecchie squadre per l'affermazione dello Stato e delle sue leggi. È noto, infatti, che da quella ignobile colpa Mussolini verrà assolto due volte: una dalla magistratura di allora, e l'altra - ben più significativa - dalla magistratura di questa Repubblica antifascista nella revisione del processo del 1947. Ancor più nota e riconosciuta è l'area di libertà riscontrata nelle riviste dei G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti) e nelle cosiddette riviste "ereti-che", dove più forte si manifesta il dissenso e si pratica la critica più dura. Le testate, molte e arcinote, sono un vero tormento per il regime e soprattutto per la gerarchia, tenuta sotto tiro da giovani intellettuali fascisti che vogliono colpire per migliorare, ma anche da altri giovani intellettuali che trovano in quei fogli la palestra per approdare all'antifascismo. Nei G.U.F. si forma e si sviluppa quella critica al regime fascista che è prova di libertà, e la chiusura di alcune testate universitarie o di alcune riviste "eretiche" non si deve a provvedimenti dell'autorità, ma al fatto che i direttori o i titolari delle testate preferirono, di fronte alla guerra, abbandonare la critica e andare a combattere, con l'impegno, a vittoria conseguita, di ripulire il fascismo dai difetti del gerarchismo, dall'acquiescenza alla vita comoda del potere, dalla corruzione, per restituire al movimento la fede delle origini. E la più famosa rivista antifascista, di scontro aperto contro il regime, resta "LA CRITICA" di Benedetto Croce che continuò ad uscire per tutto l'arco di vita del fascismo, e che cessò spontaneamente nel 1943 a regime fascista caduto. Lo stesso cammino parallelo di un'altra Critica, la "CRITICA FASCISTA" di Bottai, che da un punto di vista fascista lottò tenacemente per la libertà, e per l'apertura a tutte le voci e a tutti gli apporti. A conclusione di queste nuove Tesi sul Fascismo si colloca quella della libertà nella Repubblica Sociale Italiana, affermata da molti ma costituzionalizzata da Vittorio Rolandi Ricci, il grande giurista ligure, monarchico liberale, senatore nominato da Giolitti, il quale, a ottantatre anni, approda alla Repubblica di Mussolini. Il fascismo repubblicano, duramente impegnato nella guerra e nella guerra civile, scopre pienamente il valore eterno della libertà, colto nel suo più alto significato dal Capograssi in sintesi indissolubile con l'autorità; mentre Gentile, nella sua ultima opera "scritta a sollievo dell'anima", così individua il rapporto tra i due valori: l'autorità non deve recidere la libertà, la libertà non può pensare di fare a meno dell'autorità.

In questo difficile equilibrio tra autorità e libertà si sviluppa il Fascismo, non sempre trovando la giusta misura - spesso in danno della libertà - ma sempre ritenendone la inscindibilità in un sistema politico costituzionale fortemente innovatore, e mai in rottura con la democrazia, della quale contesta non il principio ma il sistema: quel sistema costituzionale tradotto nel vecchio e ovunque fallito "parlamentarismo".

E infine, fuori Tesi, è posta una breve conclusione del quaderno sulla "libertà dalla paura": perché gli Italiani, durante il ventennio fascista, non conobbero la paura, come qualcuno goffamente si ostina a sostenere, ma vissero una vita intensa di lavoro, di straordinarie conquiste giuridiche e sociali, di entusiasmi, di controllato benessere, di edificanti costumi, di progresso e di rinverdite tradizioni, di-manifesta partecipazione alla vita pubblica, di quasi totale adesione alla volontà di un Capo che trasformava la Penisola in un febbrile cantiere di opere della civiltà, e che trasmetteva l'orgoglio dell'italianità ritrovata.

E di un altro immenso bene godettero gli Italiani: quello della sicurezza e dell'ordine, tanto desiderato e invocato dopo il caos violento dell'Italia prefascista.

"Libertà dalla paura", dunque, come primo segno e fondamento di tutte le libertà.

1 Vedi telegramma di Mussolini in Circolare dell'Istituto nazionale fascista infortuni sul lavoro, 23 maggio 1941-XIX, n° 48/41 (2190/C.G), "orario di ufficio": "È ormai diventato un sistema quello adottato da Ufficiali e Fun-zionari che consiste nell'avviarsi all'ufficio alle 8 il che significa essere al tavolo di lavoro non prima delle 8 et 15 e forse più tardi alt Esigo che questa deplorevole abitudine tipica manifestazione di quel pressapochismo deleteria tara del carattere di troppi italiani abbia immediatamente a cessare alt Alle 8 chi non è già al suo tavolo di lavoro ha perduto la giornata con le relative conseguenze alt Farò controllare quanto sopra alt - MUSSOLINI".



2 Capograssi pubblica il Saggio sullo Stato nel 1918; le Riflessioni sull'autorità e la sua crisi nel 1921; La nuova democrazia diretta nel 1922. Le Riflessioni sono ripubblicate da Giuffrè nel 1977, e nella Presentazione a cura di Mario D'Addio si legge: "Stato, Autorità, democrazia: Capograssi si impegnò nello studio dei problemi centrali della vita politica in un periodo come quello immediatamente susseguente alla fine della prima guerra mondiale, in cui il tradizionale ordine politico, sconvolto dal conflitto, sembrava aver perduto il suo centro di stabilità e di equilibrio". Le Riflessioni furono scritte "quando nella situazione politica italiana maturava la crisi profonda dello Stato liberale che, posto improvvisamente dinanzi ai grandi problemi economici e sociali della democrazia di massa, alle esigenze di profondo rinnovamento fatte valere proprio da quelle masse popolari che avevano sostenuto il sacrificio della guerra e che sulla base del suffragio universale reclamavano una più diretta partecipazione al governo della cosa pubblica, vedeva negata da più parti la sua stessa esistenza, misconosciuta la sua ragion d'essere. Ma la forza speculativa dell'autore, la capacità di saper vivere la situazione politica al livello dei grandi problemi della filosofia moderna e contemporanea, di saper parlare di politica in una prospettiva teoretica senza perdere il contatto con le concrete esigenze del momento politico, ne fanno uno degli scritti più originali e più penetranti sul complesso e delicato problema dell'autorità".