mercoledì 9 maggio 2018

L'EROE CARMELO BORG PISANI

« Malta non è inglese che per usurpazione ed io non sono suddito britannico che per effetto di questa usurpazione. La mia vera Patria è l'Italia. È dunque per lei che devo combattere »
(Carmelo Borg Pisani)

COMUNICATO  DEL  “COMITATO  PER  IL RICORDO ED IL RIMPATRIO  DELLA M.O.V.M.  CARMELO  BORG PISANI”  IN OCCASIONE  DEL 70° ANNIVERSARIO  DELLA SUA MORTE AVVENUTA A  MALTA NEL CARCERE DI CORRADINO  Il 28.XI.1942 – XX E.F.
IN ONORE  E  MEMORIAM DI  CARMELO BORG PISANI.
I punti a seguire dimostrano come le presunte ragioni della  condanna inglese di Borg Pisani siano il frutto di un pregiudizio ideologico e di una evidente ingiustizia giuridica che, sia pur non giustificabili ma prevedibili in tempo di guerra, divengono nel tempo successivo una mostruosità da ogni punto di vista. Ma se l’ereditato pregiudizio inglese è duro a morire, per verità dobbiamo dire che quello italiano, qualora persista, nel disinteresse o nel colpevole silenzio, è grottesco ed ancor più gravemente responsabile.

1. jus soli: per il quale gli inglesi hanno considerato Carmelo Borg Pisani  traditore , in quanto nato su un suolo inglese si è poi messo al servizio dei nemici dell' inghilterra ( ITALIA);

2. jus sanguinis: lui non si sentiva inglese, se non per usurpazione, in quanto Malta era stata eradicata con la forza dal mondo latino, quindi lui si sentiva sicuramente più italiano che british !;

3. jus ideae : diritto dell'idea , parafrasando il pensiero in merito di Julius Evola, lui era fascista “dentro”, aveva il suo ideale tutto permeato dalla mistica fascista;

4. non era stato assolutamente una spia, in quanto non aveva potuto averne il tempo ed i mezzi, durante lo sbarco a Malta infatti perse a causa di un tempesta la radio ed ogni mezzo di comunicazione: quindi anche se avesse voluto ( intenzionalità) non avrebbe mai potuto compiere alcun atto di spionaggio, il fatto non sussiste, manca la commissione del reato !;

5.non gli sono stati riconosciuti i diritti di essere un soldato dell'Esercito Italiano, per meglio precisare della Marina Militare Italiana, lo hanno condannato infatti all'impiccagione come un criminale , avrebbe  ben meritato il diritto di essere fucilato,  financo alla schiena e con una benda sugli occhi,  ma comunque fucilato..!;

6. a Malta lo considerano ancora adesso un traditore, ma come..??,  se ha in effetti  tradito , ha tradito l' inghilterra, ma non certo Malta, la terra dei suoi Padri , che all'epoca dei fatti era colonia inglese asservita e sottomessa ad essa;

7. Malta nel 1964 è diventata una nazione indipendente, libera;  delle due una, o alla luce della novella indipendenza Carmelo Borg Pisani deve essere considerato dai maltesi , secondo noi  a dovere, un Padre della Patria e non un traditore, o Malta non è una vera  nazione libera ed indipendente ma ancora vassalla e sottomessa al Regno Unito in tutto e per tutto ....!;

8. ultimo ma non meno importante Carmelo Borg Pisani è un Caduto in Guerra, in più onorato con il massimo delle onoreficenze: la  Medaglia d'Oro al VALORE MILITARE, pertanto deve avere una tomba/un sacello degno del suo rango, attualmente Malta non ha rispettato e non rispetta un Soldato Italiano; allora lo si trasporti subito in Patria presso il Sacrario Dei Caduti d'Oltre Mare di Bari.


Carmelo Borg Pisani nato a Senglea il 10 Agosto 1915 in una nota famiglia cattolica e nazionalista maltese, a 14 anni si iscrisse alla OGIE (Organizzazioni Giovanili Italiane all'Estero) di La Valletta e dopo quattro anni, mentre frequentava con profitto anche il liceo d'arte Umberto I, fu inviato a Roma per frequentare un corso di "Capo Centuria".
Terminato gli studi liceali, per perfezionare i suoi talenti artistici si trasferì a Roma dove frequentò l’ Accademia di Belle Arti senza trascurare l'attività politica: entrò in contatto col gruppo degli irredentisti maltesi e collaborò col prof. Umberto Biscottini ed altri intellettuali dell' Archivio storico di Malta.
Con loro maturò la sua idea che i britannici stavano distruggendo l'"anima italiana" di Malta e che fosse necessario scacciare gli inglesi per il ritorno dell'isola alle sue origini. Con queste motivazioni Pisani (così come altri studenti maltesi che condividevano le stesse idee) si iscrisse al Partito Fascista divenendo Camicia Nera.
L'entrata nella guerra dell'Italia, il 10 Giugno 1940, lo sorprese ancora a Roma. All'indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale , dopo esser stato scartato dal Regio esercito per la sua forte miopia, si arruolò nella Milizia ( MVSN) ottenendo il grado di "Sotto Capo Manipolo". Entrò anche a far parte del Servizio Informazioni Militari (SIM). Chiese ed ottenne, inoltre, la cittadinanza italiana rinunciando a quella britannica e restituendo il suo passaporto attraverso l'ambasciata statunitense di Roma che rappresentava il Regno Unito.
Fu quindi inviato in Grecia con la Compagnia Speciale del Gruppo CC. NN. da sbarco della 50a Legione partecipando all'occupazione italiana di Cefalonia.
Offertosi volontario per una spedizione ricognitiva a Malta propedeutica all' invasione dell’isola, il 18 Maggio 1942 sbarcò segretamente alle "Scogliere di Dingli" di Ras id-Dawwara divenendo l'avanguardia informativa nell'invasione dell'isola. Trasferì, quindi, i viveri in una grotta che conosceva da ragazzino, ma una tempesta insolitamente forte dopo soli due giorni si portò via viveri ed equipaggiamenti tanto che, messo alle strette dal bisogno, fu costretto ad attirare l'attenzione di una barca in perlustrazione e fu ricoverato in un ospedale militare.
Lì Pisani fu riconosciuto dal capitano Tom Warrington, un suo amico d'infanzia, che lo denunciò. Fu quindi trasferito nella prigione Corradino, interrogato ed accusato di tradimento.
Il 12 Novembre fu giudicato a porte chiuse per evitare le proteste dei Fascisti maltesi, i cui esponenti principali a quel tempo erano già stati deportati in campi di prigionia ugandesi o espulsi verso l'Italia.
La giuria, composta da militari in quanto il codice civile era stato sospeso per lo "Stato di Guerra", lo riconobbe colpevole di spionaggio e tradimento condannandolo a morte.Contro l'accusa di tradimento cercò di far valere la sua rinuncia alla cittadinanza britannica a favore di quella italiana e la partecipazione a combattimenti inquadrato nel Regio esercito. Quest'ultima annotazione fu, anzi, considerata come un'aggravante in quanto la Grecia era alleata del Regno Unito.
Il 19 Novembre fu emessa la sentenza a morte per impiccagione per tradimento e cospirazione contro il governo di Sua Maestà britannica.
La sentenza fu eseguita alle 7:34 del28 Novembre 1942 nella prigione Corradino.
Il Re Vittorio Emanuele III gli conferì motu proprio la Medaglia d’ Oro al Valor Militare alla memoria. Le notizie sulla sua morte erano però frammentarie: per questo motivo, credendo che Borg Pisani fosse stato fucilato, nelle motivazioni si fa riferimento al piombo del plotone di esecuzione.
La sua tomba si trova ancora all'interno del recinto del carcere "Corradino". Nella sua cella fu ritrovata la scritta: "I vili ed i servi non sono graditi al Signore".
La sua tomba si trova ancora all'interno del recinto del carcere "Corradino". Nella sua cella fu ritrovata la scritta: "I vili ed i servi non sono graditi al Signore".
Non c'è concordia sulla valutazione della figura di Pisani: alcuni affermano che era un eroe della causa di una Malta indipendente, altri che era un fantoccio nelle mani del Fascismo, altri ancora che era un coraggioso irredentista italiano.
Polemiche vi sono anche sul processo perché non gli fu riconosciuto lo status di prigioniero di guera che gli avrebbe risparmiato la pena di morte, cosa che invece avvenne, dopo la conclusione della guerra, per diversi altri irredentisti che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana ed estradati a Malta su richiesta inglese.
A Malta è visto da alcuni come un eroe per l'indipendenza nazionale, da altri ancora come un idealista che si sacrificò coraggiosamente per l'irridentismo italiano.
Del processo, alcuni ritengono sia stato giusto e imparziale. Altri reputano che egli, essendo un prigioniero di guerra, avrebbe dovuto avere un diverso trattamento. Altri ancora stimano che fu impiccato dagli inglesi solo perché irredentista in quanto, dopo la restituzione del passaporto e l'acquisizione della cittadinanza italiana, non ne era giuridicamente giustificata l'impiccagione.

"Vita e sacrificio di Carmelo Borg Pisani, l'unico italiano sbarcato a Malta"
La missione fatale e la cattura - Alle radici etniche e culturali della civiltà maltese - Nazionalismo e fascismo plasmano il carattere del giovane Borg Pisani - Fermezza e dignità nel martirio.

La notte fra il 18 ed il 19 maggio 1942 era più buia del solito, anche se addolcita dai sapori di una primavera mediterranea in pieno sviluppo. La condizione ottimale, insieme ad un mare assolutamente tranquillo, perché avesse inizio la missione di un piccolo gruppo navale italiano partito sul far della sera dalla base siciliana di Augusta. Il gruppo era composto dalla torpediniera Abba al comando del capitano di fregata Max Ponzo, da due MAS e da due MTSM ciascuno dei quali recava a bordo, oltre ai due operatori abitualmente previsti, un altro elemento che sarebbe stato il vero protagonista della missione.
Lo scopo di questa consisteva nell'acquisizione di elementi informativi relativi all'isola di Malta, nella previsione di un attacco anfibio con aviosbarco da effettuarsi tra il luglio e l'agosto successivi che avrebbe dovuto portare all'occupazione dell'isola, vera spina nel fianco per la sicurezza dei rifornimenti italo-tedeschi verso il fronte dell'Africa Settentrionale.
Ma le missioni affidate ai due «ospiti» di ciascun MTSM erano diversificate , sia nell'estensione e nell'importanza dei compiti, sia nella durata. Mentre infatti al sottocapo palombaro Giuseppe Guglielmo era affidata una ricognizione sulla costa maltese in prossimità della baia di Marsa Scala, nella zona Sud-Est dell'isola, allo scopo di rilevare apprestamenti difensivi, nidi di mitragliatrici e campi minati, un incarico certamente difficile e rischioso ma che si sarebbe dovuto esaurire nel giro di poche ore, il sottocapo manipolo Milmart Caio Borghi era preposto ad un compito di più ampio respiro, di vera natura «intelligence».
Una volta sbarcato in prossimità del promontorio di Ras id Dawara, sulla costa occidentale, avrebbe dovuto eludere la sorveglianza inglese e portarsi nel cuore degli insediamenti urbani dell'isola, raccogliere notizie sulla situazione alimentare e sul morale della popolazione (provata da due anni di incursioni aeree e da restrizioni di ogni genere), rilevare le difese di Malta e delle due isole minori di Gozo e Comino, accertare l'esistenza di una stazione radio sull'isolotto di Filfla ed assumere informazioni circa il forzamento del blocco da parte di un'unità navale britannica abitualmente all'ancora nella rada di Marsa Scirocco, comunicando in Italia a mezzo di un apparato trasmittente tutto quanto acquisito .
Una volta adempiuto a questi compiti, era previsto il recupero attraverso una procedura di esfiltrazione anfibia analoga a quella messa in atto per l'infiltrazione.
La missione del piccolo gruppo navale italiano si svolse regolarmente sino alla presa di terra dei due passeggeri trasportati a bordo degli MTSM. Guglielmo, dopo che il 218 lo aveva rilasciato su uno zatterino gonfiabile all'interno della baia di Marsa Scala, sbarcò sulla costa per poter meglio individuare le postazioni inglesi poste a ridosso del forte di S. Tommaso.
L'eccesso di zelo ed il «fascino dell'obiettivo» gli giocarono però un brutto tiro, perché nel fervore di prendere appunti e tracciare schizzi non si accorse del sopraggiungere dell'alba. Riguadagnò frettolosamente il mare alla ricerca del contatto con 1'MTSM trasportatore, vanamente perseguito nonostante questo avesse continuato ad incrociare nelle acque di Marsa Scala fino alle 4.10, termine oltre il quale fu costretto ad allontanarsi. A Guglielmo non restò altra scelta che quella di ritornare a terra dove, a giorno ormai fatto, finì nelle mani degli inglesi .
Il mezzo d'assalto 214, a sua volta, dopo aver manovrato a lungo dosando la velocità per sottrarsi all'azione dei riflettori della difesa costiera, si portò in prossimità della punta di Ras Dawara ed a quasi 200 metri dalla riva, verso l'1,30, rilasciò il battellino di gomma seguendone l'avvicinamento verso terra per circa una ventina di minuti sino alla ricezione del segnale luminoso convenuto che significava come lo sbarco fosse avvenuto regolarmente.
L'MTSM attese un'altra ora prima di iniziare la navigazione di disimpegno perché, anche se non era previsto il recupero immediato di Borghi, si doveva accertare che la sua missione fosse iniziata regolarmente e che egli non avesse bisogno di nulla.
Alle 2,45 il mezzo mise in moto puntando verso il largo, ricongiungendosi dopo circa tre ore e mezzo con la torpediniera Abba e con l'altro MTSM tornato da Marsa Scala e rientrando tutti insieme ad Augusta alle 8,40 del 19 maggio.
Per Borghi, le cose purtroppo si misero male sin dai primi momenti.
Aveva con sé 4 contenitori con cibo sufficiente per 20 giorni, una radio ricetrasmittente, il libretto del codice, un set di sostanze chimiche per distruggere messaggi cifrati, alcuni rotoli di corda, una pistola, una bomba a mano ed infine banconote per un ammontare di circa 200 sterline utili per compensare chi lo avesse aiutato.
Ma il luogo prescelto per lo sbarco non avrebbe potuto essere peggiore a causa delle alte scogliere perpendicolari alla costa, assolutamente impraticabili. In meno di due giorni il mare aveva spazzato via tutti i materiali che Borghi aveva al seguito, gran parte dei quali (ad eccezione del codice) sarebbe stata poi ritrovata dagli inglesi. Ridotto allo stremo delle forze ed ormai consapevole della situazione di assoluta mancanza di risorse, al terzo giorno si decise a chiedere aiuto, ed i suoi richiami furono uditi da Robert Apap, uno sfollato da Sliema, che li segnalò al personale di un posto di osservazione situato nelle vicinanze.
I soldati individuarono con i binocoli una figura indossante una tuta nera da immersione ed avvisarono il proprio comando.
Poiché risultava impossibile un salvataggio via terra a causa delle alte scogliere, fu fatta salpare dall'idroscalo di Kalafrana, nella baia di Marsa Scirocco, una motolancia veloce della RAF adibita al recupero degli equipaggi dei velivoli abbattuti; il tenente George Crockett, che ne era al comando, una volta giunto sul posto scorse l'uomo aggrappato agli scogli e dispose perché gli venisse lanciata una fune alla quale però questi non riuscì ad aggrapparsi.
A quel punto l'aviere Martins si tuffò in mare, si avvicinò per quanto possibile alla scogliera e convinse Borghi a tuffarsi a sua volta, venendo infine entrambi tratti a bordo. Borghi era in condizioni di stress psicofisico, e verosimilmente fu dovuto a ciò l'essersi lasciato sfuggire con l'unico membro dell'equipaggio della motolancia, durante la navigazione verso Kalafrana, di provenire dall'Italia. Giunti all'idroscalo, un'ambulanza lo trasferì all'ospedale militare di Mtarfa .
Nel frattempo, il capitano medico della RAF Tommy Warrington ricevette una telefonata che lo informava che si stava trasportando presso il suddetto nosocomio un civile da sottoporre a visita. La cosa gli sembrò strana, dal momento che era piuttosto inusuale inviare civili presso gli ospedali militari, tranne casi di particolare emergenza. L'ambulanza arrivò a Mtarfa mentre era in corso un'incursione aerea, e Warrington si recò a controllare se il paziente necessitasse di terapie prima di inviarlo all'ospedale civile di S. Spirito, nei pressi di Rsbat, località nella parte centro-occidentale dell'isola.
Era già buio, ma quando aprì gli sportelli del l'ambulanza, la luce della torcia elettrica fu sufficiente per consentirgli di riconoscere nell'uomo un compagno d'infanzia con il quale era cresciuto insieme a Senglea, uno dei più popolari sobborghi di La Valletta, Carmelo Borg Pisani.
Era proprio lui, difatti, quel Caio Borghi così indicato nell'ordine di operazioni della Regia Marina relativo alla missione 111 per attribuirgli un nominativo di copertura atto a salvaguardarne per quanto possibile la reale identità. Carmelo Borg Pisani era infatti a tutti gli effetti un suddito inglese e come tale, passato in tempo di guerra dalla parte del nemico, sarebbe stato passibile della pena di morte.
L'interessato ne era naturalmente consapevole, ma nonostante ciò affrontò serenamente e dignitosamente il proprio destino per una scelta ideo-esistenziale che ne fa una figura eticamente di primo piano, la cui rievocazione sentiamo come un privilegio ed un antidoto contro i crescenti miasmi di questa epocale palude dello spirito. Era nato il 18 agosto 1915 a Senglea, una delle 5 dita che formano, con i loro prolungamenti ed insenature, quella «mano» che è il Grand Harbour di Malta, da genitori tipicamente maltesi, cioè cattolici e nazionalisti.
Fin da ragazzo, aveva coltivato sentimenti filoitaliani, anche in relazione alla frequenza di quell'istituto Umberto I che, nell'antico palazzo della Carafa, rappresentava uno fra i centri più vivi dell'italianità dell'Isola.
Quest'ultimo era un aspetto che riconosceva le proprie radici soprattutto, se non esclusivamente, in un patrimonio etnico tradizionale su basi storico-culturali la cui componente fondamentale era rappresentata dalla lingua.
A seguito della dominazione araba, le poche famiglie cristiane sopravvissute alle dure persecuzioni musulmane furono costrette ad adottare molte fra le forme espressive di una presenza, quella araba appunto, protrattasi per circa tre secoli. Ma dopo la sua fine ed il passaggio di Malta sotto la sovranità dei Normanni di Sicilia nel 1091, la mancanza di scuole nell'isola aveva indotto i ceti più benestanti ad inviare in Sicilia ed a Napoli i propri figli che, al loro ritorno, insegnavano e diffondevano la lingua appresa al pari dei numerosi sacerdoti che si andavano stabilendo nel territorio maltese.
La lingua italiana, pertanto, vi seguì lo stesso ampio sviluppo che andava assumendo nella penisola, pur coesistendo ad essa il dialetto maltese arabizzante con notevole percentuale di espressioni italo-sicule. Un processo che si perpetuò nelle fasi storiche successive, durante il dominio dell'Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni dal 1530 al 1798 e continuato, a parte la brevissima presenza francese per un biennio, anche dopo che l'isola fu definitivamente occupata dall'Inghilterra all'inizio dell'Ottocento.
Il possesso di Malta assicurò agli inglesi il predominio nel Mediterraneo attraverso il controllo delle due principali rotte, senza che peraltro venissero meno il riconoscimento ed il rispetto di questa matrice storico-culturale italiana su base essenzialmente filologica, verosimilmente dettata anche da ragioni di opportunità politica legate alla persistente rivalità con la Francia in quel mare.
Da ciò l'atteggiamento di più o meno esplicita simpatia, e talora di aperto favore, assunto durante il periodo del Risorgimento italiano nei confronti del processo formativo unitario agevolato, subito dopo l'avvenuto compimento di questo, dalla nostra debolezza in tema di politica estera e quindi della totale assenza, sino alla seconda metà dell'Ottocento, di qualsiasi effettivo contrasto fra la politica mediterranea dell'Inghilterra e quella dell'Italia.
Una condizione destinata però ad essere compromessa da quella serie di eventi quali l'apertura del canale di Suez, il congresso ed il trattato di Berlino e la comparsa dell'Inghilterra a Cipro, in Egitto, nel Sudan ed in Somalia che determinarono la cessazione della funzione puramente difensiva, in senso antifrancese ed anti-russo, sino allora esercitata dal possesso inglese di Malta. L'isola divenne allora il centro vitale di una politica estera britannica non più esclusivamente diretta ad impedire l'affermarsi di egemonie mediterranee altrui, ma decisamente diretta ad affermare in quel mare una illimitata ed incondizionata egemonia propria nella quale era implicito il radicale sbarramento ad ogni prospettiva per la recente Italia post-unitaria.
Di conseguenza, ebbe inizio una opposizione progressiva e pertinace al patrimonio delle tradizioni storico-culturali italiane svoltosi su un duplice terreno, quello linguistico e quello costituzionale. Sotto quest'ultimo aspetto è opportuno ricordare come, dopo i vari simulacri di costituzione che si erano succeduti sin dall'Ottocento lasciando peraltro sempre l'effettivo potere legislativo ed esecutivo nelle mani del governatore, nonostante la presenza puramente «di facciata» di un Consiglio di Governo con una parte, quasi sempre minoritaria, di membri elettivi e ad ogni modo soggetto a veti ed imposizioni di Londra, una reale configurazione costituzionale fu concessa dopo i moti popolari occorsi nel giugno 1919.
Si trattò però anche in questo caso di una parvenza di libertà. Il potere legislativo venne conferito ad un corpo bicamerale, Senato ed Assemblea Legislativa, mentre quello esecutivo fu affidato ad un gabinetto i cui ministri erano nominati dal governatore a nome del re, e persisteva inoltre il diritto alla Corona di porre il veto a qualunque legge fatta dal parlamento maltese.
Vi era inoltre un elenco molto fitto, aumentabile a volontà dell'Inghilterra, di larghissima interpretazione, di cosiddette «materie riservate» sulle quali la Corona si arrogava la facoltà di legiferare. In aderenza al raffinato criterio molto britannico di concedere variazioni riformistiche, distraenti e foriere di auspicabili contrasti interni di fazione, nel 1939 fu promulgata una nuova edizione elaborata in pratica sulla falsariga delle precedenti, perché nella realtà, ogni forma di autonomia continuava a risultare inefficace di per se stessa in quanto minoritaria sul piano dei voti, ovvero ad essere neutralizzata con estrema facilità attraverso gli ampi spazi che il governo inglese si riservava.
È ovvio che nei confronti di quella componente della popolazione che si riconosceva in una identità etnolinguistica italiana, la penalizzazione fosse ancora più immediata e senza remore.
Per guanto riguardava le tradizioni storico-culturali italiane il boicottaggio britannico si sviluppò sotto varie forme, e ciò soprattutto nella seconda metà degli anni Trenta allorché l'Italia aveva osato assumere una valenza nello scenario politico internazionale, e mediterraneo in particolare, assolutamente incompatibile con gli orientamenti strategici del governo di Londra.
Con metodica progressione, si procedette pertanto ad una serie di restrizioni tra le quali la soppressione della lingua italiana per un determinato àmbito e sua sostituzione con il dialetto maltese, nonché la proibizione a tutti i sudditi di essere iscritti e di frequentare istituzioni straniere (leggasi italiane).
Cercò di opporsi per quanto poteva il Partito Nazionalista, propugnatore dell'italianità dell'isola, sorto a Malta negli ultimi decenni dell'Ottocento per opera di Fortunato Mizzi ed il cui figlio Enrico, che gli era succeduto alla guida, ne aveva riaffermato nel 1935 il presupposto programmatico sul giornale Malta fondato dal padre: «Da molti anni, per la difesa e la conservazione della lingua italiana in ogni ramo della sua vita sociale, la immensa maggioranza dei maltesi ha condotto una strenua lotta. Siamo decisi a continuarla sino al completo trionfo della nostra causa nazionale che io mi auguro sinceramente non lontano, nell'interesse di Malta e dell'Inghilterra e dell'amicizia anglo-italiana»
Si è già accennato all'istituto italiano Umberto I°. Esso, e la Regia Deputazione per la Storia di Malta, costituivano i centri propulsori della cultura italiana, mentre una connotazione più decisamente politica avevano il Gruppo maltese delle O.G.I.E. (Organizzazioni Giovanili Italiane all'Estero), la Sezione del Partito Nazionale Fascista e quella degli ex-combattenti, che furono infatti quegli enti la cui attività fu in pratica impedita con il già accennato divieto di iscrizione per i sudditi inglesi, ma che riguardò non solo i maltesi in quanto tali ma anche i figli di cittadini italiani nati in territorio a sovranità inglese.

L'ostruzionismo nei confronti dell'Umberto I e dell'altra più piccola scuola italiana di Casa Paola fu applicato attraverso la prescrizione di un numero chiuso, ridotto per entrambi a sole 193 unità fra elementari e liceo. Delle aspirazioni filoitaliane, Carmelo Borg Pisani divenne, nella fase di passaggio fra l'adolescenza e la giovinezza, uno degli interpreti più fervidi.

L'istituto Umberto I sopperì alle difficoltà di conduzione della propria attività didattica con lo sviluppo di una filodrammatica di allievi ed ex-allievi che recitavano commedie di vario genere. Forse il livello teatrale poteva anche non essere di prima qualità, ma era l'occasione, una delle poche rimaste, di ritrovarsi fra italiani d'Italia e di Malta, di sentir parlare la propria lingua. Molto perspicacemente, il preside di allora (si era nel 1933) prof. Ruggero Roghi indusse il suo omologo del liceo governativo a creare un'associazione di Old Boys nella tradizione di quelle dei collegi inglesi, così da stornare ogni eventuale preoccupazione per questo gruppo di ex-allievi della scuola italiana.

Fu aggiunto un cinematografo ed una sezione sportiva e ricreativa, ed in breve l'associazione degli ex-allievi dell'Umberto I raggiunse gli 800 iscritti, che certamente non erano tutti ex-allievi. Borg Pisani divenne un pò il factotum della filodrammatica: regista, trovarobe, truccatore, buttafuori. Sempre presente ad ogni prova, avesse o no una parte; non gli interessava dover assumere un ruolo anche secondario, gli era sufficiente stare con gli altri e rendersi utile in qualche modo.

Un carattere mite, tale da non suscitare mai neanche quelle piccole invidie che da sempre hanno costituito gioia e delizia degli ambienti similari. Ma non c'era, si può dire, istituzione od iniziativa italiana a Malta che non lo vedesse in prima linea, sempre disponibile, sempre alacre.

Dall'ottobre 1939 avevano preso a riunirsi nella biblioteca della Deputazione per la storia Maltese alcuni studenti ed, a turno, due professori per parlare dell'Italia e della sua storia: un vero e proprio corso diviso in due sezioni, una dedicata al periodo risorgimentale ed un'altra a quello fascista in atto, aventi come punto ideale di orientamento politico, e come base concreta per un dibattito, un autore ed un libro.

Borg Pisani, la cui preparazione culturale e politica era unanimamente riconosciuta, fu uno degli animatori del programma e colui che prima di ogni altro prescelse il volume «La vita di Arnaldo» di Benito Mussolini, così come fu l'ideatore e l'organizzatore del viaggio collettivo a Predappio, svoltosi nel mese di novembre, indossando tutti per la prima volta la divisa dei Giovani Universitari Fascisti.

Ma accanto alla passione storico-politica, un'altra aspirazione culturale ne aveva alimentato sogni e speranze, quella di poter coltivare la pittura. Il 13 maggio 1936 aveva indirizzato al Console Generale d'Italia a Malta un'istanza per ottenere una borsa di studio presso la Regia Accademia di Belle Arti in Roma.

Grazie all'appoggio del funzionario e delle persone più influenti della comunità italiana, gli fu concessa una borsa di 3000 lire e la possibilità di poter concorrere per l'iscrizione all'Accademia e seguirvi il previsto quadriennio di studio. La sommarietà della preparazione specifica, conseguenza del carente ambiente di provenienza, si manifestò nel saggio per l'ammissione. Venne respinto, ma oltre alla delusione ciò che più lo ferì in quella circostanza fu l'essergli stato detto da qualcuno che all'Accademia i posti per gli stranieri erano limitati: straniero lui, solo perché aveva un passaporto britannico.

Presentò una domanda per la Scuola Libera del Nudo, ma non si rassegnò, e vincendo la naturale ritrosia si recò direttamente dal prof. Carlo Siviero, titolare della cattedra di pittura presso l'Accademia di Belle Arti, chiedendogli di poter frequentare il corso regolare da lui diretto. Si aprì così un'altra pagina di vita che, a 21 anni, non ne avrebbe avute più molte da sfogliare. E quì il discorso va aperto sugli aspetti umani ed artistici della sua personalità, per completarne il profilo ricollegandolo a quelle che sarebbero state le coordinate della sua morte.

Per chi lo conobbe più da vicino ed anche per quanti lo incontrarono occasionalmente, quel che più colpiva di lui era la serena austerità del volto. Sin dall'adolescenza aveva assunto un'espressione di compostezza che l'ombra delle spesse lenti, necessarie per correggere una marcata miopia, rendeva lievemente malinconica contribuendo altresì ad ingrandire lo sguardo dolce ed un pò smarrito di due grandi pupille.

Parlava poco, a voce bassa e quasi a denti stretti, dondolando la testa come cercasse di accompagnare con quella aggiunta fisica la riflessione di un pensiero pacato. Ascoltandolo lo si sarebbe detto un ligure, se la cadenza della voce ed i lineamenti tipicamente meridionali non lo avessero tradito.

Volitivo e determinato, si dedicò allo studio con la tenacia insita nel proprio carattere. Aveva compreso che la scuola non era un'officina di invenzioni e tanto meno un ufficio brevetti, e non ne confondeva il clima didattico con quello artistico.

Studiava con dedizione, consapevole di non essere tra i più dotati, e. si sottoponeva pertanto agli esercizi più severi. Era un innamorato del colore, e la sua sensibilità lo portava istintivamente verso le sfumature tenui, per cui prediligeva i panni ed i drappeggi che riusciva a rendere con efficacia. Progrediva piuttosto lentamente nello studio del disegno, ed il prof. Siviero, che si era affezionato al giovane allievo maltese, lo scuoteva pretendendo progressi più rapidi, talvolta con intransigenza.

In proposito, lo stesso Siviero, nel corso della commossa commemorazione che di Borg Pisani avrebbe fatto all'Accademia il 3 aprile 1943, si sarebbe espresso con parole che val la pena riprodurre testualmente perché ne mettevano a fuoco l'essenza emotivo-affettiva della personalità:

«Non di rado, dopo un richiamo alla maggiore severità dello studio che seguiva, ero assalito dal rimorso di averne toccato troppo la sensibilità; e mi accorgevo poi che la sofferenza era più per il mio disappunto che per la sua pena. E alla sera se eravamo soli a passeggiare per le vie solitarie della vecchia Roma, cercava ai farmi dimenticare le piccole tempeste della giornata che credeva avessero annebbiato la nostra cordialità, e prometteva progressi più positivi per l'indomani. Traspariva dal calore della voce, dalle parole di riconoscenza che affioravano dall'anima, più il desiderio di compensare le mie premure che il proposito di superare se stesso».

Se, sotto l'aspetto didattico, Carmelo Borg Pisani non poté certo dirsi fra gli allievi più dotati di Carlo Siviero, fu certamente quello che recepì al meglio il contenuto ideativo trasmesso dal maestro attraverso l'esercizio stesso dell'insegnamento.

Realizzò che la vita di un uomo, come quella dell'opera d'arte, non valeva per ampiezza ma per profondità e bellezza intimistica. Si poteva morire a 20 anni, sull'onda di un elevato ideale, e legare il proprio nome alla storia, e restare invece nelle zone grigie dell'umanità anche avendo riempito di figure muri e tele o scolpito metri cubi di marmo. Fuori di un alto contenuto ideale, la vita per lui non aveva un senso.

L'ultimo saggio, dipinto prima che si allontanasse dalla scuola (un interno con una modella che si veste «dopo la posa») mostrò un notevole progresso per unità di valori coloristici e tonali, per efficacia d'espressione e di resa. Fu la prima ed anche la conclusiva affermazione della sensibilità artistica di Carmelo Borg Pisani.

Nel giugno 1940, allo scoppio della guerra, gli mancavano solo pochi esami per il conseguimento del diploma. Non ebbe esitazioni, lasciò perdere tutto, scrisse al Duce una nobilissima lettera chiedendogli di potersi arruolare come volontario; fu accontentato e con lui tutti i suoi compagni maltesi .

Nell'aprile 1941 partecipò come milite della compagnia speciale del Gruppo Camice Nere da sbarco della 50° Legione all'occupazione delle isole di Zante e Cefalonia, e nel settembre successivo fu inviato alla scuola allievi ufficiali della Milmart di Messina dalla quale uscì nell'aprile 1942 con il grado di sottocapomanipolo (sottotenente).

Era in pieno corso l'«esigenza Malta», e Borg Pisani si offrì per l'adempimento di quei particolari compiti informativi dei quali s'è detto all'inizio. Non gli fu facile farsi accettare per le riserve nei riguardi delle sue caratteristiche fisiche e circa il possesso di attitudini specifiche al difficile incarico. Prima di partire, andò a congedarsi dal presidente del Comitato d'Azione Maltese, Carlo Mallia, consegnandogli una lettera per i genitori che era anche il proprio testamento spirituale, incentrato sulla «liberazione dei fratelli di Malta italiana». Pur nella doverosa riservatezza circa la missione da compiere, all'affettuosa preoccupazione del concittadino che ne aveva comunque intuito la natura e quindi l'estrema pericolosità rispose, con l'abituale sguardo soffusamente malinconico riverberante però una compiuta gratificazione: «Io sono già distaccato dalla vita».

Fu ammesso infine alla scuola dei mezzi d'assalto della Marina dove fu addestrato su tutta una serie di argomenti teorico-pratici (radiotelegrafia, segnalazioni luminose, cifrari, organizzazione clandestina, riconoscimento di mezzi nemici, ecc.). A metà maggio 1942 un ordine improvviso lo trasferì a Porto Palo, in Sicilia, nei pressi di Capo Passero, dove erano state riunite tutte le unità e tutti gli uomini destinati alle due missioni 110 e 111, e lì prese conoscenza degli ordini d'operazione.

Dall'ospedale di Mtarfa, dove abbiamo interrotto il resoconto della sua vicenda bellica, dopo che il cap. Warrington aveva redatto per il controspionaggio un rapporto su quanto accaduto avvalendosi delle spontanee ammissioni di Borg Pisani circa lo scopo della propria missione (poi confermate anche durante l'interrogatorio di un ufficiale del Counter Intelligence), quello che era ormai un prigioniero a tutti gli effetti fu trasferito a Sliema al n° 11 di Ghar id Dud Street, una delle numerose sedi occulte dell'Intelligence Service utilizzate per alloggiare agenti dei servizi segreti alleati. Le notizie su questo periodo sono piuttosto scarse, ma pare che il prigioniero abbia mantenuto un atteggiamento oscillante fra una disponibilità alla collaborazione ed una marcia indietro fondata sulla certezza di non avere più alcuna possibilità di scampare alla condanna a morte.

Probabilmente, non si trattava che di un artificio dilatorio per guadagnare tempo, scopo perseguito anche dagli inglesi nell'intento di ritardare a loro volta il processo e la scontata sentenza, preoccupati che di un'intempestiva «eliminazione» di Borg Pisani avrebbero dovuto render conto agli italiani dei quali era ormai ritenuto imminente lo sbarco.

Quando questa eventualità sembrò diminuire progressivamente di consistenza, il 7 agosto 1942 il prigioniero fu trasferito alla prigione civile di Kordin. Il 12 ottobre iniziò il giudizio a suo carico presso la Corte Criminale.

Un emendamento apportato ai Regolamenti 1939 della Difesa di Malta aveva comportato la sospensione dello svolgimento del processo secondo il rito normale, per cui esso si svolse a porte chiuse. Borg Pisani fu accusato:

di aver cospirato per rimuovere il governo di Sua Maestà aiutandone sotto varie forme i nemici;

di essersi arruolato nelle forze armate italiane, partecipando all'occupazione di varie località della Grecia nel periodo nel quale questa era alleata del l'Inghilterra;

di essere sbarcato a Malta, quale sottotenente delle forze armate italiane, nella notte fra il 18 ed il 19 maggio 1942 con l'obiettivo di trasmettere informazioni al nemico, missione per la quale si era offerto volontario.
Le ultime due accuse, e soprattutto l'ultima, erano quelle che comportavano la pena di morte.
La sentenza fu pronunciata, il 19 novembre 1942 (le forze dell'Asse sono ormai in ritirata da El Alamein e gli Americani sono sbarcati in Algeria) alla presenza di una decina di persone: l'imputato fu riconosciuto colpevole di tutti e tre i capi d'accusa, e condannato alla pena capitale mediante impiccagione. Dall'aula fu direttamente accompagnato nella cella dei giustiziandi delle carceri di Casal Paola, dette prigioni di Corradino.
Pochi giorni prima dell'esecuzione, il governatore di Malta trasmise al direttore delle carceri una domanda di grazia che egli consegnò a Borg Pisani per la firma. Si limitò semplicemente a bruciarla. Il 23 novembre gli fu notificato, con britannica precisione, che l'esecuzione avrebbe avuto luogo il 28 tra le 6 e le 10 del mattino. Durante i giorni rimastigli, poté incontrare membri della sua famiglia, e qualche amico intimo. Chiese ed ottenne l'assistenza religiosa di un frate, che per due giorni lo guidò negli esercizi spirituali.
Alle 7 del giorno 28 una ventina di componenti del l'Arciconfraternita del Santissimo Rosario e della Misericordia, una delle più antiche istituzioni cattoliche di Malta sorta nel 1578, accompagnarono l'arciconfratello Carmelo nella cappella delle carceri dove fu celebrata la messa.
Da lì, il corteo raggiunse il cortile del patibolo. Chi assistette alla scena, riferì che il condannato incedeva a passi lenti e cadenzati, pregando ad alta voce e scandendo le parole, senza essere sorretto né aiutato da nessuno, in un atteggiamento di grande dignità. Continuò a pregare anche quando il boia lo bendò, gli legò i polsi e gli assicurò i gomiti ai fianchi.
Salì da solo i gradini del palco di legno, e quando il carnefice cercò di posizionarlo sotto il laccio alzò la testa per riuscire a vedere nonostante la benda, e con estrema precisione assestò i piedi al centro della botola, sulla perpendicolare del cappio. Infine, ad un cenno del commissario Axisa fu attivata la leva che aprì di scatto la botola.
Dopo l'esecuzione, uscendo dalla cella che era stata occupata da Carmelo Borg Pisani,qualcuno scoprì sul cornicione esterno della porta questa frase frettolosamente scritta con un pezzo di carbone: «I servi ed i vili, non sono graditi a Dio».
Questa asserzione ci sembra possa costituire l'epigrafe più consona per metterne a fuoco la figura ed accreditarne la coerenza ideologica e comportamentale ben oltre i riconoscimenti e le omissioni . Il giovane maltese non fu un eroe nell'accezione convenzionale e stereotipata del termine, e nelle stesse circostanze della presa di terra - piuttosto avventata da parte di chi la programmò - e della cattura non mise in evidenza particolari doti di grintosa risolutezza, che d'altra parte non facevano parte del suo habitus né fisico né mentale; ma interpretò al meglio l'espressione «innamorato di morire», una locuzione bellissima ed aderente all'arcana ebrezza di chi si è spogliato di ogni peso e di ogni vincolo e non si volta più indietro, ma guarda nel profondo spazio intorno a sé, invaghito di imprimere la propria immagine nell'eterno.
Il 4.5.1943, con sovrano «motu proprio», Vittorio Emanuele III concesse alla memoria di Carmelo Borg Pisani la medaglia d'oro al v.m., rimessa materialmente nelle mani del I° Seniore (ieri. col.) Milmart De Palma durante la cerimonia svoltasi a Roma nella caserma «Grazioli Lante» il 10 giugno in occasione della giornata celebrativa, della Marina.
La motivazione era formulata erroneamente nella sua parte conclusiva perché vi si diceva che Borg Pisani era caduto «sotto il piombo del plotone d'esecuzione»; é probabile si trattasse o di una carenza di informazioni, ovvero di un consapevole tentativo di nobilitare le modalità dell'esecuzione stessa. Non risulterebbe che la decorazione sia mai stata ritirata dai familiari, né che la Marina abbia mai pensato di richiedere la salma e di darle onorata sepoltura. La tomba ha tuttora sede nel cimitero di Corradino, in un settore disadorno e semi-abbandonato, contrassegnato da una targa arrugginita ed ormai quasi indecifrabile. Sembra che nessuno dei tre ammiragli italiani che dal 1967 al 1971 hanno retto il comando NATO di Malta abbia mai ritenuto di doverle rendere omaggio.
Carmelo Borg Pisani fu l'alfiere di un irredentismo, quello maltese, che certamente non ebbe mai lo spessore di quello trentino e giuliano-dalmata, senza dubbio di maggiore dimensione partecipativa e, per alcuni dei suoi protagonisti, carismatica. Ma, con qualcuno di questi - ed il pensiero va subito a Guglielmo Oberdan ancor prima che ad altri
egli condivise lo stesso anelito motivazionale, che andava oltre la rivendicazione puramente argomentativa
ed isterilita dalla mancanza dell'azione
di un'identità etnica e spirituale che invece solo attraverso l'azione avrebbe potuto avere un senso, una valenza pragmatica, una trascendenza.
Luigi Emilio Longo



LA VOCE REPUBBLICANA 13 MARZO 1943
« Non mi spiace di morire, ma sono amareggiato per la mancata invasione di Malta da parte dell'Italia »

Carmelo Borg Pisani
prima della condanna a morte il 28 novembre 1942





mercoledì 2 maggio 2018

Hawo Tako, l’eroina somala

Hawo Tako, l’eroina somala che morì per gli italiani

“1948, Mogadiscio. La Somalia è sotto l’amministrazione militare inglese da ormai 7 anni. La Somalia non era più “italiana” dal 1941, persa durante la seconda guerra mondiale, insieme a tutta l’Africa Orientale.
La Somalia post-coloniale era in attesa di una nuova amministrazione e una commissione delle Nazioni Unite doveva stabilire se affidare il protettorato dell’ex colonia italiana alla nuova Repubblica italiana, tramite una amministrazione fiduciaria, per prepararla e condurla all’indipendenza nel giro di pochi anni. Era un’amministrazione contesa tra inglesi e italiani. Il 21 novembre 1949 l’Assemblea generale dell’ONU approvò, a favore dell’Italia, la Risoluzione 289 con la quale assegnò definitivamente il territorio della Somalia all’AFIS “Amministrazione Fiduciaria italiana della Somalia”.
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Hawo Tako_Mogadiscio

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Gli inglesi non erano d’accordo e cercarono di boicottare le manifestazioni filo-italiane. Nel gennaio 1948 l’Inghilterra organizzò e orchestrò quello che è ricordato come l’eccidio di Mogadiscio importando dal Somaliland e dal Kenia gruppi di somali della Syl “Somali Youth League” (Lega dei Giovani Somali, un club nato a Mogadiscio nel 1943 con l’appoggio e il sostegno delle autorità britanniche), oltre che neozelandesi e indiani. Vennero infiltrati in una manifestazione programmata per l’11 gennaio, con il chiaro intento di dimostrare che gli italiani non erano graditi.
La giornata si concluse con 54 italiani e 14 somali uccisi. Tra questi somali a Mogadiscio vi era Hawo Tako, sposata con un autotrasportatore italiano, che perse la vita nell’intento di fermare l’eccidio e proteggere gli italiani, così come gli altri somali che persero la vita.
Per avere qualche dettaglio su quel tragico giorno ho intervistato il dott. Abdullahi Elmi Shurie che ci chiarisce la situazione: “Quello che si sa per certo è che quel barbaro eccidio fu voluto dagli inglesi che usarono delle persone fatte venire dal Somaliland per mostrare che i somali odiavano gli italiani. Cosa non vera perché quel giorno molti somali, domestiche, guardiani, operai, autisti ecc morirono per difendere gli italiani di Mogadiscio, anche se nessuno si è mai ricordato di loro”.
eccidio-Mogadiscio_Gennaio-1948_Chiesa Perenne Suffragio_ RomaA Hawo Tako a Mogadiscio nel 1970 venne dedicato un monumento per rappresentare il nazionalismo della Somalia per l’indipendenza. “La donna raffigurata – prosegue il dott. Shurie – è trafitta da una freccia e come si sa quel giorno molti dei somali che uccidevano gli italiani erano armati di archi e frecce”.
Un capitolo amaro e poco noto della storia della Somalia e dell’Italia ma che testimonia il forte legame che c’era tra i nostri due popoli.
“Quella statua oggi non c’è più. In tanti anni non si è mai voluto affrontare quella pagina dolorosa della nostra storia ne da parte italiana ne da parte somala – conclude il suo racconto – Un messaggio che noi somali dobbiamo capire per ricordare quanto i nostri popoli siano vicini. Tanti italiani e somali sono morti fianco a fianco. Di questo non sanno nulla molti somali e anche molti italiani di oggi che nulla sanno della nostra storia. I politici italiani di oggi considerano i somali al pari di tanti altri immigrati che vengono dal mare, ma noi abbiamo sempre considerato l’Italia il nostro secondo paese. Un somalo che si vede costretto a lasciare il suo paese non va in Francia o in un paese arabo, perché non si sente arabo o francese ma italiano”.
A ricordo dei 14 somali caduti per difendere gli italiani in quel tragico giorno del gennaio 1948, è stata posta dell’associazione Amisom una lapide nella Chiesa del Perenne Suffragio di Piazza Salerno a Roma.
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di © Alberto Alpozzi 
                                                                                                                                                   

domenica 29 aprile 2018

Jolanda Crivelli, uccisa dai partigiani e lasciata giorni appesa a un albero

Jolanda Crivelli, uccisa dai partigiani e lasciata giorni appesa a un albero

 
Il 25 aprile abbiamo assistito a centinaia di celebrazioni da parte delle istituzioni per la cosiddetta liberazione, celebrazioni sistematicamente riportate da tutte le tv e grandi giornali. Nemmeno una parola di ricordo o di pietà per tutti coloro che combatterono dall’altra parte, per coloro che tennero fede alla parola data, per coloro che liberamente fecero delle scelte. Scelte che poi pagheranno carissime. Addirittura abbiamo assistito a proibizioni da parte delle autorità di tenere celebrazioni in ricordo di quei caduti dalla parte sbagliata. Finché si proseguirà con l’insegnamento e la propaganda di una storia a senso unico, manichea, nella quale tutti i buoni stanno da una parte e tutti i cattivi dall’altra, l’Italia non sarà mai veramente una nazione. E dopo il 25 aprile, vogliamo ricordare il 26 aprile, a guerra finita, a Italia liberata. Ecco cosa succedeva, ecco cosa facevano certi liberatori.

Jolanda Crivelli aveva vent’anni

La storia dell’ausiliaria della Saf (Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana) Jolanda Crivelli. Aveva solo 20 anni ed era la giovanissima vedova di un ufficiale del Battaglione M, ucciso a Bologna durante la guerra civile, in un agguato dei “sapisti” (costola della banda comunista dei gap). Il 26 aprile Jolanda Crivelli raggiunse Cesena, la sua città natale, per tornare dalla madre, che viveva sola. Immediatamente, come capitava in quei terribili giorni, fu riconosciuta e additata da suoi concittadini ad alcuni partigiani comunisti:”È una fascista, moglie di fascista!”. Percossa a sangue, torturata, verosimilmente violentata, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto a tutti come ammonimento per tutti i fascisti. Poi fu permesso alla madre di seppellirla. Non abbiamo altre notizie di questa sfortunata ed eroica ragazza né del suo giovane marito. Non esistono cifre certe sul numero delle ausiliarie e comunque delle donne fascista o presunte tali assassinate dai partigiani prima e dopo questo celebrato 25 aprile 1945. Alcune fonti parlano di circa mille donne uccise in quei mesi, tutte giovanissime, moltissime torturate e violentate prima di essere assassinate. La cifra si riferisce non solo alle impegnate politicamente o militarmente, ma anche figlie, mogli, madri di soldati della Repubblica Sociale, colpevoli solo di questo. E moltissime di loro sono rimaste per sempre senza nome, ingoiate dai meandri della storia.

La Crivelli fu solo una delle tante donne assassinate

Ad esempio, nell’archivio dell’obitorio di Torino il giornalista Giorgio Pisanò scrisse di aver ritrovato i verbali d’autopsia di sei ausiliarie sepolte come “sconosciute”, ma indossanti la divisa del Saf. Altre cinque ausiliarie non identificate furono assassinate a Nichelino il 30 aprile 1945 assieme a Lidia Fragiacomo e Laura Giolo. Al cimitero di Musocco poi, a Milano, sono sepolte 13 ausiliarie sconosciute nella fossa comune al Campo X. Inoltre, dicono altre fonti certe, un numero imprecisato di ausiliarie della X Mas in servizio presso i Comandi di Pola, Fiume e Zara, riuscite a fuggire verso Trieste prima della caduta dei rispettivi presidii, furono catturate durante la fuga dai comunisti titini e massacrate. L’elenco è interminabile quanto atroce: Annamaria Bacchi era la sorella di un ufficiale della Gnr, la Guardia nazionale repubblicana. Il suo cadavere fu ritrovato in un campo del Modenese a due anni dalla scomparsa. Rosaria Bertacchi Paltrinieri e Jolanda Pignati, entrambe fasciste, furono prelevate dalle loro case, violentate di fronte ai mariti e figli e quindi sepolte vive. Ines Gozzi, 24 anni, fidanzata di un fascista, fu violentata e finita con un colpo alla nuca. Laura Rava, 66 anni, fu seviziata ed uccisa ad Ivrea con l’accusa di essere una spia. Come anche Camilla Durando Chiappirone, di 73 anni. Maria Deffar Delfino, 55 anni, fu assassinata perché madre di un marò della X Mas. E le stragfi proseguirono anche dopo la fine della guerra: Rosa Amodio aveva 23 anni quando fu assassinata nel luglio del 1947, mentre in bicicletta andava da Savona a Vado. Jole Genesi e Lidia Rovilda furono torturate all’hotel San Carlo di Arona (Novara) e assassinate il 4 maggio 1945 perché si erano rifiutate di rivelare dove si fosse nascosta la loro comandante. Angela Maria Tam, terziaria francescana, fu assassinata il 6 maggio 1945 a Buglio in Monte (Sondrio) dopo aver subito violenza carnale. Adele Buzzoni, Maria Buzzoni, Luigia Mutti, Dosolina Nassari, Rosetta Ottarana facevano parte di un gruppo di ausiliarie catturate all’interno dell’ospedale di Piacenza e messe al muro per essere fucilate. Adele Buzzoni supplicò che salvassero la sorella Maria, unico sostegno per la madre cieca, ma non ci fu nulla da fare, morirono tutte. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Allora, quando si “festeggia” il 25 aprile, la liberazione, la fine della guerra, si ricordino doverosamente anche queste vittime innocenti: non è possibile che l’Anpi per giustificare questi crimini orrendi liquidi sbrigativamente la faccenda dicendo “c’era la guerra, erano tempi brutti”. Non basta per giustificare questi eccidi. Per qualcuno, i morti non sono tutti uguali, è ora di cambiare questa prospettiva e riconoscere onestamente gli errori fatti.

                                                                                                                                          

mercoledì 25 aprile 2018

ECCO UNA STORIA DI AUSILIARIE ITALIANE

Ecco la storia delle ausiliarie di guerra stuprate ed uccise dai partigiani.

Probabilmente questa è una parte della storia d’Italia appena finita la II guerra che pochi conoscono. A fianco delle truppe regolari di Mussolini, cioè dell’esercito, principalmente, erano presenti diverse donne e giovani ragazze che prestavano il loro servizio come ausiliarie. Appena la guerra ebbe fine, Mussolini ucciso e le brigate partigiane presero più potere, molte di queste giovani donne vennero uccise dagli stessi partigiani, perché ritenute responsabili di aver aiutato i soldati dell’esercito e quindi fasciste da fucilare, nonostante le stesse si fossero arrese.
L’elenco è lungo e comprende diverse regioni del nord Italia. Ecco alcuni casi: era il 30 aprile del 1945 quando Batacchi Marcella e Spitz Jolanda, 17 anni, di Firenze, assegnate al Distretto militare di Cuneo altre 7 ausiliarie, pochi ufficiali, 20 soldati e 9 ausiliarie, si mettono in movimento per raggiungere il Nord, secondo gli ordini ricevuti. La colonna è però costretta ad arrendersi nel Biellese ai partigiani del comunista Moranino. Alcune di loro, seguendo il suggerimento dei miliatri, si dichiarano prostitute al seguito della colonna, ma Marcella e Jolanda non cedono a questa vergogna e si dichiarano volontarie della RSI.
Costrette con la forza più brutale, vengono violentate numerose volte. In fin di vita chiedono un prete. Il prete viene chiamato ma gli è impedito di avvicinare le ragazze. Prima di cadere sotto il plotone di esecuzione, sfigurate dalle botte dei partigiani, mormorano: “Mamma” e “Gesù”. Quando furono esumate, presentavano il volto tumefatto e sfigurato, ma il corpo bianco e intatto. Erano state sepolte nella stessa fossa, l’una sopra l’altra. Era il 3 maggio 1945. Buzzoni Adele, Buzzoni Maria, Mutti Luigia, Nassari Dosolina, Ottarana Rosetta facevano parte di un gruppo di otto ausiliarie, (di cui una sconosciuta), catturate all’interno dell’ospedale di Piacenza assieme a sei soldati di sanità. I prigionieri, trasportati a Casalpusterlengo, furono messi contro il muro dell’ospedale per essere fucilati. Adele Buzzoni supplicò che salvassero la sorella Maria, unico sostegno per la madre cieca. Un partigiano afferrò per un braccio la ragazza e la spostò dal gruppo.
Ma, partita la scarica, Maria Buzzoni, vedendo cadere la sorella, lanciò un urlo terribile, in seguito al quale venne falciata dal mitra di un partigiano. Si salvarono, grazie all’intervento di un sacerdote, le ausiliarie Anita Romano  e le sorelle Ida e Bianca Poggioli, che le raffiche non erano riuscite ad uccidere. Minardi Luciana, 16 anni di Imola. Assegnata al battaglione “Colleoni” della Divisione “San Marco” attestati sul Senio, come addetta al telefono da campo e al cifrario, riceve l’ordine di indossare vestiti borghesi e di mettersi in salvo, tornando dai genitori. Fermata dagli inglesi, si disfa, non vista, del gagliardetto gettandolo nel Po.
La rilasciano dopo un breve interrogatorio. Raggiunge così i genitori, sfollati a Cologna Veneta (VR). A metà maggio, arriva un gruppo di partigiani comunisti. Informati, non si sa da chi, che quella ragazzina era stata una ausiliaria della RSI, la prelevano, la portano sull’argine del torrente Guà e, dopo una serie di violenze sessuali, la massacrano. “Adesso chiama la mamma, porca fascista!” le grida un partigiano mentre la uccide con una raffica. Queste sono alcune delle numerose storie che hanno avuto per tristi protagoniste le ausiliarie italiane. Erano donne, non militari. Ma di queste storie tragiche, nessun libro di storia ha mai parlato.


                             







giovedì 12 aprile 2018

DUE PAROLE SULLA RESISTENZA E IL 25 APRILE

Italia Sociale

Due parole sulla resistenza e il 25 aprile
di Maurizio Barozzi
«Il 25 Aprile 1945, dopo quasi due anni di guerra civile e di lotta antifascista, all’invito del CLN alla insurrezione, il popolo si sollevò a fianco dei partigiani cacciando via i tedeschi e sbaragliando i fascisti».
Con questo ritornello, che ha anche l’avallo delle autorità costituite ed è immortalato in festività, ricorrenze e quant’altro, si ha la sintesi di quello che è un mito: la Resistenza del popolo italiano contro i nazi fascisti, una “vulgata” totalmente falsa.
L’esaltazione unilaterale di imprese, di episodi stravolti, spesso inventati è sempre avvenuta da parte del potere costituito: è un modo come un altro di darsi una dimensione storica, di dipingersi come buoni ed eroici. Non a caso spesso le guerre sono iniziate dall’aggressore con una false flag, una finta offesa ricevuta, in modo da giustificare l’aggressione.
Anche il Risorgimento, parliamoci chiaro, è per buona parte una invenzione a posteriori e l’agiografia risorgimentale copre molte mascalzonate, nasconde gli gli sporchi interessi anglo francesi e le porcherie massoniche e piemontesi, oltre a diverse stragi e assassini. Ma almeno il Risorgimento ebbe una, seppur contenuta, partecipazione da parte della borghesia, sia intellettuale che mercantile e l’idea-Nazione riuscì a mobilitare diversi giovani. Anche sul piano “militare” poi, pur ridimensionandolo nelle esagerazioni, si può annoverare la presenza di Garibaldi.
Dietro la Resistenza invece c’è il nulla.
Non che sia falso che ci siano stati degli antifascisti, anche dei partigiani e persone che hanno lottato contro la RSI e i tedeschi, ma il falso è costituito dal fatto che, semmai, la minoranza di italiani che hanno partecipato alla RSI di Mussolini fu più numerosa, ma sopratutto gli episodi di carattere militare di questa presunta “Resistenza” furono talmente scarsi da risultare insignificanti.
Non ci fu affatto una partecipazione di popolo alla lotta antifascista, perchè il popolo la gente comune, rimase in massima parte estranea alle diatribe politiche e in attesa di una sperata e celere conclusione della guerra. Ed infine, è falso che il 25 Aprile ci fu una insurrezione che sbaragliò e caccio via fascisti e tedeschi, che invece, incalzati dalle truppe nemiche angloamericane, cercarono di ritirarsi verso l’estremo nord (i fascisti) oppure si arresero e si chiusero nei loro acquartieramenti (i tedeschi).
La “verità” è sempre una sola, anche se spesso nascosta o confusa e per uno storico, qualunque siano le sue convinzioni politiche, sarebbe assurdo cambiarla o edulcorala per sostenere la propria ideologia o visione politica. In questa sede (articolo) tralasciamo riferimenti e documentazioni a sostegno della nostra tesi che, in ogni caso, è sotto gli occhi di tutti.
Personalmente, essendo il sottoscritto nato nel 1947, sono arrivato a queste conclusioni per ricerche, studi, analisi del periodo in questione, come un qualsiasi storico contemporaneo che analizzi, per esempio, la rivoluzione francese.
In ogni caso, avendo ascoltato tantissimi reduci o contemporanei a quegli avvenimenti, ho trovato conferma alla mia asserzione (del resto condivisa da tanti storici, molti dei quali per prudenza o per carriera non lo dichiarano apertamente), ma ho percepito anche la convinzione che molti contemporanei ai quei fatti, oggi anziani, in particolare persone politicizzate, oltre al trascorre del tempo che nel ricordo sfuma o esagera i fatti, spesso sono talmente contraddittori e quindi non in grado di dare un quadro realistico degli avvenimenti.
Alquanto realistica ed esaustiva risulta invece la letteratura di qualche decennio addietro, quella che non affrontava argomenti bellici o politici, ma narrava, indirettamente o di passaggio, semplici vicende quotidiane di vita vissuta tra il 1943 e il 1945. Incrociandoli con i fatti conosciuti ed accertati, sono questi i racconti che ci danno il quadro reale della situazione.
LA RESISTENZA
In tutta obiettività possiamo oggi dire che la cosiddetta “Resistenza” è una invenzione a posteriori ed ogni serio ricercatore storico sa benissimo che, militarmente parlando, la Resistenza fu letteralmente inesistente.
Siamo quindi in presenza di una agiografia dove sono stati ingigantiti o inventati fatti, episodi e altro, per descrivere una inesistente lotta del popolo italiano contro i fascisti e il tedesco invasore. A latere, infine, tutta una editoria e pubblicistica, soprattutto quella orientata a sinistra, ma non solo, sfornò a getto continuo racconti, rievocazioni, memoriali, testimonianze che, da un punto di vista storiografico lasciano molto a desiderare.
Sulla base dell’opera dello storico ed ex partigiano Roberto Battaglia Storia della Resistenza Italiana – Einaudi, 1953, iniziò così poco a poco a crearsi un mito: il “mito della Resistenza” che prese forma e si impose verso la fine degli anni ’60, primi anni 70, anche sulla scia delle fiction, ovvero di una certa filmografia che fin dal primo dopoguerra si impegnò in questo campo: tra gli altri, ricordiamo per esempio: Roma città aperta del 1945 di Roberto Rossellini; Achtung! Banditi! del 1951 di Carlo Lizzani; Le quattro giornate di Napoli del 1962 di Nanni Loy; e soprattutto Mussolini ultimo atto, del 1974 di Carlo Lizzani.
Così come nel film di Loy sulla presunta sollevazione di Napoli, anche in questo sulla fine di Mussolini del Lizzani, veniva abbondantemente travisata la realtà dei fatti e inventati episodi mai avvenuti. Il film di Lizzani poi, non era altro che la messa in pellicola della “vulgata” ovvero della versione falsa e di comodo che elementi del Pci ebbero a fornire sulla morte del Duce addebitandone oneri e onori a tal Walter Audisio. Una “vulgata” che lo stesso regista Lizzani nel 2007, in un suo libro di memorie ebbe oltretutto a smentire clamorosamente (e con essa il suo stesso film in cui Franco Nero interpretava l’”eroico” colonnello Valerio) laddove, riportando una lettera che gli scrisse nel 1975 Sandro Pertini, questi ebbe ad affermare: “...e poi non fu Audisio a eseguire la ‘sentenza’, ma questo non si deve dire oggi”.
Ma anche le presunte “4 giornate di Napoli”, ci consentono di fare un paragone ed elevare una osservazione storica: si prenda ad esempio l’episodio di Firenze, dove nutriti gruppi di “franchi tiratori” fascisti, accolsero a fucilate dai tetti gli invasori americani. Di questo avvenimento ne abbiamo innumerevoli prove, testimonianze, anche statunitensi, riscontri e documentazioni.
Viceversa, della immaginaria sollevazione del popolo napoletano che caccia i nazisti, non c’è nulla, se non racconti distorti di episodi affatto diversi che poi sono stati travisati, ed appunto la fiction filmica.
Ergo i “franchi tiratori” fascisti sono un fatto storico acquisito, le “4 giornate di Napoli”, viceversa, appartengono alla fantasia o alla propaganda.
Ora, storicamente, non possiamo negare che nei due anni che stiamo prendendo in considerazione, 1943 – ’45, ci furono diversi italiani antifascisti, che, come naturale che accada, presero ad aumentare, mano a mano che si andava verso la sconfitta.
Del pari ci furono partiti e gruppi che in qualche modo avversarono il fascismo e i tedeschi e nel corso degli eventi, molti furono catturati, imprigionati e passati per le armi. Una seria indagine storica ci dice però che, sostanzialmente, il cosiddetto fenomeno “partigiano”, con tanto di presunta partecipazione popolare, fu talmente esiguo che non se ne ha traccia sensibile negli avvenimenti di quel tempo.
Ma ancor più insignificante è il riscontro militare di una effettiva lotta partigiana, quello che dovrebbe caratterizzare il valore e la portata di una vera e propria Resistenza, e che invece manca assolutamente.
Qualche imboscata, attentati nell’0mbra, occupazioni di località sgombrate dal nemico, ripiegamenti in montagna, ecc., non possono costituire un serio elemento per dare a questi episodi il carattere di una resistenza armata ai “nazifascisti”.
Mancano quindi i due elementi fondamentali: azioni ed eventi bellici significativi e partecipazione di popolo, per poter parlare di Resistenza.
Ingigantire qualche episodio e inventarne altri, con la complicità dei partiti e della editoria embedded, può creare un mito, non descrivere la storia.
I cosiddetti partigiani, di cui oggi se ne decantano le gesta, furono poche migliaia in tutto e su tutto il territorio nazionale e i renitenti alla leva che ne costituivano il grosso delle fila, erano andati in montagna, proprio per non combattere.
Gli idealisti antifascisti, comunisti e non, erano una presenza veramente minimale, comunque bisogna riconoscere che c’erano, e spesso furono proprio quei pochi a pagare con la vita.
Ma parlare di “liberazione”, di sollevazioni popolari, ovvero di Resistenza è non solo una esagerazione, ma un falso storico, perchè questa minoranza di antifascisti “attivi”, idealisti, renitenti o occasionali, alla macchia o clandestini nelle città, frange dell’Esercito monarchico, ecc., non compirono alcun atto bellico di rilievo.
Attentati, come quello di via Rasella, a Roma, compiuti da cinque, sei persone, che fanno scoppiare una bomba, nascosta in un carrettino, lo storico non può considerarli vere imprese di guerra.
Li considerarono purtroppo come atti di guerra a loro danno, con le conseguenze che sappiamo (rappresaglia delle Ardeatine) i tedeschi.
I dirigenti e i pochi membri del CLNAI, con i loro altisonanti nomi di “battaglia” svolazzavano nei conventi o in sicuri rifugi delle città, riunendosi, parlando e scrivendo di lotta al fascismo e di guerra ai nazifascisti, ma facendo poco o nulla sul piano militare. Anche qui, quindi, abbiamo una Resistenza più che altro sulla carta.
A guerra finita si tramutarono in gesta ed imprese, quelli che al massimo erano i loro intenti o quel poco di “trafficare” e contatti che ebbero a intraprendere.
Certo, leggendo i diari, i libri e i memoriali di questi antifascisti, sembra chissà quali gesta stessero compiendo, quali grandi attività antifasciste e armate, stessero portando avanti, ma non è così e le cronache storiche smentiscono o non registrano queste imprese
Non basta un “diario”, un memoriale, un articolo, per scrivere la storia!
Una qualche nefasta presenza la fecero sentire i GAP e le SAP, con le azioni terroristiche in incognito e usi a colpire alle spalle, istigati, da Radio Londra. Costoro importarono in Italia, metodi terroristici che poco ci avevano appartenuto e vien dal ridere che anni dopo, quegli stessi metodi del “mordi e fuggi”, colpisci alle spalle, praticati dalla Brigate Rosse, furono considerati “criminali” da parte del “padre della Resistenza”, quel Sandro Pertini divenuto ossequioso Presidente di una Italia liberal capitalista e colonia americana.
Ma tornando ai Gap, anche qui stiamo parlando di poche decine di componenti, nascosti tra la popolazione nelle grandi metropoli.
Ricapitolando: l’esiguo numero di partecipanti attivi alla lotta contro il fascismo e soprattutto le poche e insignificanti loro gesta militari, smentiscono la dimensione di quelli che pomposamente si definiscono: Resistenza, Insurrezione, Liberazione.
Le stesse fonti partigiane, per esempio, ci dicono che a Como, tra la sera del 25 aprile 1945, quando vi giunse indisturbato Mussolini con i membri del suo governo e la mattina successiva vi arrivarono circa 4 mila fascisti in armi, i membri clandestini del CLN locale ammontavano a circa 50, ovviamente, più che altro di nome che non come vera presenza attiva.
E pensare che era con questi “fantasmi” che le rinunciatarie autorità della RSI di Como: Questore, console della Milizia e Prefetto repubblicani, da alcuni giorni stavano trattando in segreto il passaggio dei poteri e il loro defilarsi.
A questo si aggiunse la scempiaggine, l’idiozia, la assoluta mancanza di senso militare e in alcuni casi la voglia di farla finita se non il tradimento, da parte di alcuni comandanti fascisti ivi sopraggiunti, che in poche ore fecero squagliare come neve al sole quei 4 mila uomini armati e a notte alta del 27 aprile firmarono una ignobile “tregua” che in realtà era una vera e propria resa che finì per avere tragiche conseguenze per molti fascisti oramai fatti arrendere, ma non per alcuni loro comandanti che evidentemente avevano concordato il modo per squagliarsi e che poi, alcuni di loro, troveremo a far carriera nel partito di destra, neofascista per nomina, ma antifascista di fatto.
É noto che quando Mussolini il pomeriggi del 25 aprile 1945 si recò in Arcivescovado per trattare un passaggio indolore dei poteri (non una resa, come si volle poi far credere) tra le sue milizie che si ritiravano verso la Valtellina e le nuove autorità cielleniste che sarebbero subentrate nel vuoto dei poteri di quei giorni, i rappresenanti ciellenisti, presenti in Curia con il Cardinale Shuster, avrebbero dovuto chiedere a Mussolini di “lasciargli” alcuni reparti della RSI, per mantenere l’ordine nel caos di quei momenti, perchè loro, i delegati del CLN e del CLV, non ne avevano affatto. Un Cadorna, comandante, più che altro nominale del CVL, il braccio armato della Rsistenza che si muoveva solo dietro l’arrivo delle truppe angloamericane, e addirittura in quella sede pretendeva una resa senza condizioni da Mussolini, si indignò e disse “Ho 50 mila uomini!”. Battendo il pugno sul tavolo, il maresciallo Rodolfo Graziani gli rispose: “Tu hai 50 mila c...!”
Queste cose qualche storico o osservatore storico più onesto e serio o con meno remore (come fu ad esempio Franco Bandini) le ha spesso scritte apertamente.
La tanto decantata 57esima Brigata Garibaldi che alle 7 di mattina del 27 aprile, ebbe la ventura di incappare in Mussolini e la sua colonna comprensiva dei carri tedeschi in ritirata, mentre cercavano di defluire verso la Valtellina, era composta da poco più di una decina circa di partigiani. Furono le circostanze, la defezione tedesca, la strada impervia e a fettuccia facilmente sbarrabile e controllabile dalla soprastante altura (il “Puncet”) che consentirono a questi partigiani di fermare la colonna motorizzata bloccata appena fuori dell’abitato di Musso.
Questa era la consistenza numerica della Resistenza almeno che non vogliamo prendere in considerazione le adesioni a cose fatte, quelle che videro precipitarsi ad ingrossare le fila dei CLN o delle Brigate partigiane centinaia di “eroi dell’ultim’ora, o le grosse aliquote di popolazione che, spariti i tedeschi e arresisi i fascisti, scesero nelle piazze, spesso per curiosità, ma ovviamente facendo massa e partecipando emotivamente con i “vincitori”, ecc.
La resistenza quindi fu, più che altro un operare politico, un darsi da fare e un attività minimamente militare, per conto degli angloamericani e su loro disposizioni, come dimostravano le direttive e le imposizioni di un Promemoria di accordo fra il Comandante Supremo Alleato del teatro di operazioni del Mediterraneo e il C.L.N.A.I del 7 dicembre 1944 firmato dal generale Maitland Wilson, e per il CLNAI da Alfredo Pizzoni, Ferruccio Parri, Giancarlo Paietta ed Edgardo S0gno.
Tra le forze principali che operarono in senso antifascista dobbiamo segnalare l’Alta Finanza, per suoi interessi, attraverso il suo uomo nel CLNAI Alfredo Pizzoni e gli esponenti industriali: i Valletta, i Falk, gli Edison, ecc., ostili al fascismo e preoccupati dalle Leggi sulla Socializzazione varate dal governo di Mussolini.
Nei giorni caldi della “Liberazione” al Nord, partigiani armati furono mandati a difendere le ville dei grandi industriali ai quali poi, a guerra finita, fu fatto il regalo, su ordine Alleato, di cancellare tutte le Leggi, da poco varate sulla Socializzazione.
Un discorso a parte andrebbe fatto per il Pci, l’unico che poteva contare su gruppi di militanti sparsi nel territorio, il quale però condusse una guerra civile tutta sua, quella che abbiamo accennato dei Gap e Sap, con agguati e imboscate, finalizzata ad assecondare i desiderata di Mosca la quale poi era in accordo con gli Alleati in virtù degli impegni di Jalta.
Togliatti e Longo, quindi, non solo furono fedeli servitori delle direttive di Mosca (che gli imposero la svolta “democratica” di Salerno del 1944, del resto gradita dai dirigenti comunisti), ma anche del SOE, l’Intelligence Britannica, che in varie località organizzò agli uomini del partito comunista i rifugi logistici, le attrezzature e i finanziamenti. Connubi questi che proseguirono anche nel dopoguerra, con la criminale cessione, agli inglesi, di importanti documentazioni di interesse nazionale.
Ma Togliatti fu anche un sodale di monsignor G. B. Montini, il futuro Papa, legato alla massoneria finanziaria statunitense, al tempo organizzatore del servizio segreto Vaticano che per sua natura aveva uomini, o meglio serpi, sia nella Resistenza che nella RSI. Insomma il Pci condusse una sua “lotta privata” che gli doveva far avere un posto politico e una sua funzione nella nuova Repubblica democratica e antifascista.
Altro che rivoluzione comunista in Italia! Solo le destre idiote o in malafede hanno potuto descrivere un PCI rivoluzionario dedito alla sovversione in Italia.
LA REPPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
A conti fatti, la RSI ebbe, seppur sempre una minoranza, una buona partecipazione di popolo, circa 800 mila aderenti, anche se molti vi aderirono “per ufficio”, ovvero perchè trovatisi a proseguire lavori o servizi nell’Italia del Nord.
Considerando però che furono adesioni verso uno Stato che oramai si sapeva andare verso la sconfitta, con tutte le conseguenze per i suoi seguaci, questi adesioni non furono poche.
Anche i fascisti, le Brigate Nere, le formazioni autonome, ecc., che bene o male a differenza dei partigiani, indossavano una divisa, furono una minoranza, ma comunque costituirono una sensibile presenza di popolo, ma ovviamente, anche loro, subivano da parte della popolazione un certo isolamento (non avversione) perchè considerati una presenza “pericolosa” e “fastidiosa”, che comprometteva e “faceva proseguire la guerra”.
Tutto questo gli occupanti, gli angloamericani, lo sapevano benissimo ed ebbero a precisarlo apertamente in varie occasioni, negando anche ai cosiddetti partigiani, privi di divisa e segni distintivi, la qualifica di “combattenti”.
Anche una Sentenza del Tribunale Supremo Militare (n° 747 del 26.4.1954), tribunale, si noti, di questa Repubblica democratica, tra l’altro affermava:
1) I combattenti della RSI hanno diritto di essere riconosciuti belligeranti;
2) gli appartenenti alle formazioni partigiane non hanno diritto a tale qualifica, perché non portavano distintivi riconoscibili a distanza, né erano assoggettati alla legge penale militare.

IL POPOLO ITALIANO
La popolazione italiana, come si può riscontrare da una infinità di memorie non di parte, ma di gente semplice che magari parla di altre cose, di vita quotidiana, ecc., per lo più viveva nella speranza che la guerra finisse al più presto e con essa fame, miseria e disgrazie. Essendo la Nazione impegnata in una lotta mortale per la sua liberta e sopravvivenza, da un punto di vista “morale”, questo agnosticismo non depone certo a favore del nostro popolo, da sempre privo di grandi doti caratteriali, ma del resto quando si parla di civili, di popolazione, le cose sono sempre andate in questa maniera, seguendo le sorti della guerra: folle osannanti agli inizi o se le cose vanno bene, folle avverse che maledicono alla fine se le cose vanno male.
É la natura umana, tanto è vero che, sempre e comunque, i vincitori, hanno poi trovato uomini, civili e militari, pronti a cambiare casacca, a servirli, a interpretare ruoli di governo fantoccio loro assegnati e anche a fare da spie e da boia.
É ovvio che la popolazione con la sconfitta che pareva inevitabile (dal 1944 si avvicinava ogni giorno sempre più) e con l’Italia spaccata in due, Nord e Sud, dal tradimento badogliano e l’invasione in Sicilia, aveva perso il senso reale di chi fossero i veri invasori (che erano gli Alleati) e chi fossero i nostri alleati (i tedeschi) e tendeva a ragionare in termini utilitaristici e di pura sopravvivenza.
L’arrivo degli angloamericani nelle cosiddette località “liberate”, di conseguenza, era accolto come la fine della guerra, delle privazioni e per questo festeggiato.
I tedeschi erano considerati soldati corretti, ma su di essi pesavano le loro insensate rappresaglie, non considerando ottusamente costoro che, comunque sia, la RSI era uno Stato alleato e quindi non si dovevano applicare con noncuranza le leggi di guerra. I tedeschi erano temuti e si era lieti quando se ne andavano, ma anche qui, più che altro, perchè agli occhi della popolazione rappresentavano la prosecuzione della guerra e delle privazioni. Insomma, per il popolo, non vi era partecipazione politica, tantomeno ideologica e neppure emotiva, né da una parte, né dall’altra.
IL 25 APRILE E LA “LIBERAZIONE”
Sostanzialmente, il “25 aprile” è la data della nostra sconfitta militare, della totale occupazione del suolo italiano e la fine, tutt’ora perdurante, di ogni nostra sovranità nazionale. Qualunque sia il pensiero e l’ideologia di ciascuno, non si può che prendere atto di questa realtà indiscutibile. Tutto il resto è retorica.
La guerra è la soggiogazione delle nazioni sconfitte, rapina in ogni campo, imposizione di un proprio modello economico, culturale e politico.
E il 25 aprile 1945 l’Italia venne sconfitta e occupata dal nemico e nemico vero, anglo americano. Chi: persona singola, gruppo o partito, da questa occupazione ci ha guadagnato, ne ha tratto benefici in qualsiasi modo, personale, ideale, politico o che altro, può esserne soddisfatto, ma la sostanza dell’avvenimento non cambia: Il 25 aprile l’Italia fu definitivamente occupata dallo straniero. Punto.
Ma a proposito di “liberazione” si sappia che a Milano il 25 aprile, data fatta passare alla storia come giorno dell’insurrezione popolare, proclamata dal CLN, ma in realtà non eseguita, tranne uno sciopero dei mezzi in giornata e gli uffici che presero a svuotarsi nel sentore di imminenti avvenimenti decisivi, non accadde proprio nulla e i fascisti restarono padroni della città, fino a notte alta, quando intorno alle 5 del mattino lasciarono, armati e indisturbati, Milano da Piazza S. Sepolcro, via Dante e Corso Sempione, per incamminarsi verso Como.
Solo dopo quell’ora, nella metropoli, rimasta priva di fascisti, le “nuove” autorità della Resistenza, uscite dai loro sicuri rifugi per ricoprire le cariche che si erano assegnati, ma privi di uomini, come abbiamo già accennato, dovettero far occupare il palazzo del Governo, ovvero la Prefettura di Corso Monforte, lasciata da Mussolini, da uomini della Guardia di Finanza del col. Alfredo Malgeri.
Una G.d.F. da sempre con i piedi in due staffe e ora, a vincitori sicuri, passata ufficialmente dalla parte della Resistenza.
Libri di storia (falsa) e riviste di storia (altrettanto falsa), mostrano sovente foto di gruppi di partigiani e di civili, armi alla mano, che sembrano intenti a formare barricate o studiare imminenti azioni militari. Trattasi quasi sempre di falsi, di pose realizzate da appositi Studi a guerra finita, oppure messe in scena, ben lontani da teatri bellici, atte a mostrare imminenti azioni.
Ma non è raro neppure il caso di alcuni nominativi di fucilati dai tedeschi, in alcune rappresaglie, che vengono dati come “martiri antifascisti, quando invece, addirittura, trattasi di aderenti alla RSI o suo personale che vennero insensatamente rastrellati dai tedeschi infuriati per qualche attentato e passati per le armi.
Certo, storicamente, sono esempi poco importanti, ma sono significativi per dimostrare come, di tante tragedie ed eccidi, di povera gente che non era ne “anti”, nè “pro”, si sono fatte generalizzazioni e vi sono state poste etichette di martiri per una presunta “lotta antifascista”.
Il 27 aprile poi, scesi precedentemente dalle montagne grazie all’arrivo delle truppe Alleate o per il rifluire dei presidi tedeschi e fascisti, arrivarono a Milano le “famose” divisioni partigiane, quelle dell’Oltrepò pavese e più avanti ancora le “famose” divisioni Garibaldi, Matteotti, di Moscatelli della Valsesia, ecc., spesso contrassegnate da cervellotiche e altisonanti numerazioni, ma che in realtà tranne gli “arruolamenti dell’ultim’ora”, erano sempre state costituite da pochi elementi.
Arrivarono e sfilarono con armi e belle divise e fazzoletti, nuove fiammanti, fornite dagli americani, a dimostrazione che mai erano state impegnate in veri combattimenti.
A secondo delle varie località del Nord, fu solo nel pomeriggio del 25 aprile, ma più che altro il 26 e 27 aprile, con i tedeschi che oramai avevano smesso di combattere, anzi si erano arresi agli Alleati e si ritiravano nei loro acquartieramenti e i fascisti che lasciavano i presidi e si ritiravano verso Como e la Valtellina, che si ebbero arruolamenti “tranquilli” e festanti nelle Brigate partigiane e nei CLN locali.
Allora sì che il numero “dei guerriglieri” ebbe a crescere con adesioni che in futuro fruttarono spesso una pensioncina a questi “eroi” dell’ultim’ora.
Sui pochi fascisti rimasti isolati, su quelli che si arresero e così via, si abbatté la furia omicida e vendicativa dell’antifascismo.
Gli Alleati, fin dalla fine del 1943, avevano per il fronte italiano la direttiva di procedere con lentezza, altrimenti avrebbero sfondato il “ventre molle” dell’Asse e sarebbero facilmente penetrati alle spalle del Reich mettendo fine alla guerra.
Ma questo non era contemplato, in quanto in base agli accordi di Jalta, l’Europa doveva essere divisa in due zone di influenza, Est - Ovest e quindi bisognava attendere che i sovietici superassero il fronte est e invadessero l’Europa prendendo possesso delle zone a loro assegnate.
Comunque sia, mano a mano che le truppe Alleate occupavano le località del Nord e imponevano il loro governo AMG, le loro direttive impositive emanate dal PWB, ecc., questi invasori ebbero un duplice comportamento: in alcuni casi lasciarono consumare le stragi dei fascisti e presunti tali e anzi le aizzarono; in altri casi invece le fermarono specialmente se c’erano ufficiali e sotto ufficiali della oramai ex RSI da salvare con il nascosto fine di utilizzare poi questo personale per i loro interessi di occupanti.
Le forze di polizia, il personale delle Prefetture, Commissariati, ecc., oltre agli agenti scelti per ricostruire i Servizi, vennero tutti prelevati o racimolati dalle precedenti strutture, formazioni e Istituzioni della RSI, perchè la “polizia partigiana” era inesistente, personale in gamba ancor di più e quelle poche pattuglie armate della resistenza erano formate da comunisti di cui, ovviamente, gli Alleati, non avevano fiducia, nè intendevano armarli e addestrarli.
E quei fascisti che ebbero salva la vita, grazie all’intervento Alleato, spesso furono quelli che poi fecero una fine peggiore: quella di diventare, in nome di uno strumentale e specioso anticomunismo, servi sciocchi degli statunitensi.
La storia del neofascismo del dopoguerra, inizia proprio in quei momenti, dove il dirigente in Italia dell’Oss James Jesus Angleton fu abilissimo nel mettersi in tasca questi oramai ex fascisti. Le Stay behind, le Gladio, il filo atlantismo, la strategia della tensione degli anni ’60, ne furono la logica conseguenza.
Un'ultima osservazione a proposito di liberazione e liberatori.
Fino a quando negli ultimi decenni, sono esistiti comunisti, o presunti tali, oggi scomparsi, collassati con la “casa madre” URSS o con la stessa ideologia marxista disintegrata dal modernismo, dal moderno capitalismo finanziario e dalle ideologie radicali, abbiamo visto come questi comunisti sono sempre stati caratterizzati da una grande contraddizione: consideravano, qui da noi, gli anglo americani dei “liberatori” e di essi ne erano stati fedeli sudditi.
Ora invece, anni ’50 /70, consideravano gli americani, e qui dobbiamo dire giustamente, imperialisti, aggressori della Corea, oppressori dell’America Latina, invasori del Vietnam, padroni delle Multinazionali e così via: USA = Colonialismo, massacri, bombardamenti, Cia, sfruttamento capitalista.
Ebbene: non si erano accorti, questi “comunisti rivoluzionari”, che gli americani non erano altro che gli stessi, loro alleati, loro festeggiati, della “Liberazione” in Italia ?



                                                                                                                                                       

sabato 7 aprile 2018

Chi è italiano, e chi no

Chi è italiano, e chi no

Si parla molto di cittadinanza e si tende a identificare la cittadinanza con la nazionalità: se una persona ha la cittadinanza della Repubblica italiana, allora quella persona è senz’altro italiana; in fondo è molto semplice, no? Appunto: è troppo semplice. Eppure è evidente che le cose sono un po’ più complesse, basta riflettervi un attimo. Gli italiani che non hanno potuto, o non hanno voluto, lasciare la Venezia Giulia, nel 1947, al momento della firma del trattato di Parigi e della definitiva cessione di quelle terre alla Jugoslavia, non meritavano più il nome d’italiani, pur avendo perso, evidentemente, la cittadinanza italiana e avendo acquisito quella jugoslava? Chiaro che no: tanto è vero che, almeno sulla carta, in Jugoslavia esse godevano del riconoscimento d’una certa autonomia culturale e linguistica, peraltro ben presto rimasta lettera morta. E i cittadini svizzeri dei Canton Ticino, che non sono mai stati cittadini italiani, né del Regno, né della Repubblica, non meritano di essere chiamati e considerati italiani? Ma certo che sì: tanto è vero che l’italiano viene riconosciuto come una delle quattro lingue ufficiali della Confederazione Elvetica. Evidentemente, si può essere italiani, incontestabilmente e veracemente italiani, pur essendo sprovvisti della cittadinanza italiana: questo punto ci pare sia chiarito a sufficienza. Ma è vero anche il contrario, cioè che si può avere la cittadinanza italiana senza essere, perciò, veramente e incontestabilmente italiani? Questa sì che è una domanda ad altissimo tasso di scorrettezza politica: perché nel Paese dei diritti inviolabili e insindacabili, nel Paese dove le dispute ideologiche si vincono a suon di querele e di sentenze di tribunale, come la sinistra alla Boldrini insegna; nel Paese dove a settant’anni dalla fine del fascismo si continua a esorcizzare il risorgere della “barbarie” fascista, e vi sono amministrazioni comunali le quali non hanno miglior passatempo che revocare la cittadinanza onoraria concessa a suo tempo al cavaliere Benito Mussolini, e organi di stampa che hanno altro soggetto di cui occuparsi che un bagnino devoto alla memoria del Duce, già il solo fatto di porre un simile interrogativo sa terribilmente di razzismo e quindi, per contiguità logica e ideologica, di fascismo, e manca poco che non faccia venire in mente, a qualcuno, le leggi razziali e l’orrore di Auschwitz. Perché, inutile girarci attorno, porre quella tal domanda, di questi tempi, significa porre sul tavolo la questione incandescente della concessione della cittadinanza agli immigrati: concessione troppo facile, a giudizio di alcuni, oppure, al contrario, troppo lenta e laboriosa, a parere di altri, i quali la vorrebbero come un automatismo legislativo, si nasce in Italia e zac!, la cittadinanza italiana è assicurata. Nessuno può essere così insensibile da negare la cittadinanza a un povero, piccolo bambino che nasce nel nostro Paese e che a tanti preti di sinistra e teologi progressisti fa venire in mente, chi sa perché, il Bambino Gesù nella stalla di Betlemme, che era un migrante pure lui, anzi, addirittura un profugo: o almeno così ha affermato il falso papa Bergoglio nella omelia della santa Messa di Natale; peraltro facendosi immediatamente smentire dai teologi seri, anche se ha strappato gl’immancabili applausi dai suoi soliti tifosi e aficionados della curva sud.
A suo tempo, ci eravamo già posti quella domanda (cfr. il nostro articolo di oltre due anni fa: Che cosa significa acquisire la cittadinanza?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 17/12/2015), sostenendo che la concessione della cittadinanza non può ridursi ad un fatto meramente opportunistico, cioè fondato sulla convenienza e sull’interesse di colui che la richiede (e magari di colui che la concede, ossia lo Stato, come si deduce dalla dichiarazione dell’ineffabile Tito Boeri, secondo il quale l’Italia ha bisogno dei migranti per pagare le pensioni ai propri cittadini; scordandosi però che anche i migranti, dopo un certo numero di anni, diventeranno cittadini e che anche a loro si dovranno pur pagare le pensioni). Ad ogni modo, quella domanda ci è tornata insistentemente negli orecchi dopo aver assistito al solito servizio del telegiornale di regime, non ricordiamo se della tv pubblica o privata, tanto ormai non c’è più alcuna differenza, che riferiva della manifestazione svoltasi a Macerata domenica scorsa, 18 febbraio. Tale manifestazione è stata pensata dal sindaco di quella città, Romano Carancini, con un vero e proprio colpo di genio: in una Italia che si sta spaccando, sempre di più, fra quelli che piangono la tremenda sorte della giovane Pamela Mastropietro, assassinata e tagliata a pezzi, che poi sono stati occultati dentro due valigie, dagli spacciatori della mafia nigeriana, e quanti vogliono esprimere tutta la loro solidarietà alle vittime del pistolero solitario Luca Traini, il quale ha percorso le strade in lungo e in largo, sparando su tutti gl’immigrati dalla pelle scura che ha visto a portata della sua pistola (e le autorità dello Stato si sono mosse soprattutto per questi ultimi, come se solo quelle persone fossero state vittime di una violenza ben precisa, e la povera Pamela invece fosse morta per una specie di tragica fatalità, insomma per mano di qualche entità evanescente), il primo cittadino di Macerata ha chiamato all’appello i suoi concittadini nel nome di una città libera e antifascista. Geniale: la libertà è un bene preziosi per tutti, e l’antifascismo è un bene prezioso per quelli che contano, cioè gli apparati dello Stato e tutto il carrozzone della cultura e dell’informazione politically correct. Due piccioni con una fava: quanto basta per scongiurare eventuali accuse di faziosità, da sinistra o da destra, in un clima che si sta facendo ormai quasi insostenibile, basti citare i ragazzi dei centri sociali i quali proprio lì, a Macerata, hanno sfilato cantando gioiosamente, il 27 gennaio, giorno della memoria, quant’è bello far le foibe da Trieste in giù, evidentemente per onorare, sputando sul ricordo delle vittime delle foibe, le vittime della sparatoria di Luca Traini, e rassicurare tutti gl’immigrati che gli italiani, nella loro componente sana, sono talmente antirazzisti da non avere alcuna esitazione a diventare razzisti verso i loro stessi connazionali i quali, sulla bontà dell’immigrazione illimitata, hanno delle idee un po’ diverse dalle loro, piene di ottimismo e di fiducia.
Domenica 18 febbraio pioveva a dirotto e faceva freddo, eppure, come hanno riportato tutti i mezzi d’informazione, i partecipanti alla manifestazione voluta dal sindaco non hanno esitato a sfidare eroicamente le proibitive condizioni atmosferiche per far sapere al mondo quanto si sentano antifascisti e amanti della libertà. Erano “parecchie centinaia”, hanno detto televisioni e giornali, per magnificare il loro sprezzo delle crudeli intemperie: il che, per un comune di circa 42.000 abitanti, capoluogo di provincia, senza contare la presenza dei “compagni” i quali, immancabilmente, in simili occasioni vengono mobilitati un po’ dovunque e fatti affluire dall’esterno, a noi pare un po’ pochino: ma guai a dirlo o ad insinuarlo, sarebbe un attentato alla libertà e all’antifascismo. I solerti giornalisti politicamente corretti hanno registrato, e fatto mandare in onda, due interviste (oh, due fra le tante, scelte assolutamente a caso, ben s’intende), colte al volo dai partecipanti al corteo: un signore italiano di mezza età, barba e baffi, ben vestito, che parlava in maniera appropriatissima, come un professore di liceo, e una donna piuttosto giovane, di colore (sì, è vero: di colore non vuol dir niente, non si capisce se giapponese o marocchina, ma insomma è per non dire “negra”, che potrebbe sembrare offensivo, e neppure “nera”, che fa venire in mente una pittura di vernice fresca, mannaggia non salta fuori un aggettivo adatto alla bisogna, di questi tempi nei quali la psicopolizia sorveglia più che mai l’uso del linguaggio, pronta a querelare il malcapitato razzista di turno). Una giovane vestita con proprietà, addirittura elegante, dai tratti molto fini, trucco e rossetto perfetti, che parlava un italiano impeccabile, insomma il vero prototipo dell’immigrato d.o.c., più educato e civile di tanti italiani, ineccepibile, rispettoso della legge, nessuna differenza tranne il colore della pelle: niente veli, niente burqa, nessuna goffaggine, o improprietà, o diffidenza, e una prontezza e una padronanza di sé invidiabili, anche davanti alle telecamere. Insomma, l’equivalente femminile del Sidney Poitier di Indovina chi viene a cena?, dove Spencer Tracy e Katharine Hepburn scoprono che la loro bionda figlioletta si è fidanzata con un negro, sì, ma più bello di un Apollo e più elegante di un figurino di Hollywood, per non parlare della professione (è un medico molto stimato), del livello sociale, della forbitezza linguistica, cento volte superiori a quelle di un operaio bianco del profondo Sud. E che cosa hanno detto, a beneficio dei telespettatori, queste due persone scelte certamente a caso nella folla dei manifestanti, sotto la pioggia di domenica scorsa, per le vie di Macerata? Neanche a farlo apposta (quando si dice le combinazioni!), esattamente ciò che il potere vuole che i cittadini si sentano dire, dalla mattina alla sera, ogni santo giorno, possibilmente senza contraddittorio: che va tutto bene così; che viviamo nel migliore dei mondi possibili; che non c’è alcuna invasione, alcuna islamizzazione dell’Italia; che bisogna essere aperti e accoglienti verso gli stranieri, angeli mandati a noi dal Signore Iddio; che chi la pensa diversamente non può essere che un fascista e un razzista, e sarebbe giusto e doveroso mettere fuori legge tutti i gruppi e i movimenti nei quali sia ravvisabile una certa qual reticenza a bersi tutte queste balle colossali. Il signore compito e dall’aria professorale ha detto, indicando le persone con gli ombrelli aperti, che quella era la vera Macerata; che la vera Macerata è così, aperta, accogliente e tollerante; che è un vero delitto che il gesto isolato di uno squilibrato abbia portato la sua città ai disonori delle cronache (ha adoperato proprio questa forbita espressione). E la signora africana, in elegante tailleur rosso, da parte sua, ha deplorato l’intolleranza di certa gente, ha rivendicato i diritti degli immigrati e ha concluso perentoriamente, con aria trionfante: Che piaccia o no, io sono italiana!
Ecco: quest’ultima frase ci ha fatto particolarmente riflettere. Che piaccia o no, io sono italiana! Ma già nel fatto di affermarlo così, come qualcosa che può anche dispiacere a una parte degli italiani, e tuttavia sbatterglielo sul muso, dovete accettare questa cosa, che vi piaccia o no, significa tradire il vero spirito della cittadinanza: perché l’acquisizione della cittadinanza non può e non deve essere brandita come una clava sulla testa degli italiani che sono nati tali, per tradizione millenaria e per piena appartenenza etnica, linguistica, culturale. Non si diventa italiani con un atto d’imperio o con l’esibizione di un pezzo di carta: perché una cosa è essere cittadini italiani, e un’altra cosa è essere italiani per davvero, cioè nel profondo dell’anima. E il primo requisito per essere dei veri italiani non è di tipo giuridico e formale, ma morale e sostanziale: significa amare l’Italia e ciò che essa rappresenta: la sua civiltà, la sua cultura, il suo popolo, la sua lingua, la sua arte, la sua storia, la sua bellezza, tutto il suo immenso patrimonio spirituale. Del quale fa parte inscindibile il cristianesimo, che ciò piaccia o non piaccia – vien da dire, facendo il verso a quella gentile signora – ai burocrati massoni di Bruxelles, tutti intenti a raschiar via quel poco che resta di cristiano nelle società le quali, per loro sventura, hanno aderito al progetto economico e politico dell’Unione europea. Ora, noi non sappiamo se la signora in questione abbia o non abbia la cittadinanza italiana; quel che sappiamo è che il suo modo di esprimersi è già di per sé una maniera scorretta di porsi come parte del popolo italiano. Chi è arrivato ieri in una casa antica di molti secoli, non può dire agli altri inquilini: Che vi piaccia o no, io adesso sono qui, perché questo è un parlare arrogante, un atteggiamento di sfida e di provocazione. Se l’ultimo arrivato ama davvero quella casa, se pensa di essere degno di divenire un suo nuovo inquilino, la prima cosa che deve fare è armarsi, non della cultura dei diritti, ma del senso di umiltà e del rispetto: umiltà perché è l’ultimo arrivato, e si trova a raccogliere ciò che altri hanno seminato; rispetto perché è arrivato in qualità di ospite, cioè è stato accolto per pura benevolenza e per pura generosità, quindi deve riconoscenza agli altri inquilini, come un figlio verso i suoi genitori: altro che dire loro: che vi piaccia o no, eccomi qui! Nell’antica Atene, culla della democrazia, gli stranieri, i meteci, non avevano alcun diritto politico, neanche dopo dieci generazioni; erano stranieri e restavano tali, tollerati, non pienamente accettati, se non sul piano della loro attività economica e della relativa tutela legale. Ma la cittadinanza è un’altra cosa: è esercitare i pieni diritti e, quindi, partecipare alle decisioni sul futuro della patria. I democratici ateniesi, questo non lo concedevano se non a pochissimi meteci, sulla base di speciali meriti acquisti verso la polis. Nessuno spartano, o tebano, o corinzio, si sarebbe mai permesso di dire: Che vi piaccia o no, io sono ateniese!, sia che avesse, sia che non avesse la cittadinanza: lo avrebbero rispedito nella sua patria d’origine in quattro e quattr’otto. Si può ottenere la cittadinanza, ma non si può imporre il possesso della nazionalità, cioè la vera appartenenza ad un popolo, che è soprattutto un fatto interiore. Non è una cosa che ci si può dare da soli, sono gli altri che la danno, proprio come in una famiglia. Se uno straniero mostra di amare e rispettare l’Italia come la sua nuova e vera patria, allora gli italiani se ne accorgeranno, e, un poco alla volta, lo accetteranno come uno dei loro. Ma questo non può avvenire se si tratta di masse di milioni di persone, assolutamente refrattarie a integrarsi e, anzi, fermamente decise a colonizzare l’Italia, servendosi del numero dei propri figli per attuare una conquista incruenta. È come con l’amicizia: devono essere gli altri a riconoscere che tu sei un vero amico; non conta nulla che sia tu a proclamarti tale…
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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

                                                                                                                                                       

lunedì 2 aprile 2018

Pasque di sangue


Don Curzio Nitoglia è uno straordinario esempio di prete-coraggio che non ha paura di contestare i dogmi della correttezza politica. La casa editrice effepi ha pubblicato un suo saggio sul controverso tema dell’omicidio rituale ebraico: un argomento che è ancora capace di suscitare furibonde polemiche nel mondo della cultura d’apparato. Don Nitoglia compie una ricognizione delle fonti che riguardano l’argomento a partire da un fondamentale dossier pubblicato alla fine del XIX° secolo: nel 1893 la prestigiosa rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica pubblicò una serie di articoli sulla morale giudaica a cura di Padre Oreglia. Alcuni articoli della rivista erano dedicati al tema dell’omicidio rituale: dal 1071 al 1891 si ha notizia di 60 processi celebrati contro gli ebrei per questo crimine. Dall’analisi dei processi emergono alcuni tratti comuni: l’assassinio di un cristiano non solo è reputato lecito, ma è comandato ai giudei dalla legge talmudica-rabbinica; le azzimelle per celebrare la Pasqua ebraica vengono imbevute col sangue dei bambini cristiani; il bambino deve morire fra i tormenti perché il suo sangue sia proficuo alla salute dell’anima giudaica. Queste accuse erano confermate da alcuni rabbini convertiti al cristianesimo, e in particolare il rabbino moldavo Teofilo, dopo la conversione, affermò: «gli ebrei sono più contenti quando possono ammazzare i bambini perché sono innocenti e vergini, e quindi perfetta figura di Gesù Cristo; li ammazzano a Pasqua, acciocché possano meglio rappresentare la passione di Gesù Cristo». La Civiltà Cattolica riteneva degna di fede la testimonianza di Teofilo per tre ragioni: in primo luogo perché Teofilo stesso era stato rabbino e fin dall’età di tredici anni aveva celebrato i riti giudaici, in secondo luogo perché deponeva contro se stesso, avendo confessato di aver fatto uso di sangue cristiano, in terzo luogo perché correva il rischio di essere ucciso dai suoi ex correligionari a causa delle sue rivelazioni, e tuttavia aveva parlato ugualmente per debito di coscienza e per carità verso i cristiani.

Don Nitoglia si sofferma su un importante caso verificatosi in Italia: quello di San Simonino di Trento, ucciso nel 1475 e beatificato dalla Chiesa (giova ricordare che la lobby ebraica ha imposto la soppressione del culto di San Simonino). Gli atti del processo ricostruiscono la vicenda del martirio del piccolo Simone: il fanciullo, portato all’interno della sinagoga, venne tenuto su uno scanno con le braccia tese in forma crucifixi, venne torturato con una tenaglia, e il suo sangue venne raccolto in una scodella, mentre i giudei pronunciavano maledizioni contro i cristiani. Il bambino morì dopo circa mezz’ora. Ovviamente sono stati versati oceani d’inchiostro per propagandare tesi negazioniste volte a smentire la realtà storica dell’omicidio rituale ebraico. La cultura ufficiale, riguardo il caso di San Simonino, accusa i Francescani di aver montato una campagna d’odio nei confronti degli ebrei. Nel XV° secolo i Francescani erano impegnati nell’istituzione dei Monti di Pietà, con i quali riuscirono a sottrarre i cristiani alle condizioni di prestito usuraie praticate dagli ebrei. Tuttavia i fraticelli che si sono impegnati in questa meritoria opera di civiltà, per la cultura organica al sistema hanno fomentato l’odio antisemita. Come si è detto in precedenza, dopo il Concilio Vaticano II° il culto di San Simonino è stato abolito. Don Nitoglia fa notare come questa decisione abbia ripercussioni gravissime nella definizione delle procedure di canonizzazione. La Chiesa postconciliare, ormai sprofondata in una condizione di totale sudditanza psicologica nei confronti degli ebrei, ha affermato temerariamente di aver sbagliato nel giudizio di beatificazione su San Simonino, e in questo modo ha aperto il varco alla penetrazione della Cabala giudaica fino al vertice delle gerarchie ecclesiastiche.
L’obiezione fondamentale dei negazionisti è che la passione religiosa avrebbe accecato gli storici cattolici. In base a questa obiezione occorre allora dubitare di tutto ciò che gli storici scrivono, poiché ogni uomo è mosso da una qualche passione: si pensi solo alla straripante letteratura storica ispirata all’ideologia sionista. Don Nitoglia, inoltre, affronta l’argomento anche sul piano della fede, infatti dal punto di vista cattolico occorre tener presente che l’omicidio rituale si presentò sotto la copertura e la garanzia di poteri politici fra i quali figurano anche dei santi: San Luigi IX° in Francia, San Enrico in Germania, e San Ferdinando in Spagna. I cattolici sono tenuti a credere ai santi in quanto modelli di perfezione che i fedeli devono sforzarsi di imitare. Non è dunque ammissibile, per i credenti, che questi personaggi siano macchiati dal peccato e che siano stati dei calunniatori: per la dottrina cattolica la Chiesa è infallibile nel canonizzare. Tanto più che le vittime degli omicidi rituali sono state beatificate e quindi proposte al culto dei cattolici assieme agli atti del loro martirio (San Simonino è posto nel Martirologio Romano al 24 marzo). Non è mancato chi ha tentato di affermare che il martirio deve essere un atto cosciente e volontario, e che quindi un bambino non può essere considerato né martire né santo: questa è la tesi sostenuta dal commissario pontificio padre Battista de’ Giudici, per scagionare gli ebrei dall’accusa. Don Nitoglia ricorda che, come tutti sanno, la Chiesa ha canonizzato i Santi Martiri Innocenti fatti uccidere da Erode: la tesi del de’ Giudici può essere sbugiardata dai ragazzini del catechismo!
Don Nitoglia accenna anche alle fonti antiche che riguardano i sacrifici umani in relazione all’Ebraismo: la religione ebraica condannava i sacrifici umani, che erano praticati dai Cananei, ma non si può escludere che questi culti barbari abbiano influenzato alcune frange del mondo ebraico. Nella letteratura talmudica si fa menzione di un culto del Moloch praticato in ambiente ebraico. Don Nitoglia, poi, fa alcune considerazioni sulle autorità scientifiche che hanno esaminato le testimonianze: i Papi e i Padri Bollandisti. Com’è noto i Papi esaminano sempre con grande ponderazione e con proverbiale prudenza i documenti che riguardano la storia religiosa, e i Padri Bollandisti sono universalmente noti per l’accuratezza e il rigore delle loro ricerche.
In passato il dibattito sugli omicidi rituali ha interessato nientemeno che i signori dell’alta finanza: nei primi anni del XX° secolo, i Rothshild fanno pressione sui cattolici inglesi affinchè convincano la Santa Sede a scagionare ufficialmente e definitivamente gli ebrei dall’accusa del sangue. Tuttavia gli sforzi della ricchissima famiglia ebraica furono vani: la Santa Sede all’epoca non era affatto incline ai cedimenti ecumenici che caratterizzano la Chiesa postconciliare. Don Nitoglia conclude il libro affermando la fondatezza dell’intenzione sterminazionista propugnata dall’Ebraismo talmudico verso i cristiani, e dichiara: «mi sembra perciò, che si possa affermare, senza paura di sbagliarsi, la veridicità storica della tesi dell’Omicidio Rituale ebraico, senza cadere in eccessi di fanatismo, che lo vedono ove non c’è, ma senza neanche cadere nell’errore di scetticismo che si ostina a negarlo, dopo prove storiche e magisteriali così probanti».
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Don Curzio Nitoglia, L’omicidio rituale ebraico. La secolare accusa del sangue: tesi e documenti a confronto, effepi, Genova 2004, pp.56, euro 6,00.
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