sabato 5 settembre 2020

FASCISMO : 8 SETTEMBRE



FASCISMO : 8 SETTEMBRE : LA RESA E LA FUGA DEL RE E DI BADOGLIO





"Camicie Nere, Italiani e Italiane!
Dopo un lungo silenzio, ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che la riconoscerete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili e che ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria.
Ho tardato qualche giorno prima di indirizzarmi a voi perché, dopo un periodo di isolamento morale, era necessario che riprendessi contatto col mondo. La radio non ammette lunghi discorsi. Senza ricordare per ora i precedenti, vengo al pomeriggio del 25 luglio, nel quale accadde quella che, nella mia già abbastanza avventurosa vita, è la più incredibile delle avventure.
II colloquio che io ebbi col Re a Vílla Savoia durò venti minuti e forse meno. Trovai un uomo col quale ogni ragionamento era impossibile, poiché egli aveva già preso le sue decisioni. Lo scoppio della crisi era imminente.
E' già accaduto, in pace e in guerra, che un ministro sia dimissionario, un comandante silurato, ma è un fatto unico nella storia che un uomo il quale, come colui che vi parla, aveva per ventun' anni servito il Re con assoluta, dico assoluta, lealtà, sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, costretto a salire su una autoambulanza della Croce Rossa, col pretesto di sottrarlo ad un complotto, e condotto ad una velocità pazza, prima in una, poi in altra caserma dei carabinieri.

Ebbi subito l'impressione che la protezione non era in realtà che un fermo. Tale impressione crebbe, quando da Roma fui condotto a Ponza e successivamente mi convinsi, attraverso le peregrinazioni da Ponza alla Maddalena e dalla Maddalena al Gran Sasso, che il piano progettato contemplava la consegna della mia persona al nemico.
Avevo però la netta sensazione, pur essendo completamente isolato dal mondo, che il Fuhrer si preoccupava della mia sorte. Gòring mi mandò un telegramma più che cameratesco, fraterno. Più tardi il Fùhrer mi fece pervenire una edizione veramente monumentale dell'opera di Nietzsche.
La parola "fedeltà" ha un significato profondo, inconfondibile, vorrei dire eterno, nell'anima tedesca, è la parola che nel collettivo e nell'individuale riassume il mondo spirituale germanico. Ero convinto che ne avrei avuto la prova.

Conosciute le condizioni dell'armistizio, non ebbi più un minimo dubbio circa quanto si nascondeva nel testo dell'articolo 12. Del resto, un alto funzionario mi aveva detto: "Voi siete un ostaggio".
Nella notte dall'11 al 12 settembre feci sapere che i nemici non mi avrebbero avuto vivo nelle loro mani. C'era nell'aria limpida attorno all'imponente cima del monte, una specie di aspettazione. Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante, poi successivamente altri: quindi, squadre di uomini avanzarono verso il rifugio decisi a spezzare qualsiasi resistenza.
Le guardie che mi vegliavano lo capirono e non un colpo partì. Tutto è durato 5 minuti: l'impresa rivelatrice dell'organizzazione e dello spirito di iniziativa e della decisione tedesca rimarrà memorabile nella storia della guerra. Col tempo diverrà leggendaria.
Qui finisce il capitolo che potrebbe essere chiamato il mio dramma personale, ma esso è un ben trascurabile episodio di fronte alla spaventosa tragedia in cui il governo democratico liberale e costituzionale del 25 luglio ha gettato l'intera nazione. Non credevo in un primo tempo che il governo del 25 luglio avesse programmi cosi catastrofici nei confronti del partito, del regime, della nazione stessa. Ma dopo pochi giorni le prime misure indicavano che era in atto l'applicazione di un programma tendente a distruggere l'opera compiuta dal regime durante venti anni ed a cancellare vent'anni di storia gloriosa che aveva dato all'Italia un impero ed un posto che non aveva maí avuto nel mondo.
Oggi, davanti alle rovine, davanti alla guerra che continua noi spettatori sul nostro territorio taluno vorrebbe sottilizzare per cercare formule di compromesso e attenuanti per quanto riguarda le responsabilità e quindi continuare nell'equivoco.

Mentre rivendichiamo in pieno la nostra responsabilità, vogliamo precisare quelle degli altri a cominciare dal Capo dello Stato, essendosi scoperto che, non avendo abdicato, come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa.
E' la stessa dinastia che, durante tutto il periodo della guerra, pur avendola il Re dichiarata, è stata l'agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca. II suo disinteresse all'andamento della guerra, le prudenti e non sempre prudenti riserve mentali, si prestarono a tutte le speculazioni del nemico mentre l'erede, che pure aveva voluto assumere il comando delle armate del sud, non è mai comparso sui campi di battaglia.
Sono ora più che mai convinto che casa Savoia ha voluto, preparato, organizzato anche nei minimi dettagli il colpo di stato, complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli ed imboscati e taluni invigliacchiti elementi del fascismo. Non può esistere alcun dubbio che il Re ha autorizzato, subito dopo la mia cattura, le trattative dell'armistizio, trattative che forse erano già incominciate tra le due dinastie di Roma e di Londra.
E' stato il Re che ha consigliato i suoi complici di ingannare nel modo più miserabile la Germania, smentendo anche dopo la firma che trattative fossero in corso.

E' il complesso dinastico che ha premeditato ed eseguito le demolizioni del regime che pur vent'anni fa l'aveva salvato e creato il potente diversivo interno a base del ritorno dello Statuto del 1848 e della libertà protetta dallo stato d'assedio. Quanto alle condizioni dell'armistizio, che dovevano essere generose, sono tra le più dure che la storia ricordi. II Re non ha fatto obbiezioni di sorta nemmeno, ben inteso, per quanto riguardava la premeditata consegna della mia persona al nemico. E' il Re che ha, con il suo gesto, dettato dalla preoccupazione per l'avvenire della sua Corona, creata per l'Italia una situazione di caos, di vergogna interna, che si riassume nei seguenti termini: in tutti i continenti, dalla estrema Asia all'America, si sa che cosa significhi tener fede ai patti da parte di casa Savoia. 

Gli stessi nemici, ora che abbiamo accettata la vergognosa capitolazione, non ci nascondono il loro disprezzo, né potrebbe accadere diversamente. L'Inghilterra, ad esempio, che nessuno pensava di attaccare e specialmente il Fuhrer non pensava di farlo è scesa in campo, secondo le affermazioni di Churchill, per la parola data alla Polonia.
D'ora innanzi può accadere che anche nei rapporti privati ogni italiano sia sospettato. Se tutto ciò portasse conseguenze solo per il gruppo dei responsabili, il male non sarebbe grave; ma non bisogna farsi illusioni: tutto ciò viene scontato dal popolo italiano, dal primo all'ultimo dei suoi cittadini.

Dopo l'onore compromesso, abbiamo perduto, oltre i territori metropolitani occupati e saccheggiati dal nemico, anche, e forse per sempre, tutte le nostre posizioni adriatiche, ioniche, egee e francesi che avevamo conquistato non senza sacrifici di sangue.
II regio Esercito si è quasi dovunque rapidamente sbandato. E niente è più umiliante che essere disarmato da un alleato tradito tra lo scherno della popolazione.
Questa umiliazione deve essere stata soprattutto sanguinosa per quegli ufficiali e soldati che si erano battuti da valorosi accanto ai loro camerati tedeschi su tanti campi di battaglia. Negli stessi cimiteri di Africa e di Russia, dove soldati italiani e tedeschi riposano insieme, dopo l'ultimo combattimento, deve essere stato sentito il peso di questa ignominia.
La regia Marina, costruita tutta durante il ventennio fascista, si è consegnata al nemico, in quella Malta che costituiva e più ancora costituirà la minaccia permanente contro l'Italia e il caposaldo dell'imperialismo inglese nel Mediterraneo.
Solo l'aviazione ha potuto salvare buona parte del suo materiale, ma anch'essa è praticamente disorganizzata. Queste sono le responsabilità indiscutibili, documentate irrefutabilmente anche nel discorso del Fùhrer, il quale ha narrato, ora per ora, l'inganno teso alla Germania, inganno rafforzato dai micidiali bombardamenti che gli angloamericani, d'accordo col governo di Badoglio, hanno continuato, malgrado la firma dell'armistizio, contro grandi e piccole città dell'Italia centrale.

Date queste condizioni, non è il regime che ha tradito la monarchia, ma è la monarchia che ha tradito il regime, tanto che oggi è decaduta nelle coscienze del popolo ed è semplicemente assurdo supporre che ciò possa compromettere minimamente la compagine unitaria del popolo italiano. Quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita. Quanto alle tradizioni, ve ne sono più repubblicane che monarchiche: più che dai monarchici, l'unità e l'indipendenza d'Italia fu voluta, contro tutte le monarchie più o meno straniere, dalla corrente repubblicana che ebbe il suo puro e grande apostolo in Giuseppe Mazzini.
Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più lato della parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini. Nell'attesa che il movimento si sviluppi fino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti:

1) riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati: soltanto il sangue può cancellare una pagina cosi obbrobriosa nella storia della Patria;
2) preparare, senza indugio, la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia; solo chi è animato da una fede e combatte per una idea non misura l'entità del sacrificio;
3) eliminare i traditori e in particolar modo quelli che fino alle 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del partito e sono passati nelle file del nemico;
4) annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato.

Camicie Nere fedeli di tutta Italia!
lo vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi.
L'esultanza del nemico per la capitolazione dell'Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poiché i due grandi imperi Germania e Giappone non capitoleranno mai.
Voi, squadristi, ricostituite i vostri battaglioni che hanno compiuto eroiche gesta.
Voi, giovani fascisti, inquadratevi nelle divisioni che debbono rinnovare, sul suolo della Patria, la gloriosa impresa di Bir el Cobi.
Voi, aviatori, tornate accanto ai vostri camerati tedeschi ai vostri posti di pilotaggio, per rendere vana e dura l'azione nemica sulle nostre città.
Voi, donne fasciste, riprendete la vostra opera di assistenza morale e materiale, cosi necessaria al popolo. Contadini, operai e piccoli impiegati, lo Stato che uscirà dall'immane travaglio sarà il vostro e come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili. La nostra volontà, il nostro coraggio e la vostra fede ridaranno all'Italia il suo volto, il suo avvenire, le sue possibilità di vita e il suo posto nel mondo. Più che una speranza, questa deve essere, per voi tutti, una suprema certezza.
Viva l'Italia! Viva il Partito Fascista Repubblicano!

(Benito Mussolini - Monaco - 18 Settembre 1943)
                                                                                                                                                  








   
                    

domenica 30 agosto 2020

COME FU TRADITA LA POLONIA

COME FU TRADITA LA POLONIA
di Mario Spataro

E’ noto a tutti che la Polonia, incoraggiata e sospinta dalla diplomazia britannica e francese, respinse nel 1939 le ripetute offerte tedesche di una ragionevole sistemazione della questione di Danzica e del Corridoio. Le pressioni esercitate in tal senso sul polacco Josef Beck dagli alleati occidentali si basavano su un accordo di pochi mesi prima, contenente la promessa di un pronto intervento se la Polonia fosse stata attaccata “da una potenza europea”. Dunque non “se fosse stata attaccata dalla Germania”, come sostiene Donald C. Watt nel suo articolo Dopo Monaco apparso sul vol. I della Storia della Seconda Guerra Mondiale (Rizzoli 1967), ma se fosse stata attaccata da chicchessia. “Abbiamo dato la nostra parola d’onore che avremmo difeso la Polonia da qualsiasi aggressione”, confermò infatti alla radio il primo ministri britannico Neville Chamberlain il 4 settembre 1939, tre giorni dopo l’invasione tedesca del territorio polacco. Perché dunque Gran Bretagna e Francia non si opposero all’invasione sovietica della parte orientale della Polonia con la stessa sollecitudine con la quale si opposero alla quasi contemporanea invasione tedesca della parte occidentale?
Le pretese sovietiche sulla Polonia risalivano agli anni immediatamente successivi alla rivoluzione bolscevica, quando nel 1920 l’esercito polacco era riuscito a respingere quello avversario sino a conseguire una breve occupazione di Kiev. Ma poco dopo le superiori forze comuniste avevano avuto la meglio e, come ha scritto H. Fisher nel suo libro A History of Europe (1942, “il rombo delle artiglierie comuniste era facilmente udibile dal centro di Varsavia”. Solo in seguito,e al prezzo di enormi perdite, le truppe di Jozef Filsudki erano riuscite a respingere quelle avversarie e a salvare la Polonia e buona parte d’Europa dalla minaccia dei rossi.
Nel 1939 l’ambiguità delle promesse occidentali alla Polonia fu dimostrata anche dal rifiuto britannico di concedere alla Polonia gli aiuti finanziari di cui la stessa aveva bisogno per prepararsi a fronteggiare un eventuale attacco tedesco: contro una richiesta polacca di 66 milioni di sterline da destinarsi ad acquisti di materiale bellico, era stato offerto un prestito di soli 5 milioni di sterline.
L’attacco sovietico seguì di sole tre settimane quello tedesco ma stavolta, come dicevamo sopra, Francia e Gran Bretagna non mossero un dito. Come riferisce Arthur Bliss Lane (ambasciatore americano a Varsavia dal 1944 al 1947) nel suo libro I saw Poland betrayed, alla Camera dei Comuni, a Londra, nessuno osò chiedere perché mai non si fosse dichiarata guerra alla Russia e perché mai non si criticasse l’immediata deportazione di oltre un milione di polacchi destinati ai lavori forzati in Siberia per fare posto ad altrettanti ucraini che avrebbero dovuto sfruttare le fertili pianure polacche e i giacimenti petroliferi della regione di Lvow.
D’accordo con Hitler, Stalin stabilì la nuova frontiera lungo quella che nel 1919 una commissione alleata aveva definito Linea Curzon. Durante tutta la seconda guerra mondiale quella espansione sovietica verso ovest creò dissapori fra Mosca e il governo polacco in esilio a Londra, ma la Gran Bretagna, che inizialmente si era espressa a favore dei polacchi, col progredire del conflitto andò sempre più spostandosi verso posizioni filosovietiche: “Qualsiasi uomo o qualsiasi nazione si pongano in guerra contro il nazismo avranno il nostro aiuto”, disse Winston Churchill nel corso di un proclama radiofonico.
Ciò ebbe ufficiale conferma nel novembre 1943 a Teheran, quando i Tre Grandi concordarono l’annessione da parte dell’Unione Sovietica delle regioni orientali della Polonia. E decisero pure, come riferiscono Calvocoressi e Wint nel libro Total War (1972), di discutere quella faccenda senza la presenza di rappresentanti polacchi. Era infatti necessaria una assoluta riservatezza: un anno dopo si sarebbero tenute le elezioni presidenziali americane e Roosevelt temeva che la forte comunità polacca degli Stati Uniti si rivoltasse contro di lui. Ma pensò Churchill a tranquillizzarlo. Secondo quanto rivelato dal libro Roosevelt & Churchill, their secret wartime correspondance di Loewenheim, Langley e Jonas (1975), il primo ministro britannico assicurò al presidente americanocce non solo lui stesso, ma anche Stalin avrebbero mantenuto il segreto su ciò che si preparava alle spalle dei polacchi: “Più volte Stalin”, scrisse Churchill a Roosevelt, “mi ha espresso il suo desiderio che tu vinca le elezioni, anche perché ciò tornerebbe a vantaggio dell’Unione Sovietica. Pertanto puoi star certo che da parte sovietica non ci saranno indiscrezioni”.
Ma nonostante ogni cautela, è riferito dal celebre generale polacco Waceslaw Anders nel suo libro An army in exile (1949), la verità giunse alle orecchie del governo polacco in esilio. Il primo ministro polacco Stanislaw Mikolajczyk, trovatosi a Mosca durante un incontro fra Churchill e Stalin, rimase allibito quando Viacheslav Molotov approfittando dell’assenza dei rappresentanti americani gli sussurrò il grande segreto: “Ricordo di aver sentito il presidente Roosevelt dire che per lui la Linea Curzon è perfettamente accettabile come linea di confine fra la Polonia e l’Unione Sovietica, ma che per il momento non è opportuno che la faccenda sia resa pubblica”.


Mikolajczyk non riuscì a trattenere la rabbia e si recò subito a visitare l’ambasciatore americano a Mosca, Averell Harrimann: “Come mai pochi mesi fa”, gli chiese, “a Washington il presidente Roosevelt mi ha detto che soltanto Churchill è d’accordo con Stalin per il massacro della Polonia, e che invece lui, il presidente, non è d’accordo sulla Linea Curzon che lascerebbe all’Unione Sovietica le regioni orientali della Polonia?”.
Quell’intesa fra i Tre Grandi alle spalle del popolo polacco, commenta lo storico inglese Bernard Smith nel suo libro Poland, a study on treachery (1980), fu ancor più cinica del patto firmato da Germania e Unione Sovietica nel 1939: quello del 1939 era infatti un accordo che stabiliva la spartizione di una nazione nemica, mentre adesso si trattava di un accordo che pugnalava alle spalle una nazione alleata. Inoltre, aggiunge Smith, quell’accordo sulla Linea Curzon era una palese violazione della Carta Atlantica firmata da Roosevelt e Churchill nel 1941, che stabiliva che non ci sarebbe stata “alcuna modifica territoriale contraria alla liberamente espressa volontà delle popolazioni interessate”.
Col passare dei mesi, anche se le elezioni americane erano sempre più vicine, la verità divenne palese e la situazione si fece, per Churchill e Roosevelt, ancora più imbarazzante. Mentre Roosevelt scelse il silenzio, il primo ministro britannico decise di gettare la maschera: “Il destino della nazione polacca”, disse il 22 febbraio 1944 in un discorso alla Camera dei Comuni, “sta a cuore al governo di Sua Maestà e a questo parlamento. Ed è stato per me motivo di gioia sentire il maresciallo Stalin dire che lui desidera una Polonia forte, integra e indipendente”. Ma proseguì, Churchill dicendo che la Gran Bretagna non aveva mai garantito il mantenimento delle vecchie frontiere polacche orientali, e che secondo lui le richieste sovietiche non andavano “oltre il giusto e il ragionevole”. Pertanto, concluse Churchill, bisognava considerare “con favore” la decisione di spostare sulla Linea Curzon la frontiera russo-polacca.
IL generale Anders, che in quel momento era impegnato sul fronte italiano di Montecassino col suo corpo di spedizione polacco, riferì in seguito che quel discorso fu per i suoi soldati “un colpo feroce”. Nel suo già citato libro Anders non ebbe esitazioni: “Quando firmò con noi l’accordo del 1939”, si legge a pagina 159, “la Gran Bretagna non fece alcun accenno alla Linea Curzon, né della Linea Curzon ci si parlò mentre noi combattevamo. Le nostre frontiere non furono messe in discussione mentre i nostri uomini si battevano in Francia nel 1940 e, poi, sui cieli inglesi e infine, lasciando sul terreno quattromila morti, a Montecassino. Quel discorso di Churchill ebbe effetto deprimente sui nostri soldati, parecchi dei quali avevano famiglie che vivevano a oriente della Linea Curzon. Fu una grande ingiustizia nei nostri confronti e per la prima volta perdemmo ogni fiducia nei nostri alleati”.


Anders aveva validi motivi per non gradire la consegna ai sovietici di un terzo della Polonia. Lui stesso nel 1939 era stato catturato dall’Armata Rossa (combatteva contro i tedeschi, e i tedeschi erano allora alleati dei sovietici!) e, benché ferito e costretto sulle stampelle, per ben due anni era stato tenuto dai suoi carcerieri sovietici in una cella senza finestre e sottoposto a frequenti bastonature. Poi, quando la Germania era diventata nemica dell’Unione Sovietica, era stato liberato perché riprendesse a combattere contro i tedeschi. Aveva accettato, ma saggiamente aveva preferito stabilire a Londra il centro organizzativo delle sue operazioni.
Nel 1943 e 1944 i rapporti fra il governo polacco in esilio a Londra e le autorità britanniche, un tempo cordiali, si fecero tesi a causa della disputa sui confini orientali polacchi. Unica reazione da parte britannica alle rimostranze polacche fu uno scortese commento di Anthony Eden capo del Foreign Office: “I polacchi devono imparare a controllare le loro emozioni”. Nei mesi successivi nulla avrebbe modificato il cinico orientamento britannico e americano a proposito della frontiera orientale polacca. Neppure la scoperta nel 1943 della verità sul massacro di Katyn e neppure il tradimento nei confronti degli insorti di Varsavia nel 1944 cambiarono la situazione. Come il Daily Telegraph riferì il 1° agosto 1973, durante una riunione di governo Churchill tornò distrattamente sulla questione polacca definendola “molto fastidiosa”. E, dopo aver accennato al fatto che il generale polacco Kazimierz Sosnkowski continuava a “brontolare”, Churchill si compiacque del fatto che lo stesso, su pressione di Anthony Eden, fosse stato rimosso dall’incarico. Poi, a proposito del generale Bor-Komorowski che aveva guidato la rivolta antitedesca, Churchill si disse “lieto” che lo stesso fosse ormai in mano tedesca. E non batté ciglio, Churchill, quando in occasione di un incontro tecnico da tenersi a Mosca Stalin gli disse che la presenza di rappresentanti del governo polacco in esilio non era gradita. Anzi, quando il primo ministro polacco Stanislaw Mikolajczyk protestò, Churchill perse le staffe e lo accusò di essere “un pazzo, un testardo e un cieco” che avrebbe portato il suo paese alla completa invasione da parte dell’Unione Sovietica.
Venne il 1945 e venne Yalta seguita, pochi mesi dopo, da Potsdam. E allora ogni parvenza di giustizia e correttezza venne meno. L’Unione Sovietica si impadronì della Polonia orientale, il resto della Polonia perse di fatto l’indipendenza in quanto trasformato in stato-satellite e, cosa forse peggiore, alla Polonia fu regalata in cambio una cospicua fetta di territorio tedesco sulla quale liberamente attuare una politica di pulizia etnica e di deportazioni.
A Londra un forte gruppo di parlamentari conservatori, guidati da Michael Petherick, presentò un documento col quale si lamentava la remissività del governo di fronte alle pretese sovietiche a spese di un alleato fedele come la Polonia. Preoccupato, il 10 maggio 1945 Churchill inviò a Roosevelt un messaggio riservatissimo nel quale si documentava il ripetersi di arresti collettivi, deportazioni, torture, e uccisioni nella Polonia orientale annessa dall’Unione Sovietica. Roosevelt si limitò a dare ricevuta del messaggio senza però fare commenti. Il 27 marzo Churchill, ormai pentito, insistette: “La Polonia, col nostro beneplacito, ha perduto la propria frontiera. Perderà adesso anche la libertà?”. Ancora, nessuna risposta da Washington.
L’8 giugno 1946 si tenne a Londra la parata ufficiale per la vittoria. Le truppe polacche, che pure erano state le prime a combattere in quella guerra, furono pregate di non partecipare alla cerimonia; la loro presenza, si disse, avrebbe infastidito Stalin. Da Ancona, in Italia, il generale Anderson manifestò pubblicamente il proprio sdegno. Gli fu risposto da Londra di evitare in futuro quelle “imbarazzanti” polemiche se non voleva essere privato dell’incarico.
Come il generale americano Mark Clark ebbe a scrivere alcuni anni dopo, tutto in quella guerra fu fatto per favorire le mire di Stalin: lo sbarco in Normandia anziché in Danimarca o in Olanda, come lo sbarco nella punta estrema dell’Italia anziché nei Balcani, celavano il desiderio di dare all’Armata Rossa il tempo di raggiungere il cuore dell’Europa. La follia dei vertici di Washington giunse anzi sino a fermare l’avanzata americana su Berlino ed a fare arretrare le truppe di Gorge Patton che erano quasi alle porte di Praga. E i bombardamenti angloamericani delle città tedesche a ridosso del fronte orientale (come quello, vergognoso, subito dalla indifesa città di Dresda) altro scopo non avevano che quello di favorire e accelerare l’avanzata sovietica. Ma, tutto sommato, il tradimento nei confronti della Polonia non fu che un dettaglio di una politica autolesionistica dell’Occidente. Non fu che uno dei numerosi tradimenti. Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Germania Est, Stati Baltici e Corea del Nord, a loro insaputa, altro non furono che graziosi regali fatti a Stalin: di ciò i loro popoli avrebbero per mezzo secolo pagato le conseguenze. 

 
Articolo tratto da STORIA DEL NOVECENTO anno V n. 52 luglio 2005 pagine 28-29

                                                                                                                                             

martedì 18 agosto 2020

Perché siamo democratici e perché ci troviamo allo sbando.

 

Perché siamo democratici e perché ci troviamo allo sbando.



Antonio Pocobello

Bozza provvisoria. 
E’ tutto sotto i nostri occhi ma quasi nessuno sa vedere. 
Tutto ha inizio con la rivoluzione francese che ci presentano in modo falso.
http://pocobello.blogspot.it/2014/05/la-rivoluzione-francese-e-una-truffa.html

Questa non fu voluta dal popolo ma preparata, finanziata e seguita dai banchieri usurai cioè chi mira ad impossessarsi della emissione monetaria di una nazione producendo carta moneta senza valore e prestandola, con la complicità di banche e dei governi, ad usura. 
Così succhiando sangue come dei parassiti ad una nazione privandola di tutta la sua capacità produttiva e quindi di conseguenza schiavizzandola. 
Il mondo dei nascenti capitalisti all’affermarsi della rivoluzione industriale, inizialmente in Inghilterra, per i propri affari si trovano sbarrata la strada dal sistema medioevale e sentono il bisogno di abbatterlo per cambiare la struttura statale a proprio vantaggio per proseguire senza intoppi per i propri profitti, anche a tutti costi.  
Chi pensa a questo cambiamento sono i banchieri già esperti dei vantaggi acquisiti con la Banca d’Inghilterra e provano a tradurre a proprio vantaggio la nuova forma da definire dei Stati sovrani.  
Questo cambiamento è vero crimine contro l’umanità. 
E prima o poi se ne accorgeranno tutti. 
Contrariamente a quanto ci hanno insegnato non è vero che il sistema medioevale non era adatto ai tempi nuovi dell’era della rivoluzione industriale già erano in atto dei cambiamenti epocali alcuni dei quali a mio avviso erano molto buoni come il primo socialismo al mondo del feudo di san Leucio promosso ed attuato anche se in embrione dalla stupenda monarchia assoluta dei Borbone di Napoli attenti seguaci di san Tommaso Moro (Utopia o proprietà sociale).
http://pocobello.blogspot.it/2010/03/thomas-more-o-tommaso-moro-utopia-1516.html 

Questo primo socialismo di san Leucio con i cardini legislativi dei “doveri” già era conosciuto in tutta Europa con numerosi testi tradotti nelle più importanti lingue dell’epoca. 
http://pocobello.blogspot.it/2012/11/il-cattolicesimo-sociale-presso-le.html
Ed ora vediamo i cambiamenti criminali che attua la rivoluzione francese, come pure sono i stessi mutamenti che porta l’unità d’Italia e nessuno se ne è accorto. 

 1° - La moneta in solo oro ed argento viene rubato ed eliminato e sostituito con la carta moneta senza valore ed inizialmente con gli “assegnat”. Chi non volle accettare questo cambiamento in Francia furono i vandeani e per questo ci fu il loro completo genocidio che mai nessuno ricorda. 

2° - La quasi totalità dei beni demaniali vengono trasformati in proprietà privata per pochi. 

3° - Viene istituita la leva obbligatoria a fare le guerre per conto dei banchieri quanto prima erano i nobili a difendere il territorio. 

4 – Dal termine “egalitè” fanno nascere la democrazia liberista che da allora nessuno è mai riuscito a modificarla in altra diversa tipologia quale sociale, partecipata e in altro modo. 

Ed è proprio questa tipologia di democrazia liberista grazie anche al concorso dei pennivendoli giornalisti e storici a funzionare come migliore strumento dell’immenso potere dei banchieri per mantenerlo senza farsene accorgere.




                                                                                                                                                                                 

venerdì 14 agosto 2020

IL GENOCIDIO PIANIFICATO DEI POPOLI EUROPEI

 

IL GENOCIDIO PIANIFICATO DEI POPOLI EUROPEI




L’immigrazione di massa è un fenomeno le cui cause sono tutt’oggi abilmente celate dal Sistema e che la propaganda  multietnica si sforza falsamente di rappresentare come inevitabile. Con questo articolo intendiamo dimostrare una volta per tutte che non si tratta di un fenomeno spontaneo. Ciò che si vorrebbe far apparire come un frutto ineluttabile della storia è in realtà un piano studiato a tavolino e preparato da decenni per distruggere completamente il volto del Vecchio continente.


LA PANEUROPA.

Pochi sanno che uno dei principali ideatori del processo d’integrazione europea fu anche colui che pianificò il genocidio programmato dei popoli europei. Si tratta di un oscuro personaggio di cui la massa ignora l’esistenza, ma che i potenti considerano come il padre fondatore dell’Unione Europea. Il suo nome è Richard Coudenhove Kalergi. Egli muovendosi dietro le quinte, lontano dai riflettori, riuscì ad attrarre nelle sue trame i più importanti capi di stato, che si fecero sostenitori e promotori del suo progetto di unificazione europea.[1]

Nel 1922 fonda a Vienna il movimento “Paneuropa” che mira all’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale basato su una Federazione di Nazioni guidata dagli Stati Uniti. L’unificazione europea avrebbe costituito il primo passo verso un unico Governo Mondiale.

Con l’ascesa dei fascismi in Europa, il Piano subisce una battuta d’arresto, e l’unione Paneuropea è costretta a sciogliersi, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale Kalergi, grazie ad una frenetica e instancabile attività, nonché all’appoggio di Winston Churchill, della loggia massonica B’nai B’rith Organizzazione massonica potentissima la cui caratteristica è di essere aperta ai soli ebrei . ha per scopo la costituzione del " Grande Israele" )  e di importanti quotidiani come il New York Times, riesce a far accettare il suo progetto al Governo degli Stati Uniti.



L’ESSENZA DEL PIANO KALERGI.

Nel suo libro «Praktischer Idealismus», Kalergi dichiara che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di umanità bruta   ,resa bestiale dalla mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere
.
«L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura  eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità.” [2].

Ecco come Gerd Honsik descrive l’essenza del Piano Kalergi :

Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente, l’eliminazione delle nazioni per mezzo dei movimenti etnici separatisti o l’immigrazione allogena di massa. Affinchè l’Europa sia dominabile dall‘elite, pretende di trasformare i popoli omogenei in una razza mescolata di bianchi, negri e asiatici. A questi meticci egli attribuisce crudeltà, infedeltà e altre caratteristiche che, secondo lui, devono essere create coscientemente perché sono indispensabili per conseguire la superiorità dell‘elite.

Eliminando per prima la democrazia, ossia il governo del popolo, e poi il popolo medesimo attraverso la mescolanza razziale, la razza bianca deve essere sostituita da una razza meticcia facilmente dominabile. Abolendo il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge e evitando qualunque critica alle minoranze con leggi straordinarie che le proteggano, si riuscirà a reprimere la massa.

I politici del suo tempo diedero ascolto a Kalergi, le potenze occidentali si basarono sul suo piano e le banche, la stampa e i servizi segreti americani finanziarono i suoi progetti. I capi della politica europea sanno bene che è lui l’autore di questa Europa che si dirige a Bruxelles e a Maastricht. Kalergi, sconosciuto all’opinione pubblica, nelle classi di storia e tra i deputati è considerato come il padre di Maastricht e del multiculturalismo.

La novità del suo piano non è che accetta il genocidio come mezzo per raggiungere il potere, ma che pretende creare dei subumani, i quali grazie alle loro caratteristiche negative come l’incapacità e l’instabilità, garantiscano la tolleranza e l’accettazione di quella “razza nobile”. [3]



DA KALERGI AI NOSTRI GIORNI.

Benché nessun libro di scuola parli di Kalergi, le sue idee sono rimaste i principi ispiratori dell’odierna Unione Europea. La convinzione che i popoli d’Europa debbano essere mescolati con negri e asiatici per distruggerne l’identità e creare un’unica razza meticcia, sta alla base di tutte le politiche comunitarie volte all’integrazione e alla tutela delle minoranze. Non si tratta di principi umanitari, ma di direttive emanate con spietata determinazione per realizzare il più grande genocidio della storia.

In suo onore è stato istituito il premio europeo Coudenhove-Kalergi che ogni due anni premia gli europeisti che si sono maggiormente distinti nel perseguire il suo piano criminale. Tra di loro troviamo nomi del calibro di Angela Merkel o Herman Van Rompuy.




[ La Società Europea Coudenhove-Kalergi ha assegnato alla Cancelliera Federale Angela Merkel il Premio europeo nel 2010]


Il 16 novembre 2012 è stato conferito al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy il premio europeo Coudenhove-Kalergi 2012 durante un convegno speciale svoltosi a Vienna per celebrare i novant’anni del movimento paneuropeo. Alla sue spalle compare il simbolo dell’unione paneuropea: una croce rossa che sovrasta il sole dorato, simbolo che era stato l’insegna dei Rosacroce.


[ Ecco qui l' iniziato Van Rompuy con la sua nobile faccia da can volpino spiritato : evidentemente in quella occasione l' agape massonica è stata molto prodiga di libagioni alcoliche..].



L’incitamento al genocidio è anche alla base dei costanti inviti dell’ONU ad accogliere milioni di immigrati per compensare la bassa natalità europea. Secondo un rapporto diffuso all’inizio del nuovo millennio, gennaio 2000, nel rapporto della “Population division” (Divisione per la popolazione) delle Nazioni Unite a New York, intitolato: “Migrazioni di ricambio: una soluzione per le popolazioni in declino e invecchiamento, l’Europa avrebbe bisogno entro il 2025 di 159 milioni di immigrati. Ci si chiede come sarebbe possibile fare stime così precise se l’immigrazione non fosse un piano studiato a tavolino. È certo infatti che la bassa natalità di per sé potrebbe essere facilmente invertita con idonei provvedimenti di sostegno alle famiglie. 

È altrettanto evidente che non è attraverso l’apporto di un patrimonio genetico diverso che si protegge il patrimonio genetico europeo, ma che così facendo se ne accelera la scomparsa. L’unico scopo di queste misure è dunque quello di snaturare completamente un popolo, trasformarlo in un insieme di individui senza più alcuna coesione  etnica, storica e culturale. In breve, le tesi del Piano Kalergi hanno costituito e costituiscono tutt’oggi il fondamento delle politiche ufficiali dei governi volte al genocidio dei popoli europei attraverso l‘immigrazione di massa. G. Brock Chisholm, ex direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità  (OMS), dimostra di avere imparato bene la lezione di Kalergi quando afferma:

«Ciò che in tutti i luoghi la gente deve fare è praticare la limitazione delle  nascite e i matrimoni misti (tra razze differenti), e ciò in vista di creare una sola razza in un mondo unico dipendente da un’autorità centrale» [4].


CONCLUSIONE.

Se ci guardiamo attorno il piano Kalergi sembra essersi pienamente realizzato. Siamo di fronte ad una vera terzomondializzazione dell’Europa. L’assioma portante della “Nuova civiltà” sostenuta dagli evangelizzatori del Verbo multiculturale, è l’adesione all’incrocio etnico forzato. Gli europei sono naufragati nel meticciato, sommersi da orde di immigrati afro-asiatici. La piaga dei matrimoni misti produce ogni anno migliaia di nuovi individui di razza mista: i “figli di Kalergi”. Sotto la duplice spinta della disinformazione e del rimbecillimento umanitario operato dai mezzi di comunicazione di massa si è insegnato agli europei a rinnegare le proprie origini, a disconoscere la propria identità etnica.

I sostenitori della Globalizzazione si sforzano di convincerci che rinunciare alla nostra identità è un atto progressista e umanitario, che il “razzismo” è sbagliato, ma solo perché vorrebbero farci diventare tutti come ciechi consumatori. È più che mai necessario in questi tempi reagire alle menzogne del Sistema, ridestare lo spirito di ribellione negli europei. Occorre mettere sotto gli occhi di tutti il fatto che l’integrazione equivale a un genocidio. Non abbiamo altra scelta, l’alternativa è il suicidio etnico.


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NOTE:

[1] Tra i suoi seguaci della prima ora si incontrano i politici cechi Masarik e Benes, così come il banchiere Max Warburg che ha messo a sua disposizione i primi 60.000 marchi. Il cancelliere austriaco Monsignor Ignaz Seipel e il successivo presidente austriaco Karl Renner si incaricarono successivamente di guidare il movimento Paneuropa. Kalergi stesso indicava che alti politici francesi approvavano il suo movimento per reprimere la ripresa della Germania. Così il primo ministro francese Edouard Herriot e il suo governo, come i leaders britannici di tutti gli ambiti politici e, tra loro, il redattore capo del Times, Noel Baker, caddero nelle macchinazioni di questo cospiratore. Infine riuscì ad attrarre Winston Churchill. Nello stesso anno, quello che più tardi si trasformerà nel genocida ceco di 300.000 tedeschi dei Sudeti, Edvard Benes, fu nominato presidente onorario. 

Egli ha finora quasi disconosciuto Kalergi, ma negoziava anche con Mussolini per restringere il diritto di autodeterminazione degli austriaci e favorire ancora di più le nazioni vittoriose, ma fallì. Nell’interminabile lista degli alti politici del XX secolo, c’è da menzionare particolarmente Konrad Adenauer, l’ex ministro della giustizia spagnolo, Rios, e John Foster Dulles (EEUU). Senza rispettare i fondamenti della democrazia e con l’aiuto del New York Times e del New York Herald Tribune, Kalergi presentò al Congresso Americano il suo piano. Il suo disprezzo per il governo popolare lo manifestò in una frase del 1966, nella quale ricorda la sua attività del dopoguerra: << I successivi cinque anni del movimento Paneuropeo furono dedicati principalmente a questa meta: con la mobilitazione dei parlamenti si trattava di forzare i governi a costruire la Paneuropa >>. 

Aiutato da Robert Schuman, ministro degli esteri francese, Kalergi riesce a togliere al popolo tedesco la gestione della sua produzione dell’acciaio, ferro e carbone e la trasferisce a sovranità sovranazionale, ossia antidemocratica. Appaiono altri nomi: De Gasperi, il traditore dell’autodeterminazione dei tirolesi del sud, e Spaak, il leader socialista belga. Finge di voler stabilire la pace tra il popolo tedesco e quello francese, attraverso gli eredi di Clemenceau, quelli che idearono il piano genocida di Versailles. E negli anni venti sceglie il colore azzurro per la bandiera dell’Unione Europea. Il ruolo guida di Kalergi nella creazione dell’Europa multiculturale e nella restrizione del potere esecutivo dei parlamenti e dei governi, è evidente ai giorni nostri, e si palesa col conferimento del premio “Coudenhove Kalergi” dal cancelliere Helmut Kohl come ringraziamento per seguire questo piano, così come l’elogio e l’adulazione del potente personaggio da parte del massone e polito europeo il primo ministro del Lussemburgo, Junker. 

Nel 1928 si aggiunsero celebri politici e massoni francesi: Leon Blum (più tardi primo ministro), Aristide Briand, E. M. Herriot, Loucheur. Tra i suoi associati si incontrava gente molto diversa come lo scrittore Thomas Mann e il figlio del Kaiser, Otto d’Asburgo.  Tra i suoi promotori, a parte i già menzionati Benes, Masarik e la banca Warburg, si incontrava anche il massone Churchill, la CIA, la loggia massonica B’nai B’rith, il “New York Times” e tutta la stampa americana. Kalergi fu il primo a cui fu assegnato il premio Carlomagno nella località di Aachen; e quando lo ricevette Adenauer, Kalergi era presente. Nel 1966 mantiene i contatti con i suoi collaboratori più importanti. Tutti coloro che sono stati insigniti di questo premio fanno parte del circolo di Kalergi e della massoneria, o si sforzarono di rappresentare gli interessi degli USA in Germania. Nell’anno 1948 Kalergi riesce a convertire il “Congresso degli europarlamentari” di Interlaken in uno strumento per obbligare i governi a tornare a occuparsi della “questione europea”, vale a dire, a realizzare il suo piano. Proprio allora si fonda il Consiglio europeo e in cima alla delegazione tedesca troviamo Konrad Adenauer appoggiato dalla CIA.

(Gerd Honsik, “Il Piano Kalergi”).
 
                                                                                                                                  

sabato 8 agosto 2020

PERCHE' DICO NO A CHI VUOLE ABOLIRE IL CONTANTE

 

PERCHE' DICO NO A CHI VUOLE ABOLIRE IL CONTANTE

Da
interesse
nazionale

Chi controlla il denaro può controllare il mondo
Henry Kissinger

Vorrei sbagliarmi ma temo che le elite che governano la globalizzazione intendano sottoporre l'umanità ad un nuovo pericoloso salto nel buio, mettendo fine all'era millenaria della moneta materiale. Un processo di progressiva smaterializzazione del denaro, in effetti, è già avviato da tempo, ma quello che forse non sapete è che in alcuni Paesi-pilota è ormai prossimo al completamento.

Lo scorso novembre, ad esempio, la Svezia ha comunicato al mondo di aver ridotto le compravendite in contanti a meno del 2 per cento delle transazioni complessive. Sotto la spinta delle campagne governative, la gran parte dei negozianti ha infatti scelto di accettare in via esclusiva il pagamento elettronico, determinando così la sostanziale scomparsa di banconote e monete. Non solo. L'euforia futurista degli svedesi è tale che le ferrovie pubbliche hanno potuto persino introdurre - senza alcuno scandalo e purtroppo con buon successo - un nuovo inquientante metodo per acquistare biglietti e abbonamenti: l'impianto di un bancomat in formato microchip nella mano dei passeggeri.

Io non credo, come sostiene qualcuno, che la Svezia sia un caso particolare, ovvero che gli svedesi si siano spinti così in là solo in virtù della loro spiccata attitudine tecnologica. Credo al contrario che la Svezia, proprio per questa caratteristica della sua popolazione, sia stata scelta come Paese-laboratorio di una rivoluzione da presentare ed estendere al resto del mondo.

L'abolizione del denaro contante, infatti, è esplicitamente sostenuta dal Fondo Monetario Internazionale che ha suggerito un vademecum di misure legislative all'attenzione dei governi di tutto il pianeta, raccogliendo subito il consenso della Commissione Europa che tuttavia, nello scorso luglio, ha dovuto constatare la drastica ostilità al progetto del 95 per cento dei cittadini europei. Ecco perché è così importante creare esempi “positivi” ed ecco perché alcuni Stati - oltre alla Svezia, Danimarca, Stati Uniti, Giappone, India e Australia – si stanno dando veri e propri crono-programmi per raggiungere l'obiettivo nell'arco, non di decenni, ma di qualche anno.

Per scardinare un'abitudine tanto radicata nell'umanità quale quella di maneggiare il denaro, non può certo bastare l'imposizione legislativa. Resta infatti indispensabile ottenere il consenso, o quantomeno la passiva indifferenza, di un'opinione pubblica che oggi, tuttavia, è facilmente irretita da tutto ciò che le vien presentato come moderno. Come se “moderno”, nel vocabolario di questo tecno-mondo globale, fosse sempre e comunque sinonimo di “migliore”.

Il caso italiano, da questo punto di vista, appare illuminante. Chi sostiene attivamente l'archiviazione del contante – perlopiù la stampa d'ispirazione mondialista, attraverso la penna di alcuni personaggi d'indubbia autorevolezza presso i cittadini – lo fa con una logica semplicistica che della scomparsa fisica dei soldi descrive solo i possibili vantaggi, trascurando accuratamente di immaginarne i molteplici, e direi più che probabili, effetti collaterali.

Ci viene ad esempio spiegato che impedire la circolazione della cartamoneta azzererà l'evasione fiscale, determinerà la fine di spaccio e prostituzione e renderà assai meno macchinosa, sebbene totalmente tracciabile, la nostra vita di consumatori. Smettendo di maneggiare banconote, insomma, ci trasformeremmo sic et simpliciter in un piccolo paradiso terrestre, abitato da cittadini progrediti, redenti da ogni vizio ed irreprensibili.

Trovo questa narrazione gravemente parziale e lacunosa. Anche perché la smaterializzazione del denaro, a mio modo di vedere, finirà soprattutto per trasferire la potestà effettiva sul denaro da chi lo possiede a chi lo custodisce.

Prima di arrivare a questa mia personale e drastica conclusione, credo però che sia il caso di rimettere un po' d'ordine nei ragionamenti altrui.

Ritengo profondamente fuorviante, ad esempio, ricondurre il fenomeno dell'evasione e del riciclaggio alla sola irrintracciabilità del denaro contante. Chi propaganda questa vulgata difetta di senso delle proporzioni allo stesso modo di chi imputa gli ammanchi erariali ai baristi che non battono scontrino e agli idraulici che non emettono fattura. Non dispongo di dati, ma forse anche voi, come me, avete la vaga sensazione che i danni inferti al nostro erario dall'evasione delle tazzine di caffé e delle riparazioni di tubi siano di scala decisamente inferiore ai danni complessivamente inflitti alla nostra economia dagli squali della finanza derivata e dai furbetti dei trasferimenti contabili. Bene. Questa economia elettronica non si nutre di banconote, ma di voraci algoritmi del tutto indipendenti da ogni riferimento tangibile, e dubito che la scomparsa della cartamoneta potrà ridurre in alcun modo il suo potenziale distruttivo. Al contrario, semmai, aumenterà la dipendenza del reale dal virtuale.

Sarebbe inoltre il caso di ammettere - e alcuni giudici coraggiosi, in Italia, l'hanno già riconosciuto - che l'evasione non è tutta di natura criminale, ma che c'è anche un'evasione di sopravvivenza, commessa a scopo, oserei dire, umanitario: per non licenziare i propri dipendenti, per sfamare la famiglia o per pagare forniture indispensabili a tirare avanti l'azienda.

Quanto al problema del riciclaggio, poi, temo che la malavita organizzata abbia già realizzato che un complice nell'ambiente della tecno-finanza sia più utile di cento spalloni e personalmente trovo curioso che con una mano si abolisca il contante mentre con l'altra si dà il benvenuto ad una valuta ambigua come il bitcoin.

Un altro aspetto che i sostenitori della smaterializzazione del contante non denunciano - oltre a quello, forse dato ormai per inevitabile, dell'asfissiante pedinamento dei nostri comportamenti - riguarda l'increscioso strapotere che ne deriverebbero le banche, le quali, come i signori della globalizzazione sanno bene, non godono oggi di grande fiducia popolare.

Immaginiamoci una situazione divenuta, a noi italiani, abbastanza familiare. Supponiamo che abbiate il conto in un istituto che sta precipitando in borsa o sul quale Bankitalia abbia avviato accertamenti o la magistratura ordinaria abbia disposto un'inchiesta. Essendo in vigore il bail in, dovreste preoccuparvi di poter perdere i vostri risparmi e sarebbe vostro sacrosanto diritto ritirare, precauzionalmente, tutto il vostro patrimonio. Già oggi, con il tetto ai prelievi, questa operazione non vi sarebbe possibile oltre il limite, ridicolo, di mille euro al giorno e 5mila euro al mese, ma domani, una volta abolito per legge il contante, prelevare sarà letteralmente impossibile. Dunque non avreste altra scelta che spostare quel denaro da un istituto all'altro, nell'irragionevole speranza che l'istituto prescelto non abbia alcuna interdipendenza con la banca dalla quale desideravate fuggire.

I vostri soldi, come già detto, non saranno più solo vostri, ma saranno anche di chi li custodisce e, se permettete, dubito che sollevare le banche dal rischio della corsa agli sportelli le indurrà ad una minore spregiudicatezza finanziaria.

Vorrei poi che mi faceste la personale cortesia di non abboccare alla favoletta di chi racconta che l'informatizzazione del denaro è il metodo di custodia più sicuro perché, a conti fatti, non appare molto più sicuro del materasso. Il denaro virtuale, infatti, vi espone a numerosissimi pericoli di sottrazioni indebite, che vanno dall'applicazione di costi occulti all'infiltrazione telematica, tralasciando qui l'eventualità – che sbagliereste a considerare remota giacché contemplata in tutti gli scenari di pubblica sicurezza - di un black-out vasto o prolungato che sarebbe in grado, in comunità senza contanti, di paralizzare completamente ogni attività umana.

Temo infine che, bombardati da valutazioni di ordine pratico, si corra il rischio di sottovalutare le gravi implicazioni psico-pedagogiche che la smaterializzazione del denaro avrebbe, in particolare, sulle nuove generazioni.

Sono stato bambino negli anni '80 e ricordo perfettamente che venivamo educati a maneggiare il denaro. Genitori e nonni ci concedevano piccole mance da amministrare oculatamente, per poi provare l'ebbrezza di acquistare, da soli, ciò che più desideravamo. Ricordo ancora il momento in cui, dopo estenuanti settimane di attesa, consegnai al negoziante una cinquantina di banconote da 500 lire per ricevere in cambio un meraviglioso pallone di basket, marca Spalding, che a quel punto non era più solo un gioco, ma anche la mia prima esperienza autonoma di gestione finanziaria. Ricordo peraltro che alle elementari, in perfetta armonia con gli insegnamenti familiari allora in voga, le insegnanti ci fecero costruire un salvadanaio di cartone, a forma di casa, invitandoci ad usarlo come gli adulti facevano uso della banca, ovvero depositandovi, quando potevamo, una moneta da cento lire.

Quello sarà forse stato un mondo piccolo e provinciale, ne convengo, ma attraverso quell'esperienza materiale del denaro noi bambini imparavamo a risparmiare, a non spendere più di quanto era possibile spendere ed anche, forse, a selezionare i desideri.

Privare i bambini di questa esperienza tattile, visiva e dunque concreta del denaro rischia di avere effetti secondari dirompenti. Se il denaro esiste solo come astrazione, il processo educativo alla spesa responsabile e al risparmio viene automaticamente a cadere, soppiantato dalla libertà ingannevole di questa contabilità neo-liberistica del debito/credito per cui chiunque può ottenere immediatamente tutto ciò che vuole – senza nemmeno provare il gusto di desiderarlo – semplicemente diminuendo l'entità dei propri crediti o aumentando l'entità dei propri debiti. Nella scuola di oggi, peraltro, non ci sono case di cartone e gli scolari, guarda caso, vengono valutati proprio così: attribuendo debiti e crediti.

Non ho fatto studi di pedagogia, ma credo che questo sistema non potrà che trasformare i bambini in consumatori precoci e compulsivi ed i consumatori compulsivi in cittadini sottomessi. Perché chi contrae un debito ha l'onere di ripagarlo, chi deve ripagare un debito necessita di denaro e chi ha bisogno di denaro deve lavorare per guadagnarselo. Ed io ho il sospetto, che confina ormai con la certezza, che quel lavoratore non riuscirà a dire un solo no. E nessuno mi toglierà dalla testa che un salvadanaio di cartone, a forma di casa, gli avrebbe garantito un futuro migliore. Più solido, consapevole e dignitoso.

                                                                                                                                  

domenica 2 agosto 2020

UN FUTURO SOSTENIBILE

Un futuro sostenibile

di Francesca Romana Giordano

L'economia attuale basata sulla crescita economica illimitata è insostenibile. Le risorse del pianeta non sono infinite e l'umanità è ormai giunta al limite del loro sfruttamento.
Non c'è ormai più dubbio che le attività del genere umano stanno cambiando il clima della Terra. Negli ultimi 100 anni la temperatura e' salita tra i 0 .4 ed i 0.8 gradi Centigradi, anche di piu' nell'entroterra. Lo spessore dei ghiacciai dell'Artico e' diminuita del 40 per cento ed il livello del mare sta salendo. I danni all'ecosistema sono incommensurabili ed il prezzo delle conseguenze che l'umanita' si trovera' a dover pagare nel prossimo futuro non sara' paragonabile agli immediati benefici della politica odierna che, oltretutto, avvantaggia solo una minoranza della popolazione mondiale.
L'aumento della produzione economica del ventesimo secolo ha spinto la pressione umana sull'ecosistema oltre quanto il pianeta e' in grado di sostenere.
La continua richiesta di crescita economica, come principio organizzativo della politica pubblica, sta accelerando la disintegrazione delle capacita' rigenerative dell'ecosistema e della struttura sociale che sostiene la comunita' umana; allo stesso tempo, ha intensificato la competizione tra ricchi e poveri per il controllo delle risorse.
Lo sviluppo, come e' vigorosamente promosso dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dalle maggiori istituzioni economiche, non funziona per la maggioranza dell'umanita'. Le radici del problema non sono da ricercarsi nella popolazione povera dei paesi del Terzo Mondo, bensi' nei paesi che stabiliscono gli standards mondiali che hanno istituzionalizzato l'eccessivo spreco.
E' ormai evidente che la nostra societa' e' basata su un modello economico insostenibile.
L'Economia attuale non e' neppure confrontabile alle teorie che l'hanno generata. I teoristi originali
del mercato libero, Adam Smith e David Ricardo, presupponevano che il capitale sarebbe rimasto nel paese d'origine e che i capitalisti avrebbero sempre scelto di investire nel proprio paese. Oggi ci sono pochi ostacoli al flusso di capitale. L'aumento di dimensioni e l'espansione mondiale delle multinazionali e' stato accompagnato da un massiccio aumento di capitale che circola attorno al globo. Con il libero flusso di capitali e merci, l'investimento e' ora dettato da incondizionato profitto e non dal vantaggio comparativo tra nazioni. Ne' Ricardo, tanto meno Smith, pensarono che il capitale potesse diventare mobile a tal punto.
La globalizzazione sta riducendo il potere dei governi di tutto il mondo nel provvedere il necessario per la popolazione. I gruppi multinazionali ed il capitale sono diventati il nuovo governo mondiale. Il loro crescente controllo sull'economia mondiale e' sostenuto dall'ortodossia del mercato libero.
Il processo di globalizzazione economica sta trasferendo il potere dai governi, (responsabili per il benessere pubblico), verso un ristretto gruppo di multinazionali ed istituzioni finanziarie, che sono guidate da un solo imperativo: ottenere il ritorno finanziario a breve termine.
L'unica soluzione per garantire un futuro sostenibile per il genere umano, e' di invertire la tendenza della globalizzazione e di dirigere le economie verso le produzioni locali.
Questo processo, definito "localizzazione", fa parte della scuola di pensiero della Nuova Economia che propone l'instaurazione di un "nuovo protezionismo".
Il "nuovo protezionismo" mira a proteggere l'ambiente attraverso la riduzione del commercio internazionale, dirigendo e diversificando intere economie verso una produzione locale e nazionale, e solo in un secondo momento guardando ai paesi limitrofi, e, solo come ultima risorsa, rivolgendosi verso il commercio globale. L'obiettivo e' di proteggere l'ambiente e ripararne i danni subiti, ridurre le ineguaglianze economiche, soddisfare i fondamentali bisogni sociali ed umani della popolazione mondiale.
I punti principali del manifesto del nuovo protezionismo sono i seguenti:
* rendere la protezione dell'ambiente una priorita';
* far si' che il miglioramento dei processi di produzione e la minimizzazione dei conseguenti effetti nocivi all'ambiente diventino tanto importanti quanto il miglioramento dei prodotti stessi;
* comprendere i legami tra produzione e consumo;
* ottimizzare le diversita' locali e regionali, dalla cultura alla flora e fauna;
* ridurre le disuguaglianze tra economie diverse ed all'interno delle economie stesse;
* migliorare le economie locali ed il controllo dei poteri decisionali economici, specialmente delle Multinazionali e degli organi mondiali;
* mettere in grado la gente di soddisfare i propri bisogni fondamentali quali cibo, aria ed acqua pulite, abitazione, salute e lavoro;
Affinche' la localizazione possa essere messa in atto, sono necessarie nuove regole per il commercio. Le attuali regole sono dirette dalla WTO (World Trade Organisation), stabilita l'1 Gennaio 1995 come risultato delle trattative durate 8 anni del "Uruguay round" del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). Lo scopo della WTO e' quello di codificare le barriere commerciali, prevenire gli aumenti delle tariffe e promuovere le trattative multilaterali per poterle ridurre.
Una serie di regole del commercio mondiale relative all' incoraggiamento dell'economia "locale", ha obiettivi e principi opposti.
Le regole sviluppate dal GATT e controllate dalla WTO sarebbero sostituite dal GAST (General Agreement on Sustainable Trade ed amministrate dalla WLO (World Localisation Organisation).
Lo scopo finale del GAST non sara' quello di garantire il libero flusso di merci e servizi, bensi' quello di rafforzare il controllo democratico del commercio, stimolare le industrie ed i servizi che favoriscono le comunita' economiche locali diversificandole.
Il commercio verra' incoraggiato ma ogni nazione sara' tenuta a favorire la propria industria ed i propri servizi con la "proibizione" di dare lo stesso trattamento ad industrie e servizi esteri.
A condizione che non sia a spese dell'industria domestica, gli stati saranno incoraggiati a favorire le trattative con altri Stati che rispettino i diritti umani, i lavoratori e il rispetto per l'ambiente.
Fortunatamente uno spiraglio di speranza esiste grazie al lavoro ed alle opere di autori come Richard Douthwaite, David C. Korten, Tim Lang, Colin Hines, John Jopling, per citare solo alcuni nomi, ed organizzazioni come la New Economics Foundation di Londra.
Il ruolo dell'Unione Europea dovrebbe essere quello di difendere le identita' dei paesi che ne fanno parte e non, come accade, di cercare di uniformare le culture allo scopo di
amalgamarle ad un singolo modello, facilmente vendibile sul mercato internazionale.
Riferimenti: