
Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo integralmente, a
mo’ di dossier completo, l’intervista che Federico Dal Cortivo per
Europeanphoenix ha realizzato con lo storico siciliano Giovanni
Bartolone, in cui lo studioso fa il punto su lunghi anni di studi
relativi a pagine amare, a torto dimenticate, perché devono anche esse
far parte della memoria nazionale condivisa, come quelle che Giampaolo
Pansa ha scritto negli ultimi anni sulle atrocità commesse nella guerra
civile contro “i vinti”.
D: Prof. Bartolone, oggi assistiamo alla sistematica
violazione delle più elementari norme di comportamento in caso di guerra
da parte degli Stati Uniti e dei suoi Alleati della Nato. A farne le
spese le popolazioni afghane e libiche e prime ancora quelle irachene,
serbe, somale, vietnamite ecc. Tutto cade nell’oblio mediatico embedded,
non se ne parla e al massimo è giustificato come “danni collaterali”.
Eppure questo è già accaduto in Europa e nel nostro caso in Italia, dopo
che le forze d’invasione Alleate sbarcarono in Sicilia con l’Operazione
denominata Husky (Colosso) nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943…
Dopo la perdita del Nord Africa, nel maggio del 1943, era quasi
sicuro che presto o tardi gli Alleati avrebbero aperto, come chiedeva
Stalin, un secondo fronte in Europa. Non si sapeva però il luogo:
Sicilia, Sardegna, Grecia, o altro? Il peso del conflitto fino a quel
momento in gran parte gravava sulla Russia, che si lamentava. Durante la
Conferenza di Casablanca, Marocco, gli Alleati dopo lunghe discussioni,
decisero che l’assalto alla Fortezza Europa sarebbe iniziato con lo
sbarco in Sicilia, la cui conquista avrebbe provocato il crollo del
Fascismo e l’uscita dalla guerra dell’Italia.
La Conferenza di Casablanca (nome in codice Symbol) si tenne dal 14
al 24 gennaio 1943, per pianificare la strategia europea degli Alleati
per il resto della guerra. Furono presenti il presidente Americano
Franklin D. Roosevelt, il premier britannico Winston Churchill e il
generale Charles de Gaulle, capo della Francia Libera.
Durante la Conferenza, svoltasi all’Hotel Anfa, fu deciso che, dopo
la fine delle operazioni militari in Africa Settentrionale, si sarebbe
attaccata l’Italia, considerata un obiettivo facile (Churchill la definì
“il ventre molle dell’Asse” – the soft underbelly of the Axis), sia per
la vicinanza alle basi aeronavali alleate in Tunisia, sia per il suo
stato di crisi politico-militare interna. Inoltre, si stabilì un piano
congiunto anglo-americano di bombardamento sistematico della Germania,
oltre che dell’Italia, per distruggere il potenziale bellico
dell’industria tedesca e abbattere il morale della popolazione in vista
di un futuro sbarco oltre il Vallo Atlantico, rinviato, nonostante i
piani studiati nell’estate 1942 (operazione Round-Up), al 1944. I due
leader anglosassoni si accordarono anche sul principio della resa
incondizionata da imporre alle Potenze nemiche: la guerra sarebbe
continuata fino alla vittoria finale, senza trattative con la Germania,
con l’Italia o con i loro alleati. Era già, infatti, chiaro ai comandi
alleati che la resistenza nemica in Africa sarebbe presto finita, presa
ormai nella morsa da ovest e da est rispettivamente dagli americani e
dai britannici.
Churchill e Roosevelt dovevano stabilire una strategia che portasse
alla definitiva sconfitta dell’Asse in Europa e che nello stesso tempo
fosse avallata anche dal dittatore sovietico Stalin, loro alleato. La
Russia premeva ormai da qualche tempo affinché fosse aperto dagli
Alleati il secondo fronte in Nord Europa, per diminuire la resistenza
tedesca su quello orientale. Le mire di Stalin di dominare l’Europa
centrale e orientale erano chiare. Chiedeva che l’impegno angloamericano
si tramutasse in uno sbarco nel nord della Francia. Avrebbe evitato
eventuali diversioni degli ANGLOAMERICANI nella sua sfera d’influenza.
Churchill era consapevole delle mire espansionistiche sovietiche e
sebbene le considerasse una minaccia futura, era disposto al momento a
dimostrarsi compiacente. Tuttavia non voleva piegarsi interamente ai
voleri russi tanto che la sua linea strategica militare andava a
scontrarsi con quella russa. Per Churchill la priorità era di colpire
duro l’Italia. Per Londra l’Italia dal punto di vista militare,
economico e politico era in pessime condizioni. Gli italiani, pensava,
sottoposti a continui bombardamenti, con i viveri razionati, erano
stanchi della guerra e avevano perso fiducia nel Duce e nel Fascismo.
L’esercito, valoroso ma mal equipaggiato e mal guidato, pieno negli alti
gradi di traditori, aveva subito dure sconfitte in Africa e premeva
affinché si uscisse subito dalla guerra. Tutto questo rendeva possibile
un crollo del regime e l’uscita dell’Italia dal conflitto, la quale però
poteva anche essere raggiunta tramite uno sbarco nella Penisola.
Churchill voleva occupare la Sardegna: avrebbe permesso uno sbarco
nell’Italia centrale e da lì un’offensiva nei Balcani. Questa strategia
era fortemente osteggiata dal capo di stato maggiore statunitense
Marshall, il quale, già contrario alle operazioni in Nord Africa,
pressava per sbarcare nella Francia settentrionale, sconfiggere la
Germania e poi il Giappone. Ma la sua tesi non convinse Roosevelt, il
quale soprattutto per ragioni logistiche considerava lo sbarco in
Francia un azzardo: poteva tramutarsi in un disastro tipo Dieppe 1942.
Questo sbarco fu rimandato al 1944, prima era necessario eliminare la
presenza dell’Asse nel Mediterraneo, che minacciava le rotte verso
l’Egitto.
Le tesi di sir Alan Brooke, capo di stato maggiore britannico,
sull’impossibilità di uno sbarco in Francia, anche per il forte numero
dei sommergibili tedeschi e la scarsità di navi trasporto truppe,
persuasero gli americani ad attaccare l’Italia, se non si voleva stare a
guardare combattere i soli sovietici. La strategia di Churchill, di
sbarcare in Sardegna, fu subito osteggiata dagli americani, che capirono
dove lo statista inglese si sarebbe voluto spingere. La sua strategia
era avvertita dagli americani come la risultante del mai sopito spirito
colonialista britannico che tanto era detestato e avversato a
Washington. Inoltre Roosevelt, in ottimi rapporti con Stalin, non voleva
provocare nuove tensioni all’interno di un’alleanza che era ancora
sentita come precaria e contingente. Si decise così di conquistare la
Sicilia allo scopo di alleggerire la pressione germanica sul fronte
russo, rendere più sicure le linee di comunicazione nel Mediterraneo e
aumentare la pressione sull’Italia.
Churchill accettò la decisione di sbarcare in Sicilia perché se
l’Italia si fosse arresa subito, vi sarebbe stata la ragionevole
speranza che anche la neutrale Turchia entrasse in guerra contro la
Germania, il che avrebbe portato ad avere un piede nei Balcani e
frenarvi l’avanzata sovietica. Churchill nella successiva conferenza di
Washington, paventava che l’operazione Husky, il nome in codice dello
sbarco in Sicilia, fosse interpretata in maniera limitativa, tant’è che
caldeggiò ripetutamente, con Eisenhower, comandante in capo delle forze
armate alleate nel Mediterraneo, il completo sfruttamento delle
opportunità che l’occupazione comportava, ricordando l’importanza dei
campi d’aviazione di Foggia e del porto di Napoli. Gli americani non
capivano però tanta preoccupazione e diffidavano delle insistenze
britanniche nell’occupazione della Penisola.
Nella notte tra il 9 e il 10 luglio iniziava lo sbarco nella cuspide
meridionale dell’Isola. Vide impegnate la 7ª Armata del generale
americano George Patton e l’8ª Armata del generale britannico Bernard
Montgomery contro il 6° Corpo d’armata italiano, comandato dal generale
Alfredo Guzzoni, coadiuvato da 3 Divisioni tedesche – la 15ª
Panzergrenadier Sizilien, comandata dal generale Eberhard Rodt, la
Panzer Hermann Goering, agli ordini del generale Paul Conrath e la 29ª
Divisione Granatieri corazzati, la celebre Falco (dal 19 luglio),
annientata a Stalingrado e da qualche mese ricostituita, comandata dal
generale Walter Fries – e dal 3° e 4° Reggimento paracadutisti, agli
ordini dei tenenti colonnelli Ludwing Heilmann ed Erich Walter e dal
gruppo Neapel, formato da un Battaglione del gruppo Fullriede e dalla
215ª Compagnia corazzata, comandato dal colonnello Geisler. Nonostante
la dura resistenza, le numerose perdite, gli innumerevoli atti d’eroismo
e l’ottima tattica di sganciamento e ripiegamento attuata dai reparti
dell’Asse, specie dai tedeschi, gli Alleati, entrando il 17 agosto a
Messina finirono la campagna. Avevano speso più tempo del previsto e ben
di più di quanto avevano impiegato i tedeschi a conquistare la Francia,
la Polonia e la Iugoslavia.
L’enunciazione del nuovo principio della resa incondizionata provocò
l’incattivirsi della guerra, della volontà di resistenza dei nemici e
una decina di milioni di morti in più. Prima di Casablanca le Potenze
durante una guerra cercavano di giungere a un compromesso che chiudesse
in anticipo un conflitto in corso. Dopo Casablanca la pace significava
la sconfitta totale del nemico.
Nella campagna di Sicilia, le perdite nelle truppe dell’Asse furono
consistenti. Le forze militari presenti in Sicilia toccarono la cifra di
320.000 uomini. Di questi, quasi 192.000 erano italiani e 62.500
germanici. Gli addetti ai servizi erano 60.000 italiani e 5.000
tedeschi. I militari italiani uccisi furono 4.678. Quelli tedeschi
furono 4.325. I prigionieri italiani furono 116.681, mentre quelli
tedeschi 5.523.
Alla fine della campagna, si registrarono tra le file italiane 36.072
dispersi, mentre tra quelle tedesche 4.583. Gli Alleati lasciarono sui
campi di battaglia 2.237 soldati statunitensi e 2.062 britannici.
I feriti americani furono 5.946 mentre quelli britannici 7.137. I
prigionieri americani furono 598, quelli britannici 2.644 (tra cui molti
dispersi). In Sicilia si ammalarono di malaria 9.892 americani e 11.590
britannici. La Marina USA ebbe 546 caduti e 484 feriti; in quella
britannica vi furono 314 morti e 411.
D: Che cosa avvenne dopo che le truppe d’invasione
sbarcarono, quale fu il comportamento tenuto sul campo nei confronti dei
soldati italo-germanici? I britannici distribuirono un manuale a uso
delle loro truppe, dove gli italiani e la loro terra erano dipinti come
arretrati e semibarbari, senza contare i proclami di Patton del tipo
“Uccidete, uccidete senza pietà, massacrate con determinazione”, anche i
prigionieri.
Nei primi giorni dopo lo sbarco i comportamenti degli invasori furono
molto duri verso i prigionieri e verso i civili. Compirono numerose
stragi, completamente ignorate dalla storiografia ufficiale. Solo da
qualche anno sono state portate alla luce da alcuni studiosi
indipendenti. Dopo l’atteggiamento nei confronti degli italiani cambiò:
non potevano a sangue freddo assassinare migliaia di prigionieri di
guerra. Le rappresaglie potevano colpire anche i loro uomini. E le voci
di stragi contro i civili o militari dell’Asse già cominciavano a
circolare. Meglio smettere.
Ai militari ANGLOAMERICANI furono consegnati due manuali nei quali i
siciliani erano dipinti come semibarbari e arretrati. Mi riferisco al
Soldier’s Guide to Sicily, destinato ai soldati, e il Sicily Zone
Handbook 1943, riservato agli ufficiali.
Gli INVASORI temevano di più tedeschi, di meno gli italiani. Li
avevano visti all’opera sui vari fronti e ne avevano apprezzato il
coraggio. Ma sapevano delle deficienze di comando e di armamento del
Regio Esercito. Dopo alcuni vergognosi episodi – ad esempio la caduta
della piazzaforte di Augusta e le diserzioni di massa di alcuni reparti
delle unità costiere, costituiti principalmente da militari anziani, i
difensori nell’Isola ebbero una triste sorte: se si arrendevano senza
combattere, li disprezzavano inglesi e tedeschi; ma se si facevano
ammazzare in battaglia, allora quel sacrificio appariva inutile! C’è da
dire che la storiografia più recente sta ristabilendo la verità. E i
numeri degli italiani caduti in Sicilia dimostrano il sacrificio e il
valore del soldato italiano in Sicilia. Per motivi vari molti avevano
l’interesse parlare male delle truppe italiane impiegate in Sicilia. Una
parte del Fascismo repubblicano, ad esempio Farinacci, vide in certi
vergognosi episodi accaduti in Sicilia il tarlo che avrebbe portato poi
alla crisi dell’esercito dell’8 settembre. L’antifascismo vincitore non
poteva esaltare i caduti di una guerra fascista, e furono date
disposizioni per limitare il numero delle onorificenze per la Campagna
di Sicilia. La pubblicistica anglosassone spesso e volentieri ignora la
presenza di truppe italiane durante i combattimenti, e anche quando
furono impiegati solo reparti italiani parla di tedeschi. Sicuramente la
preponderanza delle forze nemiche spinse numerosi militari siciliani,
specie quelli dei reparti costieri e delle classi anziane, a sbandarsi e
tornare a casa, ma tanti altri impugnarono le armi contro i nemici.
Numerosi furono i civili che parteciparono ai combattimenti. E numerosi
furono quegli che poi aderirono ai gruppi del Fascismo clandestino,
costituitisi già l’indomani dell’occupazione dell’Isola.
Indubbiamente il discorso di Patton agli ufficiali in Algeria alla
vigilia dello sbarco contribuì al compimento di alcune stragi. Del resto
gli angloamericani venivano per occupare una terra nemica: la Sicilia,
l’Italia. La loro parola d’ordine al momento dello sbarco era: “Uccidi
gli italiani”.
D: Ci può citare gli episodi più famosi, ma al tempo
stesso i più sottaciuti per tanti anni, in cui le truppe dei
“liberatori” si macchiarono di crimini di guerra? Quali furono le misure
prese dai comandi Alleati una volta che si vennero a sapere degli
eccidi commessi? Vi fu qualcuno che pagò davanti alla Corte Marziale o
alla fine si preferì zittire tutto e mandare assolti o condannati solo a
pene lievi gli imputati?Il paragone con la strage del Monte Cermis del
1998, dove alla fine nessuno degli ufficiali dell’Us Air Force ha
pagato, è d’obbligo; mai nessuna Norimberga fu istituita per gli
Alleati, che invece ancor oggi pretendono di giudicare gli sconfitti e
processare anche i loro capi, Saddam e Milosevic sono gli esempi a noi
più vicini.
Durante l’invasione della Sicilia gli Alleati si resero responsabili
di alcune stragi. Di tre furono vittime i civili, di altre i militari
italiani.
Penso che ci siano stati anche altri massacri di militari tedeschi,
oltre a quelli dei quali parlo, visto l’odio che avevano gli alleati
contro i soldati del Reich, considerati il male assoluto. Salvo alcune
accuse del generale Rodt per alcune fucilazioni di alcuni soldati
arresisi ai canadesi nella Sicilia centrale, non ho al momento altre
prove in merito. E’ solo una mia supposizione.
Anche i tedeschi durante la Campagna di Sicilia compirono due stragi
di civili – una a Canicattì e l’altra a Castiglione – e vicino Messina
massacrarono alcuni carabinieri sbandati, presi per disertori. Questi
crimini sono stati volutamente dimenticati dalla cultura dominante.
Anche se la strage di Castiglione è un po’ nota, soprattutto, ma
erroneamente, per essere stata indicata da molti studiosi come la prima
strage tedesca in Italia. E’, generalmente, però sconosciuta a livello
di massa. Ed è celebrata sotto tono, durante le annuali celebrazioni
resistenziali. Ricordare questa strage avrebbe portato, presto o tardi, a
parlare delle altre compiute dagli Alleati in Sicilia.
Quelle avvenute in Sicilia nel 1943 sono tra le pagine più nere della
storia militare americane. Pagine sulle quali gli storici negli Stati
Uniti discutono da molti anni, mentre in Italia queste vicende sono
pressoché sconosciute. Nelle università nordamericane ci sono corsi
dedicati a queste stragi, come quello tenuto a Montreal sul tema “Dal
massacro di Biscari a Guantanamo”. Negli USA anni fa gli esperti di
diritto militare hanno valutato le responsabilità dei carcerieri di Abu
Ghraib anche sulla base delle precedenti decisioni emesse delle corti
marziali che giudicarono i “fucilatori d’italiani”. Perché – com’è
agli atti di quei processi – i militari americani si difesero
sostenendo di avere soltanto ubbidito agli ordini del generale Patton.
“Ci era stato detto – dissero – che il generale non voleva
prigionieri”. Per fortuna però da alcuni anni il velo di oblio e di
omertà incomincia a squarciarsi, grazie al lavoro oscuro ma prezioso di
alcuni solitari studiosi, specie siciliani.
L’Isola patì a causa della guerra più di qualsiasi altra regione
d’Italia: bombardamenti a tappeto, disoccupazione, carestia, banditismo,
stragi, ecc. Solo il terribile flagello della guerra civile le fu
risparmiato. Del resto la Sicilia nei piani Alleati era indicata col
nome in codice di Horrified (atterrita, sconvolta). Con fine senso
dell’umorismo volevano indicare quali dovevano essere le condizioni
dell’Isola e dei siciliani al momento dello sbarco. La Sicilia fu la
prima e la sola regione italiana a essere “occupata” e i siciliani
furono gli unici italiani a essere definiti e trattati da “nemici”. Il
resto dell’Italia, fu, come dicevano gli antifascisti, “liberato” e
dall’autunno del 1943, dopo la dichiarazione di guerra alla Germania,
gli italiani cominciarono a essere considerati “cobelligeranti” dagli
Alleati. I siciliani pagarono sulla loro pelle, tutti i risentimenti, i
rancori, gli odi che guerra aveva istillato nell’animo degli Alleati.
Sicuramente l’odio, accumulato contro gli italiani durante la guerra,
anche se di molto inferiore a quello accumulato contro i tedeschi,
considerati il “nemico principale”, quasi il “male assoluto” da
debellare, contribuì a creare la mentalità propizia al compimento delle
stragi.
Le stragi in Sicilia iniziarono il 10 luglio 1943. Lo stesso giorno
dello sbarco. Nelle ore successive all’invasione una moltitudine di
civili evacuò Acate, dirigendosi verso la vicina Vittoria. Tra i
profughi, in macchina, Giuseppe Mangano, la moglie, Carmela Albani, il
figlio Salvatore Valerio, detto Alberto, il fratello, Ernesto, capitano
medico del Regio Esercito, e la donna di servizio. Dopo il casello
ferroviario, un gruppo di militari fermò l’auto, dove viaggiava la
famiglia Mangano. Il podestà, dopo aver mostrato i documenti, chiese il
rispetto della Convenzione di Ginevra concernente l’esodo dei civili in
zona d’operazioni militari. La richiesta esasperò ancora di più quei
militari “avvinazzati e inferociti”, che cominciarono a colpire gli
uomini e a maltrattare le donne. Tentò di difenderli. Si qualificò. Dopo
un attimo d’esitazione, i soldati, notando che l’uomo indossava la
camicia nera e portava all’occhiello della giacca la “cimice” del
Partito Nazionale Fascista, puntarono i fucili, intimando alle donne di
entrare in una casa vicina e agli uomini di alzare le mani. Oltre ai
Mangano, i militari presero altri uomini prigionieri. In dodici, tutti
civili, furono condotti vicino al caseggiato rurale Iacona e fatti
allineare. Alle 19 circa, alcune scariche di mitra posero fine alla loro
esistenza. Secondo alcuni testimoni, Valerio, cercò di difendere il
padre, si liberò dal soldato che lo teneva prigioniero, prese un sasso e
cercò di colpire un soldato, ma fu ucciso da un impressionante colpo di
baionetta alla guancia sinistra. Aveva 14 anni, era figlio unico e
frequentava il Ginnasio. I corpi restarono insepolti per alcuni giorni.
Del capitano non si è saputo più nulla. Non si conoscono i nomi degli
altri fucilati. Non mi sorprenderei se i responsabili della strage
fossero individuati in alcuni paracadutisti del 2° Battaglione del 505°
P.I.R. USA: essi erano “ubriachi” o “avvinazzati “, paracadutisti e
hanno occupato Vittoria. A causa del lancio errato erano andati a finire
per sbaglio a Vittoria. Secondo altre voci i Mangano furono ammazzati
perché gli americani vollero rapinarli dell’auto e dei preziosi che i
civili portavano con loro. Quest’unità era aggregata al momento dello
sbarco all’82ª Divisione aviotrasportata USA.
LA STRAGE DI PIANO STELLA DI CALTAGIRONE
Alle 17 circa del 13 luglio un’altra strage di civili avvenne a Piano
Stella, a un paio di chilometri dall’aeroporto di Biscari. A Piano
Stella vivevano circa 40 famiglie d’agricoltori, assegnatari di lotti e
case coloniche. Furono assassinati a colpi di fucile mitragliatore il
profugo di Vittoria Giovanni Curciullo, il figlio tredicenne Sebastiano,
i calatini Giuseppe Alba, Salvatore Sentina e il reduce della I guerra
mondiale Giuseppe Ciriacono. Solo il figlio dodicenne del Ciriacono,
Giuseppe, fu risparmiato. Tutti erano stati in precedenza prelevati da
un vicino rifugio, costruito artigianalmente dal Ciriacono come ricovero
familiare dai bombardamenti che avevano per obiettivo il vicino
aeroporto. Nessuno di loro aveva compiuto atti ostili contro gli
invasori o possedeva armi. Anzi, qualche ora prima avevano curato un
soldato americano ferito. Per lo storico Nunzio Vicino la strage sarebbe
una conseguenza dell’intervento in aiuto dei soldati italiani e
tedeschi, impegnati contro paracadutisti americani nel vicino bosco
Terrana, del perito agronomo Fiore, detto “l’ingegnere”, ex squadrista,
romano, assegnato come consulente e dirigente tecnico al Borgo. Fiore,
avrebbe ucciso un paracadutista nemico, sceso davanti casa sua,
provocando la rappresaglia degli americani, avvisati da un altro
militare, non notato dall’“ingegnere”. Fiore riuscì a scappare aiutato
da alcuni abitanti della zona. Per lo storico Gianfranco Ciriacono,
Fiore sarebbe andato via un paio d’ore prima della strage. Seguirono un
tentativo americano di occultare i corpi e una denuncia ai Carabinieri. I
quali informarono i superiori. Ritengo che i probabili responsabili
della strage siano da ricercare tra i soldati dell’82ª Divisione
aviotrasportata.
LA STRAGE DI CANICATTI’
Un altro eccidio di civili avvenne a Canicattì, Agrigento. Nel
registro dei morti risultano i nomi di: Diana Antonio, 50 anni,
bracciante; Messina Vincenzo, 40, contadino; Salerno Giuseppe, 31, nato a
Villalba, bracciante; Corbo Vincenzo, 22, contadino; La Morella
Alfonso, 43, contadino; Todaro Vincenza 11, “scolara”. La strage avvenne
il 14 luglio, alle 18, nella Saponeria Narbone-Garilli di viale Carlo
Alberto. Ne sarebbe autore il tenente colonnello che si era insediato al
Comune come responsabile dell’AMGOT, un ente alleato, formato in gran
parte da ufficiali della riserva, il cui compito era di ristabilire le
funzioni di governo nelle zone italiane occupate. L’ufficiale quel
giorno si trovava al Municipio in compagnia d’alcuni interpreti del
servizio di spionaggio americano. Tra questi militari c’era il padre
d’origine siciliana di un docente della New York University e del
Brooklyn College, il professor Joseph S. Salemi. Il professore, a
distanza di molti anni ha raccolto la testimonianza del padre,
Salvatore, presentata poi in una relazione. Poco prima delle 18 un
civile italiano entra nel Municipio di Canicattì. Lamenta che la
popolazione sta saccheggiando il deposito di viveri e la fabbrica di
sapone. Chiede l’aiuto degli americani. Sulla strage ci sono due
versioni. Per Salemi quando il responsabile dell’AMGOT capì la natura
delle lamentele del “proprietario o un suo agente” chiamò un gruppo di
P.M. e un sottotenente. Ordinò d’accompagnarlo alla fabbrica e
d’arrestare i saccheggiatori. Decise poi di recarsi sul posto di
persona. E ordinò a tre appartenenti al G-2 di accompagnarlo. Per
Salvatore J. Salemi, che l’accompagnò, “andava alla saponeria
direttamente per sparare … Volle ammazzare qualcuno: la faccia rivelava i
pensieri”.
La P.M. aveva già arrestato dalle 30 alle 40 persone, molte donne e
bambini. Dopo il suo arrivo, il colonnello ordinò al sottotenente di
sparare sui civili. Il giovane restò pietrificato e non si mosse. Il
colonnello ripeté inutilmente l’ordine ai P.M. Si rivolse allora al
personale del G-2 che l’aveva accompagnato. Ordinò a ognuno di loro di
sparare. Nessuno di loro voleva però uccidere dei civili inermi. Vedendo
che il suo ordine non era stato eseguito, il colonnello tolse dalla
fondina una Colt automatica calibro 45. Fece fuoco ad alzo zero, da una
distanza di tre metri circa sui civili inermi. Svuotò tre caricatori. I
borghesi cercarono di scappare, e alcuni forse ci riuscirono. Egli però
uccise o ferì la maggioranza dei civili. Erano imprigionati tra il muro
della fabbrica e i militari che li bloccavano. Un bambino, di circa 12 o
13 anni, ricevette un colpo nello stomaco. Morì poco dopo. Il suo
stomaco era scoppiato. Per la versione ufficiale, nascosta nei “National
Archives”, accadde:
“La mancanza di cibo sfociò in disordini che furono domati solo con
gran difficoltà dai 14 M. P. … Avevano per prima cosa sparato sopra le
teste della teppaglia turbolenta. Quando cessarono gli spari, la folla
scese nelle strade e continuò a urlare.
Il tenente colonnello McCaffrey allora fece un rapporto sulla
situazione al Capo di stato maggiore della 3ª Divisione che diede ordine
di fucilare i saccheggiatori catturati in azione, se necessario, per
ristabilire l’ordine, e di chiamare il colonnello Johnson, comandante
del 15° reggimento fanteria, per aiuto. Un plotone di fanteria e un buon
interprete furono mandati dal colonnello Johnson. Al plotone fu
assegnato il compito di requisire tutte le armi e le munizioni della
città… 50 fucili e munizioni furono trovati alla stazione ferroviaria e
un quantitativo maggiore d’armi fu rinvenuto in altre parti della città.
In un altro punto della città, il tenente colonnello McCaffrey, stava
assistendo all’individuazione dei possessori d’armi e munizioni,
catturò un certo numero di saccheggiatori nell’atto di portar via del
sapone. Li arrestò. Vide altri che su carretti trasportavano sapone per
le vie. Ordinò loro di fermarsi e quando i conducenti continuarono, egli
fece fuoco sulle loro teste. I conducenti scapparono. Inseguendo i
carretti in fuga, giunse a una fabbrica di sapone, fuori della quale
c’era una gran folla, che evidentemente stava saccheggiando il posto. Il
tenente colonnello McCaffrey e il plotone di fanteria cercarono di
fermare il saccheggio e di arrestare i saccheggiatori. Non ubbidirono ai
loro ordini. Il tenente colonnello McCaffrey allora sparò ad alcuni
uomini nella folla e i fanti arrestarono gli altri. Sei uomini furono
uccisi. Qualcuno dei fuggiaschi potrebbe essere stato ucciso”.
Salemi Jr accusa il colonnello George Herbert McCaffrey. Il
colonnello fece carriera. Divenne prima responsabile per la provincia
d’Agrigento, poi capo della Regione Militare d’Occupazione 2, Calabria e
Basilicata. Chiuderà la carriera militare partecipando con un alto
incarico governativo alla guerra di Corea.
Fatto il danno, bisognava mettere la sordina, non far sapere nulla in
giro. Le ripercussioni potevano essere enormi, le carriere potevano
essere compromesse, qualcuno poteva essere accusato di crimini di
guerra. Meglio la censura. Tanto pesante che solo oggi, dopo quasi 70
anni, comincia a squarciarsi il velo che copre quelle stragi.
I civili assassinati a Piano Stella forse furono uccisi anche per le
parole pronunciate da Patton in uno dei discorsi tenuti a Mostagem, in
Algeria, davanti agli ufficiali suoi subordinati. Queste parole furono
poi ripetute dagli ufficiali ai soldati in procinto di sbarcare nella
cuspide meridionale dell’Isola. Durante il processo Compton al capitano
Jean Reed chiesero se Patton avesse detto qualcosa sui civili. La
risposta fu: “Disse che se le persone nelle città persistevano nel
rimanere nelle vicinanze della battaglia ed essi erano nemici, noi
dovevamo spietatamente ucciderli, spazzarli via”. Anche se Ciriacono e
gli altri civili erano rimasti nei pressi delle zone di combattimento,
questo non ne giustifica l’assassinio. E’ sempre un crimine contro
l’umanità. Meno giustificata ancora è la strage alleata di Vittoria. Il
podestà d’Acate e gli altri stavano sfollando dalle zone di
combattimento e furono uccisi a freddo a un posto di blocco. Giuseppe
Mangano avrebbe pagato perché ancora indossava il distintivo del Partito
Nazionale Fascista o perché rispondeva in malo modo a dei soldati
italoamericani, ma gli altri perché furono uccisi? Qual è la loro colpa?
Ma indossare il 10 luglio 1943 un distintivo del P.N.F. poteva essere
considerato un crimine da pagare con la vita? Il P.N.F. era un legittimo
organo dello Stato italiano, già riconosciuto dagli Alleati.
LE STRAGI DI MILITARI
LA STRAGE DEI CARABINIERI DI GELA
Le stragi di prigionieri italiani iniziarono con l’invasione. La
prima, fino a questo momento conosciuta, fu compiuta a Gela verso le
sette del mattino del 10 luglio 1943. L’eccidio si consumò a 8
chilometri da Gela, sulla Statale 115 per Ragusa. In località chiamata
Passo di Piazza, i Reali Carabinieri avevano costituito un “posto
fisso”. I militari, al comando del vicebrigadiere Carmelo Pancucci di
Agrigento, dovevano vigilare la linea ferrata che correva parallela al
mare, poco distante. Erano una quindicina. Per fortuna però al momento
della strage due erano di pattuglia, come da ordini, nonostante fosse in
corso lo sbarco. Dopo la resa della “stazione”, secondo alcuni
documenti ufficiali, i carabinieri furono prima disarmati, perquisiti e
derubati di tutto quello che avevano di prezioso; poi furono messi
allineati al muro vicino al pozzo con le mani sulla testa e fucilati
alla schiena. Otto rimasero sul terreno. Tra questi, certamente morì,
Michele Ambrosiano, richiamato e padre di cinque figli. Un carabiniere
della provincia di Avellino, Nicola Villani, fu ferito gravemente. Tre
si salvarono con certezza: il vicebrigadiere Pancucci e i carabinieri
Francesco Caniglia di Oria, Brindisi, e Antonio Cianci di Stornara, in
provincia di Foggia.
La figlia maggiore di Ambrosiano, Anna Maria, nel 2010 nutriva ancora
rancore contro il Pancucci, il cui ordine di sparare contro i nemici
aveva determinato, a dire della signora, la morte del genitore. Aveva
ancora un astio violento anche nei confronti dello Stato che aveva
lasciato la madre vedova di 35 anni con cinque figli piccoli senza
assistenza e con una pensione di 500 lire. La famiglia aveva patito la
fame e aveva tirato avanti anche grazie all’aiuto del nonno materno,
emigrato in America prima della guerra e che inviava dollari e vestiti.
La figlia del defunto vicebrigadiere Pancacci, di Agrigento, ricorda
che il papà, dopo la guerra le raccontava, che il posto fisso
affidatogli era stato attaccato, dopo il sorgere del sole luglio, da un
soverchiante gruppo di americani. Dopo una resistenza iniziale che era
costata la vita di quattro carabinieri, il sottufficiale, anziano ed
esperto anche per avere combattuto in Africa Orientale come Camicia
Nera, per pietà dei sopravvissuti, uno dei quali padre di cinque figli,
aveva preso la tovaglia bianca del tavolo su cui mangiavano e l’aveva
platealmente sventolata per arrendersi. Questo gesto non aveva però
fermato il fuoco nemico. Pancucci e i suoi camerati furono poi portati
in Algeria. Un elemento oggettivo che in parte conferma la tesi di
Caniglia è offerto dal Diario storico della legione territoriale dei
Carabinieri Reali di Palermo, relativo al periodo dal 10 luglio a1 31
dicembre 1943. Nel brogliaccio erano riportati come deceduti tre
carabinieri per “eventi bellici” presso la stazione di Passo di Piazza
(Donato Vecce, Antonio Di Vetta, Michele Ambrosiano), mentre 13 dei
militari erano citati come caduti in mani nemiche: Vicebrigadiere
Carmelo Pancucci e i carabinieri Francesco Caniglia, Antonio Cianci,
Giuseppe Di Giovanni, Nicolò Gambino, Aldo Gianni, Alessandro Giannini,
Mario Imbratta, Raffaele Matera, Annibale Musilli, Giuseppe Rodio,
Nicola Villano e Gaetano Vitellaro. Mentre Caniglia parla di 12 uomini
in organico al posto fisso, il Diario storico della legione di Palermo
lascia credere che fossero 16 e Cianci racconta di 16-18.
C’è da rilevare che la redazione del documento fu scritta dal
colonnello comandante Lauro Andreoli, a Palermo, il 29 febbraio 1944. La
Sicilia era stata restituita all’amministrazione del governo del Sud
del maresciallo Badoglio solo da pochi giorni: l’11. Penso che non sia
stato facile accusare ai propri superiori gli occupanti americani di
aver fatto pochi mesi prima una strage in Sicilia. Forse il colonnello
però pensò che la cosa potesse essere utile all’Italia nel dopoguerra.
LE STRAGI DI BISCARI
Altri massacri avvennero nella zona di Biscari, l’odierna Acate.
All’attacco dell’aeroporto di Biscari andò la 45ª Divisione, detta
Thunderbird, dal totem sulle mostrine. Era formata da indiani cherokee,
seminole e apache, prelevati dalla Guardia nazionale, provenienti
dall’Arizona, dall’Oklahoma e dal New Mexico e cow boy. C’erano anche
numerosi italoamericani. Anche se privi d’esperienza, gli uomini della
45ª erano tra i più addestrati, sia sul piano tecnico sia su quello
psicologico, dell’intero esercito statunitense ed erano affidati a un
ottimo comandante, Troy Middleton. Inoltre, il generale George Patton,
comandante della VII armata americana li aveva arringati in modo fin
troppo esplicito: “Uccideteli, uccideteli, uccideteli”. Addestrarsi agli
ordini di Patton non era mai stato uno scherzo ma ora l’addestramento
diventava particolarmente duro comprendendo anche 36 ore consecutive in
azione, senza alcuna pausa. Quello sulle coste isolane fu il loro
battesimo del fuoco. Avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore gli
aeroporti di Ponte Olivo (Gela), Comiso e Biscari o Santo Pietro: erano
necessari per trasferirvi dall’Africa gli aerei Alleati. Gli americani
volevano difendere dal cielo le teste di ponte già costituite, mantenere
e accrescere la supremazia aerea nella zona. Gli italiani, oltre a
proteggere l’aeroporto, dovevano garantire il lento ripiegamento delle
loro truppe e della Divisione H. Goering verso le pendici dell’Etna. Gli
americani pensavano di conquistare in breve tempo gli obiettivi. Invece
la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità
tedesche li fermò per quattro giorni. Questo fatto li fece andare in
bestia, causando diverse stragi nella zona.
Il 27 giugno, Patton aveva parlato agli ufficiali dell’Armata
avvisandoli su quanto poteva capitare in Sicilia. Il generale Albert C.
Wedemeyer, che assistette all’evento, scrisse: «Li ammonì di fare molta
attenzione nel caso in cui i tedeschi o gli italiani avessero alzato le
mani mostrando l’intenzione di arrendersi. Affermò che qualche volta il
nemico si comportava in quel modo per far abbassare la guardia ai
soldati. I nemici in parecchie occasioni avevano sparato sui nostri
uomini ignari e avevano gettato granate. Patton avvertì i militari della
45ª di stare attenti e di “uccidere quei figli di puttana, a meno che
non fossero stati certi della loro reale intenzione di arrendersi”».
Gli scontri erano stati molto duri vicino a quello che gli americani
avevano chiamato “il Viale di Adolph”, la Strada Provinciale 115. Molti
persero il controllo dei nervi. Moltissimi erano persuasi che Patton
avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati e
ufficiali testi-moniarono al processo: “C’era stato detto che Patton
non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia,
dagli altoparlanti c’è stato letto il discorso del generale. “Se si
arrendono, quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle
mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si
fottano. Nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di
uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono
immortali!”
Di una strage, avvenuta quel maledetto 14 luglio a Santo Pietro,
abbiamo due testimoni. Furono massacrati 33 uomini, 29 soldati italiani e
4 tedeschi. Si erano arresi agli americani. Ma li fucilarono lo stesso.
Virginio De Roit, classe 1912, vicentino, di Santa Maria di Camisano,
apparteneva alla 3ª compagnia, CLIII battaglione mitraglieri. I soldati
avevano il compito di difendere l’aeroporto di Santo Pietro. Per
difendere l’aeroporto i nostri avevano 200 uomini e sette mitragliatrici
Breda; i tedeschi della Goering avevano aggiunto un cannoncino con
quattro artiglieri. A mezzanotte circa del 13 luglio, alla compagnia di
De Roit, folta di veneti e di bresciani, arriva l’ordine di salire sugli
autocarri tedeschi e di ripiegare su Santo Pietro, lasciando la
posizione. Mentre i soldati si accingevano a ritirarsi, scoppiò
l’inferno attorno ad un bunker presidiato da quattro tedeschi e da
quattro italiani del 122° reggimento. Erano arrivati i nemici.
De Roit e i suoi camerati investiti da un pesante fuoco nemico furono
costretti ad arrendersi. I nemici prima li derubarono d’ogni oggetto di
valore. Poi ordinarono di spogliarsi e di togliersi le scarpe. In
mutande, camminando scalzi su sassi e rovi, furono condotti fino a uno
spiazzo accanto al sughereto. Qualcuno ordinò di scavare una buca e di
mettersi in fila per due. Poi… “Un negro dalla faccia brutta, ricorda a
61 anni dai fatti De Roit, impugnò il parabellum e cominciò a sparare al
petto dei primi due, che erano tedeschi. Poi ancora due tedeschi. De
Roit, il suo compaesano Silvio Quaiotto e l’anconetano Elio Bergamo si
buttano nel vicino fiume Ficuzza. Intanto le mitragliette americane
compiono l’eccidio. Sotto i loro colpi cade Battista Piardi di Pezzaze:
aveva 25 anni, si era sposato l’anno prima. Cade Leone Pontara di
Concesio, 23 anni. Cade Mario Zani, contadino d’Iseo. Cade Attilio
Bonariva di Lozio. Cadono anche Gottardo Toninelli e Pietro Vaccari di
Brescia e altri loro giovani commilitoni. Muoiono il caporale Luigi
Giraldi di Brescia, Aldo Capitanio, compaesano di De Roit. Cade Angelo
Fasolo di Camin, Padova. Cadono Salvatore Campailla – siciliano, postino
a Nervi – e Sante Zogno di Lodi. Bergamo non lo vedemmo più. So
soltanto che a casa sua non è mai arrivato”. Altri sette figurano fra i
dispersi o i “morti presunti”: sono Luigi Ghiroldi di Darfo, Attilio
Bonariva di Lozio, Leone Pontara di Concesio, Battista Piardi di
Pezzaze, Gottardo Toninelli e Pietro Vaccari di Brescia, Mario Zani
d’Iseo.
Nel dopoguerra De Roit parlò della strage anche al suo distretto
militare: “Lascia stare – gli dicevano – adesso ci sono i partigiani,
comandano gli americani”. Così il massacro è stato affidato solo al
lutto privato delle famiglie. Incerta la sorte dei corpi dei soldati.
Secondo De Roit le salme furono bruciate, poi deposte nel cimitero di
Caltagirone. Secondo altre voci furono bruciate con un lanciafiamme,
seppellite nel Cimitero di guerra americano di Gela e poi portate in
America. Qualche anno fa su quest’eccidio la Procura di Padova ha aperto
un fascicolo. Sconosco i risultati.
Dopo la conquista dell’aeroporto di Biscari, avvenuto nelle prime ore
del 14 luglio, il sergente West, della compagnia “A” del 180° Fanteria,
fu chiamato dal maggiore Roger Denman, dal quale ricevette in consegna
46 uomini, tedeschi e italiani. West doveva trasferirli nelle retrovie,
lontano dall’aeroporto, in un luogo dove non avrebbero potuto osservare i
movimenti delle truppe. Il sottoufficiale designò il caporale Michael
Silecchia e i soldati Amerigo Bosso, William Pastore, Herman Redda,
Jerry Browne ed Ewald Wilhelm. Dopo aver allineato i prigionieri in due
colonne, ordinò di marciare lungo la strada provinciale che collegava
l’aeroporto con Acate. Ai prigionieri, per evitare che potessero
scappare, fu ordinato di spogliarsi e di togliersi le scarpe. Dopo circa
400 metri, il sergente li fece fermare e separò nove o dieci
prigionieri.
Dalle testimonianze, raccolte, è evidente che la condotta dei
prigionieri era buona. Non ci furono tentativi ribellione. Nessuno cercò
di fuggire. West manifestò, dopo aver fatto fermare i prigionieri,
l’intenzione di ucciderli, dicendo: “Sto uccidendo questi figli di
puttana”. West chiese e ottenne dal sergente Brown un mitra, una Tommy
gun e un caricatore di 30 cartucce. Erano circa le 12 del 14 luglio.
Nessuno, da parte degli altri soldati presenti, sollevò obiezioni o
tentò di bloccare il sergente West. Nemmeno i militari italo-americani
ebbero pietà dei loro connazionali. Dopo aver fatto disporre i
prigionieri in due colonne con la faccia rivolta verso di lui, iniziò a
sparare, puntando la mitragliatrice ad altezza d’uomo. Un testimone
dichiarò che “i prigionieri iniziarono a urlare e a implorarlo”.
Dicevano: “No, no, in italiano”. Tutto inutile. West continuava a
uccidere, senza pietà. Tre dei prigionieri cercarono invano di fuggire.
Uno dei soldati ebbe l’ordine di ucciderli. Mirò e ammazzò. Uno dei
fuggiaschi cadde cinque o sei passi più avanti. West ricaricò l’arma. Se
qualcuno respirava ancora, sparava il colpo di grazia.
Sempre quel 14 luglio, verso le 15, sulla stessa maledetta collina
che porta all’aeroporto di Biscari, accade un’altra strage. Il capitano
John Compton, della compagnia “A” del 170° fanteria, ordina al suo
combat team l’assassinio d’altri 36 prigionieri di guerra. Il combat
team del capitano Compton aveva avuto solo quel giorno ben 12 morti su
34 uomini. Il combat team cerca di snidare i nemici che bloccano la sua
avanzata. C’e una postazione nascosta su una collina che continua a
bersagliare la pista. Un italiano si presentò ai nemici con uno straccio
bianco. Da quel fortino uscirono in 40: cinque, secondo l’imputato,
avevano giacche e maglie civili, ma i pantaloni e gli stivali erano
militari. Gli altri erano in divisa. Dire che alcuni prigionieri
indossassero abiti civili potrebbe essere una bugia per alleggerire di
molto la posizione processuale dell’imputato. Dopo aver visto i
prigionieri, il capitano ordina al sergente Hair di formare un plotone
d’esecuzione per giustiziare quei “figli di puttana” che per tutto il
pomeriggio hanno bersagliato il suo combat team. Li fa mettere in riga
e, sotto il suo comando, ordina la loro esecuzione. In 24 si offrono
volontari. In 10 sparano centinaia di pallottole sul mucchio degli
italiani. L’inchiesta termina con l’incriminazione del solo ufficiale
per l’omicidio di 36 uomini. I loro corpi non furono seppelliti.
Giacciono forse ancora là, nella zona del torrente Ficuzza, ad Acate.
Il giorno dopo, il cappellano militare della 45ª, William E. King,
mentre percorreva in jeep la S.P. Biscari – aeroporto di Biscari,
intravide un gruppo di corpi. Contò i resti esanimi di 34 italiani e di 2
tedeschi. Erano allineati, invece del casuale cadere in combattimento,
senza scarpe e senza camicie. Tutti erano stati colpiti all’altezza del
cuore. Alcuni avevano il cranio aperto, come se fossero stati colpiti da
un’ascia o da un badile. Passò circa due ore a discutere con molti
soldati che avevano lasciato i loro posti per manifestargli la loro
forte insoddisfazione per il trattamento riservato ai prigionieri. Non
volevano più andare a combattere: si doveva smettere di ammazzare i
prigionieri che “avevano alzato le mani, o che avevano cercato di
arrendersi, e l’uccisione di prigionieri alle spalle”. Fu proprio grazie
alla ferrea volontà del cappellano King se i massacri di Biscari non
furono insabbiati. King raccontò tutto al tenente colonnello Willerm O.
Perry, Ispettore generale di Divisione, figura simile ai nostri
pubblici ministeri. Perry riferì al generale Omar Bradley, che
probabilmente voleva togliersi qualche sassolino dalle scarpe contro
Patton. Secondo alcuni storici militari quando Bradley seppe di questi
incidenti, inorridì e riferì subito tutto a Patton. Il quale, secondo
Bradley, liquidò bruscamente l’argomento. Lo definì “una probabile
esagerazione”. Patton chiese all’altro “di dire all’ufficiale
responsabile delle fucilazioni di riferire che gli uomini uccisi erano
cecchini o che avevano tentato di fuggire o qualcos’altro, altrimenti
la stampa farà il diavolo a quattro e anche i civili s’infurieranno.
D’altra parte, ormai sono morti, e non c’è più niente da fare”. Secondo
altri, Patton decise di far processare “quei bastardi”. Bradley però
ordinò che i due uomini fossero deferiti alla Corte marziale. I due
erano imputati di avere “fucilato con premeditata cattiveria,
volontariamente, illegalmente e con crudeltà 73 prigionieri di guerra”.
Il maggiore Roger Denman testimoniò che il 12 giugno ‘43, a
Camberwell, Patton avrebbe detto agli ufficiali: “L’organizzazione che
era in azione non doveva fare troppi prigionieri, di cercare di non
fraternizzare con loro” e che “durante i combattimenti non dovevamo
prendere prigionieri, specialmente se erano stati cecchini e avevano
combattuto le nostre linee avanzate”. Insomma, “l’ordine era di non fare
prigionieri nei casi appena citati”. La notte stessa dello sbarco, su
una delle navi che trasportavano le truppe, il colonnello Willam W.
Schaffer lo ricordò ai soldati, attraverso gli altoparlanti. Secondo il
sergente Brown, Patton avrebbe detto che “non voleva prigionieri”. Il
leitmotiv, prima di partire dal Nord Africa, era: “Uccidi, uccidi,
uccidi; e ancora uccidi”. Altre testimonianze dello stesso tenore
arrivano soprattutto dai sottufficiali. Gli ufficiali, invece, riportano
versioni diverse del discorso di Patton. Per il colonnello Federech E.
Cookson, le parole di Patton bisogna interpretarle nel giusto
significato: “Vero è che desiderava una divisione d’assassini, ma solo
quando un nemico avesse continuato a sparare fino a una distanza di 200
metri circa, e poi si fosse avvicinato con le mani in alto in segno di
resa, questi non doveva essere fatto prigioniero. Conoscendo bene il
generale Patton, posso affermare che lui sicuramente voleva dire che non
bisognava prendere prigionieri durante uno scontro a fuoco”.
La sentenza fu emessa il 3 settembre, lo stesso giorno in cui a
Cassibile il generale Castellano firmava l’armistizio. La condanna
all’ergastolo però fu scontata solo in piccola parte. Qualcuno era
terrorizzato dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il
danno d’immagine in Italia – era stato appena stipulato l’armistizio – e
il rischio di ritorsioni sui prigionieri americani. Si decise di tenere
lontano West dagli USA: agli arresti in una base in Africa
settentrionale. Quando la sorella di West però iniziò a scrivere al
Ministero della Guerra, a sollecitare l’intervento del parlamentare
della sua contea, qualcuno a Washington incominciò preoccuparsi per un
altro motivo: la scottante vicenda poteva finire sui giornali, e,
quindi, conosciuta in tutto il mondo, paesi dell’Asse compresi.
Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del Ministero
della Guerra sollecita al Comando Alleato di Caserta un “atto di
clemenza” per West. Così dopo solo sei mesi, West è rilasciato e mandato
al fronte. Morirà nel suo letto, in America, dopo molti anni.
Al processo contro Compton, tutti si difesero dicendo che non avevano
riposato per tre giorni, che la compagnia aveva avuto numerose vittime
e, soprattutto, richiamando il discorso di Patton. Tutti i testimoni –
tra cui diversi colonnelli – confermarono le frasi di Patton, quel
terribile “se si arrendono solo quando gli sei addosso; ammazzali”.
Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: “Più ne prendiamo, più
cibo ci serve. Meglio farne a meno”. Compton fu assolto.
Si sviluppò una complessa manovra per nascondere stragi. Rimaste,
infatti, sostanzialmente ignorate fino al 2005. Proprio in quei giorni,
Patton è in pratica silurato. Nei film e nelle biografie più vecchie,
la caduta in disgrazia di Patton è collegata agli schiaffi dati a due
soldati americani, ricoverati per “choc da bombardamento” in un
ospedale da campo a Troina. Ora però alcuni storici sospettano che la
vicenda degli schiaffi fu usata per coprire le stragi di prigionieri:
potevano avere effetti pesantissimi sull’opinione pubblica mondiale,
sui rapporti con il governo Badoglio e sui prigionieri americani in mano
dei tedeschi.
Il 18 agosto 1943 cessò ogni resistenza italo-tedesca in Sicilia.
Patton rimase a Palermo, nell’attesa di nuovi incarichi. La maggior
parte delle Divisioni della VII Armata fu trasferita alla V Armata,
assegnata alla Campagna d’Italia. Anche se “disoccupato” era in ogni
caso utile. Nei mesi successivi Patton non fu mai ufficialmente
interpellato sui piani operativi degli Alleati. Ma, riservatamente,
spesso qualcuno degli alti gradi statunitensi lo consultava sulle
strategie da seguire e dei progetti operativi. Era forse il miglior
stratega alleato sul fronte europeo.
L’inchiesta si chiude con un fascicolo top secret che evidenzia il
peso delle frasi di Patton. Il documento però non sollecita iniziative
contro Patton. Mancano pochi giorni al D-Day e la dura esperienza dello
sbarco di Anzio sta convincendo Eisenhower a riutilizzare il focoso
generale, molto popolare tra i soldati e in America. Soprattutto però si
vuole impedire lo scandalo. Inoltre, la sua incriminazione avrebbe
reso più difficile la tutela del segreto sulle atrocità.
Il capitano Compton cadde in battaglia in Italia nel novembre 1943.
Stava andando a prendere alcuni tedeschi che sventolavano una bandiera
bianca. La sua assoluzione è, però, diventata un caso giuridico, che ha
cominciato a circolare tra gli addetti ai lavori della giustizia
militare americana dopo la fine del conflitto. Un precedente
“riservato”. Si voleva evitare anche ogni influenza sui processi ai
criminali di guerra tedeschi. Oggi alcuni storici statunitensi,
assolutamente non sospettabili di revisionismo, ritengono che, sulla
base della sentenza Compton, dovessero essere assolte le S.S. fucilate
per gli omicidi di prigionieri americani.
A Biscari gli americani si resero protagonisti di almeno un’altra
strage. Su questo caso, fino a oggi non si sono celebrati processi. Solo
adesso la magistratura ha aperto un fascicolo, a Palermo. La strage ha
un testimone: Giuseppe Giannola, classe 1917, palermitano,
miracolosamente sfuggito tre volte alla morte. Le vittime: una
cinquantina di prigionieri. Erano avieri e artiglieri, posti a difesa
dell’aeroporto di Biscari. Ecco com’è andata, nel racconto dell’aviere
Giannola:
“Il 10 luglio il maggiore ci ha detto: “E’ ora di fare il nostro
dovere”. Sono stati distribuiti i moschetti: i vecchi fucili ‘91’ della
Grande Guerra. … Il 13 ci siamo schierati nelle trincee intorno alla
pista. Il primo attacco è cominciato nel pomeriggio: abbiamo sparato per
più di un’ora, un caricatore dietro l’altro … Li abbiamo respinti, ma
non potevamo fare di più.. Prima dell’alba i nemici hanno circondato il
rifugio. Due bombe sono esplose davanti alle uscite. Ci hanno urlato di
venire fuori con le mani alzate e abbiamo obbedito. Siamo stati
perquisiti, ci hanno tolto tutto, lasciandoci in mutande o con i
pantaloni corti. Hanno buttato via le scarpe per impedirci di correre.
Poi ci hanno fatto marciare verso la costa. Dopo poco, una trentina di
artiglieri sono stati uniti al nostro gruppo. I sorveglianti? Erano in
otto. Non rammento i loro volti, mi sembra che qualcuno parlasse un poco
d’italiano… Io pensavo che fosse tutto finito. Pensavo a Palermo, la
mia città, dove quella sera ci sarebbero stati i botti: sì, era l’alba
del 14 luglio 1943, la festa di Santa Rosalia. Da noi, nelle trincee
dell’aeroporto di Biscari, non si sentiva più sparare… Mentre gli
americani ci spogliavano, io pensavo alla festa, pensavo a casa. Poi
abbiamo camminato sotto il sole: saremmo stati in cinquanta, tutti senza
scarpe, a torso nudo, in mutande o con i pantaloni corti. Dopo qualche
ora ci hanno fatto fare una sosta, stavamo seduti in un campo all’ombra
degli ulivi. Quelli che ci sorvegliavano si sono appartati, fumavano e
parlavano. Tempo un quarto d’ora e ci siamo alzati di nuovo: ci hanno
fatto mettere su tre file. Io ero in mezzo a quella centrale, accanto
avevo due commilitoni, palermitani come me che conoscevo sin da quando
eravamo bambini. A quel punto gli americani hanno cominciato a sparare…
Sono stato colpito subito: un proiettile mi ha spezzato il polso e mi
sono buttato a terra. Ho fatto solo in tempo a fissare l’immagine di
quel sergente gigantesco, con il tatuaggio sul braccio, che impugnava il
mitra. Poi i corpi degli altri mi sono caduti addosso. Non vedevo
nulla, sentivo solo quegli scoppi che non sembravano finire mai. Prima
raffiche lunghe, quindi delle esplosioni secche, sempre più rare. Erano i
colpi di grazia… Io stavo fermo, con il braccio infuocato e la faccia
che si copriva del sangue dei miei amici. Sono rimasto immobile per un
paio d’ore, finché il silenzio non è diventato totale. “Se ne sono
andati”, ho pensato. Lentamente, quasi paralizzato dalla paura, ho
spostato i corpi e mi sono alzato. Ho fatto solo in tempo a guardarmi
attorno ed è arrivata la fucilata. Ricordo il botto e il calore che mi
bruciava la testa. Sono caduto, sorpreso d’essere ancora vivo. Il
proiettile mi ha preso di striscio, scavando un solco tra i capelli:
sarebbe bastato un millimetro più giù per ammazzarmi. Con terrore ho
cercato di non respirare. Sapevo che ci doveva essere qualche americano
lì intorno, appostato per non lasciare nessuno vivo. Con la faccia a
terra credevo di non avere più scampo. Invece nulla … Non so quanto
tempo sia passato. Mi dicevo: Non muoverti. Ma avevo sete. Il polso
spezzato e la ferita alla testa bruciavano. Il dolore ha superato la
paura. Mi sono mosso carponi, temendo un altro sparo. Ho camminato così
fino ad una strada sterrata… Non si sentiva più la battaglia. E’ passata
un’ambulanza e si è fermata. Si sono resi conto che ero un italiano, ma
mi hanno dato da bere e bendato le ferite con attenzione. Poi a gesti
mi hanno fatto capire di restare vicino alla strada: “Verranno a
prenderti”. “Io mi sono seduto: avevo solo i pantaloncini, il resto del
corpo era impastato di terra e sangue. E’ arrivata una jeep con tre
soldati. Quelli davanti sono scesi: penso mi avessero scambiato per uno
di loro. Mi parlavano sorridendo, poi si sono accorti che non capivo. Li
ho visti guardarsi in faccia: quello con il fucile ha indicato
all’altro la jeep, lo ha mandato via. E’ rimasto solo, in piedi, di
fronte a me. Io ero seduto, lui mi fissava. Poi ha imbracciato la
carabina. Ha mirato al cuore e ha sparato”.
Giannola, forse grazie ad un miracolo di S. Rosalia, sopravvisse. Fu
poi curato e fatto prigioniero dagli inglesi. Nel 1947 ricostruì due
volte la strage, facendo un resoconto dettagliato agli ufficiali
dell’Aeronautica incaricati di determinare l’origine delle sue ferite.
Non fu creduto. Smise fino al 2004 di raccontare la sua storia. Fu
addirittura dichiarato disertore. Poi ricevette due medaglie. Quel
giorno a Biscari non ebbero la stessa fortuna gli avieri Argento, Del
Pozzo, Giacalone, Macaluso, Raimondi, commilitoni di Giannola, e tutti
gli altri italiani arresisi agli americani.
Era ancora in vita il 10 luglio 2012 quando a Santo Pietro fu
inaugurato da alte autorità istituzionali un monumento che ricorda i
caduti italiani e tedeschi uccisi nella zona dagli americani.
Una seconda lapide è stata apposta a Piano Stella per ricordare l’eccidio dei civili italiani massacrati.
Fino all’ottobre del 1943 non risulta che gli ordini di non fare
prigionieri siano stati revocati. Mi chiedo: a) quando sono stati
revocati gli ordini di non fare prigionieri i tedeschi o i fascisti
arresisi? b) quante stragi sono ancora sconosciute? c) con quanti morti?
LE STRAGI DI COMISO
Su due eccidi, avvenuti nell’aeroporto di Comiso, è tuttora in corso
la ricerca storica. Sono stati descritti da un testimone oculare, il
giornalista inglese Alexander Clifford. Nel 2004 il giornalista Gianluca
di Feo scrisse sui morti dimenticati di Comiso: “All’epoca era una base
della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse
che sessanta italiani, catturati in prima linea, furono fatti scendere
da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la
stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero
stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa
dal reporter, fermò il massacro, solo tre prigionieri respiravano
ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i
colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato
fino alla morte di deporre contro il generale”. In quel periodo, era
come parlar male di Garibaldi. Clifford, i cui articoli erano pubblicati
da alcuni importanti giornali americani, descrisse ciò che vide
all’analista britannico Basil H. Liddel Hart, il quale lasciò uno
scritto sulle loro conversazioni, dall’espressivo titolo: I comandanti
americani (e l’omicidio di massa americano). Il terzo giorno dopo lo
sbarco, Clifford visitò l’aeroporto con un corrispondente di guerra
americano, rimasto sconosciuto. I due andarono da Patton e protestarono.
Il generale ordinò di fermare questi omicidi. Dopo la fine della guerra
e la morte di Patton, Liddell Hart chiese il permesso di pubblicare i
particolari degli omicidi di Comiso. Opponendosi al processo di Gert Von
Rundstedt e d’altri due feldmarescialli tedeschi per crimini di guerra,
scrisse a Clifford. Al giornalista non piacevano i processi per crimini
di guerra, ma rifiutò la richiesta.
Nella zona di Comiso combattevano nuclei di paracadutisti americani.
Il paese fu occupato dal 157° gruppo tattico reggimentale della 45ª
Divisione fanteria americana. L’aeroporto cadde il pomeriggio del 12
luglio.
Dopo 62 anni, non si conoscono i nomi delle vittime della strage, né il luogo della sepoltura.
D: Anche nei confronti delle popolazioni civili vi furono episodi di
violenza gratuita. Non va dimenticato poi che al seguito delle truppe
Usa e Britanniche vi erano anche i Tabor marocchini inquadrati nelle
truppe francesi di De Gaulle, le cui gesta resteranno tristemente famose
in Italia. A mano a mano che le divisioni degli invasori risalivano la
penisola, le cose non migliorarono di certo per gli italiani del Sud
Italia, costretti a subire ogni sorta di crimine e violenza da parte
della soldataglia ubriaca e senza controllo. La sorte peggiore toccò
alle nostre donne, considerate un vero e proprio bottino di guerra da
parte dei “campioni della democrazia occidentale”, che in questo vollero
emulare le nefandezze compite dai sovietici nelle regioni della
Germania Orientale. Il generale francese Juin consentì al Cef – Corpo di
Spedizione Francese, a maggioranza formato da magrebini, di sfogare le
proprie pulsioni sulle donne, le bambine, gli uomini per cinquanta ore
se avessero vinto la battaglia per sfondare il fronte di Cassino. A
Esperia e Ausonia furono violentate centinaia di donne. Prof Bartolone
che dati ci può fornire lei al riguardo e perché ancor oggi si tace su
quanto accaduto? Un’usanza quella dello stupro che non era certo
estraneo anche alla cultura statunitense, gli episodi accaduti in Iraq
nelle carceri e sui civili è più che eloquenti, senza dimenticare le
innumerevoli violenze commesse in Gran Bretagna, Francia e Germania dai
soldati Usa, ben documentate nel libro “Stupri di Guerra” di J. Robert
Lilly.
Gli stupri di donne italiane cominciarono al momento dello sbarco in
Sicilia e continuarono per tutta la Campagna d’Italia. Alcune donne
furono violentate a Licata da alcuni militari americani nei giorni
successivi allo sbarco. Poi altri episodi di violenza che videro
coinvolti militari alleati accaddero in diverse zone della Sicilia.
Secondo il dottor Giovanni Saito, ex sindaco di Licata, all’epoca undicenne:
“In massima parte l’avanzata degli Alleati americani fu salutata con
gioia. Dal canto loro gli Americani riuscirono ad accattivarsi il favore
della popolazione regalando ogni ben di Dio… Alcuni giorni dopo, ci fu
il passaggio delle truppe di colore, i cosiddetti Marocchini, che fecero
della violenza la loro arma primaria, seminando terrore e paura. Non
era pensabile che gli uomini assistessero passivamente allo spettacolo
di mogli, madri o sorelle violentate senza opporre alcuna resistenza.
Perciò in massima parte si armarono. E’ questa volta sì, scesero in
campo contro quegli stessi Americani che solo pochi giorni prima avevano
accolto come liberatori. Ricordo che sul terrazzo di casa fu istallata
la mitragliatrice. Per il resto la città non ebbe problemi”.
Numerose ruberie e stupri avvennero anche nella zona di Capizzi e
Cerami, a causa dei famigerati goumier. Anche qui le prepotenze delle
truppe coloniali francesi causarono la reazione dei siciliani: la caccia
all’africano. Molti “marocchini” furono giustiziati dagli abitanti, in
varie scaramucce nei boschi, nell’indifferenza del comando francese.
Dopo gli incidenti i goumier furono allontanati dalla zona, anche per
l’avanzata degli Alleati.
La ricerca di donne con cui divertirsi per qualche ora, fatta dai
paracadutisti a Xitta, frazione di Trapani, scatenò nella Pasqua del
1944 il cosiddetto “Vespro cittaro”. Anche a Xitta numerosi francesi, di
colore o meno, pagarono con la vita l’offesa all’onore delle donne
locali. Ci fu una rivolta armata contro i paracadutisti francesi. I
quali furono costretti a lasciare il Paese.
I furti compiuti dagli appartenenti agli eserciti alleati, sia
durante sia dopo la Campagna di Sicilia, accompagnarono la vita dei
siciliani per molto, troppo, tempo.
I fascicoli dell’AMGOT sono pieni di denunce di malversazioni
compiute ai danni della popolazione. Idem i libri degli storici locali
che si sono occupati di questo periodo. Ma questa è, direbbe Kipling,
un’altra storia. Di un corposo capitolo di un altro libro. Di prossima
pubblicazione, se Dio vorrà. Le caramelle e le scatolette distribuite
dagli occupanti nei primi giorni furono ripagate con gli interessi, a
caro prezzo. I siciliani direbbero a “sangue di Papa”. Fu una ben
riuscita operazione di pubbliche relazioni, funzionale alla miglior
riuscita delle operazioni belliche. In una guerra totale, come lo fu la
II guerra mondiale, ogni mezzo era buono pur di vincere: la vittoria
avrebbe segnato i destini dei popoli e del mondo per almeno 50 anni.
Le successive elargizioni originarono da scambi con la popolazione –
vino, cimeli o sesso -, bontà individuale, rapporti familiari o
d’amicizia, specialmente con i soldati americani d’origine siciliana.
Nella realtà i vincitori consideravano i beni dei siciliani,
sconfitti e occupati, res nullius, esposti al loro libero desiderio.
Potevano prendersi qualsiasi cosa, sia per uso individuale sia bellico.
Dopo la “ricchezza” dei primi giorni, si passò alla fame più nera. E nell’isola si ebbero moltissimi morti per fame.
Queste cose sono successe, succedono e succederanno in tutte le
guerre. I “marocchini” sarebbero stati probabilmente lasciati liberi di
scatenarsi in tutta l’isola con furti e stupri se in Sicilia si fossero
verificati episodi di resistenza agli invasori. Gli anglo-americani,
nonostante gli accordi fatti con la mafia, in “formidabile ripresa”, non
si sentivano del tutto sicuri di poter controllare l’isola. Erano
tenuti di riserva nel Parco della Favorita di Palermo, pronti per la
rappresaglia, se la popolazione avesse improvvisato una reazione contro
gli occupanti. Poi furono trasferiti. E fecero danni.
Il cammino delle truppe francesi in Italia fu segnato da stupri di
massa. Colpirono a Esperia, Ausonia, Pico, Pontecorvo, S. Oliva, Castro
de Volsci, Frosinone di, Grottaferrata, Giuliano di Roma, Abbadia S.
Salvatore, Radicofani, Murlo, Strofe, Poggibonsi, Elba, S. Quirico
d’Orcia, Colle Val d’Elsa, Isola d’Elba… lasciando ovunque un’indicibile
scia di violenze, lutti e malattie.
Nel maggio del 1944 nella zona del Liri i francesi, impegnati nella
conquista di Montecassino, si abbandonarono a ogni sorta di violenza
contro la popolazione, senza riguardo per il sesso o per l’età. Nel dopo
guerra furono presentate al Ministero della Difesa circa 25 mila
richieste di risarcimento per i danni subiti: un fenomeno di proporzioni
gigantesche, ma sicuramente sottostimato, se si pensa che molti per
pudore avranno sicuramente rinunciato alla denuncia, celando a tutti
quanto accaduto.
I francesi organizzarono una sorta di stupro di massa, tollerato dai
Comandi Alleati e (ciò che è più grave) dimenticato dal governo
Badoglio. Lo stesso fecero i russi in Pomerania e Prussia Orientale nel
1945. Per dare un’idea del fenomeno basti fare alcuni esempi: a Pio, un
ufficiale americano del 351° reggimento dovette assistere senza poter
fare nulla a scene d’inaudita violenza a danno d’anziani, donne e
bambini, sulla piazza del paese.
Oltre 800 uomini furono selvaggiamente violentati. Molti erano
sacerdoti. Bambini anche di tenerissima età furono uccisi nei modi più
efferati di fronte alle madri. Mentre le donne erano violentate dal
branco, gli uomini che avevano cercato di difendere le proprie famiglie
furono impalati. Per finire, fu trasmessa a molti sopravvissuti la
sifilide e la blenorragia, con tutte le conseguenze sociali che si
possono facilmente immaginare. I militari alleati erano d’altronde alla
ricerca spasmodica di compagnia e spesso non distinguevano tra segnorine
e no.
Numerosi furono gli stupri avvenuti in Campania. Interi quartieri di
Napoli erano pericolosi, specie la sera, per donne e minori. Moltissimi
militari alleati, brilli e no, lasciarono un vergognoso segno del loro
passaggio. A Napoli si diceva: “Attenzione ai liberatori”.
Altri numerosi stupri accaddero all’Isola dell’Elba, dopo l’arrivo
delle truppe francesi. I soldati furono poi per fortuna impiegati nelle
operazioni di sbarco nella Francia meridionale.
Nella seduta del 7 aprile 1952 il sottosegretario alle Pensioni
dichiarò alla Camera che dalla zona di Cassino erano state presentate ai
competenti uffici 17.368 domande d’indennizzo e 7.639 di pensione. Per
l’opposizione nel Cassinate furono stuprate sessantamila donne, per il
Governo esse furono ventimila.
Forse i numeri delle donne violentate non li conosceremo mai. Per una
semplice ragione: nell’Italia del secondo dopoguerra molte donne hanno
preferito non denunciare violenza subita, rinunciando a un aleatorio
misero risarcimento, pur di potersi sposare e rifarsi una vita. Molti
uomini dell’Italia di quel tempo non avrebbero sposato una donna non
vergine, seppure avesse subito una violenza.
Per quanto riguarda il proclama Juin, molti storici ne contestano l’esistenza. Forse l’autorizzazione sarà stata data a voce.
In un rapporto del Ministero della Difesa del 18 ottobre 1947 sul
Comportamento delle truppe alleate in Italia, si vede come l’occupazione
fu critica per molte regioni della Penisola. I dati –
sottorappresentati se confrontati con i minuziosi e rapporti mensili che
le autorità periferiche inviavano ai superiori comandi – testimoniano
che nel periodo compreso tra l’Armistizio e il 30 giugno del 1947 i
reati commessi dai militari alleati in Italia furono 23.265. Erano così
suddivisi:
Omicidi: 589
Ferimenti 1956
Aggressioni, risse, violenze 2390
Furti e rapine 7699
Incidenti automobilistici, morti 1159
feriti 6138
Violenze carnali consumate 1159
tentate 291
Le regioni più colpite furono: Campania, Toscana e Lazio.
I francesi di colore si resero responsabili del 21,22 % degli
omicidi, del 51,07 % dei furti e delle rapine, dell’89,45 % delle
violenze carnali consumate e del 28,28 % di quelle tentate. Gli
americani conquistarono il primo posto col 21.46 % dei casi in
aggressioni, risse e violenze.
In Campania la maggior parte degli stupratori apparteneva alle truppe
coloniali del Corpo di spedizione francese, seguivano gli
afro-americani, gli americani, i canadesi, gli indiani e gli inglesi.
Gli stupri collettivi furono consumati da uomini appartenenti a tutti
gli eserciti alleati.
Oltre ai furti e alle razzie, anche le diffuse violenze sessuali
dimostrano quanto i militari stranieri fossero non solo “liberatori” ma
conquistatori pronti a profanare il corpo delle donne italiane vinte,
una maniera come un’altra per dimostrare l’impotenza virile dei loro
uomini, deboli, impotenti, incapaci di difenderle. La guerra, oltre alla
conquista di un Paese vinto, significa anche la violenza sulle donne
sconfitte e la riduzione allo stato di res nullius dei beni di proprietà
degli sconfitti.
D: Assieme all’arrivo degli invasori, aumentava il
degrado e la criminalità nelle città italiane. Prostituzione, traffici
illeciti, furti e saccheggi erano all’ordine del giorno, assieme alla
fame e alla miseria. Napoli può secondo lei rappresentare la massima
espressione di questa involuzione, dove lo Stato un tempo presente e
attento era praticamente scomparso per lasciare il posto al male affare?
L’arrivo degli angloamericani provocò nelle città italiane un’ondata
di criminalità e degrado. La fame e la miseria, la pratica scomparsa
dello Stato in molte parti del Regno del Sud, la voglia di sopravvivere
alla bufera della guerra e di arricchirsi, l’allentamento dei freni
morali, furono tutti fattori che provocarono il crollo di un mondo e dei
suoi valori. A Napoli si toccò il fondo della crisi.
Napoli fu una delle città italiane che più subì offese nella II
guerra mondiale. E’ stata, inoltre, la città più condizionata
dall’esperienza dell’occupazione. Sotto certi aspetti lo è ancora.
Dipese da diversi fattori: 1) il lungo periodo in cui la città fu
sottoposta al governo militare d’occupazione (dall’ottobre 1943 al
gennaio 1946); 2) la forte presenza delle truppe straniere; 3) le
conseguenze sulla sua economia dell’enorme quantità di beni in
transito; 4) la notevole domanda di manodopera da parte del governo
d’occupazione; 6) le consistenti commesse anglo-americane all’industria
locale; 7) il rilevante contributo dato dai gangster americani alla
rinascita della camorra.
Napoli durante la guerra era il capolinea delle rotte marittime verso
la Libia, il punto di partenza della “Battaglia dei convogli”. La
presenza, inoltre, di numerosi obiettivi d’interesse militare – ad
esempio le officine aeronautiche dell’Alfa Romeo di Pomigliano, il
silurificio di Baia, gli Scali Napoletani, l’ILVA di Bagnoli ecc., mise
la città ai primi posti nelle priorità dei pianificatori delle
incursioni aree anglo-americane. Officine, porto, fabbriche, tutte le
cose che potevano contribuire allo sforzo bellico, furono colpite più
volte e pesantemente dagli aerei nemici. La città partenopea rispose
alle incursioni nemiche in maniera dignitosa e disciplinata e il
consenso alla guerra fino allo sbarco in Sicilia, non mancò.
Anche a Napoli la guerra fu “sentita” dalla maggioranza dei
cittadini. Si era convinti che la vittoria avrebbe comportato un
eccezionale periodo di prosperità per l’Italia, risolvendo molti
problemi che da secoli affliggevano il nostro popolo. L’intervento dei
volontari, nel solco della tradizione risorgimentale, si sublimò in un
corale patriottismo che avrebbe meritato d’essere coronato dalla
vittoria, fu massiccio.
Anche Napoli pagò caro l’arrivo degli americani sullo scacchiere
mediterraneo. La loro “selvaggia” tesi del “bombardamento a tappeto”
s’impose agli inglesi. Le città italiane dovevano essere “arate”
meticolosamente dalle “fortezze volanti”. Quartiere dopo quartiere. Fino
alla primavera del 1943, i bombardamenti erano stati mirati agli
obiettivi d’interesse militare e industriale, cercando di risparmiare,
per quanto possibile, il resto. Ora i raid erano diretti a colpire,
oltre ai primi, indiscriminatamente, le case, le chiese e finanche gli
ospedali (quello dei Pellegrini fu distrutto il 6 settembre 1943, solo
due giorni prima della comunicazione dell’Armistizio). Si voleva
esasperare e terrorizzare la popolazione, indebolirne il morale,
disgregare le basi di massa del Fascismo, provocare la caduta del Regime
e facilitare gli sbarchi in preparazione.
Naturalmente i 100 bombardamenti, le 25 mila vittime, le immense
distruzioni, la delusione seguita alla perdita dell’Impero e della
Quarta Sponda, dalla fine della Campagna di Sicilia e l’abile propaganda
nemica, minarono le basi del Regime e la voglia di resistenza e di
vittoria della stragrande maggioranza dei napoletani. Per molti divenne
meglio chiudere subito “l’avventura” cominciata il 10 giugno 1940 e
“salvare il salvabile”. La guerra “fascista”, considerata sinonimo di
guerra italiana, la “nostra guerra”, diventò per molti “la guerra di
Mussolini”. In caso di successo bellico, per molti, i veri vincitori
sarebbero stati Hitler e la Germania, non l’Italia e gli italiani. La
città sopportò, in ogni modo, eroicamente e con dignità le più gravi
offese per amore della Patria in guerra. Solo quando fu imminente
l’arrivo degli invasori, si creò una situazione di caos provocata da
pochi antifascisti che volevano avvantaggiarsi dal disordine, derivato
dal vuoto di potere tra i tedeschi in partenza, il governo della R.S.I.
in embrione e gli anglo-americani in arrivo. Naturalmente, come sempre
avviene in ogni cambio di regime, ai disordini parteciparono, oltre agli
idealisti, i teppisti, la delinquenza spicciola, ma, nel nostro caso,
almeno una squadra di mafiosi, tra cui il famoso Tommaso Buscetta.
La storia di Napoli dalle cosiddette “quattro giornate” alla fine
della guerra fu per colpa di una minoranza un calvario umiliante. La
città, utilizzata come retrovia dello sforzo bellico anglo-americano,
divenne nota nel mondo come la “Shanghai del Mediterraneo”. Durante
questo vergognoso periodo la delinquenza, giunta con le salmerie delle
truppe angloamericane, spadroneggiò. Furono create le condizioni per la
rinascita della Camorra, duramente colpita ai tempi del processo
Cuocolo, nel 1908, tenutosi per le indagini del capitano dei Reali
Carabinieri Carlo Fabroni, dichiarata sciolta il 25 maggio del 1915
dagli stessi camorristi, e infine debellata grazie all’opera del
maggiore dell’Arma Vincenzo Anceschi al tempo del prefetto Mori, e che
portò all’arresto di circa 10 mila camorristi o presunti tali.
Le province del “Regno del Sud” erano inoltre flagellate
dall’inflazione galoppante provocata dalle Am-lire, stampate senza alcun
limite dagli “Alleati”. Ufficiali e soldati alleati, in combutta con
camorristi, mafiosi e profittatori nostrani, partecipavano alla big
robbery. Vendevano tutto, tutto si avviava al mercato nero, tutto si
poteva comprare, ma a caro prezzo. Eroismi, idealismi, moralismi che
avevano guidato il comportamento delle persone negli anni precedenti,
furono seppelliti da un mare di fango e di moneta d’occupazione. Per
sopravvivere in quel duro periodo bisognava rinunziare a dettami etici
ormai “antiquati”, superati dalla “nuova civiltà” democratica. Era una
quotidiana, contaminante lezione di vita. Una lezione in negativo che
fece smarrire la via a molti. Chi non volle o non seppe scendere a patti
con la propria coscienza, per sopravvivere dovette sacrificare quel che
aveva ereditato o conquistato in una vita d’onesto lavoro e di pesanti
sacrifici. Ci furono moltissime famiglie costrette a vendere tutto, fino
all’ultimo anello, all’ultimo lenzuolo, all’ultima coperta. I bambini
erano gracili e avevano il ventre gonfio, causato dalla denutrizione.
Molti vecchi erano seduti davanti alla porta del “basso”, silenziosi,
indifferenti, ad attendere la morte, godendosi l’ultimo sole.
Per Maurizio Valenzi, nel secondo dopoguerra sindaco di Napoli, la
metropoli campana era una “grande zattera abbandonata alla deriva”. Per
il regista John Huston: “Napoli era come una puttana malmenata da un
bruto: denti spezzati, occhi neri, naso rotto, puzza di sporcizia e di
vomito… Gli uomini e le donne di Napoli erano un popolo diseredato,
affamato, disperato, disposto a fare assolutamente tutto per
sopravvivere. L’anima della gente era stata stuprata. Era veramente una
città senza Dio”. Una città dove: “Le sigarette erano la merce di
scambio comunemente impiegata e per un pacchetto si poteva fare
qualsiasi cosa. I bambini offrivano sorelle e madri in vendita…”. Con un
pacchetto di sigarette si potevano comprare tre chili di pane. Chi non
poteva permettersi le Victory, le Lucky Strike, le Raleig, le Camel o le
Chester Field si rivolgeva al mercato delle cicche che si teneva in
Piazza Garibaldi. Sui marciapiedi stavano quintali di tabacco sfuso,
ricavato dai mozziconi, che gli scugnizzi o insospettabili signori
muniti di un bastone terminante con uno spillo, raccoglievano nelle vie.
Nell’agosto del 1944 un militare alleato poteva portare a letto una
ragazzina di 12 anni regalandole una coperta: equivaleva alla paga
settimanale di un operaio.
Mortificato da quanto vedeva, Alan Moorehead, australiano, scriveva:
“Stavamo assistendo al crollo morale di un popolo. La lotta per
l’esistenza dominava tutto. Il cibo. Nient’altro contava…”.
Il piacere intenso della vittoria, l’ebbrezza che portava i soldati
vincitori a lasciarsi andare, anche perché la morte poteva giungere poco
dopo, e la fame dei napoletani, che induceva taluni a far qualsiasi
cosa pur di guadagnare una scatoletta di corned beef o di razioni k,
faceva a molti dimenticare ogni tabù, infrangere ogni legge, lacerare
principi e sentimenti tradizionali. Gli occupanti apparivano sempre
allegri, puliti, profumati, ben nutriti e orgogliosi; percorrevano le
vie di Napoli, fendendo la terribile folla, malinconica, sporca,
affamata, vestita di stracci. I vincitori, appartenenti a tutte le razze
del mondo, urtavano e ingiuriavano, in tutte le lingue e in tutti i
dialetti del pianeta, i napoletani.
Protagonisti delle strade di Napoli erano tanti bambini e tante
giovani donne, diventati ora sciuscià e segnorine. Bande di ragazzini
con i vestiti sbrindellati, inginocchiati davanti alle loro cassette di
legno, ricoperte di scaglie di madreperla, di conchiglie marine, di
pezzi di specchio, battevano le loro spazzole sul coperchio delle
cassette, urlando: “sciuscià! sciuscià! shoe-shine! Shoe-shine!” e
intanto, con la scheletrica, avida mano, afferravano al volo i pantaloni
dei soldati che passavano. Una schiera infinita di bambini cenciosi
riempiva la città dall’alba a notte fonda. Compravano e vendevano con
astuzia da adulti, servili e superbi, seducenti o maligni, secondo il
caso. Giravano con la cassetta delle mercanzie a tracolla. Offrivano di
tutto. Tutto era in vendita. Tutto si poteva trovare. Bastava chiedere e
poi pagare. A qualcuno di questi scugnizzi d’otto nove anni finirà
bene: imbrogliando, commerciando, rubando; affittando stanze, offrendo
zie e sorelle, faranno un sacco di soldi senza nemmeno saperli contare.
Qualcuno si presentò in banca, chiedendo: “Scusate, signò, quanto fanno
mille vote mille lire?” Molti soldati alleati salvarono la vita grazie
ad un dollaro speso acquistando un coppo di pidocchi da uno scugnizzo:
invece dell’inferno di Cassino andarono in ospedale.
Non tutte le segnorine erano prostitute professioniste. Centinaia di
donne si mischiavano alla folla di Via Toledo, in bilico sui tacchi,
masticando chewing gum, per portare da mangiare ai figli. Passeggiavano a
coppie; abbordavano i militari alleati con il lurido frasario dei
bassifondi americani appreso frequentandoli. Segnorina era la merce
offerta da un compiacente marito vicino al basso dove la moglie
attendeva riscaldandosi davanti ad un braciere di carbonella: non era la
regola, ma faceva colpo. Segnorina era la vedova di guerra costretta
dal bisogno a prostituirsi al soldato che indossava la stessa divisa di
chi aveva ucciso il marito. Segnorina era la poveretta caduta nelle
grinfie dei soldati coloniali francesi. Segnorina era la verginella
chiassosamente dipinta pronta a prestazioni stravaganti. Una Patpong del
Mediterraneo. Segnorina era l’ex venditrice di “sigarette con lo
sfizio”, passata a più lucrosi affari. Segnorine, naturalmente, erano le
migliaia di professioniste del ramo, arruolate in ogni parte
dell’Italia meridionale. Per migliaia di soldati alleati di stampo
puritano le segnorine erano trasgressioni sconosciute, irrinunciabili.
La vittoria si accompagnava a una sorta di facile libertinaggio mai
goduto. La vittoria si completava solo con la conquista delle donne del
popolo vinto. Dato che i casini non bastavano per tutti, e che quel
commercio era il più redditizio, molti vi si dedicavano. Fiorivano i tè
pomeridiani di molte signore della media e piccola borghesia. Erano
organizzati da alcune signore intraprendenti. S’invitavano alcuni
ufficiali alleati e alcune e belle e disponibili “amiche”. Poi
prendevano una percentuale. Certi mariti chiudevano un occhio sulla
professione intrapresa dalla moglie, bastava fingere di non vedere e di
non sapere, bastava non tornare prima di una certa ora, per non sentirsi
coinvolti. Fregandosene delle allusioni e del disprezzo dei benpensanti
consentiva non solo di mantenere il livello di vita, ma addirittura di
accrescerlo. Alcune vie di Chiaia, del Duomo, della Ferrovia, di Toledo,
divennero infrequentabili per certe “mostre” di segnorine in attesa di
clienti. Per poco non si arrivò alle esibizioni “corali” di cui parlò
Malaparte. La tentazione di guadagnare “chili” di Amlire era forte.
Le migliaia di soldati alleati che occupavano la città sembravano ai
napoletani ricchi clienti da spolpare. Facevano campare moltissime
persone. Tra questi soldati, c’era chi ci guadagnava. “Pagavamo cinque
lire un pacchetto di sigarette per un privilegio elargito dal popolo
degli Stati Uniti. Ai napoletani potevamo venderle a 300 lire al
pacchetto. Proprio un buon affare”.
Nella King’s Italy dall’Armistizio alla fine del 1944, e oltre, ci
furono numerosissimi assassini, rapine, furti. Nell’Italia meridionale, i
Reali Carabinieri contarono – quando ne furono informati, e molto
spesso non lo furono – migliaia d’atti delinquenziali: 1547 omicidi
volontari in 15 mesi, 140 preterintenzionali, 1.522 colposi, 14.800
lesioni personali, 5.603 rapine, 597 estorsioni, 134.937 furti
aggravati. Reati commessi da italiani e da soldati alleati, da singoli e
da bande, nelle città e nelle campagne. Al 1° aprile del 1944 le Allied
Military Courts avevano già celebrato a Napoli 4.908 processi: di essi,
3.111 riguardavano furti di beni militari, soltanto 189 il mercato
nero. Nella zona della Region 3, che comprendeva Napoli e la Campania,
c’erano solo 6.240 carabinieri, 3.913 agenti di pubblica sicurezza,
2.650 guardie di finanza, impotenti ad arginare il dilagare della
criminalità. Al 20 novembre 1944 a Napoli, agli ordini nel neo questore,
dottor Michele Broccoli, c’erano 835 sottufficiali e 2.931 guardie, per
un totale di 3.766 uomini. I carabinieri, agli ordini del tenente
colonnello Attilio Baldinetti erano un’ottantina. Per ristabilire
l’ordine a Napoli ci sarebbero voluti “trecentomila poliziotti”,
ricordava anni dopo il dottor Broccoli, forse inutili, viste le
complicità godute, dai fuorilegge, tra gli alleati e l’illegalità di
massa.
Non c’erano confini tra malavitosi e faccendieri. Per tutti la
speranza di far soldi cominciava con l’acquiescenza o la collusione di
un paisano. Scriverà Leo Longanesi in Parliamo dell’Elefante: “Spostati,
bari, camerieri di transatlantici, parassiti, conducenti di camion,
ruffiani e lestofanti, riescono, in questo quotidiano disordine che a
poco a poco diventa stabile e prende forma, a costruirsi una posizione.
Basta loro incontrare qualche conoscente italo-americano per aprirsi una
strada… S’intruppano cosi nei comandi, dove ottengono una carica e
indossano perfino la divisa cachi… Si gettano le basi dei futuri grandi
affari, delle future concessioni, dei permessi dell’AMGOT. Su questo
primo nucleo si va costruendo la nuova classe dirigente italiana”.
Si rubava di tutto e in mille modi dai depositi alleati. Sigarette,
sale, zucchero, scarpe, filo del telefono, vestiti, automobili, animali
ecc. I ladri si spacciavano per carabinieri, M.P., funzionari pubblici,
reduci, epuratori, sindacalisti, vedove di guerra, deportati.
Scriveranno S. Lambiase e G. B. Nazzaro in Napoli 1940-1945 “Con i
proventi del furto… la camorra torna in auge, dividendosi in zone la
città, e, insieme, lucrosi profitti. Intorno ai mercati clandestini,
essa organizza un’efficiente cintura di sicurezza, fatta di spie, di
posti d’avvistamento, e di una serie di corrieri a voce che segnalano
ogni movimento sospetto, compreso l’arrivo degli agenti… ”.
Il 60% delle merci scaricate finiva nei traffici clandestini. Il
mercato nero della roba americana nasceva nei depositi del porto, dai
quali sottufficiali traffichini facevano uscire casse di liquori,
stecche di sigarette, razioni K, scatole di carne e fagioli, sacchi di
polvere d’uovo, di zucchero o di farina, coperte.
A volte erano gli ufficiali a vendere un autotreno carico di
vettovagliamenti. Prezzo richiesto: 6 milioni. Un usciere
intraprendente dopo una colletta tra “amici” in poche ore riuscì a
guadagnare 4 milioni. Seguirono le dimissioni dal lavoro. Qualcuno fece
addirittura scomparire 7 camion, autisti e soldati di scorta compresi.
Gli americani vendevano molto: dalla cioccolata ai copertoni
d’automobile, dalle maglie di lana ai cappotti. A poco a poco, non ci fu
napoletano che non usasse magliette color oliva, camicie color oliva,
asciugamani color oliva, tutta roba in dotazione all’U.S. Army. Insieme
al chewing gum, alla penicillina, alla coca cola e alla famosa polvere
di piselli, arrivarono i film e i nuovi ritmi americani. La polvere di
piselli, vantata come “nutrientissima”, vitaminizzata, capace di
sopperire a ogni mancanza di cibo, però permetteva solo di preparare una
pappa schifosa. Lasciò Napoli tra perplessa e sghignazzante. Gli
scugnizzi la sbattevano ridendo contro i muri, o dopo aver fatto delle
palle, se la tiravano addosso per gioco. Poletti era scoraggiato e
deluso. Questi napoletani erano degli ingrati. Perché sbeffeggiavano
quella polvere che tante mamme americane, anche nelle migliori famiglie,
usavano per nutrire quei giovanottoni che poi, con i capelli tagliati
all’umberto, finiranno nei marines?
Ma questi fenomeni accaddero anche in altri Paesi. La fame e la
miseria spinsero moltissime donne tedesche a “fraternizzare” con i
ricchi militari alleati. Alla violenza seguì la prostituzione.
Moltissimi per sopravvivere o per arricchirsi si diedero a ogni traffico
con le forze d’occupazione. A ogni livello. Garmisch negli anni seguiti
all’occupazione della Germania fu il centro di quel torbido mondo.
D: Prof. Bartolone diamo ora uno sguardo oltre, e
propriamente alle strane alleanze che si formarono in occasione
dell’invasione del territorio nazionale, le cui conseguenze si fanno
ancora sentire oggi perdurando lo stato di sottomissione dell’Italia
agli Stati Uniti. Si è parlato spesso di Mafia durante l’Operazione
Husky. Quale fu il ruolo svolto dall’OSS (Office off Strategic Services)
e dalla Mafia, leggasi Lucky Luciano, nella pianificazione dello
sbarco? E’ vero che anche la chiesa ai suoi vertici era collusa in
questa “alleanza” anti italiana, smaniosa solo di conservare i suoi bene
e privilegi? Un intreccio che vedeva anche la Massoneria in prima fila
al fianco degli Alleati.
E’ una domanda che richiederebbe una lunga risposta. Che per
questioni di spazio sintetizzo. Mafia e Massoneria avevano avuto grossi
problemi dopo l’avvento del Fascismo, la Chiesa col Concordato ebbe dei
vantaggi dall’accordo con lo Stato. Decine di migliaia di mafiosi o
camorristi furono arrestate, inviati al confine nelle isole, furono
costretti a scappare in Tunisia, in America, o a mettersi a lavorare per
vivere. Le Logge furono sciolte e la loro influenza nella politica
italiana fortemente ridotta. Idem per i mafiosi. Con la dittatura Cosa
Nostra non poteva più condizionare le elezioni in molte zone della
Sicilia.
Parlando di mafia mi sembra opportuno, prima di proseguire nell’analisi dei fatti, di fare una pregiudiziale di metodo.
“Come oggetto di ricerca storica – ben precisa Massimo Ganci – la
mafia sfugge ai canoni ormai consacrati della ricerca. Vano è cercare
“il documento“ nel senso preciso che di esso gli storici danno.
Costituti, programmi, testamenti della mafia non ne esistono. Eppure la
mafia è esistita, esiste ed ha avuto anche una sua evoluzione. Atti
della polizia e dell’autorità giudiziaria e memoriali di contemporanei
esistono. Di questa fonte lo storico deve vagliare 1’attendibilità, alla
luce dell’esperienza della società in cui la mafia opera”.
Particolarmente per questo studio è ancora più difficile, per non
dire impossibile, il rinvenimento di “pezze d’appoggio” o di altri mezzi
conoscitivi sicuri sui contatti, gli accordi o sui legami tra i mafiosi
di Sicilia o d’oltre oceano con le autorità statunitensi negli anni
‘40. Tutti gli interessati avevano l’interesse a far sparire le tracce
dei loro inconfessabili contatti. Interpretando con la migliore
intelligenza, e più fedelmente possibile, gli avvenimenti che Cosa
Nostra ha determinato o concorso a determinare, penso che lo studioso
con il suo giudizio e la sua asseverazione possa contribuire in maniera
probante a creare quelle prove e quei documenti impossibili da dare.
Non c’e dubbio che Cosa Nostra raccolse anche i frutti della
collaborazione, vera o presunta, con i servizi d’informazione USA e ciò
prima, durante, e dopo lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia.
Il servizio segreto della Marina statunitense sapeva il ruolo che la
mafia aveva in Sicilia ed era ben documentato sui rapporti intercorrenti
tra essa e Cosa Nostra in America. I mafiosi dovevano agevolare lo
sbarco e la successiva avanzata delle truppe, comunicando informazioni
sulla zona di operazione e, specialmente, mediante “contatti“ con gli
“amici influenti“ delle varie zone dell’Isola, collaborare per aprire la
via all’armata americana. Il dipartimento della ricerca navale creò la
sezione risorse umane che promosse una serie di studi concedendo
cospicui fondi.
Nel 1957 Leonardo Sciascia si chiedeva:
“Sarebbe interessante fare un elenco di tutti i capimafia che
sotto 1’AMGOT subito trovarono carichi e prebende; e dire come, sotto
così esperte mani, subito si organizzò il mercato nero. C’e da chiedersi
se ufficiali di Stato Maggiore non portassero, insieme ai piani dello
sbarco, precise liste di “persone di fiducia“ che – guarda caso! – erano
poi il fiore dell’onorata società: nel qual caso avremmo la prova
migliore della potenza della mafia americana e del rapporto da questa
costantemente mantenuta con la mafia siciliana“.
Ai desideri di Sciascia risponde un documento trovato da Roberto
Ciuni negli archivi USA. Il 21 luglio 1943, Patton ricevette dal
quartier generale di Alexander un rapporto dettagliatissimo. Il rapporto
aveva come oggetto: Mafia Personalities. Si trattava di un elenco di
persone “considerate membri della mafia”, scritto grazie ad informazioni
fornite al 15° Gruppo d’Armate alleato da gruppi francesi che lo
consideravano abbastanza attendibile. Nell’elenco si leggono i nomi di
18 palermitani, con la relativa zona d’influenza e in alcuni casi
addirittura con l’indirizzo. Numerose erano le “personalità mafiose”
abitanti nelle borgate palermitane o nei paesi della Sicilia che
dovevano essere contattati. Come i servizi segreti della Francia Libera
si fossero procurati la lista, non era detto. Ciuni formula l’ipotesi
che l’elenco sia pervenuto “attraverso canali nord-africani in contatto
con i mafiosi o siciliani emigrati in Algeria e Tunisia”. Se accettiamo
per buona l’ipotesi di Sandro Attanasio sui contatti tra il Supersim
italiano e i servizi segreti alleati intesi a favorire l’uscita dalla
guerra dell’Italia possiamo formulare l’ipotesi che l’elenco sia stato
fornito dai primi.
Per l’onorevole Angelo Nicosia, il contatto poté avvenire “con la
complicità di elementi poco fidati del Ministero dell’Interno dell’epoca
che solo poteva detenere l’elenco dei mafiosi confinati … “. Nicosia
rappresentava il MSI nella Commissione Parlamentare Antimafia.
Naturalmente “elementi poco fidati del ministero dell’Interno”
potrebbero aver fornito l’elenco al Supersim, che poi l’avrebbe girato
ai francesi, finendo, infine, nelle mani degli americani, i quali li
avrebbero poi “raggiunti con una meticolosissima” attenzione.
E’ importante la lettera d’accompagnamento all’elenco, perché
s’inseriva il problema mafia nell’oscura situazione politica. “Le
persone indicate sono probabilmente antifasciste. Bisogna tenere però in
considerazione che la mafia non ha ancora espresso una posizione
politica a proposito dell’invasione e potrebbe essere contraria agli
Alleati: nel qual caso sarebbe pericolosa in quanto è una società
segreta organizzata. Sarà bene avvisare tutto il personale di sicurezza
che gli elementi conosciuti come antifascisti non sono necessariamente
anti italiani ovvero anti Alleati”. Per Ciuni il “Lavoro di
renseignement che avrebbe resistito a qualsiasi pedante riscontro
poliziesco locale, la mappa della mafia palermitana, particolarmente,
era quanto di meglio si potesse fornire al governo d’occupazione: se non
perfetta, certo frutto di ottime informazioni”.
I nomi di molti citati nella lista li incontreremo spesso nelle
pagine di cronaca nera dei quotidiani fino agli anni ’80 e oltre. In
molti – nonni, padri, nipoti – sarebbero entrati nei libri di storia
della mafia.
Nel 1942, numerosi e utilissimi servigi erano stati resi al
controspionaggio statunitense da Cosa Nostra che era stata assai attiva
nel concorrere a stroncare l’attività spionistica dei nazisti nei porti
americani allorquando sabotatori e spie germaniche fornivano
informazioni, appoggi e anche rifornimenti ai sottomarini tedeschi
appostati nell’Atlantico settentrionale. Dopo le “intese” tra Salvatore
Lucania, noto come Lucky Luciano, condannato a una lunghissima pena
detentiva, e il controspionaggio USA, Naval Intelligence Service in
particolare, si cominciarono a vedere gli effetti di quel gentlemen’s
agreement, come scrive Lorenzo Marinese:
“Nella zona del porto, nelle banchine militari, i despoti diventano –
sostituendosi ai papaveri della Marina e dello spionaggio – i fratelli
Camardos e Frank Costello. Il risultato è immediato: cessa il
sabotaggio, cessa l’ostruzionismo, non un solo quintale di merce
perduta; non un solo trabiccolo affondato. I tedeschi e i filo-nazisti
vengono neutralizzati e, in seguito dispersi. Ma c’è ancora altro da
fare”.
Considerati i risultati, i servizi segreti americani, in previsione
dello sbarco in Sicilia, tornarono a rivolgersi ai mafiosi dai quali
potevano ottenere informazioni sulla loro terra d’origine, sui suoi
porti, aeroporti, ferrovie, spiagge, punti strategici, dislocazioni e
consistenza delle truppe dell’Asse. Illuminanti a questo proposito sono
le pagine di Ester Kefauver, presidente dell’omonima commissione sul
crimine in America. Forse i servizi resi da Lucky Luciano e dai suoi
“amici” agli agenti segreti americani non sono stati così preziosi sul
terreno dell’informazione militare. La collaborazione però ci fu. Scrive
Denis Mack Smith:
“E’ stata spesso formulata l’accusa e non è stato mai dimostrato
il contrario che questo corrispondesse a un piano deliberato dagli
Alleati per facilitare la conquista della Sicilia. Certamente c’erano
stretti rapporti fra i gangsters d’America e di Sicilia e l’aiuto della
mafia poteva esser molto utile se non altro per ottenere informazioni.
Alcuni particolari della carriera di Lucky Luciano, di Nicky Gentile e
altri famosi criminali italo-americani conferiscono qualche
attendibilità a questa storia. Vito Genovese, ad esempio, benché
ancora ricercato dalla polizia degli Stati Uniti in rapporto a molti
delitti compreso l’omicidio e sebbene avesse servito il fascismo
durante la guerra, risultò stranamente essere un ufficiale di
collegamento di una unità americana. Egli utilizzo la sua posizione e la
sua parentela con elementi della mafia locale per aiutare a restaurare
1’autorità, disfacendo, cosi in parte, quel poco di bene che Mussolini
aveva fatto”.
Questa collaborazione non era nata per caso. Per gli Alleati o per
taluni agenti e funzionari dell’AMGOT si trattava, anche, di restituire
alcune “cortesie” ricevute con l’ospitalità data dai mafiosi a vari
agenti segreti americani e britannici prima dello sbarco, tra cui il
tenente colonnello Charles Poletti, che molte voci vorrebbero a Monreale
fin dal 1942, ospite di mafiosi del luogo o del locale Arcivescovo. Il
presule fu accusato da molte male lingue di essere vicino a certi
personaggi della zona. Anche gli inglesi si davano da fare. Sansone e
Ingrascì scrivono:
“Nell’aprile 1943 un sottomarino britannico emerse a un miglio
dalle coste meridionali della Sicilia. Una piccola imbarcazione, sotto
la spinta dei remi, raggiunse in breve tempo la costa, arenandosi
dolcemente sulla spiaggia. Ne discese un uomo alto e sottile. Due
persone che stavano ad attenderlo gli chiesero: “Chi siete?” “Sono il
colonnello Hancock dell’esercito di S. Maestà britannica”.
L’ufficiale inglese, venuto per preparare il terreno all’invasione, a loro detta:
“fu ospite dell’on. Arturo Verderame che gli mise a disposizione
una casa di campagna nei pressi di Gela. Nello stesso mese giunse
clandestinamente in Sicilia un altro personaggio con compiti analoghi ma
per incarico del Dipartimento di Stato, il colonnello Charles Poletti
dell’esercito degli Stati Uniti. L’agente americano riuscì a stabilire
immediatamente contatti con alcuni baroni agrari, tra i quali don Lucio
Tasca Bordonaro, uno dei più grossi latifondisti siciliani, la duchessa
di Cesarò ed altri”.
Gli Alleati si servivano di queste e altre forze della conservazione
dopo l’assicurazione che queste non avrebbero in alcun modo ostacolato i
loro disegni di mantenere 1’ordine e che avrebbero contribuito a
mantenerlo. Fu una stabilizzazione di un Paese conquistato.
“C’era indubbiamente nell’intervento alleato – come dice Franco Briatico –
qualcosa che eccitava la mafia, rifacendosi ad un rapporto
protettorato-autonomia del tipo inglese dal quale nacque la
Costituzione del 1812 e nel quale 1’ideologia baronale ravvisava la
libertà perfetta. La scelta della mafia era dunque il separatismo, in
parte per la naturale identificazione di quest’ultimo con 1’antico
ordine, in parte per la esperienza di uno Stato centrale che 1’aveva
duramente perseguitata, in parte per la necessità di una restaurazione
che in un momento di estremo disordine, appariva improbabile a livello
statale. Come sempre la mafia temeva contemporaneamente 1’assenza di un
ordine e la presenza di un ordine troppo forte; e la sua prospettiva
rimaneva quella di ritornare ad essere mediazione indispensabile tra un
ordine ristabilito in apparenza e un disordine latente”.
La tranquillità nelle retrovie era stata ed era una delle cose più
importanti per gli Alleati e man mano che s’intensificavano le
operazioni militari, il loro interesse (degli americani in particolare)
alle forze che potevano contribuire aumentava. Scrive Denis Mack Smith:
“Perciò gli Alleati, che avevano interesse soprattutto a mantenere
la Sicilia tranquilla mentre la guerra procedeva sul continente,
rimisero al potere una categoria di capi politici che derivavano dal
passato prefascista; e, una volta fatto non ci fu modo di tornare
indietro, perché essi fecero presto a trincerarsi efficacemente. Il
quasi analfabeta Vizzini e i suoi soci, richiamarono in vita tutte le
vecchie pratiche di clientelaggio, banditismo, terrorismo e omertà per
crearsi un immenso potere e rimettere in auge i loro lucrativi labirinti
di criminalità”.
Ci furono “piccoli“ ma significativi episodi. Ci permettono però
d’intravedere già i segni della “scelta“ alleata che durerà fino alla
prima metà del 1944. Churchill aveva un’estrema diffidenza verso una
qualsiasi possibile iniziativa politica di “esuli o di avversari del
regime fascista” che non venisse dal Re e da Badoglio.
Sicuramente esagera il ruolo di della mafia Michele Pantaleone quando scrive:
“Comunque è storicamente provato che prima e durante le
operazioni militari relative allo sbarco degli Alleati in Sicilia, la
mafia, d’accordo con il gangsterismo americano, s’adoperò per tenere
sgombra la via da un mare all’altro, tanto che le truppe d’occupazione
avanzarono nel centro dell’isola con un notevole margine di sicurezza”.
Non ci furono battaglioni di mafiosi armati di lupara in marcia con
le salmerie alleate. Gli occupanti grazie all’enorme divario di uomini e
mezzi nei confronti dei nemici non ne avevano bisogno. Gli invasori
sarebbero arrivati lo stesso allo Stretto, ma avrebbero pagato un prezzo
maggiore. In molte località della Sicilia, però gli “uomini d’onore”
contribuirono a minare il morale delle truppe dell’Asse e favorirono,
con promesse e minacce, la resa dei reparti italiani e tedeschi che
dovevano fronteggiare il nemico, oltre a guidare l’assalto ai municipi e
alle sedi del Fascio. Come ad esempio a Bagheria.
Gli americani “subiscono” l’iniziativa politica dell’alleato nel
Mediterraneo. I quali parevano essere più propensi a iniziative militari
nei Balcani. Scrive N. Kogan, L’Italia e gli Alleati:
“l’atteggiamento americano non si esplicò in una politica vera e
propria per tutto il 1943 e la prima parte del 1944. Sottovalutando la
forza dell’anti-fascismo e preoccupato della sicurezza militare, il
governo americano seguì da principio la tattica di sopprimere
qualsiasi attività politica in Italia, e questo fu il suo modo di
rispondere a un problema che non era ancora preparato a trattare”.
I criteri generali dell’impostazione della politica alleata in
Sicilia sono anche illuminanti del pragmatismo e dei contrasti tra gli angloamericani. Gli americani sono meno interessati degli inglesi, a un disegno
strategico più ampio. Perciò sono propensi, almeno sul piano più
minuto, a servirsi di mezzi e strumenti di governo diversi dai
britannici. In questo quadro non devono però essere sottovalutati, i
prevalenti fattori di natura militare che ispiravano la condotta degli
statunitensi e dei britannici e gli altri elementi dal più vasto
disegno che non sembravano in quel tempo completamente chiari. Pareva
impossibile, che si dovesse parlare, per i nordamericani, di tradizione
politica e d’interessi storici nel Mediterraneo cui riallacciarsi in
qualche modo. Non era tuttavia, però, da sottovalutare la loro recente
esperienza nell’Africa settentrionale francese, vista al tempo dello
sbarco come operazione primariamente logistica e condotta con la quasi
certezza di non incontrare resistenza anche di natura politica. Fu una
vicenda tuttavia non priva di ombre, di ambizioni, d’insegnamenti, per
l’avvenire: 1’effetto di quest’operazione avrebbe modificato, infatti,
la storia delle tradizioni politiche e della situazione geografica
degli USA. Chiaramente “l’imperialismo” del presente era in lotta con le
idee passate e la politica statunitense rifletteva questo contrasto. E’
in concreto impossibile accertare se le direttive “aperturistiche”
verso Cosa Nostra furono stabilite e in quale misura dall’AMGOT prima
dello sbarco. Non si tratta, certamente, di valutare alcuni fatti
isolati senza un preciso contorno, ma di una volontà ed anche di un
disegno piuttosto precisi che s’innestano in un quadro più ampio, in una
scelta del tutto “utilitaristica” verso i mafiosi che avevano o
rappresentavano comunque il potere effettivo e che non avevano alcun
interesse a modificare lo “status quo” in materia di ordine
socio-economico in Sicilia. I quadri della nuova mafia che si stavano
riorganizzando e cambiando da quella di un tempo, ricominciavano ad
acquistare 1’antica e indiscussa potenza nelle campagne e più “peso”,
man mano che acquisivano maggior potere politico. La cosa assunse un
tono d’ufficialità agli occhi di molti siciliani quando don Calò Vizzini
fu nominato sindaco di Villalba dal tenente americano Beehr, e alla
cerimonia del suo insediamento partecipò 1’inviato del vescovo di
Caltanissetta. Cioè del rappresentante dell’altra colonna che, insieme a
Cosa Nostra, doveva garantire 1’ordine agli occupanti: il clero. Nel
caso particolare poi, don Calò aveva dei fratelli preti e poteva
vantare anche due zii vescovi. Oltre a questi incarichi ufficiali dati
dagli alleati ai capi noti della mafia stavano quelli dati a non pochi
mafiosi meno importanti, meno conosciuti o del tutto sconosciuti. Erano
nomi che già iniziavano a circolare di bocca in bocca con timore e
riverenza. Anche i semplici “soldati” non sono meno importanti sul piano
pratico e operativo, perché spesso costoro erano al servizio degli angloamericani, in molti casi, per la conoscenza dell’inglese, come
“interpreti”. In altri avevano vari incarichi, spesso anche come uomini
di “fiducia”, per procacciare affari e sistemare altri “problemi”. E’
indicativo il fatto che molti militari americani fossero di origine
siciliana e furono volutamente scelti dall’esercito per questa ragione.
Avevano appreso dai genitori emigrati nelle Little Italy a rispettare
certi usi e certe leggi tradizionali avevano ben più efficacia di quelle
statali. Anche questi rapporti giovarono a Cosa Nostra, che amministrò
numerosi enti locali della Sicilia occidentale, specialmente in centri
tradizionali dell’organizzazione mafiosa.
Quanto scrive Giuseppe Carlo Marino in Storia della Mafia sul
governatore del Governo Militare USA, Charles Poletti, ci aiuta a
capire grazie a quali alleanze fu possibile stabilizzare la Sicilia e
tante cose che successero dopo nell’Isola:
“Sui rapporti tra l’AMGOT da una parte e il separatismo e la
mafia dall’altra, la verità storica è tanto inoppugnabile quanto, per
ben comprensibili motivi, controversa … è ovvio, data questa opinione,
non sarebbe mai stato in grado di riconoscere e temere come mafiosi il
suo fraterno amico Antonini e gli altri boss che negli USA controllavano
il sindacato dei portuali (il “fronte del porto” del famoso film con
Marlon Brando). E neppure il famigerato Lucky Luciano che – giurano
parecchi testimoni – fu, ovviamente sotto falso nome, suo interprete di
fiducia a Palermo nel quartiere generale dell’AMGOT. Né lo avrebbero
minimamente scandalizzato i vari Joe Adonis, Albert Anastasia, Joseph
Antoniori, Jim Balestrieri, Thomas Buffa, Leonard Calamia, Frank
Costello, Joe De Luca, Peter e Joseph Di Giovanni, Nick Gentile, Vito
Genovese, Tony Lo Piparo, Vincent Mangano, Joe Profaci, tutti esponenti
dell”‘onorata società” ampiamente utilizzati dai servizi segreti e
presenti con vari incarichi tra i “liberatori”. A maggiore ragione,
ritenne di operare per la rinascita della democrazia in Italia
insediando come sindaco a Palermo il noto Lucio Tasca e, alla guida
delle altre amministrazioni comunali dell’isola, a parte il noto
“campione di antifascismo” don Calò Vizzini a Villalba, altri
innumerevoli personaggi di analoga cultura democratica come Antonino
Affronti, Serafino Di Peri, Giuseppe Genco Russo, Giuseppe Giudice,
Vincenzo Landolina, Peppino Scarlata, Alfredo Sorce. E consegnò al boss
Vincenzo De Carlo il controllo degli ammassi del grano e al medico
arcimafioso di Corleone Michele Navarra (il primo “datore di lavoro” di
Luciano Liggio) l’organizzazione di una società di trasporti
nell’entroterra del Palermitano destinata a presiedere alle attività del
“mercato nero”. Ovviamente il vecchio Poletti ha negato, nella citata
intervista, di avere avuto rapporti compromettenti con il separatismo.
Ma è certo che il movimento di Finocchiaro Aprile – nel quale, dopo lo
sbarco degli Alleati, confluì pressoché per intero la “borghesia
mafiosa” con il personale del latifondo, dai grandi proprietari
titolati, ai gabelloti, ai campieri – dovette molto del suo successo
alla possibilità di presentarsi come il “partito degli americani”
(alcuni separatisti, attratti da una specie di fondamentalismo
americanista, e sarà don Calò, per qualche tempo, uno dei loro massimi
esponenti, proporranno addirittura di fare della Sicilia la
quarantanovesima stella degli Stati Uniti). Le reali o soltanto presunte
credenziali americane furono, insieme alla capacità di fare crescere e
di strumentalizzare nell’isola una vasta protesta contro il Nord
colonialista, tra i fattori che resero possibile al trio Finocchiaro
Aprile-Tasca-Vizzini di conquistare e strumentalizzare il consenso di
una vasta forza plebea, dalla quale sarebbero emerse delle autentiche
vocazioni popolari al riscatto e alla liberazione. Per esempio, le
vocazioni del giovane professore Antonio Canepa, un idealista
dell’Ateneo catanese che, sotto la spinta di originali suggestioni
patriottico – rivoluzionarie, avrebbe costituito, con un pugno di
studenti, il suo sedicente “Esercito volontario per l’indipendenza
siciliana” (EVIS) e poi, il 17 giugno 1945, sarebbe caduto in un
conflitto a fuoco con i carabinieri che lascia aperti i sospetti sulle
responsabilità della mafia, interessata ad eliminarlo come sovversivo e
“testa calda”.
Poletti avrebbe avuto come solo interprete personale al Comando
Alleato di Nola, Napoli, il noto gangster Vito Genovese. Ricercato negli
States per omicidio, Paese in cui fu estradato dopo una lunga
procedura: godeva di alte complicità al comando alleato. “Don Vitone”
gestiva il mercato nero nell’Italia meridionale. E “mangiava e faceva
mangiare” gli “amici”.
Ai precedenti massoni aggiungerei, solo per rimanere in Italia, il
maresciallo Pietro Badoglio, scelto per la carica di Capo del Governo
anche per i suoi legami con le Logge, e il Re Vittorio Emanuele III, in
gioventù sospetto di simpatie massoniche. Sarebbe stato un “gradito
visitatore” delle Logge. Per Antonio Nicaso: “Fu il massone americano
Frank Bruno Gigliotti, già agente della sezione italiana dell’Oss e
quindi agente della Cia, a preparare lo sbarco degli americani in
Sicilia attraverso i rapporti con la mafia e la massoneria”.
Nel gioco di “salvare il salvabile” nel “gioco” entrò anche la
Chiesa, preoccupata, specie dopo gli scioperi del marzo 1943
dell’andamento che potevano prendere le “cose” in caso di sconfitta
dell’Italia: la forte influenza nella Penisola di due Potenze
protestanti e del PCI. Con i primi presto si giunse a un accomodamento,
indicativi sono rapporti Alleati – Chiesa in Sicilia. Le angosce del
Papa crebbero con l’aumentare della forza del PCI dopo il 25 luglio.
Pio XII era consapevole da tempo che l’unica via di salvezza per
1’Italia era quella della pace. Il Papa non condivideva l’orientamento
del governo Badoglio, vale a dire un armistizio che ponesse 1’Italia
alla merce dell’occupazione militare angloamericana. Papa Pio XII
percepiva che, in tal caso, la reazione di Hitler sarebbe stata certa e
dura con il risultato di favorire i comunisti, che aspettavano solo una
situazione del genere per mettersi a capo della lotta partigiana contro i
tedeschi. La cosa avrebbe finito col favorire enormemente il PCI che
sarebbe emerso dalle rovine della guerra, come 1’unico, autentico
vincitore, con tutte le conseguenze che tale successo avrebbe comportato
per 1’avvenire dell’Italia e della Chiesa. Il Pontefice aveva quindi
deciso che la sola via possibile non fosse l’armistizio sperato da
Badoglio, ma la “neutralizzazione” dell’Italia previo accordo con le
Potenze in guerra: vale a dire, gli angloamericani avrebbero dovuto cessare le
ostilità ma non occupare l’Italia; i tedeschi, a loro volta, avrebbero
dovuto ritirare le loro Divisioni oltre il Brennero. I1 piano era molto
meno utopistico di quanto oggi possa sembrare. E’ chiaro che il Papa
sapeva di potere contare per la realizzazione del suo progetto sul
consenso di Berlino. Il governo germanico in quel tempo, cercava
qualsiasi occasione che gli permettesse, di entrare in contatto con gli angloamericani al fine di trattare una tregua che gli consentisse mano libera
in Russia. Un accordo per 1’Italia poteva benissimo costituire un
prezioso precedente per il raggiungimento di questo scopo. Contando
quindi già a priori sul favorevole atteggiamento del governo
germanico, ai primi di agosto del 1943 il Papa aveva inviato negli USA,
quale rappresentante personale, 1’architetto Enrico Piero Galeazzi.
Doveva illustrare la volontà di Pio XII ai capi dell’episcopato
americano e premere quindi, loro tramite, sul Presidente Roosevelt.
Mentre Galeazzi era in missione, ci fu 1’accostamento tra Badoglio e i
comunisti. Pio XII, che vedeva la situazione deteriorarsi nel senso da
lui temuto, tentò di premere ulteriormente su Washington e su Badoglio.
Il suo piano fu però sconvolto dal precipitare degli eventi. I1 15
agosto, nel massimo segreto, il generale Giuseppe Castellano, munito di
credenziali rilasciategli da Badoglio, incontrò a Madrid sir Samuel
Hoare, l’ambasciatore britannico, con 1’incarico di trattare il
passaggio del1’Italia a fianco degli Angloamericani. Iniziò così la frenetica
vicenda delle trattative che portarono all’Armistizio.