giovedì 30 marzo 2023

Citazioni di Benito Mussolini

 

Citazioni di Benito Mussolini

Il Programma del Fascismo 
Il Fascismo è un movimento di realtà, di verità, di vita che aderisce alla vita. E’ pragmatista. Non ha apriorismi. Né finalità remote. Non promette i soliti paradisi dell’ideale. Lascia queste ciarlatanate alle tribù della tessera. Non presume di vivere sempre e molto. Vivrà sino a quando non avrà compiuto l’opera che si è prefissa. Raggiunta la soluzione nel nostro senso dei fondamentali problemi che oggi travagliano la nazione italiana, il Fascismo non si ostinerà a vincere, come un’anacronistica superfetazione di professionisti di una data politica, ma saprà brillantemente morire senza smorfie solenni.
[Il fascismo (Il Popolo d’Italia – 3 luglio 1919)]
Il Fascismo è anti-accademico. Non è politicante. Non ha statuti, né regolamenti. Ha adottato una tessera per la necessità del riconoscimento personale, ma potendo ne avrebbe volentieri fatto a meno. Non è un vivaio per le ambizioni elettorali. Non ammette e non tollera i lunghi discorsi. Va al concreto delle questioni.
[Ibidem]
E’ un po’ difficile definire i fascisti. Essi non sono repubblicani, socialisti, democratici, conservatori, nazionalisti. Essi rappresentano una sintesi di tutte le negazioni e di tutte le affermazioni. Nei fasci si danno convegno spontaneamente tutti coloro che soffrono il disagio delle vecchie categorie, delle vecchie mentalità. Il fascismo mentre rinnega tutti i partiti, li completa. Nel fascismo che non ha statuti, che non ha programmi trascendenti, c’è quel di più di libertà e di autonomia che manca nelle organizzazioni rigidamente inquadrate e tesserate.
[La prima adunata fascista (Il Popolo d’Italia – 6 ottobre 1919)]
Il fascismo è una mentalità speciale di inquietudini, di insofferenze, di audacie, di misoneismi, anche avventurosi, che guarda poco al passato e si serve del presente come di una pedana di slancio verso l’avvenire. I melanconici, i maniaci, i bigotti di tutte le chiese, i mistici arrabbiati degli ideali, i politicanti astuti, gli apostoli che fanno i dispensieri della felicità umana, tutti costoro non possono comprendere quel rifugio di tutti gli eretici, quella chiesa di tutte le eresie che è il fascismo. E’ naturale, quindi, che al fascismo convergano i giovani che non hanno ancora un’esperienza politica e i vecchi che ne hanno troppa e sentono il bisogno di rituffarsi in un’atmosfera di freschezza e di disinteresse.
[Verso l’azione (Il Popolo d’Italia -13 ottobre 1919)]

Si nasce fascisti, ma è assai difficile diventarlo.
[Dal discorso all’assemblea del Fascio milanese di combattimento (Milano, sede dell’Alleanza industriale e commerciale in Piazza San Sepolcro: 5 febbraio 1920)]

Tutte le altre associazioni, tutti gli altri partiti, ragionano in base a dei dogmi, in base a dei preconcetti assoluti, a degli ideali infallibili, ragionano sotto la specie della eternità per partito preso. Noi, essendo un antipartito, non abbiamo – si passi il pasticcio – partito preso.

Per essere fascisti occorre essere completamente spregiudicati; occorre sapersi muovere, elasticamente, nella realtà adattandosi alla realtà e adattando la realtà ai nostri sforzi; occorre sentirsi nel sangue l’aristocrazia delle minoranze, che non cercano popolarità, leggera prima, pesantissima poi; che vanno controcorrente; che non hanno paura dei nomi e dispregiano i luoghi comuni.
[In tema di politica estera (Il Popolo d’Italia – 3 luglio 1920)]

Il fascismo ha soltanto una storia; non ha ancora una dottrina, ma l’avrà, quando avrà avuto il tempo di elaborare e coordinare le sue idee.
[La marcia del fascismo (Il Popolo d’Italia – 6 novembre 1920)]

Il fascismo non si abbatte, perché è nel solco della storia, perché rappresenta e difende valori morali altissimi – non interessi di borghesi – senza dei quali la società nazionale si dissolve e precipita nel caos. Il fascismo italiano è una tipica creazione del popolo italiano, il quale è stufo di metafisiche oltremontane, ora russe, ora tedesche, e vuole trovare in sé la dottrina e la praxis del suo progresso verso forme migliori di vita e di civiltà.
[Gridi di dolore! (Il Popolo d’Italia – 20 ottobre 1920)]

Io non sono, non voglio essere, non sarò mai un padre eterno; il fascismo non è, non vuole essere, non sarà mai una ridicola, grottesca e sinistra congrega come sono i vecchi partiti e i frammenti dei vecchi partiti; il fascismo è tale in quanto permette una pragmatica latitudine di atteggiamenti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente.
[Il Popolo d’Italia – 29 ottobre 1920]

Il fascismo rappresenta lo sbocciare della nuova coscienza nazionale maturata colla vittoria. Lo si può perseguitare, ma non lo si può estirpare! E’ una terribile gramigna ed ha una indegna non meno terribile: E’ pronto ad uccidere, è pronto a morire!
[Manovra vile (Il Popolo d’Italia – 19 dicembre 1920)]

Fascismo significa che a mutate condizioni di fatto, nuovi atteggiamenti si impongono: se non è più necessario il piombo e il petrolio, bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e di agire in conseguenza.
[La pace e il resto (Il Popolo d’Italia – 6 luglio 1921)]

Qui, alla Camera dei Deputati, e fuori di qui, io ho sempre accettato la responsabilità di tutte le mie azioni, di tutto quello che ho fatto e che qualce volta i miei compagni hanno fatto. Io non rinnego niente, accetto il fascismo in blocco, così come i rivoluzionari accettano la rivoluzione in blocco. E se da qualche tempo noi porgiamo il ramoscello d’olivo, non lo facciamo già perchè ci siano degli elementi di retroscena politici e parlamentari che ci spingano a questo, perchè noi siamo alieni a queste manovre e il Parlamento ci interessa mediocremente e nel Parlamento ci sentiamo discretamente a disagio, ma lo facciamo per ragioni superiori di nazione e di umanità.
[Dopo i fatti di Sarzana (Camera dei deputati: 22 luglio 1921)]

Se il fascismo è mio figlio – com’è stato fin qui universalmente riconosciuto in migliaia di manifestazioni, che devo, fino a prova contraria, ritenere sincere – io, con le verghe della mia fede, del mio coraggio, della mia passione o lo correggerò o gli renderò impossibile la vita.
[Fatto compiuto (Il Popolo d’Italia – 3 agosto 1921)]

Io comprendo, e compiango un poco, quei fascisti delle molte Peretole italiane, i quali non sanno astrarre dai loro ambienti; vi si inchiodano e non vedono altro, e non credono alla esistenza di un più vasto e complesso e formidabile mondo. Sono i riflessi del campanilismo, riflessi che sono estranei a noi, che vogliamo sprovincializzare l’Italia.

Comincia un nuovo periodo nella storia del fascismo italiano e non sarà meno aspro e difficile del precedente: è il periodo della rielaborazione spirituale e delle applicazioni pratiche. Bisogna smentire i nostri nemici, i quali ci hanno detto a sazietà “Voi sapete distruggere, ma non sapete costruire! Siete ottimi sul terreno della negazione, ma, portati sul terreno positivo, vi rivelate nella vostra impotenza”.

Il fascismo può fare a meno di me? certo, ma anch’io posso fare a meno del fascismo. C’è posto per tutti in Italia: anche per trenta fascisti, il che significa, poi, per nessun fascismo. Io parlo chiaro, come l’uomo che avendo molto dato, non chiede assolutamente nulla, salvo a ricominciare…
[La culla e il resto (Il Popolo d’Italia – 7 agosto 1921)]

Siamo in troppi nel fascismo, ormai, e quando la famiglia aumenta la secessione è quasi fatale.

Il fascismo che non è più liberazione, ma tirannia; non più salvaguardia della nazione, ma difesa di interessi privati e delle caste più opache, sorde, miserabili che esistano in Italia; il fascismo che assume questa fisionomia, sarà ancora fascismo, ma non è quello per cui negli anni tristi affrontammo in pochi le collere e il piombo delle masse, non è più il fascismo quale fu concepito da me, in uno dei momenti più oscuri della recente storia italiana.

Io non ho bisogno di ribattere l’accusa sciocca di volere essere una specie di padrone del fascismo italiano. Io sono “duce” per modo di dire. Ho lasciato correre questa parola, perché se non piaceva a me, che detesto le parole e le arie solenni, piaceva agli altri. Ma io sono un duce ligio al più scrupoloso pedantesco costituzionalismo. Non ho mai imposto nulla a chicchessia. Ho accettato di discutere con tutti, anche con coloro che trattano la politica con una faciloneria sconcertante; anche con coloro che sono infettati da tutti i morbi maligni in diffusione cronica tra i vecchi partiti.

Finirà lo spettacolo del fascista liberale, nazionalista, democratico e magari popolare: ci saranno solo dei fascisti.Questa individuazione è un segno di forza e di vita. E’ una vittoria. Una grande vittoria. Un titolo d’orgoglio. Il fascismo è destinato a rappresentare nella storia della politica italiana una sintesi tra le tesi indistruttibili dell’economia liberale e le nuove forze del mondo operaio. E’ questa sintesi che può avviare l’Italia alla sua fortuna.
[Punti fermi (Il Popolo d’Italia – 4 novembre 1921)]

Ce ne vuole di corda socialista per impiccare la ribelle genia del fascismo italiano! Ce ne vuole d’inchiostro (sia pure quello rosso-sbiadito dell’Avanti!), per annegare il fascismo italiano!
[Riprende fiato… (Il Popolo d’Italia – 17 novembre 1921)]

Prima il fascismo ha voluto affermarsi come forza e capacità di vita (vivere, sapere e potere vivere è già un programma massimo!); poi, sulle basi dei principi fondamentali che ispiravano la sua azione, il fascismo ha costruito a poco a poco l’edificio del suo programma teorico e pratico.
[Programma (Il Popolo d’Italia – 22 dicembre 1921)]

Il programma fascista non è una teoria di dogmi sui quali non è più tollerata discussione alcuna. Il nostro programma è in elaborazione e trasformazione continua; è sottoposto ad un travaglio di revisione incessante, unico mezzo per farne una cosa viva, non un rudere morto.
[Prefazione al programma (Il Popolo d’Italia – 28 dicembre 1921)]

Il fascismo fu concepito come un’aristocrazia; ma se diventa una demagogia che copia pedissequamente i sistemi del Partito socialista, i peggiori e più antinazionali e distruttivi sistemi del P.S.U, può chiedere una tessera ai preti rossi e finirla.
[Aspro richiamo (Il Popolo d’Italia – 30 dicembre 1921)]

La conclusione è che non si può debellare il fascismo né cogli agguati criminali degli uni, né coi patteggiamenti o le partecipazioni ministeriali degli altri. Nessuna forza legale è capace di espellere il fascismo dalla vita italiana. Sperare che passi, come passa un uragano, è puerile. Altrettanto fatuo è credere che sia possibile disintegrarlo dall’interno.
[Al bivio (Il Popolo d’Italia – 30 maggio 1922)]

Noi suoniamo la lira su tutte le corde: da quella della violenza a quella della religione, da quella dell’arte a quella della politica. Siamo politici e siamo guerrieri. Facciamo sindacalismo e facciamo anche delle battaglie nelle piazze e nelle strade. Questo è il fascismo così come fu concepito e come fu attuato.
[Al circolo rionale fascista Sciesa (Milano: 4 ottobre 1922)]

La funzione specificatamente storica del Gran Consiglio fascista in questo momento è nettamente delineata. Il Gran Consiglio fiancheggia e salvaguardia l’azione del Governo e compie, nel seno del Partito e nella vita della Nazione, quell’opera di orientamento politico generale che deve serviredi base consensuale all’opera del Governo stesso.
[Dichiarazioni durante la riunione del Consiglio dei Ministri (Roma: 15 gennaio 1923)]

1 – Io non cerco nessuno.
2 – Io non respingo nessuno.
3 – La mia politica, chiara e netta, Non può essere presa di fronte e meno ancora aggirata alle spalle.
[Lettera al giornalista Sandro Giuliani, redattore capo del Popolo d’Italia (Roma: 6 febbraio 1923)]

Ho orrore dei dogmi. Non potrebbe esservi un dogma nel Partito fascista. Per il bene della Patria vi sono solo necessità che possono essere assolte oggi, ma che possono essere relative domani.
[Dichiarazioni all’inviato dell’Excelsior (Roma: 22 aprile 1923)]

Il tentativo di separare Mussolini dal fascismo o il fascismo da Mussolini è il tentativo più inutile, più grottesco, più ridicolo che possa essere pensato.
Io non sono così orgoglioso da dire che colui che vi parla ed il fascismo costituiscono una sola identità, ma quattro anni di storia hanno dimostrato assai luminosamente che Mussolini ed il fascismo sono due aspetti della stessa natura, sono due corpi ed un’anima, o due anime ed un corpo solo.
[Al congresso fascista femminile delle tre Venezie (Padova: 1° giugno 1923)]

Io non posso abbandonare il fascismo perché l’ho creato, l’ho allevato, l’ho fortificato, l’ho castigato e lo tengo ancora nel mio pugno: sempre! quindi è perfettamente inutile che le vecchie civette della politica italiana mi facciano la loro corte gaglioffa. Sono troppo intelligente perché possa cadere in questo agguato di mediocri mercanti, di fiere da villaggio.

Il fascismo è un fenomeno religioso di vaste proporzioni storiche ed è il prodotto di una razza. Nulla si può contro il fascismo. Nemmeno gli stessi fascisti potrebbero nulla contro questo movimento gigantesco che si impone.
[Rispondendo a un indirizzo di omaggio del Sindaco di Cremona (18 giugno1923)]

In astratto, il fascismo è vecchio come è vecchio il senso dell’uomo per la bellezza dei grandi ideali; in concreto, esso è una cosa che si esprime nella vita della gioventù italiana, una cosa fatta di energia ed ardimento e una cosa inflessibile affidata allo spirito di sacrifizio.
[Dall’intervista concessa al redattore capo del Chicago Daily News (Roma: 24 maggio 1924)]

Il fascismo è emozione, teoria, pratica; è sentimenti, idee e azioni; è qualche cosa di sentito, qualche cosa di pensato e qualche cosa di fatto; è ispirazione spirituale, sostanza di dottrina e sistema di politica di Stato. Esso è moralmente risoluto e intellettualmente preciso. Le sue ultime sorgenti vanno ricercate nella storia e nella coscienza italiana.

Il fascismo sarà quello che sarà, ma è l’unica cosa potente, viva, degna di avvenire, che abbia la nazione italiana.
[Al Consiglio nazionale del PNF (Roma: 2 agosto 1924)]

Il fascismo non ha mai avuto tendenze, né le avrà mai. Ognuno di noi ha il suo temperamento, ognuno ha le sue suscettibilità, ognuno ha la sua individuale psicologia, ma c’è un fondo comune sul quale tutto ciò viene livellato. E siccome noi non promettiamo qualche cosa di definito per l’avvenire ma lavoriamo per il presente con tutte le nostre forze, così credo che il Partito Nazionale Fascista non sarà mai tediato, vessato e impoverito dalle interminabili discussioni tendenziali che facevano, una volta, nella piccola Italia d’ieri, il piccolo trastullo della non meno piccola borghesia italiana.
[Al consiglio nazionale del PNF (Roma: 7 agosto 1924)]

Il fascismo nel suo animo è incorruttibile e non disposto a vendere, per un piatto di lenticchie miserabili, i suoi diritti ideali; ma non intende nemmeno chiudersi in una torre d’avorio aristocratica e inaccessibile.
[Ai minatori del Monte Amiata (Badia S. Salvatore: 31 agosto 1924)]

Malgrado gli egoismi individuali, vi sono degli interessi collettivi comuni. Il fascismo insegna a subordinare gli interessi individuali e gli interessi di categoria agli interessi della nazione.

Il “modo” della polemica fascista è condizionato anche dal modo della polemica avversaria. Non si può pretendere che i fascisti non paghino di eguale moneta chi li offende e li diffama, spesso sanguinosamente e ingiustamente.
[Intervista al direttore del Giornale d’Italia (Roma: 2 settembre 1924)]

Il fascismo è un fenomeno di linee imponenti. E’ una creazione originale italiana. Non si può disperdere come il sole disperde al mattino la nebbia nei prati. E’ un fenomeno che interessa tutto il mondo. In tutto il mondo da due anni non si fa che discutere di fascismo. E’ sorta una letteratura in tutte le lingue. Individui partono dal Giappone, dalla Cina, dall’Australia per venirlo a studiare. Evidentemente là si soffre dei mali di cui noi abbiamo sofferto: la crisi dell’autorità.
[All’Associazione costituzionale (Milano: 4 ottobre 1924)]

Non crediate che il fascismo sia vicino al tramonto. Sarebbe un errore colossale. Un Partito che ha parlato così profondamente alla gioventù italiana, che raccoglie cinquanta medaglie d’oro sulle sessantadue viventi, che ha nel suo seno il sessanta per cento dei combattenti, credete che passi come la nebbia estiva alla viva luce del sole? Se lo credete, siete in errore e la storia si incaricherà di dimostrarvelo.
[Al Senato del Regno (5 dicembre 1924)]

Oggi il fascismo è un Partito, è una Milizia, è una corporazione. Non basta: deve diventare un modo di vita. Ci debbono essere gli italiani del fascismo come ci sono, a caratteri inconfondibili, gli italiani della Rinascenza e gli italiani della latinità. Solo creando un modo di vita, cioè un modo di vivere, noi potremo segnare delle pagine nella storia e non soltanto nella cronaca.
[Al quarto Congresso nazionale del PNF (Roma, “Augusteo”: 22 giugno 1925)]

La camicia nera non è la camicia di tutti i giorni e non è nemmeno una uniforme: è una tenuta di combattimento e non può essere indossata se non da coloro che nel petto alberghino un animo puro.

D’ora innanzi per avere una tessera ad honorem del PNF, bisognerà o avere scritto un poema più bello della Divina Commedia, o avere scoperto il sesto continente, oppure aver trovato il mezzo d’annullare il nostro debito cogli anglosassoni.

Il fascismo è fenomeno italiano, squisitamente italiano, intimamente connesso con la nostra storia, la nostra psicologia, le nostre tradizioni e rappresenta il culmine di una lunga e complicata evoluzione politica. Senza una profonda conoscenza di questa evoluzione, senza note in margine a questo grande libro, nessuna giusta analisi è possibile.
[Dall’intervista concessa al corrispondente romano dell’Associated Press (Roma: 3 agosto 1926)]

Quando il fascismo si è impadronito di un’anima non la lascia più.
[Al popolo di Perugia (5 ottobre 1926)]

Le qualità, anzi le virtù immutabili del “vero” fascista devono essere la franchezza, la lealtà, il disinteresse, la probità, il coraggio, la tenacia. Tutti coloro che si appalesano, per poco o per molto, infetti dal vecchio male, devono essere banditi dal nostro Esercito. Essi costituiscono le impedimenta ritardatrici della nostra marcia; sono il loglio che dev’essere sceverato dal grano; è la ganga che deve cadere, onde lasciare libera la nuova aristocrazia per i maggiori compiti del domani.
[Messaggio agli italiani per il quarto anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre 1926)]

Nel cantiere del regime fascista c’è un posto, c’è un lavoro e c’è gloria per tutti: per coloro che sono al tramonto della vita e per coloro che sono all’alba, per gli intellettuali e per i lavoratori, per i soldati e per i contadini, per tutti quelli che lavorano con disciplina, con passione, con concordia di intenti e di spiriti diretti a costruire la grande Italia.
[Agli avanguardisti del Lazio, Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo (Roma: 28 ottobre 1926)]

Il fascismo è un metodo, non un fine: una autocrazia sulla via della democrazia.
[Dall’intervista concessa all’inviato del Sunday Pictorial di Londra (Roma: 12 novembre 1926)]

E’ semplicemente assurdo lo squadrismo fatto in ritardo. I fascisti devono essere tempisti. Io non posso soffrire fisicamente coloro che sono ammalati di nostalgia, che ad ogni minuto traggono dai loro petti sospiri e respiri profondi: “come erano belli quei tempi!”. Tutto ciò è semplicemente idiota. La vita passa, e continuamente si ha di fronte la realtà vivente.
[Alla Camera dei Deputati (26 maggio 1927)]

Per essere all’altezza della propria missione, il fascista deve essere libero nel modo più assoluto da qualsiasi vincolo o rapporto di interdipendenza che potrebbe limitare la propria azione di regolatore e di controllo. Deve soprattutto essere disinteressato, per dimostrare in ogni momento che tutto ciò che riguarda la sua attività privata è completamente estraneo alla sua funzione politica.
[Direttive ai Federali del PNF (Carpena: 3 aprile 1929)]

I rapporti fra gerarchi piccoli e grandi debbono essere improntati alla più aperta e nobile schiettezza. I sotterfugi, le conventicole, le piccole congiure, la calunnia, la critica subdola, le miserie di ogni genere, ripugnano alla concezione morale del fascismo.

Il fascismo è una casa di vetro, nella quale tutti debbono e possono guardare. Guai a chi approfitta della tessera o indossa la camicia nera per concludere affari che altrimenti non gli riuscirebbe di condurre a termine.
[Ai gerarchi milanesi (Roma: 10 luglio 1929)]

Noi fascisti respingiamo qualsiasi concetto statico di felicità materiale o morale. La nostra felicità è nella lotta.
[Felicità (Il Popolo d’Italia: 12 luglio 1933)]

La rivoluzione nel nostro pensiero è una creazione che alterna la grigia fatica della costruzione quotidiana, ai momenti folgoranti del sacrificio e della gloria. Sottoposto a questo travaglio che segue la guerra, è già possibile vedere, e sempre più si vedrà, il cambiamento fisico e morale del popolo italiano. Ecco iniziata la quarta grande epoca storica del popolo italiano, quella che verrà dagli storici futuri chiamata epoca delle camicie nere.
[Alla seconda assemblea quinquennale del regime (Roma, “Teatro dell’Opera”: 18 marzo 1934)]

Noi non siamo gli imbalsamatori di un passato, siamo gli anticipatori di un avvenire.
[Al popolo di Milano (1° novembre 1936)]

Così, come il costume, la dottrina, l’atmosfera del secolo scorso fu democratico-liberale (e noi siamo così obbiettivi da non considerare tutto ciò “stupido”, come vorrebbero i nazionalisti francesi), il costume, la dottrina, l’atmosfera di questo secolo sarà fascista nel senso lato della parola. I due popoli portatori di questo nuovo tipo di civiltà non sono gli ultimi venuti nel campo del pensiero e della creazione spirituale. La stolta accusa che il fascismo sia adatto ai popoli di rango inferiore a paragone di quelli beatificati dalle attuali superstiti democrazie, cade davanti a popoli come l’italiano e il germanico, il cui contributo allo sviluppo civile del genere umano è stato ed è formidabile.
[Europa e fascismo (Il Popolo d’Italia: 6 ottobre 1937)]

domenica 12 marzo 2023

NICOLA BOMBACCI

 

NICOLA BOMBACCI

Nicola Bombacci visse da uomo politico, prestato a quella politica “per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri”, come egli stesso scrisse. Una banale e quasi infantile definizione di politica, questa, che in tempi come i nostri illumina e fa scuola. Il vivaio in cui crebbe fu quello del più intransigente socialismo; aderì alla corrente massimalista del Partito Socialista Italiano, quella che chiedeva al partito di non distogliere la propria attenzione dai suoi obiettivi massimi, anticapitalistici e rivoluzionari, e di sottoscrivere i 21 punti di Mosca per l’adesione alla Internazionale Comunista. Come avvenne a Mussolini con la fondazione dei Fasci di combattimento, l’essere più socialista degli altri socialisti portò anche Bombacci ad allontanarsi dal partito e dalla sua corrente riformista. Il XVII Congresso del Partito Socialista segnò la scissione che portò alla nascita del Partito Comunista Italiano, del quale Bombacci fu fra i fondatori. Colpevole di aver intravisto, e non per primo, un possibile gemellaggio ideale fra le due rivoluzioni, quella sovietica e quella italiana, nel 1924 fu espulso dal PCd’I, per poi essere reintegrato per intervento diretto dell’Internazionale Comunista. Nello stesso anno l’Italia di Mussolini fu il primo Paese a riconoscere formalmente l’Unione Sovietica. Anche negli anni della militanza nel PCd’I, Bombacci si mantenne sempre idealmente vicino al fascismo italiano, al punto che, nel 1927, subì una nuova e definitiva espulsione dal partito. La rottura fra Bombacci e il comunismo fu definitiva quando gli eventi accelerarono in direzione del conflitto mondiale prima e della Repubblica Sociale poi. Per Bombacci e per il Fascismo quelli furono gli anni del ritorno alle origini; disilluso nei riguardi del comunismo il primo, e rescissi tutti i legami con monarchia, industriali e borghesia il secondo, il matrimonio politico fra Bombacci e Mussolini fu totale, sancito dalla propaganda e cementato dalla “socializzazione delle imprese”, capolavoro sociale dell’ideologia sansepolcrista e punto più alto della rivoluzione finalmente compiuta. Bombacci era a proprio agio a parlare da rivoluzionario di qualcosa di realmente rivoluzionario, che avrebbe portato i lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende e alla suddivisione degli utili, restituendo al lavoro fisico e intellettuale la medesima dignità del capitale, avviando finalmente il passo verso quella terza via fra capitalismo e socialismo che avrebbe reso inutili e superati i concetti di destra e sinistra. Non fu simpatico ai socialisti, perché li aveva resi “di destra”. Non fu simpatico ai comunisti, perché li aveva resi conservatori. Non fu simpatico ai tedeschi, perché le riforme economiche, soprattutto quelle rivoluzionarie, poco si addicono a una economia di guerra. Piacque, però, immensamente a Mussolini, perché era intellettualmente onesto, perché era un appassionato difensore della più pura anima del socialismo.
Avevano iniziato la loro storia politica insieme, poi uno dei due fu abbagliato da un finto sole, l’altro se ne inventò uno tutto suo che passò alla storia. Non smisero mai di stimarsi e dimostrarono al mondo che un avversario non è necessariamente un nemico, e che si può continuare a combattere senza smettere di rispettarsi. Nicola Bombacci seguì il Duce nella cattiva sorte, quando altri fuggivano o rinnegavano, lui morì gridando “Viva l’Italia! Viva il Socialismo!”, dopo essere stato catturato nella colonna fascista diretta in Valtellina per l’ultima resistenza. Era nel suo destino anche quello di essere al fianco di Mussolini, appeso per i piedi, in Piazzale Loreto. Sotto il suo corpo gli assassini appesero un cartello con scritto “SUPERTRADITORE”. Curioso che quella parola l’abbia scritta una mano partigiana e comunista che, mentre si preparava a diventare il finto baluardo dei lavoratori, si affrettava (questo accadde il 25 aprile 1945) ad abrogare il decreto sulla socializzazione delle imprese.
“Traditore a chi?” potremmo dire noi oggi. Dall’ingresso a sinistra del Campo 10 la prima lapide è la tua, Nicola Bombacci. Un giusto tributo verso chi nacque e morì socialista con il cuore puro di un bambino.

 

martedì 21 febbraio 2023

CATTOLICESIMO ROMANO E FASCISMO

 

L’UNIONE DI CATTOLICESIMO ROMANO E FASCISMO: I DUE FUOCHI DELL’ELLISSE, FORZATAMENTE SEPARATI SOLO DA CHI HA “UNO SPIRITO DA SCHIAVI”!

Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi (Lettera di San Paolo ai Romani, cap. 8 vv 14-15)

Cattolicesimo e Fascismo, i due Fuochi dell'Ellisse - Biblioteca del Covo

Carissimi lettori, in questi tempi davvero apocalittici, nella ricorrenza del Concordato tra Stato Fascista e Chiesa Cattolica Romana stipulato l’11 febbraio 1929 (qui), vogliamo discutere di uno specifico ambito della presunta “contestazione al sistema” di potere vigente, quello relativo all’area del dissenso a fondamento religioso cattolico, dove si sono manifestati più volte riferimenti alla critica anti-liberale. Una polemica che in linea teorica, dal nostro punto di vista di fascisti, risulterebbe certamente benvenuta e che si è sviluppata maggiormente in gruppi che, per un motivo o per un altro, avevano fatto una scelta di campo “alternativa” già all’indomani della profonda crisi scaturita dalla pseudo-contestazione fittizia ed etero-diretta degli anni ’60 del secolo scorso. Ebbene, anche tale critica, nominalmente anti-liberale, ci è apparsa però da subito in più casi, relativamente ad alcune palesi contraddizioni da essa espresse, quale fenomeno artificioso ed insincero, a sua volta pilotato dall’esterno per concretizzare l’ennesima opposizione fittizia al Sistema demo-pluto-massonico dominante. Difatti, sebbene tali motivazioni siano state da noi già espresse più volte in merito al tipo di contestazione fondata specificamente su ragioni di ordine politico, ossia, in relazione al cosiddetto “sovranismo” (es: qui), tuttavia, nell’area Cattolica non dichiaratamente liberale, attacchi di simile tenore si rinvengono ugualmente in più ambiti: da quello contiguo al moderatismo – pertanto minato nella propria efficacia già alle fondamenta – a quello formalmente anti-modernista, di cui abbiamo avuto modo di descriverne recentemente (qui) tanto le effettive contraddizioni quanto i gravissimi risvolti politici. Sostanzialmente, tali gruppi, anche se a volte tra loro molto diversi nei presupposti filosofici, in tutti i casi non osano mai contestare e denunciare il sistema politico vigente “in quanto tale”. Pur non lesinando generiche critiche parziali, non si rinviene mai nei loro ragionamenti una seria ed articolata contestazione integrale, ossia, morale e politica nella sua totalità e nei suoi fondamenti, che denunci e soprattutto rinunci alla filosofia ed alla prassi espressa dalla demo-plutocrazia massonica di matrice illuministica inerente il Sistema dominante. Questo in concreto rappresenta il problema più grave ed il vero vulnus dei “contestatori cattolici”, che indiscutibilmente mette così al “riparo” da una seria delegittimazione ogni struttura dell’attuale potere oligarchico globale. Ecco perché, in base a tali osservazioni, ci pare logico, coerente e realistico che tali “ambiti” si debbano definire come “quinte colonne” del sistema di potere. Tali problematiche, alla luce degli esiti concreti prodotti nel corso dei decenni dai soggetti in questione negli ambiti in cui essi operano, ormai ci appaiono come un dato di fatto oggettivo ed ineludibile. Che lo si voglia onestamente ammettere o meno, una simile constatazione non può non risaltare chiaramente agli occhi di chi vuol vedere. Soprattutto di coloro che, invece, questo sistema satanico rigettano sinceramente in modo completo e radicale!

Dunque, ogni ragionamento di costoro, per quanto critico e ben espresso, viene vanificato totalmente dalla “impossibilità” congenita di considerare concretamente le vere alternative politiche al demo-liberalismo. In buona sostanza, anche chi dice di disprezzare solennemente filosofia e prassi della liberal-democrazia, non riesce proprio a fare a meno di “sopportarla” e di supportarla (sic!), perché teoricamente, sempre secondo loro, non sarebbe possibile “vivere” all’insegna di altro ideale politico. Almeno nel breve periodo! Così, discettando di “destre necessarie”, di “sovranità popolare” liberale “accettabile”, di necessità del voto con conseguente consenso al “parlamentarismo” di marca anglo-americana, ecc. ecc. anche grazie a tali personaggi, di fatto si “rimane al palo della Storia”, accettando ufficiosamente la “fine politica” del percorso storico dell’Umanità, ormai condannata a restare incatenata all’altare della democrazia-liberale in atteggiamento adorante verso i feticci dell’illuminismo materialista ed individualista, ma con l’assurda volontà di negare da parte di codesti “prodi contestatori”, che essi abbiano al riguardo una qualunque responsabilità diretta nella realizzazione di un tale scenario infernale e distopico, lamentando altresì la condizione oggettiva di prigionieri nella quale siamo tutti piombati… ma nel frattempo, sputando sulla mano tesa di chi indica la via per uscirne definitivamente! In buona sostanza, questo è il risultato più eclatante raggiunto dalla plutocrazia-massonica, che è pervenuta, con astuta, diabolica, paziente perseveranza, al radicamento di una globale “Sindrome di Stoccolma”, che affligge anche e soprattutto coloro che pubblicamente ostentano di denunciare l’odierno assetto globalista.

Dunque, non ci giudichi male il lettore in proposito per la durezza delle nostre parole, poiché questo nostro atteggiamento volto alla più radicale denuncia della situazione odierna, non deriva da pregiudizi né da chiusure aprioristiche di sorta, tantomeno da presunzione. Anzi, all’esatto opposto, proprio in base alla nostra persistente apertura nei confronti di chiunque sia in buona fede, abbiamo maturato questa posizione nel corso degli anni, in virtù dell’esperienza diretta, radicandoci tomisticamente nella realtà dei fatti (…contra factum non valet argumentum!), sulla base dei quali risulta evidente che il vero cambiamento, la vera contestazione al sistema distopico che ci opprime tutti, non può che passare attraverso la necessaria denuncia piena ed il rigetto assoluto dei due elementi pregiudiziali che stanno a fondamento proprio di tale sistema satanico: ossia, l’anticristianesimo e l’antifascismo! Motivo per cui non si può, dal nostro punto di vista, “contestare” veracemente un sistema criminale di potere basato irrinunciabilmente su queste “colonne portanti”, se  non si ha la ferma volontà di abbattere tali pilastri ideologici!

Tra l’altro va espressamente rimarcato che, contestare veracemente l’anticristianesimo, porta coerentemente “de plano” ed in modo inevitabile a contestare anche l’antifascismo, visto il legame strettissimo esistente tra il Cattolicesimo romano ed il Fascismo stesso, in quanto entrambi espressioni complementari della medesima Civiltà millenaria, di cui abbiamo scritto più volte (qui e qui e qui). Un legame sempre negato dall’apparato istituzionale dominante e da tutte le sue centrali di propaganda – negando anche l’evidenza della Storia! – soprattutto da chi nell’ambito del cattolicesimo ostenta solo a parole di opporsi al sistema di potere vigente! Così, all’interno di questa “area” di presunta opposizione, troveremo, di fatto, la Summa del conservatorismo. Dove, in modo assai tollerabile dal Sistema pluto-massonico, si ritrovano proposte e programmi politici – contro i quali lo stesso Mons. Viganò si è “scagliato” (qui e qui ma senza voler giungere alle naturali conseguenze!… e dunque? Cui Prodest?) – che andranno da un “mitissimo” Distributismo Chestertoniano, ad una “disillusa” apertura per i “Fratelli d’America”…ops…d’Italia. Dove al di là delle strida e della veemenza formale degli attacchi al “sistema”, la sostanza degli stessi rappresentanti del potere resta comunque benvenuta, cedendo concretamente in occasione dei “ludi cartacei” al pregiudizio antifascista e anticristiano, pur ostentando a parole di strapparsi le vesti per denunciare la “società senza Dio”, guardandosi bene però dal rifiutarla in toto nei suoi valori fondamentali. Ecco come i “Conservatori” saranno tutti concordi con i “progressisti”, anche se la “sintesi” a cui puntano è formalmente differente: giacché essi condividono il pregiudizio antifascista, secondo cui sarebbe un presunto quanto immaginario “fascismo”, la cui immagine distorta è diffusa proprio dai famosi radicalisti di destra pseudo-fascisti (sempre utili strumenti del potere! qui), ad essere “pagano, statolatrico e segretamente socialista”. Concordi, dunque, con l’impostazione “anti-totalitaria”, intendendo per “totalitario” non ciò che lo stesso Fascismo ha definito di se stesso, ma l’accezione ufficiale, coniata e diffusa proprio dall’antifascismo. Ecco il motivo per il quale tale “dissenso” viene lasciato sostanzialmente indisturbato. Finché i pregiudizi anticristiani e antifascisti saranno mantenuti, tutti i “dissenzienti” di tal fatta, saranno più che benvenuti da parte della plutocrazia massonica globalista!

martedì 24 gennaio 2023

FOIBE ed ESODO:

 

FOIBE ed ESODO:

I responsabili non furono solo i partigiani jugoslavi di Tito

CI FURONO ANCHE I COMUNISTI ITALIOTI

Nuovamente siamo chiamati a ricordare, con una Legge dello Stato, la “Giornata del ricordo”, dedicata alla tragedia delle Foibe e dell’Esodo e mi sento chiedere nei convegni e negli incontri con gli studenti, come mai il “silenzio dei vivi” ha soffocato, per oltre 50 anni il ricordo degli orrori e delle tragedie del nostro confine orientale.
Oltre 20000 scomparsi, dei quali quasi 5000, secondo i dati del Governo Militare Alleato, finiti nelle foibe, voragini di origine carsica, riempite dei corpi di uomini e donne rei di essere italiani, vittime di un progetto di pulizia etnica, unito al disegno del comunismo internazionalista  di Stalin, condiviso dai “compagni” comunisti italiani.
Un disegno che siamo in condizioni di provare nei suoi passaggi fondamentali: gli accordi segreti, i cedimenti inconsapevoli del CLNAI, l’eliminazione dei nemici, partigiani dell’Osoppo, a Porzus , il 7 febbraio 1945, o dei difensori dei confini della Patria, i militi del Reggimento “Tagliamento” o i Bersaglieri del “Mussolini” o i marò della X MAS .
Un disegno perseguito con tenacia ed ambiguità dal PCI e da Palmiro Togliatti, attraverso la complicità con Padri della Patria, che vendettero la sovranità nazionale e condannarono ad un esodo senza ritorno oltre 350000 uomini e donne.
Già nell’Ottobre 1942, come riferito dal Prof. Tone Ferenc, professore universitario sloveno, nella sua pubblicazione La capitolazione dell’Italia (Maror, 1967), eminenti personaggi friulani trattavano con gli sloveni per la creazione di formazioni militari unificate…poi nell’ottobre del 1943, convocato dai partigiani veneti, Urban Vratusa, futuro Ministro della Repubblica Federativa di Jugoslavia, formò a Vicenza la Missione Slovena, con il compito di stipulare accordi militari tra i partigiani comunisti del nord est ed il IX Corpus Sloveno del Maresciallo Tito.
La Missione Slovena “Berto”, come da documento dello stesso Vratusa, prot.2269/77, incontrò LUIGI LONGO, FERRUCCIO PARRI, LEO VALIANI, MARIO LIZZERO, e riuscì, dopo un lungo colloquio diplomatico, a fare dare l’approvazione a questo progetto dal CLNAI, come da documento, tenuto riservato per decenni, e riportato alla luce, dopo lunghe ricerche, negli archivi preclusi ai ricercatori della VERITA’, datato 17.7.1944.
Nel documento il CLNAI “prende atto con soddisfazione degli accordi stipulati tra il Comando Generale delle Brigate Garibaldi ed il Comitato del IX Corpo d’Armata dell’Esercito di Liberazione Nazionale Jugoslavo (NOVJ)
L’accordo determinerà il passaggio delle Divisioni garibaldine comuniste “Natisone” e “Triestina” nel IX Corpus e la creazione di un Comando paritetico, costituito da due Comandanti militari, di cui uno italiano, “Sasso” Mario Fantin e di due Commissari Politici, di cui uno italiano, “Vanni” Giovanni Padoan, coinvolto nel processo di Porzus, scomparso ai primi di gennaio di quest’anno, e darà in qualche modo il via libera ai gappisti di “Giacca” Mario Toffanin, della Federazione del PCI di Udine di compiere la strage dei partigiani osovani, a Porzus e a Bosco Romagno, con l’accusa di essere riluttanti all’annessione non solo della Venezia Giulia ma anche del Friuli, sino al Tagliamento.
Una serie di passaggi formali, per riconoscere i diritti degli jugoslavi sulle nostre terre, tra i quali l’ordine del giorno del 18 APRILE 1945,  della Divisione Garibaldi “Natisone” che recita “…Trieste ed il Litorale appartengono per diritto naturale e per decisione del popolo alla nuova Jugoslavia democratica e popolare e chiunque osasse tentare di spezzare questa unione sorta dalla lotta comune, sappia che noi garibaldini del glorioso IX Corpo dell’Armata Jugoslava, la difenderemo sino alla completa distruzione di ogni forza ostile…” (Lubiana IZDG.b.251,fasc.I/4)
Il resto lo conosciamo: migliaia di uomini e donne italiani, percossi, seviziati, infoibati, fatti sparire, trascinati nei campi di sterminio di Borovnica, Lepoglava, Maribor, Skofia Loka, Aidussina , aperti sino al Febbraio del 1950 ( rif: Testimonianza Freddi Luigi ). Tutta la documentazione, decine di fogli ingialliti, non comunicati al popolo italiano, sono pubblicati insieme nella ristampa del volume
Sognare una Patria edito dal Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur” di Pordenone.
E poi 350.000 esuli, privati con la violenza dei loro beni e del loro futuro, costretti ad andarsene e a subire il ludibrio dei comunisti italiani a Bologna, a Venezia ad Ancona ed ovunque arrivarono con le loro poche cose, raccolte in voluminosi fazzoletti.
Una storia vergognosa, sancita da un vergognoso trattato di pace, chiamato in ballo, nella data scelta per il ricordo, un ricordo che non può appartenere solo agli istriani, ai fiumani, ai dalmati ed ai giuliani, ma che resta una pagina poco conosciuta, per gli aspetti rimossi dal silenzio dei vivi o dei vincitori. 

Marco Pirina
Direttore del Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur” di Pordenone

www.silentesloquimur.it

domenica 1 gennaio 2023

Ecco cosa dovremo mangiare secondo gli eco-mondialisti

 

Novel Food: ecco cosa dovremo mangiare secondo gli eco-mondialisti

Iniziamo con una notizia interessante: in Norvegia, un gruppo di allevatori di renne Lapponi, che i cultori della correttezza politica vorrebbero imporci, non si sa bene perché, di chiamare Sami, hanno vinto un’importante causa davanti alla Corte Suprema norvegese: volevano impedire, e ci sono riusciti, la costruzione, sulle loro terre, di un enorme “parco” eolico, uno dei più grandi di Europa, che avrebbe loro impedito il tradizionale allevamento di renne, la cui carne è la base principale della loro dieta e fonte di reddito con il suo commercio.

Così questo enorme “parco” (notare la perfidia falsificante degli ambientalisti per l’uso questo verdeggiante sostantivo) di 278 torri eoliche e sei centrali elettriche non si farà e i Lapponi potranno continuare a mangiare la loro carne di renna, che dicono sia buonissima. Per inciso, siccome l’hybris, la tragica superbia ecologista ama e alleva le mostruosità, ecco che in Danimarca hanno inaugurato la torre eolica più grande al mondo, un incubo paesaggistico alto 271 metri (il grattacielo più alto d’Italia, la torre Unicredit a Milano è alto, guglia compresa, “solo” 231 metri), con pale lunghe 108 metri.

Comunque, che le pale eoliche siano altamente inquinanti paesaggisticamente, esteticamente, acusticamente e per il consumo di suolo sottratto all’agricoltura di qualità non è solo una fissazione di Vittorio Sgarbi, che combatte con foga questa buona battaglia suggerendo che il massiccio aumento dello scempio delle pale sia funzionale agli interessi della mafia. Scrive: “Il vero patto Stato-mafia è questo: lo Stato dà incentivi perché la mafia distrugga il paesaggio”. Già perché queste terrificanti installazioni (i trecento metri cubi di calcestruzzo mediamente occorrenti per ciascuna sono una brutale cementificazione), sono finanziati da tutti noi, in nome delle menzogne ecologiste su presunti “cambiamenti climatici antropici” e della brutale “transizione ecologica” impostaci dai burocrati verdi dell’Unione Europea.

L’invasione dei mostruosi giganti con le pale (altro che pazzo: Don Chisciotte era preveggente) investe le nostre coste, i nostri crinali, le nostre colline, i nostri mari in Sicilia, in Puglia, in Calabria, in Molise, in Toscana e un po’ ovunque in Italia. È una speculazione, finanziaria, mafiosa o ecologista che sia, che comunque violenta e brutalizza i nostri paesaggi. In Puglia, a Manduria, zona vocata a vigneti e vini di qualità come il Primitivo, i viticoltori e gli abitanti si stanno battendo contro lo scempio di un territorio di pregio: c’è un progetto per l’installazione di ben 41 torri eoliche su un territorio di sette Comuni, installazioni che, denuncia il Consorzio di tutela del vino Primitivo: “mal si conciliano con un territorio che fa del patrimonio vitivinicolo il principale punto di forza”.

Ma l’agricoltura e l’allevamento di qualità e quindi i buoni prodotti agricoli non sono solo minacciati dall’elevato consumo di suolo che necessitano le “ecologiche” tecnologie rinnovabili quali i “parchi” eolici e i “campi” di pannelli solari, peraltro di limitata efficienza perché producono solo in presenza delle fonti energetiche: vento e sole. La buona cucina tradizionale del territorio, i prodotti alimentari storici e di qualità, i piccoli produttori di preziose eccellenza agricole stanno subendo ora un subdolo attacco da parte dei burocrati dell’Unione Europea obbedienti ai diktat della grande industria alimentare dei paesi del Nord, spesso privi o con una modesta tradizione gastronomica, dei fanatismi ecologisti, delle isterie animaliste e vegane, delle multinazionali del cibo, dei poteri forti mondialisti che odiano tutto ciò che è specifico e identitario e che ci vogliono omogeneizzati, meticci, consumatori obbedienti e fedeli al Sistema del Governo Mondiale. Non è una novità: vi ricordate quando, qualche anno fa, l’Unione Europea voleva mettere al bando la pizza fatta nel forno a legna, perché “cancerogena”?

È un dato di fatto che il cibo non è solo un mezzo di sostentamento, ma è molto di più. È cultura, è storia, è civiltà. Soprattutto è un valore identitario, locale, regionale, spesso cittadino. Lo stesso piatto può avere una tramandata declinazione diversa da famiglia a famiglia. È una ricchezza antropologica e sociale. Il cibo è fattore d’incontro e di coesione familiare. È gioia comunitaria, è scansione rituale del tempo annuale.

Non è vero che il Cristianesimo sia portatore di una visione digiunatrice e penitenziale, se non nei tempi canonici. Il primo miracolo di Gesù si compie a tavola a Cana e riguarda, appunto, la miracolosa produzione di vino “di qualità”. I monasteri da secoli sono noti per i loro prodotti alimentari, le birre, le confetture, il miele. Il formaggio grana è stato inventato dai monaci cistercensi lombardi. Lo champagne è stato perfezionato da un monaco benedettino, Dom Pérignon. Ai monaci dobbiamo il Frascati e il Gattinara. San Francesco esigeva che le tavole festive dei suoi frati fossero abbondanti e, soprattutto, non prive di carne. Così recita il Salmo 103: “Signore mio Dio quanto sei grande! Fai crescere il fieno per gli armenti, il vino che allieta il cuore dell’uomo, l’olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore”.

Per il filosofo conservatore Roger Scruton, “La tavola è una esperienza di bellezza”. Lo scrittore cattolico inglese Hilaire Belloc che, come il suo amico Gilbert K. Chesterton, amava la buona tavola e il buon vino, scriveva: “Laddove splende il sole cattolico, c’è sempre allegria e buon vino rosso”. La scrittrice cattolica Susanna Manzin, autrice di Pane e Focolare, un intrigante libro in difesa della buona tavola, scrive: “Laddove si assiste a una progressiva spoliazione della tavola, si assiste in realtà a un imbarbarimento dei rapporti umani.” Piuttosto è la cultura protestante e calvinista del Nord ad essere tendenzialmente proibizionista e a guardare con sospetto il cibo “buono”.

Denuncia Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni e consigliere delegato di Filiera Italia, che gli ambienti onusiani e mondialisti hanno prodotto una commissione di “esperti” internazionali, la Eat Lancet Commission, che nel 2019 ha elaborato una sorta di “bibbia alimentare” mondiale, in linea con le imposizioni dell’ONU sulla cosiddetta sostenibilità e gli sciagurati accordi di Parigi sul clima: “Il report ha delineato una dieta universale e chiede che i consumatori non abbiano più la libertà di scelta su cosa mangiare, mettendo a punto una strategia per obbligare i consumatori a mangiare cibi più sostenibili”.

Ancora, questa commissione mondialista vuole mettere al bando la carne (“rimuovere le opzioni di scelta inappropriate”, “restringere le scelte”, “finanziare campagne per mettere al bando alcuni prodotti”). Si vuole imporre una “dieta universale”, che azzeri le differenze e le peculiarità territoriali e locali, che sostituisca i prodotti tradizionali e tipici con “cibi Frankenstein” prodotti dalle grandi multinazionali alimentari e uguali per tutto il mondo. Una vera e propria dittatura alimentare.

Ovviamente questo mefistofelico progetto è entusiasticamente sostenuto da ecologisti, sostenitori della bizzarra teoria del “riscaldamento globale antropico”, animalisti, vegetarian-vegani, ma, come si accennava, è manovrato dalle grandi multinazionali, comprese le nascenti industrie di carne sintetica e coltivata, tra le quali quella fondata da Bill Gates, che sostiene che i paesi avanzati devono convertirsi al 100% al manzo sintetico. Anche Leonardo Di Caprio si è lanciato nel business della carne in provetta, progetto che sembra piacere molto al Gotha del mondo liberal statunitense, quello che i finanzia anche i terroristi dei Black Lives Matter distruttori di monumenti di Colombo e degli eroi Confederati. Anche la Nestlé ha ammesso di stare studiando tecnologie innovative per produrre carne coltivata. E, per la gioia dei vegani, addio al latte e ai suoi derivati, sostituito dal latte di soia o di altri vegetali, meno caro e più standardizzabile.

Per combattere la costata e il filetto (quelli veri), ogni scusa e mezzo sono buoni: sull’altare dello sciagurato Green Deal, la bella coppia Ursula von der Leyen e Frans Timmermans vogliono mettere al bando la carne (ma anche il legname, il cacao e il caffè) prodotta in Brasile, paese colpevole di presunta “deforestazione”, così possono colpire anche il Presidente Bolsonaro, eletto liberamente dal popolo brasiliano, ma purtroppo poco sensibile alle menzogne della “correttezza politica” e quindi costantemente sotto attacco dei liberal-socialisti mondiali.

Gilles Luneau, che ha scritto un libro sulla carne sintetica: Carne artificiale? No grazie, spiega che l’UE sponsorizza la società di Leonardo di Caprio; “Le start-up che lavorano alla produzione di carne sintetica o succedanei della carne su base chimico vegetale hanno contributi per 14 miliardi di dollari. Ci sono 800 aziende che lavorano in questo campo”. Un attacco alla bistecca è venuto anche dal Ministro della Transizione ecologica (ridicola definizione impostaci dall’UE) Roberto Cingolani, quello che ha candidamente ammesso che questa transizione ecologica sarà “un bagno di sangue”. Costui ha minacciosamente dichiarato che il consumo di carne “dovrebbe essere diminuito sostituendo le proteine animali con quelle vegetali, perché la proteina animale richiede 6 volte l’acqua di quella vegetale.” Di questa insensata guerra alla carne scatenata dai mondialisti e dagli ultraricchi dell’esclusivo circolo di Davos, ne ha parlato anche Roberto Pecchioli, in un bel articolo pubblicato in questo sito: “Mangerete il gombo e sarete felici”. Dal vangelo secondo il Forum di Davos. Già appaiono i buoni esempi di “rieducazione alimentare”: le mense universitarie di Berlino hanno deciso di eliminare la carne dai loro menù.

Per trovare alternative alla carne, oltre a quella prodotta in provetta, si è scatenata la perversa fantasia culinario-mondialista dei burocrati della neo-sovietica Unione Europea: sfidando il giustificato disgusto dei buongustai europei, Bruxelles ha appena autorizzato le locuste come altro insetto edibile dopo le tarme, poi la carne di coccodrillo del Nilo, degli alligatori e dei serpenti come il pitone. Però non crediamo che i brussellesi rinuncino alle loro tradizionali frites Belges sostituendole con la frittura di locuste. D’altronde, la riduzione del consumo di carne è sfrontatamente e ufficialmente prevista nel programma UE Farm to fork: la carne deve essere bandita dalle tavole europee e sostituita da bachi, locuste, spremute di fagioli e coccodrilli.

È noto che, con supremo sprezzo del ridicolo, gli eco-falsificatori accusino i “peti delle vacche” degli allevamenti di essere gravemente colpevoli di “letali” emissioni di presunti gas serra. Sulla base di questa bizzarra convinzione, al cui confronto quella dei terrapiattisti è una rispettabile teoria scientifica, la Nuova Zelanda manderà in orbita Methanesat, un innovativo satellite di alta tecnologia in grado di monitorare i prodotti dei processi digestivi dei ruminanti, che in Nuova Zelanda, paese di allevatori, sono 6,3 milioni.

Ma il pericolo maggiore, e imminente, per la nostra agricoltura e i nostri prodotti è il cosiddetto Nutriscore, un perverso sistema di valutazione “a colori” dei cibi, da apporre obbligatoriamente sulle etichette e attualmente sottoposto a una consultazione pubblica a livello europeo (ma nessuno ne parla).

Questa valutazione avverrebbe sulla base di un cervellotico algoritmo che penalizza i prodotti agricoli di qualità come quelli italiani e “promuove cibi Frankenstein delle multinazionali, zeppi di chimica e ricavati da proteine vegetali pagate pochi spiccioli”, spiega Carlo Cambi su La Verità. Così, sulla base di questo sistema voluto dalle multinazionali, la Diet Coke risulterebbe più salubre dell’olio di oliva. Riceverebbero il “semaforo rosso” anche prodotti dell’eccellenza gastronomica italiana come il prosciutto di Parma, il San Daniele, il salame di Varzi, il salame d’oca di Mortara, quello di Felino, il culatello di Zibello, lo speck, la mortadella, il cotechino di Modena, il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, il gorgonzola, il pecorino, la mozzarella di bufala e molti altri.

“L’Italia ha un patrimonio di 600 tipi di salumi tipici e 400 diversi formaggi. Si distruggono tessuti produttivi che vivono da millenni”, ha dichiarato Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano e vice-presidente nazionale della Coldiretti. Non è finita: è recente una disposizione europea, ipocritamente prevista per suggerire misure per combattere il cancro, che condanna il consumo di vino, di birra, di carne rossa e di salumi, sulla base di una indimostrata presunzione che un consumo normale e moderato di questi prodotti favorisca i tumori.

Quindi l’Unione vorrebbe mettere etichette terroristiche sulle bottiglie, vietare le sponsorizzazioni e aumentare le tasse su questi prodotti. Tra le varie conseguenze negative per la nostra agricoltura è che, spiega ancora Carlo Cambi, “I produttori di vino, salumi, carne rosse e lavorate avranno meno chance di essere ammessi alle graduatorie del bando per la promozione in ambito comunitario”. Non solo, il perverso inventore del Nutriscore vorrebbe imporre addirittura una valutazione ancora più bassa del minimo (una grande F nera) a tutte le bevande con gradazione alcolica superiore all’1%.

Che l’Unione Europea non ami i nostri bravi viticultori è storia vecchia: vi ricordate quando l’UE sottrasse ai produttori veneti e friulani l’uso del termine Tocai, in uso da centinaia di anni, perché infastidiva i produttori ungheresi di Tokaj, un vino dolciastro e liquoroso che nulla aveva a che vedere con i nostri? Ed è ancora pendente, nonostante le proteste italiane, la richiesta della Croazia di registrare il marchio Prosek (però la Commissione Europea ha assentito alla possibilità della richiesta croata) chiaramente un italian sounding nato per sfruttare il successo dello spumante italiano. Anche l’Aceto Balsamico di Modena è sotto attacco di un imitatore sloveno. E pure in questo caso la Commissione Europea ha deciso di non decidere rispetto al contenzioso aperto dall’Italia.

Nel frattempo, stanno inventandosi una nuova preda nella caccia scatenata dal fanatismo ecologista: il caffè. Lo racconta il giornalista Mario Giordano: un centro di ricerche della Finlandia ha messo a punto una tecnica per produrre caffè sintetico. Spiega il portavoce del centro, dottor Heiko Rischer, che il caffè è un prodotto “problematico” (lo sapevate?) perché gli agricoltori hanno la grave colpa di disboscare per ricavare nuove colture. Inoltre, aggiunge costui ripetendo i soliti luoghi comuni ambientalisti, “c’è anche la questione dei trasporti, l’uso dei combustibili fossili e via discorrendo”. Ecco quindi la ricerca di una alternativa “sostenibile”. Ovviamente non poteva mancare questo abusato aggettivo dal significato assolutamente nebuloso. L’Unione Europea ci proibirà anche il caffè? Sta già avvenendo, come abbiamo visto, con quello brasiliano.

A questo punto, è facile tirare qualche conclusione: l’aggressione alla buona tavola, al buon cibo e al buon vino, ai prodotti tradizionali, al piacere del desco familiare e amicale non è casuale. Che l’ONU e la UE vogliano imporci una “dieta universale” fatta di cibi iper-industrializzati, prodotti delle multinazionali, infarciti di chimica però “sostenibili”, insensato aggettivo che legittima ogni schifezza e ogni nequizia, buoni per i fast food e il “fast eating” solitario sul divano di casa davanti alla televisione, è un dato di fatto incontestabile. Per distruggere i prodotti locali e tradizionali, l’agricoltura “sana” e i produttori di qualità, usano tutti i sistemi: chiedete a un piccolo casaro d’alpeggio o al titolare di un piccolo salumificio a quali stringenti e costose normative su una presunta “sicurezza alimentare” devono sottostare. Per i piccoli imprenditori produrre alimenti di qualità sta diventando un atto eroico.

Tutto ciò non è “per il nostro bene”, tutto ciò non è innocente. Come si diceva, il cibo è identità e tradizione, storia e civiltà, bellezza e comunità. Tutti valori che il mondialismo della grande finanza, delle multinazionali, dei liberal radical chic apolidi e “multiculturalisti”, dei gretini e degli ecologisti di varia specie odia e vuole distruggere perché pietre d’inciampo sulla strada di un mondo meticcio, omogeneizzato, fatto di individui indistinguibili nei costumi e nei consumi perché privati di identità e storia, sottomessi alle leggi estreme del profitto.

La logica sottostante e gli scopi occulti di questa aggressione al Buono sono gli stessi dalla cancel culture che vuole distruggere la nostra memoria greco-romana e cristiana, la nostra storia e la nostra cultura classica, sono gli stessi dell’immigrazionismo selvaggio e violento che vuole sostituire la nostra civilizzazione e la nostra etnia con un meticciato indifferenziato; sono gli stessi che lavorano per la decostruzione dell’Arte e del Bello, sono gli stessi che operano per la distruzione della famiglia e vogliono impedirci, con leggi liberticide, ogni difesa della morale eterna, della legge divina iscritta nell’animo di ogni uomo.

Nel suo recente libro Conservare l’anima così scrive Francesco Borgonovo: “Mangiare, oggi, è un atto politico”. Dobbiamo tenerlo presente, dobbiamo essere consapevoli di chi sono i nemici della buona tavola, delle loro macchinazioni e dei loro scopi occulti. Dobbiamo, con le nostre scelte quotidiane, difendere piccoli ma importanti pezzi della nostra storia e della nostra cultura. Anche questo è combattere la buona battaglia.

mercoledì 21 dicembre 2022

 UN CONSIGLIO DA AMICO (SINCERO)

 UN CONSIGLIO DA AMICO (SINCERO)

"TEHERAN (da Pars Today Italian)
 - Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanani, ha condannato fermamente la risoluzione del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC), approvata sotto pressione USA, definendola un'azione politica, priva di fondamento giuridico, che crea una procedura sbagliata in questa organizzazione internazionale. L'espulsione della Repubblica islamica dell'Iran alla Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne è stata votota mercoledì sera, sotto pressione degli Stati Uniti e sulla base di affermazioni infondate e argomentazioni puramente politiche. Tale risoluzione è stata approvata con 29 voti favorevoli, 8 contrari e 16 astenuti. Bolivia, Cina, Kazakistan, Nicaragua, Nigeria, Oman, Russia e Zimbabwe hanno votato contro l'annullamento dell'adesione dell'Iran alla Commissione sullo status delle donne".


🔴 Questa la dichiarazione ufficiale del governo di Teheran a fronte di un ulteriore abuso subito, in sede ONU, da parte degli Stati Uniti con solito codazzo di UEisti ed atlantisti vari sparsi per il mondo.
Inutile aver fatto rilevare ai "delegati" della commissione come, in occasione dello omicidio di George Floyd, e successive devastazioni di piazza, nessun dibattito e nessuna condanna siano state portati alla attenzione del "consesso internazionale". Come pure la costatazione del fatto che Washington detenga il più alto numero di detenute al mondo. Ignorando del tutto i crimini commessi da israele che uccide, arresta e priva delle libertà donne e bambini Palestinesi in totale spregio del diritto internazionale e dei deliberati ONU.
Mi pregio rammentare, a quanti abbiano la cortese pazienza di leggere le mie osservazioni, che già dalla prima "condanna" della Russia per la "invasione" della Ucraina ho fatto presente, con osservazioni partecipate ai rispettivi ambasciatori della Federazione Russa e della Repubblica Islamica, come oramai le Nazioni Unite (e tutte le agenzie dipendenti) fossero in sostanziale mano degli Stati Uniti d'America. Con relativa eliminazione del famigerato "diritto di veto" di Mosca e Pechino in virtù dei voti "assembleari", necessari per il sostegno psicologico alle iniziative USA, NATOed UE. 

Tutte tese alla difesa ed alla "esportazione della democrazia" ovunque fosse necessario per gli interessi di Washington.
Ribadendo la necessità che i governi degli stati vittime delle aggressioni occidentali e sioniste prendessero atto della situazione ed iniziassero a creare una alternativa associativa alle oramai inutili Nazioni Unite.
Certo, sono assolutamente consapevole di non rappresentare niente e nessuno ma ritengo che Iran, Russia, Siria, Venezuela e via scrivendo, fino ad arrivare alla potentissima Cina, perdano solo tempo prezioso nel tentativo di ri-legittimare questo carrozzone mondiale denominato Nazioni (fittiziamente) Unite.
Occorre che questi stati decidano di abbandonarlo al più presto e diano vita ad una nuova organizzazione mondiale.
Sempre che non vogliano, da sole, stringere quel cappio che Washington ha già messo al loro collo .
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Grazie per l'attenzione
Vincenzo Mannello