martedì 13 maggio 2014

COME PRIMA…COME SEMPRE

COME PRIMA…COME SEMPRE



Si sta sviluppando la matassa delle indagini sulla nuova tangentopoli che ha coinvolto gli appalti per l’Expo di Milano e le novità che stanno emergendo confermano che la politica, TUTTA è come sempre coinvolta negli affari sporchi, nelle tangenti, nella corruzione che domina da sempre i piatti succolenti delle grandi opere.
Altro che infiltrazioni mafiose..!
Le vere infiltrazioni malavitose sono quelle della politica e dell’imprenditoria che al ricatto della politica deve soggiacere per ottenere appalti NON in funzione delle capacità aziendali, ma in funzione delle mazzette pagate!
Pietro Greganti, Patrizia Pedrotti, Luigi Grilli, Gianstefano Frigerio, Antonio Rognoni, Angelo Paris, Sercio Cattozzo, Enrico Maltauro sono per ora gli arrestati coinvolti nelle indagini ( ma molti altri ne verranno coinvolti nel prosieguo delle indagini ) e rappresentano tutto l’arco politico italiano, dalle cooperative rosse, alla ex DC, a Forza Italia al PD, ma non solo, essi, in funzione delle loro provenienze, sono la dimostrazione di una continuità malavitosa che non ha mai cessato di operare nella politica italiana, nemmeno dopo tangentopoli e che dunque ne costituisce una componente organica ad essa.
Attendiamo a breve il solito tentativo della politica di dare la colpa alla magistratura che indaga anziché ai politici o ai loro gregari che rubano..!!
Lo abbiamo già visto con Tangentopoli e vedrete che lo rifaranno per scrollarsi di dosso l’infamia del loro comportamento mafioso e turlupinare nuovamente l’elettorato con storie di “complotti” da parte di una magistratura partigiana e politicizzata che userebbe l’arma della legge per colpire la democrazia e la libertà..!
Se gli italiani staranno ancora a questo gioco si dimostreranno così imbecilli da meritare questa casta che gli sta sul collo, che li sfrutta, li depreda e li prende per il sedere..!!
Il fatto che molteplici governi di ogni colore succedutisi alla guida del Paese negli ultimi decenni non sono stati capaci, anzi NON HANNO MAI VOLUTO, cambiare le cose stabilendo con le leggi criteri concreti di trasparenza e di controllo e determinando delle pene che avessero una reale deterrenza alla commistione di quei reati anziché essere un semplice buffetto sulle guance, è la dimostrazione palese che la politica è coinvolta.
E non ci si venga a dire che solo alcuni sono i corrotti perché la verità vera è che alcuni operano, ma tutti ne sono al corrente e se la responsabilità penale è ascrivibile solo ad alcuni, quella etica e politica coinvolge chi sa, tace e diventa così complice morale!

Alessandro Mezzano

                                                                                                                                                            

domenica 11 maggio 2014

GOMORRA DI STATO

GOMORRA DI STATO

A Milano riesplode in pieno una nuova Tangentopoli e vengono arrestati i vertici di EXPO.
A Roma viene arrestato l’ex ministro del governo Berlusconi, Scajola per avere favorito la latitanza di un condannato per mafia.
Apparentemente due episodi slegati tra di loro che invece hanno un elemento che li accomuna e cioè la disonestà cronica di fondo della classe politica italiana.
Dopo anni ed anni di scandali della corruzione, delle tangenti pagate ai politici di turno, di finti anatemi, di allarmi sociali, questi fatti delittuosi si ripetono ogni volta che sul piatto appare una portata sostanziosa ed appetitosa.
Si scatenano le corse per appropriarsi dei succolenti appalti ed inevitabilmente, per ottenerli, per essere i prescelti, ci si deve accordare con politici o sub politici corrotti  che pretendono in cambio fior di mazzette.
Ebbene, in tanti anni di prediche moraleggianti e di false promesse, la politica non ha fatto NULLA di concreto per organizzare gli appalti in modo che non siano, né possano più essere, soggetti agli arbitrii, alle malversazioni, alla corruzione e la prova inconfutabile di ciò sta nel FATTO che queste pratiche delinquenziali continuano come e più di prima!
Se un politico di grande potere come Scaiola subisce arresti a ripetizione, non tiene in alcun conto la giustizia ed il diritto quando favorisce la latitanza di un delinquente condannato e si fa protagonista di ripetuti scandali come è successo a lui negli anni e tuttavia rimane nella cerchia dei potenti ( Berlusconi ha espresso il “suo personale rammarico” all’arresto ), ciò vuole dire che quei comportamenti illegittimi hanno corso legale nei partiti e che sono considerati “normali”!
La conclusione sconsolata che si può e si deve trarre da questa situazione è che questa classe politica NON E’ REDIMIBILE e quindi la sola soluzione possibile è quella di abbatterla eliminandola FISICAMENTE dalla scena ..!!
L’unica differenza tra questa casta politica e la criminalità organizzata è che questa casta è pubblica mentre le mafie sono associazioni private, ma riguardo all’etica sono entrambe sullo stesso piano!
Serve una rivoluzione che stermini la peste inguaribile e che faccia spazio ad una nuova e diversa generazione di cittadini e di politici!
Saremo capaci di farla..??!!

Alessandro Mezzano
                                                                                                                                  

venerdì 9 maggio 2014

Convegno in Israele su Al-Nakba ( la catastrofe)


Convegno in Israele su Al-Nakba ( la catastrofe)


Il 4 Settembre prossimo si riuniranno in Israele i protagonisti della catastrofe, una vera e propria “pulizia etnica” che i Sionisti guidati da Ben Gurion effettuarono a danno della inerme popolazione Palestinese e che mai, sino ad oggi, ha avuto  riconoscimento ed assunzione di responsabilità da parte dello stato di Israele.
Era il 1948 quando l’ONU, condizionato dagli USA che sin da allora erano a loro volta condizionati dalla lobby ebraica, concesse ai sionisti metà della Palestina nonostante che essi , in  quel momento ne occupassero solamente il 5,8% del territorio e lo concesse ad un movimento ideologico quello sionista, che dichiarava apertamente già negli anni ’30 la propria intenzione di “de arabizzare” la Palestina….
Ma nemmeno ciò bastava al sionismo perché il piano dei sionisti, guidati da Ben Gurion era quello di occupare con la forza almeno l’80% della Palestina.
Come disse anche il professore Isareliano llan Pappe, si iniziò allora una vera e propria pulizia etnica e, nel giro di poco più di un anno, tra la colpevole e complice indifferenza delle grandi potenze, 531 villaggi palestinesi furono distrutti, migliaia di persone, bambini compresi, furono assassinate da soldati ebrei, guidati dalla minoranza sionista, e circa l’85% della popolazione araba fu scacciata dalla Palestina, creando milioni di profughi che ancora oggi non hanno accesso alla loro terra natale.
Questi i FATTI Incontrovertibili e queste le responsabilità del sionismo israeliano e del mondo occidentale.
Oggi, a distanza di 68 anni la manovra di un convegno per cercare di guadagnare, al cospetto del mondo, una assoluzione postuma e ridare uno smalto di rispettabilità ad uno stato canaglia, ma nessuno crede né alla buona fede, né al pentimento, né ai buoni propositi di Israele che vuole sia accettato lo stato di fatto ed essere perdonato per come esso è stato ottenuto.
Se un vero pentimento ci fosse, esso dovrebbe perlomeno restituire ai Palestinesi tutte le loro terre mentre oggi la falsità e l’ipocrisia di Israele è provata dal fatto che non riesce neppure a riconoscere che i palestinesi possano essere uno Stato sovrano, nemmeno nelle terre che occupano attualmente.
Gli ebrei accampano, a mo’ di giustificazione, di essere i superstiti dell’olocausto  ma, se olocausto ci fu, esso non è sicuramente imputabile ai Palestinesi e dunque nessuna giustificazione è accettabile per le mostruosità che il popolo Palestinese ha dovuto subire da parte del fanatismo sionista!

Alessandro Mezzano




giovedì 8 maggio 2014

MEMORIA VISSUTA.. IL 4 GIUGNO 1944 - Filippo Giannini

Memoria vissuta.. il 4 giugno 1944 raccontato da Filippo Giannini



4 giugno 1944, giorno (diciamo) della “liberazione” di Roma. “Liberata” da un popolo che per vocazione nasce come “liberatore di genti oppresse”. D’altra parte il mondo è colmo di “gnocchi”.

Ero poco più che bambino, ma quegli avvenimenti sono rimasti nella mia memoria ben chiari e, parafrasando padre Dante, “per ridir del ‘mal’ che vi trovai, dirò dell’altre cose che v’ho scorte”.

Quanto ci sarebbe da scrivere su quel periodo: bombardamenti e mitragliamenti terroristici (d’altra parte questo tipo di “liberazione” si porta con il terrore, come stiamo vedendo anche in questi giorni); attentati scientemente preparati per riavere in cambio le rappresaglie e la fame, sì, la fame più nera.

Proverò a scrivere di quelle cose meno note, perché ricordi assolutamente personali.

In quell’epoca vivevo a Via Po, ad un ultimo piano. Le mie finestre davano da un lato su quella strada, dall’altra su Via Simeto. Con la nascita della R.S.I. (esattamente come qualsiasi Paese in guerra) vennero emessi bandi di coscrizione militare per alcune classi: moltissimi risposero, pochi no.

Spesso, affacciandomi su Via Po, vedevo una parte dell’interno di un appartamento del palazzo prospiciente, esattamente al secondo piano, dove si “nascondeva” un giovane che non si era presentato alla chiamata alle armi. Molti lo conoscevano e sapevano della sua renitenza alla leva: ma era inoffensivo e non ebbe mai fastidi.

Posso testimoniare che, pur vivendo in un periodo di fame (provate a pensare come si può vivere con una razione di 80 grammi di pane giornaliera), la popolazione civile non provava odio né per i militari tedeschi né per i “fascisti”, anche se la maggioranza attendeva i “liberatori”. L’idea di sconfiggere la fame era il miraggio assillante; il “pane bianco” giustificava persino la sconfitta della Patria.

In questo clima, che per assenza di spazio ho appena accennato, la vita scorreva (tra un bombardamento e l’altro, tra un mitragliamento e l’altro) ordinata; e la parola “moralità” aveva ancora un senso e un valore.

“Finalmente” ecco la mattina del 4 giugno: la “liberazione”. 

Ovviamente “quel giorno” niente scuola: una doppia festa. Dalla strada giungevano grida di giubilo e anche il rumore metallico dei carri armati che, in numero infinito, puntavano a nord dirigendosi sulla Flaminia, l’Aurelia e la Salaria. Ad un certo momento sentii colpi di armi automatiche. Mi affacciai su Via Simeto: guardando sulla destra potevo vedere uno squarcio di Piazza Verdi dove allora c’era la “Casa dell’automobile”. 

I colpi venivano proprio da quella parte. Poi venni a sapere che in quell’edificio si erano asserragliati alcuni “fascisti” che, al contrario della massa, non volevano essere “liberati”.

Scesi in strada e mi imbattei con il giovane “imboscato” del palazzo prospiciente: si era cinto la testa con un drappo rosso e imbracciava un fuciletto simile a quelli che avevamo in dotazione come “Balilla”. 

Notai nei suoi occhi un notevole imbarazzo: certamente ero l’ultima persona che avrebbe gradito incontrare. Anch’io lo guardai, stupito (ancora non potevo sapere l’andamento di “certe cose”). Poi si allontanò, tuffandosi “vincitore fra i vincitori”, e magari andando a vantare i suoi meriti di partigiano.

Sin dal primo giorno ebbi modo di assistere al sorgere del fenomeno delle “segnorine”: ragazze e signore che donavano le loro virtù ai “liberatori”.

Il passaggio fra la nostra civiltà e l’”american way of life” fu improvviso, squassante. Ripeto, anche se poco più che bambino, ebbi immediatamente l’impressione che “quel” 4 giugno rappresentasse uno spartiacque: da una parte la vita come l’avevo vissuta, dall’altra quella che mi si prospettava davanti. Da quel giorno e nei seguenti assistetti a spettacoli che mai avrei immaginato. Soldati, soprattutto americani, perennemente ubriachi che insudiciavano e si insudiciavano col proprio vomito. Per la loro continua ricerca di “segnorine” le strade, non solo quelle nascoste, erano tappezzate di profilattici, un “prodotto”, sino ad allora assolutamente sconosciuto. Alcuni ragazzi che erano stati orgogliosi “Balilla”, trasformati in “sciuscià”.

La fame, con la “liberazione” non scemò di molto, perché i prezzi di ogni prodotto si erano moltiplicati grazie all’inflazione causata da un altro regalo dei “liberatori”: l’immissione, incontrollata sul mercato, delle “amlire”, la moneta d’occupazione, che tanto danno ha arrecato alla nostra economia.

E le “segnorine” battevano il marciapiede sempre più numerose, alimentando una “ventata” di progresso.

Un fatto, più di ogni altro, è rimasto impresso nella mia mente e da solo, può dare la misura della miseria morale importata dai “liberatori”. Un giorno ero a Piazzale Brasile (Porta Pinciana), zona particolarmente frequentata  dai militari americani di colore e bianchi. 

Vidi arrivare una famigliola composta da padre, madre e un bambino di due o tre anni. La donna con il bambino in braccio si sedette su un muretto, mentre l’uomo si allontanò per tornare, poco dopo, in compagnia di un soldato di colore. Confabularono per pochi attimi, poi l’uomo prese il bambino e lasciò che la moglie si allontanasse con il militare nell’interno di Villa Borghese. Assistetti anche al ritorno della coppia e a un nuovo episodio: l’uomo consegnò il bambino alla donna, si allontanò per cercare un nuovo cliente: una nuova breve contrattazione e così di seguito.

Il mondo nel quale oggi viviamo è quello che ci fu imposto “quel” 4 giugno. D’altra parte, la storia si ripete perché: ad ogni invasione di barbari segue un periodo di decadenza.  

Filippo Giannini
                                               "LA LIBERTA"

lunedì 5 maggio 2014

TESTAMENTO SPIRITUALE DI RUTILIO SERMONTI


Italia - Repubblica - Socializzazione

Testamento spirituale di Rutilio Sermonti     
 
Abbiamo ricevuto, tramite e-mail, questo stupendo "testamento spirituale" di Rutilio Sermonti che riportiamo integralmente perchè Rutilio, dall'alto della sua saggezza, esperienza e dirittura morale, ci consegna un "qualcosa" di veramente raro e prezioso: un insegnamento e una dirittura di vita non facilmente percorribile in questa ignobile Era Democratica. Sono parole che ci riempiono di fierezza, ma anche di tristezza e forse ci suscitano un poco di invidia per il fatto che Rutilio ebbe l'occasione storica, che noi per ragioni anagrafiche non abbiamo avuto, di compiere il suo giuramento davanti al Duce.
Politicamente possiamo a volte non condividere certe posizioni e trovarci magari in dissenso sul come operare politicamente in questa società, ma sappiamo anche riconoscere la buona fede e i veri uomini, portatori di quei valori e di un retaggio storico che ci accomuna.
Per fare un esempio, recentemente leggemmo sul quotidiano "Rinascita" una affermazione di Rutilio con la quale, senza mezzi termini, dichiarava che oramai egli lui giudicava gli altri a seconda di come questi si ponevano rispetto alla fatidica data del 25 aprile. Ed in effetti considerare quella data come "liberazione" o come "occupazione" è un qualcosa di completamente diverso e determinante.
Da parte nostra aggiungiamo che questo "spartiacque", pur indispensabile non è però, oggi come oggi, sufficiente per affrontare e confrontarsi nell'impervia e subdola strada della politica.
Occorre infatti aggiungere un altro spartiacque, che stabilisca come devesi giudicare chi ha collaborato a qualsiasi titolo, dal 25 aprile 1945 in avanti, con gli occupanti americani e con le strutture del sistema atlantico, nostrane o straniere che siano, tradendo in tal modo, con tale cooperazione con chi ci ha colonizzato, gli interessi nazionali e gli stessi ideali del fascismo repubblicano della RSI.

Maurizio Barozzi

Testamento spirituale di Rutilio Sermonti
RSMC

Ascoltatemi, carissimi amici e compagni di fede. Questo non è un addio. L'addio, sarete voi a darmelo, quando io non potrò più farlo, dato che, fino all'ultimo respiro, intendo adempiere al giuramento che prestai il 28 ottobre 1939 allo Stadio dei Marmi, al Duce presente.
È un testamento e una consegna, e, come tale, va redatto presso alla conclusione della vita, ma ancora nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, come il destino ha voluto conservarmi tuttora.
Mi rivolgo a voi, che mi siete più vicini nei ranghi, ma vi faccio carico di serbare in cuore le mie parole e di divulgarle al massimo e con ogni possibile mezzo a tutti coloro che giudicate pronti a riceverle, il giorno in cui mi porrò in congedo illimitato.
Per tutta la vita, ho cercato di servire il nostro comune ideale. Come tutti, ho certo commesso errori ed ingenuità, ma posso orgogliosamente affermare, sfidando chiunque a contraddirmi, di non aver mai accettato il più insignificante compromesso con la laida baldracca cui si usa dare il nome di Libertà, nè con i suoi logorroici manutengoli. Ora che il fardello del legionario comincia a premere sulle mie dolenti spalle, e che il mio passo malfermo necessita dell'appoggio affettuoso dei giovani fedeli, credo quindi di potere, senza mancarvi di rispetto, rivolgermi a voi in tono quasi paterno.
La prima verità da intendere è questa: che il compito che ci siamo assunti non è da uomini, ma da eroi. Non è affermazione retorica, questa, ma rigorosamente realistica. E, se così numerosi tentativi di riunione delle nostre forze sono falliti, è stato perchè si è voluto affrontarli da uomini e non da eroi. E gli uomini, anche di buon livello, hanno una pletora di debolezze, di vanità, di fisime, di opportunismi, che solo gli eroi sanno gettarsi dietro le spalle.
Come tante altre parole, anche "eroe" ha bisogno di una definizione. Non intendo, con essa, riferirmi a un comportamento eccezionale dettato da un attimo di esaltazione, di suggestione e di sacro furore, che può portare fino a «gettare la vita oltre l'ostacolo». Intendo definire quel fatto esistenziale e permanente, detto «concezione eroica della vita», che accompagna il soggetto in tutte le sue azioni e pensieri, anche apparentemente più tranquilli. Eroe, è quindi chi riesce a spezzare i vincoli condizionanti che lo legano, ora ad ora, alla grigia materialità del quotidiano, per seguire ad ogni costo la suprema armonia del cosmo, il sentiero della super-vita e della partecipazione al Grande Spirito. L'eroe è quindi portato a fare il proprio dovere, senza bisogno di alcuna costrizione, ed ha nella propria coscienza un giudice ben più acuto e inesorabile che un pubblico impiegato seduto dietro a un bancone. Libero, non è chi non ha padrone, ma chi è padrone di se stesso, e quindi l'eroe è il solo tipo umano veramente libero.
Non è che l'eroe non si allacci anche lui le scarpe, non paghi il telefono, non incassi lo stipendio o non partecipi magari a una compravendita. Solo che, per lui, quelle sono incombenze necessarie ma accessorie, secondarie: non sono «la realtà della vita», come per l'uomo qualunque. Servono a campare, ma vivere per campare gli toglierebbe il respiro.
Per questo, il nostro primo imperativo dev'essere: «tutti eroi!».
Il mio testamento spirituale potrebbe finire qui, perchè tutto quel che ho fatto, detto e abbondantemente scritto in tanti anni, non è che la conseguenza di quell'impostazione.
Voglio però aggiungervi un paio di consigli, che ritengo possano essere utili per la vostra continuazione della lotta.
Il primo è di adottare un ordinamento (e una formazione) fondato sui doveri e non sui diritti.
Sul piano meramente logico, sembrerebbe la stessa cosa. Se Tizio ha un diritto, ci dev'essere un Caio che ha il corrispondente dovere verso di lui. Se quindi io dico: «Tizio ha diritto di avere X da Caio», è sinonimo del dire «Caio ha il dovere di dare X a Tizio». Che differenza c'è?
C'è, la differenza. E sta nel fatto che, mentre il proprio dovere si può FARE, il proprio diritto si può soltanto RECLAMARE. Ne consegue che, se tutti fanno il loro dovere, e tale è la maggior cura dello Stato, automaticamente anche tutti i diritti vengono soddisfatti, mentre, se si proclamano diritti a piene mani, e tutti li reclamano, si fanno solo cortei con cartelli e una gran confusione e intralcio al traffico (protetto da stuoli di vigili urbani), ma il popolo resta a bocca asciutta, eccettuati i sindacalisti.
La seconda esortazione ha carattere operativo. Un uomo solo, un Capo, può impugnare la barra delle massime decisioni, ma deve possedere qualità eccezionali, che ben raramente si riscontrano. In sua mancanza, un gruppo di tre, quattro, cinque persone accuratamente selezionate, possono svolgere la funzione decisionale con sufficiente prontezza e saggezza. Un organo più numeroso, può funzionare solo a patto che vi sia una rigorosa divisione di funzioni e relative competenze, tra cui quella di sintesi, svolta da pochissimi. Ma soprattutto, deve dominare in esso l'assoluta unità di intenti, al difuori di qualsiasi carattere agonistico (tipo maggioranza e opposizione). In mancanza di tali requisiti, l'organo numeroso è del tutto inutile, anzi gravemente dannoso, perchè vengono a dominare poteri "di fatto" fuori di ogni controllo. Vi dico questo, sia in vista degli organi dello Stato organico che intendiamo istaurare, sia per quanto riguarda agli organi interni di "nostre" formazioni. Per queste ultime, anzi, il pericolo delle vaste "collegialità" (vedasi il pessimo esempio del MSI-DN) è ancor più grave, perchè fattore della degenerazione demagogica e incapacitante delle compagini stesse. Lasciate quindi al belante gregge democratico la ridicola allucinazione di comandare tutti, e coltivate la nobile, virile e feconda virtù dell'obbedienza.
Nessuno nega che il temperamento ambizioso sia uno stimolo per l'azione, ma ognuno stia in guardia: al minimo accenno che esso tenda a prevaricare in lui sulla dedizione alla Causa, sappia mortificarlo con orrore. La vittoria nella «grande guerra santa» è quella.
Se potrò costatare l'accoglienza da parte vostra di queste mie esortazioni, saprò di non aver vissuto inutilmente.
Ed ora, non avendo più la forza di stare al remo, torno a darmi da fare al timone.
Enos, Lases, iuvate !
 
Rutilio    

sabato 3 maggio 2014

ILLEGITTIMITA' DELLE ISTITUZIONI - di Ida Magli






Illegittimità
delle istituzioni     

di Ida Magli
ItalianiLiberi | 02.05.2014

  L
a Cassazione ha confermato, con un pronunciamento decisivo del 4 aprile scorso e con l’efficacia del “giudicato erga omnes”, l’incostituzionalità dell’attuale legge elettorale. Un’incostituzionalità che era già stata dichiarata a gennaio dalla Consulta. “È stato accertato e dichiarato – afferma fra l’altro la Cassazione - che i cittadini elettori non hanno potuto esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto secondo il paradigma costituzionale. ”Discende da tale affermazione un’inevitabile conseguenza, ossia che: “Il principio di continuità dello Stato non può legittimare fino alla fine della legislatura le Camere elette in violazione della libertà di voto e che sono il frutto della grave ferita inferta alla logica della rappresentanza”.

Tutto questo era evidente ovviamente a ogni persona onesta e di buon senso fin da gennaio. L’insensibilità assoluta dimostrata da tutti i politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, garante della Costituzione e Capo della Magistratura, di fronte all’illegittimità del proprio potere e nei confronti delle delibere degli organi che esercitano la giustizia, fa veramente paura. Quale democrazia, quale civiltà, può sussistere in un paese nel quale tutte le istituzioni sono illegittime? Ma soprattutto quale democrazia, quale civiltà può sussistere in un paese dove i politici non si vergognano di essere illegittimi ed anzi vi nuotano allegramente come non mai?

Nulla è più ingiusto dell’illegalità, più dittatoriale che esercitare il potere nell’illegalità. Se pensiamo poi che la Costituzione italiana aveva creduto di garantire l’indipendenza della magistratura facendone un organo distinto e separato da quelli politici, ci possiamo rendere conto dell’enormità del comportamento dei politici. Nessuno, infatti, avrebbe potuto immaginare che i politici avrebbero invece approfittato di questa separatezza per non tenerne conto, come se la parola dei magistrati non avesse alcun valore.

Chi “nuota” meglio di tutti, però, è Matteo Renzi. L’illegalità l’ha lasciato libero da qualsiasi controllo, libero di esercitare le sue qualità di dittatore praticamente senza opposizione, o con una finta opposizione. Fa ciò che vuole suscitando l’ammirazione di tutti, amici e nemici, sempre invidiosi di chi ha il coraggio di comandare infischiandosi della democrazia. Approfittando dell’illegalità adesso si propone, come ogni buon dittatore, di cambiare la Costituzione abolendo una delle due Camere, quella dei “vecchi”, i senatori. I cittadini applaudono di fronte alla risibile motivazione di risparmiare qualche soldo, come sempre affascinati da quello che oggi si chiama decisionismo invece che ducismo. Un governo illegittimo che cambia la Costituzione? Ma certo! Anche Stalin ha iniziato la sua carriera di dittatore emanando la “costituzione più bella del mondo” nell’applauso generale. Quelli che l’applaudivano avevano però una giustificazione che i nostri politici non hanno: Renzi fa soltanto una delle sue melense risatine per essere applaudito mentre Stalin fucilava.

Politici che hanno perso la testa di fronte all’immenso potere che possiedono, non più controllati da nessuno o controllati da finti controllori anch’essi illegittimi: questi sono oggi i politici italiani. Abbiamo visto addirittura un Grillo fuori di sé proclamare che vincerà le elezioni europee, che andrà subito da Napolitano per farsi nominare capo del governo e chiedergli di dimettersi. Peccato che anche Napolitano sia illegittimo e sia indispensabile prima di tutto fare le elezioni per tornare nella legalità altrimenti chi lo dovrebbe nominare il nuovo Presidente della Repubblica? Il parlamento illegittimo? Non se lo sogni neppure Napolitano di dimettersi prima delle elezioni e del ritorno alla legalità, perché ci troviamo in questa situazione in buona parte per volontà sua. Rimanga al suo posto, non dia retta né a Grillo né a nessun altro e se è stanco, se non se la sente, affidi qualcuna delle sue funzioni, come previsto dalla Costituzione, al suo vice, il presidente del Senato.

Abbiamo potuto costatare durante questi orribili ultimi anni, dalla crisi del 2011 fino ad oggi, come uno Stato, costruito con tutte le possibili garanzie contro la dittatura, vi sia piombato con estrema facilità a causa della corruzione dei suoi organi parlamentari. Siamo costretti ancora una volta a chiederci: “Chi custodirà i custodi?” Eterna domanda cui, senza una forte coscienza etica personale, nessuna democrazia è in grado di rispondere.


Ida Magli

                                                                                                                                                                             

giovedì 1 maggio 2014

GLI INDENNIZZI DI GUERRA E I VOTI

 
A pagina 5 de “Il Giornale” (quotidiano della famiglia Berlusconi)  30 aprile 2014, sotto il titolo “Verso le europee – Le interferenze di Berlino” e il sottotitolo “I tedeschi bravi a indignarsi ma non a pagare per i crimini”, si legge un duro attacco alla Germania di Angela Merkel perché “non ha mosso un dito per far pagare gli indennizzi alle famiglie delle stragi naziste in Italia”.
Nell’articolo pur riportando che “la Corte dell’Aja ha esonerata la Germania da ogni responsabilità”, si dice che la Germania “ha accettato la responsabilità morale ma non gli indennizzi”.
Evidentemente il foglio di famiglia, che sta sostenendo la rabbiosa volontà di rivincita di Berlusconi, cerca di sfruttare la protesta e la rabbia originate dalla lunga crisi indirizzandole verso la Germania accusata, da una pubblicistica faziosa e da sprovveduti pseudo-economisti al servizio di lobby che non amano i “controlli”, di essere la responsabile delle rigorose norme dell’Unione Europea e della mancata crescita dell’Italia.
Bruciano poi sempre quei sorrisini ironici tra Merkel e Sarkozy nella famosa conferenza stampa, sorrisini che peraltro non erano indirizzati all’Italia, bensì al suo rappresentante di allora che, infatti, oggi è anche “pregiudicato”.
Non risulta però di aver mai letto sul foglio berlusconiano che la stragrande maggioranza delle stragi naziste, se non tutte, sono state originate da attentati o azioni dei partigiani italiani, che avevano ben presente che la rappresaglia si sarebbe abbattuta sui civili e che si sono ben guardati dal consegnarsi pur sapendo che la loro resa avrebbe salvato i civili stessi. 
Non ci risulta che il suddetto quotidiano si sia mai interessato ai risarcimenti che sarebbero spettati ai familiari dei tanti civili innocenti massacrati dai partigiani comunisti nel dopoguerra, i cui responsabili sono stati in alcuni casi condannati ma sono sfuggiti al carcere e ai risarcimenti riparando nei Paesi comunisti dell’Est. 
Non ci risulta di aver mai letto la richiesta di condanne e/o risarcimenti per i civili italiani infoibati dai titini.
Non ci risulta di aver mai letto la richiesta di condanne e/o risarcimenti per i civili italiani vittime collaterali di attentati partigiani, da Viale Abruzzi a Milano al ragazzo di Via Rasella a Roma e a tanti altri.
Non ci risulta di aver mai letto la richiesta di condanne e/o risarcimenti per i bombardamenti terroristici americani su obiettivi dichiaratamente civili e che hanno causato la morte di decine di migliaia di civili stessi.
Cosa non si farebbe per un po’ di VOTI !!
 
Adriano Rebecchi
Nazionalpopolari del Verbano-Cusio-Ossola e Novara