
Li hanno chiamati “i gioielli
insanguinati dei Romanov”.
La motivazione è duplice, secondo l’interpretazione che si dà
dell’espressione verbale.
“Insanguinati” è il termine ambiguo: lo furono, dal punto di
vista dei nemici della famiglia imperiale, perché acquisiti col
denaro derivato dallo sfruttamento delle masse, dal sangue dei
poveri e dei lavoratori, dei servi della gleba, durante secoli
di abusi e di speculazioni, di tassazioni inique. Ma lo furono
anche, a ben guardare, perché furono lavati nel sangue dei loro
proprietari, che fuggendo davanti alla rivoluzione li portarono
per la maggior parte con sé ma non riuscirono a salvarsi né a
salvarli.
Circondati da storie fantasiose e leggende, i gioielli della
Casa regnante di Russia,splendidi e complicati, insoliti ed
eccezionali,subito dopo l’eccidio di Jekaterinenburg furono
dispersi finendo in tutte le più lontane parti del mondo, e solo
da poco, per una paziente opera filologica attuata da studiosi
dei gioielli storici e d’epoca, si ricomincia a rinvenire
qualche pezzo che viene riconosciuto come appartenuto a questo o
a quel personaggio che fece parte della storia russa,
particolarmente dell’ultimo periodo dell’Impero, prima della
morte dell’ultimo Zar e della sua famiglia.
Poiché l’argomento è però appassionante, e ciò che rimane
realmente o anche solo in immagine aiuta a ricostruire epoche
lontane il cui fascino, di là dalla valutazione critica sul
piano storico, è innegabile, si tenterà di esaminare gli
elementi di cui l’epoca attuale dispone, o almeno, quelli che
sono ancora visibili, per lo straordinario piacere che se ne può
trarre e per l’impagabile emozione che deriva dal contemplare le
vestigia del tempo che fu.
GIOIELLI E CORONE

Diadema donato dallo Zar Alessandro II alla figlia Maria
Alexandrovna in occasione del suo matrimonio nel 1874.
Gioielli e sovrani, gioielli e
regine: binomi inscindibili, particolarmente nel passato, quando
il gioiello era complemento indispensabile d’un apparato che
realizzava nella forma esteriore l’importanza del potere.
Diamanti, perle, rubini, smeraldi e zaffiri da molti secoli
segnano la fortuna delle famiglie reali europee. Se sopravviene
un esilio, come afferma uno studioso dell’argomento,” la riserva
di gioielli fonde come neve al sole”, se il re torna sul
trono,”il tesoro si ricostituisce e la sposa del sovrano si
ricopre di gioielli”.
Ciò si è potuto constatare maggiormente dal XVIII al XIX secolo,
perché in questo periodo più frequenti sono state le turbolenze
politiche e i rapidi mutamenti della storia.

Uno dei tanti diademi della collezione imperiale russa, in perle
e diamanti, indossato spesso dalla Zarina vedova Maria
Feodorovna. Metà del XIX secolo
Talvolta i gioielli sono stati
ancore di salvezza anche per sovrani regnanti, come per Isabella
la Cattolica, che alla fine del XV secolo vendette le sue
collane di rubini per finanziare la spedizione di Cristoforo
Colombo verso l’America, o come per Maria de’ Medici, che, in
disaccordo col figlio Luigi XIII, scappò dal castello di Blois
scendendo da una scala di corda appesa ad una finestra, portando
in mano una borsa con i suoi gioielli più preziosi: le servirono
per finanziare i suoi complotti contro il Cardinale di
Richelieu.
Per i Romanov, i gioielli furono la dimostrazione del lusso e
del potere fin che governarono, ma si trasformarono in prove
d’accusa appena furono detronizzati.
Punto d’incontro tra l’Oriente e l’Occidente,la Russia era un
passaggio obbligato per le vie carovaniere che si incrociavano
col suo territorio, particolarmente a sud, in vicinanza della
Persia,da dove provenivano le turchesi, le perle del Golfo
Persico e i diamanti e gli smeraldi delle Indie.
Durante il XVIII secolo, le Zarine Elisabetta Petrovna, figlia
di Pietro il Grande, e dopo di lei, Caterina II la Grande,
fecero massicci acquisti di gioielli: la visibilità del potere
passava anche attraverso l’ostentazione della ricchezza.
Nel XIX secolo però il modo di vivere degli Zar di Russia
cominciò a diventare veramente stravagante, e non solo il loro.

Il lusso insensato delle Granduchesse russe in occasione
dell’incoronazione dello Zar Nicola II. Al centro, la
Granduchessa Vladimir.
Infatti tutta l’aristocrazia
cominciò ad acquistare pietre preziose per ornarsene, perché in
quel periodo iniziarono a pieno ritmo la loro produzione le
miniere di gioielli rinvenute in Siberia, che rigurgitavano di
diamanti,zaffiri, smeraldi, acquemarine e pietre semi-preziose,
come i peridoti, mentre lungo i fiumi si raccoglieva l’ambra e
dall’Asia continuavano ad arrivare le ricercatissime perle.
L’acquisto di gioielli, però, non avveniva solo nella stessa
Russia.
Spesso le pietre preziose venivano portate all’estero, per lo
più in Francia, talvolta in Italia, dove c’erano famosi
gioiellieri che creavano poi splendide parures, diademi
meravigliosi, colliers, spille, anelli e bracciali, che erano
acquistati dalle nobildonne russe.
Lo stesso Zar Nicola II aveva donato alla futura moglie un
sautoir di perle di Cartier costato alla fine dell’Ottocento
duecentocinquantamila sterline, e una piccola corona di platino
e diamanti che la Zarina portava sempre, anche in aggiunta ad
altri diademi, come nel giorno delle nozze.
I nomi dei gioiellieri erano,per la Francia, oltre a Cartier,
quello di Mellerio, di Chaumet, di Maubussin, di Fabergé e di
Bulgari per l’Italia.
UN TIPO SPECIALE DI OGGETTI PREZIOSI
Fra gli oggetti eseguiti per la famiglia Romanov un posto
particolare occupano certamente le creazioni realizzate dal
gioielliere Fabergé in occasione della Pasqua.
Era una tradizione russa quella di offrire o donare, in
occasione della Santa Pasqua, uova dipinte.
L’Uovo rappresentava un antico simbolo dell’inizio della vita:
donandolo, si intendeva augurare la rinascita alla vita
spirituale, rinvigorita e fortificata dall’evento pasquale.
Da tempo inoltre si erano fatte realizzare uova di porcellana e
di ceramica.
Lo Zar Nicola II chiese al gioielliere di Corte Fabergé di
realizzare un uovo in oro e pietre preziose, ed egli gli rispose
che “sarebbe stato soddisfatto”.
Prima della Pasqua, e di ogni Pasqua che sarebbe venuta sino al
1916, Fabergé creò per la Zarina e per l’Imperatrice vedova a
cui lo Zar Nicola II le dedicava,splendide originalissime uova
in oro, smalto e pietre preziose, che si aprivano svelando nel
loro interno altri straordinari oggetti altrettanto preziosi,e
che finirono per diventare una vera collezione.

K.Fabergé - Uovo del 15° Anniversario Pasqua 1911 con i ritratti
della famiglia imperiale

KFabergé - Uovo dei Mughetti Da Nicola II ad Alexandra 1898
Anche di queste meraviglie molte
sono andate disperse, alcune sono ricomparse dopo molti
anni,acquistate da collezionisti ed estimatori, ma delle altre
si ignora la fine.

K.Fabergé - Uovo di Pasqua del 1897 donato da Nicola II alla
consorte Alexandra - Forbes Magazine Collection

K.Fabergé - Uovo del Kremlino - Pasqua 1906 - Onice bianco,
smalti, oro e piccole pietre preziose - Museo delle Armi del
Kremlino

K.Fabergé - Uovo commemorativo di Alessandro III in cristallo di
rocca e oro - Donato da Nicola II alla madre per la Pasqua del
1904
Le uova di Fabergé sono così
chiamate perchè furono ideate e realizzate nel suo atelier di
Mosca.Ma in realtà esse recano all’interno la firma degli
artisti che,per conto di Fabergé, le realizzarono con un gusto
squisito, riproducendo sull’avorio le sembianze dei componenti
della famiglia imperiale.
All’interno ,là dove si aprono per celare una sorpresa, sono
tutte foderate di velluto.
L’Uovo dei Mughetti ha, come sorpresa, le tre foto di Nicola II
e delle due prime figlie, che mediante un piccolo pulsante
possono fuoriuscire dall’uovo o rientrarvi.

K.Fabergé - Uovo della Croce di S. Giorgio. - Pasqua 1916 -
Dallo Zar Nicola II e dai suoi fratelli alla madre.
Ma Fabergé non realizzò solo le
Uova per la famiglia imperiale russa: portano la sua firma
diademi, spille, tabacchiere, oggetti d’argento e oggettistica
ornamentale d’argento e d’oro, come vasi e contenitori di vario
genere, centrotavola, candelabri ed altro ancora, che continuano
ad affiorare dal passato e riemergono nelle più famose aste
tenute da case come Christie’s e Sotheby, perché ogni tanto il
bisogno di denaro costringe a far cambiare di mano oggetti
preziosi di cui non si penserebbe mai di doversi separare.

K.Fabergé - Uovo dell’albero di arance. Meccanismo musicale e
apertura della sommità, da cui esce un usignolo che scompare
automaticamente quando cessa la musica. Oro, smalti e piccole
pietre preziose. Da Nicola II alla madre, Pasqua 1911
Le Uova di Fabergé qui presentate
sono un piccolo numero rispetto agli originali: di esse, alcune
appartengono ad un grosso collezionista americano, Forbes, altre
a privati o al museo delle Armi del Kremlino.
Qualcuno è stato rifatto su disegni preesistenti nel 1980, a
cura dello stesso Governo russo, quando si è cominciato a capire
quale importanza avesse per la storia della cultura russa che
nel passato si fossero ideate e realizzate in Russia delle vere
e proprie opere d’arte, sia pure in un’arte minore come la
gioielleria.

L’incoronazione dello Zar Nicola II. Particolare da un ritratto
di Laurits Regner Tuxon - 1898 –
UN TENTATIVO DI SALVATAGGIO
Quando le trombe della Rivoluzione suonarono l’Imperatore fu
costretto ad abdicare. Nell’aprile del 1918 Alexandra Feodorovna,non
più imperatrice, decise di mettere al sicuro una parte dei
gioielli di famiglia, affidandoli alle persone di maggior
fiducia che le erano vicine e che potevano sfuggire alla
strettissima sorveglianza esercitata dai militari che
controllavano la loro residenza di Tobolsk.
Queste persone erano le suore del monastero Ivanov, che avevano
il permesso di assistere la famiglia reale. L’Imperatrice affidò
loro gran parte dei suoi preziosi, diademi,collane di perle,
colliers e spille, per nasconderli in qualche luogo segreto.
Quattro mesi dopo, le suore vennero a conoscenza dell’orrenda
verità: tutta la famiglia Romanov era stata sterminata nella
notte dal 16 al 17 luglio, in quel di Jekaterinenburg.
Terrorizzate che si potesse scoprire il tesoro loro affidato, le
suore incaricarono una consorella di portarlo ad una persona di
fiducia, che stesse lontano dal monastero, per sviare i
sospetti.
La suora portò i gioielli ad un venditore di pesce, fornitore
del convento, persona mite e rispettosa, pregandolo di
nascondere i pericolosi oggetti e rivelando purtroppo di chi
erano stati.

Pendente di perle e diamanti appartenuto alla Zarina vedova e
venduto in Inghilterra. Archivio fotografico Christie’s - Londra
Il povero uomo, forse in preda ai
fumi dell’alcool, vantandosi in pubblico di essere in possesso
di gioielli di indicibile valore, fu denunciato alla Polizia,
che,recatasi nel suo tugurio, trovò effettivamente quanto era
stato rivelato.
Furono rinvenuti 154 gioielli, tra cui un diadema,collane,
bracciali,per un valore odierno di nove milioni di euro. Ma il
rapporto della polizia, che esiste ancora, non dice che cosa
avvenne dei gioielli.

Collier in platino, brillanti e smeraldi appartenuto alla Zarina
Alessandra. Copia dell’originale da documenti d’epoca realizzata
a cura del Governo Russo nel 1980
Si sa però che quando si trovavano
oggetti preziosi, i rappresentanti del governo provvisorio
segretamente li inviavano in Europa occidentale dove venivano
venduti ad alto prezzo e i denari riportati in patria per
finanziare la rivoluzione.

Una parte dei gioielli della Famiglia Romanov, di cui fu fatto
un inventario ufficiale all’inizio del 1920. Di questi oggetti
resta solo l’immagine.
Ma gli oggetti preziosi che
appartenevano ai Romanov erano anche altri:nell’agosto
1917,quando la famiglia reale lasciò il palazzo di Tsarskoje
Selo,la Zarina ne affidò una parte al Grande maresciallo della
Corte, il Conte Alessandro Beckendorf-Kerenski, capo del Governo
provvisorio, il quale aveva assicurato alla famiglia imperiale
che il soggiorno a Tobolsk sarebbe stato breve.
Gli oggetti più voluminosi, come argenteria, servizi di piatti
d’argento e d’oro, posateria e quadri furono imballati
frettolosamente e depositati nei sotterranei del palazzo.
Qualche giorno dopo la partenza dei sovrani, il governo
provvisorio domandò a Beckendorff di consegnare i gioielli che
gli erano stati affidati dalla Zarina. Egli fu costretto ad
obbedire, e tutto quel che potè fare fu di farsi rilasciare una
ricevuta degli oggetti consegnati.

“Devant de corsage” realizzato da Cartier per la Duchessa
Vladimir. Oro bianco,brillanti, zaffiri cabochon,
Di questo documento non v’è traccia, come dei gioielli:
anch’essi dovettero prendere la via dell’estero, dove gli
emissari del governo bolscevico portarono una parte del
patrimonio artistico della Russia, incuranti del suovalore
soprattutto culturale, testimonianza di secoli d’arte e di
raffinatezza, per una rozza valutazione del corrispondente
venale che era ciò che maggiormente interessava in quel momento
storico.

La Zarina Alexandra Feodorovna, moglie di Nicola II, con un
diadema di brillanti e perle a pera, e una parure di perle in
“pendant”.
Allorquando la famiglia imperiale
fu avvertita che si sarebbe dovuta trasferire da Tobolsk,
l’Imperatrice Alessandra, nel disperato tentativo di portare con
sé qualche gioiello che in un incerto futuro avrebbe potuto
sostituire il denaro se avessero dovuto sopravvivere in
difficili e mutate condizioni economiche, tentò di dissimulare
un terzo gruppo di oggetti, sopra tutto di perle, che era
riuscita a nascondere celandoli nelle sue vesti e in quelle
delle quattro figlie.
Lo testimoniò in seguito una delle cameriere personali che aveva
seguito l’Imperatrice, la quale ebbe a dire che erano state
prese delle camiciole di tela spessa, poi indossate dalla madre
e dalle figlie, e su quelle erano stati cuciti,avvolti nella
stoffa, i gioielli: erano brillanti, smeraldi e ametiste, che
appartenevano alla zarina e alle figlie, le quali, sotto le
camicette, nascondevano delle collane, di perle e d’oro.
Anche i cappelli, tra la fodera e il velluto, erano pieni di
gioielli. I bottoni dei vestiti erano stati sostituiti da pietre
preziose ricoperte di stoffa nera e usate come bottoni.
Tutto ciò costituiva un peso notevole, che impediva di muoversi
e di camminare a lungo, dato che le nobildonne non si separavano
mai dai loro oggetti preziosi.
Ma queste corazze di gioielli furono causa di ulteriori
sofferenze per le povere donne, poiché, quando a Jekaterinenburg
furono fucilate, le pallottole sparate dai soldati rimbalzavano
indietro, senza ferirle in punti vitali.
Quando furono portate via per essere sepolte, tre di loro
dovettero subire il colpo di grazia perché erano ancora
vive,mediante proiettili sparati nelle orecchie.
I soldati che le spogliarono, scoprirono il perché della loro
tardiva morte: erano letteralmente ricoperte d’oro e pietre
preziose come di autentiche corazze, che le avrebbero salvate se
non fossero state uccise alla fine.
UN TERRIBILE DESTINO

Broche con zaffiro lavorato “a nido d’ape” e brillanti.
Nei ritratti rimastici della
famiglia imperiale, di cui qui omettiamo per brevità la storia,
che non è oggetto di questa ricerca, la Zarina Alexandra non
sorride mai: anche il ritratto del dì delle nozze ce la presenta
pensierosa , con lo sguardo perduto nel vuoto, come presaga del
terribile destino che attende lei e tutta la sua futura
famiglia.
Prima ancora di essere barbaramente trucidati, i Romanov infatti
ebbero a sopportare malattie, presenze nefaste a corte come
quelle del terribile Rasputin, eventi bellici e rivolte che non
lasciarono pace alla Russia nei decenni a cavallo tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Ma non era solo la Zarina ad avere un volto sempre triste: sotto
le corone di diamanti, i pettorali di smeraldi e gli immensi
colliers di perle, tutte le granduchesse russe e le precedenti
mogli degli Zar avevano avuto sempre uno sguardo triste ,la
testa china sotto il peso dei diademi che parevano non i simboli
del potere ma strumenti di tortura.
ALTRI SCRIGNI DI GIOIELLI RUSSI...

K.Fabergé - Diadema in oro giallo e diamanti - 1900 circa - By
permission of Duke of Westminster
Pochi dunque gli esempi di
gioielli rimasti tra quelli dell’ultima Zarina.
Ma non tutti i gioielli imperiali russi andarono persi: molti,
per esempio, riuscì a salvarne l’Imperatrice vedova, madre
dell’ultimo Zar Nicola II.
Maria Feodorovna, nel mese di marzo1917, da San
Pietroburgo,insieme alla figlia maggiore Xenia, si era recata a
Kiev dalla sua figlia più piccola, Olga,che dopo essersi sposata
viveva lì.
Mentre si trovava a Kiev l’Imperatrice vedova apprese la notizia
dell’abdicazione del figlio Nicola II e della fine dell’Impero.
Tutto il suo entourage, allora, preoccupato della sua
incolumità, le consigliò di fermarsi in Crimea, in quel momento
meno pericolosa di San Pietroburgo, dove peraltro l’anziana
Zarina aveva lasciato la maggior parte dei suoi gioielli, ben
nascosti, ma non tanto da sfuggire ai rivoluzionari che li
rubarono.
Ciò che le restava erano “i suoi piccoli gioielli di tutti i
giorni”,come lei diceva, da cui non si separava mai, e che aveva
portato con sé in Crimea. Infatti, poiché quando era andata a
Kiev non si prevedevano grandi ricevimenti che richiedessero
l’uso delle più importanti parures da lei possedute, le aveva
lasciate a S.Pietroburgo.

Copia di un diadema della Zarina Maria Pavlovna realizzato a
cura del Governo Russo su disegni d’epoca.
Rimane però un elenco dei “piccoli
gioielli di tutti i giorni”: si tratta di 78 pezzi, comunque
straordinari ed importanti, tra cui si annoverano,
spille,braccialetti e pendenti, sei colliers di perle, il cui
solo valore era di 4/5 del totale.

K.Fabergé - Tabacchiera in oro e brillanti con le iniziali dello
Zar Nicola II. Forbes Magazine Collection - New York
Essi, con i cofanetti che li
contenevano, erano ospitati in una grande cassa di legno che
seguì la Zarina vedova quando si rifugiò in Danimarca, il suo
paese d’origine, dove fu ospitata dal Re suo nipote nel palazzo
reale di Amalienborg a Copenaghen.
L’anziana signora non aveva più denaro, e visse sino al 1928
dell’ospitalità del Re danese e di un assegno annuale di 10.000
sterline che le passava il re d’Inghilterra, altro suo nipote.
Tuttavia non si rendeva conto che avrebbe dovuto contenere le
spese: del che il Re di Danimarca si lamentava, e quando la
Zarina vedova morì, egli sperava di recuperare una parte dei
soldi che aveva spesi per lei impadronendosi di qualcuno dei
gioielli che essa possedeva.

K.Fabergé - Tabacchiera in oro e smalti, cabochon di rubino. San
Pietroburgo, 1899 circa
Ma il Re d’Inghilterra fu più
lesto del cugino. Appena la dama morì,egli nottetempo fece
trasportare i gioielli a Londra, dove nel 1929 le figlie della
defunta, Xenia e Olga, stabilirono di vendere l’eredità e di
spartirsi il denaro che ne sarebbe derivato.

La Zarina vedova, Maria Feodorovna, madre dello Zar Nicola II,
da giovane,
Il gioielliere Hennels, uomo di
fiducia della Corte d’Inghilterra, fece una stima dei gioielli
pari a circa sei milioni e mezzo odierni di Euro,allora di
350.0000 sterline in oro, e di questa somma diede alle due
figlie della Zarina vedova un anticipo di centomila sterline
ciascuna, riservandosi di completarla dopo la vendita effettiva
degli oggetti.
Quando le nobildonne morirono, i figli di Olga, rivedendo i
conti della defunta madre, si accorsero,come poi anche i cugini,
che il saldo dei gioielli non era stato mai pagato alle
interessate, né poterono ottenerlo mai più, a causa della
sparizione dei documenti che comprovavano le vendite.
IL SALVATAGGIO DEI GIOIELLI DELLA GRANDUCHESSA VLADIMIRLa
Granduchessa Maria Pavlovna, moglie del Granduca Vladimir di
Russia zio paterno dello Zar Nicola II, aveva sempre dominato la
scena alla corte degli Zar, contendendo per più di venti anni lo
scettro della supremazia alle due imperatrici, suocera e nuora.
Di origine tedesca e di carattere forte e deciso, obbligata a
cedere il passo alle Zarine durante le cerimonie ufficiali, era
riuscita però ad avere le sue rivincite nelle occasioni mondane
e come ambasciatrice all’estero del potere e della ricchezza dei
Romanov, specialmente quando si recava in Francia, a Parigi,
dove non mancava mai di fare una visita a scopo di acquisti dal
gioielliere Cartier.
L’amore della Granduchessa Vladimir per i gioielli era
leggendario, come ebbe a testimoniare l’americana Consuelo
Vanderbildt, poi sposa del Duca di Marlborough.
Recatasi in Russia, essa rese visita alla Granduchessa, la
quale, dopo un lauto pranzo, la introdusse nel suo boudoir,
dove, disposta in delle vetrine, le mostrò una interminabile
serie di parures di diamanti,rubini, smeraldi, perle, turchesi,
acquemarine e pietre semi-preziose, testimonianza dei continui
acquisti che la nobildonna faceva, quasi come unico passatempo
della sua vita.
Quando rimase vedova si trovò tra le mani un patrimonio ingente
che le consentì di incrementare i suoi capricci.
Non appena vi furono le prime avvisaglie della rivoluzione, come
altri nobili russi ella si rifugiò a Yalta, in Crimea, ma,
credendo che l’insurrezione sarebbe stata passeggera, era
partita a bordo del suo treno personale con pochi bagagli e
pochi gioielli.
Prolungandosi oltre il previsto il periodo di soggiorno a Yalta,
la Granduchessa cominciò a temere per i suoi gioielli, e, poiché
aveva viaggiato e vissuto in ambienti internazionali, sapeva
bene che in caso di esilio i gioielli sarebbero stati l’unica
risorsa che avrebbe potuto portare con sé.
Si trovava nella stessa città a scopo diplomatico un agente
segreto britannico, Albert Stopford, amico di vecchia data della
Granduchessa, il quale, vedendola in ambasce, le propose di
recuperare i gioielli da San Pietroburgo: sarebbe andato lui a
prenderli.
Ci sono due versioni del fatto. La più credibile è quella che
Stopford sia partito col figlio della dama, l’arciduca Boris, e
che, introdottosi di notte nel palazzo con la complicità di un
servitore fedele, abbia recuperato i gioielli e sia partito per
l’Inghilterra forte del suo passaporto britannico.
L’altra versione, più romanzesca, vuole che Stopford sia entrato
nel palazzo travestito da contadina e che abbia indossato i
gioielli ricoprendosi poi di stracci per fuggire.
Comunque andasse, i gioielli furono depositati in una banca
inglese, ma la Granduchessa non li avrebbe mai più rivisti.
Fuggì infatti dalla Russia, ma si rifugiò in Francia e lì visse
sino al 1920, timorosa di essere ritrovata e assassinata come i
suoi regali parenti.
I gioielli furono venduti dai figli, per la maggior parte allo
stesso Cartier che li aveva fatti, o a ricche ereditiere
americane.
Alcuni furono acquisiti dalla Casa regnante inglese, e sono
tuttora nelle mani della Regina Elisabetta II.
I GIOIELLI DELLA CORONA DI RUSSIA
Come tutti sanno,i gioielli della Corona non sono proprietà dei
regnanti, ma dello Stato.
Anche in Russia esistevano i
gioielli che erano usati in occasione delle cerimonie ufficiali
e delle incoronazioni, i quali erano antichissimi, e venivano
custoditi da funzionari addetti alla loro conservazione e alla
loro integrità.
Il primo a stabilire che vi dovessero essere i “Gioielli della
Corona” fu Pietro I il Grande, il quale, avendo viaggiato in
Europa e avendo visitato le corti dei Paesi più importanti, si
rese conto che ciò non esisteva in Russia.
Istituì allora un Fondo dei Diamanti, in cui raccolse i pezzi
più importanti tra i gioielli dell’Impero Russo del XV, XVI,
XVII secolo, e li sistemò in un’ala del Palazzo d’Inverno di S.
Pietroburgo, chiamato allora “Renteria” e poi “Camera dei
Diamanti”.

Diamante blu di 7,6 carati, detto “Diamante Hope” appartenuto
alla zarina Maria Feodorovna e poi alla Zarina Alexandra.
Le corone dello Zar e della Zarina
erano di una forma caratteristica che ricorda i copricapo dei
prelati ortodossi o le caratteristiche cupole del Kremlino e
delle chiese russe.
Grandi decorazioni venivano appuntate sulle vesti rituali, che
non mutavano mai di forma: erano rigide e appesantite da ricami
di enormi pietre preziose, trapunte di perle,accompagnate da
collari d’oro, diamanti e smeraldi.
Come per le altre monarchie europee, tra i gioielli della corona
c’erano i simboli del potere: lo scettro, la spada, lo scudo,
l’orbe,lo stendardo, gli anelli e i bracciali.
Tutti questi gioielli di carattere ufficiale erano stati
consegnati dallo Zar alla Polizia di Mosca perché li custodisse
nelle segrete del Kremlino, in condizioni di massima sicurezza,
alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

I Gioielli della Corona di Russia: la Corona dello Zar e quella
della Zarina, l’orbe, lo scettro, le decorazioni, la spada, lo
scudo e, sullo sfondo, lo stendardo.
Fu lì che i bolscevichi li
scoprirono quando presero il potere nel 1917.
Essi si resero conto che si trattava di gioielli di grande
valore, ma non capirono che una repubblica ha il dovere di
custodire ugualmente i beni dello Stato, anche quando si tratti
di vestigia del passato appartenuti ad una monarchia, proprio
perché costituiscono le radici della propria cultura e della
propria civiltà.

La Corona dell’Incoronazione, gioiello rituale russo.
Così fecero fare un inventario al
gioielliere che era stato uno dei fornitori ufficiali
dell’Impero Russo: Agathon Fabergé.
Egli, con grande sofferenza , fece ciò di cui era stato
richiesto, e impiegò due anni a catalogare e misurare ciò che
restava dei gioielli della Corona.
Tra l’altro, nel catalogo sono annotati 25.300 carati di
diamanti, 4.300 carati di zaffiri, 260 carati di rubini ma di
splendida qualità, smeraldi in grande quantità e migliaia di
perle.
Qualcuno di questi gioielli è ancora nel Museo delle Armi a
Mosca,ma la maggior parte di essi è stata silenziosamente
venduta nelle aste o a privati per realizzo di denaro servito
allo stato.
Così, la Rivoluzione ha mostrato una delle sue peggiori facce:
ha confuso la bellezza e l’arte, la tradizione e la cultura con
la repressione e la cupidigia del denaro.
Non è stata capace di salvare neanche le vestigia più preziose
del suo passato e ha cancellato col sangue secoli di storia.

Le nozze di Nicola II e Alexandra Feodorovna, che indossa
l’abito rituale e i gioielli prescritti da Caterina II.
LE COLPE DEI ROMANOV
Il fasto dei Romanov toccò vette di sperperi e sprechi che
avrebbero potuto essere evitati con una gestione più moderna e
realistica del potere.
L’ombra del Medioevo incombeva ancora pericolosamente su un
paese che invano Pietro I il Grande aveva tentato di avviare
verso un futuro aperto ai contatti col mondo internazionale e la
modernizzazione.
Onorificenza dell’Ordine di St.
Alexander Nevsky - 1775 -

Onorificenza dell’ordine di S.Anna - 1760 -
Ad uno sguardo più attento non
sarebbero sfuggiti i pericoli cui la Russia andava incontro con
un’amministrazione della cosa pubblica in cui non c’era posto
neanche per la libertà individuale.
Gli occhi degli Zar erano come ricoperti da uno schermo di
oscurantismo di cui ultimo segno fu quel Rasputin che chiuse
come in una gabbia dorata e senza porte né finestre la famiglia
imperiale, conducendola dritto verso il crollo e la disfatta
finale.

La Zarina Alexandra, con la veste rituale e i gioielli della
Corona, tra cui il copricapo, il pettorale, e un pendente di
smeraldo da 250 carati, in occasione delle celebrazioni dei 300
anni della dinastia dei Romanov - 1913 -
La scomparsa dei Romanov fu totale
e definitiva: il bagliore sanguigno degli splendidi gioielli si
spense con loro.
Ne rimane solo qualche immagine sbiadita, traccia di una grande
bellezza e di un infinito dolore.
ERCOLINA MILANESI