mercoledì 15 gennaio 2014

ADDIO REATO DI CLANDESTINITA' ANCHE SE NON SERVIVA A NIENTE !!

ADDIO REATO DI CLANDESTINITA' ANCHE SE NON SERVIVA A NIENTE !!


Le migliaia di migranti che affronteranno da domani il Canale di 
Sicilia,troveranno 5 stelle a guidarle,quelle del Movimento di Grillo.
Per la gioia dei mercanti di uomini,donne e bambini che spingono in mare masse di diseredati e di gente che scappa dalla guerra,in Italia non esisterà piú il reato di immigrazione clandestina. Con il voto dei Grillini la maggioranza favorevole alla abolizione è oltremodo sufficiente.
Oh,non è che di per se questo spauracchio servisse a molto. Dal punto di vista pratico non solo non ha fermato mai nessuno ma neppure è stato,di fatto,davvero sanzionato pesantemente.
Differentemente Francia,Germania,Gran Bretagna,Australia e Stati Uniti (tanto per citare i maggiori) sono paesi che puniscono abbastanza severamente l'immigrazione clandestina 


                                                                                                                                               
 

lunedì 13 gennaio 2014

COTA E LA LEGA A CASA..!!

COTA E LA LEGA A CASA..!!



Finalmente una notizia sulla politica che ci fa contenti.
Il TAR del Piemonte ha  ANNULLATO  le elezioni del 2010 a Causa di una lista collegata con Cota che non solo è risultata infarcita di firme false, ma che aveva dei candidati fantasmi che non sapevano di essere candidati.
Facciamo una premessa doverosa: La lega in Piemonte non ha mai avuto i voti per eleggere neppure un accalappiacani, ma ha ricattato il PDL di Berlusconi minacciando di far mancare l’appoggio al governo e con questo miserabile ricatto ha costretto il PDL a  non presentare un proprio candidato e a far votare i propri elettori piemontesi per Cota e per la lega.
Lo stesso meccanismo usato per ottenere il governo del Veneto ..!
Ora Cota si presenta in TV, con la sua faccia da basso quoziente intellettivo, e parla di sentenza folle e di Paese di matti e l’altro intelligentone suo pari del segretario leghista Matteo Savini dice che questo è un attacco alla democrazia..!!
Certamente, dati i mutati rapporti di forza con Berlusconi e la mutata situazione politica generale, i due leghisti di cui sopra sono terrorizzati dal dovere andare ad elezioni che sanno di perdere clamorosamente e si attaccano alle solite, cretine e scontate frasi fatte per tentare di salvare una situazione non recuperabile..!
Siamo contenti per il flop della lega, siamo contenti per la fine di un governatorato che i piemontesi non si meritavano ( e che non volevano ) e siamo contenti perché, una volta tanto, i tribunali hanno fatto giustizia del costante vizio, miserabile, supponente e  vigliacco di raggirare i cittadini falsando le liste dei candidati per ottenere con la frode quanto non riuscirebbero ad ottenere con l’onestà e con la chiarezza..!

Alessandro Mezzano
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 



sabato 11 gennaio 2014

“Crisi” e suicidi… ma ci sono davvero tanti “pazzi”? (AZIONETRADIZIONALE.COM)

“Crisi” e suicidi… ma ci sono davvero tanti “pazzi”?

(da ideeinoltre.blogspot.it) - “Si dà fuoco in piazza S. Pietro: gravissimo”. “Uccide moglie e figli e poi si toglie la vita”. “Trovato impiccato in casa con un biglietto: scusatemi, non ce la facevo più”. Questi sono solo alcuni dei titoli che quotidianamente troviamo sulla stampa nazionale riguardanti suicidi di nostri connazionali che decidono, evidentemente in preda alla disperazione, di farla finita per sempre. Talvolta togliendo in silenzio il classico ‘disturbo’, talaltra producendosi in una strage di tutta o di parte della loro famiglia.
Il minimo comun denominatore di tutti questi fatti gravissimi che i media tendono a minimizzare, è lo stato di grave prostrazione causato dalla cosiddetta “crisi”. Cosiddetta perché, come più volte abbiamo avuto modo di spiegare[1], essa è stata voluta e prodotta, essenzialmente attraverso lo strumento monetario, per realizzare precisi e criminali obiettivi, tra i quali l’aumento esponenziale dei suicidi non è che un clamoroso e macabro ‘dettaglio’.
Ma un suicidio è pur sempre una cosa molto grave e dolorosa.
Innanzitutto, dal punto di vista ‘filosofico’, esso – quand’è compiuto sull’onda del trasporto emozionale – rappresenta una sconfitta per chi lo mette in opera. In seconda istanza, ad un livello politico-sociale, la comunità non può che dolersi per la scomparsa di un suo valido membro, che messo in altre condizioni ed adeguatamente sostenuto non sarebbe probabilmente giunto a tanto. Vi è poi ovviamente il piano affettivo, che riguarda i congiunti e gli amici di colui che arriva a questo gesto estremo. Per non parlare poi delle mattanze familiari che in più d’un caso accompagnano quelli che la stampa serva del potere s’affretta a definire “stragi della follia” per archiviarle in fretta e furia.
Eh sì, perché ogni volta viene insinuato più o meno subdolamente che il suicidato di turno fosse “depresso da tempo”, “affetto da disturbi” e che avesse dato qualche “segno di squilibrio”.
Dare del “pazzo” a qualcuno è molto comodo e sbrigativo. La “follia” è difatti la tipica scappatoia che permette superficialmente di non affrontare qualsiasi problema ed analizzarlo da ogni punto di vista per individuarne le cause e quindi la soluzione.
Così, a cadenza regolare, l’Occidente – attraverso il proprio apparato mediatico – se la prende con qualche “pazzo” (cioè un “nuovo Hitler”), ovvero chi non si allinea istantaneamente ai diktat dell’Occidente. E se solo ti azzardi ad osservare il cielo e noti che qualcosa non va[2], ecco che diventi da trattamento sanitario obbligatorio[3] (TSO). Ovviamente, tutti coloro che, adducendo solidi argomenti, reclamano la sovranità monetaria per la propria nazione vengono iscritti d’ufficio nella categoria dei “pazzi”. E l’elenco prosegue indefinitamente, includendo tutti quelli che spregiativamente questa stampa abietta bolla come “nemici dell’Occidente” adombrando il sospetto che si tratti di pericolosissimi individui che odiano la propria gente quando invece è vero esattamente il contrario.
Per cui c’è poco da meravigliarsi che per un padre che non riesce più a dare da mangiare alla sua famiglia, un piccolo imprenditore oberato dalle tasse, una persona di mezza età che dopo il fallimento dell’azienda in cui lavorava non troverà più lavoro, un pensionato alla fame o un giovane che trova solo lavori “precari”, insomma, per tutti costoro, quando arrivano a togliersi la vita, non si trovi altro che la solita ‘spiegazione psichiatrica’.
Eppure, gli stessi indegni ed indecenti giornalisti, appena un omosessuale si toglie la vita non esitano a dare la colpa a qualcheduno reo, secondo loro, di averlo indotto a tanto mediante dileggi e vessazioni, fino a puntare il dito contro le leggi vigenti che “vanno cambiate!” (per introdurre poi i “matrimoni” e le “adozioni gay” e chissà cos’altro). Naturalmente a questi pappagalli del politicamente corretto non viene mai in mente che – fatti salvi i casi di effettive gravi pressioni – ad un omosessuale potrebbe scattare la spinta a suicidarsi per ‘risolvere’ una tensione interiore non più sopportabile tra quel che si è e quel che si vorrebbe essere o che si ritiene la società ci richieda di essere. Non sia mai detto: anche il solo pensarlo è già “omofobia”!
Ma quando a suicidarsi (e ormai sono in troppi) sono delle persone che giungono a tanto solo per problemi economici indotti da una politica deflazionistica generata dalla classica chiusura del ‘rubinetto del denaro’ operata dalle grandi banche[4], nessun “autorevole commentatore” (che nella neo-lingua significa “bugiardo e mistificatore patentato”) fa il classico due più due dando la colpa alle attuali politiche monetarie e, diciamolo chiaramente, alle vigenti “leggi sul lavoro”, divenute insindacabili e circonfuse d’una aura di sacralità da quando D’Antona prima e Biagi dopo sono stati assassinati dalle “nuove B.R.” (che dopo questo ‘servizietto’ nessuno ha più sentito nominare!).
Pertanto, tutto questo accalorarsi per “modificare le leggi” quando in questione vi sono gli omosessuali è, oltreché sospetto, pretestuoso, stupido e sinceramente truffaldino. Senza dimenticare che è più facile per degli zerbini dalle fattezze antropomorfe sbraitare su una questione marginale piuttosto che prendere di petto un grave problema che coinvolge tutti, omosessuali compresi e pure loro stessi, sovente inquadrati nelle varie testate giornalistiche con contratti capestro: il lavoro e la sovranità monetaria[5], col primo che dipende direttamente dalla seconda, tant’è vero che anche chi vorrebbe assumere non lo fa perché “non ci sono i soldi” (cosa palesemente assurda perché basta una  tipografia di Stato), mentre quei pochi che circolano devono andare a saziare le pretese sempre più esose delle banche e dei vari “enti pubblici” a loro volta giugulati dal potere bancario e ridotti a odiosi gabellieri per conto dei “Signori del denaro”.
Ora, in un siffatto clima di disordine e di contravvenzione ad ogni minima normalità, dare del “pazzo” a chi si uccide o anche il solo insinuarlo è di per sé una cosa non solo immorale, ma anche falsa ed ipocrita, che va solo a detrimento della già infima reputazione di chi si ostina a nascondere la verità.
 
                                                                                                                                                                           

giovedì 9 gennaio 2014

I GIOIELLI DEI ROMANOV - Ercolina Milanesi -

Li hanno chiamati “i gioielli insanguinati dei Romanov”.
La motivazione è duplice, secondo l’interpretazione che si dà dell’espressione verbale.
“Insanguinati” è il termine ambiguo: lo furono, dal punto di vista dei nemici della famiglia imperiale, perché acquisiti col denaro derivato dallo sfruttamento delle masse, dal sangue dei poveri e dei lavoratori, dei servi della gleba, durante secoli di abusi e di speculazioni, di tassazioni inique. Ma lo furono anche, a ben guardare, perché furono lavati nel sangue dei loro proprietari, che fuggendo davanti alla rivoluzione li portarono per la maggior parte con sé ma non riuscirono a salvarsi né a salvarli.
Circondati da storie fantasiose e leggende, i gioielli della Casa regnante di Russia,splendidi e complicati, insoliti ed eccezionali,subito dopo l’eccidio di Jekaterinenburg furono dispersi finendo in tutte le più lontane parti del mondo, e solo da poco, per una paziente opera filologica attuata da studiosi dei gioielli storici e d’epoca, si ricomincia a rinvenire qualche pezzo che viene riconosciuto come appartenuto a questo o a quel personaggio che fece parte della storia russa, particolarmente dell’ultimo periodo dell’Impero, prima della morte dell’ultimo Zar e della sua famiglia.
Poiché l’argomento è però appassionante, e ciò che rimane realmente o anche solo in immagine aiuta a ricostruire epoche lontane il cui fascino, di là dalla valutazione critica sul piano storico, è innegabile, si tenterà di esaminare gli elementi di cui l’epoca attuale dispone, o almeno, quelli che sono ancora visibili, per lo straordinario piacere che se ne può trarre e per l’impagabile emozione che deriva dal contemplare le vestigia del tempo che fu.
 

GIOIELLI E CORONE


Diadema donato dallo Zar Alessandro II alla figlia Maria Alexandrovna in occasione del suo matrimonio nel 1874.
 
Gioielli e sovrani, gioielli e regine: binomi inscindibili, particolarmente nel passato, quando il gioiello era complemento indispensabile d’un apparato che realizzava nella forma esteriore l’importanza del potere.
Diamanti, perle, rubini, smeraldi e zaffiri da molti secoli segnano la fortuna delle famiglie reali europee. Se sopravviene un esilio, come afferma uno studioso dell’argomento,” la riserva di gioielli fonde come neve al sole”, se il re torna sul trono,”il tesoro si ricostituisce e la sposa del sovrano si ricopre di gioielli”.
Ciò si è potuto constatare maggiormente dal XVIII al XIX secolo, perché in questo periodo più frequenti sono state le turbolenze politiche e i rapidi mutamenti della storia.
 

Uno dei tanti diademi della collezione imperiale russa, in perle e diamanti, indossato spesso dalla Zarina vedova Maria Feodorovna. Metà del XIX secolo
 
Talvolta i gioielli sono stati ancore di salvezza anche per sovrani regnanti, come per Isabella la Cattolica, che alla fine del XV secolo vendette le sue collane di rubini per finanziare la spedizione di Cristoforo Colombo verso l’America, o come per Maria de’ Medici, che, in disaccordo col figlio Luigi XIII, scappò dal castello di Blois scendendo da una scala di corda appesa ad una finestra, portando in mano una borsa con i suoi gioielli più preziosi: le servirono per finanziare i suoi complotti contro il Cardinale di Richelieu.
Per i Romanov, i gioielli furono la dimostrazione del lusso e del potere fin che governarono, ma si trasformarono in prove d’accusa appena furono detronizzati.
Punto d’incontro tra l’Oriente e l’Occidente,la Russia era un passaggio obbligato per le vie carovaniere che si incrociavano col suo territorio, particolarmente a sud, in vicinanza della Persia,da dove provenivano le turchesi, le perle del Golfo Persico e i diamanti e gli smeraldi delle Indie.
Durante il XVIII secolo, le Zarine Elisabetta Petrovna, figlia di Pietro il Grande, e dopo di lei, Caterina II la Grande, fecero massicci acquisti di gioielli: la visibilità del potere passava anche attraverso l’ostentazione della ricchezza.
Nel XIX secolo però il modo di vivere degli Zar di Russia cominciò a diventare veramente stravagante, e non solo il loro.
 

Il lusso insensato delle Granduchesse russe in occasione dell’incoronazione dello Zar Nicola II. Al centro, la Granduchessa Vladimir.
 
Infatti tutta l’aristocrazia cominciò ad acquistare pietre preziose per ornarsene, perché in quel periodo iniziarono a pieno ritmo la loro produzione le miniere di gioielli rinvenute in Siberia, che rigurgitavano di diamanti,zaffiri, smeraldi, acquemarine e pietre semi-preziose, come i peridoti, mentre lungo i fiumi si raccoglieva l’ambra e dall’Asia continuavano ad arrivare le ricercatissime perle.
L’acquisto di gioielli, però, non avveniva solo nella stessa Russia.
Spesso le pietre preziose venivano portate all’estero, per lo più in Francia, talvolta in Italia, dove c’erano famosi gioiellieri che creavano poi splendide parures, diademi meravigliosi, colliers, spille, anelli e bracciali, che erano acquistati dalle nobildonne russe.
Lo stesso Zar Nicola II aveva donato alla futura moglie un sautoir di perle di Cartier costato alla fine dell’Ottocento duecentocinquantamila sterline, e una piccola corona di platino e diamanti che la Zarina portava sempre, anche in aggiunta ad altri diademi, come nel giorno delle nozze.
I nomi dei gioiellieri erano,per la Francia, oltre a Cartier, quello di Mellerio, di Chaumet, di Maubussin, di Fabergé e di Bulgari per l’Italia.

UN TIPO SPECIALE DI OGGETTI PREZIOSI
Fra gli oggetti eseguiti per la famiglia Romanov un posto particolare occupano certamente le creazioni realizzate dal gioielliere Fabergé in occasione della Pasqua.
Era una tradizione russa quella di offrire o donare, in occasione della Santa Pasqua, uova dipinte.
L’Uovo rappresentava un antico simbolo dell’inizio della vita: donandolo, si intendeva augurare la rinascita alla vita spirituale, rinvigorita e fortificata dall’evento pasquale.
Da tempo inoltre si erano fatte realizzare uova di porcellana e di ceramica.
Lo Zar Nicola II chiese al gioielliere di Corte Fabergé di realizzare un uovo in oro e pietre preziose, ed egli gli rispose che “sarebbe stato soddisfatto”.
Prima della Pasqua, e di ogni Pasqua che sarebbe venuta sino al 1916, Fabergé creò per la Zarina e per l’Imperatrice vedova a cui lo Zar Nicola II le dedicava,splendide originalissime uova in oro, smalto e pietre preziose, che si aprivano svelando nel loro interno altri straordinari oggetti altrettanto preziosi,e che finirono per diventare una vera collezione.


K.Fabergé - Uovo del 15° Anniversario Pasqua 1911 con i ritratti della famiglia imperiale


KFabergé - Uovo dei Mughetti Da Nicola II ad Alexandra 1898
 
Anche di queste meraviglie molte sono andate disperse, alcune sono ricomparse dopo molti anni,acquistate da collezionisti ed estimatori, ma delle altre si ignora la fine.


K.Fabergé - Uovo di Pasqua del 1897 donato da Nicola II alla consorte Alexandra - Forbes Magazine Collection


K.Fabergé - Uovo del Kremlino - Pasqua 1906 - Onice bianco, smalti, oro e piccole pietre preziose - Museo delle Armi del Kremlino


K.Fabergé - Uovo commemorativo di Alessandro III in cristallo di rocca e oro - Donato da Nicola II alla madre per la Pasqua del 1904

Le uova di Fabergé sono così chiamate perchè furono ideate e realizzate nel suo atelier di Mosca.Ma in realtà esse recano all’interno la firma degli artisti che,per conto di Fabergé, le realizzarono con un gusto squisito, riproducendo sull’avorio le sembianze dei componenti della famiglia imperiale.
All’interno ,là dove si aprono per celare una sorpresa, sono tutte foderate di velluto.
L’Uovo dei Mughetti ha, come sorpresa, le tre foto di Nicola II e delle due prime figlie, che mediante un piccolo pulsante possono fuoriuscire dall’uovo o rientrarvi.


K.Fabergé - Uovo della Croce di S. Giorgio. - Pasqua 1916 - Dallo Zar Nicola II e dai suoi fratelli alla madre.

Ma Fabergé non realizzò solo le Uova per la famiglia imperiale russa: portano la sua firma diademi, spille, tabacchiere, oggetti d’argento e oggettistica ornamentale d’argento e d’oro, come vasi e contenitori di vario genere, centrotavola, candelabri ed altro ancora, che continuano ad affiorare dal passato e riemergono nelle più famose aste tenute da case come Christie’s e Sotheby, perché ogni tanto il bisogno di denaro costringe a far cambiare di mano oggetti preziosi di cui non si penserebbe mai di doversi separare.



K.Fabergé - Uovo dell’albero di arance. Meccanismo musicale e apertura della sommità, da cui esce un usignolo che scompare automaticamente quando cessa la musica. Oro, smalti e piccole pietre preziose. Da Nicola II alla madre, Pasqua 1911

Le Uova di Fabergé qui presentate sono un piccolo numero rispetto agli originali: di esse, alcune appartengono ad un grosso collezionista americano, Forbes, altre a privati o al museo delle Armi del Kremlino.
Qualcuno è stato rifatto su disegni preesistenti nel 1980, a cura dello stesso Governo russo, quando si è cominciato a capire quale importanza avesse per la storia della cultura russa che nel passato si fossero ideate e realizzate in Russia delle vere e proprie opere d’arte, sia pure in un’arte minore come la gioielleria.


L’incoronazione dello Zar Nicola II. Particolare da un ritratto di Laurits Regner Tuxon - 1898 –
 
UN TENTATIVO DI SALVATAGGIO
Quando le trombe della Rivoluzione suonarono l’Imperatore fu costretto ad abdicare. Nell’aprile del 1918 Alexandra Feodorovna,non più imperatrice, decise di mettere al sicuro una parte dei gioielli di famiglia, affidandoli alle persone di maggior fiducia che le erano vicine e che potevano sfuggire alla strettissima sorveglianza esercitata dai militari che controllavano la loro residenza di Tobolsk.
Queste persone erano le suore del monastero Ivanov, che avevano il permesso di assistere la famiglia reale. L’Imperatrice affidò loro gran parte dei suoi preziosi, diademi,collane di perle, colliers e spille, per nasconderli in qualche luogo segreto.
Quattro mesi dopo, le suore vennero a conoscenza dell’orrenda verità: tutta la famiglia Romanov era stata sterminata nella notte dal 16 al 17 luglio, in quel di Jekaterinenburg.
Terrorizzate che si potesse scoprire il tesoro loro affidato, le suore incaricarono una consorella di portarlo ad una persona di fiducia, che stesse lontano dal monastero, per sviare i sospetti.
La suora portò i gioielli ad un venditore di pesce, fornitore del convento, persona mite e rispettosa, pregandolo di nascondere i pericolosi oggetti e rivelando purtroppo di chi erano stati.


Pendente di perle e diamanti appartenuto alla Zarina vedova e venduto in Inghilterra. Archivio fotografico Christie’s - Londra
 
Il povero uomo, forse in preda ai fumi dell’alcool, vantandosi in pubblico di essere in possesso di gioielli di indicibile valore, fu denunciato alla Polizia, che,recatasi nel suo tugurio, trovò effettivamente quanto era stato rivelato.
Furono rinvenuti 154 gioielli, tra cui un diadema,collane, bracciali,per un valore odierno di nove milioni di euro. Ma il rapporto della polizia, che esiste ancora, non dice che cosa avvenne dei gioielli.
 

Collier in platino, brillanti e smeraldi appartenuto alla Zarina Alessandra. Copia dell’originale da documenti d’epoca realizzata a cura del Governo Russo nel 1980
 
Si sa però che quando si trovavano oggetti preziosi, i rappresentanti del governo provvisorio segretamente li inviavano in Europa occidentale dove venivano venduti ad alto prezzo e i denari riportati in patria per finanziare la rivoluzione.


Una parte dei gioielli della Famiglia Romanov, di cui fu fatto un inventario ufficiale all’inizio del 1920. Di questi oggetti resta solo l’immagine.
 
Ma gli oggetti preziosi che appartenevano ai Romanov erano anche altri:nell’agosto 1917,quando la famiglia reale lasciò il palazzo di Tsarskoje Selo,la Zarina ne affidò una parte al Grande maresciallo della Corte, il Conte Alessandro Beckendorf-Kerenski, capo del Governo provvisorio, il quale aveva assicurato alla famiglia imperiale che il soggiorno a Tobolsk sarebbe stato breve.
Gli oggetti più voluminosi, come argenteria, servizi di piatti d’argento e d’oro, posateria e quadri furono imballati frettolosamente e depositati nei sotterranei del palazzo.
Qualche giorno dopo la partenza dei sovrani, il governo provvisorio domandò a Beckendorff di consegnare i gioielli che gli erano stati affidati dalla Zarina. Egli fu costretto ad obbedire, e tutto quel che potè fare fu di farsi rilasciare una ricevuta degli oggetti consegnati.
 

“Devant de corsage” realizzato da Cartier per la Duchessa Vladimir. Oro bianco,brillanti, zaffiri cabochon,

Di questo documento non v’è traccia, come dei gioielli: anch’essi dovettero prendere la via dell’estero, dove gli emissari del governo bolscevico portarono una parte del patrimonio artistico della Russia, incuranti del suovalore soprattutto culturale, testimonianza di secoli d’arte e di raffinatezza, per una rozza valutazione del corrispondente venale che era ciò che maggiormente interessava in quel momento storico.


La Zarina Alexandra Feodorovna, moglie di Nicola II, con un diadema di brillanti e perle a pera, e una parure di perle in “pendant”.
 
Allorquando la famiglia imperiale fu avvertita che si sarebbe dovuta trasferire da Tobolsk, l’Imperatrice Alessandra, nel disperato tentativo di portare con sé qualche gioiello che in un incerto futuro avrebbe potuto sostituire il denaro se avessero dovuto sopravvivere in difficili e mutate condizioni economiche, tentò di dissimulare un terzo gruppo di oggetti, sopra tutto di perle, che era riuscita a nascondere celandoli nelle sue vesti e in quelle delle quattro figlie.
Lo testimoniò in seguito una delle cameriere personali che aveva seguito l’Imperatrice, la quale ebbe a dire che erano state prese delle camiciole di tela spessa, poi indossate dalla madre e dalle figlie, e su quelle erano stati cuciti,avvolti nella stoffa, i gioielli: erano brillanti, smeraldi e ametiste, che appartenevano alla zarina e alle figlie, le quali, sotto le camicette, nascondevano delle collane, di perle e d’oro.
Anche i cappelli, tra la fodera e il velluto, erano pieni di gioielli. I bottoni dei vestiti erano stati sostituiti da pietre preziose ricoperte di stoffa nera e usate come bottoni.
Tutto ciò costituiva un peso notevole, che impediva di muoversi e di camminare a lungo, dato che le nobildonne non si separavano mai dai loro oggetti preziosi.
Ma queste corazze di gioielli furono causa di ulteriori sofferenze per le povere donne, poiché, quando a Jekaterinenburg furono fucilate, le pallottole sparate dai soldati rimbalzavano indietro, senza ferirle in punti vitali.
Quando furono portate via per essere sepolte, tre di loro dovettero subire il colpo di grazia perché erano ancora vive,mediante proiettili sparati nelle orecchie.
I soldati che le spogliarono, scoprirono il perché della loro tardiva morte: erano letteralmente ricoperte d’oro e pietre preziose come di autentiche corazze, che le avrebbero salvate se non fossero state uccise alla fine.

UN TERRIBILE DESTINO

 

Broche con zaffiro lavorato “a nido d’ape” e brillanti.
 
Nei ritratti rimastici della famiglia imperiale, di cui qui omettiamo per brevità la storia, che non è oggetto di questa ricerca, la Zarina Alexandra non sorride mai: anche il ritratto del dì delle nozze ce la presenta pensierosa , con lo sguardo perduto nel vuoto, come presaga del terribile destino che attende lei e tutta la sua futura famiglia.
Prima ancora di essere barbaramente trucidati, i Romanov infatti ebbero a sopportare malattie, presenze nefaste a corte come quelle del terribile Rasputin, eventi bellici e rivolte che non lasciarono pace alla Russia nei decenni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Ma non era solo la Zarina ad avere un volto sempre triste: sotto le corone di diamanti, i pettorali di smeraldi e gli immensi colliers di perle, tutte le granduchesse russe e le precedenti mogli degli Zar avevano avuto sempre uno sguardo triste ,la testa china sotto il peso dei diademi che parevano non i simboli del potere ma strumenti di tortura.

ALTRI SCRIGNI DI GIOIELLI RUSSI...
 

K.Fabergé - Diadema in oro giallo e diamanti - 1900 circa - By permission of Duke of Westminster
 
Pochi dunque gli esempi di gioielli rimasti tra quelli dell’ultima Zarina.
Ma non tutti i gioielli imperiali russi andarono persi: molti, per esempio, riuscì a salvarne l’Imperatrice vedova, madre dell’ultimo Zar Nicola II.
Maria Feodorovna, nel mese di marzo1917, da San Pietroburgo,insieme alla figlia maggiore Xenia, si era recata a Kiev dalla sua figlia più piccola, Olga,che dopo essersi sposata viveva lì.
Mentre si trovava a Kiev l’Imperatrice vedova apprese la notizia dell’abdicazione del figlio Nicola II e della fine dell’Impero.
Tutto il suo entourage, allora, preoccupato della sua incolumità, le consigliò di fermarsi in Crimea, in quel momento meno pericolosa di San Pietroburgo, dove peraltro l’anziana Zarina aveva lasciato la maggior parte dei suoi gioielli, ben nascosti, ma non tanto da sfuggire ai rivoluzionari che li rubarono.
Ciò che le restava erano “i suoi piccoli gioielli di tutti i giorni”,come lei diceva, da cui non si separava mai, e che aveva portato con sé in Crimea. Infatti, poiché quando era andata a Kiev non si prevedevano grandi ricevimenti che richiedessero l’uso delle più importanti parures da lei possedute, le aveva lasciate a S.Pietroburgo.
 

Copia di un diadema della Zarina Maria Pavlovna realizzato a cura del Governo Russo su disegni d’epoca.
 
Rimane però un elenco dei “piccoli gioielli di tutti i giorni”: si tratta di 78 pezzi, comunque straordinari ed importanti, tra cui si annoverano, spille,braccialetti e pendenti, sei colliers di perle, il cui solo valore era di 4/5 del totale.
 

K.Fabergé - Tabacchiera in oro e brillanti con le iniziali dello Zar Nicola II. Forbes Magazine Collection - New York
 
Essi, con i cofanetti che li contenevano, erano ospitati in una grande cassa di legno che seguì la Zarina vedova quando si rifugiò in Danimarca, il suo paese d’origine, dove fu ospitata dal Re suo nipote nel palazzo reale di Amalienborg a Copenaghen.
L’anziana signora non aveva più denaro, e visse sino al 1928 dell’ospitalità del Re danese e di un assegno annuale di 10.000 sterline che le passava il re d’Inghilterra, altro suo nipote.
Tuttavia non si rendeva conto che avrebbe dovuto contenere le spese: del che il Re di Danimarca si lamentava, e quando la Zarina vedova morì, egli sperava di recuperare una parte dei soldi che aveva spesi per lei impadronendosi di qualcuno dei gioielli che essa possedeva.
 

K.Fabergé - Tabacchiera in oro e smalti, cabochon di rubino. San Pietroburgo, 1899 circa
 
Ma il Re d’Inghilterra fu più lesto del cugino. Appena la dama morì,egli nottetempo fece trasportare i gioielli a Londra, dove nel 1929 le figlie della defunta, Xenia e Olga, stabilirono di vendere l’eredità e di spartirsi il denaro che ne sarebbe derivato.

 

La Zarina vedova, Maria Feodorovna, madre dello Zar Nicola II, da giovane,
 
Il gioielliere Hennels, uomo di fiducia della Corte d’Inghilterra, fece una stima dei gioielli pari a circa sei milioni e mezzo odierni di Euro,allora di 350.0000 sterline in oro, e di questa somma diede alle due figlie della Zarina vedova un anticipo di centomila sterline ciascuna, riservandosi di completarla dopo la vendita effettiva degli oggetti.
Quando le nobildonne morirono, i figli di Olga, rivedendo i conti della defunta madre, si accorsero,come poi anche i cugini, che il saldo dei gioielli non era stato mai pagato alle interessate, né poterono ottenerlo mai più, a causa della sparizione dei documenti che comprovavano le vendite.

IL SALVATAGGIO DEI GIOIELLI DELLA GRANDUCHESSA VLADIMIRLa Granduchessa Maria Pavlovna, moglie del Granduca Vladimir di Russia zio paterno dello Zar Nicola II, aveva sempre dominato la scena alla corte degli Zar, contendendo per più di venti anni lo scettro della supremazia alle due imperatrici, suocera e nuora.
Di origine tedesca e di carattere forte e deciso, obbligata a cedere il passo alle Zarine durante le cerimonie ufficiali, era riuscita però ad avere le sue rivincite nelle occasioni mondane e come ambasciatrice all’estero del potere e della ricchezza dei Romanov, specialmente quando si recava in Francia, a Parigi, dove non mancava mai di fare una visita a scopo di acquisti dal gioielliere Cartier.
L’amore della Granduchessa Vladimir per i gioielli era leggendario, come ebbe a testimoniare l’americana Consuelo Vanderbildt, poi sposa del Duca di Marlborough.
Recatasi in Russia, essa rese visita alla Granduchessa, la quale, dopo un lauto pranzo, la introdusse nel suo boudoir, dove, disposta in delle vetrine, le mostrò una interminabile serie di parures di diamanti,rubini, smeraldi, perle, turchesi, acquemarine e pietre semi-preziose, testimonianza dei continui acquisti che la nobildonna faceva, quasi come unico passatempo della sua vita.
Quando rimase vedova si trovò tra le mani un patrimonio ingente che le consentì di incrementare i suoi capricci.
Non appena vi furono le prime avvisaglie della rivoluzione, come altri nobili russi ella si rifugiò a Yalta, in Crimea, ma, credendo che l’insurrezione sarebbe stata passeggera, era partita a bordo del suo treno personale con pochi bagagli e pochi gioielli.
Prolungandosi oltre il previsto il periodo di soggiorno a Yalta, la Granduchessa cominciò a temere per i suoi gioielli, e, poiché aveva viaggiato e vissuto in ambienti internazionali, sapeva bene che in caso di esilio i gioielli sarebbero stati l’unica risorsa che avrebbe potuto portare con sé.
Si trovava nella stessa città a scopo diplomatico un agente segreto britannico, Albert Stopford, amico di vecchia data della Granduchessa, il quale, vedendola in ambasce, le propose di recuperare i gioielli da San Pietroburgo: sarebbe andato lui a prenderli.
Ci sono due versioni del fatto. La più credibile è quella che Stopford sia partito col figlio della dama, l’arciduca Boris, e che, introdottosi di notte nel palazzo con la complicità di un servitore fedele, abbia recuperato i gioielli e sia partito per l’Inghilterra forte del suo passaporto britannico.
L’altra versione, più romanzesca, vuole che Stopford sia entrato nel palazzo travestito da contadina e che abbia indossato i gioielli ricoprendosi poi di stracci per fuggire.
Comunque andasse, i gioielli furono depositati in una banca inglese, ma la Granduchessa non li avrebbe mai più rivisti.
Fuggì infatti dalla Russia, ma si rifugiò in Francia e lì visse sino al 1920, timorosa di essere ritrovata e assassinata come i suoi regali parenti.
I gioielli furono venduti dai figli, per la maggior parte allo stesso Cartier che li aveva fatti, o a ricche ereditiere americane.
Alcuni furono acquisiti dalla Casa regnante inglese, e sono tuttora nelle mani della Regina Elisabetta II.

I GIOIELLI DELLA CORONA DI RUSSIA
Come tutti sanno,i gioielli della Corona non sono proprietà dei regnanti, ma dello Stato.
Anche in Russia esistevano i gioielli che erano usati in occasione delle cerimonie ufficiali e delle incoronazioni, i quali erano antichissimi, e venivano custoditi da funzionari addetti alla loro conservazione e alla loro integrità.
Il primo a stabilire che vi dovessero essere i “Gioielli della Corona” fu Pietro I il Grande, il quale, avendo viaggiato in Europa e avendo visitato le corti dei Paesi più importanti, si rese conto che ciò non esisteva in Russia.
Istituì allora un Fondo dei Diamanti, in cui raccolse i pezzi più importanti tra i gioielli dell’Impero Russo del XV, XVI, XVII secolo, e li sistemò in un’ala del Palazzo d’Inverno di S. Pietroburgo, chiamato allora “Renteria” e poi “Camera dei Diamanti”.
 

Diamante blu di 7,6 carati, detto “Diamante Hope” appartenuto alla zarina Maria Feodorovna e poi alla Zarina Alexandra.
 
Le corone dello Zar e della Zarina erano di una forma caratteristica che ricorda i copricapo dei prelati ortodossi o le caratteristiche cupole del Kremlino e delle chiese russe.
Grandi decorazioni venivano appuntate sulle vesti rituali, che non mutavano mai di forma: erano rigide e appesantite da ricami di enormi pietre preziose, trapunte di perle,accompagnate da collari d’oro, diamanti e smeraldi.
Come per le altre monarchie europee, tra i gioielli della corona c’erano i simboli del potere: lo scettro, la spada, lo scudo, l’orbe,lo stendardo, gli anelli e i bracciali.
Tutti questi gioielli di carattere ufficiale erano stati consegnati dallo Zar alla Polizia di Mosca perché li custodisse nelle segrete del Kremlino, in condizioni di massima sicurezza, alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
 

I Gioielli della Corona di Russia: la Corona dello Zar e quella della Zarina, l’orbe, lo scettro, le decorazioni, la spada, lo scudo e, sullo sfondo, lo stendardo.
 
Fu lì che i bolscevichi li scoprirono quando presero il potere nel 1917.
Essi si resero conto che si trattava di gioielli di grande valore, ma non capirono che una repubblica ha il dovere di custodire ugualmente i beni dello Stato, anche quando si tratti di vestigia del passato appartenuti ad una monarchia, proprio perché costituiscono le radici della propria cultura e della propria civiltà.

 

La Corona dell’Incoronazione, gioiello rituale russo.
 
Così fecero fare un inventario al gioielliere che era stato uno dei fornitori ufficiali dell’Impero Russo: Agathon Fabergé.
Egli, con grande sofferenza , fece ciò di cui era stato richiesto, e impiegò due anni a catalogare e misurare ciò che restava dei gioielli della Corona.
Tra l’altro, nel catalogo sono annotati 25.300 carati di diamanti, 4.300 carati di zaffiri, 260 carati di rubini ma di splendida qualità, smeraldi in grande quantità e migliaia di perle.
Qualcuno di questi gioielli è ancora nel Museo delle Armi a Mosca,ma la maggior parte di essi è stata silenziosamente venduta nelle aste o a privati per realizzo di denaro servito allo stato.
Così, la Rivoluzione ha mostrato una delle sue peggiori facce: ha confuso la bellezza e l’arte, la tradizione e la cultura con la repressione e la cupidigia del denaro.
Non è stata capace di salvare neanche le vestigia più preziose del suo passato e ha cancellato col sangue secoli di storia.
 

Le nozze di Nicola II e Alexandra Feodorovna, che indossa l’abito rituale e i gioielli prescritti da Caterina II.
 
LE COLPE DEI ROMANOV
Il fasto dei Romanov toccò vette di sperperi e sprechi che avrebbero potuto essere evitati con una gestione più moderna e realistica del potere.
L’ombra del Medioevo incombeva ancora pericolosamente su un paese che invano Pietro I il Grande aveva tentato di avviare verso un futuro aperto ai contatti col mondo internazionale e la modernizzazione.

Onorificenza dell’Ordine di St. Alexander Nevsky - 1775 -


Onorificenza dell’ordine di S.Anna - 1760 -
 
Ad uno sguardo più attento non sarebbero sfuggiti i pericoli cui la Russia andava incontro con un’amministrazione della cosa pubblica in cui non c’era posto neanche per la libertà individuale.
Gli occhi degli Zar erano come ricoperti da uno schermo di oscurantismo di cui ultimo segno fu quel Rasputin che chiuse come in una gabbia dorata e senza porte né finestre la famiglia imperiale, conducendola dritto verso il crollo e la disfatta finale.
 

La Zarina Alexandra, con la veste rituale e i gioielli della Corona, tra cui il copricapo, il pettorale, e un pendente di smeraldo da 250 carati, in occasione delle celebrazioni dei 300 anni della dinastia dei Romanov - 1913 -
 
La scomparsa dei Romanov fu totale e definitiva: il bagliore sanguigno degli splendidi gioielli si spense con loro.
Ne rimane solo qualche immagine sbiadita, traccia di una grande bellezza e di un infinito dolore.

ERCOLINA MILANESI

                                                                                                                                                                                                  

mercoledì 8 gennaio 2014

POMODORI CINESI !

Modifiche “sostanziali” a pomodori cinesi. Acqua e sale li rendono italiani

Una truffa smascherata fa nascere una polemica causata dalle solite incognite sulle leggi italiane. Per poter applicare l’etichetta italiana basta infatti lavorare il prodotto di importazione in stabilimenti italiani, ed è sufficiente che la modifica apportata al prodotto sia “sostanziale”. E così può persino accadere che un po’ d’acqua e sale italiani abbiano il magico potere di rendere il pomodoro del sol levante un pomodoro nostrano. Occhio. Quanti prodotti “sostanzialmente modificati” provenienti da chissà dove abbiamo sulla nostra tavola, che recano in bella vista l’etichetta italiana? Mah….
Roma. Pomodori di provenienza cinese che arrivano sulle nostre tavole trasformati in super concentrati e passate. È già successo e potrebbe accadere ancora, a causa di un “bug” nella legge.
«È frode», ha stabilito il giudice nel caso di un imprenditore del nocerino, in provincia di Salerno, che importava il prodotto base dalla Cina, aggiungeva acqua e sale, lo trasformava in concentrato e lo rivedeva. Per il giudice questa trasformazione non è «sostanziale», come invece prevede la legge. Da qui la condanna. «Ma siamo nell’interpretazione di una parola che potrebbe anche essere intesa diversamente», ci dice il capitano Vincenzo Ferrara, comandante del Nucleo Antifrodi dei carabinieri di Salerno e Sud Italia.

Proprio il Nucleo ha occhi vigili sul comparto, tenendo presente le maglie larghe della legge. «Il problema potrebbe riguardare latticini e tutti i prodotti trasformati in Italia con materie prime provenienti dall’estero». Il Nucleo  tra il 2010 e il 2012 ha sequestrato 4.173 tonnellate di pomodoro. La Cina è il primo produttore al mondo e l’Italia il primo importatore dal soil Levante.
72milioni di kg. di concentrato di pomodoro in fusti da 200 kg. sono stati importati  in Italia nel 2012 secondo la Coldiretti.
53%di tutto il pomodoro cinese importato in Italia viene preparato in provincia di Salerno, secondo la Coldiretti.



lunedì 6 gennaio 2014

UN'AMOREVOLE IPOCRISIA - Azione Tradizionale -


(da Il Borghese) – «Professoressa, ma che cos’è il comunismo?», domanda il classico studentello sprovveduto alla sua docente, nell’errata convinzione che l’insegnante risponderà in maniera oggettiva, cercando, così, di adempiere al proprio dovere. Quest’ultima, osservando dall’alto della sua presunzione didattica il malcapitato, il quale ha, come unico torto, la colpa di ignorare il significato di questo aberrante termine, gli risponde fredda: «Il comunismo è la massima espressione di libertà mai concepita dagli uomini e coloro che lo professano sono persone democratiche, che svolgono con dedizione e profondo senso di responsabilità il loro lavoro in favore della giustizia sociale». A questo punto, però, il ragazzo aggrotta la fronte, e chiede ancora: «… ma prof… allora cos’è il Fascismo? La risposta che mi ha dato mi lascia un po’ perplesso, perché ho letto in un libro che parlava del Ventennio gli stessi aggettivi da lei adoperati». La docente, allora, ancora più indignata di quanto già non fosse prima, tutta stizzita, si affretta a rispondere al giovane, per non dare troppo tempo ai ragazzi della classe di pensare: «Chi te l’ha detto? Non è vero! Voglio parlare subito con un tuo genitore! A proposito… ti interrogo in storia! Vieni!» Potete tranquillamente immaginare l’esito della «onesta» chiacchierata tra i due ed il voto espresso dalla docente. Se tutto è andato come previsto e se il ragazzo, oltre ad averla indispettita, aveva anche la colpa di non aver studiato in maniera approfondita, come qualche volta può andare, l’insufficienza o – al più, la sufficienza risicata, concessa per pietà (o almeno così l’arguta professoressa potrebbe tentare di giustificare l’assenza totale di comprensione nei confronti del malcapitato) – non gliel’avrebbe tolta proprio nessuno! Lo stesso ragazzo, alla fine della giornata, avrebbe fatto rientro a casa con una gigantesca confusione in testa e, come se non bastasse, anche con un brutto voto in storia, del tutto immeritato. C’è dell’altro, però, soprattutto quando lo studentello in questione inizierà a sfogliare e a maneggiare i primi manuali di storia, alla ricerca di alcune valutazioni sull’Età Contemporanea. In (quasi) tutti leggerà, infatti, che Stalin fu un dittatore piuttosto severo, ma in fondo buono, mentre sarà costretto a riempirsi la testa con giudizi tanto negativi, quanto iperbolici e non del tutto attendibili riferiti al Duce degli Italiani, Benito Mussolini, ucciso senza nemmeno essere stato sottoposto ad un regolare processo. Un Paese davvero molto democratico, quello in cui viviamo! Verrebbe dunque da pensare che le pensioni, le bonifiche, gli ospedali, l’edilizia, le colonie ed il senso del rispetto per gli adulti e per i superiori fossero stati trasmessi, in Italia, da Stalin e non da quell’onesta generazione di lavoratori e di cittadini laboriosi che avevano giustamente visto nel Fascismo l’unico baluardo possibile davanti al devastante dilagare del bolscevismo. Il nostro caro studente, nondimeno, sarebbe soltanto all’inizio di un sistematico lavaggio del cervello, all’interno del quale gli verranno forniti dati per lo meno distorti o usati in maniera tendenziosa, ma chissà che, arrivati ad un certo punto dell’anno scolastico, qualcuno non arrivi anche a consigliargli, ed in maniera più o meno obbligatoria, lo schieramento politico da votare per la sua prima volta. Anche questo, ragazzi, è un lampante esempio di democrazia. Democrazia all’italiana, però. Questo, tuttavia, non soltanto per quanto riguarda una sola, e forse la più delicata, disciplina, almeno in questo senso, in altre parole la storia. L’indottrinamento, di fatto, continuerebbe, indisturbato, per la disciplina che si rivela essere comunque importante ai fini del raggiungimento di una preparazione omogenea da parte degli studenti, cioè lo studio della letteratura italiana, all’interno della quale verrebbero proposti modelli prevalentemente distorti ed ideologicamente orientati: ad esempio, non sarà presentato nel modo dovuto un vero e proprio genio della nostra letteratura del ’900 che ha contribuito in maniera sistematica allo sviluppo ed alla frammentazione progressiva dell’Io all’interno di romanzi e tragicommedie, che è stato apprezzato da tutto il mondo (da Berlino alla città della Grande Mela), quale Luigi Pirandello, anzi qualcuno proverà a definirlo un poetuncolo da strapazzo, che decise di aderire al Partito Fascista soltanto ed esclusivamente per convenzione, quando lui stesso scriverà, a L’Idea Nazionale, il 28 ottobre 1923: «Eccellenza, sento che per me questo è il momento più propizio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera». E, come riporterà «L’Impero», il 23 settembre 1924: «L’intuizione pirandelliana della vita politica è sostanzialmente fascista (e tale era anche prima che il Fascismo si definisse) in quanto nega i concetti di assoluto (vedi immortali princìpi) e afferma la vitale necessità della continua creazione di illusioni, di realtà relative, mete sempre fuggenti delle aspirazioni umane che, così solo, in questa perpetua corsa a una verità mai raggiungibile in assoluto, possono vivere e dar frutti»Da queste parole risulta evidente come il Grande Maestro abbia trovato in quella più compiuta forma di Stato liberale un ambiente assai salubre nel quale sviluppare al meglio la sua profonda ed autentica sensibilità artistica. Verrà dunque presentato all’attenzione degli studenti anche un grande quale D’Annunzio, il Vate, apostrofandolo come saltimbanco, quando invece costituisce, senza dubbio alcuno, per la maggior parte degli studiosi seri, tra i quali si annoverava Benedetto Croce, il poeta, lo scrittore, con il quale termina la letteratura italiana. Risulta oltremodo interessante il giudizio che Angelo Marchese dà del Vate, definendolo «un immenso ed ingombrante continente da attraversare». I modelli esaltati dai docenti organici sono, invece, elementi come Calvino e Pasolini che hanno – ingiustamente – ottenuto un posto nell’Olimpo, soltanto per aver aderito al partito dei vincitori ed aver, quindi, conseguito la tessera giusta al momento giusto. Allora, il fatto che una persona abbia delle idee che discordano rispetto ad una certa scuola di pensiero vuol dire che nel nostro vacillante e compromesso sistema culturale, non v’è più spazio per la libertà di pensiero, figurarsi poi per quella d’opinione. Secondo l’ottusa lungimiranza di certi intellettuali organici, infatti, il valore dell’individuo viene assai contratto, per cui tende ad emergere, preferibilmente, lo spirito di una casta oligarchica e sinistrorsa che da sempre non ha amato né il dibattito, né il confronto, figurarsi poi il dissenso. Quale potrebbe essere la nostra risposta ai numerosi tentativi di livellare tutto e tutti spaventosamente verso il basso: dialettica degli opposti? dialettica dei distinti? Come si fa, quindi, a distinguere, quando si è già sistematicamente e totalmente appiattita ogni differenza?

                                                                                                                                                 


sabato 4 gennaio 2014

UN ESSERE MEDIOCRE CHE SI CREDE UN DIO: VITTORIO SGARBI - (ERCOLINA MILANESI)


Satira


UN ESSERE MEDIOCRE CHE SI CREDE UN DIO: VITTORIO SGARBI

Voleva pubblicità, voleva eccellere su tutti, voleva essere il più intelligente e colto d’Italia ma ha ottenuto tutto il contrario.
Pubblicità ne ha ottenuto a iosa, ma pubblicità spazzatura.
Povero Vittorio, non sei più il giovincello che un lontano giorno abbandonò la sua città alla ricerca della notorietà, ora sei più che adulto, incanutito, non più attraente e rubacuori come credevi di essere a torto, risaltavi solo per il tuo carattere, non certo dolce ma molto amaro.
Ora sei riuscito ad essere sulla cresta dell’onda, ma in segno negativo.
Ti appaga, forse, apparire alla televisione e sui giornali quando esplodi con parole da scaricatore di porto? Ti senti un essere superiore quando dai in escandescenze in pubblico?
Hai mai pensato che i tuoi scatti d’ira ti fanno apparire come un invasato, perché è così che ti vede il pubblico? Hai voluto darti alla politica, pur non avendo giuste cognizioni, forse speravi arrivare ad alte cariche. Pure illusioni. Non si nasce politici, lo si diventa per passione, occorre avere un ideale, altrimenti si cerca solo un lauto stipendio e il titolo di onorevole per sentirsi qualcuno e uscire dall’anonimato. E questo è quello che tu hai voluto e fatto.
Ma non l’hai azzeccata, caro Vittorio, ti è andata male in tutti i sensi.
La tua vasta cultura in arte che sbandieri ai quattro venti ci potrebbe pure essere ma, un vero critico con conoscenze approfondite, non fa sfoggio delle proprie doti, lascia che siano gli altri a giudicarlo. Cosa che tu non fai. “ Voglio, posso e comando” questo deve essere il tuo motto.
No, caro Vittorio, così non va proprio, continui  sbagliare, passo dopo passo. Quando ti fermerai? Se fossi ipocrita direi che sei simpatico ma, dato che sono molto onesta, devo ammettere che tu sei considerato un uomo antipatico per eccellenza, ma perché lo vuoi tu, forse perché credi di essere un diverso e diverso lo sei veramente. Sono rarissimi i casi, per la verità mai visti, di una persona di una certa età che, al parossismo delle sue crisi isteriche, lo si vede con la bava alla bocca. Bello spettacolo! Ma non ti vergogni?
Lasciamo perdere le sceneggiate con Alessandra Mussolini alla TV, notorie a tutti. La Rai ti ringrazia sentitamente per il successo ottenuto nella sua trasmissione.
Sei stato forte quando hai detto alla Mussolini: fascista, ripetuto più volte, ma il pubblico che ha fatto? E’ scoppiato a ridere perché ha capito che eri rimasto a corto di epiteti e tu hai fatto la figura di bamba, mentre la Mussolini è stata applaudita.
Ora devi essere all’estremo delle tue facoltà mentali se hai avuto l’ardire di dire che i leoncavallini, ovvero i centri sociali, la teppa più turpe che esista in una nazione, sono dei veri artisti e i loro graffiti opere d’arte.
Ecco, con queste parole ti sei fregato da solo, ti sei messo al loro livello e sono certa diverrai un frequentatore del Leonka, stessa cultura, stessi metodi di vita.
Il sindaco Moratti che ti ha scelto come assessore alla Cultura credo rimpianga quella nomina che ti ha dato. Ma proprio a Milano dovevi venire a rompere? D’accordo che alla Camera sei mal sopportato e Fini vuole le tue dimissioni per il tuo poco ortodosso comportamento che hai in ogni luogo ed in questo mi associo a Fini.
Povero Sgarbi, potevi avere un futuro migliore solo se avessi un carattere diverso. Ricorda che solo se servi sei accettato, però subito escluso quando non necessiti più.
Purtroppo con il passare degli anni il carattere peggiora sempre più, si diventa veri nevrotici, mal sopportati dai giovani perché brontoloni, nulla che vada mai bene e la convinzione che tutti ci odiano o sono invidiosi. Fermati, finchè sei in tempo.

ERCOLINA  MILANESI