Tratto dal libro: I PANNI SPORCHI DELLA SINISTRA
di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara
La storia dei rapporti di Napolitano col
mondo americano è carica di domande ancora da sciogliere, ma evidenzia
in maniera chiara il desiderio di Napolitano di accreditarsi quale
interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

Il
percorso di Napolitano per divenire punto di riferimento di un vasto
mondo di potere internazionale è stato tuttavia accidentato: il
Dipartimento di Stato e l’intelligence statunitense non si fidavano
facilmente di un comunista italiano. Il primo tentativo di Napolitano si
rivelò infruttuoso: nel 1975 gli fu negato il visto, come avveniva per
tutti i dirigenti comunisti.
WikiLeaks ha poi rivelato (in una massa di cablogrammi diplomatici
diffusi in blocco) che nel novembre del 1976 Napolitano aveva cercato
per tre volte un incontro a Roma con Ted Kennedy, ma era stato sempre
respinto. «Ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per
inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli
incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato.»
Il documento, stilato
dall’allora ambasciatore americano John Volpe, riferisce al segretario
di Stato Kissinger in merito al soggiorno romano del senatore demo
cratico, che si incontrò con Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni
Agnelli. Tra i comunisti soltanto il migliorista Sergio Segre, all’epoca
responsabile degli Affari esteri del Pci, riuscì a sedersi a tavola con
Kennedy e una trentina di invitati.
Alla prova delle urne del 1976 i comunisti raggiungono il massimo
risultato storico, 34,4 per cento dei consensi, ma restano cinque punti
al di sotto della Dc.
Aldo Moro apre a Enrico Berlinguer, che in
un’intervista al «Corriere della Sera» consuma un primo strappo
dall’Urss: «Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo
punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la
via italiana al socialismo senza alcun condizionamento».64
Nasce il
governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti con
l’astensione di Pci e Psi, insieme a socialdemocratici (Psdi),
repubblicani (Pri) e liberali (Pli). Di fatto s’inaugura la stagione del
compromesso storico, mentre il rampante Bettino Craxi afferra le redini
di un Psi ormai sotto il 10 per cento. Il nuovo scenario, per quanto
non faccia cadere la
conventio ad excludendum nei confronti di
un governo «con» i comunisti, disegna praterie di manovra politica ai
compagni pronti a sdoganarsi nel sistema occidentale.
Giorgio Napolitano, come portavoce del Pci sui temi dell’economia nei
rapporti col governo Andreotti, viene osservato attentamente
dall’estero. E riesce a far breccia nella diffidenza degli Stati Uniti,
in quel momento governati dal democratico Jimmy Carter (eletto nel
1976). In realtà le diplomazie erano al lavoro da tempo, in particolare
con il nuovo ambasciatore a Roma Richard Gardner, professore di Diritto
internazionale alla Columbia University, di area
liberal e
marito di Danielle Luzzatto, proveniente da un’importante famiglia
ebraica italiana. Gardner organizza una serie di incontri informali con
esponenti del Pci, ma se l’obiettivo è Enrico Berlinguer, in realtà è
Giorgio Napolitano a fornire le maggiori garanzie. Il diplomatico
racconterà, all’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale: «Era
un socialdemocratico. Condividevamo gli stessi valori, aveva una mente
aperta, e non era dogmatico neanche nelle cose che non condividevamo.
Con discrezione mi faceva capire di non essere d’accordo con molte
decisioni del Pci e di auspicarne un’evoluzione più rapida».65
Ad aiutare Napolitano possono essere stati poi i già citati rapporti
di Amendola con Brzezinski e con la Cia.
L’8 febbraio 1978, un mese
prima del sequestro Moro (16 marzo), Norman Birnbaum dell’Amherst
College (oggi professore alla Georgetown University), un uomo che alcune
fonti indicano come espressione della Cia, invita Berlinguer per un
ciclo di conferenze alla New York University e in altri luoghi degli
Stati Uniti. «Dai documenti – scrive Pasquale Chessa nel suo libro su
Napolitano – traspare un febbrile lavorio sommerso intorno al possibile
viaggio negli Usa del segretario del più grande partito comunista
dell’Occidente, arrivato democraticamente alle soglie del potere.»66
Pasquale Chessa pone un quesito interessante: «Che ci faceva
Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare
Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse
mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro?
[…].
Ma se si è trattato di una guerra culturale, combattuta dalla Cia e
dal Kgb con le armi della politologia, a colpi di convegni e corsi
universitari, articoli scientifici e interpretazioni giornalistiche, sul
teatro dell’opinione pubblica mondiale, il viaggio di Napolitano negli
Usa ha giocato un ruolo nient’affatto di secondo piano».67
Qualcosa però succede e Berlinguer non parte. Il meccanismo si
inceppa. A recarsi in Usa è invece Napolitano.
Perché? Deve ricevere
«istruzioni» dagli americani in quel momento delicatissimo? A
pianificare l’operazione sono il segretario di Stato Cyrus Vance e il
consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski.
L’organizzazione del viaggio di Napolitano viene affidata a Joseph La
Palombara, professore a Yale e capo dell’ufficio culturale
dell’ambasciata statunitense a Roma, coadiuvato da Peter Lange e da
Stanley Hoffmann di Harvard, da Nick Wahl della Princeton University e
dallo stesso Brzezinski, che a quell’epoca ricopriva la carica di
docente della Columbia University ed era uno dei più autorevoli
strateghi della distruzione del blocco sovietico attraverso la tattica
dell’infiltrazione. Convinto che l’Italia avesse un ruolo da giocare nel
Mediterraneo e con il mondo arabo, Brzezinski spiega: «Quando abbiamo
pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero
potuto illuminare i miei connazionali su un Pci che non era di stile
sovietico e i cui aderenti non andavano in giro con le bombe in tasca.
Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò
ex post il
personaggio ideale».
Il messaggio che Napolitano portava era: «Il
compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non
danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti».68
Il suo
arrivo negli Usa era un fatto di rilievo, se si tiene conto che lo Smith
Act firmato da Roosevelt durante la Grande depressione e ancora in
vigore negli anni Settanta impediva ai comunisti di mettere piede sul
suolo americano.
Napolitano fece il pienone e raccolse giudizi positivi nei più
prestigiosi campus, riuscendo a sottrarsi alle domande impertinenti di
chi gli ricordava il proprio appoggio ai carri armati in Ungheria.
All’Università di Yale (casa madre della loggia massonica Skull and
Bones) Napolitano, sollecitato dal neoconservatore La Palombara, parlò
della necessità che il Pci rompesse i rapporti con Mosca e si spinse a
dire di sentirsi come «una specie di commando».
Il momento più importante fu l’incontro al Council on Foreign
Relations di New York (organizzazione che si occupa di strategie
globali) alla presenza di un selezionato pubblico di avvocati, banchieri
e dirigenti industriali di portata internazionale: qui Napolitano si
scatenò delineando evoluzioni politiche che ancora all’interno del Pci
venivano dibattute e non date per certe, compreso un atto di fedeltà nei
confronti della Nato: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli
anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e
creare maggiore stabilità in Italia».
Un accordo tra Cia e Pci nei giorni del sequestro Moro?
Napolitano dunque si trova negli Stati
Uniti mentre Aldo Moro è prigioniero (il suo corpo verrà ritrovato in
via Caetani il 9 maggio 1978). In quei giorni, durante i quali tutti i
servizi segreti del mondo sono in allarme per l’impresa terroristica,
Napolitano tiene conferenze nelle università più prestigiose e in
ambienti riservati con uomini d’affari ed esperti. Da statista consumato
aggira le domande insidiose concernenti le congetture sulla regia della
Cia, o del Kgb, nel sequestro del presidente della Dc.
Napolitano vuole accreditarsi nel mondo americano o rinforzare i
propri rapporti già saldi. Mentre si trova a New York incontra anche
Gianni Agnelli, che sino a quel momento aveva dialogato, tra i
comunisti, solo con il segretario della Cgil Luciano Lama, nella veste
di controparte sindacale. Napolitano stesso racconterà come, da quel
breakfast in Park Avenue, sia maturato con l’Avvocato

un
rapporto «di schietta cordialità e simpatia. Tanto che ci ritrovammo in
diverse occasioni pubbliche a cui accettammo volentieri di partecipare
insieme […]. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a
Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che
voleva farmi incontrare […], in particolare Kissinger. Ma non
solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad
esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret
Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò
fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di
domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e
categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in
Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva
con molta curiosità a questo scambio».69
Mentre Napolitano rilascia interviste al «Washington Post» e alle
principali reti televisive, il dramma del rapimento Moro è in corso. Che
tipo di consultazioni ha sul tema Napolitano con i massimi esperti
americani di strategia? Sta forse definendo con loro la linea del Pci?
Cosa avviene in quei giorni drammatici?
La Procura di Roma ha acquisito nel settembre del 2013 la cassetta
dell’intervista di Giovanni Minoli a Steve Pieczenik, esperto di
terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato americano nel 1978.
Pieczenik, inviato in Italia subito dopo il sequestro, avrebbe
indirizzato l’azione delle autorità italiane nella direzione voluta
dagli americani, contrari alla trattativa, che ritenevano «necessario il
sacrificio di Moro».
Napolitano torna a Roma il 19 aprile 1978. In quella fase concitata
fonda con Lama, Amendola, Bufalini e Macaluso la corrente migliorista,
destinata a diventare il bastone tra le ruote della «terza via» di
Berlinguer.
I miglioristi sono da subito i sostenitori dell’appoggio
alla Nato e dell’eurocomunismo.
Di lì in poi è un crescendo di rapporti
ancora tutti da decifrare, sui quali gli archivi della Cia potrebbero
dire
molto.70
Nel luglio del 1980 lo stratega Duane Clarridge,71
capostazione
della Cia a Roma (e ancor oggi influente esperto di intelligence al
servizio della Cia con una sua società privata) dà inizio, per sua
stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua
carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci. Clarridge lavorò a
Roma come agente della Cia tra il 1979 e il 1981 e si occupò
intensamente del Pci. Il suo stile era audace e disinvolto, come ammette
lui stesso: «A Roma mi creai all’interno dell’agenzia una reputazione
come
risk taker: ero considerato un bucaniere, uno
shooter [uno che spara, che colpisce duro,
nda], un cowboy. Questi termini connotavano la mia tendenza ad assumere rischi».72
Clarridge parla di «esponenti del Pci che avevano compiuto visite
esplorative a Washington». E racconta anche di incontri con le
«controparti italiane» del Pci, condotti a Roma insieme a William Casey,
il capo della Cia. Nell’entourage della stazione operavano agenti come
Harry Rositzke e Vincent Cannistraro, mentre figure come Ted Shackley e
Michael Ledeen73 – scrive Clarridge – controllavano e «istruivano» i
vertici dei servizi italiani come il generale Giuseppe Santovito, capo
del Sismi poi figurato negli elenchi della P2. Lo stesso Santovito che
aveva fatto parte del Comitato di crisi incaricato di analizzare e
gestire il rapimento di Moro. Nelle memorie di Clarridge vengono
descritti incontri tra Santovito e il generale Haig, centrati sulle
Brigate rosse. In questo contesto di rapporti matura il progetto di
infiltrazione organica della Cia nel Pci.
L’operazione doveva risolvere una volta per tutte il «problema
comunista» in Italia. «L’idea che si stava in quel momento valutando era
di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il
superamento di una serie di test da parte della leadership del Pci. […]
Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima
segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero
ristretto di alti dirigenti comunisti» hanno scritto Claudio Gatti e
Gail Hammer ne
Il quinto scenario.74
Nelle sue memorie Clarridge racconta: «Eravamo ben coscienti del
fatto che l’ala più dura del Pci non avrebbe mai accettato questo
mutamento radicale, ma sapevamo che una parte consistente della
leadership del partito sbavava per partecipare al governo».
La Cia a
Roma aveva una strategia diversa rispetto all’ambasciatore americano:
«Gardner puntava sui socialisti, io sui comunisti».
Il rapporto di Napolitano con gli Stati Uniti prosegue senza scosse.
Nel maggio del 1989 Napolitano e Occhetto compiono un viaggio a
Washington e a New York, dove incontrano il presidente del World Jewish
Congress, Edgard M. Bronfman. La cordialità dei rapporti di Napolitano
con l’establishment americano riemerge anche a Cernobbio nel settembre
del 2001, in occasione dell’incontro dei giovani industriali, dove
Napolitano, invitato, ritrova Kissinger. L’atmosfera è festosa, da
riunione di vecchi amici. L’ex segretario di Stato lo saluta così: «
My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».

La «simpatia» verso gli Stati Uniti è così forte da spingere
Napolitano, divenuto presidente della Repubblica, a gesti discussi.
Nell’aprile del 2013 concede la grazia al colonnello dell’Air Force
Joseph Romano, condannato per il rapimento – organizzato dieci anni
prima dalla Cia in collaborazione col Sismi, il servizio segreto
militare italiano – dell’imam di Milano Abu Omar, portato in Egitto e
torturato.75
La motivazione giuridica, alquanto discutibile, è la modifica
normativa del marzo 2013 sui termini per l’esercizio della giurisdizione
italiana sui reati commessi da militari Nato.
In realtà la scelta è
ritenuta da molti un clamoroso colpo di spugna e uno schiaffo di
Napolitano alle decisioni della magistratura, sferrato in omaggio al suo
atlantismo.
L’11 settembre 2013 si è rivolto a Napolitano per ottenere la grazia
anche l’ex capocentro della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a
9 anni di carcere per il caso Abu Omar. Fermato a Panama il 19 luglio
2013 alla frontiera col Costa Rica e consegnato all’Interpol, era stato
trasferito negli Stati Uniti mentre l’Italia stava predisponendo la
richiesta di estradizione. Nella sua istanza di grazia Lady scriveva di
essere «innamorato» dell’Italia, tanto che – prima di fuggire a Panama –
aveva deciso con la moglie di venire in pensione nel nostro paese.
Potrebbe essere un ottimo motivo per concedergli la grazia: gli amici
della Cia non si dimenticano.