domenica 23 ottobre 2016

BANKSTERS / L' ASSALTO FINALE AI RISPARMIATORI

BANKSTERS / L' ASSALTO FINALE AI RISPARMIATORI



E’ tutto truccato

. Il sistema finanziario è marcio e rischiamo di essere sull’orlo di un suo nuovo collasso. La conferma viene dalle rivelazione del Financial Times di martedì 11 ottobre. Il quotidiano inglese ha infatti rivelato che nel corso degli ultimi stress test la Banca centrale europea (Bce) ha concesso a Deutsche Bank di inserire nel suo bilancio 4 miliardi di dollari dovuti alla vendita della sua partecipazione nella banca cinese Hua Xia. Si tratta di una transazione che a tutt’oggi non è stata ancora conclusa. Il trattamento speciale concesso a Deutsche Bank, che è esplicitato in una nota a piè di pagina degli stessi stress test, non è stato accordato alle altre 49 banche, alcune delle quali avevano concordati affari simili che però non erano stati completati entro la fine del 2015. Questo trucco ha rassicurato investitori sempre più inquieti sull’adeguatezza dei mezzi propri di Deutsche Bank. Insomma, a beneficio dei puristi, è servito per fornire informazioni false e per distorcere l’andamento sia delle azioni sia delle obbligazioni emesse dal principale istituto germanico.

Questa notizia conferma che il sistema è truccato e che la priorità numero uno delle banche centrali è fare di tutto per tenere in piedi un sistema finanziario di nuovo a rischio di collasso. E se nel 2008 è stata la Lehman Brothers ad innescare la crisi, oggi il principale candidato a svolgere questo ruolo è la Deutsche Bank. L’istituto è nell’occhio del ciclone e la sua credibilità è ai minimi soprattutto dopo la minaccia degli Stati Uniti di appiopparli una multa di 14 miliardi di dollari a causa del ruolo svolto nella crisi dei mutui subprime. 


Questa sanzione è motivata politicamente ed è una ritorsione contro la decisione di Bruxelles di punire l’americana Apple per elusione fiscale e di costringerla a versare proprio 14 miliardi ai Paesi europei. La multa di Washington, nettamente superiore a quelle inflitte alle banche americane per reati analoghi, è anche un avvertimento a Berlino a non proseguire nelle trattative con Mosca volte a realizzare un secondo gasdotto sotto il Mar Baltico, che aggirerebbe Ucraina e Polonia, e che segnerebbe un netto miglioramento dei rapporti tra i due Paesi, che potrebbe preludere anche all’opposizione del Governo tedesco ad un rinnovo delle sanzioni europee contro la Russia. Questi aspetti li abbiamo affrontati nel blog della settimana scorsa, ora vogliamo concentrarci sul “pericolo” Deutsche Bank e sui rischi che pone all’intero sistema (http://www.ticinonews.ch/tuor-blog/318694/berlino-e-washington-ai-ferri-corti ).

La crisi dell’istituto tedesco non è dovuta, diversamente dalle banche italiane, al suo portafoglio crediti e quindi alle sofferenze, ma alle sue attività speculative. Infatti Deutsche Bank ha 985 miliardi di euro impegnati in operazioni sui mercati finanziari. In particolare è uno dei principali attori internazionali sul mercato dei derivati e di altri sofisticati strumenti finanziari. Questa somma deve essere relativizzata: il rischio vero per la banca (se le controparti non falliscono) è nettamente inferiore ed è stato calcolato che ammonti a 41 miliardi. Il grande problema di Deutsche Bank, oltre alla vertenza con gli Stati Uniti, è costituito da 28,8 miliardi di euro, che sono iscritti a bilancio sotto la pota “livello 3”. Sotto questa posta di bilancio vi sono attivi illiquidi e che non hanno un prezzo di mercato. Si tratta dei titoli tossici, diventati famosi durante l’ultima crisi finanziaria. Essi sono titoli tossici, poiché lo stato di salute della controparte è precario, poiché la scommessa della banca è contraria alla direzione dei mercati, ecc. In pratica, si tratta di una bomba ad orologeria in un bilancio che dovrebbe essere coperta da adeguati mezzi propri. Ed è questo il punto: la Deutsche Bank non ha questi soldi e non è in grado di varare un aumento di capitale, poiché la sua credibilità è ai minimi, come dimostra il fatto che sua capitalizzazione (circa 16 miliardi di euro) è inferiore di ben 35 miliardi rispetto alle attività tangibili possedute dalla banca. Il Governo tedesco è letteralmente terrorizzato e sta chiedendo alle grandi società tedesche di fare uno sforzo a favore della nazione sottoscrivendo un forte aumento di capitale per evitare il collasso di Deutsche Bank.

Ma torniamo alla notizia iniziale: la situazione è talmente grave e pericolosa da aver spinto la Bce a truccare il risultato dello stress test dell’istituto. Ma perché questa paura? Il motivo principale è che in questi anni di tassi di interesse a zero e spesso anche negativi e di continua stampa di moneta da parte delle banche centrali si è creata un’enorme bolla speculativa. I soldi sono finiti in minima parte nell’economia reale, come dimostrano sia un’economia stagnante sia la continua diminuzione della crescita degli investimenti, la più parte di questi soldi è finita in attività a forte rischio, da cui l’uscita è difficile e in molti casi addirittura impossibile. Questo fenomeno ha indotto la Bank of America ad evidenziare che paradossalmente un’inversione dell’andamento dei mercati finanziari metterebbe paradossalmente in luce che questa enorme liquidità non c’è, è sparita e si è trasformata in una “liquidità fantasma”. Dunque, ed è questo il segnale che deve essere ricordato, la crisi di Deutsche Bank è solo la punta dell’iceberg contro il quale il sistema finanziario sta andando a cozzare e a collassare. Insomma, rischiamo di essere costretti a scoprire quanto alto sarà il prezzo di non aver tagliato le unghie alla finanza speculativa. E non a caso, alcuni economisti di regime già indicano la possibile soluzione un vero e proprio esproprio dei risparmiatori attraverso l’eliminazione delle banconote e tassi ancor più negativi di quelli odierni. In pratica si sta studiando il modo per evitare che si possa sottrarre alla tassa dei tassi negativi indispensabile per salvare un sistema finanziario di nuovo sull’orlo del collasso. Si sta dunque preparando una vera tosatura dei risparmi per pagare i danni di Wall Street e dei loro accoliti europei.


FONTE :

                                                                                                                                                    

giovedì 20 ottobre 2016

FESTA SULLA NAVE DEI FOLLI

FESTA SULLA NAVE DEI FOLLI





In questo 2.016 la parte finale del mese di Aprile ha riservato molti giorni festosi per la classe dirigente politica italiana per molti cittadini. Partiamo nel descriverli in ordine cronologico: il ventitre Aprile si è commemorata   la Pasqua ebraica, ricorrenza che ha visto la partecipazione emotiva di tutti i capi dei maggiori partiti italiani, parlamentari e non. Su molte questioni infatti assistiamo a liti furiose nei vari salotti televisivi,  ma quando si tratta di rendere omaggio al popolo giudeo l’arco parlamentare si unisce compatto e dimentica tutte le divisioni.

Ecco quindi che  un coro unanime accompagna gli ebrei nei loro festeggiamenti, fatti svolgere in alcune circostanze, come ad esempio nella città laziale di Fiuggi, presso   alberghi  lussuosi dove, temendo che oltre centinaia di abbracci potessero celarsi pericolosi antisemiti, sono stati impiegati decine di agenti dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e addirittura della Forestale, sottraendoli al loro compito di difesa del territorio nazionale italiano nei loro ambiti di competenza.

Ogni anno in Italia questo è il quadro che si registra in corrispondenza della data in cui cade la Pasqua ebraica, col presidente della Repubblica di turno, in questo caso Mattarella, che compie le solite dichiarazioni ormai rituali, cosi come tutto il resto delle maggiori cariche istituzionali.

 Quest’anno però si assiste alla concretizzazione di un preoccupante ma purtroppo alquanto prevedibile scenario. Se il servilismo del mondo politico e in senso più ampio dirigenziale di questa Italia   è talmente reiterato da non suscitare più in noi alcun sentimento di meraviglia, appare oggi chiaro che bisogna fare i conti, oltre che con un sostegno che possiamo definire per comodità di linguaggio di tipo “ideologico-spirituale” di una parte consistente del popolo italiano verso il complesso mondo ebraico, con una vera e propria voglia di conoscenza che giunge nei casi più estremi a livelli di immedesimazione ed idolatria.

Si pensi in questo senso che la prima edizione del Talmud edito in italiano è andata esaurita in soli tre giorni.( sullo sperpero dei soldi degli Italiani per questo atto di vassallaggio ad Israele, si legga :  http://edoardolongo.blogspot.it/2016/04/il-popolo-non-ha-pane-dategli-talmud.html ).

 Questo è un segno lampante del fatto che la propaganda decennale a cui siamo stati sottoposti dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale sta dando i suoi frutti.

Nel momento in cui infatti una stirpe che a stento nella migliore delle ipotesi o per nulla nella sua maggioranza conosce la propria storia  non solo non dimostra alcun interesse nel farlo ma mostra il desiderio di conoscere quella di altri sperando di trovare in essa la propria identità, c’è un problema che va oltre l’ignoranza propriamente detta e riguarda più in generale la coscienza storica del popolo di sé, del proprio passato e della propria missione futura sullo scenario politico internazionale.



Ma come si è scritto all’inizio di questo testo la fine del mese di Aprile presenta per la colonia Italia un’altra festa. Giusto il tempo di  utilizzare il giorno ventiquattro al fine di riprendersi dalla Pasqua e riposare la schiena dopo i soliti inchini davanti ai padroni giudei e immediatamente di corsa a commemorare quella che comunemente ed erroneamente viene chiamata liberazione.

In realtà le nazioni uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale sono le uniche a festeggiare una sconfitta militare e politica. Ma anche in questo caso, quando si tratta di un qualcosa di antinazionale l’Italia arriva prima delle altre. Il 25 aprile infatti il paese si ferma, certo, non che quando si muova le cose vadano meglio verrebbe da dire ironicamente ma non troppo, e ogni anno le bugie propagandate durante la giornata in questione aumentano la loro grandezza.

Col passare dei decenni infatti diventa sempre più difficile sostenere un castello di menzogne che, malgrado censure e leggi liberticide vogliano impedirlo, rischia di sgretolarsi alla luce dei soli fatti presenti, e quindi è necessario per i contraffattori della storia rinforzare le falsità aggiungendone altre. Per dare a chi legge un idea dello scarsissimo spessore umano e politico di chi oggi detiene potere nel nostro paese riportiamo solo a tale scopo le parole utilizzate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per commemorare questa ricorrenza: “La libertà del popolo italiano si fonda sulla resistenza, è sempre tempo di resistenza, ovunque sia tirannia vanno affermati valori di Resistenza, perché esistono ancora guerre ai confini d’Europa, in Medio Oriente”.

Prendiamo ad esempio queste dichiarazioni: La prima frase è completamente priva di ogni verità in quanto la libertà del popolo italiano semmai è stata tolta da una resistenza eterodiretta e avente scopi del tutto contrari all’interesse nazionale, e tale disinteresse per le allora prospettive avveniristiche  dell’Italia è stato concretamente manifestato dal fatto che il primo provvedimento adottato lo stesso venticinque aprile dal comitato nazionale di “liberazione”, che comprendeva tutti i partiti antifascisti, fu quello di abrogare la legge sulla socializzazione delle imprese varata dal governo della Repubblica Sociale Italiana.

La seconda parte del suddetto pensiero invece sembra, se per un attimo fingessimo di non sapere chi ha proferito tali parole e ci limitassimo ad analizzare le stesse in quanto tali, essere un attestato di stima nei confronti dei palestinesi  in quanto tra le due parti in causa sono proprio loro quelli che stoicamente resistono contro le angherie israeliane, quindi suggeriamo sommessamente a Mattarella di non utilizzare il termine resistenza in relazione all’annosa questione medio-orientale, in quanto si potrebbe cadere in doppi sensi pericolosi, specialmente per lui visto la posizione che occupa nella gerarchia istituzionale e politica italiana .


[ la famiglia Adams con una nuova Mummia for president ] 

Come in occasione della pasqua ebraica anche in questo caso oltre al Presidente della Repubblica non sono ovviamente tardati ad arrivare gli interventi colmi di ringraziamenti all’indirizzo dei “liberatori” da parte dell’intero arco politico, e se non desta scalpore il fatto che questi attestati di stima  possano provenire rispettivamente da una sinistra estrema che ancora oggi si ostina a sventolare una bandiera rossa resa immobile dallo sgretolarsi del marxismo-leninismo  e da un centro-sinistra e un centro destra liberali che hanno per anni illuso il popolo facendo riferimento al un modello Statunitense, continua a meravigliare i più disattenti  che atteggiamenti parimenti ossequiosi ci siano da parte di una destra che si definisce sociale e neofascista la quale è ben rappresentata da chi da una parte si rende  protagonista di operazioni nostalgiche quando si avvicina il periodo elettorale, ma  dall’altra  non esita poi a tornare sul carro “vincente” nei giorni cruciali, forse per paura di essere escluso dal gioco politico nazionale. In realtà si tratta di una strategia che va avanti da anni.

L’area in questione infatti usa il fascismo come una carta da giocare in determinati momenti ma di cui subito disfarsi in altri. Non devono quindi stupire affatto le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ha trascorso il suo venticinque aprile in quel di Auschwitz, e da quel luogo ha lanciato un monito contro le violenze perpetrate dai Nazionalsocialisti e ha rimarcato il suo affetto per la democrazia, giustificato forse, aggiungiamo noi, dal lauto stipendio che percepisce. Proprio il diverso modo di approcciarsi alla Resistenza di cui prima si scriveva provoca contrasti anche all’interno di cortei che dovrebbero essere finalizzati al festeggiamento. Da una parte infatti coloro culturalmente più ancorati alla sinistra rimarcano la matrice comunista della lotta partigiana contro i Fascismi europei, dall’altra i giudei e i liberali di ogni sorta esaltano il contributo di inglesi, americani e appunto ebrei, che trovano rappresentanza, all’interno del variegato mondo di coloro che si contendono il titolo di “liberatori”, per mezzo della Brigata Ebraica.

Le tensioni registratesi in alcune delle manifestazioni messe in scena nelle più importanti città italiane, sfociate in alcuni casi dalle parole ai fatti e che hanno costretto a dare luogo a eventi separati per evitare il contatto ci pongono politicamente socialmente e storicamente tre punti da analizzare.

Il primo è quanto, anche tra chi ne esalta le gesta, le dinamiche interne al movimento partigiano risultino essere sconosciute, e questo è evidente dal continuo maturare di posizioni diverse riguardanti il medesimo periodo storico, a sentire i fautori tutte ugualmente plausibili e quindi presumibilmente errate allo stesso modo.  Il secondo consiste nel dover constatare ancora una volta l’opprimente influenza ebraica in Italia, se è vero che un numero cosi ristretto di uomini ha oggi il potere mediatico e istituzionale per sottrarre virtualmente una festa nazionale, per quanto essa sia errata in tutto e per tutto, all’Italia e prendersene la completa paternità. Il terzo e più squisitamente politico sta nel riscontrare  il carattere patetico di una sinistra che si sforza di dichiararsi antisionista per ottenere facili consensi a livello giovanile ma sa bene che facendo cosi contravviene a quella che è stata una storia di complicità assoluta col giudaismo nella sua totalità, come dimostra il fatto che molti dei protagonisti della “rivoluzione” bolscevica erano giudei,(senza contare che di razza ebraica era lo stesso Karl Marx), e con il sionismo in particolare, come comprovato dal voto favorevole dell’Urss e degli altri suoi stati satelliti aventi diritto in occasione della risoluzione Onu con la quale di fatto Israele venne creata.

Aquila Nera
                                                                                                                                          
                                   

lunedì 17 ottobre 2016

GIUSEPPE SPINELLI L'OPERAIO CREMONESE

GIUSEPPE SPINELLI
 L'OPERAIO CREMONESE
 DIVENTATO MINISTRO DEL LAVORO



E’in uso ribadire – da73 anni ad oggi – che la genesi e lo sviluppo della Repubblica Sociale Italiana si perfezionano quale rivolta spontanea d’una élite di combattenti e di cittadini agli avvenimenti politico-militari che nell’estate 1943 travolsero la nostra Nazione e, sui quali, Benito Mussolini attestò con il documento "Storia di un anno" (edito l’anno successivo da Mondatori e diffuso dal "Corriere della Sera") l’esemplificazione del "tempo del bastone e della carota" in cui il malcostume dell’inganno e del tradimento assursero a foggia d’utile compromesso, ma in realtà la RSI fu molto di più, specie nell’ambito d’innovazioni nella civiltà del lavoro, tant’è vero che il 14 ottobre 1944 – in una dichiarazione ai volontari della Brigata Nera "Aldo Resega" di Milano – confermò che l’intera Legislazione sulla socializzazione dell’economia produttiva "altro non è, se non la realizzazione italiana, romana, nostra effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge la livellazione di tutto e di tutti; livellazioni inesistenti nella natura e impossibili nella storia".
A tali innovazioni legislative aveva dato il proprio contributo l’intero governo della RSI e, con maggiore incisività, il ministero dell’Economia Corporativa che ebbe in Angelo Tarchi e in Manlio Sargenti i cesellatori delle premesse fondamentali nella creazione della nuova struttura per l’economia italiana, esattamente il DL del 12.2.1944 n. 375 sulla socializzazione delle imprese (quelle di proprietà privata con un milione di capitale e con almeno cento lavoratori, nonché delle altre appartenenti allo Stato, alle Provincie, ai Comuni e ogni altra azienda a carattere pubblico) e quello successivo n. 382 del 24 giugno, indispensabile per la sua realizzazione, ma i metodi d’applicazione (aggiornamento degli statuti delle aziende, la loro revisione, la seguente approvazione ecc.) si manifestarono alquanto lenti, dimodoché l’attuazione complessiva della riforma richiese un’accelerazione che Mussolini, Pavolini e gli altri esponenti del Partito Fascista Repubblicano impresso con il DL del 19 gennaio 1945 n. 15 che istituì il Ministero del Lavoro, mentre quello dell’Economia Corporativa divenne il dicastero della Produzione Industriale.
Alla conduzione del gabinetto del Lavoro venne incaricato l’operaio cremonese Giuseppe Spinelli, già linotipysta d’una azienda tipografica e che nell’autunno 1943 aveva assunto la segreteria provinciale del Sindacato lavoratori dell’industria meneghina e del suo "hinterland", poi il 17.09.1944 – per le sue capacità di risolutore delle esigenze emergenti in ogni settore – il capo della RSI lo designò all’improbo compito di podestà di Milano, di quella metropoli lombarda che nella Repubblica Sociale svolse un ruolo di primordine nell’azione politica del PFR e nelle iniziative della cultura e nel perfezionamento delle attività produttive.
In riflesso del nuovo incarico, G. Spinelli insediò il proprio dicastero in un antico palazzo milanese di Corso Venezia e constatò come, sino a quel momento, in ogni azienda in cui venne intrapresa l’applicazione della socializzazione erano stati approntati decreti ministeriali ognuno diverso dall’altro, come avvenne – per esempio – per l’impresa edilizia Cesare Margini, in quella Graniti d’Italia s.p.a., nelle industrie Grafiche Italiane Stucchi, nelle officine meccaniche Enrico Battagion, nelle S.A. Off. Mecc. Della Stanga, nella FIAT torinese, nella Soc. Anonima Editrice Milanese, nell’Alfa Romeo, alla Soc. in accomandita Turati Lombardi & C., nelle Industrie Grafiche Nicola Moneta ed altre, con nuovi statuti (quelli richiesti dal DL del 12.2.1944 n.375) che dovevano essere pubblicati – dopo l’approvazione da parte delle maestranze – sulla "Gazzetta Ufficiale d’Italia", sostitutiva nella RSI della precedente G.U. del Regno.
Altresì, furono socializzate anche le imprese editrici e giornalistiche Mondatori, Hoepli, Rizzoli, Garzanti, Vallardi, Bompiani, Meschina, Signorelli, Ricordi, Carroccio, Corriere della Sera, La Stampa, Il Lavoro, Cremona Nova e l’EIAR (Ente delle Audizioni Radiofoniche).
In totale, in base al consuntivo del gennaio 1945, erano state socializzate settantasei imprese con centoventinovemila dipendenti e per l’importo di 4.119.000.000 lire di capitale, una cifra davvero enorme in quel tempo, essendo stato difeso con energia vittoriosa da Domenico Pellegrini Giampietro (ministro delle Finanze, Scambi e Valute nel governo della RSI) il valore della moneta italiana.
Su ciò fornisce un’ampia documentazione il dott. Sergio Pisciotta nell’opera "La rivoluzione nella rivoluzione" (ediz. Settimo Sigillo, 1997), lo studioso che nel 1996 ha conseguito il "premio di laurea" bandito dall’Istituto Storico della RSI e che, nella cronistoria della dottrina sociale del Fascismo e sul nuovo ordinamento produttivo da noi illustrato, evidenzia la missione compiuta con decisione e con tenacia da Giuseppe Spinelli nel suo compito di ministro del Lavoro e quando sulla Repubblica Sociale incombeva la catastrofe del 25 aprile e si poteva prefiggere la tragica conclusione del 2° conflitto mondiale in Europa, nella valle padana e in tutto il suo territorio.
Infatti, Spinelli si rese conto che la socializzazione delle imprese doveva realizzarsi mediante un solo decreto legislativo e valido per un intero settore produttivo, anziché per ogni singola azienda, e iniziò a farlo nell’ambito industriale dove i capitalisti (come denunciò Ugo Manunta nel volume "La caduta degli dei, storia intima della RSI", pubblicato nel 1947 dall’Azien, Edit. Italiana, Roma) tentarono la fuga dei loro beni finanziari, temendo di rimanere penalizzati nella remunerazione degli investimenti effettuati in precedenza.

Però, avendo predisposto il governo della RSI la socializzazione dell’intero sistema economico nazionale (e in primis – come specifica Pisciotta – il credito che regolava il flusso dei capitali) nessuna assemblea aziendale composta in parti uguali da azionisti (i vecchi proprietari) e dai produttori (i lavoratori) avrebbe riconosciuto ai finanziatori la facoltà di trasferire a capitale le ingenti riserve palesi e occulte accumulate in base ai dividendi contenuti dalle leggi fasciste al più basso livello possibile e, tantomeno, la differenza intercorrente tra il patrimonio azionario e il valore reale degli impianti esistenti. In ciò, e lo si rileva nel testo "I seicento giorni di Mussolini" (ediz. Faro, 1948), vengono specificate da Ermanno Amicucci e le "mine sociali" della RSI che tutte le categorie produttrici avrebbero dovuto strenuamente difendere quale diritto acquisito dopo la conclusione del conflitto militare e l’invasione d’Italia da parte del nemico allora bloccato sulla "linea Gotica", norme legittime che – invece – dopo il 25 aprile vennero abrogate dalle oligarchie finanziarie e dai marxisti (soprattutto per imposizione violenta dei comunisti) e che, assurdamente, in proposito, ottennero l’approvazione dei principali danneggiati (gli stessi lavoratori) che acclamarono quest’annullamento come una conquista della "liberazione".
Non si deve altresì dimenticare che, per potenziare lo sviluppo della socializzazione, con il DL del 12.2.1944 n. 269 la RSI creò l’Istituto di Gestione e Finanziamento – curato dall’IRI e finanziato dall’IMI – il quale disciplinò la sponsorizzazione delle imprese e il controllo sui rappresentanti dei consigli d’amministrazione sia pubblici che privati, provvedimento che G. Spinelli ed i suoi collaboratori considerarono nel potenziamento dell’ordinamento di tutela dei produttori mediante la strutturazione di un sindacato operante come se l’economia fosse già totalmente socializzata. Quindi, scomparve la figura del capitalista e subentrò quella del capo dell’impresa, cioè l’animatore o il tecnico dell’azienda, lavoratore anche lui e pertanto socio del nuovo sindacato destinato a diventare il pilastro dello Stato del Lavoro, mentre l’organizzazione sindacale è costituita dalla Confederazione Unica, non burocratizzabile, bensì epicentro d’incontro per tutti i produttori, fulcro d’elevazione professionale, culturale e materiale. Tale nuova realizzazione programmò anche la costruzione delle case d’abitazione per i lavoratori quale loro proprietà (Roberto Bonini, "La socializzazione delle imprese nella RSI", Ediz. Giappichelli, 1993 – pag. 240) e l’istituzione d’un comitato permanente in merito.
Quest’evoluzione straordinaria dell’ordinamento che la RSI e il suo ministero del Lavoro intensificarono con G. Spinelli quale "rivoluzione nella rivoluzione" (cosi bene sintetizzata da Sergio Pisciotta) provocarono notevoli preoccupazioni al RUK (il ministero tedesco della produzione bellica) rappresentato in Italia dal gen. Hans Leyers, ma non scompose l’operaio-ministro nello svolgimento della sua missione e che affrontò con fermezza l’ovattata opposizione degli industriali e di quanti intrallazzavano con la Wehrmacht, con l’organizzazione Todt e nei salotti della borghesia imboscata in attesa della conclusione del conflitto e dove anche i benpensanti del CLN Alta Italia (finanziati da G. Falck, dai fratelli Crespi, da Alberto e Piero Pirelli, da R. Lepetit, P. Ferrario ecc.) elaboravano i compromessi politici inerenti la "guerra civile" che costarono tante sofferenze tra i cittadini, vittime di questa diplomazia.
D’altronde, la reazione dei grandi capitalisti alla realizzazione innovatrice della socializzazione nelle fabbriche e nelle imprese non distaccò Spinelli e tutti i suoi collaboratori da tale evoluzione civile che – tra l’altro – venne esaltata anche da Paul Gentizon nella sua prefazione in lingua francese dell’Histoire d’une année (op. cit.) indicandola quale via maestra del progresso – la via Appia della storia – dal Mediterraneo verso un futuro costruttivo e positivo per il mondo intero.
Accentuò la resistenza dei capitalisti, a quanto andava concretizzando la RSI nei settori produttivi, il programma di socializzazione totale intrapreso da G. Spinelli agli inizi del 1945, quindi ancor prima degli esiti definitivi della guerra in corso e – come segnala S. Pisciotta nell’opera citata, pag. 62 – quando i "grossi calibri" della finanza adoperano qualsiasi mezzo affinché si fermasse l’ingranaggio socializzatore e si desse all’ortica la riforma, mentre in Corso Venezia a Milano si vedevano salire e scendere dal Ministero del Lavoro sciami di insigni rappresentanti dell’industria nazionale, come se fosse una stazione di locomotive.
In riferimento a tali fatti e al sabotaggio orchestrato dall’alta finanza e dal partito comunista negli stabilimenti industriali dell’intera valle padana, per impedire l’adesione delle varie categorie produttrici al piano d’applicazione dell’ordinamento socializzatore delle imprese, è doveroso rammentare che fu il Capo della RSI ("Testamento politico di Mussolini, 22 aprile 1945", ediz. Tosi – 1948 – pag. 32) a precisare: "Il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuti che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutti, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocratici, degli affamatori, del grande capitalismo". In precedenza, il 3 aprile 1945, si svolse anche l’ultimo direttorio del PFR e, ad esso, G. Spinelli partecipò precisando che lo sviluppo del sistema rivoluzionario della socializzazione nell’economia e la costituzione della Confederazione Unica nell’ambito sindacale inserivano la RSI tra gli Stati più avanzati nell’adempimento della Civiltà del Lavoro. Si deve in conclusione asserire che quel ministro operaio di Cremona seppe svolgere nella Repubblica Sociale l’attuazione d’un diagramma di progresso civile.

Bruno De Padova






sabato 15 ottobre 2016

Il comunista DARIO FO

Il comunista DARIO FO


Il comunista Dario Fo è morto, a testimonianza del fatto che anche i comunisti alla fine muoiono.
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Forse non tutti sanno che Dario Fo non era semplicemente il giullare noto ai più.
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Non era l’istrione per il quale tentava di spacciarsi col sorriso sulle labbra, o che recitando Pirandello pretendeva di accattivarsi le simpatie del pubblico, ma era anche un personaggio accompagnato da un lato oscuro, nascosto, che però emerge prepotente dalla sua biografia.
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La Rai, serva della disinformazione istituzionale, legata alla sinistra e ai dictat di Matteo Renzi, si è ben guardata dal raccontare la verità sulla vita di Fo.
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Lo ha dipinto come esempio di cultura, titolato da un Premio Nobel che lo erge agli onori del mondo intellettuale.
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Mamma Rai, ha però omesso di dire quanto segue :
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Nel dopoguerra operavano in Italia alcune organizzazioni estremiste comuniste, che agivano compiendo atti di terrorismo e di violenza, spesso impuniti a causa delle forti protezioni che venivano da personaggi istituzionali, ma non solo.
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Nonostante la ferocia di atti criminosi e di sangue compiuti dai partigiani comunisti a guerra finita, non arrivò mai la condanna per tali episodi, nè da parte del Partito Comunista Italiano nè dai suoi sostenitori.
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Venne anzi istituito un vero e proprio Soccorso Rosso, militante e attivo, per fornire l’assistenza economica e legale ai delinquenti comunisti che si erano macchiati di crimini.
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La coppia Franca Rame e Dario Fo erano due colonne portanti di questa organizzazione.
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La loro fattiva collusione con i criminali fa parte della Storia italiana, documentata da uno stillicidio di nefandezze che ora vado ad elencare :
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1969 : L’anarchico Pietro Valpreda è sospettato di essere l’autore della strage di Piazza Fontana.
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Franza Rame inizia un lungo rapporto epistolare con l’imputato e gli altri carcerati anarchici, dichiarando la propria solidarietà.
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1973 : Alcuni feroci assassini comunisti compiono la strage conosciuta con il nome di Rogo di Primavalle in cui muoiono Virgilio e Stefano Mattei.
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Franca Rame e Dario Fo iniziano una campagna innocentista in favore dei criminali assassini comunisti, influenzando il verdetto del Tribunale, che assolve gli imputati in Primo Grado.
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In secondo grado verranno poi condannati, quando però erano già rifugiati all’estero con l’aiuto della coppia Rame-Fo.
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In una lettera  del 28/04/1973 Franca Rame scrive a Lollo (uno degli imputati) dichiarando :
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“Ti ho inserito nel Soccorso Rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo”.
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Non una parola pietosa verso le vittime dell’odio comunista fu mai espressa dal Nobel Dario Fo o da Franca Rame.
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1974 : Il militante del Fuan Carlo Falvella viene assassinato dall’anarchico Giovanni Marini, per il quale Dario Fo si prodiga subito in una campagna innocentista.
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Gli esponenti di Soccorso Rosso (tra cui appunto la coppia Rame-Fo) si dedica anche ad aiutare i  ricercati comunisti in fuga all’estero.
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La forsennata smania di protagonismo come patrocinatore del radicalismo comunista estremo e violento servono forse a Dario Fo per celare, nascondere e dissimulare le sue origini politiche, che in gioventù lo vedono indossare la camicia nera, come fervente fascista appartenente alla Repubblica Sociale.
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Fino al 1975 Fo negava a colpi di querela di essere stato fascista, poi nel 1977 venne accusato di essere stato addirittura un “rastrellatore”.
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In Tribunale la sentenza impietosa dirà :
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“E´ certo che Dario Fo ha vestito la divisa del paracadutista repubblichino nelle file del Battaglione Azzurro di Tradate.
Lo ha riconosciuto lui stesso – e non poteva non farlo, trattandosi di circostanza confortata da numerosi riscontri probatori documentali e testimoniali – anche se ha cercato di edulcorare il suo arruolamento volontario sostenendo di avere svolto la parte dell´infiltrato pronto al doppio gioco.
Ma le sue riserve mentali lasciano il tempo che trovano“.
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Ma la sentenza conclude :
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“Non è certo, o meglio è discutibile, ma la milizia repubblichina di Fo in un battaglione che di sicuro ha effettuato qualche rastrellamento, lo rende in certo qual modo moralmente corresponsabile“.
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Non c’è che dire : un bel voltafaccia !
Da Repubblichino a comunista !
Franca Rame
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Ma si sa, molti seguono il vento che tira…
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Ora, insieme a Franca Rame, finalmente riuniti, cosa canteranno insieme, “Faccetta nera” o l’”Internazionale comunista” ?
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Certo è che ora tutta la sinistra si prostra ignobilmente a declamare le lodi di questo personaggio, che ha vissuto immerso nella violenza e nell’essenza stessa che la contraddistingue, senza mai chiedere scusa alle vittime dell’odio che lui per primo ha contribuito a rinfocolare, correo del nichilismo marxista, e pernicioso come pochi, nonostante l’assurdità del fatto che gli intellettualoidi della sinistra gli abbiano conferito un premio Nobel.
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Salta inoltre prepotentemente all’occhio la grande disinformazione che la Rai mette in onda.
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Neanche una parola su quanto realmente avvenuto.
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Solo cordoglio e palese asservimento ad una disinformazione cui oramai la sinistra ci ha abituati dal dopo guerra ad oggi.
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Il lupo perde il pelo ma non il vizio, come a dire che la metamorfosi che da Togliatti ha proseguito il suo percorso, passando attraverso Berlinguer, e arrivando ai giorni nostri ha mantenuto inalterate le prerogative principali : dire solo ciò che fa comodo.
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Ed ecco che il servilismo giornalettistico dei relatori televisivi (non si possono definire giornalisti) si prostra palesemente a proporci una pseudo verità, dissimulata, omessa, e quindi falsa.
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Da parte mia, pur convenendo che da un lato sia comunque venuto a mancato un essere umano, per il quale esprimo il mio cordoglio, dall’altro non verserò certo neppure una lacrima o non emetterò sospiri di malinconica insofferenza, dato che sono certo, il mondo ora sarà migliore.
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Dissenso
 
                                                                                                                    

mercoledì 12 ottobre 2016

NAPOLITANO e l’alleanza del PCI con la CIA

NAPOLITANO e l’alleanza del PCI con la CIA durante il rapimento Moro

Tratto dal libro: I PANNI SPORCHI DELLA SINISTRA
di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara
La storia dei rapporti di Napolitano col mondo americano è carica di domande ancora da sciogliere, ma evidenzia in maniera chiara il desiderio di Napolitano di accreditarsi quale interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

Il percorso di Napolitano per divenire punto di riferimento di un vasto mondo di potere internazionale è stato tuttavia accidentato: il Dipartimento di Stato e l’intelligence statunitense non si fidavano facilmente di un comunista italiano. Il primo tentativo di Napolitano si rivelò infruttuoso: nel 1975 gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti.
WikiLeaks ha poi rivelato (in una massa di cablogrammi diplomatici diffusi in blocco) che nel novembre del 1976 Napolitano aveva cercato per tre volte un incontro a Roma con Ted Kennedy, ma era stato sempre respinto. «Ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato.»
Il documento, stilato dall’allora ambasciatore americano John Volpe, riferisce al segretario di Stato Kissinger in merito al soggiorno romano del senatore demo cratico, che si incontrò con Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni Agnelli. Tra i comunisti soltanto il migliorista Sergio Segre, all’epoca responsabile degli Affari esteri del Pci, riuscì a sedersi a tavola con Kennedy e una trentina di invitati.
Alla prova delle urne del 1976 i comunisti raggiungono il massimo risultato storico, 34,4 per cento dei consensi, ma restano cinque punti al di sotto della Dc.
Aldo Moro apre a Enrico Berlinguer, che in un’intervista al «Corriere della Sera» consuma un primo strappo dall’Urss: «Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento».64
Nasce il governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti con l’astensione di Pci e Psi, insieme a socialdemocratici (Psdi), repubblicani (Pri) e liberali (Pli). Di fatto s’inaugura la stagione del compromesso storico, mentre il rampante Bettino Craxi afferra le redini di un Psi ormai sotto il 10 per cento. Il nuovo scenario, per quanto non faccia cadere la conventio ad excludendum nei confronti di un governo «con» i comunisti, disegna praterie di manovra politica ai compagni pronti a sdoganarsi nel sistema occidentale.
Giorgio Napolitano, come portavoce del Pci sui temi dell’economia nei rapporti col governo Andreotti, viene osservato attentamente dall’estero. E riesce a far breccia nella diffidenza degli Stati Uniti, in quel momento governati dal democratico Jimmy Carter (eletto nel 1976). In realtà le diplomazie erano al lavoro da tempo, in particolare con il nuovo ambasciatore a Roma Richard Gardner, professore di Diritto internazionale alla Columbia University, di area liberal e marito di Danielle Luzzatto, proveniente da un’importante famiglia ebraica italiana. Gardner organizza una serie di incontri informali con esponenti del Pci, ma se l’obiettivo è Enrico Berlinguer, in realtà è Giorgio Napolitano a fornire le maggiori garanzie. Il diplomatico racconterà, all’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale: «Era un socialdemocratico. Condividevamo gli stessi valori, aveva una mente aperta, e non era dogmatico neanche nelle cose che non condividevamo. Con discrezione mi faceva capire di non essere d’accordo con molte decisioni del Pci e di auspicarne un’evoluzione più rapida».65

Ad aiutare Napolitano possono essere stati poi i già citati rapporti di Amendola con Brzezinski e con la Cia.
L’8 febbraio 1978, un mese prima del sequestro Moro (16 marzo), Norman Birnbaum dell’Amherst College (oggi professore alla Georgetown University), un uomo che alcune fonti indicano come espressione della Cia, invita Berlinguer per un ciclo di conferenze alla New York University e in altri luoghi degli Stati Uniti. «Dai documenti – scrive Pasquale Chessa nel suo libro su Napolitano – traspare un febbrile lavorio sommerso intorno al possibile viaggio negli Usa del segretario del più grande partito comunista dell’Occidente, arrivato democraticamente alle soglie del potere.»66
Pasquale  Chessa  pone  un  quesito  interessante:  «Che  ci faceva Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro? […].
Ma se si è trattato di una guerra culturale, combattuta dalla Cia e dal Kgb con le armi della politologia, a colpi di convegni e corsi universitari, articoli scientifici e interpretazioni giornalistiche, sul teatro dell’opinione pubblica mondiale, il viaggio di Napolitano negli Usa ha giocato un ruolo nient’affatto di secondo piano».67

Qualcosa però succede e Berlinguer non parte. Il meccanismo si inceppa. A recarsi in Usa è invece Napolitano.
Perché? Deve ricevere «istruzioni» dagli americani in quel momento delicatissimo? A pianificare l’operazione sono il segretario di Stato Cyrus Vance e il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski.
L’organizzazione del viaggio di Napolitano viene affidata a Joseph La Palombara, professore a Yale e capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, coadiuvato da Peter Lange e da Stanley Hoffmann di Harvard, da Nick Wahl della Princeton University e dallo stesso Brzezinski, che a quell’epoca ricopriva la carica di docente della Columbia University ed era uno dei più autorevoli strateghi della distruzione del blocco sovietico attraverso la tattica dell’infiltrazione. Convinto che l’Italia avesse un ruolo da giocare nel Mediterraneo e con il mondo arabo, Brzezinski spiega: «Quando abbiamo pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero potuto illuminare i miei connazionali su un Pci che non era di stile sovietico e i cui aderenti non andavano in giro con le bombe in tasca. Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò ex post il personaggio ideale».
Il messaggio che Napolitano portava era: «Il compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti».68

Il suo arrivo negli Usa era un fatto di rilievo, se si tiene conto che lo Smith Act firmato da Roosevelt durante la Grande depressione e ancora in vigore negli anni Settanta impediva ai comunisti di mettere piede sul suolo americano.
Napolitano fece il pienone e raccolse giudizi positivi nei più prestigiosi campus, riuscendo a sottrarsi alle domande impertinenti di chi gli ricordava il proprio appoggio ai carri armati in Ungheria.

All’Università di Yale (casa madre della loggia massonica Skull and Bones) Napolitano, sollecitato dal neoconservatore La Palombara, parlò della necessità che il Pci rompesse i rapporti con Mosca e si spinse a dire di sentirsi come «una specie di commando».
Il momento più importante fu l’incontro al Council on Foreign Relations di New York (organizzazione che si occupa di strategie globali) alla presenza di un selezionato pubblico di avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale: qui Napolitano si scatenò delineando evoluzioni politiche che ancora all’interno del Pci venivano dibattute e non date per certe, compreso un atto di fedeltà nei confronti della Nato: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia».

Un accordo tra Cia e Pci nei giorni del sequestro Moro?
Napolitano dunque si trova negli Stati Uniti mentre Aldo Moro è prigioniero (il suo corpo verrà ritrovato in via Caetani il 9 maggio 1978). In quei giorni, durante i quali tutti i servizi segreti del mondo sono in allarme per l’impresa terroristica, Napolitano tiene conferenze nelle università più prestigiose e in ambienti riservati con uomini d’affari ed esperti. Da statista consumato aggira le domande insidiose concernenti le congetture sulla regia della Cia, o del Kgb, nel sequestro del presidente della Dc.
Napolitano vuole accreditarsi nel mondo americano o rinforzare i propri rapporti già saldi. Mentre si trova a New York incontra anche Gianni Agnelli, che sino a quel momento aveva dialogato, tra i comunisti, solo con il segretario della Cgil Luciano Lama, nella veste di controparte sindacale. Napolitano stesso racconterà come, da quel breakfast in Park Avenue, sia maturato con l’Avvocato
un rapporto «di schietta cordialità e simpatia. Tanto che ci ritrovammo in diverse occasioni pubbliche a cui accettammo volentieri di partecipare insieme […]. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che voleva  farmi  incontrare  […],  in  particolare  Kissinger.  Ma non solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva con molta curiosità a questo scambio».69

Mentre Napolitano rilascia interviste al «Washington Post» e alle principali reti televisive, il dramma del rapimento Moro è in corso. Che tipo di consultazioni ha sul tema Napolitano con i massimi esperti americani di strategia? Sta forse definendo con loro la linea del Pci? Cosa avviene in quei giorni drammatici?
La Procura di Roma ha acquisito nel settembre del 2013 la cassetta dell’intervista di Giovanni Minoli a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato americano nel 1978. Pieczenik, inviato in Italia subito dopo il sequestro, avrebbe indirizzato l’azione delle autorità italiane nella direzione voluta dagli americani, contrari alla trattativa, che ritenevano «necessario il sacrificio di Moro».
Napolitano torna a Roma il 19 aprile 1978. In quella fase concitata fonda con Lama, Amendola, Bufalini e Macaluso la corrente migliorista, destinata a diventare il bastone tra le ruote della «terza via» di Berlinguer.
I miglioristi sono da subito i sostenitori dell’appoggio alla Nato e dell’eurocomunismo.
Di lì in poi è un crescendo di rapporti ancora tutti da decifrare, sui quali gli archivi della Cia potrebbero dire molto.70

Nel luglio del 1980 lo stratega Duane Clarridge,71
capostazione della Cia a Roma (e ancor oggi influente esperto di intelligence al servizio della Cia con una sua società privata) dà inizio, per sua stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci. Clarridge lavorò a Roma come agente della Cia tra il 1979 e il 1981 e si occupò intensamente del Pci. Il suo stile era audace e disinvolto, come ammette lui stesso: «A Roma mi creai all’interno dell’agenzia una reputazione come risk taker: ero considerato un bucaniere, uno shooter [uno che spara, che colpisce duro, nda], un cowboy. Questi termini connotavano la mia tendenza ad assumere rischi».72
Clarridge parla di «esponenti del Pci che avevano compiuto visite esplorative a Washington». E racconta anche di incontri con le «controparti italiane» del Pci, condotti a Roma insieme a William Casey, il capo della Cia. Nell’entourage della stazione operavano agenti come Harry Rositzke e Vincent Cannistraro, mentre figure come Ted Shackley e Michael Ledeen73 – scrive Clarridge – controllavano e «istruivano» i vertici dei servizi italiani come il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi poi figurato negli elenchi della P2. Lo stesso Santovito che aveva fatto parte del Comitato di crisi incaricato di analizzare e gestire il rapimento di Moro. Nelle memorie di Clarridge vengono descritti incontri tra Santovito e il generale Haig, centrati sulle Brigate rosse. In questo contesto di rapporti matura il progetto di infiltrazione organica della Cia nel Pci.
L’operazione doveva risolvere una volta per tutte il «problema comunista» in Italia. «L’idea che si stava in quel momento valutando era di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il superamento di una serie di test da parte della leadership del Pci. […] Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero ristretto di alti dirigenti comunisti» hanno scritto Claudio Gatti e Gail Hammer ne Il quinto scenario.74

Nelle sue memorie Clarridge racconta: «Eravamo ben coscienti del fatto che l’ala più dura del Pci non avrebbe mai accettato questo mutamento radicale, ma sapevamo che una parte consistente della leadership del partito sbavava per partecipare al governo».
La Cia a Roma aveva una strategia diversa rispetto all’ambasciatore americano: «Gardner puntava sui socialisti, io sui comunisti».
Il rapporto di Napolitano con gli Stati Uniti prosegue senza scosse. Nel maggio del 1989 Napolitano e Occhetto compiono un viaggio a Washington e a New York, dove incontrano il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman. La cordialità dei rapporti di Napolitano con l’establishment americano riemerge anche a Cernobbio nel settembre del 2001, in occasione dell’incontro dei giovani industriali, dove Napolitano, invitato, ritrova Kissinger. L’atmosfera è festosa, da riunione di vecchi amici. L’ex segretario di Stato lo saluta così: «My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».
La «simpatia» verso gli Stati Uniti è così forte da spingere Napolitano, divenuto presidente della Repubblica, a gesti discussi. Nell’aprile del 2013 concede la grazia al colonnello dell’Air Force Joseph Romano, condannato per il rapimento – organizzato dieci anni prima dalla Cia in collaborazione col Sismi, il servizio segreto militare italiano – dell’imam di Milano Abu Omar, portato in Egitto e torturato.75

La motivazione giuridica, alquanto discutibile, è la modifica normativa del marzo 2013 sui termini per l’esercizio della giurisdizione italiana sui reati commessi da militari Nato.
In realtà la scelta è ritenuta da molti un clamoroso colpo di spugna e uno schiaffo di Napolitano alle decisioni della magistratura, sferrato in omaggio al suo atlantismo.

L’11 settembre 2013 si è rivolto a Napolitano per ottenere la grazia anche l’ex capocentro della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a 9 anni di carcere per il caso Abu Omar. Fermato a Panama il 19 luglio 2013 alla frontiera col Costa Rica e consegnato all’Interpol, era stato trasferito negli Stati Uniti mentre l’Italia stava predisponendo la richiesta di estradizione. Nella sua istanza di grazia Lady scriveva di essere «innamorato» dell’Italia, tanto che – prima di fuggire a Panama – aveva deciso con la moglie di venire in pensione nel nostro paese. Potrebbe essere un ottimo motivo per concedergli la grazia: gli amici della Cia non si dimenticano.