martedì 12 settembre 2017

La morte della Patria che non è più risorta.

La morte della Patria che non è più risorta.

corriere8setC’è un libro che più di ogni altro ho suggerito in questi anni di studi sul Fascismo e sul suo Duce. Chiunque voglia conoscere il vero Mussolini e la sua idea di Fascismo dovrebbe infatti leggere l’opera di Georg Zachariae, il medico tedesco mandato da Hitler a curare il Duce sul lago di Garda ai tempi della Repubblica di Salò.
Zachariae descrive per filo e per segno quei giorni in cui un Mussolini oramai spento disegnava la parabola discendente della sua vita: il figlio perduto in guerra, l’esecuzione del genero, Galeazzo Ciano, da servire su un piatto d’argento ai tedeschi, la Patria invasa dal nemico al sud e dall’alleato al nord, il popolo sofferente per la fame. Si stava consumando la tragedia italiana della seconda guerra mondiale.
In quei 600 giorni, quell’uomo che era oramai diventato l’ombra di sè stesso e che avrebbe desiderato l’oblio più di ogni altra cosa, si prodigò per tentare di rendere il trapasso di poteri il meno traumatico possibile. Dopo l’8 settembre 1943 c’era ancora un’Italia da salvare dalla vendetta tedesca e solo questo inevitabile compito dava ancora un senso alla vita del Duce. Probabilmente se non vi fosse stato quel giorno nefasto Mussolini sarebbe morto di vecchiaia o in una Norimberga tutta italiana. Avrebbe comunque preferito queste ultime due opzioni a quella che invece il destino gli riservò: una durissima pena morale durata 20 mesi fatta di tradimenti, di impotenza nei confronti dei soprusi dell’alleato sulla popolazione civile, di incapacità di azioni militari autonome, di attacchi e bombardamenti alleati su quelle città italiane che il regime aveva reso ricche di infrastrutture in 20 lunghi anni.
8settMentre Hitler ordinava a Speer di distruggere le industrie, i ponti, le ferrovie, le strade per bloccare gli anglo-americani per Mussolini anche un solo ponte abbattuto era fonte di dolore. Come la puntura di uno spillo sulla pelle Mussolini ne sopportava migliaia al giorno.
Quel Duce che dopo la vittoriosa guerra d’Etiopia inarcherà sempre più la mascella perdendo giorno dopo giorno il contatto con la realtà di un’Italia ancora povera e arretrata (nonostante gli incredibili risultati raggiunti sotto il fascismo) ritroverà negli ultimi mesi la grandissima lucidità chiaroveggente che lo caratterizzarono nei primi anni di governo.
Tra tutti i dolori e dispiaceri provati il pensiero che più lo attanagliava era il futuro della sua Italia: che avvenire poteva avere un paese che da una parte era sconfitto e dall’altra traditore? Come erano giustificabili le immagini di un popolo che osannava quei liberatori, distributori di cioccolato e sigarette, che magari poche ore prima avevano bombardato la città ed ucciso migliaia di civili?
L’8 settembre 1943 rappresentò sicuramente per l’Italia la morte della Patria, il giorno cui cessammo di essere uno stato indipendente. Un tradimento per il quale tutte le nazioni del mondo, grandi e piccole, alleate o nemiche, espressero infinita indignazione. Data nefasta della storia che porterà al sacrificio dei ragazzi della RSI che si arruoleranno non perchè sperassero ancora nella vittoria quanto per  tentare di riscattare la dignità di un’intera nazione.
2-8settembre vip.24Proprio nel libero del dott. Zachariae si può leggere a proposito:
(parla Mussolini pag. 192) “Con l’8 settembre si è perduto qualcosa di molto prezioso, che l’Italia faticherà duramente a riconquistare: l’onore nazionale e il rispetto che sino a ieri essa aveva in tutto il mondo. Un popolo senza rispetto e onore diventa un giocattolo nelle spire degli interessi politici dei vinctiori.
Il popolo italiano vivrà un periodo amarissimo, che vedrà screditati e travolti tutti i principi dell’onestà e della morale. Probabilmente nei paesi vinti si provvederà immediatamente ad imporre una così detta “costituzione democratica”. Ne seguiranno liti parlamentari, scandali politici e turpitudini morali senza fine, da cui ci si potrà attendere di tutto eccetto che qualcosa di buono e di costruttivo…”
Quella descritta è esattamente la situazione che l’Italia ha vissuto e sta vivendo tutt’oggi incapace di contare un fico secco nel palcoscenico mondiale, incapace di avere una propria politica estera, incapace di intrattenere rapporti indipendenti con altri paesi senza l’avallo americano o franco-tedesco. E l’origine di tutto ciò sta in quell’8 di settembre.

                                                                                                                                                   

sabato 9 settembre 2017

RIVOLUZIONE FRANCESE

Gli anni bui della Rivoluzione francese: crimini e genocidi

 

Nella mentalità europea la rivoluzione francese è considerata generalmente un avvenimento positivo perché, nonostante i crimini compiuti in questo periodo siano ormai noti, viene associata alla finedellAncien Règime e alla proclamazione dei diritti dell’uomo. Anche molti cattolici sono oggi di questo avviso. Eppure paradossalmente in quell’epoca avvenne una delle peggiori persecuzioni anticristiane della storia.
In realtà, lo scontro tra Chiesa e Rivoluzione inizialmente era tutt’altro che scontato. La maggior parte del clero aveva infatti accolto favorevolmente i moti dell’89 tanto che alla costituzione dell’Assemblea nazionale quattro vescovi e 149 preti si unirono al terzo stato. Il clerovotò a favore dell’abolizione della decima e non vi furono particolari problemi quando si decise di nazionalizzare i beni della Chiesa, ma i rapporti si ruppero quando i legislatoripretesero di avere poteri decisionali in materie attinenti al campo spirituale.
Infatti i rivoluzionari, oltre a decretare lo scioglimento degli ordini religiosi che non si dedicassero all’insegnamento e all’assistenza, emanarono nel luglio del 1790 la costituzione civile del clero che prevedeva la riduzione delle diocesi da 130 a 83, l’elezione dei vescovi e dei curati e l’abolizione di ogni giurisdizione del papa sulla Francia venendo a creare di fatto una chiesa nazionale scismatica. Questo provvedimento fu assai controproducente perché diede un aiuto fondamentale alla controrivoluzione e spinse il papa Pio VI (che pur critico verso la rivoluzione si era astenuto da pronunciamenti ufficiali) ad una condanna pubblica. Il clero si divise tra i “refrattari” che si rifiutarono di giurare fedeltà alla costituzione e i “costituzionali” che invece accettarono di farlo (questi ultimi composti da 7 vescovi e circa metà del basso clero anche se vi furono numerose defezioni in seguito alla condanna papale). Il clero refrattario inizierà perciò ad essere accusato di tendenze aristocratiche e controrivoluzionarie.
La situazione religiosa peggiorò con l’avvento della repubblica. Dopo la destituzione del re nell’agosto del 1792, l’Assemblea Costituente emanò una serie di normative antireligiose: la deportazione dei preti refrattari che non avessero lasciato il paese entro 15 giorni (salvo poi negare i passaporti per tenere i preti come ostaggi), la confisca delle campane, lo scioglimento degli ordini religiosi caritativi e il divieto di fare processioni o di indossare l’abito talare al di fuori degli edifici di culto. Anche il clero costituzionaleincomincerà a essere perseguitato perché sospetto di tendenze monarchiche e moderatismo e, del resto, molti rivoluzionari non vedevano alcuna differenza tra le due Chiese. Durante il Terrore, si ebbe la cosiddetta “Scristianizzazione” nella quale i “rappresentanti in missione” influenzati del materialismo tardo-illuminista distrussero oggetti sacri, profanarono chiese e costrinsero all’abiura parecchi preti costituzionali. Venne inoltre adottato il calendario rivoluzionario in sostituzione a quello ecclesiastico e le decadi al posto delle settimane. Non tutti i politici francesi però condividevano la politica di scristianizzazione perché vi era il timore di perdere l’appoggio della maggioranza del popolo rimasta religiosa e d’inimicarsi le nazioni neutrali.
La politica antireligiosa suscitò scontento tra la popolazione sfociando in alcuni casi in aperte rivolte. La più importante tra queste fu quella che scoppiò in Vandea. Vi erano già stati segnali di malumore in questa regione quando venne approvata la costituzione civile del clero e i vandeani accolsero con sfavore la notizia dell’esecuzione del sovrano. La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia della coscrizione obbligatoria di 300000 uomini: “Hanno ucciso il nostro Re; hanno cacciato via i nostri preti; hanno venduto i beni della nostra chiesa; hanno mangiato tutto quello che avevamo e adesso vogliono prendersi i nostri corpi… No, non gli avranno”, dichiararono gli insorti vandeani del villaggio di Doulon. Essi si proclamarono perciò realisti e cattolici, ritorcendo contro la Repubblica il diritto all’insurrezione per ottenere la libertà.  La pessima organizzazione delle truppe rivoluzionarie permise agli insorti di prendere il controllo di una vasta area del paese, che le truppe rivoluzionarie avrebbero dovuto riconquistare palmo a palmo. I ribelli riuscirono ad infliggere pesanti perdite ai repubblicani applicando la tattica della guerriglia e per domare la rivolta, i parigini ricorsero a metodi brutali. In entrambi i fronti si ebbero atrocità, ma quello che fecero i rivoluzionari fu così terribile che alcuni studiosi hanno persino parlato di “genocidio”. I massacri più sanguinosi avvennero tra l’altro nel 1794 quando la rivolta era stata in gran parte domata: migliaia di prigionieri vennero brutalmente assassinati. Le azioni più sanguinose si ebbero a Nantes doveJean-Baptiste Carrier, oltre alla ghigliottina, integrò quelle che lui definiva «deportazioni verticali» ossia gli annegamenti nelle acque della Loira: vennero praticati dei fori sulle fiancate dei barconi a chiglia piatta sui quali s’inchiodavano delle tavole di legno che poi venivano schiodate quando le barche erano al centro del fiume, portando così alla morte per annegamento alle vittime legate. In un primo tempo questi annegamenti furono limitati ai sacerdoti, ma presto si estesero ad un numero sempre maggiore di persone (si calcola che le vittime nella sola Nantes siano state tra le duemila e le quattromilaottocento).
Questi massacri non furono dovuti alla semplice brutalità della guerra, ma vennero incitati (se non espressamente ordinati) dai deputati della Convenzione, come apprendiamo dai documenti rinvenuti. Il generale Westermann così scriveva ad esempio al Comitato di Salute Pubblica nel dicembre del 1793: “Non esiste più Vandea, cittadini repubblicani, essa è morta sotto l’albero della libertà con le sue donne e i suoi bambini (…) Eseguendo gli ordini che mi avete dato, ho fatto calpestare i bambini dai cavalli, ho fatto massacrare le donne che almeno non partoriranno più briganti. Non ho prigionieri per i quali possa rimproverarmi”. Anche il deputato Carrier ammetterà candidamente di aver ricevuto “l’ordine di sterminare la popolazione in modo da poter ripopolare il paese in più in fretta possibile con cittadini repubblicani”. Secondo lo storico Reinald Secher, il genocidio vandeano fu quindi concepito, organizzato e messo in atto dal Comitato di Salute Pubblica ovvero, tra gli altri, da Robespierre in persona. (Lorenzo Fazzini, E Robespierre disse: cancellate i vandeaniAvvenire, 21 ottobre 2012). La fine dei massacri si ebbe con l’avvento dei termidoriani che stipularono diversi accordi con i ribelli nella quale promettevano di rispettare la loro fede e i loro beni, ma la pace durò pochi mesi e si ebbero in seguito altri focolai di guerriglia.
Simili insurrezioni si ritroveranno anche nei territori occupati dai francesi. In Belgio i contadini cominciarono ad abbattere gli alberi della libertà sostituendoli con delle croci, in Lussemburgo i francesi dovettero impiegare una battaglia in piena regola per vincere la ribellione e provvidero a deportare molti preti sull’isola di Ré, mentre nello stato Pontificio le truppe francesi venivano spesso assalite da gruppi di contadini guidati dai rispettivi parroci. Tutto questo accade dopo che l’occupazione di Roma e l’esilio del pontefice, aveva fatto credere ai rivoluzionari d’aver schiacciato il “fanatismo” e portato la pace universale (F. Furet – D. Richet, La rivoluzione francese, Bari 1974 pp. 534-535).
Mattia Ferrari

                                                                                                                                   

martedì 5 settembre 2017

8 SETTEMBRE TRADIMENTO !!!

8 Settembre
 
Risiamo alla data dell'ipocrisia e della menzogna, alla data dei tradimenti travestiti da patriottismo, alla data della viltà gabbata per coraggio, alla data dell'egoismo contrabbandato per  amore del prossimo, alla data della vergogna trasformata in gloria!
Molti si imboscarono e molti combatterono per sostituire al regime Fascista quello comunista di stampo Staliniano e non certo per dare libertà all'Italia!

 
 
Un re imbelle e vigliacco, condizionato dalla massoneria e dalla chiesa che, dopo avere benedetto il Duce ed i gagliardetti si preparava a salire sul carro dei vincitori, ed una gerarchia militare senza onore e senza vergogna, misero l'Italia e gli Italiani in balia della sacrosanta vendetta Germanica dopo essere fuggiti codardamente sotto la protezione dei nemici di ieri.
Molti, soli, senza fare calcoli di convenienza personale, ma seguendo solo l'impulso dell'onore e della fedeltà, rifiutarono l'onta del tradimento e si presentarono, ancor prima della nascita della R.S.I. a combattere con l'alleato contro il nemico di sempre.
Ad essi il nostro ricordo, la nostra ammirazione, la nostra gratitudine ..!!
Essi, caduti o sopravissuti alla mattanza di fine guerra, sono sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti e ci indicano, in questo mondo sempre più marcio, quale sia la via da seguire!
Onore alle forze armate della R.S.I.
 
 
 

 
 
 
 
 

Alessandro Mezzano

 

sabato 2 settembre 2017

RAZZISMO ROSSO...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni ’60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza. Un maestro, Claudio N. sta dettando un brano agli alunni. Il brano riguardava gli antichi Egizi e i loro metodi di scrittura e di calcolo. A un certo punto uno degli alunni, forse un po’ più impacciato degli altri – si tratta di uno dei più piccoli della classe, è di novembre, e ancora non ha compiuto nove anni, e siamo in un’età in cui certe differenze ancora pesano – alza la mano chiedendogli di ripetere le ultime frasi, perché è rimasto un po’ indietro.
E’ vero che Claudio N. (che l’anima sua non abbia pace!) non era certo un docente esemplare, che spesso lo si poteva trovare in una bettola antistante la scuola, che aveva sempre le guance e il naso vistosamente arrossati e talvolta l’alito alquanto vinoso, ma un uomo fatto, un insegnante per di più, prendersela a quel modo con un bambino di nemmeno nove anni!
Il motivo di tanto rancore in realtà c’era anche se difficile da confessare ad alta voce, quel bambino aveva il torto di portare un cognome chiaramente “terrone”: Calabrese.
Claudio N. non era solo un razzista ma – per fortuna, dovrei dire – era anche un imbecille. Mia madre andò a parlare con lui, e quando seppe che avevo origini per metà toscane, si sciolse, diventò molto più malleabile di quanto fosse stato fin allora, e probabilmente si era reso conto di averla fatta troppo sporca.
Claudio N. era un cultore di folclore locale, ha acquisito una certa fama cittadina con una raccolta di canzoni dialettali (da osteria, prevalentemente), era un “triestinista puro”, di quelli che – e ce ne sono ancora – non hanno finito di maledire l’infausto giorno del 3 novembre 1918, quando la prima nave italiana, il cacciatorpediniere “Audace” attraccò nel porto di Trieste, quelli che “L’Austria era un Paese ordinato” eccetera, eccetera, a cui quel po’ di immigrazione che c’è stata nel capoluogo giuliano dall’interno dell’Italia, soprattutto dal sud, dava e dà terribilmente fastidio.
Un atteggiamento, nei fatti, tremendamente miope. Mio padre, un uomo di intemerata onestà, grande bontà, grandissimo lavoratore, mi ha insegnato tante cose con il suo esempio. Nei nove anni dell’occupazione militare angloamericana rischiò quasi quotidianamente la pelle per manifestare per l’italianità di Trieste, e negli scontri con gli slavo-comunisti non ci si limitava ai pestaggi, spesso spuntavano coltelli e talvolta armi da fuoco. Nel novembre 1953 la polizia angloamericana sparò ad altezza d’uomo sulla folla facendo quattro morti, fra cui un bambino. Diceva di aver vissuto tutte le esperienze della vita, tranne esserci nato, per considerarsi cittadino di questa città, compreso il carcere fatto ovviamente per politica. Non era molto alto, poco più di 1,60, ma fatto di idealismo, amor di patria, orgoglio, coraggio dalla punta dei piedi alla cima dei capelli.
Un giorno, mi fece osservare che se non ci fossimo stati noi “taliani” come dicono qui (con il sottinteso che loro, i triestini “doc” italiani non siano), gli italiani di Trieste, compresi quelli che non vogliono riconoscersi come tali, sarebbero svaniti da un pezzo sotto la pressione slava. Io non so se oggi lo consolerebbe o sarebbe motivo di ulteriore amarezza sapere che tutti noi, italiani e sloveni, tutti noi europei, a Trieste, in Italia, in Europa, rischiamo di essere spazzati via dalla valanga dell’immigrazione terzomondista.
Detesto dirlo, ricorda un po’ la favola del brutto anatroccolo, ma mezzo secolo dopo, quel bambino di nove anni maltrattato è diventato un insegnante, uno scrittore che ha all’attivo la pubblicazione di diversi libri, e certo non ha aspettato che fosse passato un così lungo arco di vita per mettersi in luce come militante di estrema destra e, in questa liberissima democrazia in cui pensare controcorrente è un reato, accumulare anche qualche noia giudiziaria. Ma la cosa interessante è forse che, io non potevo certo saperlo allora né in seguito, ma avevo un appuntamento dopo quasi una vita con il prosieguo di questa storia della mia infanzia.
Mezzo secolo – quasi una vita, appunto – più tardi, mi sono trovato nella scuola dove insegno, un ragazzo di colore, un etiope ovviamente adottato, con lo stesso cognome di quell’antico e non rimpianto maestro. Non mi ci è voluto molto per appurare che si tratta del “nipote” dello stesso grande uomo e grande pedagogo. In generale vedere intorno quelle facce scure non mi piace, mi ricorda troppo che ci stanno un po’ alla volta soppiantando, che ci stanno facendo sparire come popolo, ma questo ragazzo nero mi procurò un senso di ilarità. Io sono molto scettico sull’esistenza del soprannaturale, del post-mortem, ma mi piacerebbe tanto pensare che da qualche parte l’anima di quell’uomo allergico ai “terroni” “si goda” lo spettacolo del suo triestinissimo cognome portato avanti da un nero, che le sue ossa si rivoltino nella tomba tutte le volte che con esso qualcuno chiama questa persona di colore.
Ma la storia non finisce qui perché sfortunatamente mi ritrovo come collega “la madre” di questo ragazzo. (Scusatemi, ma devo insistere con le virgolette: la filiazione NON E’ un rapporto giuridico, o è un rapporto DI SANGUE o non è nulla). La signora (si fa per dire) LM non è certo il solo esemplare del genere che alligni nella scuola italiana, è sfortunatamente un tipo assai frequente, quello che la mia povera mamma (naturale, oltre che legale) avrebbe definito “rossa come il fuoco”.
Quello che mi stupisce di queste persone, i “compagni” con pretese intellettuali, è sempre come l’arroganza e la saccenteria inveterate si coniughino con l’incapacità di capire alcunché, si direbbe che dentro il cranio invece di un cervello abbiano delle pagine della “Repubblica” debitamente appallottolate: non capiscono proprio che gli obiettivi della loro parte politica vengono oggi a coincidere con i disegni del grande capitalismo mondialista di cui sono diventati il più comodo piedistallo. “Utili idioti” più di così…
In Italia hanno avuto la fortuna che c’è Berlusconi, un capitalista con cui prendersela per nascondere il fatto di essere d’accordo con tutti gli altri; se non c’era, gli toccava inventarselo, anzi, comincio a nutrire il sospetto che in qualche modo l’abbiano inventato loro.
Con certe persone evito di parlare, non è che sono tenuto a manifestare le mie idee a chiunque, specialmente a chi so che parlando con un muro si ottengono migliori risultati e più soddisfazione che a discutere con loro, che magari sono capaci di provocarti un sacco di guai, perché la libertà di questa liberissima democrazia consiste nel tappare la bocca a chi la pensa diversamente, e ne ho fatto esperienza più di una volta.
Non molto tempo fa, questa “gentile signora”, versione locale e in sedicesimo della Boldrini e della Kyenge, è riuscita a trascinarmi in una discussione sullo “ius soli”, questo provvedimento dovunque senza riscontri nell’Unione Europea, che il PD vuole introdurre a tutti i costi, che è una pistola puntata alla tempia del nostro popolo e una vera bestemmia che vuole cancellare il concetto di “italiano” come appartenente a una certa stirpe per sostituirlo con quello di nato in un certo territorio.
Di fronte a una mia cautissima obiezione, costei è esplosa in un delirio cosmopolita e mondialista, osannando la prospettiva di un mondo dal quale spariranno nazioni, etnie e culture.
All’improvviso, mi sono reso conto di una cosa:LA VERA RAZZISTA E’ LEI! I “compagni” hanno un bell’additare come razzisti atteggiamenti e comportamenti che non sono altro che espressioni del naturale istinto di sopravvivenza, di autodifesa di una comunità: i veri razzisti sono loro.
Da tutto il discorso, infatti, trasudava un fondamentale DISPREZZO per coloro che hanno avuto la ventura di nascere da genitori della stessa nazionalità, che vivono nel luogo dove sono nati, dal quale provengono i loro antenati, “choosy” che non hanno fatto lunghi soggiorni all’estero, non sono andati a studiare o a lavorare dall’altra parte del pianeta.
Un concetto, devo dire, non solo razzista, ma fortemente classista: se non si vuole viaggiare nelle condizioni da bestiame umano dei migranti clandestini, e soprattutto se ci si vuole permettere lunghi soggiorni all’estero senza sopravvivere mendicando agli angoli delle strade, occorrono ingenti disponibilità economiche. E’ anche questa una prova evidente del divorzio ormai avvenuto fra sinistra e classi lavoratrici, ed è per questo che “i compagni” cercano di mettere insieme un altro “popolo” ricorrendo a rom, gay e immigrati.
La mia prima reazione è stata quella di augurare a questa “gentile collega” di incontrare quanto prima un Kabobo che la picconi a dovere, ma subito dopo mi è venuto da riflettere se c’è un legame fra il razzismo localistico del suocero e quello cosmopolita della nuora; ebbene, è chiaro che c’è: prima di tutto, in entrambi non è difficile ravvisare un elemento fortemente anti-italiano. Immaginate solo che fastidio dia a coloro che per italiani non vogliono riconoscersi, il fatto che esistano persone che non hanno dimenticato che qui sulla sponda orientale dell’Adriatico, durante la seconda guerra mondiale da parte antifascista e democratica, in specie da parte degli slavo-comunisti è stata commessa una serie di feroci atrocità a sfondo razzista contro le popolazioni italiane inermi, colpevoli appunto di essere italiane. Nell’occultare le tragedie delle foibe e dell’esodo, nel tessere un velo mafioso di omertà, austriacanti e comunisti si sono dati la mano.
La manifestazione di “razzismo rosso” di LM rappresenta un caso isolato? Io credo proprio di no, perché posso citare almeno un altro esempio del tutto simile. Anche questa persona che ho conosciuto per caso la indicherò con le sole iniziali, CSP (ha un doppio cognome), una persona entusiasticamente di sinistra, forse con meno irruenza di LM, ma la cui casa è sempre stata un porto di mare frequentato da gente delle più varie appartenenze etniche, una specie di Centro di Accoglienza Temporanea privato, un’altra di quelle persone con cui evito di discutere.
Una volta mi sorprese con un’uscita sprezzante a proposito di un suo collega meridionale (è un’impiegata statale). Costui le aveva espresso la propria insoddisfazione per il fatto di non riuscire ad ambientarsi a Trieste e il desiderio di ritornare al sud. A quanto pare, le andavano bene boscimani, pigmei ed esquimesi, ma non “i terroni”. Semplice razzismo anti-meridionale? Ho l’impressione che ci fosse qualcosa di più. Nella mente di queste persone esiste una sorta di doppia morale a seconda che si appartenga o meno alla cosiddetta “civiltà occidentale”. Nel secondo caso, a tutela di un’ “identità culturale” reale o supposta, è consentito tutto: dal burqua all’infibulazione, dalla poligamia all’incesto, magari i sacrifici umani e il cannibalismo. Se invece si ha la disgrazia di essere “occidentali”, allora invece le prescrizioni sono estremamente rigide: occorre essere mondialisti e “aperti” al mondo globalizzato, e sentirsi legati a un luogo, a una cultura d’origine, è quanto meno una deprecabile colpa.
Io credo che in realtà noi siamo o dovremmo essere prima di tutto italiani ed europei. Il nostro continente è sede di una grande civiltà da almeno venticinque secoli, ma se andiamo a considerare le testimonianze ignorate dagli archeologi che hanno “la fissa” del Medio Oriente: Malta, Stonehenge, Externsteine, possiamo probabilmente risalire molto più indietro. L’Europa è composta di varie culture: latina, ellenica, germanica, celtica, slava. Noi siamo latini e italici. L’Italia ha nel corso dei secoli ospitato (ma sarebbe meglio dire GENERATO) varie grandi culture: quella etrusca, quella romana, quella comunale medievale, quella rinascimentale, con una produzione ingentissima di cultura materiale e immateriale: arte, letteratura, architettura, artigianato, tradizioni che probabilmente non ha uguale sull’intero pianeta. Una cultura a sua volta variegata da una molteplicità di culture regionali e locali, con i loro dialetti, usanze, costumi, feste, tradizioni gastronomiche.
Su questo ineguagliabile tesoro, a partire dalla seconda guerra mondiale si è abbattuta l’occidentalizzazione, cioè in sostanza l’americanizzazione, come una colata di cemento su un delicato e prezioso affresco, nel segno della standardizzazione e dell’appiattimento.
Abbiamo chiesto noi di essere “occidentali”? Siamo andati noi a pregare gli Americani di venire a invaderci nel 1943?
Lasciamo stare ora il fatto che dopo che l’invasione si è verificata, l’Italia non ha retto alla prova, che il voltafaccia e il tradimento venuti dall’alto hanno disorientato e stravolto gli animi, non siamo riusciti a salvare il nostro onore combattendo l’invasore compatti fino all’ultimo come hanno invece fatto Germania e Giappone. La viltà e il tradimento di pochi hanno gettato una macchia indelebile sulla nostra credibilità nazionale vanificando l’eroismo e il sacrificio di molti, ma questo è un altro discorso.
Se ci atteniamo alla definizione classica di razzismo, per esso si intendono comportamenti di persecuzione e discriminazione di persone non per qualcosa che queste avrebbero fatto, e nemmeno a motivo di opinioni politiche, religiose o altro, ma unicamente in ragione delle loro origini.
Se cerchiamo di tradurre in concreto questa definizione, è subito chiaro che la maggior parte dei crimini e delle atrocità razziste avvenute dal 1945 in poi sono attribuibili al comunismo. La valanga di orrore che si scatenò in seguito al crollo militare dell’Asse ebbe un chiaro intento razzista. L’intenzione dei leader del comunismo internazionale era quella di far avanzare in Europa il mondo slavo a spese di quello germanico e latino.
Prima della guerra vivevano a oriente del fiume Oder quindici milioni di tedeschi. Dopo l’invasione sovietica si sono contati dodici milioni di profughi a fronte di una presenza tedesca a est del fiume che oggi divide Germania e Polonia praticamente cancellata. Di come siano scomparse nel nulla tre milioni di persone, abbiamo un’idea: la Wehrmacht riuscì nel febbraio 1945 a liberare temporaneamente alcuni villaggi prussiani occupati dai sovietici. Si presentarono scene raccapriccianti, da sconvolgere i più duri veterani: anziani, donne e bambini erano stati atrocemente torturati prima di essere uccisi. Tutte le donne e le bambine fino a tre anni di età portavano i segni di ripetuti stupri. La colpa di queste persone: solo quella di essere tedeschi.
Sul confine orientale italiano è avvenuta la stessa cosa ad opera questa volta dei comunisti jugoslavi: persone uccise a decine di migliaia precipitandole negli inghiottitoi carsici noti come foibe, perché colpevoli di essere italiani. Se gli assassini comunisti del maresciallo Tito hanno fatto meno vittime dell’Armata Rossa, non è perché fossero delle belve in qualche modo meno feroci, ma solo perché il teatro d’azione istriano, giuliano e dalmata dove operavano, era più ristretto. Stragi sanguinarie di netta impronta razzista sotto il segno mortifero della bandiera rossa le une e le altre.
Noi però sbaglieremmo di grosso se pensassimo che quell’incubo mostruoso che era l’Unione Sovietica di Stalin abbia aspettato il secondo conflitto mondiale per manifestare il suo volto non solo oppressivo e sanguinario, ma apertamente razzista, o che i regimi comunisti postbellici non abbiano continuato a dimostrare il razzismo più sfacciato e feroce perseguitando milioni di persone solo in base alla loro appartenenza etnica.
Stalin, che tra l’altro non era nemmeno russo ma georgiano, ha perseguito la russificazione forzata dell’Unione Sovietica con una ferocia di cui l’impero zarista non sarebbe mai stato capace, attuando un vero e proprio programma di deportazione e annientamento delle minoranze non russe. Deportati fino all’ultimo uomo, donna, bambino e spediti a morire di freddo e di fame nelle più desolate plaghe della Siberia, furono i Cosacchi, i Tartari della Crimea, il piccolo, innocuo popolo dei Balcari e diverse altre minoranze. Stalin aveva intenzione di riservare lo stesso trattamento anche all’intero popolo ucraino, ma vi rinunciò semplicemente perché non vi era un luogo sufficiente per deportare tanti milioni di persone (è il rapporto Krushev che ce lo rivela), allora pensò bene di farli morire di fame a casa propria attraverso la carestia provocata, l’HOLODOMOR, come l’hanno chiamata gli Ucraini, la grande carestia provocata intenzionalmente dal regime sovietico è stata una delle più atroci “catastrofi umanitarie” del XX secolo.
In barba al tanto vantato internazionalismo, alla favola dei “proletari di tutto il mondo uniti”, i regimi comunisti hanno continuato dopo la guerra la politica razzista di persecuzione e discriminazione delle minoranze.
Fra le minoranze perseguitate o almeno discriminate dai regimi comunisti europei ricordiamo gli Italiani dell’Istria, i Tedeschi della Slesia, gli Ungheresi della Transilvania, i Finlandesi della Carelia.
Quella però che è riuscita a strappare all’Unione Sovietica la palma di epicentro dell’orrore comunista, è la Cina. Non poteva mancare di strappare il suo bravo primato anche nel campo della politica razzista e genocida, perché un’assurdità che dobbiamo levarci dalla testa una volta per tutte, è la convinzione che il razzismo sia un delitto possibile solo alla razza bianca, e ne riparliamo più avanti.
Oggetto della politica razzista e persecutoria del governo comunista cinese, sono tutte le minoranze che non appartengono all’etnia Han, e teniamo presente che, date le dimensioni di questo perverso colosso, stiamo parlando di milioni di persone. In particolare, oggetto di una politica ferocemente razzista tesa a cancellarli come popoli, sono gli Uighur di etnia turca del Sinkiang, il Turkestan “cinese”, oggi ribattezzato con la grafia cinesizzata di Xinjiang, e i Tibetani . La logica che ispira il comunismo cinese nei confronti di queste popolazioni è quella del genocidio. Nel 1956, il comandante dell’armata cinese che occupò il Tibet fece alla popolazione di Lahsa un “discorso” estremamente chiaro.
“Ci interessa la terra”, disse, “Voi non ci interessate, di gente ne abbiamo già tanta. Voi potete e dovete crepare”.
La democrazia occidentale made in USA, questa meravigliosa democrazia per farci dono della quale nel corso della seconda guerra mondiale l’Europa è stata letteralmente sepolta sotto un tappeto di bombe che hanno fatto complessivamente quattro milioni di morti, è del tutto esente da colpe razziste? Non proprio!
Qualche anno fa la cantante Frida del noto complesso svedese degli Abba ha raccontato pubblicamente la storia della sua infanzia, ed è una storia agghiacciante. La donna è nata in un Lebensborn. Il Lebensborn, “Fonte di vita” era un’istituzione nazionalsocialista creata per dare ai militari tedeschi la possibilità di avere rapporti con ragazze selezionate e incrementare le nascite al di fuori della tradizionale struttura matrimoniale, allo scopo di colmare almeno parzialmente gli inevitabili vuoti causati dalla guerra. Le ragazze dei Lebensborn e i loro bambini erano trattati dal nazionalsocialismo con ogni cura, come un prezioso investimento per il futuro.
Sconfitta la Germania e arrivati gli Americani, lo spirito velenoso della democrazia non ci mise molto a inquinare la “Fonte di vita” trasformandola in una fonte di morte. I Lebensborn furono trasformati in luoghi di detenzione. Per gli yankee, quei bambini erano “i figli di Hitler” e ci misero la massima cura nel far sì che nessuno di loro potesse raggiungere l’età adulta. A tutt’oggi, non si sa se, a parte qualche caso eccezionale come quello di Frida, qualcuno di loro sia sopravvissuto. Bambini che furono condannati a morire di stenti per una sola colpa: quella di essere nati, razzismo abietto e repellente, tanto più vile in quanto si è accanito contro vittime indifese, e quel che più conta, squisitamente DEMOCRATICO.
Frida e sua madre riuscirono a salvarsi con una fuga rocambolesca, raggiungendo la Svezia che, essendo rimasta neutrale durante la guerra, non aveva subito la disgrazia dell’occupazione americana.
Parlando di razzismo “made in USA” non intendo riferirmi a quella blanda forma di apartheid che è esistita negli Stati Uniti fino agli anni ’60 e che oggi è una cosa ormai scomparsa da mezzo secolo, ma a qualcosa di assolutamente presente, di più profondo, un tipo di razzismo che è sostanziale alla democrazia stessa, a quella democrazia che ci costrinsero volenti o nolenti a subire dopo averci spezzato la schiena nella seconda guerra mondiale, precisamente quel tipo di razzismo cosmopolita che piace tanto agli idioti che pullulano nella sinistra nostrana.
“In futuro”, disse, “Non ci sarà spazio in Europa per popoli non ibridati. E’ per questo che abbiamo combattuto dalla seconda guerra mondiale in poi”.
Qui si può toccare con mano quanto sia falso e ipocrita il concetto stesso di democrazia. Il popolo è ben lungi dall’essere sovrano, non gli è concesso di decidere nulla, neppure di continuare a esistere.
E i popoli che non accettano di essere ibridati, di vedere sconvolta la loro identità finora preservata attraverso i secoli? Dovranno essere discriminati, perseguitati, annientati come appunto si è cercato di fare con i Serbi.
E’ forse un caso che proprio nel teatro balcanico si sia fatto un uso massiccio di proiettili all’uranio cosiddetto impoverito, che hanno sparso una radioattività destinata a lasciare nelle generazioni future una scia agghiacciante di mutazioni e cancri, non diversamente da quanto accade in Giappone che continua ancora oggi a subire le conseguenze dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki?
Su un altro piano è forse un caso che il premier italiano che porta la vergogna di aver concesso alla NATO le basi per aggredire la Serbia con raid che partivano dal nostro territorio, sia stato proprio Massimo D’Alema, non solo ex comunista, ma diventato segretario dell’ex PCI subito dopo la sua trasformazione in PDS, e già vice dell’ultimo segretario (dichiaratamente) comunista Achille Occhetto?
La pupilla dell’occhio degli USA e di tutti i leccatori di fondoschiena degli USA che fanno finta di non vedere di essere servi di un servo, è ovviamente Israele, l’unico stato che può permettersi apertamente una politica non solo razzista, ma anche genocida, tesa a cancellare il popolo arabo palestinese dalla faccia della terra.
Questo è talmente evidente, sotto gli occhi di tutti, che non occorre insisterci sopra. Quel che è invece importante rilevare, è che l’ebraismo è DI PER SE’ un’ideologia fanaticamente razzista. L’ebraismo non è una religione, è piuttosto un’ideologia razzista con un travestimento religioso.
Per l’ebraismo, tutta la creazione e tutti gli altri esseri umani esistono in funzione degli ebrei, “il popolo eletto”, per servirli. Secondo il Talmud, se un ebreo lancia una pietra per uccidere un goj (un “pagano”, un non ebreo) o una bestia, e colpisce invece un ebreo, non è colpevole. Si noti che il goj, il non ebreo e la bestia sono messi esattamente sullo stesso piano.
Credere che un tipo di delitto, in specie il razzismo, sia possibile solo a una data razza, quella bianca, non è di per sé una forma di razzismo? Un razzismo che “i compagni” e i fanatici del mondialismo e della società multietnica rivolgono masochisticamente contro la propria gente. Costoro fanno finta di non vedere e fanno di tutto per tenerci nascosta la realtà estremamente concreta del razzismo anti-bianco; che ad esempio la caccia al bianco è diventata lo sport più popolare del Sudafrica post-apartheid, o il veleno di odio anti-bianco che gronda dai testi delle canzoni dei rapper afro-americani.
Facciamo pure la tara del risentimento post-coloniale e post-schiavistico (anche se c’è da chiedersi quanto essi debbano durare per generazioni per cui essi sono un lontano ricordo storico, o se il colonialismo non abbia fatto più bene che male all’Africa, portandola dalla preistoria all’età moderna), ma quale genere di colpa storica grava ad esempio sui Pigmei, che pure i connazionali del nostro ministro per l’integrazione trattano come bestiame, e sembrerebbe caccino ancora a fini di cannibalismo? La pura e semplice verità è che il razzismo non è affatto una prerogativa “bianca”.
Questa gente approda sulle nostre coste per farsi mantenere da noi, e di sicuro non ci ama, non vuole integrarsi – levatevela dalla testa questa scemenza dell’integrazione – ma soppiantarci, è lo strumento della lenta agonia dei popoli europei. Uno strumento fino a che punto inconsapevole? Molto meno, io credo, di quanto si pensi. E questi “compagni” che danno così gagliardamente una mano alla soppressione della loro gente, vuoi per mero calcolo elettoralistico, vuoi per intossicazione mentale democratico-mondialista, sono forse inconsapevoli di quello che stanno facendo?
Non lo credo, non lo credo affatto, questa è l’attuazione di un piano di genocidio “soft” su larga scala rimasto bloccato per una generazione o due in conseguenza della Guerra Fredda, ma progettato qualcosa come tre quarti di secolo fa.
Forse si ricorderà la tracotante affermazione del leader “socialista islamico” algerino Huari Boumedienne già mezzo secolo fa: l’arma per distruggere l’odiata Europa c’era, ed era il prolifico ventre delle donne magrebine. Tempo fa mi è capitato di imbattermi in uno scritto della psicanalista francese Françoise Dolto, di impostazione marxista-freudiana. Costei, trovandosi a curare un ragazzo mulatto, di padre africano e madre francese, che soffriva psicologicamente della sua condizione ibrida, l’aveva rassicurato: era l’avanguardia di una nuova umanità, un giorno TUTTI sarebbero stati come lui. Sono rimasto esterrefatto: il brano è del 1970, quando i flussi migratori che oggi invadono e stravolgono l’Europa non erano certo prevedibili.
Noi che vogliamo difendere il futuro della nostra gente ci troviamo oggi in una situazione di schiacciante svantaggio, ma chissà, potrebbe anche essere che giunti sull’orlo del baratro i popoli europei trovino un soprassalto di orgoglio e determinazione.
Democratici e marxisti, se perdono, perdono, ma se vincono hanno perso ugualmente, dalla loro parte c’è solo morte.
 
                                                                                                                                

lunedì 28 agosto 2017

QUELLA GRANDE IPOCRISIA...

Quella grande ipocrisia sulle cause e gli scopi della Seconda guerra mondiale
 
di Francesco Lamendola -
 
 
La Vulgata storiografica antifascista, sia nella versione liberaldemocratica sia in quella (oggi obsoleta) marxista-leninista, ci ha sempre spiegato che la seconda guerra mondiale fu scatenata interamente dalla follia di un uomo solo, Hitler; e che essa fu combattuta dal «mondo libero» (nonostante l’imbarazzante presenza, in esso, e in un ruolo decisivo, del compagno Stalin) per salvare la Polonia, un po’ come nel 1914 era stato fatto per il «poor little Belgium», il cui triste destino aveva profondamente commosso le dame britanniche.
Per quanto possa sembrare incredibile, questa risibile ricostruzione dei fatti ha retto per oltre sessant'anni, segno che non è una frase fatta quella secondo cui la storia viene scritta dai vincitori: perché, se gli Alleati non avessero vinto, impadronendosi della cultura e dell'informazione mondiale (basata, quest'ultima, sulle cinque grandi agenzie di stampa internazionale: due statunitensi, una britannica, una francese ed una sovietica), ben difficilmente sarebbe stato possibile puntellare tante menzogne e tante mezze verità per un tempo così lungo, insegnandole nelle aule scolastiche e universitarie e diffondendole a mezzo di migliaia e migliaia di libri ed articoli.
Per dirne una: come giustificare che quelle stesse potenze democratiche che, nel 1938, avevano gettato in pasto a Hitler la democratica Cecoslovacchia, nel 1939 firmarono una cambiale in bianco che incoraggiava la Polonia semifascista ad opporsi con la massima intransigenza alle richieste di Hitler (che, per mesi, furono pacifiche e decisamente moderate?).
Oppure: come spiegare che il 3 settembre 1939 Francia e Gran Bretagna dovevano per forza dichiarare guerra alla Germania per salvare la Polonia, mentre non presero la minima iniziativa contro l'Unione Sovietica allorché, il 17 dello stesso mese, quest'ultima invase a sua volta la sventurata Polonia (altro che «pugnalata nella schiena»!), prendendola alle spalle?
E come spiegare il fatto che la Francia e la Gran Bretagna non mossero un dito per soccorrere la Finlandia, aggredita dall'Unione Sovietica senza alcuna dichiarazione di guerra, proprio sul finire di quello stesso anno, eccezion fatta per il tardivo e mal concepito sbarco nel fiordo di Narvik, dopo l'occupazione tedesca della Norvegia?
Inoltre: come mai, se la guerra era stata scatenata per salvare la Polonia, né la Francia, né la Gran Bretagna mossero un dito per aiutarla, restandosene sulla difensiva sul fronte occidentale, mentre le divisioni corazzate della Wehrmacht scorrazzavano per la pianura polacca e conquistavano Varsavia in poco più di due settimane? Infatti, se davvero si desidera aiutare qualcuno in difficoltà, e se, per farlo, si è disposti a scatenare niente meno che un conflitto mondiale, un tale atteggiamento risulta semplicemente incomprensibile.
Oppure le vere ragioni della dichiarazione di guerra franco-inglese alla Germania erano completamente diverse? Non sarebbe più onesto ammettere che la Polonia fu gettata cinicamente in pasto ad Hitler, dopo averla aizzata ad una folle intransigenza, pur di avere il desiderato «casus belli» contro i Tedeschi, così come, nel dicembre 1941, Roosevelt e il governo statunitense avranno disperatamente bisogno dell'attacco di Pearl Harbor per poter dichiarare guerra ai Giapponesi, con tutte le apparenze della ragione e del buon diritto?
Ancora: come è possibile sostenere che le potenze democratiche scatenarono la guerra per difendere la libertà e l'indipendenza della Polonia, se nel 1945 furono così accomodanti ai disegni di Stalin volti a trasformarla in una pedina dell'impero sovietico?
Ci vuole un bel coraggio per continuare a sostenere a testa alta tutte queste verità di facciata, espressione di una storiografia di comodo, ad uso e consumo dei vincitori, volta a fornire una giustificazione per il loro cinismo, per la loro brama di dominio mondiale, per l'ipocrisia delle loro parole d'ordine liberali e democratiche.
Ha osservato il grande storico francese François Furet nel suo libro «Il passato di un’illusione» (titolo originale: «Le passé d’une illusion», Paris, Laffont, 1995; traduzione italiana a cura di Marina Valensise, Milano, Mondatori, 1995, pp. 392-94):
«Il caso polacco è […] tristemente simbolico, poiché riguarda  il paese che è stato all’origine della seconda guerra mondiale, prima di diventarne una delle grandi vittime. Causa del conflitto nel settembre  1939 e primo teatro di operazioni militari, la Polonia ha continuato a essere l’epicentro del terremoto europeo, dapprima divisa, saccheggiata, mortificata dalla Germania e dall’Urss, poi oggetto di disaccordo tra l’Urss e le democrazie anglosassoni, per perdere infine la propria indipendenza al termine d’una guerra che era scoppiata per assicurarla. La Polonia rivela ciò che prima e dopo il 22 giugno 1941 vi è d’immutato nella volontà di Stalin, attraverso un succedersi di alleanze contraddittorie. Nel 1939 e del 1940, il segretario generale aveva ottenuto dal negoziato con Hitler un vasto insieme di territori nell’Europa orientale. Voleva ancora quello che Molotov era andato a chiedere a Berlino nel novembre del 1940: una sorta di protettorato su Romania, Bulgaria, Finlandia e Turchia, il controllo dei Balcani, lo statuto d superpotenza mondiale a fianco della Germania nazista. Di tutto questo, nulla è veramente cambiato con la nuova disposizione delle alleanze. Anche se ci sono due differenze:  Stalin grazie ai successi del suo esercito ha continuato ad accrescere le sue ambizioni verso l’Ovest. E ormai deve negoziare non più con Hitler, ma con Churchill e Roosevelt.
La vicenda polacca dimostra che egli incontra meno difficoltà con i responsabili delle democrazie  che con il dittatore nazista. Sebbene dopo il 22 giugno abbia rapidamente riconosciuto il governo polacco di Londra, preludio alla formazione d’un esercito polacco in territorio sovietico, Stalin rifiuta d’includere nell’accordo qualsiasi menzione della frontiera polacco-sovietica. E sin dall’autunno 1941 manifesta chiaramente agli inglesi la propria volontà di conservare i territori che ha comunque ottenuto dai tedeschi. Churchill e Roosevelt cercano di prendere tempo, rinviando a dopo la pace il tracciato dei confini. Ma se non possono aprire subito un secondo fronte europeo, richiesto con insistenza da Stalin, devono pur concedere qualcosa ai loro alleati, che temono sottoscriva - sulla base del precedente del 1939 - una pace separata con Hitler. Le democrazie pagano lo stato d’impreparazione militare in cui le ha sorprese la guerra, cedendo in anticipo ala volontà d’espansione sovietica. Ma bisogna considerare il peso delle illusioni: Churchill non ne ha affatto, Roosevelt invece sì. Sull’Unione Sovietica e il suo capo, il presidente americano s’è dimostrato ignorante e al tempo stesso ingenuo. Su Stalin nutre stranamente idee ottimistiche al punto che è difficile immaginare che appartengano davvero a un brillante statista.  L’epoca, certo, vi si presta. Il ricordo del patto tedesco-sovietico sfuma con gli anni, l’Armata Rossa ha pagato con i suoi sacrifici il caro prezzo della redenzione. Stalingrado ha cancellato gli scambi di cortesia tra Ribbentrop e Molotov. La guerra impone la sua logica manichea, che diventa a poco a poco un’opinione obbligata.
Nel 1943, la scoperta da parte dei nazisti dell'ossario di Katyn complica l'imbroglio polacco, provocando da una parte la rottura tra l'Urss e il governo polacco di Londra, dall'altra la formazione a Mosca di un'altra équipe polacca, che annuncia il futuro potere comunista. I giochi sono già fatti anche in campo sovietico, proprio quando (fine 1943) l'Urss proclama come suoi obiettivi di guerra la restaurazione dell'indipendenza delle nazioni e la libera scelta del proprio governo da parte di ciascuna di esse. Nello stesso momento Churchill e Roosevelt, a Teheran, accettano come frontiera orientale della Polonia la linea Curzon. È una misura che implica un ampio spostamento del territorio polacco verso ovest, a detrimento di milioni di tedeschi che dovranno essere espulsi, il che comporta la stretta dipendenza della futura Polonia nei confronti dell'Urss.
A quel punto, il resto della storia è già scritto. L'avanzata militare sovietica all'ovest rende inevitabile anche quella parte della storia che non è stata stabilita in anticipo. L'insolubile problema che oppone il governo Mikolajczik a Stalin è risolta sul campo nell'agosto 1944. Al termine d'una rapida avanzata, l'Armata Rossa giunge sino a un sobborgo di Varsavia, sulla riva destra della Vistola. Allo stesso momento, il governo polacco di Londra decide d'affermare il suo diritto: con le sue unità militari clandestine, fa scoppiare l'insurrezione a Varsavia. Ma il dramma è che per vincere di fronte alle truppe tedesche ha bisogno d'una mano dell'Armata sovietica, accampata sull'altra sponda del fiume. E questa non si muove. Il 2 ottobre, assiste da lontano alla capitolazione dell'Esercito nazionale polacco e alla distruzione della città vecchia a Varsavia. In dicembre, il Comitato di liberazione nazionale della Polonia, formato a Lublino su iniziativa dei russi, si trasforma in governo provvisorio del paese, subito riconosciuto da Mosca A Jalta, nel febbraio 1945, Churchill e Roosevelt riescono a ottenere da Stalin soltanto la partecipazione dei polacchi di Londra a questo governo provvisorio: è una "unione nazionale" fittizia, che non resisterà molto tempo alla situazione sul campo.
All'epoca però nessuno si preoccupa di questo trionfo della forza sul diritto, che corona una guerra combattuta in nome del diritto contro la forza. L'idea comunista segna in quegli anni il culmine del secolo, trionfando contemporaneamente nei fatti e nei pensieri».
In questa ricostruzione e in questa interpretazione, vi sarebbe molto da dire su un punto importante, quello relativo alla ormai tradizionale versione della «impreparazione militare» delle democrazie rispetto a Hitler, nel settembre del 1939.
Che si tratti di una leggenda, lo hanno fatto notare solo pochi storici controcorrente, ad esempio Franco Bandini che, nel suo studio «Tecnica della sconfitta», ha mostrato come specialmente la Gran Bretagna non fosse affatto impreparata e, anzi, Churchill avesse freddamente deciso di provocare una guerra contro la Germania entro il 1939-40, vale a dire prima che questa riuscisse a surclassare la flotta inglese, ricalcando la politica inglese del 1914.
Se, poi, gli scopi di guerra degli Alleati erano il ripristino del diritto internazionale, della libertà di navigazione e di commercio, del diritto all'autodecisione dei popoli, secondo lo schema contenuto nella Carta Atlantica firmata da Churchill e Roosevelt il 14 agosto 1941 (allorché gli Stati Uniti d'America, fatto degno di nota, non erano ancora in stato di guerra né contro il Giappone, né contro l'Asse), come si spiega il fatto che, nel 1945, metà dell'Europa venne gettata, senza batter ciglio, sotto il tallone di un sistema totalitario quale non si era mai visto in qualsiasi epoca della storia moderna, eccezion fatta per il solo nazismo?
Si dice che, quando ebbe notizia dello sfondamento delle proprie forze corazzate sul Volga e dell'accerchiamento della VI Armata Tedesca, prodromo della decisiva vittoria di Stalingrado, il dittatore sovietico si sia abbandonato ad uno dei suoi rarissimi momenti di sincerità: adesso il gioco era fatto, nessuno gli avrebbe mai più domandato di rendere conto dei suoi crimini: né delle stragi di massa della collettivizzazione forzata, né delle Grandi Purghe, né del patto coi nazisti del 23 agosto 1939, preludio alla spartizione della Polonia, né delle esecuzioni di parecchie migliaia di ufficiali polacchi nella foresta di Katyn. 
E nemmeno di quelli che si accingeva a compiere: la cacciata di milioni di Tedeschi dalle province orientali del Reich; la vile dichiarazione di guerra al Giappone, già prostrato militarmente e sconvolto dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki; l'instaurazione di ferree dittature comuniste sui Paesi dell'Europa centro-orientale; la deportazione di intere popolazioni «infedeli», come i Tartari di Crimea e o i Cosacchi del Kuban; l'incitamento alla Corea del Nord affinché scatenasse una offensiva contro la Corea del Sud, rischiando - niente di meno - di precipitare una terza guerra mondiale fin dal 1950.
La storia non processa i vincitori, ma gli sconfitti. Questo sapeva Stalin; e questo sapevano anche Churchill e Roosevelt. 
Il primo, autore della distruzione sistematica delle città tedesche mediante bombardamenti aerei terroristici di proporzioni apocalittiche e militarmente ingiustificati (Amburgo, Dresda, ecc.), che volle la seconda guerra mondiale per il miope ed egoistico disegno di preservare l'impero coloniale britannico, che invece la Gran Bretagna dovette liquidare poco dopo la fine della guerra (l'India ottenne l'indipendenza già nel 1947, sia pure fatalmente mutilata dalla secessione del Pakistan, ultimo colpo di coda del colonialismo inglese).
Il secondo, che si era fatto eleggere dai suoi connazionali promettendo di tenerli fuori dalla guerra, mentre fece di tutto per trascinare il suo Paese nel conflitto a sostegno della Gran Bretagna, l'antica madrepatria; e che riuscì perfettamente a creare la leggenda di un'America costretta a intervenire controvoglia, ma decisa a battersi disinteressatamente per il trionfo della libertà e della giustizia, mentre fin dall'immediato dopoguerra non esitò a servirsi delle cause più discutibili, prima fra tutte quella sionista, pur di affermare l'egemonia mondiale americana e per porre l'intero pianeta sotto la tutela della bandiera a stelle e strisce e dei finanzieri di Wall Street.
Proprio gli stessi che - vale la pena di sottolinearlo -, provocando la crisi economica del 1929, avevano avuto una responsabilità così grande nell'avvento del nazismo e, quindi, nelle vicende che avevano portato allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Quanta ipocrisia nella versione ufficiale circa le cause e gli scopi della seconda guerra mondiale, rinnovata ad ogni anno con le trionfalistiche celebrazioni dell'anniversario del «D-day» (6 giugno 1944), ossia dello sbarco angloamericano in Normandia!
Un solo esempio in proposito: gli storici della Vulgata liberaldemocratica si guardano bene dal ricordare che, nei primi giorni dopo quello sbarco, che segnava l'inizio della conquista e del successivo dominio americano sull'Europa, buona parte delle popolazioni francesi nelle retrovie del teatro di operazioni si auguravano la vittoria tedesca e speravano ardentemente che le forze d'invasione venissero rigettata nelle acque della Manica.
Ma queste cose, solo pochi storici controcorrente, come David Irving, hanno avuto il coraggio di dirle; e hanno pagato un prezzo molto salato per averle affermate, e sia pure sulla base di una documentazione inoppugnabile.
Altro che tramonto delle ideologie!
L'Europa e il mondo non hanno mai vissuto all'ombra di una cappa ideologica pesante come quella che regna oggi, dopo la fine della «guerra fredda»: il Pensiero Unico della democrazia liberale e del capitalismo trionfante.

                                                                                                                                                  

venerdì 25 agosto 2017

OPINIONI: dall' avvocato Edoardo Longo.

dall' avvocato Edoardo Longo.

DA PARVUS A SOROS LA SOVVERSIONE DEI RE DI DENARI


Pochi conoscono oggi il nome di Parvus, la cui vera identità è Izrail' Lazarevič Gel'fand, colui che ha coniato il concetto di "rivoluzione permanente", poi attribuito a Trockij.

Parvus nacque da genitori ebrei a Berezino nel 1867, in Bielorussia; passò parte della gioventù a Odessa (nell'odierna Ucraina, dove si associò a circoli rivoluzionari ebraici del Bund).

Trasferitosi in Turchia e poi in Germania, svolse un ruolo importante con lo Stato Maggiore tedesco nel 1917 per fare rientrare Lenin in Russia sul "vagone piombato" che dalla Svizzera lo portò a San Pietroburgo, dove sotto la sua guida i bolscevichi fecero il famoso Colpo di Stato d'Ottobre (Oktjabr'skij perevorot, come lo chiamavano i russi dell'epoca).

Le due attività che Parvus svolse per tutta la vita furono lo speculatore internazionale e il rivoluzionario, specialità nelle quali eccelse al massimo grado. Il suo identikit attuale corrisponde in modo quasi perfetto con George Soros, che di nome fa György Schwartz, nato in Ungheria nel 1930 e anch'egli ebreo. Soros non solo ha tratto profitti stratosferici grazie alle sue attività di speculatore "illuminato" (nel 1992, per esempio, mise in ginocchio la sterlina inglese e la lira italiana), ma può essere considerato uno dei maggiori ideatori-finanziatori delle "rivoluzioni colorate" e "guerre umanitarie" che stanno mettendo a ferro e fuoco Medio Oriente ed Est Europa.

 È sempre lui che, dietro una spessa cortina fumogena di benefattore internazionale e filantropo, sostiene e foraggia l’esodo di immigrati (frutto delle guerre e del caos generato dall’Occidente) che sta scardinando il sistema sociale e l’identità dell’Europa. Speculatori e rivoluzionari al medesimo tempo, un apparente ossimoro che ricorre di continuo nella bimillenaria storia ebraica.

Reporter



PER SAPERNE DI PIU’….          


IL PESO INSOSTENIBILE DEL SAPERE



Sei mesi fa ero seduto su una comoda poltrona di pelle nello splendido salotto di un pezzo da novanta del mondo accademico italiano. Appese alle pareti c'erano le locandine giganti delle sue conferenze, sulle quali erano stampate le sue foto. Alcuni suoi libri erano stati collocati con fare sapiente sul grande tavolo di cristallo vicino alla poltrona, in modo da attirare l'attenzione degli ospiti.

Si parlava della Storia del Novecento e delle tesi revisioniste sostenute nel mio libro, che lui aveva letto in anteprima.

Il luminare scandisce con solennità le seguenti parole:

“La Rivoluzione d'Ottobre è il punto di incontro tra le esigenze delle masse lavoratrici sfruttate e la dottrina marxista. Non ci sono complotti, caro Montermini”.

A questo punto sbotto:

Ma ci sono le prove dei finanziamenti dei banchieri ebrei ai comunisti!”

Senza perdere il suo aplomb il luminare mi risponde:

Non è vero niente!”

“Come sarebbe a dire che non è vero?” - chiedo io meravigliato – “Lei conosce "Wall Street and the Bolshevik revolution" di Antony Sutton? Lì sono pubblicate le ricevute di pagamento dei banchieri che...”

“Non conosco Sutton e non mi interessa!" - Taglia corto lui.

Dopo questo commento così lapidario tra noi cadde il gelo.

Se vi dicessi il nome di questo luminare rimarreste tutti a bocca aperta, ma questo non è importante.

Ciò che conta è la serietà con la quale viene condotta la ricerca scientifica da parte degli storici italiani: "non conosco e non mi interessa!"


Enrico Montermini, 17/07/2017


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PROSSIMA FERMATA : BARATRO

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale la società è progressivamente cambiata fino a diventare, con l’aiuto della modernità e di tutto ciò che da essa consegue, quella in cui oggi purtroppo siamo chiamati a vivere.

Chi pensa dunque che lo scenario odierno sia il frutto di una serie di casualità slegate tra loro, o crede che sia soltanto il risultato delle innovazioni tecnologiche piuttosto che del decadimento generale dell’essere umano, ormai immerso esclusivamente in questioni materiali e poco incline ad andare oltre l’apparenza delle cose, commette un clamoroso errore, che rischia di compromettere alla base l’effettuazione di un’analisi esaustiva tesa a fare una sorta di radiografia di questo pianeta ormai sempre più deteriorato.

Ciò con cui oggi ci troviamo a fare i conti non è altro se non l’epilogo di un percorso iniziato nel millenovecentoquarantacinque, che aveva lo scopo di portare le diverse nazioni al collasso, politico, sociale, economico, e anche morale, favorendo cosi la formazione di un unico governo trasnsnazionale.

E’ in questi quattro ambiti poco sopra elencati che il degrado generale ha preso il sopravvento, e ci ha consegnato oggi una situazione che è diventata insostenibile, la quale purtroppo, stando cosi le cose, può solamente trovare un peggioramento.

Si è scritto di un lato morale che assume un ruolo importante nella determinazione fattuale della crisi in cui siamo, perché è proprio la mancanza di moralità, di disciplina popolare non intesa come mero ordine in stile militaresco ma come il seguire una determinata scala valoriale e non prescindere mai da essa nelle scelte che poi determinano il futuro di una comunità nazionale, che fa si che siano gli stessi cittadini, lasciati allo sbando da istituzioni che non hanno per nulla a cuore i loro interessi, a determinare la loro situazione, aderendo più o meno convintamente alla truffa democratica che si concretizza per mezzo delle elezioni politiche.

Ciò che la parte sconfitta militarmente nel secondo conflitto mondiale aveva saputo dare ai popoli posti sotto la propria influenza era appunto una preparazione totale,  che permetteva a questi ultimi di non cadere nei tranelli che oggi il sistema vigente ci pone quotidianamente davanti.

Il popolo tedesco prima di tutto, per alcuni tratti quello italiano, e poi  anche se in tono minore tutti quelli posti sotto l’influenza dell’asse, conoscevano chi era il proprio nemico, e sapevano di poter contare su un governo che era intenzionato a combatterlo fino alla fine.

Oggi la situazione è completamente rovesciata, in quanto è quello stesso nemico che, prima più implicitamente e oggi sempre più alla luce del sole, governa le nostre vite.



Quell’avversario oggi detiene nelle sue mani un potere mondiale indiscutibile, e non lascia molte alternative a sé stesso, in quanto chi gli osa porsi contro, oltre ad essere il più delle volte un’entità geograficamente ristretta, viene ostacolato, combattuto e poi depredato, e la Siria di questo ne è solo l’ultimo esempio.

Questo capovolgimento che pone ai vertici di un’immaginaria piramide governativa i peggiori nemici dei popoli non può non determinare con essa una crisi valoriale indiscutibile.

Ciò accade principalmente perché occorre che i principi fondamentali che devono far parte di una più o meno vasta organizzazione comunitaria e devono determinarne un alto grado di coesione  siano fattori che  portino all’aggregazione.

Ci riferiamo quindi alla solidarietà popolare, al rinforzare il legame del presente con il passato, che si identifica in questo caso con la storia, al rispetto delle persone anziane non solamente in quanto individui ma più spiritualmente come occupanti del medesimo spazio e animatori di quel filo conduttore che porta le generazioni a succedersi l’una all’altra mantenendo la stessa identità, ma anche al rispetto delle donne in tutti i ruoli che sono chiamate a ricoprire nel ciclo dell’esistenza, quindi dall’essere persona all’essere generatrici di altre persone, vedendole perciò idealmente come il motore della vita e la garanzia del proseguimento della stessa.

Non a caso questi erano alcuni dei valori che il Nazionalsocialismo offriva al suo popolo, a se i tedeschi sono diventati negli anni in cui quell’esperienza politica ha avuto luogo compatti fieri e orgogliosi come mai forse lo erano stati nella propria storia lo si deve all’attuazione di quelle istanze sociali e solidaristiche, che determinavano il sentirsi non più mero individuo astratto, ma parte di un sistema poggiato sulla giustizia.

Il fatto che il potere ebraico, quello della massoneria, e in generale tutto l’apparato plutocratico e reazionario occidentale si sia posto contro quella che loro consideravano giustamente dal loro punto di vista essere una grave minaccia non deve essere visto, in maniera meramente materialista, solamente determinato  da un’opposizione alla politica economica portata avanti in Germania durante quegli anni.

Si è trattato di un’avversione totale a un modello di vita che rimetteva le cose troppo al loro posto e nel caso fosse stato attuato globalmente non avrebbe consentito più il perpetrarsi delle ingiustizie che oggi siamo quotidianamente costretti a vedere.

I padroni del mondo conoscono solo le regole del profitto e dell’arricchimento personale, non importa se esso sia a scapito del prossimo o, come sovente accade, di migliaia e migliaia di persone.
Per questo motivo l’azione del mondialismo, che esso può compiere con estrema facilità in quanto controlla attraverso i suoi accaniti fautori i maggiori organi di informazione, è quella essenzialmente di togliere certezze ai popoli.

Ecco che quindi la politica liberista di precarizzazione del lavoro non solo serve per aumentare i profitti dei grandi capitalisti, ma è congeniale anche a mandare il lavoratore allo sbando, togliendogli una base solida sulla quale sviluppare un progetto di vita che gli consenta di realizzare sé stesso all’interno della comunità a cui appartiene.

Vediamo come si passi facilmente dalla crisi valoriale, e quindi morale, a quella sociale, e ciò accentua più che mai l’ipotesi che non sia opportuno parlare del degrado sociale come di tanti settori disuniti tra loro, ma sarebbe più indicato farlo partendo dalla consapevolezza che ci troviamo davanti ad un blocco unico, in cui tutti gli elementi sono collegati.

Il lavoro porta con sé una crisi sociale dilagante. Dalla mancanza di un elemento base come questo dipende ad esempio la crisi delle nascite, in quanto tale precarietà determina l’impossibilità di mettere al mondo una nuova vita e poter garantire ad essa un avvenire certo e sicuro.

La non presenza di un sostentamento economico stabile è anche la causa per la quale molte coppie devono rinunciare ad andare a vivere insieme e costituire quindi un nuovo nucleo famigliare e da tale aspetto dipendono due elementi molto negativi: il primo è  uno smarrimento di prospettiva individuale delle persone coinvolte, il secondo è un danno alla collettività in senso comunitario, in quanto  il non costituirsi in soggetto sociale indebolisce il contesto territoriale nel quale ci si muove.

Appare essere indiscutibile perciò che la crisi della società che oggi siamo chiamati ad analizzare non debba essere scomposta, altrimenti se ne perderebbe in maniera irrimediabile il senso.

Abbiamo visto come la crisi morale sviluppatasi con il disorientamento dell’uomo, ( che avviene attraverso la messa in discussione del sistema dei principi base ai quali egli dovrebbe attenersi per condurre una vita dignitosa e soddisfacente), determini anche una crisi sociale ( mancanza di lavoro e quindi impossibilità di progettare un futuro) e una meramente economica (povertà).

Proprio alla crisi economica e di conseguenza a tutti gli altri aspetti precedentemente analizzati è legata a filo doppio quella che possiamo classificare come una crisi politica che sta raggiungendo in questi anni il suo apice.

Per crisi politica noi si intende, come farebbero i feticisti della democrazia, un momento parlamentare difficile nel quale risulta complesso trovare una maggioranza politica: noi diamo al termine politica un significato totale.

Il sistema politico mondiale che oggi ci governa è il risultato delle più rosee previsioni dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale: il loro trionfo sta non solo nel poter muovere le nazioni come pedine su una scacchiera, ma nell’avere il totale appoggio dei popoli mentre questo accade.

Mentre infatti l’uomo è immerso nelle difficoltà giornaliere dovute alla situazione difficile in cui è costretto a vivere i grandi capitalisti giocano sul pianeta le partite fondamentali.

Durante le ore che passiamo ad essere sfruttati dentro un ufficio da altre parti del mondo si sganciano bombe su civili inermi, si cancellano vite, si distruggono intere nazioni.

Questo noi facciamo solo finta di non saperlo, trincerandoci dietro il fatto che i maggiori organi di informazione, collusi con il potere, non ne parlano o danno a ciò una motivazione errata del tutto confacente ai propri interessi, disinteressandoci quindi in definitiva a tutto ciò che accade lontano da noi, inconsapevoli del fatto che le conseguenze di ciò saremo proprio noi a subirle.

La pigrizia che  pervade la popolazione è un altro aspetto che ha portato a questa situazione di degrado sociale: la modernità, l’ossessiva avanzata della tecnologia, voluta e incoraggiata proprio dai governanti del mondo, ci ha tolto la voglia di indagare, di andare oltre l’apparenza, di affidarci a fonti alternative.



Oggi per leggere una notizia basta un secondo, ma l’articolo che viene messo cosi velocemente a disposizione del cittadino altro non è che il frutto di quello che il sistema vuole che si sappia, ovvero la realtà plagiata che  esso desidera inculcare nella mente delle persone.

Si fanno passare i messaggi più assurdi come assolutamente veri, quando basterebbe utilizzare la logica per accorgersi della loro falsità.

Si scambiano i buoni per i cattivi e viceversa, si dipingono come dittatori feroci coloro che tentano solo di non svendere la propria nazione ai mercanti e agli usurai mentre dall’altra parte vengono fatte lodi sperticate a fantomatiche culle di democrazia tacendo il fatto che da decenni esse costringono i popoli vicini alla fame e erigono muri dal sapore tutt’altro che libertario.

In questo desolante contesto la cosa  più utile da fare è cercare di portare il maggior  numero di persone possibile a ragionare lucidamente su chi davvero determina la loro condizione sociale, ovvero la dittatura bancaria, il potere ebraico e le organizzazioni massoniche, vale a dire il triangolo mondialista per eccellenza.


Daniele Proietti