venerdì 21 luglio 2023

25 luglio 1943. L’inizio del tramonto della nazione

 

25 luglio 1943. L’inizio del tramonto della nazione

di: Valentino Quintana

Sono passati 80 anni da quando l’Italia fu gettata nel baratro. Perché, se l’otto settembre segna la data nefasta dell’ignominioso armistizio, del tradimento dell’alleato, dello sfacelo delle forze armate, della disgregazione totale dello Stato, il 25 luglio rappresenta l’inizio di quel che avvenne 45 giorni dopo.
Quest’infausta data non fu altro che una gravissima crisi in cui egoismi, sordi rancori, obliqui interessi personali e materiali tentarono, sacrificando ignobilmente la Patria, di prevalere sugli interessi vitali della Nazione e sui diritti fondamentali del popolo italiano.
Al centro della congiura, ci fu la corona. Come Vittorio Emanuele stesso aveva dichiarato ad un giornale americano, egli voleva “farla finita col Fascismo”.
E’ molto probabile che pensasse di salvare il regno, vista la difficoltà con cui abdicò molto tempo dopo, consigliato dallo stesso Benedetto Croce e da tutti i rappresentati del governo Bonomi.
Tuttavia, gli stessi nemici lo avevano categoricamente ammonito che le sorti della monarchia fossero inscindibilmente connesse con quelle del Fascismo.
In un volume di circa 800 pagine, minuziosamente informato su La Chiesa e lo Stato nell’Italia fascista, un ben noto Professore dell’Università di Dublino dell’epoca, D.A. Binchy, aveva affermato l’anno precedente: “Aderendo alla politica dell’Asse e alla guerra a fianco della Germania, Casa Savoia ha dimostrato la sua convinzione di dover seguire la sorte del Regime fascista. il re e suo figlio non possono sperare di sopravvivere sia pure di cinque minuti, a Mussolini”.
Ma poco prima del 25 luglio gli anglo – americani avevano insinuato nell’animo di tanti italiani, facilmente disposti a dimenticare la secolare perfidia britannica, che l’Inghilterra, l’America e la Russia non stessero facendo la guerra all’Italia, ma al Fascismo, e le più rosee speranze potevano essere concepite, le più serene prospettive potevano aprirsi per il popolo italiano.
Così, una catena di inganni e di tradimenti si creò, tra i nemici, la monarchia, lo stato maggiore, un gruppo di gerarchi fascisti, alcuni ceti plutocratici. Ed essa portò al 25 luglio e da lì all’otto settembre.
Tutti furono atrocemente ingannati dal nemico, tutti si ingannarono e si tradirono a vicenda, ciascun gruppo sperando di salvare se stesso, incurante del destino degli altri, e tutti insieme assolutamente sordi ad ogni richiamo della Patria.
Come ha ricordato poche settimane fa, in uno speciale sul Corriere della Sera circa il 25 luglio Paolo Mieli, portando tre testimonianze di protagonisti del 25 luglio, poi sopravvissuti, ognuno di loro aveva sentito il bisogno di tornare a Roma per partecipare a quella riunione, quasi sentisse una voce misteriosa che li comandasse. Salvo poi purtroppo trattarsi di un suicidio inconsapevole dell’intera nazione.
Si vide così un re, che dal Fascismo aveva avuto tre corone, il titolo di imperatore e di re d’Albania, e che solo per virtù di quella forza politica aveva potuto mantenere saldo – e accrescere in prestigio e splendore – il torno già pericolosamente vacillante dopo la guerra vinta a beneficio altrui, rinnegare d’un tratto vent’anni di solidarietà, di legami intimi, di gratitudine ripetutamente e apertamente manifestata al Regime Fascista, gettando alle ortiche Mussolini come un’insopportabile zavorra.
Si vide così un soldato, che durante il ventennio era stato dal Fascismo nominato ambasciatore, governatore, capo di stato maggiore generale, Maresciallo d’Italia, marchese del Sabotino, duca di Addis Abeba, assumere il potere con lo scopo di distruggere immediatamente il Fascismo, consegnare Mussolini al nemico, tradire l’alleato con il quale aveva fatto combattere le forze armate italiane.
E – cosa incredibile per un militare – precipitarsi a chiedere non l’onore di risollevare con le armi, combattendo fino all’ultimo le sorti della Patria in guerra, ma l’onore della resa a discrezione, la capitolazione senza condizioni, cioè l’atto che per chiunque sarebbe stato un castigo indicibile, e che per un soldato, coi titoli nobiliari vantanti, sarebbe stato più grave della morte.
Si videro così uomini che dal Fascismo erano stati portati ai più alti onori e alle massime responsabilità, che tutto ripetevano da Mussolini, senza il quale sarebbero stati oscuri numeri nella massa, tradire il loro Capo, abiurare al loro giuramento, mancare ai loro doveri verso la Patria, verso il popolo, verso sé medesimi e farsi strumento della trista congiura, fornire al re il pretesto “costituzionale” di “farla finita col Fascismo”.
Si videro capitalisti, che dal Regime avevano avuto la pace sociale e la tranquillità dei loro averi, clero, che solo da Mussolini aveva visto finalmente riconciliati, Stato Maggiore che dal Fascismo era stato ricreato dopo il misconoscimento del dopoguerra, far parte della congiura e aprire al nemico le porte d’Italia, perché, come la documentazione contenuta nella Storia di un anno dimostra inoppugnabilmente come si sia voluto il nemico in casa, ci si sia lasciati invadere in Sicilia dalle truppe angloamericane per abbattere il Fascismo.
Tanto è accaduto il 25 luglio di 80 anni fa.
Il popolo italiano può comprendere ancora oggi i risultati di quella tragica data, che non fu solamente un tradimento nei confronti di Mussolini e al Fascismo, ma come i terribili eventi hanno poi dimostrato, fu un qualcosa di perpetuo ai danni del popolo, che ha visto le sue terre e le sue case devastate dagli orrori delle guerra fratricida, le sue conquiste, le sue speranze, il suo avvenire distrutti, il suo onore calpestato, la sua unità nazionale, in un secolo di Risorgimento raggiunta, spezzata, tutto il suo territorio occupato dal nemico a sud, dall’alleato a nord, la sicurezza della sua esistenza che riposava sullo Stato e sulle Forze armate, finita, il caos, l’odio, la miseria, l’abisso prendere il posto di quell’Italia il cui volto materiale e morale era stato trasformato nei venti anni dal Regime e che veniva ammirata dal mondo intero.
I responsabili del 25 luglio, coscienti o meno, compirono un crimine di lesa Patria che non ha eguali nella nostra storia, salvo la riunione del Panfilo Britannia.
Essi consegnarono l’Italia, mani e piedi legati, al nemico, il quale aveva voluto la testa del Fascismo, per ottenere quella dell’Italia.
Il nemico sapeva infatti, più e meglio di noi, che il Fascismo rappresentava la forza più temibile della Patria, e solo abbattendolo si poteva avere ragione dell’Italia. Ciò è stato evidenziato anche nel libro «Husky», di Casarrubea & Mario J. Cereghino, appena dato alle stampe con documenti segreti.
Ed è giusto ricordare anche quanto scriveva il Corriere della Sera il 4 agosto 1943, durante l’amministrazione badogliana, subito deluso dalla terribile piega che gli avvenimenti stavano prendendo, dopo l’incosciente euforia dei primi momenti: «i nemici andavano ripetendo che essi facevano la guerra al Fascismo e non all’Italia. Il Fascismo è caduto – che cosa hanno allora offerto all’Italia? Nulla, fuorché una vaga promessa di generosità, logoro “guanto di velluto” sopra il pugno di ferro della “resa incondizionata” non del Governo e dell’Esercito soltanto, ma dell’Italia. L’Italia ai piedi del vincitore, disfatta e anelante nell’attesa di una sentenza di cui non le è concesso misurare il peso e limitare l’estensione. I nemici vogliono l’Italia. L’Italia non più fascista, l’Italia arresa a discrezione, disonorata dalla fuga verso le ginocchia del nemico trionfante e di questo disonore compensata, non già con quel sollievo fisico che si concede sprezzantemente ai più deboli, ma con un atroce ricrudimento di tutte le sue sofferenze. Il nemico ci vuol consegnare fiaccati e avviliti alla storia perché i nostri figli e quelli che verranno da loro abbiano a vergognarsi di noi e aggravare la nostra memoria del male commesso con una resa incondizionata».
Questo, che gli stessi avversari del Fascismo così lucidamente prevedevano doveva accadere per opera del re e di Badoglio un mese dopo. Le clausole dell’armistizio che il Governo di Bonomi rivelava al popolo italiano, potava all’ignominioso otto settembre.
Furono gli stessi antifascisti, i “più bei nomi” del fuoriuscitismo italiano in America, alcuni dei quali già muniti di cittadinanza americana, che comunicarono quali fossero gli scopi e quali fossero stati i risultati dell’armistizio “elargito” dagli angloamericani al nostro Paese.
Basti leggere la rivista dell’epoca Life, per leggere le firme dei vari Toscanini, Salvemini, Borgese, e capire già in quel momento quanto fossero eloquenti quelle parole: «Da qualche tempo è attesa una dichiarazione nella quale la Gran Bretagna smentisca ufficialmente le voci che l’Ammiragliato britannico, sotto il pretesto del separatismo regnante in Sicilia, spinge l’Inghilterra ad assumersi il controllo della Sicilia. La Sicilia è più italiana di quanto la Scozia e il Galles non siano inglesi. Inoltre si richiede una dichiarazione, nella quale si dica che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non intendono separare territori e città dall’Italia, come sarebbe il caso di Trieste».
Peccato che il diktat del 10 febbraio del 1947 separerà definitivamente l’Istria, parte della Dalmazia, Fiume e il Carnaro all’Italia.
Quanto alle terre dell’ex Impero Italiano in Africa, il documento del Life dichiarava che l’Italia vi avrebbe rinunziato a patto che anche gli altri Stati coloniali avessero fatto altrettanto nei riguardi dei propri possedimenti, da porsi tutti sotto il controllo di una consociazione internazionale.
E il manifesto, concludeva: «Al popolo italiano non è stato dato nulla e non è stato promesso nulla, eccetto il sarcasmo unito alla schiavitù. In fondo l’Italia è la vittima che deve pagare ogni cosa. All’Italia è stato imposto un armistizio così vergognoso che le parti contraenti hanno accettato di tenerlo nascosto al pubblico. Le ceneri della vergogna sono state sparse sui resti di una Nazione. Per lungo tempo noi sperammo che la morte del Fascismo significasse la vita dell’Italia. Ora l’Italia sta morendo».
Il fatto che l’antifascismo lo abbia riconosciuto, è pur sempre cosa positiva.
Tuttavia, l’essere gli esecutori materiali della scomparsa dell’Italia e del suo Stato, nonché del suo ruolo del mondo è una macchia incancellabile nei secoli, per la quale ogni perdono è impossibile. E che cosa avrebbero poi guadagnato, gli esecutori di questo 25 luglio? Il re perse la corona, e al luogotenente del figlio non rimasero che le briciole di pochi giorni.
I traditori del Gran Consiglio scapparono, furono condannati in contumacia e altri furono processati a Verona.
Lo Stato Maggiore finì con lo sfacelo conseguente alle nefande condizioni armistiziali.
Plutocrazia, clero e altri si profilarono dietro la figura di Bonomi. Nonché l’agente di Stalin, Togliatti, il quale giunse in Italia sapendo perfettamente ciò che voleva, essendo uno dei pochi ad avere ai suoi ordini un partito organizzato ed armato.
Il popolo, tuttavia, comprese subito dopo le finte manifestazioni di giubilo dopo il 25 luglio, quali fossero stati gli amarissimi frutti del colpo di Stato.
Unico peccato, che non lo comprendano oggi, 80 anni dopo, vista la situazione, tragica altrettanto.

giovedì 29 giugno 2023

Immigrazione di massa come “arma letale” del mondialismo

 

Immigrazione di massa come “arma letale” del mondialismo

Di fronte agli avvenimenti che incalzano ed a quanto accade sulle coste italiane (sbarchi in massa, naufragi, celebrazioni di rito) non bisogna lasciarsi fuorviare dalla massiccia propaganda strumentale dei media e di coloro che prendono a pretesto ogni tragico avvenimento per imporre lo schema “buonista” dell’accoglienza a tutti i costi.


Occorre abituarsi a considerare le questioni per come sono nella loro essenza e non per come vogliono farcele apparire: l’immigrazione di massa non è un fenomeno spontaneo ma piuttosto un fenomeno provocato e come tale costituisce una delle armi più formidabili di cui dispongono i “mondialisti” (coloro che operano per l’affermazione di un nuovo ordine mondiale) per imporre l’annientamento delle identità delle Nazioni.

Codesta costituisce una delle branchie di quel mostro che si chiama grande finanza sovranazionale e che dispone di questo e di altri strumenti possenti per imporre un processo di trasformazione delle Nazioni destinato a realizzare in prospettiva il “nuovo ordine mondiale” (NWO), supremo obiettivo agognato dalle “elites” finanziarie mondiali.

Si prefigura ormai quale sarà lo battaglia decisiva delle Nazioni europee per la loro sopravvivenza in questo secolo: difendere e preservare la propria identità nazionale, culturale ed etnica o lasciarsi sommergere nel cosmopolitismo e lasciar imporre lo schema della società multiculturale, globalizzata ed uniformata al mercato unico, con i suoi effetti sicuri di decadenza economica, culturale e di perdita di sovranità ed autonomia nazionale a favore di istituzioni dominate dalla finaza, obiettivo questo conclamato delle forze mondialiste e delle centrali finanziarie sovranazionali.

L’immigrazione di massa viene ormai considerata un “fatto ineluttabile”, un fenomeno che non si può fermare, come se le cause vere di questa non siano da ricercare proprio nella destabilizzazione di interi paesi dell’Africa e del Medio Oriente voluta ed attuata dalle centrali di potere che fanno capo agli USA ed alla Francia, ad Israele ed alla Gran Bretagna, le grandi potenze che hanno inaugurato la corsa ad impadronirsi delle risorse dell’Africa in antagonismo con la Cina , nuova potenza emergente sul piano mondiale.

L’ostacolo più forte a questo fenomeno non sta soltanto nelle norme e nelle procedure che possono attuare i governi per fronteggiare questa calamità, varie soluzioni sono state adottate da paesi come la Spagna, la Francia, la Grecia, paesi nei quali (a differenza dell’Italia), si sono adottate contromisure rigide vista la crescita del fenomeno. L’Italia, vista la sua compagine politica di fiduciari delle centrali finanziarie, di mondialisti e di massoni collocati all’interno del governo e delle istituzioni, non poteva che “sbragare” per prima e cedere all’assalto verso il nostro paese, togliendo ogni argine (vedi legge Bossi Fini e reato di clandestinità) come presto avverrà.

Il vero ostacolo all’assimilazione ed alla perdita dell’identità nazionale si trova nelle forme di resistenza culturale che possono opporre i popoli contro la globalizzazione e l’immissione massiccia di comunità estranee alla propria cultura e tradizioni e non disponibili ad essere integrate. Questa resistenza si esprime in primo luogo con una valorizzazione delle risorse locali del territorio, risorse non solo in senso economico ma anche nella tradizione e nei costumi delle popolazioni che possono così fronteggiare l’imposizione di modelli consumistici estranei ed avulsi dal contesto storico e culturale. Notevoli le resistenze autonomiste in questo senso di regioni come la Catalogna ed i paesi Baschi in Spagna, la Baviera in Germania, la Bretagna in Francia, l’Ungheria che si oppone strenuamente all’assimilazione ed alle normative europee.

Certamente la presenza consolidata di milioni di extracomunitari nei paesi europei ha già segnato un punto di non ritorno per alcune regioni europee in termini di degrado sociale, presenza di comunità aggressive come quelle islamiche che reclamano l’affermazione dei propri riti e costumi in contrapposizione a quelli esistenti (religione, separazione maschi e femmine, costruzione moschee, abolizione simboli cristiani, ecc..). Per quanto la propaganda mondialista si sforzi di far apparire integrate queste etnie nel contesto sociale, la realtà si incarica di smentire drasticamente queste affermazioni ed è accaduto in Francia con le rivolte nelle “Banlieue” di Parigi, in Svezia con una rivolta analoga pochi mesi addietro, in Gran Bretagna con gli attentati a Londra, in Olanda con gli omicidi a base religiosa, avviene qualche cosa di simile anche in Italia con le rivolte di Rosarno in Calabria o i numerosi casi di stupri e nell’insorgenza della criminalità predatrice, da strada, a Milano, a Roma ed altrove.

Tanto che gli stessi esponenti politici in alcuni paesi si sono dovuti fare carico di affermazioni quali “fallimento dell’integrazione” e riconoscimento dell’emergenza sociale essendo queste sotto gli occhi di tutti.

In alcune nazioni europee è ormai un fatto l’avvento della società multiculturale ed una realtà la perdita della compattezza etnica e della nazione dovuta (come nel caso della Gran Bretagna) all’afflusso di moltitudini provenienti dalle ex colonie, in una situazione dove il governo si destreggia con interventi di basso profilo evitando di intaccare il precario equilibrio esistente dove ad esempio intere zone di Londra sono divenute “off limits” per gli inglesi bianchi ed autoctoni.

Diverso il caso dei paesi mediterranei come Spagna, Italia e Grecia dove il fenomeno è in atto con una voluta crescita del flusso migratorio in contrasto con la profonda crisi economica di questi paesi, anche questa prodotta dalle stesse centrali finanziarie che premono per l’omologazione ed il superamento dei confini nazionali.

La Storia però ci dimostra che il tentativo di stabilizzare queste situazioni neutralizzando le rivalità etniche e religiose, si dimostra quasi sempre un palliativo di breve o media durata che lascia covare le tensioni sotto la cenere salvo poi esplodere in tutta la loro virulenza con scontri etnici e sociali quando salta “il tappo” che li aveva soltanto differiti nel tempo.

Esemplare in questo è stato il conflitto nei Balcani con gli scontri tra le comunità albanese Kossovara di religione mussulmana e quella serba di religione cristiano ortodossa. Un conflitto che in un primo tempo è stato anche esacerbato e provocato da quelle centrali di potere che avevano interesse a provocare una destabilizzazione dello stato Iugoslavo con satellizzazione di alcuni microstati originati da quel conflitto (Slovenia e Croazia).

Bisogna considerare che ci sono paesi dove è più forte il senso della comunità nazionale come in Francia o in Germania e la consapevolezza dell’interesse nazionale come preminente che costituisce un antidoto naturale alla disgregazione, a differenza dell’Italia dove vige una forte opera di autolesionismo nazionale dovuta alla presenza di forti componenti massoniche e dei gruppi ex comunisti e cattolici che inseguono l’utopia della “fratellanza universale” perfettamente compatibile con l’obiettivo massonico del “nuovo ordine mondiale”.

A queste consorterie laiche o religiose, cultrici ante litteram dell’omologazione mondiali sta, a questi personaggi “ politicamente corretti” che hanno in passato criticato ogni forma di autoritarismo, non sembra vero poter aspirare un nuovo ordine universalistico, anche se questo viene esercitato da una forma monopolistica di potere autodefinitosi “democratico”.

Queste organizzazioni, che sono state avversarie storiche di ogni forma di nazionalismo o di idea nazionale, sono favorevoli all’idea utopistica dell’avvento di una società planetaria con l’abolizione di ogni frontiera, annullamento delle differenze fra i popoli, tutti unificati nell’ideologia del “pensiero unico” e nell’adorazione di un unico Dio ( possibilmente quello di Israele). Sfugge a questi “sprovveduti” il rovescio della medaglia che consiste nell’asservimento dell’umanità, attraverso la globalizzazione, ad una de localizzata distribuzione della produzione e del commercio ad un unico centro di potere costituito dalla grande finanza sovranazionale (secondo il progetto mondialista).

Per quanto riguarda l’Italia sono gli intellettuali impegnati, gli esponenti del clero e delle associazioni cattoliche, oltre ai politici del “politicamente corretto”, gli emissari della Comunità Europea e delle organizzazioni internazionali, quelli che più si sono fatti sostenitori di questa crociata dell’accoglienza e dell’integrazione, senza contare la classe degli insegnanti nelle scuole, dei docenti nelle Università, delle tante fondazioni di carattere pseudo culturale esistenti. Saranno questi i soggetti che sperano di ottenere vantaggi e consenso dall’allargamento della base sociale della popolazione in chiave muti etnica. Si pensi a quante associazioni ONLUS operano nella cooperazione ed a quante di queste traggono profitto dall’incremento di presenza di extra comuni tatari in Italia, per non parlare della possibile attribuzione del diritto di voto agli stranieri con conseguente possibilità per i partiti di sfruttarne il proprio tornaconto elettorale.

Il paradosso sarà a nostro avviso nel fatto che da alcune di queste comunità ci sarà un rifiuto all’integrazione e forti resistenze poiché si tratta di comunità chiuse nelle loro tradizioni, culture e religioni, come avviene per le comunità islamiche o per quella cinese, che non accetteranno il mito dell’integrazione ma, che in alcuni casi, tenderanno a sopraffare le comunità italiane locali quando avranno raggiunto la supremazia di numero, nel giro di non molti anni visto il tasso di natalità doppio o triplo rispetto a quello italico.

Questo darà luogo, come facilmente prevedibile, a scontri e conflitti sociali di grande portata con possibilità di disgregazione del tessuto sociale. Vigilerà però la nuova polizia europea la Eurogendor, pronta a reprimere i facinorosi e coloro che non vorranno adattarsi,.

Si potrebbe fermare questa “ineluttabile” invasione se almeno una parte dell’opinione pubblica prendesse coscienza del problema ed acquistasse fiducia nel futuro, questo dovrebbe accompagnarsi ad un rinnovo delle famiglie tradizionali correggendo i tassi di crescita demografica eccessivamente bassi nel “bel paese”.

La fiducia e la volontà di procreare e mettere su famiglia dovrebbe essere quella delle nuove leve, dei giovani tra i 20 ed i 35 anni, quella che invece rappresenta oggi la “generazione perduta” in buona parte senza prospettive per mancanza di lavoro, di mezzi di sostentamento propri, di opportunità di autoaffermazione individuale ed economica.

Guarda caso in questo momento ci si trova nel mezzo di una crisi economica epocale che è stata provocata esattamente dalle stesse centrali finanziarie che oggi spingono per la realizzazione della società multietnica e multiculturale che provveda a smantellare ogni vecchia forma di welfare e di diritti, dove la parola d’ordine è quella della “competitività, produttività e globalizzazione”.

Una società ed un sistema che impongono come un totem, attraverso il ricatto del debito (creato dalle stesse entità finanziarie) quello della stabilità finanziaria e della omogeneità con i paesi a basso costo del lavoro, obiettivo reso più facile dalla presenza di masse di provenienza africana abituati a lavorare con forti ritmi per bassi salari.

Anche questa si badi bene non è una semplice coincidenza ma piuttosto una “convergenza di interessi”. Ecco quindi spiegato in un ragionamento logico e consequenziali quali siano le aspettative delle “elite dominanti”:1) una società globalizzata e multi etnica grazie all’immigrazione di massa, alla caduta delle sovranità nazionali; 2) un mercato unico omologato che approfitta della presenza di grandi masse di salariati con basso livello di pretese; 3) un numero di consumatori adeguato a permettere alle multinazionali di stabilirsi sul territorio; 4) una azione costante (fra tasse e balzelli vari) per mettere fuori mercato la piccola e media industria manifatturiera e le vecchie reti commerciali dei “negozi” all’italiana (sostituiti con i grandi ipermercati) .

Tutto questo permetterà alle grandi centrali sovranazionali di avere il controllo totale e di macinare enormi profitti che saranno a vantaggio della “elite” dominante.

Sarà questo un sogno per taluni (pochi) ed un “incubo” per molti.

di Luciano Lago

martedì 6 giugno 2023

Preghiera: Signore facci liberi (1944

 



di Teresio Olivelli

 Signore che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te, fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.

Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi, alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.

Noi ti preghiamo, Signore.

Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell'ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell'indulgenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell'amarezza.

Quanto più s'addensa e incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti.

Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare.

Se cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.

Tu che dicesti "Io sono la resurrezione e la vita" rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e severa.

Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.

Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.

Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi "ribelli per amore".

giovedì 20 aprile 2023

COSA FU LA "RESISTENZA"

 

COSA FU LA "RESISTENZA"

 

Ogni Anno, al 25 Aprile, siamo costretti ad assistere alle celebrazioni della resistenza che viene dipinta come il “moto popolare per combattere la dittatura del Fascismo”.

Presidenti della repubblica, capi di governo, politici di ogni colore, istituzioni, giornali e televisioni sono tutti li a versare fiumi di miele e di retorica e ad esaltare gli obiettivi di una guerra civile che ha portato sangue e lutti in tutta l’Italia.

Nessuno che parli degli eccidi, dei massacri, degli stupri e delle eliminazioni politiche che si sono verificati nei mesi successivi e se non ci fossero stati alcuni scrittori coraggiosi che li hanno documentati e denunciati, senza per altro potere essere confutati, questi orrori sarebbero restati nel silenzio di un oblio complice e bugiardo ..!

Ma, a parte le mostruosità il cui esempio sintomatico dell’atmosfera di quei giorni  è lo scempio di piazzale Loreto che ci condanna per sempre al ludibrio ed alla vergogna internazionali, proviamo ad analizzare quanto siano accettabili le tesi ufficiali secondo cui la resistenza fu lotta di popolo avente lo scopo di ridare la libertà dalla dittatura fascista agli italiani.

Lotta di popolo:

Come è certificato dalle fonti ufficiali, la componente NON comunista nella resistenza fu molto piccola, subordinata e condizionata ( ricordiamo qui gli assassinii di partigiani non comunisti da parte dei comunisti come quelli di Malga Porzius ed altri tanto che Moranino, poi Onorevole, fu costretto alla fuga nei Paesi dell’est per sfuggire al carcere ) ma al contrario la componente comunista nella popolazione era minima e gli stessi risultati elettorali del primo dopo guerra danno alla componente comunista risultati minoritari.

Per tanto se nella resistenza i comunisti erano maggioranza assoluta ma nelle elezioni il comunismo realizzò risultati minimali ciò significa che la lotta antifascista NON fu sostenuta dalla maggioranza degli italiani, ma solamente da una piccola minoranza.

Ecco così sfatato il mito della “Lotta del popolo” !!!

Obiettivo di ridare la libertà agli Italiani:

Il fatto che la parte assolutamente preponderante dei partigiani fosse di estrazione comunista e di quel partito comunista retto da Palmiro Togliatti, membro del Comintern sovietico ( Stalin in persona gli offrì nel 1947 la carica di segretario del Cominform ) dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che lo scopo dei partigiani comunisti, che ripetiamo erano in assoluto quelli che comandavano nella resistenza, non era quello di ridare la libertà agli italiani, ma bensì quello di sostituire alla dittatura Fascista quella ben più dura e totale del comunismo di Stalin !!

Fu solamente per il “tradimento” dello stesso Stalin che nel Febbraio 1945 a Yalta si accordò con Roosvelt e Churcill lasciando, in cambio dei paesi dell’Est, il controllo dell’Italia agli Alleati che il disegno della resistenza italiana NON andò a buon fine ..!!

Palmiro Togliatti, da buon maggiordomo di Stalin dovette accettare “ob torto collo” quelle condizioni e dovette affrettarsi a promulgare una amnistia per cancellare i reati commessi dai partigiani nel corso della guerra civile e subito dopo la sua fine.

Come si vede, di due delle tesi che ogni 25 Aprile ci vengono sbandierate dalle istituzioni ufficiali della repubblica, nessuna è accettabile e veritiera.

La storia, quando si tacerà lo starnazzare della politica e delle istituzioni che sul mito della resistenza vivono a sbafo da sempre, farà chiarezza e la verità verrà finalmente a galla.

Noi la conosciamo da sempre e non siamo colpevoli se tanti italiani si bevono le menzogne che vengono vendute preconfezionate nel supermercato della politica ..!

Alessandro Mezzano

 


giovedì 30 marzo 2023

Citazioni di Benito Mussolini

 

Citazioni di Benito Mussolini

Il Programma del Fascismo 
Il Fascismo è un movimento di realtà, di verità, di vita che aderisce alla vita. E’ pragmatista. Non ha apriorismi. Né finalità remote. Non promette i soliti paradisi dell’ideale. Lascia queste ciarlatanate alle tribù della tessera. Non presume di vivere sempre e molto. Vivrà sino a quando non avrà compiuto l’opera che si è prefissa. Raggiunta la soluzione nel nostro senso dei fondamentali problemi che oggi travagliano la nazione italiana, il Fascismo non si ostinerà a vincere, come un’anacronistica superfetazione di professionisti di una data politica, ma saprà brillantemente morire senza smorfie solenni.
[Il fascismo (Il Popolo d’Italia – 3 luglio 1919)]
Il Fascismo è anti-accademico. Non è politicante. Non ha statuti, né regolamenti. Ha adottato una tessera per la necessità del riconoscimento personale, ma potendo ne avrebbe volentieri fatto a meno. Non è un vivaio per le ambizioni elettorali. Non ammette e non tollera i lunghi discorsi. Va al concreto delle questioni.
[Ibidem]
E’ un po’ difficile definire i fascisti. Essi non sono repubblicani, socialisti, democratici, conservatori, nazionalisti. Essi rappresentano una sintesi di tutte le negazioni e di tutte le affermazioni. Nei fasci si danno convegno spontaneamente tutti coloro che soffrono il disagio delle vecchie categorie, delle vecchie mentalità. Il fascismo mentre rinnega tutti i partiti, li completa. Nel fascismo che non ha statuti, che non ha programmi trascendenti, c’è quel di più di libertà e di autonomia che manca nelle organizzazioni rigidamente inquadrate e tesserate.
[La prima adunata fascista (Il Popolo d’Italia – 6 ottobre 1919)]
Il fascismo è una mentalità speciale di inquietudini, di insofferenze, di audacie, di misoneismi, anche avventurosi, che guarda poco al passato e si serve del presente come di una pedana di slancio verso l’avvenire. I melanconici, i maniaci, i bigotti di tutte le chiese, i mistici arrabbiati degli ideali, i politicanti astuti, gli apostoli che fanno i dispensieri della felicità umana, tutti costoro non possono comprendere quel rifugio di tutti gli eretici, quella chiesa di tutte le eresie che è il fascismo. E’ naturale, quindi, che al fascismo convergano i giovani che non hanno ancora un’esperienza politica e i vecchi che ne hanno troppa e sentono il bisogno di rituffarsi in un’atmosfera di freschezza e di disinteresse.
[Verso l’azione (Il Popolo d’Italia -13 ottobre 1919)]

Si nasce fascisti, ma è assai difficile diventarlo.
[Dal discorso all’assemblea del Fascio milanese di combattimento (Milano, sede dell’Alleanza industriale e commerciale in Piazza San Sepolcro: 5 febbraio 1920)]

Tutte le altre associazioni, tutti gli altri partiti, ragionano in base a dei dogmi, in base a dei preconcetti assoluti, a degli ideali infallibili, ragionano sotto la specie della eternità per partito preso. Noi, essendo un antipartito, non abbiamo – si passi il pasticcio – partito preso.

Per essere fascisti occorre essere completamente spregiudicati; occorre sapersi muovere, elasticamente, nella realtà adattandosi alla realtà e adattando la realtà ai nostri sforzi; occorre sentirsi nel sangue l’aristocrazia delle minoranze, che non cercano popolarità, leggera prima, pesantissima poi; che vanno controcorrente; che non hanno paura dei nomi e dispregiano i luoghi comuni.
[In tema di politica estera (Il Popolo d’Italia – 3 luglio 1920)]

Il fascismo ha soltanto una storia; non ha ancora una dottrina, ma l’avrà, quando avrà avuto il tempo di elaborare e coordinare le sue idee.
[La marcia del fascismo (Il Popolo d’Italia – 6 novembre 1920)]

Il fascismo non si abbatte, perché è nel solco della storia, perché rappresenta e difende valori morali altissimi – non interessi di borghesi – senza dei quali la società nazionale si dissolve e precipita nel caos. Il fascismo italiano è una tipica creazione del popolo italiano, il quale è stufo di metafisiche oltremontane, ora russe, ora tedesche, e vuole trovare in sé la dottrina e la praxis del suo progresso verso forme migliori di vita e di civiltà.
[Gridi di dolore! (Il Popolo d’Italia – 20 ottobre 1920)]

Io non sono, non voglio essere, non sarò mai un padre eterno; il fascismo non è, non vuole essere, non sarà mai una ridicola, grottesca e sinistra congrega come sono i vecchi partiti e i frammenti dei vecchi partiti; il fascismo è tale in quanto permette una pragmatica latitudine di atteggiamenti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente.
[Il Popolo d’Italia – 29 ottobre 1920]

Il fascismo rappresenta lo sbocciare della nuova coscienza nazionale maturata colla vittoria. Lo si può perseguitare, ma non lo si può estirpare! E’ una terribile gramigna ed ha una indegna non meno terribile: E’ pronto ad uccidere, è pronto a morire!
[Manovra vile (Il Popolo d’Italia – 19 dicembre 1920)]

Fascismo significa che a mutate condizioni di fatto, nuovi atteggiamenti si impongono: se non è più necessario il piombo e il petrolio, bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e di agire in conseguenza.
[La pace e il resto (Il Popolo d’Italia – 6 luglio 1921)]

Qui, alla Camera dei Deputati, e fuori di qui, io ho sempre accettato la responsabilità di tutte le mie azioni, di tutto quello che ho fatto e che qualce volta i miei compagni hanno fatto. Io non rinnego niente, accetto il fascismo in blocco, così come i rivoluzionari accettano la rivoluzione in blocco. E se da qualche tempo noi porgiamo il ramoscello d’olivo, non lo facciamo già perchè ci siano degli elementi di retroscena politici e parlamentari che ci spingano a questo, perchè noi siamo alieni a queste manovre e il Parlamento ci interessa mediocremente e nel Parlamento ci sentiamo discretamente a disagio, ma lo facciamo per ragioni superiori di nazione e di umanità.
[Dopo i fatti di Sarzana (Camera dei deputati: 22 luglio 1921)]

Se il fascismo è mio figlio – com’è stato fin qui universalmente riconosciuto in migliaia di manifestazioni, che devo, fino a prova contraria, ritenere sincere – io, con le verghe della mia fede, del mio coraggio, della mia passione o lo correggerò o gli renderò impossibile la vita.
[Fatto compiuto (Il Popolo d’Italia – 3 agosto 1921)]

Io comprendo, e compiango un poco, quei fascisti delle molte Peretole italiane, i quali non sanno astrarre dai loro ambienti; vi si inchiodano e non vedono altro, e non credono alla esistenza di un più vasto e complesso e formidabile mondo. Sono i riflessi del campanilismo, riflessi che sono estranei a noi, che vogliamo sprovincializzare l’Italia.

Comincia un nuovo periodo nella storia del fascismo italiano e non sarà meno aspro e difficile del precedente: è il periodo della rielaborazione spirituale e delle applicazioni pratiche. Bisogna smentire i nostri nemici, i quali ci hanno detto a sazietà “Voi sapete distruggere, ma non sapete costruire! Siete ottimi sul terreno della negazione, ma, portati sul terreno positivo, vi rivelate nella vostra impotenza”.

Il fascismo può fare a meno di me? certo, ma anch’io posso fare a meno del fascismo. C’è posto per tutti in Italia: anche per trenta fascisti, il che significa, poi, per nessun fascismo. Io parlo chiaro, come l’uomo che avendo molto dato, non chiede assolutamente nulla, salvo a ricominciare…
[La culla e il resto (Il Popolo d’Italia – 7 agosto 1921)]

Siamo in troppi nel fascismo, ormai, e quando la famiglia aumenta la secessione è quasi fatale.

Il fascismo che non è più liberazione, ma tirannia; non più salvaguardia della nazione, ma difesa di interessi privati e delle caste più opache, sorde, miserabili che esistano in Italia; il fascismo che assume questa fisionomia, sarà ancora fascismo, ma non è quello per cui negli anni tristi affrontammo in pochi le collere e il piombo delle masse, non è più il fascismo quale fu concepito da me, in uno dei momenti più oscuri della recente storia italiana.

Io non ho bisogno di ribattere l’accusa sciocca di volere essere una specie di padrone del fascismo italiano. Io sono “duce” per modo di dire. Ho lasciato correre questa parola, perché se non piaceva a me, che detesto le parole e le arie solenni, piaceva agli altri. Ma io sono un duce ligio al più scrupoloso pedantesco costituzionalismo. Non ho mai imposto nulla a chicchessia. Ho accettato di discutere con tutti, anche con coloro che trattano la politica con una faciloneria sconcertante; anche con coloro che sono infettati da tutti i morbi maligni in diffusione cronica tra i vecchi partiti.

Finirà lo spettacolo del fascista liberale, nazionalista, democratico e magari popolare: ci saranno solo dei fascisti.Questa individuazione è un segno di forza e di vita. E’ una vittoria. Una grande vittoria. Un titolo d’orgoglio. Il fascismo è destinato a rappresentare nella storia della politica italiana una sintesi tra le tesi indistruttibili dell’economia liberale e le nuove forze del mondo operaio. E’ questa sintesi che può avviare l’Italia alla sua fortuna.
[Punti fermi (Il Popolo d’Italia – 4 novembre 1921)]

Ce ne vuole di corda socialista per impiccare la ribelle genia del fascismo italiano! Ce ne vuole d’inchiostro (sia pure quello rosso-sbiadito dell’Avanti!), per annegare il fascismo italiano!
[Riprende fiato… (Il Popolo d’Italia – 17 novembre 1921)]

Prima il fascismo ha voluto affermarsi come forza e capacità di vita (vivere, sapere e potere vivere è già un programma massimo!); poi, sulle basi dei principi fondamentali che ispiravano la sua azione, il fascismo ha costruito a poco a poco l’edificio del suo programma teorico e pratico.
[Programma (Il Popolo d’Italia – 22 dicembre 1921)]

Il programma fascista non è una teoria di dogmi sui quali non è più tollerata discussione alcuna. Il nostro programma è in elaborazione e trasformazione continua; è sottoposto ad un travaglio di revisione incessante, unico mezzo per farne una cosa viva, non un rudere morto.
[Prefazione al programma (Il Popolo d’Italia – 28 dicembre 1921)]

Il fascismo fu concepito come un’aristocrazia; ma se diventa una demagogia che copia pedissequamente i sistemi del Partito socialista, i peggiori e più antinazionali e distruttivi sistemi del P.S.U, può chiedere una tessera ai preti rossi e finirla.
[Aspro richiamo (Il Popolo d’Italia – 30 dicembre 1921)]

La conclusione è che non si può debellare il fascismo né cogli agguati criminali degli uni, né coi patteggiamenti o le partecipazioni ministeriali degli altri. Nessuna forza legale è capace di espellere il fascismo dalla vita italiana. Sperare che passi, come passa un uragano, è puerile. Altrettanto fatuo è credere che sia possibile disintegrarlo dall’interno.
[Al bivio (Il Popolo d’Italia – 30 maggio 1922)]

Noi suoniamo la lira su tutte le corde: da quella della violenza a quella della religione, da quella dell’arte a quella della politica. Siamo politici e siamo guerrieri. Facciamo sindacalismo e facciamo anche delle battaglie nelle piazze e nelle strade. Questo è il fascismo così come fu concepito e come fu attuato.
[Al circolo rionale fascista Sciesa (Milano: 4 ottobre 1922)]

La funzione specificatamente storica del Gran Consiglio fascista in questo momento è nettamente delineata. Il Gran Consiglio fiancheggia e salvaguardia l’azione del Governo e compie, nel seno del Partito e nella vita della Nazione, quell’opera di orientamento politico generale che deve serviredi base consensuale all’opera del Governo stesso.
[Dichiarazioni durante la riunione del Consiglio dei Ministri (Roma: 15 gennaio 1923)]

1 – Io non cerco nessuno.
2 – Io non respingo nessuno.
3 – La mia politica, chiara e netta, Non può essere presa di fronte e meno ancora aggirata alle spalle.
[Lettera al giornalista Sandro Giuliani, redattore capo del Popolo d’Italia (Roma: 6 febbraio 1923)]

Ho orrore dei dogmi. Non potrebbe esservi un dogma nel Partito fascista. Per il bene della Patria vi sono solo necessità che possono essere assolte oggi, ma che possono essere relative domani.
[Dichiarazioni all’inviato dell’Excelsior (Roma: 22 aprile 1923)]

Il tentativo di separare Mussolini dal fascismo o il fascismo da Mussolini è il tentativo più inutile, più grottesco, più ridicolo che possa essere pensato.
Io non sono così orgoglioso da dire che colui che vi parla ed il fascismo costituiscono una sola identità, ma quattro anni di storia hanno dimostrato assai luminosamente che Mussolini ed il fascismo sono due aspetti della stessa natura, sono due corpi ed un’anima, o due anime ed un corpo solo.
[Al congresso fascista femminile delle tre Venezie (Padova: 1° giugno 1923)]

Io non posso abbandonare il fascismo perché l’ho creato, l’ho allevato, l’ho fortificato, l’ho castigato e lo tengo ancora nel mio pugno: sempre! quindi è perfettamente inutile che le vecchie civette della politica italiana mi facciano la loro corte gaglioffa. Sono troppo intelligente perché possa cadere in questo agguato di mediocri mercanti, di fiere da villaggio.

Il fascismo è un fenomeno religioso di vaste proporzioni storiche ed è il prodotto di una razza. Nulla si può contro il fascismo. Nemmeno gli stessi fascisti potrebbero nulla contro questo movimento gigantesco che si impone.
[Rispondendo a un indirizzo di omaggio del Sindaco di Cremona (18 giugno1923)]

In astratto, il fascismo è vecchio come è vecchio il senso dell’uomo per la bellezza dei grandi ideali; in concreto, esso è una cosa che si esprime nella vita della gioventù italiana, una cosa fatta di energia ed ardimento e una cosa inflessibile affidata allo spirito di sacrifizio.
[Dall’intervista concessa al redattore capo del Chicago Daily News (Roma: 24 maggio 1924)]

Il fascismo è emozione, teoria, pratica; è sentimenti, idee e azioni; è qualche cosa di sentito, qualche cosa di pensato e qualche cosa di fatto; è ispirazione spirituale, sostanza di dottrina e sistema di politica di Stato. Esso è moralmente risoluto e intellettualmente preciso. Le sue ultime sorgenti vanno ricercate nella storia e nella coscienza italiana.

Il fascismo sarà quello che sarà, ma è l’unica cosa potente, viva, degna di avvenire, che abbia la nazione italiana.
[Al Consiglio nazionale del PNF (Roma: 2 agosto 1924)]

Il fascismo non ha mai avuto tendenze, né le avrà mai. Ognuno di noi ha il suo temperamento, ognuno ha le sue suscettibilità, ognuno ha la sua individuale psicologia, ma c’è un fondo comune sul quale tutto ciò viene livellato. E siccome noi non promettiamo qualche cosa di definito per l’avvenire ma lavoriamo per il presente con tutte le nostre forze, così credo che il Partito Nazionale Fascista non sarà mai tediato, vessato e impoverito dalle interminabili discussioni tendenziali che facevano, una volta, nella piccola Italia d’ieri, il piccolo trastullo della non meno piccola borghesia italiana.
[Al consiglio nazionale del PNF (Roma: 7 agosto 1924)]

Il fascismo nel suo animo è incorruttibile e non disposto a vendere, per un piatto di lenticchie miserabili, i suoi diritti ideali; ma non intende nemmeno chiudersi in una torre d’avorio aristocratica e inaccessibile.
[Ai minatori del Monte Amiata (Badia S. Salvatore: 31 agosto 1924)]

Malgrado gli egoismi individuali, vi sono degli interessi collettivi comuni. Il fascismo insegna a subordinare gli interessi individuali e gli interessi di categoria agli interessi della nazione.

Il “modo” della polemica fascista è condizionato anche dal modo della polemica avversaria. Non si può pretendere che i fascisti non paghino di eguale moneta chi li offende e li diffama, spesso sanguinosamente e ingiustamente.
[Intervista al direttore del Giornale d’Italia (Roma: 2 settembre 1924)]

Il fascismo è un fenomeno di linee imponenti. E’ una creazione originale italiana. Non si può disperdere come il sole disperde al mattino la nebbia nei prati. E’ un fenomeno che interessa tutto il mondo. In tutto il mondo da due anni non si fa che discutere di fascismo. E’ sorta una letteratura in tutte le lingue. Individui partono dal Giappone, dalla Cina, dall’Australia per venirlo a studiare. Evidentemente là si soffre dei mali di cui noi abbiamo sofferto: la crisi dell’autorità.
[All’Associazione costituzionale (Milano: 4 ottobre 1924)]

Non crediate che il fascismo sia vicino al tramonto. Sarebbe un errore colossale. Un Partito che ha parlato così profondamente alla gioventù italiana, che raccoglie cinquanta medaglie d’oro sulle sessantadue viventi, che ha nel suo seno il sessanta per cento dei combattenti, credete che passi come la nebbia estiva alla viva luce del sole? Se lo credete, siete in errore e la storia si incaricherà di dimostrarvelo.
[Al Senato del Regno (5 dicembre 1924)]

Oggi il fascismo è un Partito, è una Milizia, è una corporazione. Non basta: deve diventare un modo di vita. Ci debbono essere gli italiani del fascismo come ci sono, a caratteri inconfondibili, gli italiani della Rinascenza e gli italiani della latinità. Solo creando un modo di vita, cioè un modo di vivere, noi potremo segnare delle pagine nella storia e non soltanto nella cronaca.
[Al quarto Congresso nazionale del PNF (Roma, “Augusteo”: 22 giugno 1925)]

La camicia nera non è la camicia di tutti i giorni e non è nemmeno una uniforme: è una tenuta di combattimento e non può essere indossata se non da coloro che nel petto alberghino un animo puro.

D’ora innanzi per avere una tessera ad honorem del PNF, bisognerà o avere scritto un poema più bello della Divina Commedia, o avere scoperto il sesto continente, oppure aver trovato il mezzo d’annullare il nostro debito cogli anglosassoni.

Il fascismo è fenomeno italiano, squisitamente italiano, intimamente connesso con la nostra storia, la nostra psicologia, le nostre tradizioni e rappresenta il culmine di una lunga e complicata evoluzione politica. Senza una profonda conoscenza di questa evoluzione, senza note in margine a questo grande libro, nessuna giusta analisi è possibile.
[Dall’intervista concessa al corrispondente romano dell’Associated Press (Roma: 3 agosto 1926)]

Quando il fascismo si è impadronito di un’anima non la lascia più.
[Al popolo di Perugia (5 ottobre 1926)]

Le qualità, anzi le virtù immutabili del “vero” fascista devono essere la franchezza, la lealtà, il disinteresse, la probità, il coraggio, la tenacia. Tutti coloro che si appalesano, per poco o per molto, infetti dal vecchio male, devono essere banditi dal nostro Esercito. Essi costituiscono le impedimenta ritardatrici della nostra marcia; sono il loglio che dev’essere sceverato dal grano; è la ganga che deve cadere, onde lasciare libera la nuova aristocrazia per i maggiori compiti del domani.
[Messaggio agli italiani per il quarto anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre 1926)]

Nel cantiere del regime fascista c’è un posto, c’è un lavoro e c’è gloria per tutti: per coloro che sono al tramonto della vita e per coloro che sono all’alba, per gli intellettuali e per i lavoratori, per i soldati e per i contadini, per tutti quelli che lavorano con disciplina, con passione, con concordia di intenti e di spiriti diretti a costruire la grande Italia.
[Agli avanguardisti del Lazio, Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo (Roma: 28 ottobre 1926)]

Il fascismo è un metodo, non un fine: una autocrazia sulla via della democrazia.
[Dall’intervista concessa all’inviato del Sunday Pictorial di Londra (Roma: 12 novembre 1926)]

E’ semplicemente assurdo lo squadrismo fatto in ritardo. I fascisti devono essere tempisti. Io non posso soffrire fisicamente coloro che sono ammalati di nostalgia, che ad ogni minuto traggono dai loro petti sospiri e respiri profondi: “come erano belli quei tempi!”. Tutto ciò è semplicemente idiota. La vita passa, e continuamente si ha di fronte la realtà vivente.
[Alla Camera dei Deputati (26 maggio 1927)]

Per essere all’altezza della propria missione, il fascista deve essere libero nel modo più assoluto da qualsiasi vincolo o rapporto di interdipendenza che potrebbe limitare la propria azione di regolatore e di controllo. Deve soprattutto essere disinteressato, per dimostrare in ogni momento che tutto ciò che riguarda la sua attività privata è completamente estraneo alla sua funzione politica.
[Direttive ai Federali del PNF (Carpena: 3 aprile 1929)]

I rapporti fra gerarchi piccoli e grandi debbono essere improntati alla più aperta e nobile schiettezza. I sotterfugi, le conventicole, le piccole congiure, la calunnia, la critica subdola, le miserie di ogni genere, ripugnano alla concezione morale del fascismo.

Il fascismo è una casa di vetro, nella quale tutti debbono e possono guardare. Guai a chi approfitta della tessera o indossa la camicia nera per concludere affari che altrimenti non gli riuscirebbe di condurre a termine.
[Ai gerarchi milanesi (Roma: 10 luglio 1929)]

Noi fascisti respingiamo qualsiasi concetto statico di felicità materiale o morale. La nostra felicità è nella lotta.
[Felicità (Il Popolo d’Italia: 12 luglio 1933)]

La rivoluzione nel nostro pensiero è una creazione che alterna la grigia fatica della costruzione quotidiana, ai momenti folgoranti del sacrificio e della gloria. Sottoposto a questo travaglio che segue la guerra, è già possibile vedere, e sempre più si vedrà, il cambiamento fisico e morale del popolo italiano. Ecco iniziata la quarta grande epoca storica del popolo italiano, quella che verrà dagli storici futuri chiamata epoca delle camicie nere.
[Alla seconda assemblea quinquennale del regime (Roma, “Teatro dell’Opera”: 18 marzo 1934)]

Noi non siamo gli imbalsamatori di un passato, siamo gli anticipatori di un avvenire.
[Al popolo di Milano (1° novembre 1936)]

Così, come il costume, la dottrina, l’atmosfera del secolo scorso fu democratico-liberale (e noi siamo così obbiettivi da non considerare tutto ciò “stupido”, come vorrebbero i nazionalisti francesi), il costume, la dottrina, l’atmosfera di questo secolo sarà fascista nel senso lato della parola. I due popoli portatori di questo nuovo tipo di civiltà non sono gli ultimi venuti nel campo del pensiero e della creazione spirituale. La stolta accusa che il fascismo sia adatto ai popoli di rango inferiore a paragone di quelli beatificati dalle attuali superstiti democrazie, cade davanti a popoli come l’italiano e il germanico, il cui contributo allo sviluppo civile del genere umano è stato ed è formidabile.
[Europa e fascismo (Il Popolo d’Italia: 6 ottobre 1937)]

domenica 12 marzo 2023

NICOLA BOMBACCI

 

NICOLA BOMBACCI

Nicola Bombacci visse da uomo politico, prestato a quella politica “per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri”, come egli stesso scrisse. Una banale e quasi infantile definizione di politica, questa, che in tempi come i nostri illumina e fa scuola. Il vivaio in cui crebbe fu quello del più intransigente socialismo; aderì alla corrente massimalista del Partito Socialista Italiano, quella che chiedeva al partito di non distogliere la propria attenzione dai suoi obiettivi massimi, anticapitalistici e rivoluzionari, e di sottoscrivere i 21 punti di Mosca per l’adesione alla Internazionale Comunista. Come avvenne a Mussolini con la fondazione dei Fasci di combattimento, l’essere più socialista degli altri socialisti portò anche Bombacci ad allontanarsi dal partito e dalla sua corrente riformista. Il XVII Congresso del Partito Socialista segnò la scissione che portò alla nascita del Partito Comunista Italiano, del quale Bombacci fu fra i fondatori. Colpevole di aver intravisto, e non per primo, un possibile gemellaggio ideale fra le due rivoluzioni, quella sovietica e quella italiana, nel 1924 fu espulso dal PCd’I, per poi essere reintegrato per intervento diretto dell’Internazionale Comunista. Nello stesso anno l’Italia di Mussolini fu il primo Paese a riconoscere formalmente l’Unione Sovietica. Anche negli anni della militanza nel PCd’I, Bombacci si mantenne sempre idealmente vicino al fascismo italiano, al punto che, nel 1927, subì una nuova e definitiva espulsione dal partito. La rottura fra Bombacci e il comunismo fu definitiva quando gli eventi accelerarono in direzione del conflitto mondiale prima e della Repubblica Sociale poi. Per Bombacci e per il Fascismo quelli furono gli anni del ritorno alle origini; disilluso nei riguardi del comunismo il primo, e rescissi tutti i legami con monarchia, industriali e borghesia il secondo, il matrimonio politico fra Bombacci e Mussolini fu totale, sancito dalla propaganda e cementato dalla “socializzazione delle imprese”, capolavoro sociale dell’ideologia sansepolcrista e punto più alto della rivoluzione finalmente compiuta. Bombacci era a proprio agio a parlare da rivoluzionario di qualcosa di realmente rivoluzionario, che avrebbe portato i lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende e alla suddivisione degli utili, restituendo al lavoro fisico e intellettuale la medesima dignità del capitale, avviando finalmente il passo verso quella terza via fra capitalismo e socialismo che avrebbe reso inutili e superati i concetti di destra e sinistra. Non fu simpatico ai socialisti, perché li aveva resi “di destra”. Non fu simpatico ai comunisti, perché li aveva resi conservatori. Non fu simpatico ai tedeschi, perché le riforme economiche, soprattutto quelle rivoluzionarie, poco si addicono a una economia di guerra. Piacque, però, immensamente a Mussolini, perché era intellettualmente onesto, perché era un appassionato difensore della più pura anima del socialismo.
Avevano iniziato la loro storia politica insieme, poi uno dei due fu abbagliato da un finto sole, l’altro se ne inventò uno tutto suo che passò alla storia. Non smisero mai di stimarsi e dimostrarono al mondo che un avversario non è necessariamente un nemico, e che si può continuare a combattere senza smettere di rispettarsi. Nicola Bombacci seguì il Duce nella cattiva sorte, quando altri fuggivano o rinnegavano, lui morì gridando “Viva l’Italia! Viva il Socialismo!”, dopo essere stato catturato nella colonna fascista diretta in Valtellina per l’ultima resistenza. Era nel suo destino anche quello di essere al fianco di Mussolini, appeso per i piedi, in Piazzale Loreto. Sotto il suo corpo gli assassini appesero un cartello con scritto “SUPERTRADITORE”. Curioso che quella parola l’abbia scritta una mano partigiana e comunista che, mentre si preparava a diventare il finto baluardo dei lavoratori, si affrettava (questo accadde il 25 aprile 1945) ad abrogare il decreto sulla socializzazione delle imprese.
“Traditore a chi?” potremmo dire noi oggi. Dall’ingresso a sinistra del Campo 10 la prima lapide è la tua, Nicola Bombacci. Un giusto tributo verso chi nacque e morì socialista con il cuore puro di un bambino.

 

martedì 21 febbraio 2023

CATTOLICESIMO ROMANO E FASCISMO

 

L’UNIONE DI CATTOLICESIMO ROMANO E FASCISMO: I DUE FUOCHI DELL’ELLISSE, FORZATAMENTE SEPARATI SOLO DA CHI HA “UNO SPIRITO DA SCHIAVI”!

Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi (Lettera di San Paolo ai Romani, cap. 8 vv 14-15)

Cattolicesimo e Fascismo, i due Fuochi dell'Ellisse - Biblioteca del Covo

Carissimi lettori, in questi tempi davvero apocalittici, nella ricorrenza del Concordato tra Stato Fascista e Chiesa Cattolica Romana stipulato l’11 febbraio 1929 (qui), vogliamo discutere di uno specifico ambito della presunta “contestazione al sistema” di potere vigente, quello relativo all’area del dissenso a fondamento religioso cattolico, dove si sono manifestati più volte riferimenti alla critica anti-liberale. Una polemica che in linea teorica, dal nostro punto di vista di fascisti, risulterebbe certamente benvenuta e che si è sviluppata maggiormente in gruppi che, per un motivo o per un altro, avevano fatto una scelta di campo “alternativa” già all’indomani della profonda crisi scaturita dalla pseudo-contestazione fittizia ed etero-diretta degli anni ’60 del secolo scorso. Ebbene, anche tale critica, nominalmente anti-liberale, ci è apparsa però da subito in più casi, relativamente ad alcune palesi contraddizioni da essa espresse, quale fenomeno artificioso ed insincero, a sua volta pilotato dall’esterno per concretizzare l’ennesima opposizione fittizia al Sistema demo-pluto-massonico dominante. Difatti, sebbene tali motivazioni siano state da noi già espresse più volte in merito al tipo di contestazione fondata specificamente su ragioni di ordine politico, ossia, in relazione al cosiddetto “sovranismo” (es: qui), tuttavia, nell’area Cattolica non dichiaratamente liberale, attacchi di simile tenore si rinvengono ugualmente in più ambiti: da quello contiguo al moderatismo – pertanto minato nella propria efficacia già alle fondamenta – a quello formalmente anti-modernista, di cui abbiamo avuto modo di descriverne recentemente (qui) tanto le effettive contraddizioni quanto i gravissimi risvolti politici. Sostanzialmente, tali gruppi, anche se a volte tra loro molto diversi nei presupposti filosofici, in tutti i casi non osano mai contestare e denunciare il sistema politico vigente “in quanto tale”. Pur non lesinando generiche critiche parziali, non si rinviene mai nei loro ragionamenti una seria ed articolata contestazione integrale, ossia, morale e politica nella sua totalità e nei suoi fondamenti, che denunci e soprattutto rinunci alla filosofia ed alla prassi espressa dalla demo-plutocrazia massonica di matrice illuministica inerente il Sistema dominante. Questo in concreto rappresenta il problema più grave ed il vero vulnus dei “contestatori cattolici”, che indiscutibilmente mette così al “riparo” da una seria delegittimazione ogni struttura dell’attuale potere oligarchico globale. Ecco perché, in base a tali osservazioni, ci pare logico, coerente e realistico che tali “ambiti” si debbano definire come “quinte colonne” del sistema di potere. Tali problematiche, alla luce degli esiti concreti prodotti nel corso dei decenni dai soggetti in questione negli ambiti in cui essi operano, ormai ci appaiono come un dato di fatto oggettivo ed ineludibile. Che lo si voglia onestamente ammettere o meno, una simile constatazione non può non risaltare chiaramente agli occhi di chi vuol vedere. Soprattutto di coloro che, invece, questo sistema satanico rigettano sinceramente in modo completo e radicale!

Dunque, ogni ragionamento di costoro, per quanto critico e ben espresso, viene vanificato totalmente dalla “impossibilità” congenita di considerare concretamente le vere alternative politiche al demo-liberalismo. In buona sostanza, anche chi dice di disprezzare solennemente filosofia e prassi della liberal-democrazia, non riesce proprio a fare a meno di “sopportarla” e di supportarla (sic!), perché teoricamente, sempre secondo loro, non sarebbe possibile “vivere” all’insegna di altro ideale politico. Almeno nel breve periodo! Così, discettando di “destre necessarie”, di “sovranità popolare” liberale “accettabile”, di necessità del voto con conseguente consenso al “parlamentarismo” di marca anglo-americana, ecc. ecc. anche grazie a tali personaggi, di fatto si “rimane al palo della Storia”, accettando ufficiosamente la “fine politica” del percorso storico dell’Umanità, ormai condannata a restare incatenata all’altare della democrazia-liberale in atteggiamento adorante verso i feticci dell’illuminismo materialista ed individualista, ma con l’assurda volontà di negare da parte di codesti “prodi contestatori”, che essi abbiano al riguardo una qualunque responsabilità diretta nella realizzazione di un tale scenario infernale e distopico, lamentando altresì la condizione oggettiva di prigionieri nella quale siamo tutti piombati… ma nel frattempo, sputando sulla mano tesa di chi indica la via per uscirne definitivamente! In buona sostanza, questo è il risultato più eclatante raggiunto dalla plutocrazia-massonica, che è pervenuta, con astuta, diabolica, paziente perseveranza, al radicamento di una globale “Sindrome di Stoccolma”, che affligge anche e soprattutto coloro che pubblicamente ostentano di denunciare l’odierno assetto globalista.

Dunque, non ci giudichi male il lettore in proposito per la durezza delle nostre parole, poiché questo nostro atteggiamento volto alla più radicale denuncia della situazione odierna, non deriva da pregiudizi né da chiusure aprioristiche di sorta, tantomeno da presunzione. Anzi, all’esatto opposto, proprio in base alla nostra persistente apertura nei confronti di chiunque sia in buona fede, abbiamo maturato questa posizione nel corso degli anni, in virtù dell’esperienza diretta, radicandoci tomisticamente nella realtà dei fatti (…contra factum non valet argumentum!), sulla base dei quali risulta evidente che il vero cambiamento, la vera contestazione al sistema distopico che ci opprime tutti, non può che passare attraverso la necessaria denuncia piena ed il rigetto assoluto dei due elementi pregiudiziali che stanno a fondamento proprio di tale sistema satanico: ossia, l’anticristianesimo e l’antifascismo! Motivo per cui non si può, dal nostro punto di vista, “contestare” veracemente un sistema criminale di potere basato irrinunciabilmente su queste “colonne portanti”, se  non si ha la ferma volontà di abbattere tali pilastri ideologici!

Tra l’altro va espressamente rimarcato che, contestare veracemente l’anticristianesimo, porta coerentemente “de plano” ed in modo inevitabile a contestare anche l’antifascismo, visto il legame strettissimo esistente tra il Cattolicesimo romano ed il Fascismo stesso, in quanto entrambi espressioni complementari della medesima Civiltà millenaria, di cui abbiamo scritto più volte (qui e qui e qui). Un legame sempre negato dall’apparato istituzionale dominante e da tutte le sue centrali di propaganda – negando anche l’evidenza della Storia! – soprattutto da chi nell’ambito del cattolicesimo ostenta solo a parole di opporsi al sistema di potere vigente! Così, all’interno di questa “area” di presunta opposizione, troveremo, di fatto, la Summa del conservatorismo. Dove, in modo assai tollerabile dal Sistema pluto-massonico, si ritrovano proposte e programmi politici – contro i quali lo stesso Mons. Viganò si è “scagliato” (qui e qui ma senza voler giungere alle naturali conseguenze!… e dunque? Cui Prodest?) – che andranno da un “mitissimo” Distributismo Chestertoniano, ad una “disillusa” apertura per i “Fratelli d’America”…ops…d’Italia. Dove al di là delle strida e della veemenza formale degli attacchi al “sistema”, la sostanza degli stessi rappresentanti del potere resta comunque benvenuta, cedendo concretamente in occasione dei “ludi cartacei” al pregiudizio antifascista e anticristiano, pur ostentando a parole di strapparsi le vesti per denunciare la “società senza Dio”, guardandosi bene però dal rifiutarla in toto nei suoi valori fondamentali. Ecco come i “Conservatori” saranno tutti concordi con i “progressisti”, anche se la “sintesi” a cui puntano è formalmente differente: giacché essi condividono il pregiudizio antifascista, secondo cui sarebbe un presunto quanto immaginario “fascismo”, la cui immagine distorta è diffusa proprio dai famosi radicalisti di destra pseudo-fascisti (sempre utili strumenti del potere! qui), ad essere “pagano, statolatrico e segretamente socialista”. Concordi, dunque, con l’impostazione “anti-totalitaria”, intendendo per “totalitario” non ciò che lo stesso Fascismo ha definito di se stesso, ma l’accezione ufficiale, coniata e diffusa proprio dall’antifascismo. Ecco il motivo per il quale tale “dissenso” viene lasciato sostanzialmente indisturbato. Finché i pregiudizi anticristiani e antifascisti saranno mantenuti, tutti i “dissenzienti” di tal fatta, saranno più che benvenuti da parte della plutocrazia massonica globalista!